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Alla ricerca del senso perduto

 

LUDWIG: follia o guerra psicologica?

 

La storia ambigua, sgusciante, complicata del gruppo Ludwig. Un sodalizio criminale che vede coinvolti solo Abel e Furlan, i due neonazisti di Verona arrestati nel 1984 in flagranza di reato, oppure un disegno lucido, criminale ma politico che ha inteso portare il terrore a livelli più subdoli di un attentato terroristico. Tutti hanno parlato del terzo uomo che avrebbe aiutato Abel e Furlan, nella loro folle corsa di sangue ma qui parleremo anche del quarto o del quinto. In realtà abbiamo la sensazione di avere a che fare con una costola della "strategia della tensione". Anche Vicenza ha avuto a che fare con i delitti della misteriosa sigla, basti ricordare Alice Maria Baretta e i due frati di Monte Berico, padre Giuseppe Lovato e padre Gabriele Pigato.[in alto a sinistra Wolfgang Abel, a destra Marco Furlan] Questa è la storia......

 

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Vicenza viene coinvolta

 

Vicenza. 20 dicembre del 1980. E’ una serata fredda, da inverno pieno, una serata come tante altre ma in attesa del Natale. C’è qualche luminaria in giro e anche Viale Venezia è un poco meno cupo del solito. Presto diventerà il luogo di una serata speciale, dai contorni orribili. Sul marciapiede accanto alla stazione ferroviaria, per Alice Maria Baretta, cinquantadue anni di Como, il lavoro di prostituta si svolge come da  routine. Alice ha già raggiunto i 52 anni ma l’aspetto di biondina minuta la fa apparire da distante, dalle macchine che sfrecciano veloci, un po’ più giovane.

 

D’improvviso si accorge che non è sola su quel marciapiede, vede un uomo, un giovane, poi si accorge che ce n’è un altro alle sue spalle ma non ha il tempo di profferire neanche una parola che sul suo capo cala un colpo terribile che le fa piegare le gambe. Sul corpo ormai inerte a colpi di accetta l’uomo completa selvaggiamente il suo lavoro. Ma viene scorto da un automobilista di passaggio, che vede l’individuo accanirsi sulla donna. Si sente scoperto e assieme al complice fugge nell’oscurità del Campo Marzio.

 

L’allarme viene dato e poco dopo la zona si riempie di colpo di macchine della polizia, arriva anche un’autoambulanza che poi correrà a sirene spiegate verso l’Ospedale San Bortolo. Ci vorranno quindici giorni perché la povera Alice muoia, liberandosi da una crudele agonia.

 

Le indagini coinvolgono subito il testimone, ma i suoi ricordi sono vaghi, gli uomini erano coperti da giacconi scuri e portavano  dei berretti di lana con il fiocco. Una descrizione così fa disperare qualsiasi poliziotto, vallo a trovare il colpevole con questi particolari. 

 

Ma dopo due giorni appena, giungono strane notizie in Questura. Un giovane vicentino, Giuseppe Verico, si era confidato, forse un po’ alticcio, con gli avventori di un bar, chiamando in causa un amico minorenne, Maurizio De Cao, che tornando a casa, nell’abitazione che condivideva con il Verico, gli si era presentato tutto sporco di sangue.

 

“In Campo Marzo ho colpito una donna con l’accetta, stavo rubando in una macchina e lei mi ha visto, con me c’erano degli altri, uno mi ha aiutato con un martello, l’altro è scappato”.

 

La polizia fa presto ad identificare il complice, tale Franco Munari, e l’indagine va avanti. Ma appare subito piuttosto fragile la deposizione del Verico che ha problemi con la droga e con l’alcool. Infatti l’iter giudiziario, il 10 dicembre del 1982, si concluderà con una assoluzione per insufficienza di prove per Munari e De Cao.

 

Questa storia sarebbe stata archiviata come uno dei tanti casi irrisolti, un buco nero per la giustizia e per i cittadini di Vicenza. Ma a riaprire la ferita ci pensa nel febbraio del 1981 un volantino, scritto con caratteri runici e siglato “Gott mit uns”.  Un’aquila sormontata dalla sigla LUDWIG e un cerchio sottostante con la svastica firmano il messaggio. 

 

La polizia esamina il volantino ma appaiono contraddizioni ed “errori”. E in Questura c’è chi fa notare che la rivendicazione potrebbe essere un’appropriazione di un delitto commesso da altri.

 

 

Ma quando ha inizio questa follia?

 

 

A questo punto è bene fare un salto all’indietro e dare qualche notizia sugli inizi di questa storia, sulla storia di “LUDWIG”.

 

Il gruppo che usa questa sigla o che ha rivendicato i delitti (specificando dei particolari trovati sulla scena del crimine e noti alla polizia) inizia il suo triste lavoro a Verona (la città “nera” culla degli estremismi neonazisti come vedremo più avanti) ed esattamente il 25 agosto del 1977.

