Sito Storico e Blog di Giorgio Marenghi - Storia Veneta - Eversione - Opinioni su fatti politici

LUGLIO 1944: PIANI TEDESCHI DI FORTIFICAZIONE IN VAL LEOGRA

 

 

L'agguato al ten. col. Schneider

 

 

di Luca Valente e Paolo Savegnago

 

La Val Leogra nel contesto della Blaue Linie

 

 

 

 

 

A seguito dell’armistizio italiano e della repentina presa di possesso della penisola da parte delle truppe tedesche, il 12 settembre 1943 il feldmaresciallo Kesselring aveva emanato un’ordinanza che decretava l’Italia territorio di guerra. Lo stesso giorno Hitler ordinava l’istituzione di due Zone di Operazioni: Alpenvorland (Prealpi), comprendente le province di Belluno, Trento e Bolzano e Adriatisches Küstenland (Litorale Adriatico), con le province di Udine, Gorizia, Trieste, Pola e Fiume. Le Zone erano state sottoposte all’autorità di due rappresentanti del partito nazionalsocialista, rispettivamente il Gauleiter Franz Hofer e il Gauleiter Friedrich Rainer.

 

 

Queste risoluzioni erano divenute operative malgrado l’Oberkommando della Wehrmacht non avesse ancora chiaro il piano difensivo da adottare per la penisola. Le ipotesi prese in considerazione erano due. Quella elaborata da Rommel (in quel momento a capo dell’Heeresgruppe B nell’Italia settentrionale) prevedeva un veloce abbandono delle regioni meridionali e l’occupazione del territorio settentrionale, che sarebbe stato difeso attraverso la fortificazione dei passi appenninici. Successivamente, a difesa dei confini meridionali del Reich, si sarebbe provveduto alla realizzazione di una "Posizione Prealpina".

 

 

Il piano di Kesselring (a capo dell’Heeresgruppe C nell’Italia meridionale) si presentava assai più articolato ed elastico perché aveva lo scopo, attraverso la realizzazione di una serie di linee difensive scaglionate lungo tutta la penisola, di spezzare continuamente il ritmo dell’avanzata nemica: dilazionare nel tempo l’arretramento avrebbe dato infatti all’occupante il vantaggio di sfruttare il potenziale umano, industriale ed agricolo dell’Italia centrale e settentrionale.

 

 

Il piano del feldmaresciallo Kesselring ebbe la meglio e la durata della campagna d’Italia, con il suo strascico di morte e sofferenze, stanno a dimostrare quanto questa strategia si rivelò pagante per l’occupante tedesco.

 

 

Tuttavia, malgrado la bocciatura del piano elaborato da Rommel, Hitler ritenne corretta la necessità di costruire una linea difensiva prealpina. Lo schema originale di questa posizione era basato sul riutilizzo delle fortificazioni italiane collocate lungo la vecchia frontiera italo-austriaca della 1ª Guerra mondiale, ora divenuta il confine tra le Zone di Operazioni e il territorio della Repubblica Sociale.

 

 

Il sistema prevedeva anche la creazione di ulteriori linee di sbarramento in corrispondenza delle principali direttrici stradali. Rommel aveva affidato l’esplorazione del territorio e i piani di fattibilità all’Erkundung-Stab (un comando di esplorazione appositamente creato) guidato dal colonnello Nobiling. L’esecuzione delle opere e il reperimento di tutti i materiali da costruzione spettava invece all’Organizzazione Todt, che sarebbe stata coadiuvata da ditte edili tedesche e queste, tramite il sistema del subappalto, da imprese italiane con manovalanza locale.

 

 

La Voralpenstellung iniziava da ovest nel punto di confine tra Svizzera, Italia ed Austria, dalla zona dello Stelvio e del Tonale si agganciava alla porzione settentrionale del lago di Garda, attraversava le Alpi Tridentine e raggiungeva Belluno, poi dalle Alpi Giulie giungeva a Gorizia per concludersi a Monfalcone: «Aveva una lunghezza di 400 km, era fortificata contro i carri armati e dava poche possibilità di sviluppo ad un avversario anche superiore» [1].

 

 

Nel territorio vicentino la "Posizione Prealpina" attraversava tutto l’arco montano. Sintetizzando, il percorso si snodava da Campogrosso-Pian delle Fugazze e proseguiva per Posina, Arsiero, il versante meridionale dell’Altopiano di Asiago, Lusiana-Conco, Valstagna, Cismon del Grappa-Primolano. Criteri fondamentali erano lo sfruttamento delle caratteristiche morfologiche del territorio e la realizzazione di fortificazioni scaglionate in profondità. In alcune aree quest’ultima poteva essere anche di diversi chilometri.

 

 

Il settore della Val Leogra dimostra la puntuale applicazione di questi criteri: le posizioni erano distribuite tra Campogrosso-passo Pian delle Fugazze, Sant’Antonio di Valli-Forte Maso, Ponte Verde-passo Xomo. I lavori presero avvio quasi in sordina già nell’aprile del 1944. In questa prima fase venne curata soprattutto la realizzazione di capisaldi e pertanto i cantieri risultavano disseminati sul territorio. La supervisione tedesca era inizialmente assai blanda: a passo Xomo la ditta trentina Benini e Caneppele operava addirittura in assenza di personale specialistico tedesco [2].

 

 

La presenza della Todt in zona andò intensificandosi coerentemente con lo sviluppo della situazione militare del mese di giugno. Lo sbarco alleato in Normandia, la liberazione di Roma e la possibilità che l’esercito alleato giungesse in breve tempo a dilagare nella Pianura Padana rese indispensabile il ridispiegamento della struttura della OT, allo scopo di imprimere una forte accelerazione ai lavori legati alla Posizione Prealpina. Tutto ciò si risolse con la concentrazione tra Veneto e Alpenvorland di unità militari e paramilitari specializzate.

 

 

Cantieri e truppe speciali

 

 

 

La Todt aveva dislocato lungo la linea confinaria compresa tra il monte Altissimo (catena del Baldo) e Posina, quindi in un ampio territorio a cavallo tra le province di Trento e Vicenza, la Oberbauleitung Rovereto VI (Direzione superiore dei lavori "Rovereto VI", il cui Feldpostnummer era 26709).

