Sito Storico e Blog di Giorgio Marenghi - Storia Veneta - Eversione - Opinioni su fatti politici

DAL FASCISMO VICENTINO ESCONO I "VECCHI" ED ENTRANO I "GIOVANI"

 

 

 

Si punta sulla guerra civile

 

 

di Giorgio Marenghi

 

 

Il connubio fascisti e tedeschi non suscita grandi entusiasmi tra le fila dei nuovi iscritti al fascio repubblicano vicentino. Poche le adesioni al nuovo partito. Nei giorni di settembre quasi niente, salvo il manipolo dei fedelissimi che si erano subito adunati attorno alla figura simbolica del “Federale” Bruno Mazzaggio. Mazzaggio tiene fede alla consegna.

 

 

 

A malincuore o no, racimola qualche decina di squadristi ancora presenti in città e provincia e ritesse le fila di un movimento con il morale a terra. Il 17 di settembre 1943 “tiene rapporto alle gerarchie del P.F.R.” come recita un trafiletto del “Giornale di Vicenza”. Il tono (almeno dal resoconto giornalistico) è disteso e retorico. Si fanno grandi promesse di fedeltà all’alleanza con i nazisti e al tempo stesso si dichiara che "... nessuna imposizione nessuna vendetta ma una volontà tesa ad una fervida fusione fra popolo e soldati ed una pronta collaborazione con le autorità e le forze armate tedesche ...” saranno le caratteristiche del futuro.

 

 

Troppo poco per il rinascente “squadrismo” che invece si sta spostando su posizioni di intransigentismo “rivoluzionario”. I fascisti repubblicani, vecchi o giovani, si sentono chiamati dal destino a dare una lezione agli “indecisi” e soprattutto ai “ribelli” che nel frattempo si stanno diffondendo dappertutto in provincia. I più accesi in città si organizzano per fare la fronda ai “vecchi” gerarchi del Ventennio. Per aggiustare le cose il prefetto Dott. Pio Gloria passa le consegne al fascista (già prefetto di Vicenza) Neos Dinale.

 

 

Il capitano Angelo Berenzi (ai primi di ottobre diventerà il direttore del nuovo quotidiano “Il popolo vicentino”) soffia sul fuoco. Altrettanto fa Giovanni Caneva, da sempre desideroso di scalare la piramide gerarchica vicentina. E sarà proprio lui, già responsabile dell’ Ufficio Sindacale della Federazione di Vicenza ad incendiare gli animi dei fascisti e ad organizzare una riunione segreta tenutasi nei primi giorni di ottobre del 1943 all’Albergo Due Mori. 

 

 

Quivi, dopo duri e tesi conciliaboli si decide di muovere “all’assalto” del Palazzo Littorio di Vicenza, per defenestrare i “molli e gli attendisti”, coloro cioè, e Mazzaggio viene considerato l’esponente principale, che non sono all’altezza della situazione. Una commissione di squadristi capeggiata dal Berenzi si reca subito dopo alla direzione del P.F.R. per chiedere la testa del Federale.

 

 

Il "tiepido" molla

 

 

 

E a Bruno Mazzaggio non resta che mollare. Comandante militare fino all’8 settembre del forte di Osoppo (trattò la resa ai tedeschi del distaccamento del Regio esercito) Mazzaggio è chiamato ad un “chiarimento” con i leader del rinato regime. Va a Gargnano (residenza di un Mussolini ritornato dalla Germania ancora frastornato e indeciso) e subisce forti pressioni per assumere l’incarico di Commissario Politico del P.F.R. per il Veneto. Ma il decorato al valore della guerra del 15-18, e comandante di un reparto di artiglieria sul Grappa ove era inquadrato anche suo fratello morto in combattimento contro i tedeschi, non intende collaborare con l’invasore. Adduce motivazioni “forti”. Per quei momenti controcorrente: “non se la sentiva di ubbidire, agli ordini di qualche caporale tedesco ...”. (Testimonianza orale del fratello Aldo Mazzaggio - Vicenza settembre 1984). Dopo breve tempo viene “promosso” commissario governativo dell’AGIP a Milano. E al “soglio” fascista vicentino sale Giovanni Caneva e il suo manipolo di fedelissimi.

 

 

Il nuovo Federale deve fare fronte a gravissimi problemi di tenuta politica e sociale (nonchè, militare). Le iscrizioni per il Partito Fascista Repubblicano vanno male: in provincia le sedi stentano a riaprire, certi “fasci” partono solo in novembre, dicembre.

 

 

Molti comuni vengono commissariati, i vecchi podestà spariscono, e per sostituirli ce ne vuole. Meglio il Commissario Prefettizio. Caneva decide per una linea di “attivismo” sociale. Si circonda di parenti e di “puri” anche di “duri”.

 

 

Segretario particolare e capo dei servizi politici viene nominato il Dott. Giulio Vescovi combattente decorato nella guerra d’Africa. I fratelli Duilio e Fausto Caneva trovano un lavoro nella Federazione di Via S. Marco.

 

 

Viene pure istituita una “squadra speciale d’azione" formata da 19 elementi (Longoni Renato, Caneva Duilio, Caneva Fausto, Zanini Antonio, Boschetti Rodolfo, Indelicati Paolo, Polazzo Oreste, Polazzo Franco, Girotto Mario, Rizzato Walter, Conforto Giuseppe, Londani Bruno, Brogliato Gino, Schiesari Adelmo, Sarto Angelo).

 

 

Un'altra squadra più organica di 24 elementi diretta da Giacinto Caneva, Roberto Roberti e Valente Francesco viene organizzata in tutta fretta poichè, giungono le prime brutte notizie dalla provincia.

 

 

 

Nuovo Federale ma subito in lutto

 

 

 

Il 12 novembre 1943, Vicenza ha un nuovo “Federale”. Giovanni Caneva, nella sede di Contrà S. Marco, riceve le consegne dal predecessore, il “tiepido” (e contestatissimo) Bruno Mazzaggio. La sua reggenza è però fin da subito segnata da fatti drammatici. Il 21 novembre alle ore 6 del mattino di una fredda domenica, in località Vallonara nei pressi di Marostica, mentre si dirige a Lusiana subisce un agguato il sessantenne ex squadrista Alfonso Caneva, zio del neo- federale. Il suo furgoncino, colpito da un proiettile al radiatore, si blocca in mezzo alla strada. Nell’oscurità si ode un secondo sparo e Alfonso Caneva, colpito al capo, muore all’istante. Immediata la reazione degli squadristi.

 

 

Rimpolpati da nuclei di furibondi camerati vicentini i fascisti repubblicani cingono d’assedio la sera stessa il centro di Marostica. Colpi di fucile in aria, grida concitate e inviti, a "fare presto e subito come a Ferrara!” (dieci antifascisti fucilati alla schiena). Le squadre rastrellano e alcuni giovani antifascisti o presunti tali sono agguantati, picchiati, e messi al muro.

 

 

 

Ma sorgono i primi contrasti

 

 

 

C’è chi si defila. Quelli della Guardia Nazionale Repubblicana obiettano che per ammazzare ci vuole almeno un regolare processo. La confusione è alle stelle. Così recita il giorno dopo il quotidiano “Il Popolo Vicentino” (che sostituisce “Il Giornale di Vicenza” soppresso dopo l’Otto settembre): “... La giusta e pronta rappresaglia, mentre nello stesso tempo si svolgevano le indagini per la scoperta degli assassini ha voluto, oltre che vendicare il caduto, dimostrare che i fascisti repubblicani vicentini sono fermamente decisi ad impedire e a reprimere sanguinosamente qualsiasi iniziativa dei venduti al nemico per turbare la pubblica disciplina minacciando la sicurezza della Patria in armi. La popolazione di Marostica e della zona è stata la prima che ha potuto collaudare, manifestando del resto iI proprio fervido consenso e la propria simpatia, il fulmineo intervento delle squadre d’azione...”.