 

E’ questa la giornata in cui “Ludwig” se la prende con il nomade Guerrino Spinelli. L’auto in cui dorme viene centrata da due anzi da quattro bottiglie molotov, due finiscono all’interno e due all’esterno. Spinelli morirà una settimana dopo l’attentato nel centro grandi ustionati di Borgo Trento. Il caso verrà archiviato il 28 febbraio 1978 dal giudice istruttore di Verona, Mario Sannite.

 

Il 19 dicembre 1978 il gruppo assassino toglie la vita a Luciano Stefanato, un omosessuale quarantaquattrenne, originario di Meduna di Livenza (Treviso). Lo Stefanato viene trovato all’interno della sua Alfa Romeo rossa con due coltelli da cucina ancora conficcati nella schiena.

 

Nel 1979, sempre in dicembre, il giorno 12 viene trovato il corpo senza vita di Claudio Costa, ucciso nelle calli di Venezia. E  il volantino con la prima rivendicazione di Ludwig arriva alla redazione del “Gazzettino”  nel novembre del 1980. Mentre nel febbraio 1981, come abbiamo già ricordato, viene rivendicato con un altro volantino (sempre al Gazzettino) anche il caso di Alice Maria Baretta, il primo delitto per quanto riguarda la città di Vicenza.

 

 

Di nuovo Vicenza

 

 

 

Il 20 luglio 1982 Ludwig è di nuovo in azione. Questa volta il gruppo criminale sceglie di colpire due frati che appartengono all’ordine dei “Serviti”, un antico ordine che sin dal 1435 custodisce il santuario della Madonna di Monte Berico tanto caro ai vicentini.

 

I due religiosi verso il tramonto scelgono di prendere un po’ d’aria facendo una passeggiata e si dirigono verso Gogna. Fra Giuseppe (Mario Lovato) e fra Gabriele (Giovanni Battista Pigato), settant’anni il primo e sessantanove il secondo, sono ignari del pericolo. Non si accorgono di essere seguiti, il loro passo è lento, stanno parlando e non pensano neanche lontanamente di rappresentare un obiettivo per un gruppo di assassini.

 

La gragnuola di colpi di martello arriva all’improvviso e non lascia scampo. I corpi cadono sul terreno in una pozza di sangue. Vicino vengono poi ritrovati  alcuni sacchetti di plastica e un’accetta che non presenta tracce di sangue. I martelli, la vera arma del delitto, di marca UPEX,  hanno degli adesivi sui manici in legno. In un sacchetto vengono trovate due sciarpe di lana.

 

L’allarme viene dato da una coppia di giovani fidanzati ai frati del convento. Fra i primi ad accorrere padre Graziano Casarotto che trova ancora rantolante Fra Gabriele, ancora vivo, che verrà trasportato all’ospedale ma si spegnerà il mattino del 21 luglio. Fra Giuseppe invece era morto sul colpo, il suo corpo era già freddo.

 

L’impressione in città è enorme. Qualcuno ricorda l’omicidio della Baretta ma il delitto appare alla maggioranza dei vicentini inspiegabile.

 

Il volantino di LUDWIG, con la rivendicazione, arriva il 23 luglio alla sede di Milano dell’ANSA e sconvolge tutte le ipotesi, apre scenari mai considerati e molto impegnativi. “Linguaggio farneticante” è il giudizio più benevolo, comunque è un inizio per una seria investigazione. Gli inquirenti ora devono prendere in considerazione il riferimento agli “autoadesivi applicati sui manici degli strumenti usati”.

 

E quell’aquila nazista, il motto “Gott mit uns”, i caratteri runici, vengono considerati la “firma”, da non sottovalutare. Sono segni di un terrore sottile che si insinua nelle menti dei cittadini comuni, che devono lavorare e vivere in un territorio da tutti considerato “sicuro”, “normale”, “ordinato”.

 

Proprio per questo LUDWIG ha colpito.

 

 

 

Una serie di delitti che sembra non finire mai

 

 

Ludwig colpisce a distanze di tempo assai lunghe. Dopo il delitto di Vicenza il gruppo si sposta a Trento dove il 26 febbraio 1983 aggredisce padre Armando Bison che muore l’8 marzo. A Milano, il 14 maggio 1983 va in fumo il cinema a luci rosse “Eros”. I morti sono sei. A Monaco di Baviera il 7 gennaio 1984 va a fuoco la “Sex Diskothek Liverpool”. Molti gli ustionati, la barista Cristina Tartarotti muore il 27 aprile.

 

E a Castiglione delle Stiviere il 4 marzo 1984 si sfiora la strage. Ma è l’ultimo atto della sigla “LUDWIG”.

 

Il tentativo di dare fuoco alla discoteca “Melamara” con due taniche di benzina non riesce. E qui inizia il vero “caso LUDWIG”, non più solo sigle o volantini ma due giovani in carne ed ossa vengono bloccati dai buttafuori e la loro responsabilità appare subito certa. Non c’è alcun dubbio, i due vengono identificati e trascinati via dai carabinieri che li sottraggono ad un tentativo di linciaggio da parte di centinaia di giovani che avevano rischiato la vita.

 

 

 

Chi sono gli arrestati, sono LUDWIG?

 

 

Il tentativo di incendio della discoteca “Melamara” è più di uno spiraglio, può veramente essere la porta per penetrare all’interno del gruppo LUDWIG.

