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ULTIMI GIORNI DI GUERRA. MA I TEDESCHI SONO AVVERSARI TEMIBILI

 

 

 

San Pietro in Gù in mezzo alla battaglia tra 26^ Panzer e truppe americane

 

 

di Luca Valente

 

Aprile 1945: le truppe Usa si scontrano con la Wehrmacht. Battaglia notturna a San Pietro in Gu. I tedeschi in ritirata sorpresero gli americani in stazione. Poi diedero l’assalto al paese e sfondarono verso nord

 

È la notte fra il 28 e il 29 aprile 1945. Le strade del Vicentino sono percorse silenziosamente da migliaia di soldati della Wehrmacht, in fuga verso i passi alpini dopo la ritirata dal fronte del Po. Tra gli sbandati c’è una sparuta colonna di granatieri, che appartengono al 2° Battaglione/9° Reggimento della 26ª Divisione corazzata. Il gruppo si è mosso la sera prima dalla sua posizione di sbarramento sulle sponde del Bacchiglione, nei pressi dei Colli Berici, ed ora marcia nell’oscurità lungo la rotabile Vicenza-Cittadella. 

 

 

 

In una fattoria c’è l’incontro con un alto ufficiale e il suo Stato maggiore: è il generale Harry Hoppe, comandante della 278ª Divisione fanteria, sbandato anch’egli visto che il grosso della sua unità è transitato tra Grumolo e Camisano oltre 24 ore prima. Hoppe comunica al capitano Diethelm von Doemming, alla guida dei granatieri, che i corazzati americani hanno sfondato a Vicenza diverse ore prima: la marcia continua prudentemente a fianco della linea ferroviaria Vicenza-Cittadella, in direzione di S. Pietro in Gu. 

 

 

 

Il generale Hoppe è bene informato: Vicenza è stata conquistata nella giornata del 28 aprile dalle truppe dell’88ª e della 91ª Divisione fanteria, che non indugiano a lungo: il generale Keyes, comandante del 2° Corpo Usa, ha infatti ordinato che l’avanzata sia ripresa immediatamente sulle direttrici Bassano-Feltre e Castelfranco-Treviso, per tagliare fuori la ritirata tedesca proveniente dal Veneziano e dal Padovano.

 

 

 

Quello che i tedeschi non sanno è che proprio S. Pietro, nelle primissime ore del 29 aprile, è stata raggiunta dal 1° Battaglione/350° Reggimento dell’88ª Divisione. Ignari di essere stati preceduti, i granatieri, arrivati al passaggio a livello del paese, svoltano verso sinistra e proseguono lungo i binari fino alla stazione: improvvisamente si trovano di fronte ad alcuni veicoli sulle cui fiancate campeggia, visibile anche nel buio, la grande stella bianca americana a cinque punte. Subito dopo compaiono alcuni soldati americani, tanto sorpresi quanto lo sono i tedeschi. 

 

 

 

Eppure non si spara neanche un colpo, anzi s’intavola un dialogo tra il capitano von Doemming, l’aiutante del 2° Battaglione sottotenente Böer, il comandante della 6ª Compagnia tenente Schneele e gli ufficiali Usa. La scena è surreale: gli americani propongono ai tedeschi di arrendersi, questi ultimi ribaltano l’offerta. Il colloquio continua sullo steso tono: gli americani fanno presente di avere diversi mezzi corazzati dietro ai veicoli, i tedeschi fanno cenno al cacciacarri pesante Nashorn ("Rinoceronte") che li segue e che si staglia minaccioso nell’oscurità (si trattava di un carro dello Schwere Panzer Jäger Abteilung 525: nella testimonianza a fianco è indicato come Hornisse - "Calabrone", nome dato al mezzo fino al 1943).

 

 

 

La tensione sale, finché i tedeschi rompono gli indugi e impongono la resa agli americani: impadronitisi di alcuni veicoli, dopo aver sabotato i rimanenti entrano in paese, presidiato da altre forze statunitensi, che aprono il fuoco. 

 

 

 

La battaglia notturna di S. Pietro in Gu è un’azione lampo dei granatieri, inferiori di numero rispetto agli americani e con pochissime munizioni. Fattore decisivo è il cacciacarri Nashorn, che con il suo cannone da 88 mette a tacere un pezzo anticarro e alcuni nidi di mitragliatrice. Tra le vittime americane vi sono il capitano Walter Scott, comandante della Compagnia A, e il soldato scelto Dennis Pescod del Plotone anticarro; i soldati semplici Bowman e Adams rimangono feriti. I tedeschi devono registrare la perdita del capitano von Doemming: subito dopo la squadra si allontana velocemente dall’abitato, portandosi dietro una trentina di prigionieri, prima che gli avversari si riorganizzino.

 

 

 

 Il cacciacarri Nashorn che sostenne lo sforzo tedesco nel rompere l'accerchiamento  

 

 

 

Sono le 5.20 del mattino, ma l’azione tedesca non è ancora conclusa: appena fuori dal paese i granatieri si imbattono nella Compagnia cannoni del 350° Reggimento: gli artiglieri americani sono presi alla sprovvista, anche perché i tedeschi viaggiano a bordo di veicoli catturati, e si ritirano sulle posizioni amiche di S. Pietro. I granatieri, prima di riprendere la fuga verso nord, rendono inservibili i pezzi. Meno fortunati sono altri tedeschi che negli stessi frangenti penetrano nell’area di tiro delle vicine Batterie A, B e C del 338° Battaglione d’artiglieria campale: le mitragliatrici pesanti americane lasciano sul terreno 8 morti e 6 feriti; 38 i prigionieri. 

