L'OPERA DELLA MARINA ITALIANA AL FRONTE TERRESTRE IN DIFESA DI VENEZIA 

 

La Regia Marina difende la Serenissima 

 

 

Pubblichiamo degli estratti dalla grande opera di Giuseppe Scarabello dal titolo "Il martirio di Venezia". Nel volume sono numerosi i riferimenti alle azioni militari condotte dai reparti della Regia Marina Italiana a difesa delle zone litorali, a partire da Monfalcone, Grado e più in giù, dopo la rotta di Caporetto, la stessa Venezia, città strategica per le operazioni belliche sul mare...

 

 

PARTE PRIMA  - [Per aprire la PARTE SECONDA clicca qui]

 

 

 

 

 

 

 

Il 24 maggio 1915 trovò il Comandante ALFREDO DENTICE DI FRASSO a Porto Corsini, dove, richiamato in servizio nell’agosto del 1914, era stato destinato a costituire quella Difesa Marittima.

 

 

 

Verso la metà del giugno 1915, destinato a Monfalcone, dovette provvedere all’organizzazione della difesa costiera, lottando, al Comando di nuclei di marinai, affinchè gli incendi, derivanti dai continui bombardamenti nemici, non distruggessero il cantiere Adria-Verke, che era situato ad un centinaio di metri dalla prima linea, e che avrebbe avuto grande importanza nell’eventualità di una nostra avanzata verso Trieste.

 

 

Il 9 febbraio del 1916 venne destinato al Comando della Difesa Marittima di Grado, che assicurava il fianco destro della Terza Armata e con le sue artiglierie contribuiva a tutte le azioni dell’Esercito, sviluppandosi in un importantissimo organismo bellico, che teneva sotto il suo controllo il golfo di Trieste.

 

 

La difesa di Grado era fornita di aviazione marittima e terrestre, di batterie da terra e galleggianti, pontoni armati e monitori, di torpediniere e di M.A.S., ed esplicava un’attività guerresca eccezionale multiforme, specialmente nel 1916, quando Grado rappresentava la sentinella a mare più avanzata e di maggiore importanza verso il nemico.

 

 

Nel ripiegamento di Caporetto, il Comandante DENTICE, sempre al Comando della Difesa di Grado, riceveva l’ordine di ritirarsi, e il 29 ottobre 1917, raggiunta Venezia con l’Ammiraglio Marzolo, partiva subito con due motoscafi armati, al Comando di LUIGI RIZZO, verso Porto Buso, ove distruggeva delle batterie perché non cadessero in mano del nemico, e nello stesso tempo ricuperava dei cannoni ed altro materiale bellico assai prezioso.

 

 

Recatosi nuovamente a Venezia, rapportava al Comando in Capo la lentezza con cui procedeva l’avanzata nemica, dimostrando l’opportunità e la possibilità di organizzare una linea di resistenza; all’uopo ripartiva per CAORLE coi M.A.S. 14, 22 e il motoscafo Maria II, al comando di LUIGI RIZZO.

 

 

Poi per BEVAZZANA, formando sul LEMENE una linea di resistenza per ritardare l’avanzata del nemico, e successivamente organizzò la difesa nella laguna di Venezia.

 

 

Sostenne che, data la lentezza dell’avanzata nemica, si poteva e si doveva arrestarsi sul PIAVE e tenere così a qualunque costo Venezia.

 

 

Il 24 novembre 1917, quando la difesa del PIAVE aveva assunto forza e consistenza organica, venne nominato Comandante del Reggimento Marina, rimanendo ininterrottamente in linea, col Comando a CA’ GAMBA, fino al 15 di maggio 1918.

 

 

Veniva poi incaricato dall’Ammiraglio REVEL di preparare uno sbarco di sorpresa sulla costa orientale dell’ISTRIA, che doveva isolare POLA e giungere, per l’Altipiano Carsico, a circondare TRIESTE. Quest’azione venne sospesa; invece il Comandante DENTICE il 3 novembre 1918 sbarcava a Trieste, assumendo il Comando di quella Difesa Marittima, che dovette liberare il mare dalle numerose torpedini, organizzare i trasporti dei prigionieri, provvedere ai rifornimenti via mare, disarmare le batterie e ricuperare cannoni e munizioni.

 

 

 

Nel marzo 1919 venne sostituito e chiese ed ottenne di essere libero dal servizio. Chiamato poi a far parte della Commissione Interalleata del Danubio, per ripristinare il traffico su quel fiume, vi rimase dal 10 giugno 1919 al Marzo 1920.

 

 

 

L’OPERA DELLA MARINA ITALIANA AL FRONTE TERRESTRE

 

Settore a Levante di Porto Lignano

 

 

Sede del Comando Marittimo presso TERZO – Comandante: Ammiraglio PAOLO MARZOLLO, alla cui dipendenza erano le Difese Militari Marittime di Grado e Monfalcone. Il Settore era, a sua volta, alla dipendenza tattica del Comandante della III Armata.

 

Difesa Marittima di Grado

Comandante: Capitano di Vascello R.N. – Conte ALFREDO DENTICE DI FRASSO. Limiti: S.Andrea – Laguna di Grado – Belvedere Marittimo – Golametto.

 

S.Andrea – Batteria fissa con tre cannoni navali da 120 – Comandata da un Tenente di Vascello R.N.

 

Canal Muro – Due pezzi da 76/40 antiaerei e navali – Comandata da un Tenente del C.R.E.

 

Porto Buso – Due pezzi da 76/40 – Sezione mitragliatrici – Caserma di Marina – Comandante un Capitano C.R.E.

 

S.Pietro D’Orio – Batteria Navale con quattro cannoni da 120 – Comandata da un Capitano del C.R.E.

 

Gorgo – Due pezzi da 76/40 – Comandante un Tenente del R.Esercito.

 

Ravajarina – Quattro pezzi da 76/40  - Comandante un Tenente del R.Esercito.

 

Grado – Sede del Comando della Difesa – Forza – Circa 1000 uomini – altri 2000 distribuiti tra le batterie, distaccamenti della laguna, ecc.