 

E’ evidentemente, un pessimo biglietto da visita per la nuova “legalità repubblicana” sancita pomposamente dai “18 punti di Verona”. Al numero tre del “Manifesto Programmatico” (della RSI) si legge tra l’altro: “Nessun cittadino, arrestato in flagrante, o fermato per misure preventive, potrà essere trattenuto oltre i sette giorni senza un ordine dell’autorità giudiziaria. Tranne il caso di flagranza, anche per perquisizioni domiciliari occorrerà un ordine dell’autorità giudiziaria...”.

 

 

 

"Siamo tutti repubblicani"

 

 

 

Il nuovo partito vicentino nasce anch’esso all’insegna di molte, troppe, contraddizioni. La cocente umiliazione del 25 luglio (il Colpo di Stato del Maresciallo Badoglio), il progressivo e costante allontanamento di molti camerati, lo choc dell’otto settembre, il gran parlare di ideali “sociali”, la diffidenza plebea verso i gerarchi, il confuso ritorno alle remote origini, rosicchiano credibilità e rappresentatività ai superstiti del “Ventennio”. Per farsene un’idea è sufficiente leggere i primi comunicati dei rinati fasci provinciali.

 

 

Il 1° ottobre la Reggenza provvisoria del Fascio Repubblicano di Bassano fa affiggere un manifesto del seguente tenore: “Cittadini, affinchè non sia stato vano il sacrificio di coloro che sono morti perchè la Patria non morisse, sorge in circostanze oltremodo gravi, sotto una purissima luce di fede, il Partito Fascista Repubblicano. Mutilati e combattenti hanno già data la loro incondizionata adesione; uniamoci a loro per ricostruire quella che gli italiani indegni hanno prostrata e umiliata: la Patria. Viva l’Italia, viva il Duce!”.

 

 

Di parere del tutto diverso, per lo meno nei modi più “politico” e più conciliante “il manifesto del Fascio di Schio. Motivo conduttore: la concordia nazionale. Segno che non tutti la pensavano alla maniera di Alessandro Pavolini (il duro del Partito) e che la “purissima fede” qua e là aveva delle smagliature.

 

 

“Sotto il tormento della più dura procella che da secoli si sia abbattuta sulla nostra Patria, vi invitiamo tutti ad una fraterna unione per dividere assieme ed assieme lenire i dolori di queste tragiche ore. Nessuna vendetta contro nessuno, nessuna acrimonia tra figli dello stesso suolo Dobbiamo stringerci tutti in una grande affettuosa famiglia, amarci con nobiltà e profondità di intenti.

Ogni casa ha il suo lutto. Ad ogni desco manca un figlio. Noi dobbiamo sopravvivere per quelli che sono morti e per quelli che attendiamo ansiosamente. Dimenticate ogni ombra del passato. Perdonate per i nostri bambini che nulla sanno, per la loro felicità avvenire.

 

Ogni famiglia deve essere tranquilla; in ogni casa deve regnare la serenità. Vi invitiamo alla disciplina, al lavoro, al rispetto delle truppe tedesche. Anche ogni soldato tedesco ha la mamma che lo attende. Quando un giorno sul placato continente europeo, brillerà la stella della pace, non avremo a dolerci di aver amato il nostro prossimo vicino e lontano: non avremo a dolerci di aver compiuto il nostro dovere di soldati e di cittadini”.

 

 

Il tasto dell’unità di popolo “al di sopra delle parti” viene ripreso da molti altri oratori e articolisti. Nino Ventra deII’ Opera Nazionale Balilla di Vicenza, giunge ad invitare i giovani ad arruolarsi nella Milizia “a qualunque tendenza politica apparteniate". E’ solo fumo e presto le ambiguità dettate dallo sconcerto per la situazione caotica e dalla confusione delle idee e delle strategie lasceranno il posto alle feroci “intemperanze” dei “duri”, gli unici del resto in grado di combattere una guerra civile.

 

 

 

Una ricostituzione forzosa

 

 

 

E che sia una “guerra civile strisciante” i fascisti repubblicani lo avvertono fin dai primi giorni di ottobre. Il comandante la 42ma Legione Berica della già disciolta Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (M.V.S.N.), Galesio Nichesola, ordina la mobilitazione.

 

 

I renitenti saranno deferiti ai Tribunali militari di guerra. In città e in provincia è tutto un susseguirsi di ordini, bollettini, annunci con la maiuscola, ecc..Le fabbriche di alimentari devono considerarsi sequestrate (ma qui i fascisti barano perchè ci sono già i tedeschi che arraffano tutto il possibile della produzione nazionale), i fasci provinciali squillano la tromba della propria ricostituzione; giovani italiane e balilla devono dare il buon esempio. E’ un groviglio di iniziative frettolose buone a dare l’impressione all’opinione pubblica che il paese “è in piedi” proprio come nelle immagini dei manifesti di Boccasile.

 

 

Ma le difficoltà emergono tra il ciarpame della retorica. Il nuovo fascismo di Salò perde infatti per strada centinaia di ex squadristi, federali in pompa magna, camerati “fascia littorio e marcia su Roma”. Nei centri più grossi, a Schio, Thiene, Valdagno, il Partito Fascista Repubblicano si costituisce con molte difficoltà in ottobre, ma nei paesi l’attesa è più lunga. In ogni caso ai reggenti, per un po’, finché le cose non si chiariscono, si preferisce il “quadrumvirato”, formula diplomatica che nasconde le incertezze dei nuovi camerati repubblicani. A Valdagno la prima assemblea del P.F.R. si tiene il 24 ottobre, a Thiene il 26 il Fascio ritorna nella sua vecchia sede, a San Nazario si riapre lo stesso giorno.

 

 

Ad Arzignano il Podestà non c’è più e subentra il 30 ottobre il Dott. Ottorino Caniato nelle vesti di commissario prefettizio. Lonigo, a fine mese, ottiene finalmente il suo Fascio retto da un triunvirato (Griffani, Panato, Soso). Albettone riapre il 2 novembre con un “triunvirato provvisorio”. Il 4 novembre a Valdagno si "elegge” il segretario politico nella persona di Andrighetto, vice segretario Urbani, direttorio: Emilio Carlotto Agosti Agostino, Ugo Cazzola, avv. Vito Limoli, rag. Emilio Tomasi. Nove raggiunge traguardo il 6, Camisano il 9 con Silvio Toniolo come "ras". Thiene il 24 novembre, dopo lunga discussione, elegge una pentarchia: reggente Oreste Domerillo; pentarchi: Marco Umanizzi, Vincenzo Monti, Carlo Scalco, Arrigo Tomasi; tutti personaggi “targati” del "mondo della produzione”. Nessun politico di provata esperienza.

 

 

Anche a Bassano, il 30 novembre, appare una pentarchia. Commissario (in attesa che esca il reggente) Amerigo Lulli; pentarchi: Dott. Millo Dall’Oglio, Eduardo Orio, Raffaele Rach, Bruno Bonato, Franco Sandrini. Nei paesi della pedemontana occorre attendere di più. A Roana il Fascio si affaccia timido solo il dicembre 1943.