 

I due arrestati ora hanno un nome: 

 

1) Marco Furlan nato a Padova il 16 gennaio del 1960 risiede al momento dell’arresto  nel quartiere di Borgo Trento ed è figlio del primario del Centro Ustionati dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona. Sta per laurearsi in Fisica presso l’Università di Padova.

 

2) Wolfgang Abel, nato a Monaco di Baviera il 23 marzo 1959,figlio di un consigliere delegato della compagnia assicurativa tedesca ARAC, vive a Negrar in provincia di Verona. E’ laureato in matematica a pieni voti e lavora con il padre.

 

Nel 1984 abbiamo quindi due arrestati per i delitti di LUDWIG, Abel e Furlan. Tutti i procedimenti relativi all’inchiesta vengono riuniti a Verona. Il fascicolo dell’inchiesta viene assegnato al sostituto procuratore Francesco Pavone. A procedere formalmente contro i due imputati viene chiamato il giudice istruttore Mario Sannite.

 

A questo punto dell’istruttoria il gruppo LUDWIG è ritenuto responsabile della morte di 14 persone.

 

L’omicidio a Verona con il fuoco del nomade Guerrino Spinelli.

 

L’omicidio a coltellate di Luciano Stefanato di Padova.

 

L’omicidio a coltellate del tossicodipendente Claudio Costa a Venezia.

 

L’omicidio della prostituta Alice Maria Baretta a Vicenza uccisa a colpi di martello.

 

Il duplice omicidio dei frati di Monte Berico a Vicenza, Mario Lovato e Giovanni Battista Pigato, uccisi a martellate.

 

L’omicidio di padre Armando Bison a Trento per mezzo di uno scalpello.

 

La strage del cinema Eros di Milano, con il fuoco, sei i morti.

 

L’incendio della discoteca “Liverpool” a Monaco di Baviera, un morto.

 

L’incendio della discoteca “Melamara” a Castiglione delle Stiviere.

 

 

 

Si chiude l’inchiesta

 

 

Il 9 maggio 1985 il giudice istruttore di Verona Mario Sannite spicca i mandati di cattura a carico di Wolfgang Abel e Marco Furlan, accusati di avere commesso sette omicidi volontari, e contesta anche quattro reati di strage, 15  le vittime in totale (compresa anche la vittima Luca Martinotti morto al fortilizio  di Verona).

 

Le indagini e le perizie grafoscopiche eseguite da periti tedeschi su tre fogli bianchi sequestrati in casa di Furlan e nella casa di Abel a Monaco permettono di svelare i contenuti dei volantini, vergati a mano sui suddetti fogli bianchi che hanno ricevuto una sufficiente pressione per rivelare le parole che compaiono nei messaggi di LUDWIG.

 

Il 15 luglio 1986 il giudice istruttore Mario Sannite chiude la sua inchiesta sul gruppo LUDWIG e deposita l’ordinanza di rinvio a giudizio.

 

 

 

Il primo processo e le condanne

 

 

Il primo dicembre 1986 ha inizio il processo di primo grado a Verona. Marco e Wolfgang arrivano in tribunale ammanettati, l’aula è piena, ci sono i genitori, cittadini, fotografi. Marco Furlan, magrissimo, volto cereo, ha già due tentativi di suicidio alle spalle. Abel anch’egli provato dai tentativi di suicidio si dimostra più sprezzante ma il suo comportamento è solo una difesa. I due prima non si parlano, stanno lontani l’uno dall’altro poi si avvicinano e riprendono il loro rapporto di amicizia, quell’amicizia che li ha portati a spargere benzina al “Melamara” e chissà in quanti altri luoghi.

 

L’ipotesi dei “solchi ciechi” ovvero del testo dei volantini di Ludwig trovato su fogli bianchi nelle abitazioni dei due imputati nel processo è lo scoglio da superare per la difesa. Entra nel processo anche l’ipotesi del “terzo uomo”, presenza-assenza che fu notata in parecchi dei delitti firmati da Ludwig.

 

I giudici in camera di consiglio devono affrontare la mole di delitti firmati Ludwig e nel contempo devono tenere conto delle prove raccolte. Per alcuni delitti l’accusa ha dimostrato la loro colpevolezza, e i giudici tengono conto nella condanna che per quanto riguarda ad esempio l’omicidio dei due frati di Monte Berico (Vicenza) si sono raggiunte conclusioni certe di responsabilità. Questo anche per la strage del cinema Eros a Milano e per l’incendio della discoteca “Liverpool” di Monaco di Baviera. Il resto dei delitti di Ludwig resta insoluto.

