TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI MILANO

Ufficio Istruzione sez.20^

 

 

 

INTERROGATORIO DELL’IMPUTATO

Artt.366 e 367 c.p.p.

Art.25 R.D. 602/1931                                     N.721/88F R.G.G.I.  N.2643/84A R.G.P.M.

 

 

 

 

L’anno millenovecentonovantaquattro il giorno 12 del mese di novembre alle ore 13.30 nel Tribunale di Milano, Ufficio istruzione

Avanti a me, dr. Guido Salvini, Giudice Istruttore,

 

assistito dal sottoscritto m.o. Antonio Russo della Guardia di Finanza. Sono presenti il dr. Savio e il Sovrintendente Capo Roberto Emireni della DIGOS di Venezia.

è comparso DIGILIO CARLO il quale, ammonito sulle conseguenze cui si espone l'imputato che rifiuta di dare o dà false indicazioni sulla propria identità personale (arttt651, 495 c.p.) ed avvertito che ai sensi dell'art. 78 c.p.p. ha la facoltà di non rispondere alle domande che gli saranno rivolte sui fatti per cui è processo, ma che in ogni caso l'istruttoria proseguirà, risponde:

 

Sono Carlo Digilio, in atti già generalizzato.

 

Avvisato, non presente il difensore di fiducia, dr. proc. Giovanni Battista Maggiolo del Foro di Venezia.

 

Interrogato sui fatti di cui al proc. pen. 721/88F, dichiara:

 

(Carlo Digilio) - Al fine di completare e facilitare la narrazione dei fatti, ho preparato in questi giorni, in attesa del presente interrogatorio, una memoria di otto pagine (qui pubblicata nell'articolo precedente, g.m.) che produco all'Ufficio e che riguarda sia l'attività e i miei rapporti con Delfo ZORZI nonchè quanto a mia conoscenza conoscenza sul gruppo SIGFRIED, argomento cui già avevo fatto cenno, e sugli altri gruppi paralleli che operavano in quegli anni in funzione anticomunista come i Nuclei Difesa dello Stato.

 

(L'Ufficio) - Si dà atto che DIGILIO produce all'Ufficio una memoria di otto pagine, firmata su ognuna di esse, che viene allegata al presente verbale.

L'Ufficio, letta la memoria, procede alle seguenti dichiarazioni e chiarimenti in merito agli argomenti trattati.

 

NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO E GRUPPO SIGFRIED

 

Poichè l'Ufficio mi chiede di meglio precisare quali fossero i rapporti fra le varie strutture, posso dire che in sostanza i Nuclei di Difesa dello Stato e il gruppo Sigfried erano due realtà distinte, ma fra loro simili, entrambe dipendenti dalle nostre strutture e cioè rispettiavamente dall'Esercito e dai Servizi di Sicurezza.

Rispetto ai Nuclei il gruppo Sigfried aveva un numero di elementi certamente inferiore sul piano numerico, ma più qualificati sul piano della capacità operativa.

E' molto probabile che parte degli elementi dei Nuclei siano in seguito rifluiti in GLADIO allo scioglimento dei Nuclei stessi.

L'esercitazione a Forte Foin, vicino a Bardonecchia, di cui parlo nella memoria, era un'esercitazione dei Nuclei di Difesa dello Stato con la presenza dei suoi elementi piemontesi.

Sono in grado di precisare come venni a sapere di questa esercitazione. Ebbi occasione di presenziare negli uffici del Comando FTASE ad una discussione che si basava sulla velina dei nostri Servizi di Sicurezza concernente questa esercitazione che si era già tenuta.

Erano presenti un ufficiale americano, Soffiati, il suo referente, io e qualche altra persona.

L'esercitazione di cui l'ufficiale parlava si era svolta nell'agosto del 1970, qualche mese prima del tentativo di golpe di Borghese e il discorso dell'ufficiale americano verteva sulla consistenza delle forze presenti a tale esercitazione in quanto il numero dei partecipanti, secondo le informazioni in loro possesso, era maggiore di quanto risultava dall'informativa del S.I.D.