 

Batteria “Jean Roulier” con quattro cannoni navali da 152 – Comandata dal Tenente di Vascello BRUNO BORDIGIONI – Questa batteria, che portava il nome dell’eroico aviatore francese morto gloriosamente in combattimento aereo nel cielo di Trieste, il 15 agosto 1916, dopo Caporetto fu trasferita a CORTELLAZZO, ove veniva denominata “Batteria Bordigioni”. Continuamente bersagliata dai proiettili nemici, sia da mare che da terra, controbatteva energicamente l’avversario, distruggendo le sue opere di offesa e di difesa, sostenendo la linea del Piave, coprendosi di gloria contribuendo efficacemente nella difesa di Venezia.

 

 

Corbatto – Batteria di quattro pezzi da 120 e 2 da 76/40 – Comandante un Tenente del R.Esercito.

 

Rotta Primero – Due pezzi da 57 e due da 76/40 – Comandata da un Tenente C.R.E.

 

Golametto – 4 pezzi da 76/40 – Comandata da un Capitano C.R.E.

 

 

BATTERIE NATANTI

 

 

R. Cannoniera: “Foa di Bruno” – con due cannoni da 381.

 

 

R. Cannoniera: “Alfredo Cappellini” – con due cannoni da 381.

 

Monitori inglesi: “Earl of Peterborough” e “Sir Thomas Picton” – armati ciascuno con due cannoni da 305 e uno da 152.

 

Squadriglia: “Nazario Sauro” – Comandante il Tenente di Vascello: De Benedetti – composta dalle vedette: “Sauro”, “Saetta”, “Folgore” – armate ciascuna da un cannone da 120 e due da 76/40.

 

Pontone: “Maggiore De Rosa” – con quattro cannoni da 76/40 – Pontone: “G.B. 387” – con due cannoni da 76/40 e mitragliatrici.

 

 

MOTOSCAFI ANTISOMMERGIBILI  (M.A.S.)

 

 

Otto unità in piena efficienza – armate ciascuna da un cannone da 47 e due mitragliatrici Colt – munite di bombe antisommergibili e due siluri ciascuna. – Comandate da LUIGI RIZZO – Sostavano alla testata del Porto Canale di Grado.

 

 

TORPEDINIERE

 

 

Una Squadriglia di quattro o sei torpediniere costiere, armate ciascuna da quattro cannoni da 76/40, due lanciasiluri, due mitragliatrici e munite di apparecchi affondamine, stazionava in permanenza ed a turno lungo il Porto Canale di Grado.

 

 

 

SEZIONE MOTONAUTICA

 

 

Alla Difesa di Grado era pure addetta una Sezione del “Corpo dei Volontari Motonauti” (istituito per iniziativa dell’Unione Nazionale della Marina da Diporto, in seguito a proposta del Capitano di Fregata (ora Ammiraglio) conte Degli Uberti, nell’agosto del 1915).

 

 

Questa Sezione era comandata dal Marchese Cesare Imperiale di Sant’Angelo, Presidente dell’Unione della Marina da Diporto (nominato in seguito, nel 1917, Comandante di Squadriglie M.A.S. (motoscafi antisommergibili nell’Alto Tirreno, impiegate nella caccia ai sommergibili e nelle scorte dei convogli di navi mercantili sulle rotte costiere fra Villafranca e Genova).

 

 

 

I volontari di questa sezione – alcuni dei quali furono posti alle dirette dipendenze dei Comandi di Marina di Monfalcone e delle batterie dell’isola Morosina – erano specialmente addetti, coi loro motoscafi e con altri requisiti dalla Marina, ai servizi di collegamento fra le varie batterie, ai pilotaggi, alle scorte dei velivoli, alla pesca o al dragaggio delle mine, e talora anche a ricognizioni sulla costa nemica.

 

 

Parecchi di loro, dopo un breve corso di istruzione, ebbero il Comando di un M.A.S. – alcuni ottennero di essere trasferiti in aviazione, o nella R.Marina col grado di Ufficiali di complemento.

 

 

 

AVIAZIONE

 

 

Il Comando della Difesa di Grado aveva a sua disposizione due Squadriglie di idrovolanti, di cui una del R.Esercito, ed una di idrocaccia Macchi. La sede del Comando di Aviazione era nell’Isola di Gorgo – Comandante: Tenente di Vascello Luigi Bologna.

 

 

 

Due squadriglie di aeroplani da caccia del R.Esercito erano dislocate nei pressi di Aquileia – anche queste alle dipendenze della Marina.

 

 

GENIO MARINA E LAGUNARE

 

 

Erano alle dipendenze della Difesa di Grado vari idroscaricatori, draghe, rimorchiatori, bette, porta fango, ecc.

Con questi mezzi si provvedeva alla sistemazione della rete dei canali onde garantire la navigazione interna ai numerosi natanti armati ed a tutti quelli adibiti ai rifornimenti che giornalmente provenivano da Venezia con ingenti materiali e provviste di ogni genere.

 

 

GENIO MARINA E MILITARE

 

 

Cooperarono efficacemente alla esecuzione di importantissimi lavori di scavo di carattere bellico, il Genio della Marina, ma specialmente il Genio Civile di Venezia sotto la direzione dell’Ing. Capo E.Cucchini, in accordo con il Comando in Capo di Venezia e con il Comando della Difesa Marittima di Grado, specialmente per lavori straordinari relativi all’apertura di nuovi canali, i quali servirono ad accorciare notevolmente il transito lungo le vie d’acqua interne.

 

 

DIFESA MARITTIMA DI MONFALCONE

 

 

Questa Difesa, unitamente a quella di Grado, poteva considerarsi la continuazione ed il completamento di tutta l’ala destra della Terza Armata: essa era fornita di poderose artiglierie navali, delle quali faceva continuo e largo impiego.

 

 

La comandava il Capitano di Fregata R.N. Marchese Aslan Granafei, che era succeduto, nel 1916, nel Comando, al conte DENTICE DI FRASSO e comprendeva: Palazzato, Punta Sdobba, Porto Rosega.

 

 

Le bocche da fuoco più importanti di cui disponeva erano distribuite nelle seguenti località:

 

 

Isola Morosina – 2 pezzi navali da 305, postati a terra.

 

Batterie galleggianti: “Gazzola” e “Buraggi” – con 4 cannoni da 152.

