IL GENERALE LUIGI CADORNA LO SCONFITTO DI CAPORETTO DA' LA SUA VERSIONE

"Non ci fu sufficiente preparazione militare"

 

 

Tutte le critiche del generale all'insufficienza del bilancio votato dal Parlamento dell'epoca che impedì alle Forze Armate Italiane di avere una adeguata preparazione bellica in vista del conflitto europeo. Ma poi se la prende con l'antimilitarismo, con il senso dell'indisciplina, evitando di fare i conti con la "sua" sconfitta...

 

 

 

Il generale LUIGI CADORNA (nato a Pallanza il 4 settembre 1850 – scomparso a Bordighera il 21 dicembre 1928) fu Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano dal 1914 al 1917.

Dopo la sconfitta di Caporetto, la rotta dell’esercito e l’avanzata travolgente delle armate austriache che raggiunsero il Piave, nuova linea di difesa delle armate italiane, il generale Cadorna fu sostituito dal generale ARMANDO DIAZ.

 

 

In queste righe che pubblichiamo come documento storico, il generale CADORNA cerca di allontanare da sé la responsabilità della disfatta, che fu ovviamente disfatta di un intero apparato militare, non certo di un solo uomo per quanto al vertice potesse essere. Certo l’uomo era eccessivamente rigido, la sua concezione militare caratterizzata da continue offensive sulle linee austriache aveva contribuito a sfiancare l’esercito. Nel momento in cui gli imperiali decisero di dare un affondo sulle linee italiane, egli non trovò di meglio che dare la responsabilità del disastro alla “viltà” dei suoi soldati. Un giudizio che mai nessun comandante di un esercito dovrebbe mai dare, avendo coscienza delle difficoltà enormi e dei sacrifici incredibili che avevano patito i soldati italiani. Le enormi perdite avevano demoralizzato i reparti, e il disastro di Caporetto era tutto scritto nei programmi militari dello Stato Maggiore, non certo nella resistenza o nella mancanza di virtù militari delle truppe.

 

 

 

 

Cadorna, fin dalle prime righe del volume ("La guerra alla fronte italiana") se la prende con il clima “antimilitarista” che negli anni prima dello scoppio della guerra mondiale, aveva, a suo dire, indebolito il prestigio della struttura di comando, parole dure ci sono anche per la borghesia produttiva per la quale “…l’esercito era un peso di cui avrebbero volentieri fatto a meno, al quale perciò si doveva concedere il meno possibile sul bilancio dello Stato”.

 

 

Per varie ragioni, continua Cadorna, il prestigio degli ufficiali era calato e c’erano “allo scoppiare della guerra quadri, in complesso, abbastanza buoni in basso, ma invecchiati e sfiduciati nei gradi inferiori e medi, ed in alto insieme a parecchi buoni ed ottimi altri non pochi insufficienti”.

 

 

Cadorna poi se la prende con le condizioni materiali in cui erano costretti ad operare i militari. “Le necessità dell’esercito, fin dalla costituzione di questo nel 1859-61, furono costantemente in lotta col Bilancio, ma le sue massime deficienze corrisposero allo scoppio delle due maggiori crisi europee, quelle cioè del 1870 e del 1914; poiché la prima era stata preceduta dalle economie fino all’osso introdotte dopo la campagna del 1866 e la seconda dalla guerra di Libia che aveva disorganizzato i magazzini; crisi scoppiate fulmineamente ed alle quali nessuno aveva in precedenza creduto!”

 

 

Quindi per Cadorna la crisi dell’esercito italiano veniva da lontano. “Ma il bilancio era il massimo idolo – continua il generale Cadorna nella sua filippica difensiva – a cui conveniva di sacrificare! Mi limiterò a ricordare che alla vigilia della guerra, cioè nell’aprile 1914, quando il gabinetto presieduto dall’onorevole SALANDRA assunse il potere, essendo stato offerto il portafoglio della guerra al generale PORRO, questi pose la condizione che fossero assegnati al bilancio della guerra 600 milioni da distribuirsi in sei anni, ed indispensabili per le spese più urgenti. Non essendo stati concessi, il generale PORRO rifiutò il portafoglio, e le spese furono ridotte a 200 milioni”.

 

 

Oltre al bilancio sofferente, dichiara Cadorna, altre cause contribuirono a caratterizzare l’esercito italiano come una compagine assai debole e mal strutturata in armamenti e mezzi.