 

La Corte così si pronuncia nei confronti dei due imputati: “un delirio di superbia, di sopravvalutazione dei propri giudizi e valori rispetto al modo di vita altrui, dapprima hanno rivendicato omicidi forse non commessi e poi, preso atto del successo raggiunto, della notorietà delle loro imprese e della sigla dietro cui si celavano sono passati all’azione, usando i preannunciati ferro (martello) e fuoco (benzina) per purificare questo mondo dai peccati, ma soprattutto dai peccatori, in progressivo crescendo, in cui dai singoli omicidi sono passati a più grandiosi e spettacolari metodi che hanno causato la morte di più persone”. [Monica Zornetta, “Ludwig, storie di fuoco, sangue, follia”. 2011 Baldini Castoldi Dalai editore-Milano]

 

 

 

Alla lettura della sentenza a Marco Furlan e ad Wolfgang Abel viene riconosciuta la “seminfermità mentale” e vengono condannati a trent'anni di reclusione, in particolare per gli omicidi di frate Mario Lovato e Giovanni Battista Pigato (Monte Berico), del sacerdote Bison (Trento), incendio del cinema Eros di Milano, discoteca “Liverpool di Monaco di Baviera, tentata strage alla discoteca “Melamara” di Castiglione delle Stiviere.

 

Abel il giorno dopo la sentenza viene trasferito al carcere Pio X di Vicenza, Furlan viene rinchiuso al carcere Due Palazzi di Padova.

 

 

La discoteca Melamara, la chiave per capire la mente di Ludwig

 

 

E’ necessario tornare al momento dell’arresto di Abel e Furlan, quando vengono tradotti davanti al sostituto procuratore di Mantova. In quel momento rilasciarono dichiarazioni sconcertanti. La loro difesa fu così impostata: “Si erano incontrati la mattina del 4 marzo vicino a Castiglione delle Stiviere. Qui lasciano lo scooter e si fanno a piedi il percorso che li separa dalla discoteca. Arrivati, entrano alle 15, 15,30 circa”.

 

Furlan resta sul vago, non c’era un motivo preciso per essere lì con due taniche di benzina. "Poi in fondo la benzina non era tanta”. "Volevano solo spargere benzina per vedere un po’ di fiamme, vedere cosa faceva la gente in preda al panico…non volevano fare del male”. Abel più o meno conferma l’interpretazione dei fatti data da Furlan. “uno scherzo..”.

 

Con il medico del carcere si lasciano andare a commenti più interessanti, erano consapevoli dell’”assurdità” del fatto ma le motivazioni, la vera spinta  a dare fuoco alla discoteca proveniva, secondo Abel, dall’odio che avevano nei confronti di questi luoghi nefasti.

 

L’8 marzo 1984 Furlan si rifiuta di rispondere, Abel invece, che si era tagliato le vene in preda ad una violenta crisi emotiva, accetta di rispondere.

 

Il 21 marzo 1984 Wolfgang Abel viene interrogato dal G.I. di Verona. Il magistrato informa Abel che era stato imputato dell’omicidio dei due frati di Vicenza. Abel, riflette, e rilascia una spiegazione agghiacciante: lui riteneva che il fuoco fosse un elemento purificatore e che il martello significava forza, fermezza e convinzione nel dare la morte. Poi dichiara di essere estraneo al gruppo Ludwig e di essere innocente.

 

 

Si scoprono i "solchi ciechi"

 

Nella casa di Abel, nel corso di una perquisizione, il 29 marzo 1984, la polizia sequestra un blocco di 117 fogli e altri fogli sparsi, bianchi. Gli esperti della polizia tedesca sostengono che si possono trovare tracce dei volantini con delle tecniche particolari. E infatti una perizia effettuata su uno dei fogli sequestrati fa venire alla luce l’intero messaggio della rivendicazione dell’incendio di Milano al Cinema “Eros”.

 

Questa scoperta spinge gli inquirenti ad effettuare una nuova perquisizione anche a casa di Furlan. Si sequestrano molti fogli a quadretti. I periti utilizzano una tecnica speciale (ESDA) che porta alla luce la rivendicazione dell’omicidio dei frati di Monte Berico, il volantino della discoteca Liverpool di Monaco di Baviera e tutti i tentativi di scrittura, le correzioni sul testo dei volantini effettuate dai due imputati.

 

Furlan messo di fronte a questi fatti si chiude a riccio. Abel invece accetta di parlare ma ritratta le affermazioni fatte al giudice di Mantova sulle discoteche. Viene chiesta una perizia psichiatrica che vede Furlan fermo nel rifiuto di collaborare mentre Abel sceglie di partecipare.

 

I medici psichiatri incaricati di seguire i due imputati coinvolgono anche le famiglie. Il padre di Abel informò gli specialisti che il figlio era molto chiuso in se stesso, in particolar modo da quando era ritornato da Monaco nel 1978. Il genitore era stato avvisato dai dirigenti dell’istituto scolastico dove Abel era iscritto che erano stati trovati dei fogli su cui Abel aveva annotato le sue idee sul suicidio e sulle cliniche psichiatriche. Il padre di Abel riporta perciò a Verona il figlio che continua ad isolarsi, a non avere amici e a frequentare solo Furlan.

 

Per i genitori di Marco Furlan il figlio era intelligente e ironico, ma in concreto la famiglia ammetterà di aver seguito poco Marco, erano invece preoccupati dell’amicizia con Abel, che professava idee di destra.