 

Altri tre pezzi da 152 postati a terra sulla riva destra dell’Isonzo.

 

Pontone “Robusto” con due cannoni da 203. Altri due pontoncini aggregati al “Robusto” e aventi ciascuno un cannone da 202.

 

Pontone “Valente” – con un cannone da 305 – “Padus” con uno da 190 – Pontoni: “Masotto” e “Bianchini” – con un cannone da 190 ciascuno, ed altri minori. Questi natanti armati erano distribuiti fra l’Isonzo e l’Isonzato e si spostavano man mano che erano individuati dal tiro nemico.

 

 

Un cannone da 152 navale, che fu denominato: Il “Cane”, postato a Punta Sdobba con mascheramento assolutamente perfetto, dette molto filo da torcere alla Rocca e Duino senza che gli austriaci fossero mai riusciti ad individuarlo.

 

Queste artiglierie agivano di pieno concerto con quelle campali della Terza Armata.

 

La Difesa di Monfalcone, la cui sede di Comando era nell’Isola Morosina, contava una forza di 2500 marinai distribuiti nella sua zona.

 

 

L’AZIONE OFFENSIVA DEL 24 MAGGIO 1917

 

 

Il problema fin dall’epoca dell’intervento in guerra, era quello di poter battere e rovesciare le difese dell’Hermada ed, appoggiandosi alla Terza e Seconda Armata, avanzare sulla via di Trieste. Tale piano imponeva l’impiego di numerosa artiglieria ed il sacrificio di vecchie unità navali.

 

 

Qualora le batterie nemiche costiere, disposte a semicerchio da Sistiana a Punta Salvore, avessero sventato questa manovra combinata fra Esercito ed Armata, quest’ultima avrebbe potuto provvedere diversamente colle proprie artiglierie disposte con ingegnose mascherature nei canali della laguna, e con navi di minore portata, ma di grande efficacia per operare dal mare.

 

 

Per unificare lo sforzo, economizzare i mezzi ed ottenere il massimo successo, prevalse il concetto dell’azione combinata fra Esercito e Marina. Essa infatti cominciò con la grande offensiva del 24 maggio 1917.

 

 

Da Punta Sdobba alle Masenette vennero all’uopo dislocati tutti i pezzi di artiglieria di cui allora disponeva la Marina e postati adeguatamente tutti i pontoni armati che da Grado affluirono all’Isonzato. Contemporaneamente, dal mare, all’altezza di Bocca Primero, agivano i due monitori inglesi pilotati dal Tenente di Vascello Banelli e scortati da torpediniere e da motoscafi armati.

 

 

Durante l’azione, incrociatori e siluranti al Comando dell’Ammiraglio Casanuova, ed idrovolanti, sorvegliavano il tratto Pola-Caorle, allo scopo di prevenire eventuali azioni di navi nemiche.

 

 

L’offensiva, preceduta da intensa azione di artiglieria, durata per ben due giorni, portò lo scompiglio nel nemico, che aveva lasciato sgombero il terreno fino a Conignano oltre Nabresina.

 

 

Nello stesso giorno nel cielo di Panzano ebbe luogo una battaglia aerea condotta da idrovolanti e idrocaccia di Grado, durante la quale furono abbattuti due apparecchi austriaci.

 

 

 

L’AZIONE OFFENSIVA DEL 18-21 AGOSTO 1917

 

 

Completati maggiormente gli apprestamenti difensivi, sviluppata la possibilità di offesa, migliorati ancora i canali navigabili fino alle foci del Primero, s’inizia la preparazione per un’altra grande offensiva che ebbe luogo fra il 18 ed il 21 agosto del 1917.

 

 

Grado, mediante i nuovi lavori condotti con febbrile attività, potè ospitare nelle sue acque i grossi monitori inglesi in modo da sottrarli a possibili sorprese aeree o dal cattivo tempo.

 

 

 

 

Così tutti i pontoni di grosso calibro, come il Faa di Bruno, il Cappellini, il Valente, il Monfalcone, il Carso, ecc. poterono accedere nel canale navigabile Grado-Barbana ed essere postati lungo il canale stesso, fino alle foci del Primero, in posizione da poter battere efficacemente Trieste, Opcina e tutti i nodi ferroviari in quei punti più importanti dell’Esercito di BOROEVIC.

 

 

 

Accresciute le Squadriglie di idrovolanti con altre venute da Venezia, la grande offensiva ha inizio il 18 agosto dallo Stelvio al mare, con accentuazione nel Settore marittimo.

 

 

Innumerevoli bocche da fuoco, da Grado a Monfalcone, vomitando proiettili di ogni calibro sul nemico, battono Nabresina ed Opcina e tutti gli altri obiettivi già accennati. Le Squadriglie di idrovolanti, alternandosi con quelle di Venezia, si lanciano ad ogni ora sulle linee nemiche, lasciandovi cadere tonnellate di esplosivi e mitragliando le truppe in fuga, mentre la Seconda Armata avanza sulla Bainsizza, e la Terza Armata conquista nuovamente l’Hermada aprendosi la via di Trieste.

 

 

La R.Marina, anche in questa battaglia, assolse magnificamente il suo compito, in collegamento delle forze terrestri agli ordini di S.A.R. il Duca D’Aosta.

 

 

 

A questa azione durata circa tre giorni, assistevano da Grado S.E. il Capo di Stato Maggiore della Marina, THAON DI REVEL, e gli Ammiragli Cito e Marzolo.

 

 

Era atteso di momento in momento l’ordine di avanzare su Trieste, e dal semaforo di Grado si scorgevano piroscafi che navigavano nella rotta di sicurezza sotto la costa istriana.

 

 

Il nemico con le sue batterie batte il Settore di Grado e le unità inglesi in mare, ma opportuni e rapidi spostamenti permettono di mettere in salvo le nostre unità.

 

 

Cessata l’azione delle artiglierie, le nostre truppe mantengono le posizioni conquistate, che il nemico con sforzi titanici cerca di riguadagnare. Lo sbarco del Reggimento Bersaglieri al Timavo viene rimandato.