 

 

A Marostica, che ha goduto il primo intervento delle rinate ''squadre d’azione”, il partito mostra il suo volto pubblico solo nel gennaio 1944.

 

 

Ad Asiago, Altissimo, Arcugnano, Arsiero e in molti altri centri della provincia i reggenti assumono la carica solo verso la metà di gennaio. La mobilità sarà però altissima e la Federazione di Vicenza avrà il suo bel daffare per rimpiazzare caduti e dimissionari.

 

 

 

La mobilità dei reggenti

 

 

 

Le grane più grosse comunque il fascismo repubblicano vicentino e il suo Federale devono fronteggiarle in provincia. Qui la resistenza clandestina, fin dal mese di settembre, fa sentire la sua voce ed il peso delle sue prime formazioni armate. Alcune uccisioni per di più (il fascista Edoardo Pavin cade in un agguato il 18 dicembre 1943 a Vicenza) gettano lo scompiglio tra i reggenti dei Fasci.

 

 

E la “mobilità” interna al P.F.R. aumenta considerevolmente. A Valstagna, località ove viene ucciso il 25 dicembre il ten. col. dei bersaglieri Antonio Faggion, il reggente, Luigi Allegri, dura esattamente sette giorni, dal 20 al 28 gennaio 1944. Ad Agugliaro Aurelio Zenari si fa più onore: dal 15 dicembre 1943 al 19 gennaio 1944! Un record. A Noventa Assuero Fontana, giubilato il 16 gennaio viene sostituito da Mario Fortunato il 25 febbraio 1944. E continuiamo pure con Alonte: Romano Rigotto “sale” il 19 gennaio, scende il 25 febbraio. A Sarego Guido Bisognin inizia il 20 gennaio e molla il 14 marzo a Guglielmo Ricci. A Bressanvido c’è invece fretta. Bortolo Barella (dal 15 al 28 gennaio 1944) colleziona solo due settimane.

 

 

Si va meglio a Piovene Rocchette con Alfredo Menegardi (19-1- 44; 24-2-44) che si fa sostituire da Giovanni Alcaro. Posina viene retta per quindici giorni (dal 20 gennaio al 6 febbraio 1944) da Guerrino Cecchellero che passa il testimone a Settimo Zambon; a Chiuppano (Francesco Faccin) e a Marano Vicentino (Rino Gaspare Rosin) si è nella media delle due settimane. Ad Asiago si dimostra più coriaceo Adriano Rodighiero che colleziona due mesi esatti.

 

 

A Rotzo va malissimo. Matteo Cerato permane 35 giorni. Molte altre località hanno la stessa storia e sarebbe ripetitivo enumerarle tutte. Anche la ripartizione della provincia cambia con la Repubblica. Nel Ventennio il fascismo vicentino era ripartito in 18 zone a cui era assegnato un ispettore di zona. Ora le zone vengono ridotte a 12, ciascuna con II suo ispettore. Ed è inutile dire che fra i nomi dei nuovi ispettori non ce n’è uno che indichi una qualche parvenza di continuità.

 

 

 

Caratterologia fascista

 

 

 

E’ l’ora di serrare i “ranghi”. Giovanni Caneva, il Federale, deve sostituire, oltre ai tiepidi di cui non ci si può fidare, anche gli “assenti arbitrari”. Lo stesso settore amministrativo va rivisto. Al posto del camerata Negrello “che non ha più voluto rientrare nei ranghi” va Zordan, fascista repubblicano fresco al cento per cento.

 

 

Del direttorio uscente non si presenta nessuno, neanche Adolfo Leali se la sente. Entra invece una figura secondaria, un certo La Lampa a cui, data la situazione, viene affidato l’Ufficio “I” (investigativo) di Palazzo Littorio.

 

 

Per il prof. Edoardo Fanton, già membro di spicco della Federazione vicentina si devono sudare le classiche sette camicie per farlo iscrivere. Lui, per parte sua si rivolge all’amico prof. Trivellato per consigliarsi se gli conviene o no l’iscrizione al Fascio Repubblicano. Trivellato gli dice di starsene lontano, ma poi Fanton per paura di rappresaglie (era un anziano ex squadrista della prima ora) fa di testa sua e si iscrive. Viene addirittura promosso a Preside della Provincia, una carica che non aveva voluto.

 

 

E Fanton si “vendica” tollerando i suoi impiegati quando parlano male dei fascisti, fa finta di non sentire, sopporta addirittura che il giorno del giuramento alla Repubblica Sociale non si firmino neppure i registri (le schede personali resteranno in archivio fino a quando la Prefettura non invierà una richiesta scritta).

 

 

Caneva sostituisce pure il Provveditore agli Studi e promuove un suo uomo di fiducia, l’insegnante di Chiampo Ruggero Mazzocco. Ma la promozione rischia di essere subito azzerata da una mossa intempestiva del Ministero della Cultura con sede a Padova. A Vicenza infatti arriva di corsa un tal prof. Portovenere con in tasca la nomina.

 

 

Trova, invece del posto vuoto, il delfino di Caneva, il Mazzocco Ruggero: scontro verbale durissimo e indignazione del Portovenere. Il quale, passata l’ira, decide di intervenire direttamente su Caneva (e anche sul Prefetto Neos Dinale) per sbloccare la situazione e allontanare l’usurpatore. Però non c’è niente da fare, il Caneva si sente forte e sfida il Ministero. “Per Vicenza io voglio un fascista repubblicano, iscritto al partito, lei lo è?”. La domanda lascia sbigottito il Portovenere poichè a Padova nessuno gli aveva detto che era meglio iscriversi. La sua destinazione, alla fine, sarà Porto Maurizio mentre il Mazzocco si assiede tranquillo.

 

 

Con il consenso, anzi con l’invito del Federale si darà impulso immediatamente ad un giro infernale di denunce contro i maestri e gli insegnanti antifascisti, mentre i più esaltati tra i dirigenti del provveditorato, come Scipio Fabbri, continuano ad arare le menti dei giovani aiutandosi con la “mistica fascista” (arriveranno a proporre la costituzione di battaglioni di studenti per difendere la città di Vicenza!).

 

 

Segretario particolare del Caneva diventa Giovanni Vingiani il cui incarico, oltre che essere zelante seguace del capo, è di spremere ditte ed Enti per sovvenzionare la campagna (promossa sempre dal Caneva) “Armi alla Patria”.

 

 

In Federazione, nel frattempo, si comincia a prendere in giro il Federale. La sede centrale di Vicenza (Palazzo Littorio) viene ribattezzata da camerati maligni “casa Caneva” poiché oltre ai due fratelli Fausto e Duilio, che partecipano fin dal primo momento alla vita delle squadre d’azione, ci bazzicano, anzi vi abitano, un’altra dozzina di parenti, zie, figli, nipoti.

 

 

Caneva comunque tira diritto e nomina capo dei servizi politici il Dott. Giulio Vescovi (che finirà poi ucciso in qualità di commissario prefettizio di Schio dai partigiani) “figura di combattente, decorato al valore nella guerra d’Africa, ecc...”. Un altro personaggio che si attacca al carro di Giovanni Caneva è il prof. Enrico Moneta, “sfollato politico dell’Italia Centrale” (venne al Nord per evitare di essere ammazzato dagli antifascisti come ebbe a dire in parecchie occasioni). Anche Moneta, ovviamente, è squadrista, marcia su Roma, Sciarpa Littorio, ecc.... E fascista repubblicano soprattutto. Il sodalizio Caneva- Moneta si dimostra subito molto solido all’ apparenza.