 

 

Una lenta “trasformazione” in carcere ma sempre “controllata”

 

 

Abel nel corso delle conversazioni con i periti psichiatrici fornisce spiegazioni contorte e sfuggenti. Alla domanda sul perché negava di aver detto al giudice di Mantova la sua opinione sulle discoteche (luoghi di perdizione, ecc.). Abel sostiene di essere stato condizionato, dal momento, dalla persona, ecc. Questa è la sua risposta depositata negli atti processuali presso il Tribunale di Verona:

 

“Solo perché allora dissi che le discoteche sono luoghi di perdizione si è montata l’idea che io sia uno squilibrato; è incredibile quello che uno arriva a dire in momenti come quelli, si arriva a dire cose delle quali uno dopo non si riesce a dare una spiegazione”.

 

Per Abel è “stato uno scherzo e basta..”.

 

Marco Furlan autorizza la perizia psichiatrica un po’ a sorpresa (1988). Infatti l’imputato aveva sempre rifiutato di incontrare i periti psichiatrici. Durante i colloqui che si svolgono in carcere offre di sé una immagine rassicurante. Controllato, fornisce una cronistoria della sua vita. Molto attento all’uso delle parole dimostra un buon controllo di sé. Non sa spiegare a sufficienza il perché della vicenda del “Melamara”, anche per lui l’ipotesi dello scherzo è obbligata. I periti trovano una personalità in difesa, esente però da patologie gravi. Non vi sono elementi per concludere una diagnosi di psicosi schizofrenica.

 

Per i periti gli elementi di immaturità e una aggressività derivante da mancanza di sicurezza denotano una “personalità abnorme o peculiare”. Furlan dimostra adesso disponibilità perché è convinto che gli anni passati in carcere e una nuova situazione giudiziaria abbiano cambiato il quadro della sua situazione. Dimostra comunque, sempre secondo i periti, di vivere la sua imputabilità in modo assolutamente razionale.

 

 

Il processo d’appello

 

 

Il processo si apre il 15 gennaio 1988 a Venezia. Presidente della Corte Corrado Ambrogi, l’accusa è sostenuta dal sostituto procuratore generale Stefano Dragone. In aula è presente Marco Furlan. E’ fiducioso, spera in una considerazione più equa dai giudici. Ma il 15 giugno 1988 la Cassazione annulla la decisione della Corte di Appello sulla durata della custodia cautelare. Pertanto Abel e Furlan vengono liberati. Sono in “libertà vigilata”, devono risiedere in comuni che abbiano meno di cinquemila abitanti, hanno l’obbligo di firmare il registro dai carabinieri tre volte al giorno, non sono autorizzati a superare il confine dei paesi a loro assegnati.

 

Il processo riprende in gennaio del 1990 tra perizie e contestazioni della difesa che vuole annullare anche la prova numero uno, cioè quella dei “solchi ciechi” sui fogli bianchi. Il 10 aprile dello stesso anno il presidente della Corte legge la sentenza. La pena viene ridotta a 27 anni. La motivazione: “Ludwig nei suoi delitti non cerca piacere, ma uccide per missione in quanto scelto da una entità superiore”.

 

Viene anche considerata la perizia psichiatrica del professor Introna che considera un “vizio parziale di mente all’epoca degli omicidi”. [Claudia Innocenti: “Le coppie assassine”, tesi di laurea in Scienze criminologiche-Università Europea – Bruxelles-Ottobre 2013]

 

 

La fuga di Marco Furlan

 

 

 

Furlan dieci giorni prima della definitiva sentenza della Corte di Cassazione, il primo febbraio del 1991, dopo aver firmato in caserma dai carabinieri sparisce. E l’11 febbraio la Corte Suprema rigetta i ricorsi degli avvocati e conferma la sentenza della Corte d’Appello, ventisette anni di reclusione. Abel reagisce con rabbia, anche verso l’amico: “Una persona con la coscienza a posto non dovrebbe scappare, non so si vede che lui aveva timore di essere condannato”. [Monica Zornetta, cit.]

 

Ma anche Abel, impaurito dalla condanna, tenta la fuga. Scappa dalla casa dove abita e vaga per i campi. Viene intercettato da una pattuglia della Guardia di Finanza che lo riporta dai Carabinieri. Rientra così subito in carcere, a Padova, dove comincia uno sciopero della fame.

 

L’attenzione dei giudici e della stampa è tutta concentrata però su Marco Furlan, il fuggitivo. Molti gli interrogativi su chi abbia potuto aiutare la sua fuga. Alcuni parlano di un gruppo neonazista che lo avrebbe fatto espatriare. La latitanza di Furlan dura anni ma nel maggio del 1995 una coppia in vacanza nota la somiglianza con le foto raffiguranti Furlan di un impiegato di una ditta con sede presso l’aeroporto Heraklion di Creta.

 

Al sospetto viene scattata una foto che poi viene fatta pervenire alla polizia italiana. Così il 16 maggio a Creta arriva il capo della Criminalpol veneta con alcuni agenti. Il mattino seguente il gruppo si apposta vicino al banco  della ditta di noleggi auto, Euro Dollar Rent Car, e aspetta. Furlan arriva al suo posto di lavoro in perfetto orario. Ma si sente fare una domanda a bruciapelo: “Signor Marco Furlan?”.