 

 

Verso la fine di Agosto si iniziano a Grado nuovi lavori di apprestamenti per una più vasta offensiva, anche con la previsione di una eventuale necessità di sbarco, a scopo diversivo, a Salvore.

 

 

Si fanno intanto i preparativi per ricevere anche grosse unità come la “Saint Bon” e la “Filiberto”, e sia per i canali interni, che per mare, affluiscono a Grado, provenienti da Venezia, nuovi e copiosi materiali bellici.

 

 

 

L’OPERA SVOLTA DALLA NOSTRA MARINA DURANTE IL RIPIEGAMENTO

 

Da Monfalcone a Grado, da Grado al Piave

(come risulta dai rapporti dell’Ammiraglio Paolo Marzolo, Comandante del Settore a Levante di Porto Lignano, e da quelli dei Comandi delle Difese dipendenti)

 

 

Siamo alla metà di ottobre 1917, e tutta la zona del Basso Isonzo sembra avvolta in un pauroso silenzio; è forse una tregua dopo l’ultima grande ed accanita battaglia.

 

 

 

Si apprende poi che il nemico si prepara attivamente per sferrare un’offensiva in grande stile, e questo è confermato dalle nostre ricognizioni aeree. Giungono intanto ordini di stare sulla difensiva e di controbattere coi grossi calibri un eventuale attacco di unità nemiche.

 

Il 18 ottobre, nelle prime ore del mattino, il mare agitatissimo, spinto dal vento di scirocco, innalzava montagne d’acqua che andavano ad infrangersi violentemente contro le scogliere di Grado, mentre dal vicino fronte non proveniva alcun fragore di battaglia; più tardi grossi e cupi boati, ad intervalli di qualche minuto e provenienti dal mare, si cominciarono a sentire.

 

 

Si credettero scoppi di mine vaganti portate dal mare alla deriva contro gli scogli; però un colpo più forte e più distinto confermò trattarsi invece di cannonate.

 

 

Il Comandante DENTICE, come soleva fare in tutti gli attacchi, salì sulla torre del Fonzari al semaforo per impartire ordini a tutte le batterie. Un momento più tardi una granata nemica da 356 cadeva a meno di otto metri dalla sede del Comando, producendo una profonda buca in mezzo ad una strada. Un’altra granata, giunta successivamente, provocava il crollo dell’edificio postale e di altri adiacenti, uccidendo un marinaio e ferendo due borghesi.

 

 

Nel frattempo la popolazione era stata, mediante il suono di campane, che era il segnale convenuto per gli attacchi aerei, avvertita di porsi al riparo.

 

 

Si potè ben presto accertare che le cannonate provenivano dalle alture Carsiche e precisamente da Opcina, ma date le condizioni atmosferiche, era difficile coi mezzi ordinari precisarne il punto.

 

 

Malgrado il tempo ventoso, nostri idrovolanti da bombardamento, scortati da idrocaccia, si alzarono immediatamente per individuare l’artiglieria nemica, che venne scoperta e ridotta al silenzio il giorno stesso dalle nostre grosse artiglierie navali della Difesa di Monfalcone.

 

 

Il nemico aveva pure diretto tiri di grosso calibro sulla linea da Belvedere a Cervignano e così pure su tutte le immediate retrovie, sia per colpire le sedi dei Comandi, sia allo scopo di demoralizzare le popolazioni rimaste in quelle zone e nelle immediate vicinanze del fronte nemico.

 

 

Mai gli Austriaci nei due anni e mezzo di guerra si erano sognati di battere la zona di Grado, anche per la considerevole distanza dalle creste Carsiche (oltre 30 Km. In linea d’aria).

 

 

Tale azione, prodroma della grande offensiva contro il fronte italiano, venne decisa dalle forze tedesche accorse numerose unitamente a quelle turche e bulgare.

 

 

L’Ammiraglio REVEL, Capo di Stato Maggiore della Marina, in quei giorni era sempre presente al fronte del settore a Levante di Porto Lignano, e solo si allontanava qualche istante col Capo di S.M. dell’Esercito, allo scopo di prevenire il disastro, e nello stesso tempo di dare il suo parere sui provvedimenti da prendere.

 

 

Il 23 ottobre 1917, sferratasi la grande offensiva nemica e sfondata la nostra linea a Caporetto, il Comando Supremo emanò l’ordine di ritirata sul Tagliamento.

 

 

Tale ordine pervenne al Comando di Settore il 26, e la sera stessa il Comando Supremo ordinava all’Ammiraglio Marzolo di tenersi pronto a sgombrare la zona, dopo aver provveduto ad appoggiare l’ala destra delle truppe che dovevano ritirarsi oltre l’Isonzo.

 

 

S’iniziò subito lo smontamento delle batterie il cui impiego non risultava più necessario e si procedette all’elencazione di tutti i galleggianti, assegnando a ciascuno e carico e ordine di traffico, in modo da non ingolfare i canali interni non atti per il traffico di grossi galleggianti.

 

 

Fin dalla sera del 26 ottobre dal semaforo di Grado si osservava su tutto il fronte della Terza Armata, specie nel Basso Isonzo, uno spettacolo terrificante.

 

 

Il cielo era ammantato di rosso cupo, fiammeggiante. Nembi di fumo denso unito a scintille s’innalzavano verso lo spazio aereo, mentre spaventosi boati echeggiavano.

 

 

Erano depositi di munizioni che scoppiavano, artiglierie che venivano distrutte, magazzini ed accantonamenti di materiali dati in preda alle fiamme. Vasti e colossali incendi illuminavano ogni cosa all’intorno con luce di sangue, mentre i nostri fanti si ritiravano, tutto distruggendo.

 

 

Si può ben credere che spettacolo così raccapricciante abbia mai registrato la storia delle precedenti guerre.

 

 

Fu disposto l’immediato invio a Venezia di tutto il personale ritenuto non necessario per i lavori e per la difesa, e furono prese tutte le disposizioni per distruggere quel materiale bellico che eventualmente non si fosse potuto trasportare.

 

 

Il pessimo tempo rese ancora più difficili le operazioni accennate, e si deve all’abilità dei bravi marinai, all’esatta interpretazione degli ordini, allo spirito di abnegazione di tutti, se, malgrado tutto, nelle poche ore di una notte tempestosissima si potè, sino agli albori del 27, iniziare, come da ordini emanati dal Comando Supremo, lo sgombero di tutto quanto poteva essere poi di utilità al nemico.