 

“Alle cause permanenti di impreparazione alla guerra si aggiunsero quelle prodotte dalla guerra di Libia appena ultimata. Questa aveva assunto proporzioni impensate, poiché, iniziatasi nell’ottobre 1911 con un corpo d’armata, aveva gradatamente finito per assorbire oltre 100.000 uomini, ai quali si dovette provvedere coi magazzini destinati alla mobilitazione dell’esercito. E’ bensì vero che questi furono in parte reintegrati e che una parte dei materiali di artiglieria antiquati inviati in Libia fu sostituita con materiali più moderni; ma in complesso vi erano ancora gravissime deficienze, e allorquando (il 27 luglio 1914) io assunsi la carica di capo di stato maggiore dell’esercito, nel momento cioè in cui, dopo la nota dell’Austria alla Serbia (inviata due giorni prima) la guerra europea era inevitabile, io trovai la situazione che descriverò tra poco”.

 

 

Ora Cadorna entra nel vivo della “crisi militare” (che a lui poi serve per lenire un poco le “ferite” della disfatta di Caporetto e la sua sostituzione e sollevamento dal Comando Supremo).

 

 

 

 

 

Per pareggiare il peso militare delle potenze europee l’Italia “…solo per pareggiare gli sforzi dell’Austria..noi dovremmo….mobilitare 34 divisioni di prima linea, anziché 24; dovremmo incorporare annualmente 150.000 reclute (contingente) tutte a ferma biennale, anziché 120.000, e dovremmo mantenere costantemente alle armi in tempo di pace (forza bilanciata) 345.000 uomini, anziché 275.000”.

 

 

“I nostri corpi d’armata non hanno che 96 cannoni da contrapporre ai 160 cannoni che ha ciascun corpo d’armata francese e tedesco, ai 156 cannoni che avrà prossimamente, a quanto pare, il corpo d’armata austriaco”.

 

 

“..[…]..Le nostre dotazioni sono tuttora costituite, in molta parte, con materiali antiquati, che sarebbe necessario sostituire…..Basti dire che la nostra fanteria di milizia territoriale, benché impiegata in notevole misura, in servizi importantissimi, quali la difesa delle coste e i presidi delle piazzeforti, è tuttora armata col vecchio fucile 70-87 il cui uso, oltre al resto, è ormai del tutto ignoto anche ai più vecchi fra i nostri soldati in congedo. Il carreggio dei corpi. Vecchio e pesante, è inadatto ai nostri terreni, in gran parte montuosi e collinosi”.

 

 

“Il parco d’assedio, poi, è formato quasi interamente con bocche da fuoco di tipo ormai vetusto, e che sarebbero, perciò, incapaci di attaccare qualsiasi opera di fortificazione moderna”.

 

 

Verso la fine del luglio 1914 – continua Cadorna – l’esercito si trovava nelle seguenti condizioni:

 

 

1 – DEFICIENZE ORGANICHE DI FORZA.

 

 

a) QUADRI UFFICIALI -  “Erano in tutto circa 26.000 e complessivamente ne mancavano 13.000; tale deficienza era più sentita nell’artiglieria, nella quale raggiungeva il 44 per cento degli organici e nel corpo sanitario nel quale superava il 50 per cento.

 

 

SOTTUFFICIALI – Scarsissimi erano i sottufficiali.

 

 

b) FORZA BILANCIATA – Le numerose esenzioni….facevano sì che l’esercito di prima linea doveva fare assegnamento su ben 13 classi, entrando così in campagna in condizioni di inferiorità.

 

 

c) NUCLEI DI MILIZIA MOBILE – I nuclei di milizia mobile….non erano neppure tutti costituiti. L’inconveniente…aveva speciale gravità per le batterie campali, che non potevano assolutamente essere improvvisate.

 

 

d) ARTIGLIERIA DA FORTEZZA – Le compagnie di artiglieria di fortezza non erano sufficienti per guernire tutte le opere già armate.

 

 

e) TAPPE – La precettazione quadrupedi erano stata completata solamente dai corpi d’armata I, VI, VIII, X, XII, ed era tuttora in corso presso gli altri….

 

 

f) REPARTI DISLOCATI IN LIBIA – In caso di mobilitazione, era necessario rinunciare a molti battaglioni dislocati in Libia, oppure sostituirli con unità di costituzione del tutto nuova. Ma per queste sarebbero mancati i quadri.

 

 

2 – DEFICIENZE DI MATERIALI

 

 

a) ARTIGLIERIA – Batterie da campagna – Ogni corpo d’armata avrebbe dovuto disporre di 96 pezzi (che erano già pochissimi) ma in realtà, erano assai meno perché, ad esempio, molte terze sezioni erano in Libia.