 

 

Precedentemente tale Oberbauleitung (col nome di Adria Süd VI) era stata impegnata nella realizzazione delle fortificazioni del settore adriatico della Linea Gotica tra Ravenna e Macerata [3]. Non è dunque un caso che il 23 agosto 1944 giungessero a S. Antonio del Pasubio 60 operai polacchi provenienti da quella zona e precisamente da Ancona.

 

 

Qualche giorno dopo, il 31 agosto, il locale asilo fu occupato dai relativi uffici della Todt che dettero avvio alla precettazione di centinaia di civili, inviando cartoline di chiamata ad ogni casa della vallata [4]. Tutti i cantieri della Val Leogra, ad ogni modo, erano coordinati dalla Bauleitung Pasubio (Direzioni dei lavori "Pasubio"), il cui Baubüro (Ufficio lavori), retto dal Bauleiter Gammel, si trovava in località Streva [5]; l’aumento della mole di lavoro richiese successivamente l’apertura di un ufficio staccato anche a passo Xomo.

 

 

Fra le ditte e le imprese edili tedesche e italiane che avevano in gestione i cantieri della Val Leogra si segnalano, oltre alla Fritz Schlie di Norimberga genericamente operante sul territorio, la T. & S. Scotoni di Trento per i lavori di Pian delle Fugazze, la Franz Rudolf & C., la Gottardi e la Leoni di Rovereto per quelli di Campogrosso, la Polensky & Zöllner di Monaco di Baviera per quelli di S. Antonio e dintorni (come Forte Maso e ancora Pian delle Fugazze) e la già nominata impresa di costruzioni Benini e Caneppele di Trento per quelli di passo Xomo.

 

 

Anche l’area del Tretto rientrava nella giurisdizione della Bauleitung Pasubio. I cantieri sul monte Novegno erano diretti ancora dalla Benini e Caneppele di Trento e dalla ditta Sager & Wörner di Monaco di Baviera, quelli in località Brazome dall’impresa edile Francesco Santacatterina di Schio (altra impresa scledense coinvolta era quella di Vittorio Federle); al Cerbaro si trovavano depositi ed un ufficio di smistamento.

 

 

Molto ingente era inoltre la presenza di unità del genio militare che dovevano pianificare e poi collaborare con le maestranze della OT. Ad esempio ad Ala, in Trentino, si erano stabiliti nell’estate del 1944 almeno tre gruppi del genio da fortezza. Si trattava del Gruppo settore III del Festungs-Pionierstab 16 (Comando del genio da fortezza 16; altri comandi di questa formazione erano presso Riva del Garda, Belluno e Trento, tutte località interessate dal tracciato della Voralpenstellung), dello Höherer-Pionier-Führer 36 - Festungs-Pionier-Abteilung (Capo superiore del genio 36, Battaglione del genio da fortezza) e del Pionier-Regimentstab z.b.V. 112 (Bautruppen - truppe del genio costruzioni - zur besonderen Verwendung - per impieghi speciali).

 

 

Va anche citata la presenza tra montagne e venete e trentino dell’SS-Wehrgeologen-Bataillon 500, reparto "geologico" altamente specializzato, di cui almeno una compagnia, la seconda, era dislocata nel Vicentino dall’autunno del 1944 e precisamente a Valli del Pasubio (con un plotone distaccato a S. Ulderico di Tretto, responsabile tra l’altro dell’eccidio di contrada Laita) [6].

 

 

Le citate formazioni militari svolgevano attività di perlustrazione del territorio per valutare la collocazione più idonea delle postazioni attive (piazzole per artiglieria, postazioni per armi automatiche e mortai) e passive (sbarramenti e fossati anticarro, rifugi per il personale, riservette, etc.) di cui poi curavano la stesura dei piani esecutivi.

 

 

Nutrita, comunque, era anche l’attività di altri reparti che, pur non direttamente coinvolti nei lavori di fortificazione, svolgevano un’indispensabile funzione di polizia e protezione dei cantieri, come unità del 1° Battaglione dell’SS-Polizei-Regiment "Schlanders" (area del monte Pasubio, primi mesi del 1945) e ancora del Corpo di Sicurezza Trentino: in settembre l’8ª Compagnia del 2° Battaglione posizionò piccoli presidi al passo del Pian delle Fugazze, all’albergo Dolomiti, a Campogrosso, a Ponte Verde, sul monte Novegno, a S. Caterina di Tretto e in contrada Pornaro, e nel gennaio successivo fu rimpiazzata dalla 6ª Compagnia, sempre del CST, stabilitasi alla Colonia Marzotto ma frazionata tra Camposilvano, Campogrosso, Ponte Verde, passo Xomo, S. Antonio, Brazzavalle (dove c’era un deposito di munizioni) e monte Novegno [7].

 

 

Un agguato mortale

 

 

 

La presenza così ingente di unità specialistiche dell’esercito, delle SS, dell’Organizzazione Todt e di truppe con funzione di presidio e repressione indica, ad ogni modo, l’estrema importanza che l’occupante tedesco attribuiva a questo territorio, interesse reso evidente dalla durezza con cui le truppe di occupazione condussero la lotta alle formazioni partigiane.

 

 

È in questo contesto che si inserisce un fatto di sangue piuttosto noto in ambito storico locale, ma rimasto sempre avvolto da un’aura di mistero e anche per questo, per quanto citato numerose volte nella storiografia sul periodo, descritto sempre in modo sommario e approssimativo e non privo di incongruenze [8]: il mortale agguato ad un alto ufficiale germanico, la cui uccisione fruttò alla pattuglia partigiana che lo effettuò importanti piani di fortificazione inerenti proprio il territorio delle Prealpi.

 

 

Va detto che nella prima metà dell’estate del 1944, e particolarmente nel mese di giugno, l’appena costituita Brigata garibaldina "Garemi" e i suoi battaglioni - 1° Battaglione "Stella", 2° Battaglione "Apolloni", 3° Battaglione (non intitolato) - scatenarono in Val Leogra una massiccia offensiva, seminando terrore e insicurezza fra le truppe d’occupazione e tra quelle fasciste repubblicane: dal passo di Pian delle Fugazze, al confine col Trentino, fino allo sbocco della vallata sulla pianura vicentina, verso i centri di Schio e S. Vito di Leguzzano, passando per le decine di contrade di Valli del Pasubio, di Torrebelvicino, del Tretto, di Raga, di Monte Magrè, i partigiani attaccavano e uccidevano quotidianamente soldati tedeschi e militi fascisti, assaltavano caserme e avamposti, sabotavano fabbriche e infrastrutture, tendevano agguati ad autovetture e camion militari.