 

 

Il 27, in vista della situazione creatasi nella regione di Monte Maggiore, alla sinistra della Seconda Armata, il Comando Supremo ordinava alla Terza Armata di iniziare subito il movimento di ritirata.

 

 

Il Comando di Grado, data la notevole quantità di materiali e personale da istradare a Venezia e tenendo presente l’esodo della popolazione, iniziò le sue operazioni di sgombero il mattino del 27, mettendo in moto tutti i suoi organi.

 

 

Mentre nella notte dal 27 al 28 si iniziava il ritiro delle truppe dislocate ad oriente del Vallone sull’Isonzato, sull’Isonzo le nostre batterie controbattevano l’ininterrotto fuoco nemico, ed i marinai, con lena ammirevole, noncuranti del pericolo che li circondava e dell’insidia di cui minacciavali l’incalzante inondazione delle acque disarginate dell’Isonzo, procedevano al ricupero di munizioni, di armi e di galleggianti, lavoro non facile e che richiese non pochi atti di abnegazione e di vero eroismo, quale, ad esempio, quello compiuto da un gruppo di uomini destinati su di un pontone armato con cannone da 203, e che da un rimorchiatore doveva essere condotto da Palazzata a Grado.

 

 

Questi uomini, durante l’imperversare della tempesta sull’Isonzo, sotto la continua pressione nemica, riuscirono a liberare prima l’elica del rimorchiatore, impigliata in una cima, poscia, quantunque invitati ad abbandonare il pontone perché incagliato, sprezzanti della rigidezza delle acque, si tuffavano a più riprese, compiendo sforzi sovrumani per riuscire nell’intento del disincaglio e mettere felicemente in salvo l’importante bocca da fuoco.

 

 

Altrettanto si deve dire dell’armamento del pezzo da 152/50 situato a Punta Sdobba, che per difficoltà del trasporto era stato stabilito di distruggere; quei fieri giovani, ponendo per ben sei ore la loro vita a repentaglio, con lavoro erculeo riuscirono a smontarlo dal basamento.

 

 

Dal mattino del 28 Grado rimaneva completamente isolata per l’interruzione delle comunicazioni, interruzione dovuta in parte a distruzione ed in parte allo straordinario maltempo.

 

 

Più che encomiabile è stata l’opera prestata dai due monitori inglesi “Picton” e “Conte”, i quali, malgrado l’imperversare della tempesta, il mattino del 28 lasciavano Grado, portando a Venezia il maggior contingente di uomini ormai non necessari per la resistenza e molto del materiale preziosissimo, compiendo una brillante ed audace traversata. Così pure partirono per Venezia, via mare, le navi: “Sauro”, “Saetta” e “Folgore”, stracarichi di profughi e masserizie.

 

 

Anche sui monitori italiani: “Faà di Bruno” e “Cappellini” furono imbarcati ancora profughi, truppe ed ingenti quantità di materiali, mentre la Capitaneria di Porto, servendosi di mezzi requisiti sul momento, provvedeva a formare convogli con materiali e personale, istradandoli per la via interna.

 

 

 

Verso sera il tempo pessimo imperversò con violenta mareggiata da scirocco, tanto da temere per la sicurezza dei convogli istradati per via mare. Difatti, il “Cappellini” s’incagliò sulla costa tra Caorle e Revedoli.

 

 

Nella notte tutta la zona da Grado fino a Golametto era completamente allagata e i marinai adibiti allo smontaggio delle artiglierie, sorpresi dalle alluvioni, compirono prodigi.

 

 

Il mattino del 28 la Difesa di Monfalcone era già sgombrata e l’Ammiraglio Paolo Marzolo, lasciata la sua sede presso Terzo, si trasferì a Grado col suo Capo di Stato Maggiore Silvio Bonaldi.

 

 

 

Merita speciale menzione la condotta del personale appartenente alla Difesa di Monfalcone, che dopo aver data tutta la sua opera per tre notti e tre giorni consecutivi, stante la deficienza dei mezzi e le pessime condizioni del tempo, che non permetteva di eccedere sul carico dei barconi, in ordine perfetto compì la marcia da Monfalcone a Mestre. […] Pochi giorni dopo quel gruppo si batteva valorosamente contro un nemico imbaldanzito dalla facile vittoria.

 

 

Intanto per i canali interni, malgrado il pessimo tempo che perdurava, per tutta la giornata del 28 e nella notte continuarono ad affluire verso Venezia convogli con materiali e personale, natanti, ecc.; tantochè, alle prime ore del 29, a Grado non rimanevano che le seguenti forze:

 

Al Comando: l’Ammiraglio Marzolo con il Comandante  Bonaldi e il conte Dentice con poche persone.

Le batterie da 120 a San Pietro d’Orio e quella da 152 Jean Roulier in piena efficienza, pronte ad entrare in azione.

In Porto: quattro torpediniere e la Squadriglia dei M.A.S. agli ordini del Comandante Rizzo.

 

 

Dato l’incalzare degli avvenimenti e il tempo che ostacolava di molto le operazioni, provocando l’interruzione di tutte le linee telefoniche, gran parte dei cannoni delle batterie fisse furono smontati e, per mancanza di mezzi di trasporto, sepolti nel terreno sul posto.

 

 

Altre bocche da fuoco furono rese inservibili affinchè il nemico non se ne potesse giovare contro di noi.

 

 

Gran parte del materiale aeronautico venne ricuperato ed avviato a Venezia e gli apparecchi la raggiungevano in modo drammatico sotto l’infuriare del maltempo.

 

 

Lo scatenarsi insolito degli elementi fu un bene o un male? Ciò non si potrà mai ben definire, giacchè, perduto completamente il collegamento con l’Esercito e rimasto il Settore difeso dalla Marina isolato, nessuna conoscenza giungeva del modo con cui l’operazione di ritirata avveniva, ad eccezione della notizia che le nostre truppe, avendo passato l’Isonzo, i ponti erano stati fatti saltare. Le batterie avanzate della R.Marina, destinate ad essere distrutte all’ultimo momento, violentemente controbattute dalle artiglierie austriache, avevano mantenuto sotto il fuoco intenso le posizioni nemiche.