 

 

Dei 36 reggimenti da campagna, 5 non erano ancora costituiti e 5 non potevano ancora funzionare come centri di mobilitazione, non essendo costituiti i rispettivi magazzini.

 

 

Delle 86 batterie da 75 mod.1911 (Déport) che avrebbero dovuto essere pronte nel 1913, non se ne avevano che 12.

 

 

Dovevamo quindi mobilitarci con 93 batterie a sistema rigido, ma di queste, 37 sarebbero ancora state del modello 87-B poco adatte al tiro indiretto.

 

 

BATTERIE A CAVALLO – Sempre allo studio, ancora, l’armamento delle batterie a cavallo, che erano allora armate col materiale 1912…troppo pesante e poco adatto per seguire la cavalleria.

 

 

BATTERIE DI OBICI DA MONTAGNA – Non era ancora stato definito il materiale e non si avevano i fondi per la provvista delle 12 batterie che sarebbe stato necessario costituire.

 

 

REGGIMENTI PESANTI CAMPALI – I reggimenti campali pesanti avevano gli obici, ma non ancora i cannoni. Mancavano 12 batterie di cannoni pesanti campali per le quali il Parlamento aveva stanziato a suo tempo i fondi.

 

 

E delle 28 batterie di obici acquistate, solo per 14 era possibile una mobilitazione organica, mancando, per le altre, quadri, cavalli e alcuni materiali.

 

 

PARCO D’ASSEDIO D’ARTIGLIERIA – Era insufficiente per quantità e qualità di materiali ad affrontare qualsiasi azione offensiva.

 

 

Mancavano 6 batterie di mortai da 260 e gli affusti a ruota e a deformazione per costituire altre 8 batterie di mortai da 210, le cui bocche da fuoco erano in allestimento avanzato…..[…]..In complesso il parco di artiglieria difettava di cannoni e di mortai di grande potenza. Scarso era il munizionamento dei mortai, deficienti erano i mezzi di traino meccanico per le batterie ed i servizi del parco.

 

 

 

 

MATERIALI PER IL TIRO CONTRO AERONAVI – Erano in corso studi ed esperienze al riguardo, ma non si aveva ancora nulla di concreto.

 

 

b) GENIO – I parchi ed i magazzini avanzati del genio mancavano dei materiali occorrenti per passare dalle vecchie alle nuove formazioni; mancava, quindi, quanto era in relazione alle aumentate dotazioni di alcuni materiali …..

 

 

c) ARMI PORTATILI: SEZIONE MITRAGLIATRICI – Coi fondi già stanziati, si sarebbe dovuto avere una sezione mitragliatrici per ciascun battaglione di fanteria di linea, granatieri e bersaglieri dell’esercito permanente, per ciascun reggimento di fanteria di milizia mobile, e per ciascuno dei 16 reggimenti di cavalleria divisionale; due avrebbero dovuto essere le sezioni mitragliatrici per ogni battaglione alpini dell’esercito permanente.

 

Invece non si avevano allora disponibili che 150 sezioni, e molte di queste non erano mobilitabili perché le loro dotazioni di materiali erano ancora incomplete.

 

 

FUCILI – Esistevano solo 750.000 fucili modello 1891, oltre ad 1 milione 200.000 fucili di antico modello (Wetterly), dei quali, però, 500.000 erano già venduti ad un prezzo irrisorio, e io riuscivo a mala pena a salvarli facendo annullare il contratto. Con questo fucile era allora armata la milizia territoriale. Questi fucili, sebbene antiquati erano ottimi, e si riuscì poi a ridurli al calibro dei fucili mod.1891, ottenendo così il grande vantaggio dell’uniformità di munizionamento.

 

Le fabbriche di fucili erano ridotte alla sola di TERNI, che poteva fabbricare la quantità irrisoria di 2500 fucili al mese, se non erro. Durante la guerra si riuscì a portare la produzione delle armi portatili a quasi 100.000 fucili mensili.

 

La milizia territoriale (meno che la Sardegna e per alcuni battaglioni con impiego speciale) era ancora armata col vecchio fucile 70-87 non più conosciuto dai richiamati di questa milizia.

 

 

d) CARREGGIO – Mancavano circa 1000 carrette per cartucce. Il carreggio dei corpi, che avrebbe dovuto essere del tipo leggero, era ancora, per la maggior parte, costituito dalle carrette pesanti da battaglione.