 

 

Le cronache partigiane

 

 

 

 

 

L’episodio qui considerato viene descritto nella stragrande maggioranza delle fonti partigiane come avvenuto nella prima metà di giugno. Secondo una relazione stilata dal Comando Brigata "Stella" e il diario manoscritto di Giuseppe D’Ambros ("Marco"), intendente della medesima formazione, che raccoglie gli avvenimenti dal 17 febbraio 1944 al 29 aprile 1945 [9], il fatto accadde l’8 giugno 1944 in Trentino, al di là del Pian delle Fugazze, ad opera di uomini del Battaglione "Stella":

 

 

"Una pattuglia di 12 uomini al comando di Cita [Ennio Pozza] attaccava in località Streva di Trento una vettura tedesca. A sparatoria avvenuta si constatava l’uccisione di tre ufficiali superiori, mentre cadevano in nostro possesso importantissimi piani di fortificazioni, che furono trasmessi al Comando Alleato".

 

 

L’azione è invece datata "6 giugno" nel Diario storico delle formazioni della Val Leogra e "16 giugno" nella Relazione sulle principali azioni fatte e subite da questa formazione dalla costituzione del Battaglione "Apolloni" alla costituzione della Brigata "Martiri della Val Leogra", tutti documenti stilati a distanza di mesi dall’evento [10]; "9 giugno", invece, in una relazione rinvenuta in una cartellina a nome di Nello Boscagli ("Alberto") [11], all’epoca commissario politico e poi comandante militare della "Garemi": "Il 9 giugno altri uomini della Garemi fanno prigionieri tre ufficiali superiori tedeschi e, fra questi, l’ingegnere in capo delle fortificazioni della zona pedemontana, avente il grado di generale".

 

 

Nel fascicolo celebrativo Eroi della Val Leogra [12] si trova invece scritto:

 

"La pattuglia dalle novanta azioni di guerra, la Valanga, è dislocata a Dolomiti col compito di eliminare tutte le macchine tedesche che fossero passate: ma, il 15 giugno 1944, ha avuto l’ordine di far riposo per onorare la nascita della Scalabrina, figlia primogenita del Comandante la pattuglia. Così ha ordinato il giorno innanzi Scalabrino nell’andare a casa per vedere la neonata. Il 15 giugno, egli e altri due compagni stanno risalendo a Dolomiti su un camion per rientrare in pattuglia, quando, nei pressi dell’osteria di Pian delle Fugazze, sentono il rumore di una macchina; improvvise una raffica e l’esplosione di una sipe, e una voce che si leva dalla cappellina: ocio la machina! È La Valanga che ha attaccato, dimentica degli ordini ricevuti. Al tornante spunta una vettura tedesca in piena velocità; scansa il camion, Scalabrino spara, ma il mitra inceppa, fulmineo Mastrilli col mitragliatore annaffia la macchina che va a ruote levate; e con essa un colonnello dello Stato Maggiore della Wehrmacht e un capitano delle SS. Con loro hanno tutto il piano delle costruende fortificazioni dal Garda al Piave, segnato su carte al 25.000, corredato da fotografie, disegnato fortificazione per fortificazione. Lo Stato Maggiore tedesco è in confusione".

 

 

Viene dunque chiamata in causa una pattuglia diversa - la "Valanga" del 3° Battaglione comandata da Albino Gaspari ("Scalabrin"), classe 1917, sorta nella zona di Malunga e distintasi subito come una delle più attive e agguerrite - e indicata una nuova data, il 15 giugno, riferimento temporale che si ritrova anche in documento proveniente da un fascicolo che porta il nome di Anna Maria Quartiero [13]:

 

"Il 15 giugno avviene una delle azioni più importanti: la cattura di due generali del genio militare hitleriano. Sono recuperati i piani di fortificazione delle Prealpi». La medesima data è ripresa anche da Emilio Trivellato nei Quaderni della Resistenza [14], nei quali il partigiano Ferruccio Corzato ("Romagnolo") testimoniò: «La mia prima azione nella pattuglia "La Valanga" è stata la cattura di un Colonnello tedesco, che faceva parte del Quartier Generale sul fronte tra Firenze e Bologna. L’abbiamo preso alle Dolomiti del Pasubio con tutti i piani di guerra".

 

 

Si ignora da dove venisse il riferimento geografico al Quartier Generale tedesco. Trivellato, ad ogni modo, avanzò giustamente dei dubbi temporali, visto che, a quanto risulta, la figlia di "Scalabrin", Eleonora Gaspari, nacque il 7 luglio 1944. Ciò non impedì all’ex partigiano Enzo D’Origano (pseudonimo di Pietro Bonollo) di proporre nei Diari della Resistenza [15] il riferimento alla nascita della figlia di Gaspari e la data del 10 giugno, non si sa da cosa desunta, per l’azione.

 

 

A suo parere gli occupanti dell’auto erano due: un sergente delle SS, subito disarmato, e un colonnello della Wehrmacht, trovato già morto all’interno della vettura: «La pattuglia di Malunga, la "Valanga", si aggira da qualche giorno nei dintorni del Passo. Scalabrin, il capo-pattuglia della "Valanga", è sceso fino a casa, a Valli, per vedere e salutare la figlia appena nata.

 

 

È il primo pomeriggio del sabato 10 di Giugno quand’egli sta rientrando in pattuglia, su un camion, insieme a due compagni. Si trovano nei pressi della trattoria di Pian delle Fugazze quando una macchina veloce li supera ed immediatamente dopo, provenienti dal lato Nord della strada, una raffica di mitragliatore ed una sipe la mandano a ruote all’aria.