 

 

 

Alcuni Sottufficiali della Difesa di Monfalcone, che avevano fatto saltare ponti e accessi nella zona di Isola Morosina, riferirono, che fin dal mattino del 28 la zona al di là dell’Isonzo era perfettamente sgombra dai nostri. Gli Austriaci erano invisibili; del resto la piena straordinaria dell’Isonzo ne ritardava la marcia.

 

 

Nel pomeriggio del 28 il maltempo continuava implacabile, mentre Grado era sommersa. Pattuglie a cavallo, guidate dal Tenente di Vascello Roselli, perlustravano il paese raccomandando la calma alla popolazione rimasta.

 

 

L’attività degli idrovolanti della Marina fu meravigliosa. Dopo avere colto il momento più propizio per giungere a Venezia, seppero vincere ogni avversità degli elementi e mantenere fra Venezia e Grado le comunicazioni, compiendo nel contempo opera valida di esplorazione e di protezione per i convogli in viaggio.

 

 

La notte dal 28 al 29 passò relativamente tranquilla, mentre il maltempo imperversava. Fra i tre Capi della Marina vi furono diversi scambi di idee. Il Comandante Dentice faceva assegnamento sulla posizione strategica che non permetteva alle forze terrestri nemiche d’avvicinare la città con grosse colonne.

 

 

Pattuglie in forze potevano soltanto avanzare da Punta Sdobba, ma la marcia sarebbe stata ostacolata dalla batteria da 152 Jean Roulier, mentre un’infiltrazione sull’argine del canale di Belvedere sarebbe stata disturbata e dispersa dalla batteria da 120 di San Pietro d’Orio e dai M.A.S.

 

 

 

Un attacco dal mare sembrava impossibile, dato che il Golfo di Trieste era tutto disseminato di mine, e per la difesa si aveva la Squadriglia torpediniere.

 

 

Nelle prime ore del 29, essendovi un accenno di miglioramento del tempo, fu deciso alle due circa di riprendere l’avviamento dei convogli, portando tutto il materiale ricuperato sull’Isonzo ed in postazione a Porto Panzano.

 

 

Alle ore otto del 29 gli idrovolanti austriaci compivano su Grado una esplorazione, ma furono fatti segno a violento fuoco da parte del pontone “De Rosa” armato di quattro cannoni da 76/40 in piena efficienza, e della Squadriglia torpediniere. Tale esplorazione nemica continuò senza interruzione fino al tramonto, alternandosi con lancio di bombe sui galleggianti e sulla città, fortunatamente senza produrre danni.

 

 

 

Con l’unico mezzo di comunicazione rimasto ancora intatto, cioè la stazione R.T. da campo di Barbana, la sera prima fu chiesto a Venezia l’invio immediato a Grado di aeroplani da caccia, miccia, bombe ed esplosivi.

 

 

In seguito ad ordine telegrafico inviato da S.E. il Capo di Stato Maggiore della Marina, il Capitano di Corvetta Guido Po partiva da Roma la sera del 27 ottobre e il mattino del 28 si presentava al Comando in Capo di Venezia, dove riceveva istruzioni sulla missione che doveva compiere e che consisteva principalmente nell’organizzare e dirigere il traffico fluviale di sgombero da effettuarsi per canali interni da Grado verso la laguna Veneta.

 

 

Nella giornata stessa partiva verso Grado a bordo del M.A.S. 22, portando seco gelatina esplosiva e miccie destinate a quel Comando.

 

 

Navigò tutta la notte con la dovuta circospezione a causa dell’oscurità, dei forti piovaschi e degli ingombri di galleggianti lungo i canali interni della laguna, giungendo a Grado verso le dieci del 29 ottobre.

 

 

Il Comandante Guido Po, dopo aver fatto sbarcare gli esplosivi, si presentava all’Ammiraglio Marzolo e riferiva che la navigazione pei canali era resa difficile dalle recenti alluvioni, e la defluenza dei galleggianti carichi di materiali e personale verso Venezia procedeva lentissima e congestionata.

 

 

L’Ammiraglio Marzolo incaricava il Comandante Po di assumere la direzione del traffico fluviale di sgombro già iniziato. Poiché aveva già rilevato, nel viaggio di andata, che le conche di Bevazzana rappresentavano un ostacolo alla navigazione, decise di sistemarsi colà per dirigere le operazioni di transito attraverso le conche.

 

 

Numerosi erano infatti i galleggianti che attendevano il loro turno per passare: il Tagliamento era in piena e grande era il dislivello fra le sue acque e quelle del canale di Bevazzana, quindi più lunghe e difficili riuscivano le operazioni di concate.

 

 

Nel pomeriggio del 29 fu iniziato il convogliamento per Venezia, per mezzo dei canali interni, del munizionamento dei grossi calibri, dei pontoni di grosso e medio calibro e dei numerosi cannoni, mitragliere, parchi fotoelettrici, con abbondante e prezioso materiale bellico d’ogni genere.

 

 

Nelle ultime ore del pomeriggio del 29 ottobre venne distrutto tutto il materiale bellico rimasto e che non poteva essere inoltrato a Venezia.

 

 

Alle ore venti, con un razzo luminoso sparato dal semaforo di Grado, venne dato il segnale alle batterie “Jean Roulier” e San Pietro D’Orio di far saltare i pezzi e di distruggere le munizioni.

 

 

Nessun segno del nemico, evidentemente i marinai austriaci dalla vicina Trieste si preparavano ad occupare il litorale sgombro.

 

 

Sono le ventidue e il silenzio sovrasta ovunque, solo in distanza si sente di tratto in tratto qualche rombo cupo.

 

 

Ad un tratto Grado è scossa da un tremito formidabile; è il deposito munizioni della Jean Roulier che prende fuoco, facendo saltare tutto in aria, seguito da altro boato proveniente da San Pietro D’Orio.

 

 

Dense colonne di fumo e grandi fiammate salgono minacciose verso il cielo, squarciando le tenebre e illuminando a luce di sangue la cittadina e la laguna.