 

 

Caneva, di idee “proletarie”, acceso sostenitore di una politica sindacale di “sinistra”, si appoggia molto nella sua azione politica alle “masse” (opportunamente inquadrate). Il Moneta, invece, figura di “intellettuale”, insiste sulla opportunità che a guidare i destini della Federazione dei Fasci Repubblicani di Vicenza siano proprio gli intellettuali. Nominato Presidente dell’istituto di Cultura Fascista, Enrico Moneta batte su questo chiodo ad ogni occasione. Di conseguenza il contrasto è sicuro e alla fine esplode.

 

 

Cosi Caneva resta un po' più solo con un compito rischioso. l'uomo si dimostra a tutti molto contraddittorio. E’ capace di stendere le prime liste di proscrizione (degli antifascisti), organizza presso l’osteria “Impero” una specie di magazzino viveri ed armi per i componenti delle squadre d’azione, preme contemporaneamente sui fasci provinciali con energia perchè alla fine escano dal mazzo i nomi dei famosi “reggenti”, e tenta altresì la carta delle strategie ''alternative” con gli ambienti dell’anti- fascismo militante, cosa, questa, di cui menava gran vanto.

 

 

Convinto o no, è un fatto certamente che durante la gestione Caneva, tra il Federale e un gruppo di militanti comunisti vi sono due clamorosi "incontri (vedere nel prossimo capitolo il servizio sull’argomento ).

 

 

In discussione la politica sociale della Repubblica che cerca (prima con le buone) di recuperare il dissenso che cresce nelle fabbriche. La nascita delle commissioni interne aveva infatti messo in allarme il sindacalismo unico fascista. E ovviamente qual mezzo migliore che non offrire al “nemico” su un piatto d’argento lusinghe e concrete prebende?

 

 

 

Quella stretta di mano

 

 

 

E’ sicuramente curioso il comportamento tenuto dai responsabili fascisti del sindacato unico dei lavoratori dell’industria di Vicenza. Nel momento in cui il nuovo regime cerca di farsi passare quale ultimo baluardo contro la "barbarie demoplutocratica e bolscevica" esponenti di primo piano dello stesso fascismo repubblicano si adoperano per tessere incontri con dirigenti della parte avversa.

 

 

Tutto succede nei primissimi giorni di novembre 1943 poco tempo dopo i clamorosi risultati delle elezioni per le commissioni interne, tenutesi nei famosi 45 giorni dell'epoca "badogliana” (25 luglio-8 settembre 1943). L’interesse politico per il risultato ottenuto dagli “alternativi" sollecita e stuzzica il machiavellismo dei circoli fascisti decisi a recuperare il dissenso nella massa operaia, coscienti che nel settore industriale si gioca una partita gravida di conseguenze anche per l’ordine pubblico.

 

 

Per questi motivi nell’ autunno del 1943 il Federale Giovanni Caneva, per interposta persona, sonda la disponibilità di Antonio Emilio Lievore, Giordano Campagnolo, Gino Cerchio. Tutti e tre sono esponenti del partito comunista clandestino. Il primo , addirittura l’esponente principale anche se ha offerto la carica di segretario provinciale al fuoruscito e reduce dalla prigionia Domenico Marchioro, un nome di spicco nel PCI.

 

 

Marchioro, vecchio comunista ortodosso fiuta subito la possibilità di un aggancio per sfruttare le “contraddizioni del nemico" ed ordina che i tre accettino le proposte dell’avversario e che l’incontro si tenga su un terreno “neutrale".

 

 

Intermediaria dell’incontro che, per i tempi, ha un’importanza clamorosa, la signora Mila Angelini, che abita al Tormeno alla “Villa delle rose”, un’abitazione che vedrà nel periodo della Repubblica Sociale la frequentazione di ministri degli Interni, questori, Prefetti, Federali, esponenti del fascismo repubblicano ed antifascisti, in un susseguirsi frenetico e sconcertante di”salotti politici’’.

 

 

Mila Angelini, per la verità, lancia l’idea (che sarà poi ripresa da Marchioro) e sfida i tre antifascisti (Lievore, Cerchio e Campagnolo) ad avere fegato e ad andare all’incontro con i sindacalisti fascisti e con il Federale Giovanni Caneva. Posta del match: la politica sindacale nelle fabbriche del vicentino.

 

 

La sfida, alla fine, viene accettata e Lievore e compagni vanno al palazzo dei sindacati in Contrà IV novembre a Vicenza. Qui trovano il Federale, l’ing. Bossini dell’Unione Provinciale dei Lavoratori dell’industria e altri testimoni. Il colloquio ha dei momenti burrascosi.

 

 

Lievore così lo racconta: “Caneva sapeva che io avevo contribuito a creare le Commissioni Interne alle Smalterie di Bassano, ci valutava come avversari ma non sapeva altro...ci sfidò..ci provocò..insistette perchè noi accettassimo di girare la provincia per costituire Commissioni Interne. Il Sindacato Fascista sarebbe stato a mia disposizione con macchina, autista, segretaria, stipendio, ecc. Risposi di no, che non se ne parlava nemmeno ed allora Caneva si intestardì, continuò ad offrire, a battere sul tavolo i pugni. Alla fine provocato risposi: “Guardi che io sono comunista e lei, un fascista! La differenza, tutta qua!".

 

 

Fu uno schiaffo che però alla fine fu preso bene. Caneva, dopo avermi fatto le rituali minacce, sconcertato (o ammirato) mi chiese di stringermi la mano e poi disse: “Non ho mai visto una persona più testarda di lei, ma prometto che, di fronte a questi testimoni, non mi avvalerò mai di questa sua dichiarazione per farle del male". E mantenne la parola."

 

 

 

Caneva il populista

 

 

 

Giovanni Caneva alla tematica sociale della Repubblica ci crede. E preme sul pedale della “socializzazione” delle aziende. E’ questa un’operazione confusa, più di facciata che di sostanza, che ha lo scopo non dichiarato di dare una riverniciatura al regime, ma che allarma, invece, l’alleato e padrone tedesco. Caneva comunque ad ogni buon conto ci tenta e gli riesce con la ditta S.A.P.A. di Leonida Bordin di Bassano, fa il paio con la I.V.E.M. di Montecchio Maggiore, continua con le Fornaci Venete, le Tramvie Vicentine, ecc....                                                                                                                                              

 

 

Il Federale gira continuamente, entra nelle mense aziendali, parla a cuore aperto agli operai della Beltrame, della SAREB di Montecchio Maggiore, ma non riesce a riscuotere consensi. Tra la massa operaia la credibilità della Repubblica è pari a zero, mentre gli ambienti industriali, fiutato il pericolo, avviano contatti con gli antifascisti.

 

 

Anche nel campo della pubblica opinione Giovanni Caneva vuole dimostrare che il fascismo repubblicano è un’altra cosa, che parole come onestà e trasparenza sono le caratteristiche del nuovo regime. Ma gli va male. E gli vanno male pure gli attacchi velenosi contro gli ambienti della borghesia cittadina Emblematico caso dell’avvocato Rezzara, ex direttore delle Tramvie Vicentine. Avviata la “socializzazione” dell’Azienda si “scopre” che in casa del Rezzara vi è un vero e proprio arsenale alimentare.