 

 

È la "Valanga" che ha attaccato, nonostante le raccomandazioni di Scalabrin di starsene quieta per qualche giorno, il tempo di festeggiare l’erede. Dalla macchina esce un sergente delle "SS" che fa l’atto d’imbracciare il machine-pistola, ma è prontamente disarmato da Romagnolo (Corzato Ferruccio). Scalabrin, sceso dal camion, corre a dar una mano a Mastrilli (Pietro Pozzer) per estrarre l’altro occupante della macchina: è un colonnello dello Stato Maggiore della Wermacht, non più "presentabile", per la testa perforata da una pallottola.

 

 

Sulla macchina un mucchio di carte e di cartelle che, conforme gli ordini, verranno trasportate, con sollecitudine, al Comando in Malunga. Accurate ulteriori ricerche sulla vettura non fruttano purtroppo alcuna leccornia che si presti a festeggiare sia il rientro di Scalabrin che la cattura del colonnello, con il recupero dei documenti. La vettura, il Colonnello ed il Sergente vengono fatti accuratamente sparire.

 

 

Quel "mucchio di carte", inviate a Malunga, risulteranno essere niente di meno che le carte geografiche militari in scala 25 mila, corredate di fotografie, con disegnate, una per una, in dettaglio, le costruende opere di fortificazione della linea delle Prealpi, dal Garda al Piave, secondo il piano di difesa progettato dallo Stato Maggiore della Wermacht, commissionato alla Todt. "Quelle carte, portate al Comando Regionale di Padova, saranno poi fatte pervenire agli Alleati attraverso la Svizzera, e ne meriteranno l’apprezzamento".

 

 

Valerio Caroti ("Giulio"), subentrato in quel periodo a Igino Piva ("Romero") come comandante del Battaglione "Apolloni", invece, nel suo libro di memorie Vicende di una storia dimenticata [16] parla genericamente di giugno 1944 e coinvolge nell’azione Italo Slomp ("Dumas", scambiandolo quindi per Mario Corzato, che aveva lo stesso nome di battaglia, della "Valanga").

 

 

Caroti asseriva però di aver visto personalmente i documenti delle fortificazioni, portati al Comando da Luigi Sella ("Rino"), rappresentante del partito comunista in seno alla Brigata "Garemi", e di averli analizzati con occhio "clinico", da ex ufficiale degli alpini, assieme ad Alberto Sartori ("Carlo"), commissario politico del suo battaglione, prima che fossero portati al Comando regionale di Padova dalla staffetta Alief Baron ("Paola"):

 

"Sempre sulla statale 46 a Pian delle Fugazze avvenne un altro colpo fortunato ad opera della pattuglia "La Valanga" di Scalabrin di cui mi risulta ancora vivente "Dumas" (Slomp Italo). In una imboscata furono uccisi un colonnello della Wehrmacht ed un capitano delle SS. Nelle loro borse furono rinvenuti tutti i piani in sintesi e in dettaglio delle costruende fortificazioni dal Garda al Piave riportati su una carta generale e su carte topografiche al 25.000 e al 10.000.

 

Quando ci pervenne il malloppo portato da "Rino" (Luigi Sella) erano con me "Carlo" e probabilmente anche Piva. Come ufficiale degli Alpini conoscevo bene topografia e postazioni e rimasi sbalordito e incredulo: c’erano tutte le postazioni e le opere fortificate che riportavano, con teutonica precisione, perfino il campo di tiro di ogni arma. In montagna è il terreno che impone la scelta dei luoghi. I toponimi erano in lingua tedesca ma mi fu facile segnare i punti principali sulle nostre carte per la zona che ci interessava. La solita Alief Baron portò l’incartamento a Padova e alcune settimane dopo pervenne tramite il Comando Regionale il ripetuto plauso degli alleati".

 

 

Un po’ più dettagliato riguardo al bottino Caroti lo era stato in verità qualche anno prima, quando i suoi ricordi erano stati raccolti da Trivellato [17]: "Ricordo con certezza che il fascio di carte lo portò Luigi Sella ("Rino") che, di solito serio e compassato, era molto euforico. Non ricordo dove fosse andato a ritirare la "roba", ma la notizia del colpo ben riuscito ci era già giunta in precedenza.

 

Man mano che sciorinavo le carte, i miei amici ed io andavamo rendendoci conto con crescente stupore dell’importanza della merce che stava passandoci per mano. Come ex ufficiale degli Alpini ed appassionato della materia, ero discretamente esperto in topografia. Una prima carta comprendeva l’intera zona prealpina dal Garda al Piave e riportava spesso vecchi toponimi austriaci.

 

La carta era tutta segnata da cerchi e linee spezzate rosse e blu e da molti numeri romani. Essa era poi sviluppata in numerosi fogli in scala 1:25.000 o anche 1:10.000 e su questi l’indicazione e l’ubicazione delle opere difensive apparivano con straordinaria evidenza: cerchi e semicerchi rossi e blu e altri segni più complessi e numeri romani.

 

C’era inoltre una notevole quantità di fogli numerati i quali riportavano con teutonica precisione i disegni e le caratteristiche di singole fortificazioni: misure, feritoie con la proiezione, almeno così sembrava, dei campi di tiro, ingressi, coperture ed anzi, a fianco di qualche disegno più complesso, era riportata una piantina del territorio in scala molto maggiorata.

 

Decisamente eravamo in presenza di un lavoro eccezionalmente perfetto e completo ed il possesso del progetto ci apparve subito di somma importanza per gli Alleati. Infatti, dopo il colpo di mano dei Partigiani, non è che i Tedeschi potessero variare di molto la ubicazione delle loro opere difensive, perché in terreno montuoso è la montagna stessa che impone la scelta dei luoghi. [...] Passati e ripassati i documenti, il vecchio Luigi Sella ("Rino"), con aria sorniona, si riprese le carte per portarle giù a Schio; sembrava quasi che noi non dovessimo sapere, per ragioni di segretezza, quale strada avrebbe preso il malloppo. Solo il Comitato di Schio doveva saperlo! Infatti soltanto dopo qualche tempo seppi che quelle carte erano state portate al Comando Regionale di Padova da una nostra staffetta, Baron Alief, sorella di Menegheto Baron, e da Padova erano pervenute agli Alleati".

