VENEZIA, 9 NOVEMBRE 1994

 

MEMORIA DI CARLO DIGILIO

SUL COMPORTAMENTO DI DELFO ZORZI

 

 

 

Come riferito in un precedente verbale del 16 aprile scorso, lo ZORZI si diede non poco da fare, dopo alcuni anni dalla visita al casolare, per rintracciarmi, utilizzando il dottor MAGGI e come dissi fu verso il 1973 circa.

La questione della chiave da fare al fine di agevolare la fuga di Giovanni VENTURA, era solo una scusa: è venuto finalmente il momento di spiegare il vero movente e le finalità della mossa dello ZORZI che solamente dopo quanto ho rivelato nel precedente verbale del 10 ottobre scorso è possibile comprendere in tutta la loro gravità e portata.

Lo ZORZI era in quel periodo in serie difficoltà per il suo gruppo in quanto avevano arrestato il VENTURA, anche per errori e chiacchiere di costui e, pertanto, si dava precipitosamente da fare per fronteggiare la situazione, per parare altre eventuali falle.

Pertanto, il vero motivo della manovra di recupero della mia persona, visto che si era ricordato che ero l'unico testimone in vita che aveva visto a suo tempo i congegni da loro montati con perizia, era un colloquio di gravissima importanza finalizzato a minacciarmi perchè tacessi su quanto sapevo.

Il Professore FRANCO Lino, responsabile del gruppo "Sigfried" ormai era già deceduto e non destava per loro più alcun problema.

 

I discorsi del primo giorno di quell'incontro in verità si svolsero, come a suo tempo riferito, certamente in maniera bonaria, anche per tastarmi il polso, per vedere la mia disponibilità, cioè per valutare come potermi coinvolgere; effettivamente lo ZORZI si illudeva di trovare molta più comprensione di quanto non fu.

E' per questo che parlò con entusiasmo della battaglia portata avanti per la vittoria dei loro ideali e si rivolse a me come ne fossi compartecipe, forse a causa dei passati incontri: certo non trascurò di criticarmi a lungo per il non avermi più visto.

Fu così che glorificando il tempo da lui trascorso in varie azioni cominciò a relazionarmi su quanto era successo nel periodo in cui non li avevo più visti.

Rifacendosi al tempo dell'esperimento dei congegni alla presenza del professor FRANCO, disse con enfasi che molta strada era stata fatta e che con VENTURA e POZZAN avevano notevolmente migliorato il tipo di congegno; svelò quindi il nome del loro amico appartato quel giorno nell'altra stanza del casolare e che io ricordo di aver poi riconosciuto per Marco POZZAN, riferendomi al verbale del 10 ottobre scorso: evidentemente in quel momento non si ricordò che a suo tempo non me l'avevano presentato.

Comunque continuando nell'esposizione accennò all'azione combinata a vasto raggio effettuata sui treni nell'estate del 1969 per cui se qualche dubbio avevo su quest'azione dimostrativa me lo tolse del tutto.

Mi chiese se avevo capito da che parte venivano certe azioni e disse che gli sembrò strano non avermi visto all'opera assieme agli altri, per cui selezionarono uomini e materiali in vista di ulteriori azioni.

Si fece inoltre un merito speciale non solo dell'organizzazione dell'attentato alla scuola slovena, ma specificò anche che fu una soddisfazione personale averne costruito l'ordigno secondo quei nuovi ritrovati, cioè quei miglioramenti che disse erano stati fatti dall'"équipe", composta così come da me verbalizzato il 10 ottobre scorso.

Non fece cenno però di questi nuovi ritrovati, di queste migliorie di cui parlava, per cui nulla posso riferire.

 

Su questo argomento venne fuori non solo un certo odio razziale, un Nazionalismo spinto, ma anche tutta la personalità dello ZORZI che però, con veloci tratti, chiuse l'argomento "scuola" rilevando il fatto che era doveroso imporsi in quel momento e che piacque molto "in alto" in certi ambienti riservati! Aggiunse che la questione della scuola fu una preparazione per successive più importanti prove.