 

 

Prontamente Angelo Berenzi, direttore del “Popolo Vicentino” monta una campagna diffamatoria con un famoso articolo: “la caverna del mago Bakù”, che ha lo scopo di rovinare l’immagine di certa borghesia antifascista e accaparratrice. La cosa riesce però a metà: infatti la requisizione in casa del noto esponente liberale aveva fruttato (come un’informativa del CLN nel dopoguerra confermerà) centinaia di bottiglie di vino pregiato, liquori, damigiane di grappa, formaggi, cioccolato, scatolette, marmellate, conserva, ecc. “per un ingente valore”.

 

 

Il tutto viene “segretamente custodito” nei locali di Palazzo Littorio ma alla fine il blitz si ritorce contro gli ideatori. Il ben di Dio strappato ad un avversario un po’ troppo “individualista” (a meno che non si trattasse di aiuti ai partigiani) nel giro di due mesi si volatilizza. Pian pianino salami, formaggi, liquori, ecc. scompaio, rosicchiati dai topini in camicia nera.

 

 

Non sono però solo gli scandali interni a minare la credibilità del Caneva, uomo, come si è detto, certamente contraddittorio ma anche dotato di una sua solitaria onestà personale. C’è dell’altro. Oltre alla socializzazione, che manda in bestia industriali e tedeschi, Caneva si mette nei guai nientedimeno che con la Direzione Generale del Mistero degli Interni. Individuato un carico di olio commestibile, diretto (uso proprio) ai funzionari della polizia vicentina, lo fa sequestrare.

 

 

Ma la mossa non è gradita e l’azione (molto "popolare”) per poco non gli costa il posto. Suda freddo quando poi gli vengono a dire che il padre è stato arrestato ed è finito in prigione perchè colto in flagranza di reato. Il congiunto trasportava infatti 40 quintali di cuoio nascosti sotto una coltre di finte masserizie adagiate su di un carro. Il fattaccio viene soffocato, ma il Federale accusa il colpo.

 

 

 

Inizia il terrore

 

 

 

Al “fronte interno” e allo squagliamento della “pura fede fascista” il regime risponde a Vicenza con misure draconiane. Dopo le disavventure della squadra d’azione federale qualcuno si era reso conto che bisognava rendere più presentabile il nuovo squadrismo. Ma i cervelloni di contrà San Marco non pensano di meglio che battezzare (come già accennato poc’anzi) il nuovo organismo armato “Compagnia della morte”.

 

 

La squadra debutta, uccide, imprigiona, e rastrella alla solita maniera. In provincia la “Compagnia della morte” incontra subito i favori dei ras locali che si sentono insicuri e premono perchè renitenti e ribelli vengano “tolti di mezzo”.

 

 

In questa situazione, accade nell’aprile 1944 un fatto gravissimo che può essere considerato un vero e proprio test per capire le intenzioni dell’ala dura del fascismo di Salò. A Grancona, sui monti Berici, gli informatori avevano segnalato movimenti sospetti di prigionieri inglesi e di giovani “ribelli”.

 

 

In effetti attorno alla figura di un ex sergente dell’esercito (e comandante di distaccamento partigiano), tal Raffaele Bertesina, si era coagulato un gruppetto di renitenti del posto. I fascisti riescono addirittura a contattare il capo del piccolo gruppo e fissano un appuntamento.

 

 

La sera dell’8 giugno 1944 presso la chiesetta di San Antonio il gruppo si incontra con alcuni civili che dicono di essere “partigiani”. La “controbanda” (fascista), un tentativo riuscito di infiltrazione tra i “ribelli”, attende nella notte i giovani.

 

 

Rapidamente il gruppo viene circondato e la sorte dei renitenti è segnata. Vengono trovati alla mattina del giorno successivo orrendamente straziati, con ferite orribili in tutto il corpo.

 

 

Responsabili dell’eccidio (nel dopoguerra verranno processati per il fatto) i componenti delle squadre d’azione federali (rinate) di Vicenza: Caneva Fausto, Schiesari Adelmo, Girotto Angelo (indicato anche dai camerati come lo “squilibrato” che fece fuoco sui giovani), Boschetti Rodolfo, Paolo Indelicati, Ferdinando Donadello, Antonio Zanin, Bruno Londani, Renato Longoni, Giacinto Caneva, Mario Filippi, Giuseppe Conforto, Corrado Levorato, Walter Rizzato, Mario Chemello, Vittorio Carlotto, Guido Bisognin, Ferruccio Spoladore, Bellizzi Francesco, Caneva Duilio, Giovanni Brogliato, Aldo Alias.

 

 

 

Un Commissario Prefettizio...

 

 

 

Gastone Zaccheria, proveniente da Arezzo, commissario prefettizio di Brendola, nella primavera del 1944 è al suo posto con incarichi un po’ speciali. Difatti si occupa di lavoro di ufficio ma va anche in giro per il comune in cerca di renitenti, sbandati e “ribelli”. In una parola fa la spia. Diventa così il tramite della “Compagnia della morte”. Come si evince dalla documentazione inerente alla sentenza del tribunale di Vicenza del 25 luglio 1946 egli si impegna a fondo in quest’opera “meritoria”. Ferma per la strada i giovani che non conosce, impone l’esibizione dei documenti.

 

 

Agli atti del tribunale e dell’Archivio di Stato di Vicenza (B.15. fasc.18, fondo CLNP) vi sono documenti scritti di suo pugno, fra i quali una sua missiva “riservata”, la n.25 del 21 aprile 1944, con la quale informa le autorità vicentine delle sue prodezze: “Adempio il dovere di informarvi che avuto sentore di un gruppo di ribelli che si aggirava nel territorio di questo comune ne informavo subito il locale comando germanico per l’azione repressiva. Il 12 corrente alle ore 22,30 circa riuscivo a sorprendere insieme ai soldati germanici i ribelli stessi mentre erano di passaggio sulla strada di Contrà Colombara. Ne seguiva uno scontro durante il quale rimanevano uccisi tre ribelli..”.

 

 

Ma questi sporadici successi attorno a Vicenza non bastano per quietare gli animi dei fascisti della Federazione del PFR, sempre in grande subbuglio. E difatti, l’era di Giovanni Caneva si sta ormai esaurendo. I conti fra le fazioni de fascismo repubblicano vicentino sono stati definiti. Caneva, uomo dalla personalità complessa, capitato al comando in un’epoca di barbari schieramenti deve cedere le redini al capo bassanese Innocenzo Passuello.

 

 

 

L'era di Innocenzo Passuello

 

 

 

Innocenzo Passuello sostituisce come Federale Giovanni Caneva nel giugno del 1944. Ma per avere qualche informazione sul profilo del nuovo “Capo” del Fascismo Repubblicano Vicentino occorre ritornare ai tempi in cui era soltanto un responsabile di Fascio, seppure importante come quello di Bassano. Vediamo cosa succede a Passuello a fine aprile, inizio di maggio del 1944. Nel Vicentino i “ribelli” sono all’offensiva e gli obiettivi fascisti sono presi di mira dai colpi sempre più audaci della resistenza.

 

 

I due documenti che pubblichiamo sono di fonte fascista repubblicana, sono le relazioni della “squadra di azione federale” della città di Bassano, squadra capeggiata per l’appunto dall’ing. Innocenzo Passuello. Con la militarizzazione del partito e la costituzione delle Brigate Nere, queste squadre, a partire dal mese di luglio, verranno inquadrate militarmente sotto un unico comando. Ma nella primavera del 1944, l’organizzazione era ancora carente e i documenti che andiamo ad esaminare lo confermano. Assoluta è la subalternità ai tedeschi, che addirittura contano le munizioni per i “camerati”.