 

 

Corrispondenza dalla Germania

 

 

 

Accertata dunque, dando credito al comandante "Giulio", la presenza dei documenti, come andarono veramente le cose (erano due o tre i tedeschi catturati/uccisi?) e quando successe esattamente il fatto?

 

 

La data precisa è il 14 luglio 1944 (e quindi non è corretto il riferimento alla presenza di Piva fatto da Caroti, poiché "Romero" aveva abbandonato il comando per motivi di salute alla fine di giugno), e lo dicono due fonti coeve mai prese in considerazione in precedenza, una tedesca ed un’altra d’origine ecclesiastica. Se il rapporto sulla "situazione bande" del 18.7-26.7.1944 stilato dal Servizio informazioni tedesco [18] riferisce di un agguato ad un’automobile militare sul Pasubio, a metà luglio, in cui trovò la morte un tenente colonnello, ancora più preciso è l’archivio della Parrocchia di S. Antonio. Scriveva don Luigi Guarato, allora sacerdote in paese: "14 luglio ’44 sera fu fermata una macchina tedesca a Dolomiti nella quale viaggiava un tenente colonnello tedesco (Victor Piazza che si trovava lassù telefonò al Comando tedesco, annunziando il fatto. Questo il 15 luglio)".

 

 

Già il giorno dopo l’agguato, dunque, i tedeschi erano stati informati dell’accaduto per mano di Victor Piazza, un giovane di S. Antonio che frequentava i partigiani, ma che per tutta l’estate tenne un comportamento ambiguo e sospetto, finendo per passare a collaborare apertamente coi tedeschi, dai quali era stato preso prigioniero a Terragnolo, forse simulando la cattura, il 20 settembre 1944.

 

 

Allo stesso don Guarato arrivava proprio in quel tempo, datata 25 settembre, una lettera dal "collega" don Giuseppe Gamberoni, spedita dal paesetto di Parrocchia, nella vicina Vallarsa:

 

"Re.mo Signor Arciprete, mi permetto chiederle un grande favore. Di che si tratta lo capirà dalle lettere che Le scriverò: una è del nostro Arcivescovo di Trento, l’altra di un dottore residente in Germania indirizzata al Decano di Rovereto. Forse Lei può sapere qualche cosa od informarsi presso qualche d’uno. È una squisita carità verso una povera vedova che nutre ancora la speranza che il marito sia vivo".

 

 

Seguiva la lettera dell’Arcivescovo Carlo [De Ferrari], non datata ed evidentemente indirizzata dal prelato allo stesso don Gamberoni:

 

"M.R. Signor Arciprete, mi scrivono dalla Germania, scongiurandomi di dar notizie quanto più è possibile sicure circa certo T. Colonnello Schneider dell’esercito tedesco il quale, secondo notizie arrivate alla famiglia (moglie con 4 bambini in tenera età) sarebbe stato ucciso al Pasubio mentre transitava in automobile dalla strada che congiunge Rovereto con Recoaro. Siccome a questa povera gente balena ancora la speranza che possa esser vivo, sarebbe necessario indagare come realmente siano andate le cose. Veda lei, S. Arciprete, di far quanto sarà possibile in questo senso e di parteciparmi con cortese sollecitudine l’esito delle sue ricerche. È una fiorita carità. Grazie, in attesa; saluto e benedico di cuore".

 

 

Quindi la seconda, inviata da Hegge - un paesetto dell’Allgäu (Algovia), in Baviera, quasi al confine con l’Austria - il 5 agosto 1944 e spedita da Mario Bronzini, come specificato, al Decanato di Rovereto, avente giurisdizione sulle parrocchie della Vallarsa:

 

"Molto Re.do Padre, si dice che il 14 luglio al Pasubio il tenente colonnello Schneider dell’esercito tedesco, mentre passava di lassù proveniente da Rovereto e diretto a Recoaro sia stato fermato da un gruppo di persone armate che lo avrebbero ucciso e portato seco il cadavere. Altro non si sa di lui. La sua auto sarebbe stata incendiata e l’autista fatto prigioniero.

 

La famiglia di questo ufficiale è una gran brava famiglia del mio paese ed è piombata nel lutto più crudele perché l’ufficiale è padre di quattro bambinelli il più piccino dei quali ha 2 anni ed il più grande 10. La famiglia mi ha supplicato di domandarle qualche cosa ed io la prego tanto di darmi una risposta anche se negativa. Ha sentito dire qualcosa?

 

C’è da sperare che quest’uomo viva? Sarà vero che è morto o no? Cosa si racconta nei pressi del Pasubio? Io la ringrazio moltissimo ed il Signore gliene renderà merito. Attendo con ansia una sua risposta e mi firmo suo in G.C.".

 

 

Don Gamberoni, dopo lo spazio dedicato alle due accorate missive, terminava così la sua richiesta d’aiuto a don Guarato: "Potrà darmi qualche informazione? Qui ho potuto raccogliere quanto segue: veramente il quattordici luglio un t. colonnello col suo autista è stato fermato nei pressi della Streva e costretto a portare dei patrioti a S. Antonio, poi al Zomo [Xon] di Recoaro, quindi in Mallonga [Malunga].

 

Durante quest’ultimo tratto i due avrebbero tentato di fuggire e furono quindi uccisi e sepolti dai patrioti sul luogo dell’uccisione. Sarà vera la versione? Si tratterà proprio dello Schneider? Mi faccia il piacere, signor Arciprete, mi dia qualche informazione. Dominus det nobis suam pacem!!! Coi migliori auguri e con distinti ossequi" [19].

 

 

 

Ricerche da Recoaro

 

 

 

 

 

Don Guarato, dunque, era nella posizione di poter confermare al sacerdote di Parrocchia quanto aveva annotato personalmente oltre due mesi prima (ma ignoriamo se lo fece), ovvero il fermo della macchina dell’ufficiale, del quale apprendeva per la prima volta il nome grazie alla richiesta del dottor Bronzini: tenente colonnello Schneider.

 

 

Lo stesso Bronzini, che evidentemente aveva preso a cuore la situazione, si era nel frattempo mosso anche per altre vie, giungendo infine via lettera fino a Recoaro. Lo apprendiamo da alcuni documenti recuperati presso il locale Archivio comunale [20].