L'americano commentava che in questo modo gli italiani fingevano di essere più deboli di quanto in realtà erano in relazione alle strutture parallele antisommossa e costringendo gli americani a mantenere alta la loro presenza numerica sul nostro territorio.

L'esercitazione di Forte Foin, comunque, doveva consentire la formazione e l'addestramento di circa 40 capigruppo ciascuno dei quali doveva diventare responsabile di una squadra in Piemonte. Tale preparazione era finalizzata ad entrare in campo in occasione del golpe che era fissato per il dicembre 1970. Appresi questi particolari sempre nell'ambiente FTASE.

 

Tornando al gruppo Sifried, sempre nel medesimo ambiente mi fu accennato al fatto che tale gruppo era nato in concomitanza con il PIANO SOLO del generale DE LORENZO nel 1964.

In sostanza accanto al Piano Solo e cioè alla mobilitazione dei Carabinieri per il colpo di Stato, c'era il PIANO SIGFRIED e cioè la costituzione del gruppo di civili che al momento del golpe doveva incaricarsi dell'arresto e della neutralizzazione degli esponenti dell'opposizione e dei sindacalisti.

A quell'epoca infatti i Carabinieri non avevano le strutture sufficienti per poter operare capillarmente dovunque.

Nacque così il gruppo Sigfried che continuò ad esistere anche dopo il venir meno del tentativo del 1964.

Nel memoriale faccio cenno a ROBERTO ROTELLI, che era un veneziano esperto palombaro e titolare di patente nautica che lo abilitava alla conduzione di imbarcazioni anche di grosso tonnellaggio.

Rotelli, che era dell'ambiente di destra, ed era appunto proprietario di un peschereccio, mi confidò che era stato previsto il suo intervento nel momento in cui sarebbe scattato il Piano Solo e che il suo compito specifico sarebbe stato, secondo i progetti, quello di caricare i prigionieri su una grossa imbarcazione e portarli sino ad una nave militare che li avrebbe condotti in Sardegna dove erano predisposti campi di internamento.

E' quindi molto probabile che Rotelli fosse appartenente al gruppo Sgfried.

Questa sua confidenza risale alla metà degli anni '70, a cose ormai concluse e quindi in una situazione che gli consentiva di parlare del passato.

In quel momento eravamo al Poligono del Lido di cui ero già segretario.

 

Poichè l'Ufficio mi chiede se io in questo contesto abbia conosciuto GIANCARLO BERTONI di Verona, posso dire che costui era un amico di Soffiati che ho visto qualche volta e che aveva un negozio di fiori a Verona.

Ritengo che non fosse collegato tanto ai nostri Servizi o ai Carabinieri, ma agli americani così come Soffiati.

 

In sostanza il prof. Lino FRANCO ricopriva un doppio ruolo, da un lato lavorava per la CIA e dall'altro era un elemento importante di Sigfried disponendo nella zona di un nucleo e di una rete piuttosto consistente che permetteva di tenere sotto controllo una zona importante.

Quando apprese da Ventura o da altri di questo ambiente dei progetti di attentati che erano in preparazione, si attivò per controllare e conoscere questi avvenimenti e verificarne la portata muovendosi con le modalità di cui ho detto e chiedendo ai suoi superiori americani l'intervento di una persona che in effetti fui io.

 

SUPERIORI DI SOFFIATI E DEL PROF FRANCO

 

A questo punto, al fine di completare il quadro di quella che fu la mia attività presso Ventura e di controlli che mi furono affidati, posso meglio specificare come e da chi ebbe l'incarico di recarmi dal prof FRANCO a Vittorio Veneto.

Io fui chiamato a Verona da un ufficiale della CIA, che ovviamente anche Soffiati conosceva bene, il quale affidò a me l'incarico di andare dal prof Franco e non da Soffiati in quanto quest'ultimo era troppo conosciuto come estremista di destra e ciò avrebbe creato problemi con VENTURA, infatti Franco intendeva mandare a Ventura non un personaggio noto, ma una persona che potesse sembrare un collezionista o un esperto di armi.