 

 

Un altro vasto incendio divampa nella parte nord della città; era il magazzino viveri della R. Marina che veniva dato in preda alle fiamme.

 

 

Alle ore ventuna lo Stato Maggiore lasciava l’Hotel Fonzari e si recava alla testata del Porto Canale per prendere imbarco.

 

 

 

[…] Il Comandante Luigi Rizzo, reduce da un’ispezione in tutta la laguna, per distruggere munizioni non potute imbarcare, teneva i M.A.S. pronti a muoversi.

 

 

Un vaporetto dell’Azienda Comunale di Venezia attendeva i marinai della Jean Roulier, mentre un altro vaporetto era a San Pietro D’Orio in attesa di imbarcare i marinai di questa batteria; intanto la vicina caserma del M.A.S. veniva incendiata.

 

 

Verso mezzanotte l’ultimo convoglio, con a bordo gli ultimi cento uomini delle due Difese di Grado e di Monfalcone, navigava verso Venezia. […]

 

 

VERSO VENEZIA

 

 

Sul ripiegamento di Caporetto – (Dal diario del Tenente Radiotelegrafista ALBERTO PUCCI, Segretario particolare in guerra ed in pace dell’Ammiraglio DENTICE).

 

 

I Gradesi, quantunque terrorizzati per il braciere immenso che circondava la cittadina, temevano per la sorte dei partenti, credendo, com’era verosimile, che la piccola flotta, appena in mare aperto, fosse attaccata dal nemico e sopraffatta, e i più coraggiosi corsero alla diga per dare ai marinai d’Italia l’ultimo saluto affettuoso e silenzioso.

 

 

I due vaporetti dell’Azienda Comunale di Venezia risalirono il canale dell’Anfora, mentre i M.A.S. guidati da Rizzo ed accodati alle torpediniere, uscirono decisamente in mare aperto per mettersi sulla rotta di sicurezza verso Venezia.

 

 

Il M.A.S. che aveva a bordo il Comandante Dentice, uscendo dal canale di Grado, passò rasente al guardaporto e lo affondò con una cannonata da 47; era un vecchio galleggiante ancorato dai nostri all’imboccatura del Porto Canale di Grado per la sorveglianza notturna.

 

 

Le boe segnanti il canale furono anch’esse danneggiate, e se i M.A.S. avessero avuto ancora torpedini l’avrebbero disseminate lungo la rotta; tale ero lo spirito combattivo di quel manipolo di prodi che nella notte infausta dovette per forza di eventi abbandonare il saldo presidio.

 

 

La tempesta del giorno avanti era cessata; la navigazione procedeva sul mare perfettamente tranquillo e nella notte buia si scorgevano soltanto gli incendi di Grado ancora grandiosi, spaventosi. […]

 

 

Un radiotelegramma pervenuto più tardi al convoglio, ordinava di proseguire tutti per Venezia. All’alba del 30 ottobre il convoglio raggiungeva Venezia, ove nei locali del Carcere Femminile alla Giudecca, trasformatosi all’uopo in caserma, si trovavano già inquadrati i marinai di Grado, mentre quelli di Monfalcone erano stati raccolti all’Ospizio Marino al Lido di Venezia.

 

 

 

I COMANDANTI DENTICE E RIZZO PARTONO DA VENEZIA ALLA VOLTA DI GRADO CON DUE MOTOSCAFI ARMATI

 

 

 

Mentre i marinai delle Difese di Monfalcone e di Grado si preparavano a formare le prime Compagnie di fanti per essere invati sul Piave a tenere la linea di resistenza e fermare l’avanzata dell’invasore verso Venezia, il Comandante DENTICE, uomo di grande audacia, nel pomeriggio del 30 ottobre 1917 progettava di spingersi in ricognizione fino a Grado, e per concretare la spedizione, prendeva accordi col Comandante Giulio Valli dei Servizi Aeronautici di Venezia.

 

 

Erano pervenute notizie che le batterie navali di Porto Buso e di S.Andrea, non completamente distrutte, potevano essere utilizzate dal nemico.

 

 

 

Alle ore sette del 31 ottobre, due M.A.S., al Comando del Tenente di Vascello LUIGI RIZZO e con a bordo il C. di V. ALFREDO DENTICE, lasciavano la Giudecca, ma quando furono giunti a S.Nicolò di Lido, sostarono in attesa di ordini dal Comando in Capo della Piazza Marittima di Venezia, che riconosciuta l’importanza della missione, ordinava senz’altro la partenza dei due M.A.S. alla volta di Grado.

 

 

Ecco un rapporto del Comandante DENTICE diretto al Comando in Capo di Venezia in data 2 novembre 1917:

 

 

 

“Per verificare lo stato e nel caso per completare la distruzione delle opere e artiglierie della Difesa a ponente di Grado, che non era stata completa, perché eseguita quando esse erano parzialmente sommerse, ed assicurarsi dello stato dei galleggianti perduti nelle barene dietro Porto Buso, con i M.A.S. 14 e 16 al Comando del Tenente di Vascello Luigi Rizzo, partivo dalla Giudecca alle sette ultimo scorso.

 

 

Per avaria al M.A.S. 14, unico dei due armato di siluri, dovetti rimandarlo indietro sostituendolo col M.A.S. 13 non munito di siluri. Si partì alle ore 11 dal pontile della nafta dirigendo per il largo.

 

 

Idrovolanti dovevano esplorare il mare e Grado per indicarci avvistamenti di unità navali quando noi fossimo giunti al Tagliamento, cioè due ore dopo la partenza, della quale avvertii la Direzione dei Servizi Aeronautici.

 

 

Presso il Tagliamento un idrovolante lanciò un messaggio informandoci di CC.TT. a Grado, due T (cacciatorpediniere e torpediniere) davanti Grado ed una nave con cinque CC.TT. verso Trieste.

 

 

L’atmosfera chiarissima mi fece decidere di entrare a Porto Lignano per raggiungere Porto Buso.

 

 

Incontrammo poco dopo due idrovolanti nemici: un L. scortato da un idrocaccia grigio che ritengo non ci scorse, perché fermammo i motori, manovra che ripetemmo, ritengo con successo, anche all’indomani durante la navigazione.