 

 

Il 24 agosto 1944 il nostro connazionale residente in Germania aveva scritto (sempre da Hegge bei Kempten im Allgäu) un nuovo appello, indirizzandolo al podestà del Comune recoarese:

 

"Egregio Signor Podestà, sono un italiano residente in Germania e legato da profonda amicizia con una famiglia bavarese del mio paesetto. Si tratta della famiglia Schneider. Questa famiglia è da tempo nella più cruda disperazione perché le è stata annunziata la scomparsa del tenente colonnello sopra citato, padre di quattro piccoli bambini.

 

I due più piccini hanno 2-3 anni. Detto ufficiale tedesco sarebbe stato fermato il giorno 14 luglio all’imbrunire al passo del Pasubio, nei pressi dell’Albergo Dolomiti, mentre egli era diretto appunto a Recoaro per motivi di servizio.

 

Era solo con il suo autista. Un gruppo di persone armate lo avrebbe ucciso ed il suo cadavere sarebbe stato portato via di là, sicché non si può sapere nulla di preciso in proposito.

 

Io mi prendo la libertà di rivolgermi a Lei, Signor Podestà, perché la disperazione di questa cara famiglia è immensa e se Lei mi potesse fornire qualche informazione in merito farebbe una vera e propria opera di misericordia. La prego di rispondermi anche se Ella nulla sapesse di tutto ciò. Per la sua cortesia Le sono profondamente grato. Mi creda suo devotissimo".

 

 

Evidentemente Bronzini era riuscito ad ottenere qualche informazione in più sulla vicenda prima ancora che don Gamberoni si rivolgesse a don Guarato. Il commissario prefettizio di Recoaro, Olinto Randon, cercò a sua volta notizie interpellando l’11 settembre i colleghi di Valli del Pasubio e di Schio.

 

 

Quattro giorni dopo il primo, commissario prefettizio Angelo Maraschin, così gli rispondeva:

 

"Sono spiacente riferire che non mi è possibile dare alcuna notizia dei riguardi del tenente colonnello in oggetto, non essendo a conoscenza del fatto da Voi citato nella V. richiesta".

 

 

Qualcosa in più comunicava, sempre il 15 settembre, il commissario prefettizio di Schio, Giulio Vescovi: "Quest’Ufficio si è rivolto al locale Comando Germanico per avere notizie in merito all’uccisione dell’ufficiale germanico in oggetto segnato, avvenuta il 14 Luglio scorso al Pian delle Fugazze.

Il predetto Comando nel confermare l’avvenuto decesso del Ten. Col. Klaus ha soggiunto che particolari dell’accaduto potranno essere forniti soltanto dall’Unità Militare dalla quale l’ufficiale dipendeva e ciò su richiesta diretta dei familiari o di persone incaricate".

 

 

La morte del tenente colonnello trovava dunque ulteriori e definitive conferme. Il 26 settembre 1944 Randon spedì testualmente al dottor Bronzini quanto appreso da Vescovi:

 

"In risposta alla Vs/lettera del 24 agosto u.sc. mi sono rivolto al Comune di Schio per conoscere la sorte del Ten. Col. Klaus Schneider. Il Commissario di quel Comune mi ha risposto con la lettera di cui trascrivo il testo: [...]. Non sono in grado di fornire altri particolari, essendo la morte dell’Ufficiale avvenuta in territorio non appartenente a questo Comune ed in località distante oltre venti chilometri da qui. Con distinta considerazione".

 

 

L’Oberstleutnant Karl Paul Schneider

 

 

 

Fin qui la triste vicenda umana della famiglia dell’ufficiale e delle vane speranze nutrite dai suoi cari. Un documento recentemente recuperato al Cimitero militare tedesco di Costermano [21], sul lago di Garda, ne certifica il decesso avvenuto nei pressi di «Fugazze», quindi nella zona del passo.

 

 

Apprendiamo anche che l’Oberstleutnant Klaus Schneider aveva all’epoca 38 anni, essendo nato a Monaco di Baviera il 7 novembre 1905. Un’ulteriore ambiguità nasce in verità dalla data di morte riportata contestualmente, ovvero la metà di giugno («Mitte Juni 44»), ma si tratta senza dubbio di un’errata informazione (forse la stessa che aveva originato l’errore di datazione partigiano) giunta a chi dopo la riesumazione, avvenuta come vedremo poi molti mesi dopo, fece la prima sepoltura, se non di un banale errore di trascrizione ("Juni" al posto di "Juli").

 

 

Il tenente colonnello Schneider, ad ogni modo, è ricordato anche nel paese di Lauben, ad una manciata di chilometri a nord di Hegge, dove risiedeva: un monumento posto sul lato sud della locale chiesa parrocchiale dedicata a Sankt Ulrich riporta, assieme a quelli dei caduti delle due guerre mondiali, anche il suo grado e il nominativo per esteso («Oberstleutnant Klaus Paul Schneider»), nonché la data di nascita e quella di morte, con la conferma del 14 luglio 1944 [22].

 

 

Nessuna informazione è stato possibile reperire invece sull’altra vittima, verosimilmente l’autista di Schneider, secondo varie testimonianze soppresso dai partigiani dopo la cattura. Resta interessante capire, in mancanza di altri dati, quale fosse invece il ruolo dell’ufficiale in relazione anche agli incartamenti relativi alle fortificazioni, della cui presenza, stante anche la testimonianza di Caroti, è difficile dubitare.

 

 

È molto probabile e senz’altro verosimile, quindi, che il tenente colonnello appartenesse all’arma del genio e che il suo reparto o comando fossero dislocati all’epoca in provincia di Trento e facessero riferimento al territorio controllato dalla Oberbauleitung Rovereto VI e ad unità da essa dipendenti. Non è da escludere nemmeno una sua appartenenza ad uno dei gruppi del genio da fortezza di stanza ad Ala in quel periodo, ovvero Festungs-Pionierstab 16, Höherer-Pionier-Führer 36 - Festungs-Pionier-Abteilung e Pionier-Regimentstab z.b.V. 112.

 

 

Un episodio dai contorni molto simili, che coinvolse tre militari di quest’ultimo reparto, suggerisce infatti utili similitudini.

