TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI MILANO

Ufficio Istruzione sez.20^

 

 

 

INTERROGATORIO DELL’IMPUTATO

Artt.366 e 367 c.p.p.

Art.25 R.D. 602/1931                                     N.721/88F R.G.G.I.  N.2643/84A R.G.P.M.

 

 

 

 

L’anno millenovecentonovantaquattro il giorno 1 del mese di luglio alle ore 15.30 nel Tribunale di Milano, Ufficio istruzione

Avanti a me, dr. Guido Salvini, Giudice Istruttore,

 

assistito dal sottoscritto m.o. Antonio Russo della Guardia di Finanza. 

è comparso DIGILIO CARLO il quale, ammonito sulle conseguenze cui si espone l'imputato che rifiuta di dare o dà false indicazioni sulla propria identità personale (arttt651, 495 c.p.) ed avvertito che ai sensi dell'art. 78 c.p.p. ha la facoltà di non rispondere alle domande che gli saranno rivolte sui fatti per cui è processo, ma che in ogni caso l'istruttoria proseguirà, risponde:

 

Sono Carlo Digilio, in atti già generalizzato.

 

E' presente il difensore di fiducia, dr. proc. Giovanni Battista Maggiolo del Foro di Venezia.

 

Interrogato sui fatti di cui al proc. pen. 721/88F, dichiara:

 

Prendo atto che dalle dichiarazioni di Amos Spiazzi e di Ettore Malcangi risulta un numero di incontri con Spiazzi superiore a quello che ho indicato sinora.

in merito posso dire che ciò è probabilmente vero, ma nessun incontro oltre a quelli da me descritti è stato significativo sul piano del possibile collegamento con attività illecite di quell'area. Ricordo comunque che mi recai una volta a casa di Spiazzi con Malcangi e suo fratello più anziano, mi sembra proprio per ritirare la denunzia di una pistola che avevo lasciato a Spiazzi durante la mia precipitosa fuga da Verona.

Io avevo conservato la pistola e lasciato a Spiazzi la denunzia di detenzione con l'intesa che egli avrebbe cercato di venderla regolarmente, cosa che poi non si verificò.

Fu questo il motivo di tale mia visita che avvenne con una vettura della famiglia Malcangi, ovviamente diversa dalla vettura che Malcangi ed io avevamo semidistrutto lasciando la casa di Cinzia Di Lorenzo.

 

Spiazzi comunque non era riuscito a trattare la vendita della pistola e io quindi feci a pezzi l'arma e gettai i pezzi nell'Adda nella zona in cui io e Malcangi abitavamo.

 

A domanda dell'Ufficio, mi riesce totalmente nuovo e comunque non riesco a ricordare la circostanza se condo cui io avrei usato in relazione a Spiazzi il nome in codice "uomo della tartaruga".

Prendo atto che ciò è stato riferito da Malcangi. Non posso escludere che tale denominazione fosse stata una semplice battuta in un discorso fra me ed Ettore legata a qualche circostanza poco significativa.

 

Ho già fatto cenno, nel corso dei precedenti interrogatori, al mio intervento in un recupero di uranio che era stato rubato. Me ne occupai per conto della C.I.A. e il recupero effettivamente avvenne.

Si trattava di due barre di uranio da 13 chilogrammi l'una. Sono quelle che servono per i reattori nucleari ed erano state sottratte da persone che agivano a mero scopo di lucro.

Il furto era avvenuto all'estero e cercavano di venderle in Lombardia. Provenivano, se non sbaglio, da un reattore della Germania.

Venni a sapere che queste due barre erano state offerte in vendita da alcuni trafficandi; contattai il mio referente della C.I.A. e mi dissero che la cosa era importante. Quindi mi diedero il denaro per simulare l'acquisto.

A quel punto diedi ai trafficanti una serie di appuntamenti fingendo di volerle acquistare e provocando poi al momento giusto l'intervento degli americani i quali recuperarono le barre intervenendo direttamente sui trafficanti. Il fatto avvenne nella zona del Lago di Garda e le barre erano giunte via Brennero.

 

Nell'operazione del finto acquisto mi diede una collaborazione anche Marcello SOFFIATI. Credo che Malcangi sia al corrente di qualche particolare, seppure romanzato, di questa storia in quanto all'epoca studiava fisica nucleare e il discorso dell'uranio nacque ovviamente a causa dei suoi interessi di studio.

Questo episodio avvenne verso la fine della mia collaborazione con i Servizi americani.

 

Si dà atto che alle ore 17.40 interviene il Pubblico Ministero, dr. Ferdinando Pomarici.

 

In relazione al viaggio in Spagna, mi sono ricordato di una circostanza che riguarda MARCO POZZAN.

 

Io mi trovavo con Eliodoro Pomar e un suo amico spagnolo di cui non ricordo il nome e un giorno li accompagnai nella zona di Carabanchel, che è una zona popolare di Madrid, dove abitava una persona che loro conoscevano e che si chiamava Marco Pozzan.

Abitava in una casa molto modesta ed era una persona che sembrava sofferente e male in arnese.

L'ingegnere pomar mi disse che era latitante e la sua visita a Pozzan era di carattere sostanzialmente amichevole.

Pozzan era nervoso e diceva che doveva vedere una persona e chiese quindi a Pomar di ripassare il giorno seguente. Il giorno dopo Pomar andò da solo da Pozzan ma mi disse che non lo aveva trovato.

In questo contesto Pomar mi disse che Pozzan era un latitante che era stato aiutato e protetto dal tenente LABRUNA e da MALETTI dei Servizi Segreti italiani.

Dal personale del S.I.D. riceveva denaro e notizie sulla sua famiglia che era rimasta in Italia.

Pomar mi disse che evidentemente Pozzan era stato redarguito ed invitato da coloro che lo proteggevano ad evitare di incontrare altri fuoriusciti italiani.

Questo concetto fu espresso da Pomar come se egli ne parlasse per cognizione personale.

 

Parlandomi di Pozzan, Pomar mi disse che era stato aiutato a fuggire dall'Italia da ufficiali del S.I.D. in quanto coinvolto nella predisposizione dei congegni utilizzati sia per gli attentati ai treni dell'estate del 1969 sia nella strage di Piazza Fontana.

 

L.C.S.  alle ore 18.40.                                                                                               Il Giudice Istruttore GUIDO SALVINI

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