 

 

Alle 14 si scese a Porto Lignano dove non sono rimaste più che tre famiglie. Dietro a Porto Lignano ormeggiata vedemmo la draga “Vulcano” della ditta Sepulcri, che non affondammo perché ne ritenni facile il ricupero; più avanti due bette, una da 40 t. di carbone ed una da 20, che ritengo dovessero servire alla draga.

 

 

Giunti a Porto Buso alle 15, s’iniziò il lavoro di posamento delle mine, sia a quella batteria, sia a quella di Calmuro.

 

 

Poiché ai due 76/40 di Porto Buso mancavano solo gli otturatori, decisi, col poco personale di cui disponevo, il ricupero dei cannoni sfilandoli dalle culle. Il lavoro subito iniziato, ebbe termine alle ore 24, e i cannoni, imbarcati sul M.A.S. 16 vennero assicurati alle tenaglie dei siluri.

 

 

Ove avessimo disposto di un M.A.S. armato di siluri, nulla di più facile sarebbe stato per noi raggiungere Grado per il nuovo canale, arrivando internamente al Porto e silurarvi i CC.TT., di cui ci aveva avvertiti l’idrovolante incontrato.

 

 

Data l’impossibilità di ricuperare il pontone a Biga di Grado, a secco in una barena dietro a Porto Buso, alle 24, profittammo delle acque alte per raggiungere il pontone, che venne incendiato insieme a tutto il materiale che conteneva. Grande attività aerea durante tutta la notte. Idrovolanti ogni ora passavano e ripassavano a poca distanza da Porto Buso.

 

 

Dopo un breve riposo, alle 3,30 si dette fuoco contemporaneamente alle micce da mina, sia a Porto Buso che a Canal Muro, ottenendo esplosioni tali da distruggere completamente dette batterie.

 

 

Nelle barene dietro Porto Buso si trova il pontone G.A. 95, i due pontoncini armati con 76/40: I.S. 7 ed I.S. 10, il vaporetto lagunare N.5, il P.E. 44 pure incendiato; più lontano un bragozzo contenente materiale di aviazione, un burchio con materiali diversi e galleggianti che non riuscimmo a raggiungere per il fango molle delle barene sulle quali si trovano.

 

 

Passammo quindi a S.Andrea giungendovi alle 4, e dopo aver fatto esplodere tutto quello che rimaneva di quella batteria, alle 6 di ieri dirigemmo per Marano Lagunare dove giungemmo alle sette.

 

 

 

La popolazione ne è per la maggior parte fuggita, non vi rimangono che pochi vecchi, donne e bambini; forse altri sono rifugiati nei casoni delle valli. La fuga fu certo irragionevolmente precipitosa, tanto, che alle poste e telegrafi trovammo gli apparecchi telegrafici rotti e parte della posta in arrivo e partenza abbandonata, che ritirammo per portarla a Venezia.

 

 

La villa dell’Onorevole De Asarta completamente aperta, e nei sotterranei di essa dei bambini con molti oggetti già manomessi. Cercai personale cui consegnare la villa con promessa di premio, ma non mi fu possibile far accettare l’incarico a nessuno degli abitanti del paese. Così avverrà in tutti quei paesi abbandonati dalle popolazioni e dai pochi militari che vi erano distaccati, con una precipitazione certo non spiegata dagli avvenimenti. I pochi rimasti saccheggeranno le robe dei partenti prima che il nemico faccia il resto.

 

 

Dal campanile di Marano nulla rilevammo di notevole, né verso l’interno né verso il mare. Il cantiere del Battaglione Lagunare è stato bruciato; la draga “Pola”, un’altra ed altri galleggianti, affondati. Con due bombe antisommergibili distruggemmo i due vaporetti sullo scalo di raddobbo, “Spiro” e “Ferrara”, dopodiché partimmo da Marano alle nove.

 

 

A Bevazzana, alle ore 10, trovammo il canale a metà ostruito, 300 metri prima di arrivare alle chiuse, dal G.B. 252 col cannone da 152 a posto.

 

 

A mio parere nessuna urgenza vi può essere per distruggere quelle chiuse prima che vi giunga il nemico, poiché esse ci conserveranno una via d’acqua per poter uscire nella laguna di Marano e in mare per Porto Lignano, mentre invece il nemico non potrà certo approfittare subito di quelle comunicazioni.

 

 

 

Piccoli reparti di marinai potranno facilmente ostacolare le ricognizioni delle pattuglie nemiche, provvedere alle comunicazioni e rassicurare gli avamposti dell’Esercito su quei fiumi.

 

 

Ripartito alle 12,30, presa un po’ di benzina a Porto Lignano, dove ne lasciammo una botte per eventuali future esigenze, giungemmo a Caorle alle 17, ripartendone all’indomani 2 corrente alle 9, rimorchiando il M.A.S. 16 in avaria per aver urtato con le eliche la soglia del ponte della “Saetta” presso Caorle.

 

 

Il pontoncino “Lupo” (120 mm) rimasto in prossimità di quel ponte per avaria al rimorchiatore “Posina”, che rimane colà, veniva in quel mentre, per cura del Comando Fluviale di Cavazuccherina, portato verso Venezia.

 

 

Allo stato delle cose, al momento in cui ho attraversato quella zona, facile sarebbe ricuperare subito la draga “Vulcano”, togliere il 152 dal pontone G.B. 252.

 

 

Nella zona lagunare, comunque si svolgano le operazioni terrestri a Nord, potremmo facilmente opporci o ritardare l’occupazione del nemico ove manifestassimo una qualsiasi attività militare con mezzi mobili, con qualche artiglieria e mitragliere, organizzando linee di comunicazione per avere le necessarie informazioni e con sicurezza dei movimenti del nemico, in modo da poterci conseguentemente spostare.

 

 

I M.A.S., qualche portoncino armato con rimorchiatore, sempre pronto per spostarli, e pochi uomini arditi, avrebbero il compito facile nell’ostacolare i movimenti del nemico, che debbono avvenire per la maggior parte sugli argini, spesso interrotti da canali in una zona a lui non conosciuta”

 

Firmato

ALFREDO DENTICE DI FRASSO

[Le fotografie in parte provengono da www.14-18.it che ringraziamo]

 

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