 

 

Il 18 giugno 1944 un autocarro militare tedesco, attraversando S. Antonio, cadde in un agguato partigiano condotto a colpi di bomba a mano che ferì gravemente i tre soldati del genio che viaggiavano a bordo del cassone. Il conducente, l’italiano Pietro Crestanello di Costabissara, ne uscì invece illeso e fu successivamente liberato. I tre tedeschi, il sergente Richard Sperlich di 31 anni e i caporali Richard Rux, di 45, e August Rochitz, di 43, furono condotti in contrada Pianegonda e poi nella vicina Val delle Erbe, dove vennero infine fucilati e poi sepolti sul posto [23].

 

 

È evidente dunque che in quelle settimane sulla Strada Nazionale del Pasubio transitavano con una certa frequenza automezzi di reparti coinvolti nell’opera di fortificazione, e qualche volta, inevitabilmente, finivano per essere attaccati dalle numerose pattuglie partigiane operanti in zona. Zona, come già detto, ufficialmente all’interno della giurisdizione della Oberbauleitung Rovereto VI.

 

 

Anche Recoaro, indicata dalle missive viste in precedenza come meta del viaggio di Schneider, naturalmente vi rientrava. Giova ricordare che nella cittadina termale, proprio nel mese di luglio del 1944, erano iniziati imponenti lavori di scavo e fortificazione per l’approntamento di una fitta rete di bunker, ricoveri, ripari, trincee paraschegge e gallerie sotterranee: di lì a qualche settimana, infatti, si sarebbe stabilito alle Fonti Centrali il Comando superiore Sud-Ovest della Wehrmacht (Oberbefehl Süd-West) con il feldmaresciallo Kesselring ed il suo Stato Maggiore, le cui avanguardie erano comunque già presenti a Recoaro all’epoca dei fatti [24].

 

 

Non è dunque da escludere una visita di Schneider ai cantieri e/o un suo incontro, programmato ma mai avvenuto, con qualche ufficiale del Comando superiore Sud-Ovest. Senza dimenticare che a Recoaro, oltre al presidio locale comandato dal capitano Etschman, erano dislocati in quel periodo uffici e magazzini della Todt, all’albergo Gaspari e nei locali dell’impresa Maltauro rispettivamente [25]. Il tenente colonnello, pertanto, avrebbe anche potuto discutere con il relativo personale l’andamento e il futuro dei lavori di fortificazione nella zona.

 

 

 

 

Istantanee di un’imboscata

 

 

 

Per i partigiani la cattura di piani e progetti della Voralpenstellung fu comunque un ottimo colpo. Al di là delle relazioni ufficiali, sono tre - data per certa la paternità della "Valanga" - le testimonianze di chi fu fisicamente presente utili a ricostruire l’agguato.

 

 

La prima è quella già citata di Ferruccio Corzato ("Romagnolo"), secondo il quale presero parte all’azione anche "Scalabrin" (Albino Gaspari), "Rolando" (Giuseppe Pozzer), "Mastrilli" (Pietro Pozzer), "Dumas" (Mario Corzato), "Ivano", "Piper" (Sergio Caddeo), "Franco" (Franco Dalla Serra), "Cico", "Ada" (disertore austriaco), "Fiore" e "Poli" (polacchi fuggiti dalla Todt di Recoaro), "Calabria" (Salvatore Juliano), "Toscano" (Narciso Pagliosa) e "Vecio" (Augusto Cumerlato) [26]:

 

"Io, ragazzi, avevo tanta paura, perché inesperto di guerra, ma con la forza di volontà ebbi il coraggio di disarmare da solo il suo aiutante, un sergente, perché il Colonnello era stato ferito a morte alla nuca. Recuperammo i documenti segreti e li portammo al nostro comando".

 

 

Così, invece, ricorda l’azione "Piper", Sergio Caddeo [27]:

 

"Era luglio, noi eravamo al passo, di presidio. Ad un certo momento è sbucata questa macchina, proveniente da Rovereto, e abbiamo cominciato a spararle contro: gli unici due colpi che trapassarono il parabrezza erano colpi di mitragliatore, sparati da "Mastrilli", che presero in testa il colonnello. La macchina riuscì a fare una curva davanti alla Casa Cantoniera, poi fuori controllo finì nel prato.

 

C’era un attendente con lui: dopo aver caricato il corpo del colonnello su una carriola, i miei compagni gli chiesero se voleva rimanere con noi, ma quello si rifiutò e uccisero anche lui». Caddeo aggiunge anche un po’ di "colore" al suo resoconto: «Il colonnello aveva una cassa piena di liquori, sigari e sigarette, dalla quale ci servimmo: ad un certo punto mi si avvicina Scalabrin con una bottiglia di doppio kummel tutta sporca di sangue, intimandomi di bere. Gli dico di pulirla prima, ma lui insiste e comincia a bestemmiare minaccioso, e avanti così finché esasperato tiro fuori la pistola e gli dico che se avesse continuato prima sparavo a lui, poi alla bottiglia».

 

 

In una breve memoria datata 18 ottobre 1946, e recentemente venuta alla luce [28], lo stesso Albino Gaspari ci ha lasciato alcune righe sulla vicenda:

 

"Stesso mese [luglio 1944] ho catturato una macchina tedesca rinvenendo in essa un Colonnello dello Stato Maggiore e un Capitano con importanti piani di guerra, questi ultimi trasmessi al Comando Alleato tramite il Comando di Brigata ed i prigionieri giustiziati pochi giorni dopo".

 

 

Nessun dettaglio rilevante, dunque, se non l’affermazione della soppressione posticipata dei prigionieri, quasi sicuramente non valida (almeno per Schneider).

 

Potrebbe infine riferirsi all’agguato, e precisamente alla presenza di un camion nei pressi, sul quale viaggiava proprio "Scalabrin", quanto riferito da Guido Tomasi [29] riguardo a Pino Raoss, classe 1921, da Raossi di Vallarsa:

 

"Con un proprio camioncino, prima a benzina e poi a gas di carbone, fa servizi per conto terzi lungo la Vallarsa, da Rovereto a Schio e Thiene: lavora anche per la Todt. Conosce personalmente molti partigiani, perlopiù veneti, e, un giorno, viene costretto ancora una volta a trasportare mezzi e uomini della Resistenza sulla strada del Passo della Streva. Durante questo viaggio, suo malgrado, assiste all’uccisione di due tedeschi, di cui uno alto ufficiale, a bordo di un’autovettura militare".