 

 

Ma lasciamo che il Passuello ci illustri la situazione: “24 aprile 1944: Nessuna novità di rilievo durante la mattinata. Alle ore 16,30 il Commissario del Fascio parte con la macchina per Schio. Alle ore 19 viene disposta la mobilitazione di tutti i fascisti - vedi in una cartella del giorno, foglio di presenza dei fascisti aeronautici. Si prende contatto con il comando dell’Aeronautica per ottenere armi e munizioni. Alle ore 20,30 giunge telefonata da Schio segnalante situazione tesa in quella località e dintorni, richieste notizie del Commissario non risulta giunto a destinazione, alle ore 21,15 insiste telefonata segnalante situazione aggravata - richiesta aiuti.

Mentre si dispone controllo telefonico a Vicenza per accertamenti, si provvede per le armi e munizioni necessarie. Alle ore 22 il Commissario telefona richiedendo 20 uomini possibilmente armati. Il comando tedesco non ha ordine di autorizzare l’armamento dei fascisti di Bassano. Requisita la corriera si parte alle ore 22,25. Comanda la spedizione il Capo gruppo Miccolis coadiuvato dal tenente Caciagli e dal Maresciallo Motta; partecipano i sottonotati fascisti: Miccolis Ubaldo, Caciagli Sergio, Motta Giovanni, Liberti Edmondo, Brongo Francesco, Bresciani Ferruccio, Cirioni Cesare, Antonelli Noris, Bracci oliviero, Palermo Pasquale, Lupi Sauro, Baldieri lorenzo, VeriIlo Domenico, Di Giulio Giuseppe, Di Giulio Fernando, Andreuzzi Renato, Viviani Silvio, Perelli Eupsiche, Di Vincenzo Alessandro, Arfi Stefano, Bartolomei Fernando, Galbani Renato, Basile Mario”.                                                              

 

 

 

 

Operazioni di routine

 

 

 

“Durante il percorso di andata nessun incidente, si procede con disciplina e attenzione e spirito pronto a tutto. Sull’imperiale della vettura prendono posto il ten. Caciagli con il mitra ed i fascisti Cirioni ed Antonelli armati di moschetto in vedetta. Vengono osservati nel tratto tra Thiene e Marano a distanza sulle alture prima un razzo verde, lanciato con pistola Verrj, poi segnalazioni luminose ad intermittenza in tre punti. A Thiene si prende contatto con la G.N.R. e vien dato avviso a Schio ed a Bassano del nostro passaggio. Nulla di particolare sino a Schio. Alle ore 0,30 presentata la forza al Commissario nella sede del Fascio di Schio, si procede per S. Vito di Leguzzano, guidati da un fascista del posto.

 

Compito: ricognizione della zona, rintracciare l’autovettura Aprilia inoltratasi con una pattuglia comandata da Lulli. All’ingresso dell’abitato si assume la disposizione prescritta, dopo aver lasciati a guardia dell’autovettura i camerati: Bartolomei, Galbani, Arfi, Palermo. Divisi in due squadre di dieci si percorre il paese per vie diverse, punto di incontro la piazza.

 

A congiunzione effettuata si dispongono 6 uomini allo sbocco delle cinque strade sulla piazza e si procede con altri 15 uomini su verso la fine dell’abitato in direzione Nord. In prossimità della Chiesa si rinviene l’Aprilia con un camerata a guardia e l’autista. Dopo assunte informazioni sulla direzione dell’esplorazione che compie la pattuglia di Lulli, si opera una ricognizione intorno la chiesa ed oltre sino al ponte sul corso d’acqua. Dalle ore 2,30 alle ore 3,15 si rimane sul posto, intanto si rimanda l’autovettura a Schio a comunicare la situazione e richiedere ordini. Dopo 15 minuti ritorna l’autovettura con l’ordine di rientrare per altra destinazione.

 

Si ritorna a Schio e dopo brevissima sosta al Fascio si prosegue per Torrebelvicino. Compito:3 pattuglie in appostamento sulle tre strade che portano al paese e sul pendio del monte Enna. Controllare tutti i passaggi sino alle ore 6. Vengono osservate luci che si spostano lentamente sui monti in direzione di Valli del Pasubio.

Si fa una puntata sino all’Albergo delle Acque. Nulla di nuovo sino all’ora stabilita, vengono controllate e perquisite tutte le persone in transito, si tratta di operai e operaie che vanno in fabbrica a lavorare. Alle 6 si rientra a Schio e dopo una brevissima sosta al Fascio si prosegue per Bassano. Tutto in ordine, uomini, armi, munizioni e il mezzo; alle ore 8,15 cessa il servizio. Durante la notte hanno prestato servizio al Fascio, Guidi, Nota, Carnazza. Il Capogruppo Miccolis Ubaldo (firma); Il Commissario Passuello (firma)”.

 

 

 

Rischiosa è la notte!

 

 

 

Il 1 maggio 1944: “Alle ore 19,30 circa il Commissario Passuello ordina una spedizione con la collaborazione di soldati germanici ad Enego, essendo pervenuta una segnalazione telefonica da quel paese che in quella notte temevano una scorribanda di ribelli. Si dispone la requisizione di un torpedone della ditta S.A.V.A., alle ore 21 sono pronti 50 uomini, tra i quali 30 fascisti e 20 soldati germanici. Si parte alle ore 22,15. Comanda la spedizione il Commissario Passuello, comanda il drappello tedesco un Feldwebel. Prendono posto sulla vettura i seguenti fascisti: Passuello, Zilio, Miccolis, Giannone, Bresciani, Dazza, Di Mauro, Furlanetto, Toniolo, Bertizzolo, Vittorelli, Cirioni, De Pisa, Bracci, Di Vincenzo, Andreuzzi, Conte, Motta, Vazio, Perocco, Arfi, Rach, Perelli, Orio, Negrin, Liberti, Lupi, Baccin, Basile.

 

Durante il percorso d’andata nessun rilievo da segnalare, salvo numerose segnalazioni luminose ad intermittenza verso i monti. Arrivati sul posto il Commissario Passuello stabilisce 10 pattuglie di 5 uomini ciascuna tra soldati germanici e fascisti. Compito di ciascuna pattuglia il seguente: controllare tutte le persone che escono dal paese per tutte le strade che conducono fuori di Enego.

 

Mentre la pattuglia del camerata Cirioni si dirigeva sul posto da sorvegliare si sono visti due uomini confabulare fra di loro ed alla vista della pattuglia darsi alla fuga; intimato l’alt senza aver nessun esito un soldato tedesco sparò su di loro ferendone lievemente uno ad una gamba. L’altro visto il compagno ferito si fermò immediatamente.

 

Riconosciutane la loro identità si accertò trattarsi di due giovani che noncuranti dell’ora ormai sorpassata del coprifuoco si intrattenevano a discutere fra loro, e intimoriti se l’erano data a gambe all’intimazione dell’alt, senza comprendere il grave pericolo a cui si esponevano con la fuga.

 

Nella parte centrale del paese si procede alla perquisizione di case di renitenti, cominciando dall’albergo Alpi, dove si perquisisce lo stabile da capo a fondo, si provvede ad identificare tutti i presenti, in gran parte sfollati, accertando anche le registrazioni prescritte nell’apposito libro giornale. Si preleva il padrone e si passa in consegna ai Carabinieri perchè ha un figlio renitente.