Provai un gran senso di delusione e cominciai a capire che le cose erano andate diversamente da quello che a suo tempo il Professor FRANCO supponeva e ringraziai in cuor mio il consiglio datomi dallo stesso di starne alla larga.

Ma la cosa non doveva finire di stupirmi perchè, seguitando nel discorso e intercalando osservazioni di demerito, sulla miseria morale e la pochezza, la fiacchezza di gente come me, sono sue parole, Delfo ZORZI disse che Piazza Fontana era stata la conclusione di questa escalation e che egli stesso, lo ZORZI, vi partecipò di persona, in forma diretta, per cui la versione dell'attentato a Roma fu solo una seconda versione accomodante che egli tirò fuori, in seguito, arrampicandosi sugli specchi, quando io, tornato il giorno dopo con risposta negativa sul fabbro e sulla ricerca di volontari, gli feci capire, praticamente, che non intendevo collaborare.

La sua esposizione dimostrava la sua cultura e la sua sensibilità prossima alla morale giapponese: aveva un qualcosa di freddo e distaccato come certi personaggi ieratici orientali.

Il discorso dell'attentato alla "Banca dell'Agricoltura" di Piazza Fontana a Milano, come lo riferì, fu lapidario, una semplice cronaca, un semplice bollettino di guerra, buttato lì come un sasso. Disse: "me ne occupai di persona, non fu cosa facile, fui aiutato dal figlio di un direttore di banca"!... E in queste ultime parole fu chiaramente evasivo.

Prima che mi riprendessi dallo sbigottimento, e dovevo essere visibilmente turbato, cambiò velocemente il discorso passando all'attacco con le sue richieste, pensando di aver fatto colpo su di me. "Certo - disse - abbiamo capito che queste non sono cose per te, però qualcosa dovresti fare, trova un fabbro" e qui si riferì alla chiave e a quanto ho già riferito.

Me ne andai molto turbato, e il giorno dopo ritornai logicamente con il mio rifiuto, sperando vivamente che con la promessa di tacere, visto che a quei tempi i servizi segreti erano veramente forti, almeno mi lasciassero in pace. Però l'ira dello ZORZI, nel vedere sostanzialmente che ormai si era fatto carpire delle notizie delicate, in aggiunta a quelle del passato, fu invece grande e malamente contenuta e a dire il vero fu l'unica volta che lo vidi perdere le staffe e fu bene che ci trovassimo in strada, cioè in pubblico.

Mi disse minaccioso: "Ricordati che la cosa non finisce qui e comunque, dato che "OTTO", cioè il Professor FRANCO, è deceduto e sei rimasto solo tu che sai dei congegni e ora anche dei fatti, se parli puoi considerarti morto perchè non ci sono solo io e i camerati, ma dietro di me ci sono anche i servizi segreti e ammesso anche che non ti potessimo eliminare, se parli ti coinvolgeremo e ti accuseremo in maniera tale che ti rovineremo!!".

Ora, a questo punto, ricordo che già feci accenno alle prime mosse di depistaggio dello ZORZI nel verbale del 16 aprile 1994.

Infatti egli aveva già pensato astutamente ad avviare delle azioni diversive con attentati nelle verie città d'Italia, cosa che egli mi disse esplicitamente quel giorno.

Questa era una mossa molto abile con la precisa finalità di trarre in inganno gli inquirenti che in quel momento stavano vagliando la posizione del VENTURA e degli altri arrestati.

Ma la sua astuzia non si fermò qui perchè seppi in seguito, casualmente, dal Marcello SOFFIATI che lo ZORZI aveva messo in giro "strane voci" sul conto di tale "OTTO" e il suo gruppo, quale detentore di esplosivi ed armi: questa voce uscì, guarda caso, anni dopo da dichiarazioni di pentiti che ne avevano sentito parlare. E' evidente, nello ZORZI, la finalità di indirizzare gli inquirenti verso una falsa pista; compresi, ed è quanto mai evidente, che essendo "OTTO", cioè il professor FRANCO, deceduto e il suo gruppo sciolto eventuali indagini sarebbero finite nel nulla ed intanto nel depistaggio sarebbe passato del tempo molto prezioso per lui ed i suoi collaboratori!