 

Furlan cerca di difendersi mostrando dei documenti falsi ma ormai la vicenda per lui è conclusa, la sua latitanza è finita. Gli viene perquisito l’appartamento dove abita e la polizia trova cinquantuno milioni in valuta straniera, dollari, marchi e dracme. Interrogato sta sul vago e non fa nomi.

 

Viene interrogato anche il coinquilino che riferisce agli agenti italiani delle visite periodiche di una donna vestita di nero che portava con sé sempre una valigetta che lasciava nell’appartamento. Furlan si era ben integrato nell’ambiente, faceva ripetezioni, la guida turistica e guadagnava bene. Ma i 51 milioni erano troppi, questa cifra meritava una risposta.

 

Marco Furlan confessa?

 

La storia di questa confessione è assai interessante. Perché arrestato dalla polizia greca viene portato al commissariato di polizia e interrogato da un agente, di nome Soldatos. Questo poliziotto racconterà poi ad un giornalista di “Chi l’ha visto?”, programma RAI, “che Marco confessò a lui ed altri poliziotti venuti da Atene di essere il colpevole dei reati che gli venivano contestati in Italia, di aver parlato di un suo amico italo-tedesco che si trovava in carcere in Italia, con il quale aveva costituito un’organizzazione neonazista quando ancora avevano tra i sedici e i diciassette anni”. [Claudia Innocenti: “Le coppie assassine”, cit. pag.81]

 

Il 18 maggio 1995 arrestato e processato a Creta è condannato a sette mesi di carcere. E il 5 gennaio 1996 Marco Furlan rientra in Italia. Per scontare definitivamente la pena.

 

 

La vita in carcere e la libertà

 

In carcere i due sono detenuti modello. Isolati dalla maggioranza dei detenuti che li chiamano “i Ludwig” passano i loro giorni leggendo molti libri. Furlan emerge come la personalità più forte, Abel per un momento breve ha una crisi psicotica dovuta all’ambiente carcerario.

 

Uno dei due “Ludwig”, Marco Furlan, riacquista la libertà nel gennaio del 2007. Abel più tardi nel 2012.

 

 

L’intervista alle Iene

 

Nel 2007 nel programma Le iene il giornalista Enrico Lucci conduce una intervista con un anonimo, intervistato ma ripreso di spalle. La sua parlata ha un chiaro accento veronese.

 

C'è da dire che siccome il testo dell'intervista - ormai di dominio pubblico - è stato ripreso anche da Claudia Innocenti nella sua tesi di laurea: "Le coppie assassine", cit. abbiamo deciso di aggiungerlo alla storia di Ludwig. Con l'avvertenza che potrebbe trattarsi di un'altra cosa.

 

 

Perché non vuoi che si ricordi il tuo nome?

 

“Sto tentando a fatica un inserimento sociale”.

 

Perché Ludwig?

 

“Noi avevamo uno stemma con un’aquila e stava molto bene. “Lud” a sinistra e “Wig” a destra”.

 

Cosa vi ispirava?

 

"L’ispirazione nostra era di origine nazista”.

 

Per quanti omicidi siete stati condannati?

 

“Dieci”.

 

Perché avete compiuto questi omicidi?

 

“Pensavamo stupidamente che esistono categorie di persone che sono da condannare, cioè depravati, tossicodipendenti, prostitute, religiosi”.

 

Quali colpe avevano?

 

“Quelle di non rispondere ai nostri rigidi criteri morali”.

 

E questi criteri che cosa presupponevano?

 

“Onestà, pulizia, devozione, rettitudine, integrità morale”.

 

Che motivazione avevi?

 

“Pensavamo che con la violenza e con il sangue si potesse migliorare la società”.

 

A chi ti ispiravi?

 

“Il mio principale ispiratore era Hitler”.

 

Perché l’ideologia nazista stimola l’omicidio?

 

“La parte di nazismo che impone la pulizia della società per forza di cose porta all’omicidio”.

 

Come doveva essere ripulita la società?

 

“Con il ferro e con il fuoco. Questi erano i nostri strumenti”.

 

Perché non usavate pistole ma coltelli, martelli e asce?

 

“Nutrivamo un certo fascino per questi strumenti, per la loro primitività”.

 

E quale sentimento provavi mentre stavi per uccidere una persona?

 

“Volevo che fosse veloce, immediato, per non provare sentimenti”.

 

Qualche vittima ti ha detto qualcosa prima di morire?

 

“Parole intere no, qualche gemito”.

 

Il prete fu ucciso con un punteruolo sormontato da un crocefisso. Perché?

 

“Questo voleva essere un po’ un simbolo di condanna”.

 

Perché? Che aveva fatto il prete?

 

“A parer nostro non seguiva il vero Cristianesimo”.

 

Perché incendiaste il cinema porno a Milano?

 

“I frequentatori dei cinema porno erano dei depravati”.

 

Lì morirono sei persone. Voi guardavate le fiamme che bruciavano tutto?

 

“No, no, noi siamo scappati”.

 

Dopo gli omicidi come ti sentivi?