 

Analogamente si procede per altri tre casi del genere. I camerati Miccolis e Giannone procedono all’interrogatorio del sacrestano del paese, di sentimenti nazionali, per accertare se è vero che il Parroco abbia raccomandato durante la prima Messa del mattino, alla popolazione di mantenersi calma nel caso che nella notte fossero entrati in paese i ribelli.

 

Risultato invece che il Parroco aveva dato lettura di uno stampato ricevuto dal Comune, relativo alle sanzioni previste per i complici e i favoreggiatori dei ribelli, giusto il seguente decreto del Governo Repubblicano. Dopo circa un’ora e mezza, senza alcunché di rilevante, si ordina alle pattuglie di rientrare al posto di adunata, la piazza principale di Enego. Tutti presenti, si risale in vettura, nella quale prende anche posto una signorina, insegnante ad Enego, che si reca a Ferrara.

 

Alle 3 del mattino si rientra in Bassano ed a tale ora finisce il servizio.

 

Il Capogruppo Miccolis (firma), il Commissario del P.F.R.”

 

 

 

Passuello al comando

 

 

 

Appena arriva al soglio fascista l’ingegnere di Lusiana scatena la “guerra civile”. Le Brigate Nere d’ora in poi diventeranno formazioni militari atte a condurre una vera “guerra di guerriglia”. Per lo meno così la pensa il Passuello. La realtà però è più grama e triste.

 

 

Basti guardare alla “brigatina nera” di Altavilla, distaccamento che, neanche un mese dopo la sua costituzione conta già un morto: nientedimeno che il capo del gruppo, lo sfortunato “Reggente” Romano Rigotto, ucciso in uno scontro a fuoco con ribelli dei gruppi “guastatori” comandati dal capitano Nino Bressan.

 

 

Il Commissario Prefettizio Arsenio Celsan narra di “civili armati che si spostavano nottetempo verso Altavilla..” Erano per l’appunto i “guastatori” che preparavano un’azione ai binari della ferrovia oppure stavano trasportando dell’esplosivo.

 

 

Immediata la reazione fascista: grande mobilitazione ma poi non se ne fa nulla: in paese resta il gruppetto della Brigata Nera che con il passare del tempo si demoralizza sempre di più. Alcuni vanno a finire poi (comandati) nella Seconda Brigata Nera Mobile (che fa sul serio) dislocata ad Asiago, ma non vedono l’ora di tornare già in pianura e soprattutto a casa, ad Altavilla: lo dice a chiare lettere lo stesso Alcide Celsan che subentra come “capo” del Fascismo Altavillese.

 

 

 

I duri e i meno duri

 

 

 

Quanti erano i brigatisti neri di Altavilla? Per saperlo è sufficiente scorrere le righe di un documento scritto dal reggente Alcide Celsan. Nell’elenco troviamo varie categorie di personaggi: ci sono i “non mobilitati”, che sono otto, poi ci sono i duri, di cui uno mutilato agli arti inferiori, un altro mutilato alla mano sinistra mentre il terzo è mutilato al braccio destro. Al dodicesimo posto della classifica ce n’è uno che lavora alla TODT e che risponderebbe alla “chiamata” qualora ce ne fosse veramente bisogno (garantisce il Reggente). Il tredicesimo invece neanche su invito risponderebbe alla “chiamata”. Gli altri si sono imboscati, chi al Comando tedesco fortificazioni (“se invitato non risponderebbe”), un altro viene così illustrato da un indignato Alcide Celsan: “Invitato non risponderebbe. Allude come gli altri precedenti a vari motivi ingiustificati. Esibisce denaro onde evitare il richiamo. Dichiara di essersi iscritto perchè invitato dal deceduto reggente per promessa di vantaggi senza condizione di arruolamenti od obblighi militari”. E questi dovrebbero essere i militi della Brigata nera, distaccamento di Altavilla?

 

 

 

La situazione è diversa in altri luoghi

 

 

 

A Schio e Vicenza, a Thiene ed in altri centri, soprattutto a Valdagno, la situazione è però decisamente diversa. A Vicenza le cose sono nell’ordine della “normalità”: la tortura viene sì praticata nella Casa del Fascio, ma chi eccelle è la Guardia nazionale Repubblicana e la “banda Carità” che esamineremo più avanti.

 

 

A Schio i gruppi delle Brigate Nere sono pericolosi, poiché rimpinguati da emiliani e romagnoli, a Valdagno tal ragionier Emilio Tomasi diventa capitano della “IV Compagnia A.Turcato”, che si macchierà dei più nefandi delitti nella Valle dell’Agno. Sull’Altopiano infine i distaccamenti della XXII Brigata Nera sarebbero composti da derelitti se non fossero integrati da giovani della 2A Brigata Nera Mobile con Comando Generale a Padova e Comando territoriale a Schio. E’ con questi distaccamenti, con alcune centinaia di uomini che l’ingegner Passuello, un fanatico ed un sanguinario, si trova a combattere la guerra civile contro i partigiani. La XXII darà il “meglio” di sè proprio durante il rastrellamento del Grappa, quando i suoi quadri daranno la caccia ai renitenti ed impiccheranno ai balconi dei municipi decine di giovani.

 

 

 

La Brigata Nera si macchia di sangue

 

 

 

Nel corso dell’estate gli scontri con i “ribelli” sono intensi. Sull’Altopiano la XXII “A.Faggion” deve intervenire spesso, con l’ausilio della G.N.R. In Valle del Chiampo si attende l’autunno per dare il colpo di grazia a Marozin, con la sua “Pasubio”, a Vicenza, Schio e Thiene si assolve ai “compiti di istituto” che vogliono dire: spionaggio, tortura, persecuzione degli antifascisti.

 

 

Il 15 luglio, fresco di nomina, il Passuello si permette di scrivere al Vescovo Zinato sperando di ricevere una “investitura” per lo meno simbolica. Ma il presule vicentino non fa errori e risponde con un cortese ma fermo “no”. Ed aggiunge: “Sono note le mie lettere al clero ed al popolo, i miei discorsi tenuti in circostanze dolorose per la nostra città..Come uno dei primi atti dell’opera di distensione oso chiedervi che venga posto termine a quell’atteggiamento ostile al clero, che anche in questi giorni si è manifestato con l’opera di agenti provocatori, e con altri atti che mettono in serio dubbio la sicurezza della vita di altri sacerdoti”.

 

 

Ce n’è e ce ne avanza per capire all’istante che la Chiesa ha preso un’altra strada. Ed infatti Passuello, e l’organo del P.F.R. “Avanguardia”, diventeranno sempre più anticlericali, sempre più bramosi dello scontro armato risolutore con i “ribelli”.

 

 

Nella vita quotidiana il Passuello dà fondo alla sua cattiveria politica combinandone una dietro l’altra: il 30 agosto invia una lettera al Dirigente dell’Ufficio Unico di Collocamento, Bertoldi, segnalando un certo Micciarelli Aquilino perchè fosse preso, impacchettato e spedito ai lavori forzati in Germania. Il che equivale a una condanna a morte.

 

 

Anche un ex fascista, che ora fa il “tiepido”, viene segnalato dal Passuello e spedito nei campi tedeschi. Un tenente della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale che non vuole iscriversi alla G.N.R. nè prendere la tessera del Partito viene spedito pure lui nei lager, per non parlare delle segnalazioni del Federale per qualsiasi fermato dalla G.N.R. che non avesse documenti in regola.

 

 

Passuello, assieme a Ottorino Caniato, capo dei fascisti di Arzignano, a Tomasi di Valdagno ed al capitano Giambattista Polga della Polizia Ausiliaria, forma un gruppo di “duri” che allontanerà ancora di più i cittadini dai brandelli del Regime.