La professionalità dello ZORZI, però, non si fermò qui ma giunse al punto di precostituirsi degli alibi approfittando e gestendo abilmente la sigla, il soprannome di "OTTO", sia nel suo giro di collaboratori diretti che di conoscenti ignari, attribuendo a quel nome fatti e storie che invece gli erano di stretta pertinenza ma che egli intendeva, perfidamente, attribuire ad altri.

Anzi, ad un attento esaminatore, questa storia però potrebbe essere per lo ZORZI un vero boomerang, cioè "OTTO" in pratica non poteva che essere lui considerando i fatti, il possesso di esplosivi, il possesso di armi, il comando di un gruppo ecc. ecc.

Per ora, comunque, egli utilizzando abilmente sia sottoposti che conoscenti a distanza di tempo accusa altri ed attribuisce fatti al nomignolo "OTTO" gestendolo ad arte nella sua sapiente abilità di depistatore.

 

In sostanza, Delfo ZORZI, partì in tre direzioni:

- primo con il piano di nuovi atti criminosi;

- secondo con discorsi indirizzati verso altra persona ed altro gruppo;

- e terzo con attribuzione di fatti ad un nomignolo e poi il nomignolo ad una persona scelta ad arte per provocarne poi di conseguenza l'incriminazione, scaricando quindi sè stesso da ogni indizio.

 

Un lavoro da perfetto professionista quale egli indiscutibilmente era: d'altronde come sarebbe stato altrimenti possibile per lui rimanere coperto e nell'anonimato su certi fatti per oltre vent'anni?

Non so con quanti altri possa aver fatto ciò ma certo è che, conoscendo bene lo ZORZI, posso dire ora che costui per ilo terzo caso sta attuando, con calcolata fredda determinazione, questa tecnica nei miei confronti.

A distanza di anni quindi la minaccia dello ZORZI, formulata nei miei confronti, si sta facendo triste realtà ed è per questo che io, incapace da solo a difendermi, superata la paura delle minacce, collaboro con l'Autorità Giudiziaria e conseguentemente chiedo aiuto per me e per la mia famiglia.

 

Gruppo "SIGFRIED" - Osservazioni

 

Come abbiamo a suo tempo detto nel verbale del 6 aprile 1994, il gruppo "SIGFRIED", di cui faceva parte il Professor FRANCO Lino, ed anzi ne era il capo con il soprannome di "OTTO", era sostanzialmente una piccola realtà, diciamo, interna a quell'area dei "Nuclei in difesa dello Stato" di cui a suo temppo si è parlato.

Era cioè una specie di "associazione culturale" che riuniva di ex combattenti ed ex - militari, quasi tutti provenienti dalla R.S.I. ed il nome fa riferimento, credo, ad una linea di difesa tedesca utilizzata durante la Seconda Guerra Mondiale.

Di questo gruppo conobbi solo casualmente il cognato del professore, Francesco POLI, che credo ne facesse parte.

Secondo quanto in quegli anni mi fu concesso di vedere e sentire, è mia opinione che questo di Vittorio Veneto altro non poteva essere che uno dei vari e similari gruppi espressamente organizzati per un valido supporto alle forze regolari in caso di emergenza.

Quale fosse la loro composizione, è facile comprendere: certamente ex combattenti, non comunisti, ex militari, ex Carabinieri, gente di provata fede patriottica.

E, a questo punto, ricordo che il professor FRANCO mi accennò alla possibilità del suo gruppo, in caso di necessità, di appoggiarsi alle armerie dei Carabinieri o, con costoro, a quelle dell'Esercito Italiano.