 

“Avevo l’euforia per il fatto che fosse andato bene e quindi si andava a cercare i giornali”.

 

E poi cercavi l’eco di questo omicidio?

 

“Era fondamentale. Più se ne parlava e più c’era soddisfazione”.

 

E che facevi?

 

“Compravo i giornali, guardavo le televisioni”.

 

E che dicevi con il tuo complice?

 

“Simbolicamente festeggiavamo”.

 

Come?

 

“Un brindisi”.

 

Rispetto alle vittime che cosa pensavate?

 

“Di avergli comminato la giusta punizione”.

 

Non avevate paura di finire in galera?

 

“Avevamo il terrore di finire in galera”.

 

Quanti anni hai passato in carcere?

 

“Quasi trent’anni”

 

E’ stato giusto condannarti?

 

“E’ stato giustissimo”.

 

E ti sei meritato di uscire?

 

“Io penso di sì, ora sono un altro uomo”.

 

Ti sei pentito di quello che hai fatto?

 

“Molto, sì”.

 

Hai mai pensato alle vittime?

 

“Spesso”.

 

Hai pensato al momento in cui ti toglievi la vita?

 

“Tutt’ora mi capita di pensarci”.

 

C’è un momento in particolare che ti è rimasto in testa?

 

“Quello del prete col crocefisso. Vedevo che soffriva ma non trasmetteva odio nei miei confronti. E questo è terribile”.

 

Perché dobbiamo credere al tuo pentimento?

 

“Io cercherò di riscattarmi nel modo migliore”.

 

Oggi che pensi di chi uccide?

 

“Che la vita umana sia da rispettare in ogni condizione”.

 

Tu uccideresti ancora?

 

“Assolutamente no”.

 

Che pensi oggi del nazismo?

 

“Che fu una ideologia folle, ha fatto milioni e milioni di vittime che non avevano assolutamente alcuna colpa”.

 

E degli immigrati oggi che ne pensi?

 

”Temo con tristezza che se a quei tempi ci fossero stati gli immigrati li avrei inseriti tra quelle categorie da condannare”.

 

E oggi invece che ne pensi?

 

“Che non esistono categorie di persone da condannare. Gli immigrati poveretti hanno la sola colpa di aver avuto meno fortuna di noi”.

 

Esiste l’idea di purezza che avevi in testa?

 

“Non esiste, il bello della società è che è variegata”.

 

Hai mai parlato con i familiari delle tue vittime?

 

“Alcuni familiari li ho cercati, ho avuto il grande dono di ricevere il perdono da loro. Non tutti mi hanno risposto.”

 

Vuoi dire qualcosa ai familiari delle persone uccise con cui non hai parlato?

 

“Mi piacerebbe tanto poter prendere le loro mani nelle mie e dire quanto immenso è il mio dolore”.

 

A un ventenne delirante che ci sta guardando, oggi cosa diresti?

 

“Ventenne nazista ma anche non nazista medita e pensa che offendere un’altra persona è una grande vigliaccheria. La persona umana è da rispettare in ogni condizione: pensa a non fare come me, non gettare la tua vita: la passerai in galera e la galera esiste ed è davvero molto, molto pesante. Se vuoi sentiriti un grande uomo rispetta la vita umana”.

 

Questo il testo dell’intervista che però Marco Furlan disconosce. Lui afferma di non essere mai stato intervistato.

 

 

L’intervista di Monica Zornetta a Wolfgang Abel

 

La giornalista Monica Zornetta nel suo libro “Ludwig” scrive anche dell’intervista che le è riuscita di fare a Wolfgang Abel. L’uomo, ormai in semilibertà si racconta con abbondanza di particolari. Parla della sua vita in carcere, di sua madre, di quello che sta facendo. Della sua storia giudiziaria gli rimane un rovello, quello di volere la verità.

 

Zornetta:“Ma quale verità? Esiste forse un’altra verità?

 

Abel: “Certo. La verità politica, quella che ha voluto mettere me al centro della vicenda Ludwig solo perché sono un cittadino tedesco. Poi mi hanno messo vicino a Marco Furlan che, a quanto pare, fa parte del gruppo Ludwig. Quella che tutti conosciamo è solo la verità di Stato”.

 

Ma non ti puoi dichiarare innocente, vi hanno arrestati in flagranza al Melamara.

 

“E’ per questo che hanno messo Furlan vicino a me, e guarda caso, a lui hanno dato sedici anni e a me ventitré compresi tre anni di casa di lavoro a Sulmona anziché di cure psichiatriche, perché questa differenza? Siamo stati condannati entrambi a ventisette anni.”

 

Forse perché lui ha confessato?