 

 

A Vicenza e negli altri centri della provincia sotto la gestione del Passuello il P.F.R. diviene il partito delle scorribande e non certo dell’ordine. Verso la fine del mese di settembre 1944 il Federale Passuello chiama a ricoprire la carica di Vice uno sfollato politico dalle Marche, tale dott. Raimondo Radicioni che si era sistemato in un primo tempo a Schio.

 

 

Raccomandato dalla stessa Direzione Nazionale del Partito, al Radicioni viene affidata l’assistenza ed in tale occasione, anche a detta degli oppositori, si fa notare per senso di rettitudine. “Raffrontato con il Passuello - scrive un aderente del Cln nel dopoguerra - era come vedere una iena vicino ad un agnello”.

 

 

A questo punto il Governo Fascista di Salò nell’ottobre 1944 sostituisce ed allontana da Vicenza il Passuello, macchiatosi di troppe infamie. Con lui vengono allontanati dalle cariche di partito “tutte le più bieche figure che godevano della sua benevolenza...’’(Arch. di Stato di Vicenza, Busta 17 Cartella Informazioni). E cioè gli estremisti: dott. Ubaldo Miccolis, eminenza grigia della Brigata Nera, Di Vincenzo, Arfi, Rodolfo Boschetti, Paolo Indelicati (della guardia del corpo di Passuello), il tenente Enea Francesco ed il tenente Cacciavillani, assieme a Perelli, Bracci, Brongo ed altri ancora che avevano commesso omicidi, rapine, angherie.

 

 

Dopo il repulisti Raimondo Radicioni viene nominato Federale. Come Vicecomandante della Brigata Nera è incaricato il Tenente Colonnello Basso Jacopo Ugo di Pojana Maggiore, Capo di Stato Maggiore, sempre della “XXIIA A. Faggion”, il Radicioni fa nominare il prof. Caniato Ottorino di Arzignano. Capo dei Servizi Politici e capo del personale furoreggia l’ex capitano dei CC.RR. Ercole Labate, a capo dei servizi economici viene confermato Roberti Roberto, mentre per la delicatissima branca delle Informazioni e delle investigazioni (si legga spionaggio e tortura) viene indicato l’avvocato Giovanni Pianezzola di Marostica. Capo dei servizi amministrativi il ragionier Zordan Francesco.

 

 

Intanto nella Federazione si scatena il caos: c’è chi tra i facinorosi rimpiange il Passuello, l’uomo della guerra civile e della rappresaglia costi quello che costi. Da un’altra parte c’è la frangia dei “moderati”, più sensibili ai richiami del Prefetto, rappresentante dello Stato, dell’ambiguo questore Cesare Linari, ed in fin dei conti anche dei tedeschi, che non se ne fanno nulla di scherani sanguinari e ottusi.

 

 

Ormai le trattative segrete tra le SS, il Comando della Wermacht dell’Italia del Nord e gli Anglo-americani sono già avviate. Cosa se ne possono fare di questi disperati in camicia nera i tedeschi, soprattutto se continuano a sfidare la pazienza della popolazione? Ed ecco che il Radicioni sembra impersonificare una linea più “morbida”, anche se questo non vuol dire che il Radicioni stesso non abbia firmato delle condanne a morte di giovani partigiani.

 

 

A Vicenza, negli ambienti fascisti, il nuovo Federale viene chiamato ad un certo punto il “seminarista” per il suo supposto animo mite e perchè “era sempre proclive al perdono”. Ma se Radicioni è la “pecorella” il lupo è il prof. Ottorino Caniato che porta avanti il lavoro iniziato con tanta “passione” dall’ing. Innocenzo Passuello.

 

 

La Brigata Nera, la XXII “A. Faggion”, che si guadagnerà la stima e l’elogio del Duce per la strage di partigiani compiuta a Bassano del Grappa, è retta in pratica dal Caniato e da Ugo Basso che di Radicioni ne fanno uno zimbello.

 

 

Nelle assemblee del Fascio si arriva perfino a contestare al Federale di non andare tra i suoi “soldati”, di mancare agli appuntamenti più importanti (rastrellamenti).

 

 

E’ interessante notare il comportamento del Radicioni: a Schio due fascisti vengono prelevati dai partigiani. La Brigata Nera minaccia la fucilazione di 10 ostaggi, ma Radicioni riesce a far rientrare la decisione. In un’altra occasione vieta ai tre fratelli Boschetti di assistere e prati-care torture nei locali della Federazione. I fratelli Caneva allora osteggiano ancor di più il Federale e ne nasce quasi una spaccatura nel partito, che viene ricomposta dando una minima soddisfazione agli oltranzisti con la nomina a vice Federale del direttore del “Popolo Vicentino” Angelo Berenzi.

 

 

 

Le "ombre" di Radicioni

 

 

 

Naturalmente il Radicioni è un fascista, repubblicano per giunta, con un passato di militare e anche di truffatore e di imbroglione durante l’intermezzo civile negli anni trenta. Un uomo pasticcione ma non certo dal cuore duro. Deve però interpretare una parte e anche lui si macchia le mani di sangue: suo è l’ordine di passare per le armi quattro renitenti arrestati ed imprigionati a Padova e trasportati a Priabona il giorno dopo l’uccisione del capitano Polga. Accusato dell’uccisione del patriota Urbani Luciano (fucilato in Piana di Valdagno il 26 dicembre del 1944) avrebbe sulla coscienza altre fucilazioni.

 

 

Ma il condizionale è d’obbligo poiché il personaggio è contraddittorio, legalitario a Vicenza evidentemente truce in mezzo ai “camerati” in provincia. Sull’episodio di Priabona, si può affermare che responsabile dell’ordine d fucilazione dei quattro giovani è il Prefetto, ma in un documento trovato poi a Vicenza in una caserma di polizia compare anche la firma del Radicioni che segnala due patrioti per la fucilazione.

 

 

Altro grave delitto di cui è indubbia la paternità è quello, come già accennato di Urbani Luciano. La cosa viene decisa nella Casa del Fascio di Valdagno, presente Radicioni e il capitano Tomasi, e il Federale, interpellato sul da farsi, chiede se il giovane fosse stato trovato armato. Avuta la risposta affermativa Radicioni sentenzia: “Ma non sapete che dovete fucilarlo?” (Sentenza Corte di Assise Straordinaria di Vicenza dell'8 agosto 1945).

 

 

 

Un autunno cupo e micidiale

 

 

 

Ottobre 1944.I partigiani escono stremati da un’estate di combattimenti, un’estate che ha visto alcuni loro importanti suc­cessi ma anche la disgregazione di interi reparti, l’infiltrazione di spie, l’arresto di molti esponenti del CLN, un fatto questo che scompagina la componente politica della resistenza vicentina. In questo qua­dro l’uccisione del capitano Polga rappre­senta una inversione di tendenza: dopo lo scacco sul Grappa, dopo la dissoluzio­ne del gruppo di comando vicentino, il simbolo della lotta antipartigiana, il più duro ed efficente dei poliziotti fascisti cade sotto il piombo di una pattuglia nei pressi di Priabona. Caso o informazione particolareggiata? Per capire qualcosa di più di questo avvenimento che suscita tanto scalpore in città e provincia è necessario accostare alla morte del Polga la vicenda di Giacomo Possamai, un giovane renitente, passato ai partigia­ni e poi preso sotto la “protezione” del Comandante il Battaglione della Polizia Ausiliaria di Vicenza.