 

 

 

A S. Pietro viene intanto mandato in rinforzo parte del 2° Battaglione, impegnato in quelle ore in duri scontri con elementi del 1° Corpo paracadutisti a Grantorto, ma ormai è troppo tardi per fermare il gruppo della 26ª Divisione corazzata: nonostante il cacciacarri Nashorn debba essere abbandonato al passaggio del Brenta, bloccato in mezzo al guado e poi colpito dai cacciabombardieri alleati, la loro corsa prosegue nel Bellunese fino al 1° maggio 1945, quando sono costretti ad arrendersi ai partigiani.

 

 

 

Il capitano von Doemming, post mortem, e il tenente Kuntscher, in campo di prigionia, verranno successivamente decorati con la Croce di Cavaliere per l’azione di sfondamento di S. Pietro.

 

 

 

Il racconto dei granatieri della 26^ Panzer Division

 

 

(...) Gli ufficiali, ai quali a poco a poco questa tiritera viene a noia, gridano: «Hands Up!» - "mani in alto" - e gli americani si arrendono. Il comandante del Battaglione ordina di spingersi fino al passaggio a livello e di proseguire sulla strada che porta direttamente al centro del paese. Il maresciallo Müller della 6ª Compagnia danneggia in modo tale il motore del camion americano che sta in testa alla colonna che non è più possibile rimetterlo in moto e così tutti i veicoli che seguono, anche se solo temporaneamente, si trovano bloccati su quella stretta strada.

 

 

 

 

La squadra prende una Jeep. Le razioni americane sono un ottimo bottino per gli affamati soldati che da giorni non hanno ricevuto un adeguato rifornimento e che si sono arrangiati con quello che riuscivano a raccattare per strada. 

 

 

 

All’entrata in San Pietro in Gu si scopre che il paese è occupato dagli americani. All’angolo della piazza del paese su cui sbocca la strada sono stati piazzati un cannone anticarro e una mitragliatrice che aprono il fuoco sulla squadra in avvicinamento. Esattamente come accade alla mitragliatrice sulla torre campanaria, anche questi due vengono messi fuori combattimento dal cannone da 88 mm che si trova sul "Calabrone". Quindi gli uomini della squadra si spingono fino alla piazza del paese saltando recinti e attraverso cortili interni e stanano gli americani a colpi di granate a mano, Panzerfaust, mitra e fucili.

 

 

 

Tutta l’azione deve comunque andare in scena velocemente perché le munizioni sono maledettamente scarse. Herbert Schulze e Alfred Weber sono stupefatti nel vedere con quale slancio prendono parte all’attacco al fianco dei nostri granatieri anche gli uomini del pesante convoglio del mortaio e dell’altro gruppo, quello più veloce. 

 

 

 

Gli americani escono dalle abitazioni con le mani alzate. Sulla soglia di una casa si trova un americano che improvvisamente estrae la sua pistola e spara un colpo al capitano von Doemming. Il comandante cade morto a fianco del tenente Schneele. Il sergente Biber della 8ª Compagnia spara con il mitra al collo dell’americano che ha ucciso il nostro comandante, e gli è così vicino che il sangue del nemico gli schizza sulla fascetta della Croce di Ferro di 2ª Classe.

 

 

 

A parte il comandante, la squadra non ha subito altre perdite in questa azione. Sparando all’impazzata, gli uomini attraversano il paese portando con sé 35 prigionieri. Già albeggia e lentamente appaiono all’orizzonte le strisce giallo pallido simili a piume che annunciano il sorgere del sole. 

 

 

 

Dopo che la colonna ha lasciato San Pietro in Gu, ad un chilometro dall’uscita del paese si imbatte in una postazione di artiglieria americana. I cannoni di un’intera batteria si trovano abbandonati su un prato proprio di fronte ad un podere agricolo. Gli uomini addetti ai pezzi di artiglieria stanno ancora ronfando nella fattoria oppure - spaventati dall’insolito rumore di battaglia alle loro spalle - si sono nascosti da qualche parte.

 

 

 

Il sergente della nostra compagnia Hugo Engels, che alla fine dell’anno precedente era stato trasferito dal Panzer-Artillerie-Regiment 93 al nostro 2° Battaglione, fa fuoco con i cannoni carichi verso il Brenta, smonta gli otturatori e li fa sprofondare in uno stagno. 

 

 

 

Il Kampfgruppe del 2° Battaglione granatieri corazzati del 9° Reggimento è riuscito a sfondare a San Pietro in Gu; questa azione rimarrà nella memoria di tutti coloro che vi presero parte.

 

 

 

Il generale Hoppe, che con i suoi ufficiali era rimasto con la squadra, si congratula con gli ufficiali del Battaglione e sostiene che è stata una delle operazioni più belle cui ha preso parte dalla campagna di Francia.

 

 

 

Quindi si congeda. Gli uomini cui si è rivolto sono orgogliosi. Un giovane soldato americano che marcia nella colonna dei prigionieri - i suoi genitori di origine tedesca erano emigrati negli Stati Uniti prima della guerra - chiede al tenente Schneele, evidentemente impressionato dall’azione, se sia incominciata un’offensiva tedesca. L’origine di tutta l’azione era stato tuttavia solo il disperato tentativo di una piccola squadra di raggiungere la patria valicando le Alpi...". 

 

COMANDANTE Harry Hoppe

 

 

(dal libro "Dieci giorni di guerra. 22 aprile-2 maggio 1945: la ritirata tedesca e l’inseguimento degli Alleati in Veneto e Trentino" di Luca Valente, Cierre edizioni)

 

 

 

 

[Pubblicato sul Giornale di Vicenza del 22 maggio 2006]