 

 

Epilogo

 

 

 

Il cadavere di Schneider fu disseppellito il 28 novembre 1944, quando venne arrestata dai tedeschi a S. Antonio Maria Bariola Bon, madre delle tre staffette partigiane Pianegonda - Adriana ("Kora"), Wally ("Kira") e Noemi ("Piccola") - imprigionate a loro volta nei giorni precedenti per mano dell’SD (Sicherheitsdienst, Servizio di Sicurezza delle SS) di Rovereto e di un gruppo di fascisti toscani collaborazionisti: durante il trasferimento alle carceri di Rovereto il camion che la trasportava fece sosta in località Dolomiti, dove il citato ex partigiano Victor Piazza, ormai definitivamente passato ai tedeschi e principale autore della denuncia nei confronti della famiglia Pianegonda, indicò il luogo dove scavare.

 

 

Maria Bariola Bon fece il resto del viaggio seduta sulla cassa del morto. La salma del tenente colonnello venne provvisoriamente inumata nel cimitero di Arco [30] e presumibilmente la famiglia fu informata del ritrovamento, notizia che mise la parola fine sulla vicenda.

 

 

Per un’incredibile coincidenza Wally Pianegonda, una delle figlie, parrebbe essersi trovata qualche tempo dopo, nelle Casermette di Gries-Bolzano dove era detenuta, a riassettare la camera del fratello dell’ufficiale [31]:

 

"Questo ufficiale volle sapere dove ero stata partigiana, e quando seppe che venivo dalla zona del Pasubio cominciò ad incalzarmi: "Tu sapere chi uccidere mio fratello! Tu sapere!". Io negai tutto, ma dopo un po’ scoppiai a piangere disperata. Allora ebbe compassione, mi abbracciò e disse: "Guerra, guerra...". Sì, era guerra davvero.

 

 

Note
1 Archivio Istituto veneto per la storia della Resistenza (AIVSR), Padova, Documenti tedeschi, Busta 1, Fasc. 2, collocazione originale: Bundesarchiv-Militärarchiv (BA-MA), Freiburg, RW4/77, Il teatro di guerra italiano dal 01.04 al 31.12.1944.
2 Archivio di Stato di Vicenza (ASVI), Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale, CLNP, Busta 16, Fasc. D.
3 Klaus Böhm, Die Organisation Todt im Einsatz 1939-1945, dargestellt nach Kriegsschauplätzen auf Grund der Feldpostnummern, Osnabrück 1987, p. 669.
4 Archivio Parrocchia di S. Antonio, appunti di don Luigi Guarato.
5 AIVSR, Documenti tedeschi, Busta 7, Fasc. 6, collocazione originale: Ba-Ma, RH34/310.
6 Si veda il Numero Unico 2007.
7 Per tutti i dati citati relativi ad imprese e reparti militari si vedano Luca Valente, I geologi di Himmler, Sommacampagna 2007 e Paolo Savegnago, L’ombra della Todt sulla provincia di Vicenza, Sommacampagna 2008.
8 Sulla falsariga della vicenda degli "ambasciatori" del Sol Levante, sulla quale gli autori del presente articolo hanno fatto luce nel volume Il mistero della Missione giapponese, Sommacampagna 2005, e di quella dell’uccisione del cosiddetto "ammiraglio" tedesco, avvenuta a distanza di pochi giorni, altro episodio che meriterebbe un approfondimento.
9 Entrambi in AIVSR, Padova.
10 Entrambi in Archivio Alberto Sartori.
11 Archivio Biblioteca di Schio.
12 AA.VV., Eroi della Val Leogra, Schio 1946, p. 6.
13 Archivio Biblioteca di Schio.
14 Emilio Trivellato (a cura di), Quaderni della Resistenza, vol. 4, Schio 1978, p. 182.
15 Enzo D’Origano, Diari della Resistenza, vol. 2, Schio 1994, p. 113.
16 Valerio Caroti, Vicende di una storia dimenticata, Schio 1998, pp. 44-45.
17 Emilio Trivellato (a cura di), Quaderni della Resistenza, vol. 4, Schio 1978, p. 183.
18 AIVSR, Padova, collocazione originale: BA-MA, Freiburg, RH 19, X/111-K 3, Oberbefhelshaber Südwest, Ic-Abteilung.
19 Archivio Parrocchia di S. Antonio.
20 Archivio Comune di Recoaro, ricerca di Maurizio Dal Lago.
21 Registro sepolture del Deutscher Soldatenfriedhof Costermano, Verona.
22 Dal sito www.denkmalprojekt.org. Non è chiaro peraltro se la sua salma sia stata anche traslata da Costermano e successivamente inumata in loco. Sono in corso ricerche, comunque, per recuperare un’immagine dell’ufficiale e risalire alla precisa unità militare cui apparteneva, relativamente alla quale si fanno di seguito alcune ipotesi.
23 Luca Valente, Paolo Savegnago, Il mistero della Missione giapponese, Sommacampagna 2005, pp. 208 e 332.
24 Si veda Maurizio Dal Lago, Giorgio Trivelli, Giuseppe Versolato, Recoaro 1945. La resa delle armate tedesche in Italia, Recoaro Terme 2005.
25 Si ringraziano per le informazioni Maurizio Dal Lago e Franco Rasia.
26 Questi ultimi due, in verità, vanno esclusi, essendo morti in uno scontro a fuoco a Camposilvano l’8 luglio precedente. Ma anche su altri nomi mancano certezze.
27 Intervista rilasciata agli autori e registrata il 27 ottobre 2003.
28 Archivio Giancarlo Zorzanello.
29 Guido Tomasi, La storia del Corpo di Sicurezza Trentino, Rovereto 2000, p. 115.
30 Sentenza della Corte d’Assise straordinaria di Vicenza del 29 gennaio 1947 contro Victor Piazza, presso Archivio Istituto Storico della Resistenza di Vicenza.
31 Intervista rilasciata agli autori e registrata il 6 ottobre 2003.




Pubblicato su "Schio Numero Unico" (giugno 2009)