Io potevo giocare questa parte mentre Soffiati no o perlomeno c'erano dei rischi.

L'agente della CIA di Verona che mi mandò da Franco dovrebbe avere attualmente circa 70 anni, è un italiano di origine veronese ed era stato un alto ufficiale della X^ MAS del Principe Borghese e suo uomo di fiducia.

In quegli anni si muoveva nel Veneto presentandosi come commerciante e riparatore di frigoriferi e teneva i contatti grazie a questa attività di copertura con esponenti del Fronte Nazionale nelle verie città.

Uno dei punti di incontro, a Venezia, era il ristorante La Rivetta, vicinissimo a Piazza San Marco.

Il suo ufficio si occupava quindi di attività operative che erano sia controlli su addestramenti fatti da italiani sia controlli come quello che io feci sul gruppo di Ventura sia i contatti con gli esponenti del Fronte Nazionale nel quadro della preparazione del golpe.

Una delle esercitazioni a cui questo agente sovraintese avvenne a Fortezza ed anche Soffiati, del resto, si era occupato degli addestramenti in Alto Adige in funzione difensiva nel periodo in cui era in corso l'offensiva del terrorismo altoatesino.

Quindi questi corsi erano in pratica di addestramento alla controguerriglia per elementi italiani.

Non mi risulta che questo agente sia mai stato inquisito per i fatti del golpe Borghese o in altri processi simili.

Quando mi trovai in difficoltà, temendo nel 1982 un secondo arresto dopo il mio primo arresto e la successiva scarcerazione, io che mi trovavo a Verona a casa di Soffiati in Via Stella, lo chiamai e lo feci venire in quell'appartamento.

Del resto tale appartamento era in sostanza di copertura perchè serviva per i contatti con i vari informatori evitando che costoro dovessero recarsi presso il Comando se non per cose importantissime.

Io chiesi aiuto all'agente e questi mi diede alcuni consigli, anche se io poi mi allontanai autonomamente accompagnato dal colonnello SPIAZZI e poi da MALCANGI come ho già ampiamente narrato in relazione alle varie fasi della mai fuga.

Alla fine del 1984, prima di andare a Santo Domingo, nella medesima occasione in cui mi recai a Verona per sapere dal colonnello Spiazzi come andava la vendita della mia pistola.

Utilizzai questo viaggio anche per incontrare l'agente in un bar tenendo a distanza Malcangi che mi aveva accompagnato e che avevo fatto sostare in un altro bar.

Chiesi aiuto all'agente spiegandogli che ero in forte difficoltà e che ero ormai deciso a lasciare l'Italia.

Egli mi consentì di utilizzare a Santo Domingo il suo nome come presentazione in caso di necessità. Lo vidi così per l'ultima volta in quell'occasione.

Effettivamente io utilizzai questa possibilità proprio pochi mesi prima del mio arresto a Santo Domingo. Mi presentai al Consolato americano, entrai in contatto con un ufficiale facendo il nome dell'agente e questi fece un controllo per verificare che il nome corrispondesse ad un loro uomo in Italia.

Tornai qualche giorno dopo, mi disse che andava tutto bene, che l'agente era ancora in Italia, e mi chiese di cosa avessi bisogno.

Io gli dissi che ero in forte difficoltà e che avevo bisogno di un lavoro nel medesimo settore informativo che era stato in passato il mio.

Mi disse che sarebbe stato possibile utilizzarmi nel campo dell'organizzazione e riordino dei fuoriusciti cubani a Santo Domingo da inviare dove essi avevano la loro sede principale a Miami, nella località HEALIAH. Io dovevo in sostanza occuparmi di un primo vaglio dei soggetti e del loro avviamento negli Stati Uniti.

Non ebbi tempo di iniziare questo lavoro poichè nel giro di poche settimane fui arrestato a Santo Domingo a seguito delle indagini della Polizia Italiana.

 

 

Si dà atto che il verbale viene sospeso per una breve pausa alle ore 16.30.