A quei tempi era in effetti il momento storico in cui la situazione del Paese versava in situazioni critiche rispetto alla sicurezza nazionale e varie furono le iniziative prese per creare delle forse di sostegno all'esercito regolare in caso di insurrezione comunista o di appoggio comunista alle forze del Patto di Varsavia nella deprecabile ipotesi di un'improvvisa invasione dell'Italia nel settore Nord Est.

Certo i più comuni erano i "Nuclei di Difesa dello Stato" o "Legioni" che facevano riferimento a strutture dell'Esercito Italiano e consistevano praticamente in gruppi di civili destinati ad affiancare le strutture ufficiali ed erano dislocate strategicamente in varie regioni: quella a Verona ad esempio, era la 5^ Legione.

Costoro però, erano sì un numero consistente, ma una manovalanza qualitativamente di media capacità e dovevano solamente avere la caratteristica di fedeltà agli ideali di Patria e avere un minimo di capacità nell'uso delle armi: quello delle esercitazioni nel poligono militare di Avesa - Verona, fu un esempio tipico, altro esempio tipico fu l'esercitazione a Forte FOIN vicino a Bardonecchia nell'agosto 1970, prima del tentativo di colpo di Stato.

Avevano, inoltre, qualche nozione all'uso di radio trasmittenti per ovvie funzioni di intercomunicazione e collegamento tra i vari gruppi in una coordinata azione generale: varie erano quindi le strutture patriottiche di supporto alle Forze dell'Esercito Italiano leali alla linea NATO.

Certo è che, spesso e volentieri, si vedono continuamente dietro le quinte, dietro queste strutture tra loro similari, Carabinieri e, quindi, servizi segreti.

E quando, ad esempio, costoro non intendono comparire, allora nulla vedono o sentono, come per fare un piccolo esempio, a suo tempo nella villa del conte FOSCARI, dopo aver mangiato e brindato, i "baldi giovani" potevano passare qualche piacevole momento sparacchiando ai barattoli tanto nessuno andava a disturbare.

A questo episodio assistei da studente, in quegli anni, invitato dall'amico Marino SIRACE, ad un simposio giovanile offerto dall'allora mecenate e capo carismatico conte Marco FOSCARI.

Inoltre, il subacqueo ed abile timoniere Roberto ROTELLI abilitato a muovere grosse imbarcazioni, era allertato - sono le sue parole - dai Carabinieri per cooperare nell'esecuzione del "PIANO SOLO", che poi tanto "solo" non era, in quanto era pura ipocrisia cartacea che fosse previsto il movimento esclusivo dei Carabinieri perchè a questo piano si associava immediatamente l'altro, detto "PIANO SIGFRIED", che prevedeva, guarda caso, l'arruolamento clandestino di ex-combattenti, militari in congedo non comunisti, ex carabinieri, il tutto in squadre speciali d'appoggio per interventi straordinari in caso di necessità.

E, per continuare gli esempi, anche lo stesso Giorgio BOFFELLI, ex-mercenario, con altri suoi amici, non disdegnava di intercalare la cena del MAGGI con quella degli amici informatori assieme a certi Carabinieri del locale Comando di San Zaccaria-VE. Paracadutista capelli corti, fisico aitante, il BOFFELLI non tralasciava qualche puntatina in Germania, da dove, nei suoi viaggi, un bel giorno tornò anche con una bella ragazza!

Tanti e vari cioè erano gli elementi utili alle "istituzioni"!

 

 

Ma tornando ai summenzionati "interventi straordinari" si possono anche citare episodi rimasti famosi come quello relativo al terrorista sud-tirolese Luis AMPLATZ ucciso in Val Passiria dal fotoreporter Kristian KERBLER che altri non era che una "longa manus" dei servizi segreti italiani. 