 

“Non ha confessato, a meno che non si chiami confessione quella sceneggiata in televisione (riferendosi all’intervista dell’uomo misterioso alla Iene) E ti aggiungo che, secondo me, nemmeno a Creta ha parlato, il poliziotto ha detto così per darsi un po’ di importanza. Se una persona viene messa in libertà dopo sedici anni è perché o ha parlato o non deve parlare. Non cè una terza possibilità. Lui ha chiesto la semilibertà e l’hanno mandato a casa direttamente, guarda un po’. Ho fatto ricorso ai tre anni di casa lavoro, cioè il carcere duro ma l’ho perso sia in appello che in Cassazione. Eppure ero bisognoso di cure essendo stato condannato con la seminfermità, è da quel momento che ho capito che i miei diritti erano stati sospesi. Figurati che solo dopo Sulmona il giudice si era accorto che Abel aveva bisogno di cure. Mi hanno fatto fare la perizia, mi hanno messo per quattro mesi agli arresti domiciliari con cure psichiatriche, poi è venuta la libertà vigilata con controlli periodici. Una misura che continua ancora oggi".

 

Che cosa era successo al Melamara?

 

“In quella discotecuccia? E’ successo che c’ero già stato prima di quel triste episodio, ricordo che stavo ballando e degli individui istituzionalizzati (i buttafuori) mi hanno calpestato i piedi. E una, e due volte. E poi ancora, venivano lì mentre ballavo. A un certo punto non ce l’ho fatta più e sono andato via. Il loro, è stato un atto di vigliaccheria, con quei fisici da macho, si sono accaniti su una persona debole e che arrivava da fuori. Quando sono tornato a Verona, ho allora proposto a Marco Furlan di fare uno scherzo a quei due, abbiamo preso la benzina e siamo andati. Ma non c’era la volontà di fare del male alle persone.”

 

“La banda c’è esiste. Fin qui siamo tutti d’accordo. E’ una banda composta da quattro o cinque persone più un paio di fiancheggiatori. E’ ovvio che i fiancheggiatori ci siano perché, ad esempio, io che vivo a Verona non posso sapere che in una calle di Venezia c’è uno spacciatore che, faccio per dire, a mezzanotte spaccia. Ciò significa che questi chiamano e gli altri vanno e ammazzano.”

 

“Il PM parlava di una terza persona che occasionalmente si è aggiunta, capiva bene che in una situazione del genere due sole persone erano un po’ poco. Marco Furlan era più o meno un collaboratore della banda, io l’ho capito quando è scappato a Creta.”

 

“Quando Marco è uscito dal carcere davamo per scontato che avremmo saputo tutto su Ludwig. E invece no. Lui ha detto non se la sentiva, era una questione psicologica, e i giudici gli hanno dato ragione, e infatti poi ha fatto quella cosa in TV per fare un favore ai giudici. Perché, continuo a domandarmelo e a domandarlo, scarcerate una persona dopo sedici anni senza che questa abbia detto chi fa parte del gruppo Ludwig? Probabilmente non si voleva che Marco parlasse altrimenti lo avrebbero fatto parlare, stai tranquilla. E io invece mi sono fatto ventitré anni dentro. Conosco le cose, non ti fanno uscire se non tiri fuori anche l’ultima goccia di sangue”.

 

Z. Ma chi è Marco Furlan?

 

“Nessuno lo sa. Io meno degli altri. Non significa niente che fosse il mio migliore amico, non sono mai riuscito ad entrare in quella persona. In quanto alla fuga a Creta penso sia avvenuta grazie ad alcuni individui che presumo essere veronesi e che lui continua a coprire. Secondo me c’entra la politica, c’entrano le persone facoltose legate alla destra estrema. Tutto quel denaro che gli è stato trovato a Creta ritengo gli sia stato dato da qualcuno che deve avergli detto di rifarsi una vita, di sparire e non tirare in mezzo nessuno. Quando è scappato mi sono sentito tradito, mi ha tradito, ma non in quella circostanza e basta, mi ha tradito tutta la vita. Lì ho capito che aveva un’esistenza parallela, ed è quello che penso anche adesso. Lui sta con loro, e io sto qua.”

 

Chi è Ludwig?

 

“Ludwig è uguale a ignoranza, per me. Dietro c'è tanta frustrazione sessuale, non c’è una mente intelligente come la mia. Io quelle cose non le avrei mai commesse. Il fatto che però non sono stati scoperti denota anche una certa furbizia. E’ gente scaltra, è tipo il contadino furbo, quello che ci sa fare. Io li chiamo i compagni di merende proprio come quelli del mostro di Firenze. Non penso che Ludwig sia interamente composto da criminali, ma da persone che hanno interessi in comune. Sono soggetti che si parlano, trascorrono del tempo insieme, giocano a carte o fanno anche altro, possono essere professionisti, possono esserci anche medici tra loro, di sicuro in mezzo c’è qualche criminale e anche qualche sempliciotto. Non stanno insieme per ammazzare ma può anche capitare che ci scappi il morto”.

 

“Lo sai cosa penso? Che Ludwig sia un ambiente di gente un po’ deviata e variegata, quindi con un quoziente di intelligenza variabile. Ludwig è un ambiente sfizioso, molto superficiale a livello emozionale. Lo vedo quasi come una loggia segreta dove l’omicidio può essere una conseguenza, che so, di un’apatia, di una insofferenza, di un odio o cosa del genere”.

 

Ludwig è dunque l’autore di tutti i delitti, anche di quelli che non gli sono stati attribuiti?

 

“Sì, sì, sono tutti suoi, tutti di Ludwig”.

 

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