Alle ore 17.00 il verbale viene riaperto alla presenza delle medesime persone.

 

Proseguendo in merito alle precisazioni circa i fatti citati nel memoriale, posso parlare di

 

MARCO FOSCARI

 

Mi sono recato una volta nella villa di Marco Foscari, invitato dal mio amico Marino GIRACE.

La villa del conte Foscari era a Mira di Riscossa.

Era verso la seconda metà degli anni '60 e io allora ero ancora uno studente.

Marco Foscari faceva parte dell'ambiente di destra anche se non aveva una precisa collocazione. Alla fine della festa si sparò con un revolver cal. 22 contro alcuni barattoli e scatolette portamunizioni vuote.

Ricordo che sparai anch'io e feci centro al primo colpo, a differenza degli altri, in quanto sapevo che i revolver alzano un po' il tiro e quindi io avevo abbassato. In sostanza Foscari, in ragione della sua posizione, cementava un po' l'ambiente di destra della zona.

 

FIGURA DI GIORGIO BOFFELLI

 

Giorgio Boffelli, ex mercenario in Africa, era molto legato a MAGGI e gli faceva un po' da guardaspalle.

Era il tipico esempio di uomo d'arme e d'azione, ma senza una particolare preparazione politica. Era un ex cobattente della Repubblica Sociale Italiana e per questo, dopo la guerra, fu mandato in un campo di internamento al Lido di Venezia, almeno per quanto mi sembra di ricordare.

Aveva un vasto giro di conoscenze in un gruppo di ex mercenari a Venezia/Mestre e per questa ragione veniva tenuto in particolare considerazione dai Carabinieri cui era legato a conferma della contiguità fra civili ex combattenti e militari, come ho già più volte accennato.

 

RAPPORTI CON DELFO ZORZI

Precisazioni sul memoriale

 

Con riferimento a quanto ho detto a pag.1 del memoriale, posso confermare che ZORZI mi disse che avevano notevolmente migliorato, insieme a VENTURA e a POZZAN il tipo dei congegni esplosivi rispetto al momento in cui io e il prof. FRANCO avevamo fatto visita al casolare.

In quel momento, Delfo Zorzi mi fece il nome di Pozzan, senza che io glielo avessi chiesto e certamente non badando egli al fatto che nel casolare non mi era stato presentato.

Quindi il nome di MARCO POZZAN in quel momento gli sfuggì.

Poi riconobbi nel Pozzan, e cioè nella persona che avevo visto nel casolare, la persona che vidi in Spagna con Pomar.

Delfo Zorzi non mi specificò nulla circa il tipo di miglioramento che era stato raggiunto in relazione ai congegni.

Per quanto concerne la confidenza di Zorzi circa la responsabilità del suo gruppo nell'azione a vasto raggio in danno di convogli ferroviari nell'estate del 1969, posso dire che dalle notizie uscite, soprattutto su settimanali, circa alcuni ordigni inesplosi che erano stati ritrovati sui treni mi ero fatto l'idea, leggendo la descrizione di tali ordigni, che si trattasse di quelli di cui avevo assistito alla preparazione nel casolare e su cui VENTURA mi aveva chiesto consigli nella fase della sperimentazione.

La confidenza di Zorzi, che pure non aggiunse altri particolari, confermò quindi i miei sospetti.

 

Ricevo lettura in questa sede, sempre in relazione alla preparazione dei congegni, di quanto ho dichiarato in data 6.4.1994 a f.7 in relazione ai discorsi di VENTURA circa i fili di nichel-cromo, l'orologio con il perno e i fiammiferi antivento.

In merito devo precisare che in quel momento e cioè prima del mio secondo accesso al casolare, Giovanni Ventura non mi parlò di fiammiferi antivento in quanto tale perfezionamento fu suggerito a Ventura dal prof. Franco al momento del secondo accesso al casolare e quindi recepito da Ventura e dagli altri.

 

Con riferimento al f.2 del mio memoriale, posso confermare che Zorzi mi disse di avere personalmente organizzato e partecipato all'attentato alla Scuola Slovena di Trieste.