 

Grande scalpore, inoltre, fece a suo tempo il "Commando" di Carabinieri, guidato da un agente dei servizi segreti, che sorpresero dei giovani di destra ad un campeggio tipo paramilitare a Pian del Rascino provincia dell'Aquila, contrariamente alle regole previste dalla Legge non operarono dei fermi di Polizia Giudiziaria, ma crivellarono di colpi un giovane di destra di nome Giancarlo ESPOSTI finendolo, barbaramente, con colpi a bruciapelo alla testa sparati con una carabina cal. 22. Da notare, per inciso, che quest'arma non erqa in dotazione all'Esercito Italiano e quindi ai Carabinieri era vietata, a causa dei proiettili a piombo tenero che usa, dalla Convenzione Internazionale di Ginevra.

Quel giovane di destra, da quanto poi si seppe, sembra dovesse essere un teste utile per far luce sulla strage di Brescia.

Queste sono tutte ose che danno veramente da pensare e mi ricordano ad esempio che timore dei servizi segreti, ne aveva anche "OTTO", cioè il professor FRANCO, nonostante avesse dei buoni appoggi altrove, il quale non voleva far trapelare il vero motivo per cui andava al casolare di Paese ma avendo casualmente scoperto la coda di un certo discorso che veniva da molto lontano, e che non voleva assolutamente perdere di vista, preparò l'incontro, a suo tempo descritto, come per esaminare qualche arma.

Lavoro questo consono con il suo compito pqaramilitare, noto anche ai suoi amici carabinieri e disse infatti, da sornione qual'era, di voler andare a buttare un'occhiatina ad un'arma "strana" con forse qualche valore collezionistico!

In effetti, però, egli temeva occhi ed orecchi indiscreti da parte di una "struttura" di cui egli ben conosceva la pericolosità... 

Considerando comunque tutto quello che fin qui abbiamo detto sui gruppi paramilitari variamente descritti a qualcuno verrebbe spontaneo dire, a distanza di tempo, che forse, a rigor di logica, tutto ciò era la prima struttura, il primo gradino, che preludeva in seguito al rifluire in quell'organizzazione detta "STAY BEHIND", e che in italiano prese in seguito il simbolico nome di "GLADIO".

Ma questo è vero solamente in parte, perchè da quanto io seppi, gli americani, tanto per riprendere, e non qa caso il discorso di Forte FOIN a Bardonecchia, dove nell'agosto del 1970 si allenarono, dicevasi, quaranta persone per far funzione poi di "capogruppo", rilevarono che i dati dei presenti e quelli dei segnalati, non corrispondevano quasi mai.

Cioè, erano sempre in meno: pertanto dove rifluivano quelli e certamente i migliori, di cui non si trovava traccia negli elenchi di "GLADIO"? E "GLADIO", siamo certi, esisteva sin d'allora, ma era una struttura lineare, paramilitare, consona alle norme della convenzione internazionale di Ginevra e poi basta leggerne lo statuto!

Non prevedeva, quindi, azioni anormali come il "killeraggio", bombe con stragi tra innocenti, ecc. ecc. 

Ma chi fu allora, in mezzo a certe azioni dimostrative, a decidere di spingere le cose al peggio per provocare ad arte delle spinte verso una situazione di emergenza e quindi verso una restaurazione di poteri accentrati di tipo autoritario nel nostro Paese?!... Quindi, nello scatolone "GLADIO" viaggiavano altre scatolette tenute sigillate: ma da chi?

A quei tempi gli americani, già toccati dal Vietnam, erano stanchi di dover presenziare in forze in Europa ed in Italia e cercavano di responsabilizzare i Paesi locali per una certa autosufficienza.

Le uniche forze che non volevano l'allontanamento e il depauperamento delle basi americane dal Mediterraneo, per non dover sopportare l'onere del momento, erano i servizi segreti italiani, con il P.C.I. in casa, e il MOSSA israeliano, con i Paesi arabi filocomunisti!!

Assistiamo pertanto nuovamente al fatto che il noto fine machiavellico che giustifica i mezzi usati torna a farsi onnipresente.

 

CARLO DIGILIO,  Venezia, 9 novembre 1994

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