 

 

e) SERVIZIO SANITARIO – mancavano 4 sezioni di corpo d’armata dei magazzini avanzati di materiale sanitario; tutte le autoambulanze; le barelle occorrenti per portarle da 280 a 450 sui treni attrezzi, ossia in totale 2720.

 

Dei depositi centrali di materiale sanitario esistevano solamente piccoli nuclei.

 

Si avevano ancora di vecchio modello: alcuni ospedaletti da campo da 50 letti, molti ospedali da campo da 100 letti, tutti gli ospedali da campo da 200 letti.

 

 

f) SERVIZIO DI COMMISSARIATO: VETTOVAGLIAMENTO – Mancavano 150 forni Weiss da montagna (effettivamente già ordinati e pronti per il collaudo, a Budapest, ma sui quali ora non si poteva più fare assegnamento); 62 forni someggiati mod.1897; circa 10.000 quintali di galletta.

 

 

VESTIARIO – Le serie esistenti, in seguito ad invii saltuariamente fatti in Libia, erano ora disordinatamente dislocate, sicchè si rendevano necessari numerosi spostamenti fra magazzino e magazzino per riordinarle.

 

Di serie vestiario ne mancavano 350.000. Per la milizia territoriale non esisteva, in generale, vestiario di panno e neppure esistevano cappotti.

 

 

g) SERVIZIO AUTOMOBILISTICO – in confronto del rilevante numero di macchine automobili che occorrevano per assicurare tutti i servizi dell’esercito mobilitato (in totale 324 autovetture; 1508 autocarri; 106 autoambulanze; 1508 motociclette e, non comprese in tali cifre, le dotazioni di riserva per costituire i depositi-laboratorio dei parchi automobilistici di armata e dei depositi centrali, si aveva allora solo la seguente disponibilità di materiali di proprietà dell’amministrazione militare: 40 autocarri completi, 450 chassis. E per quanto si avessero, allora, i fondi necessari per completare con carrozzeria ed accessori gli chassis sopra accennati, il lavoro di completamento non avrebbe potuto essere ultimato che dentro l’anno.

 

 

 

4 – STATO DELL’ASSETTO DIFENSIVO SULLA FRONTIERA N.E.

 

 

La sistemazione difensiva sulla frontiera N.E. come era stata progettata era pressoché ultimata, sebbene fosse insufficiente a mio avviso; le opere erano quasi tutte al completo, ma l’armamento secondario mancava nella maggior parte di esse.

 

 

In arretrato erano i lavori di CAMPOLONGO – Monte Ritte – Cima dell'Ora. Incompleta era la difesa dell’Altopiano di Tonezza, che avrebbe dovuto essere rafforzata con una nuova opera al Toraro.

 

 

Sempre per i limiti di spesa imposti, non si poterono neppure progettare tutte le opere occorrenti per rafforzare convenientemente la difesa delle fortezze costiere e delle piazze marittime che, tranne quella di Venezia, si trovavano in condizioni non soddisfacenti.

 

 

 

5 – STATO DELL’ASSETTO FERROVIARIO

 

 

Le condizioni generali della nostra rete ferroviaria non potevano considerarsi sotto l’aspetto militare soddisfacenti. ….I lavori, la cui esecuzione si riteneva necessaria, per quanto riflette la frontiera, sono qui di seguito enumerati…….

 

 

a) Costruzione della Ostiglia-Treviso, per avere una linea intermedia fra le due grandi arterie Verona-Vicenza-Treviso-Casarsa e Bologna-Padova-Mestre-Portogruaro. Con tale costruzione si sarebbe ottenuto di alleggerire il gravoso carico sulle due arterie sopra accennate, di agevolare il movimento su Treviso, e su di essa (con funzione di linea di riserva) si sarebbe potuto riversare, almento in parte, il movimento che fosse, per qualsiasi causa, arrestato su una delle citate grandi arterie.

 

 

b) Costruzione del breve tronco Montebelluna-Conegliano, che avrebbe permesso di avviare direttamente su Conegliano il movimento proveniente da Vicenza e diretto nel Friuli, evitando la stazione di Treviso dove vi era eccessivo concentramento di traffico.

 

 

c) Costruzione, a San Pietro di Legnano, (sulla linea Mantova-Monselice) di un grande parco di binari per ovviare, almeno in parte, all’inconveniente della rigidità del movimento ferroviario di mobilitazione.

 

 

d) Lavori di consolidamento in alcuni tratti della linea Belluno-Pieve di Cadore, che presentavano gravi difetti di stabilità…..

 

 

e) Costruzione del tronco ferroviario Vittorio-Ponte delle Alpi, per rendere più agevoli e sicure le comunicazioni con l’Alto Cadore, per costruire una efficace linea di arroccamento fra le operazioni procedenti per la valle della Piave e quelle per la valle del Tagliamento.

 

 

f) Raddoppio del binario della linea Pavia-Cremona-Mantova-Monselice, allora sfruttata fino al limite della sua potenzialità e l’unica che potesse sussidiare la grande arteria Milano-Vicenza nell’ingente movimento di cui questa era gravata in entrambe le ipotesi di adunata.

 

 

g) Prolungamento della linea del Cadore sino a Lozzo.

 

 

h) Costruzione della nuova linea Sacile-Pinzano.

 

La rete ferroviaria veneta era del tutto insufficiente ai bisogni della mobilitazione, specialmente tra la fronte Padova-Vicenza ed il Friuli, dove si riduceva ad una linea a doppio binario fino a Casarsa (d’onde proseguiva con un solo binario su Udine) e ad una linea ad un binario per Portogruaro a Cervignano.

 

Ciò aveva costretto, negli studi del tempo di pace per la radunata dell’esercito, ad arrestare il grosso di questo sulla Piave, d’onde avrebbe proseguito per via ordinaria verso il Tagliamento ed il Friuli, e a trasportare nel Friuli un solo corpo d’armata di copertura, oltre a battaglioni di bersaglieri e di alpini.

 

Durante la guerra la capacità di trasporto ferroviario tra la fronte Vicenza-Padova ed il Friuli fu raddoppiata, mediante raddoppi di binari, ingrandimenti di stazioni e di piani caricatori, ecc. e quelle di alcuni tronchi addentrantisi nelle vallate fu perfino triplicata.

 

Quando io, allo scoppio della guerra europea, assunsi la carica di capo di stato maggiore, trovai che tutti gli studi e le predisposizioni pel caso di guerra con l’Austria erano esclusivamente difensivi ………All’infuori delle Monografie del terreno, compilate circa 30 anni prima nessuno studio esisteva sul quale si potesse edificare un piano d’operazioni offensivo sulla fronte Giulia secondo le circostanze del momento; si dovettero improvvisare tali studi e modificare in conseguenza le disposizioni per la mobilitazione, la radunata e lo schieramento dell’esercito.

 

Ed anche sotto l’aspetto difensivo l’esercito era così poco preparato ad una guerra che si doveva condurre in terreno in gran parte montuoso sulla frontiera austriaca, e tutto montuoso sulla frontiera francese, che nessun corpo di fanteria, ad eccezione degli alpini, era equipaggiato da montagna; si dovettero tutti equipaggiare da montagna durante la guerra, sostituendo le salmerie alle pesanti carrette da battaglione.

 

In quel giorno, 27 luglio 1914, nel quale assunsi la carica di capo di stato maggiore, ebbi a constatare che per completare in artiglierie e servizi tre corpi d’armata, i quali, verificandosi certe eventualità, avrebbero dovuto essere trasportati all’estero, si sarebbero dovuti depauperare in modo impressionante gli altri corpi d’armata che rimanevano in Italia.

 

In sostanza l’esercito era come un immenso deposito nel quale si dovevano attingere i mezzi per mobilitare i tre corpi d’armata”.

 

 

 

 

Queste in estrema sintesi sono le critiche del generale Cadorna alla struttura militare che trovò quando prese il comando dell’esercito. Risparmio ai lettori le critiche sull’antimilitarismo del paese, sulla mancanza di virtù guerriere (che poi invece si rivelarono esistenti ed efficaci nella lotta sugli altipiani, in particolare quelli vicentini), sulla disciplina (di cui si vide poi durante la rotta di Caporetto le aberranti misure di repressione di poveri soldati stanchi e al limite delle forze fisiche). Il generale Cadorna fu bersagliato poi, dopo Caporetto, da una valanga di critiche, e una per tutte rivela il dramma di quel momento: Cadorna fu chiamato “macellaio”, perché fu lui a gettare all’assalto intere generazioni di giovani soldati, un capitale umano che fu azzerato dalle difese austriache. E quando tedeschi ed austriaci ebbero rinforzi venne allo scoperto il complesso di errori e di ottusità dello Stato Maggiore. G.M.

 

 

 

(Estratto da: Generale LUIGI CADORNA, La guerra alla fronte italiana – Fino all’arresto sulla linea della Piave del Grappa (24 Maggio 1915-9 novembre 1917) – Vol. I – Milano Fratelli Treves Editori, 1921)