Era un attentato di cui aveva parlato ampiamente la stampa e che ricordavo quindi abbastanza bene.

Zorzi si mostrava fiero di quell'azione.

Sul piano tecnico, l'esatto discorso fatto da Zorzi fu che lui, VENTURA e POZZAN, dagli attentati ai treni sino a quello alla Scuola Slovena, avevano migliorato le tecniche di approntamento degli ordigni.

Fu questo esattamente il suo discorso e non aggiunse o specificò altro.

 

Con riferimento a quanto ho scritto alle pagine 2 e 3 del memoriale, si tratta del passaggio più delicato e ritengo opportuno ripeterlo.

 

Al momento del primo incontro, quando Delfo Zorzi cercò di recuperarmi e mi propose la questione della chiave, che era comunque poco più di una scusa per iniziare a coinvolgermi nuovamente, egli, oltre a quanto ho appena riferito, mi disse testualmente "Guarda che io ho partecipato direttamente all'operazione di collocazione della bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura".

Queste furono testualmente le sue parole, che anche per la loro gravità ancora ricordo bene e ricordo che Zorzi non parlò nè di morti nè di strage, ma usò il termine "operazione" come se si fosse trattato di un'azione di guerra.

Aggiunse: "Me ne sono occupato personalmente e non è stata cosa facile, mi ha aiutato il figlio di un direttore di banca".

Ricordo questa frase perchè ci ragionai sopra e rilevai che aveva detto non il direttore di quella banca, ma il direttore di una banca, lasciando aperte così più ipotesi sull'appoggio che aveva avuto, anche se tutte interne al tipo di obiettivo prescelto.

Subito dopo, mentre io apparivo sbigottito, mi mise il calco della chiave in mano e disse "anche tu dovresti fare qualcosa" riferendosi all'aiuto per il progetto di evasione di Ventura.

Si comportò come se stesse effettivamente dandomi un ordine, evidentemente mi considerava un militante e del resto era questo il suo modo tipico di comportarsi con gli altri.

In quel momento eravamo a Mestre in Corso del Popolo, camminando, ed era pomeriggio.

Colloco questa conversazione nella prima metà 1973, comunque a primavera già inoltrata in quanto ricordo che non era una giornata fredda.

Il calco mi rimase in mano e glielo riportai il giorno dopo in quanto avevamo già preso un appuntamento per il giorno successivo nello stesso posto.

Quel giorno gli dissi che non avevo trovato nessun fabbro per fare la chiave e non volevo fare nient'altro e nemmeno collaborare a trovare altri uomini.

 

Zorzi, per la prima e unica volta in mia presenza, perse le staffe e ricordo che mi rassicurai del fatto che eravamo in luogo pubblico in quanto temevo una sua reazione violenta.

Si rese conto in quel momento che non solo non aveva ottenuto la mia collaborazione, ma mi aveva addirittura fornito notizie in merito a cose molto gravi.

Scattò la minaccia nei miei confronti ed egli mi fece presente che, dopo la morte del prof. Franco, io ero l'unica persona, a quel punto esterna al gruppo, che era venuta a conoscenza direttamente, e sopratutto nel casolare, di determinati episodi.

Mi disse che dietro l'operazione che avevano eseguito c'erano non solo i camerati ma i servizi segreti e quindi, anche se non volevo collaborare, avrei in ogni caso dovuto mantenere il silenzio assoluto.

Inoltre, per cautelarsi ulteriormente mi disse, non potendo negare completamente le affermazioni che aveva fatto il giorno precedente, che comunque lui aveva preso parte direttamente non all'azione di Milano, ma all'operazione nel suo insieme e che il 12 dicembre 1969 aveva agito alla Banca Nazionale del Lavoro di Roma.

Ebbi la netta sensazione che fosse una versione di ripiego finalizzata a disinnescare quanto mi aveva detto il giorno prima e quindi mi aggiunse che in ogni caso, qualora mi fossi trovato assolutamente costretto a parlare di quanto avevo visto o saputo, avrei dovuto al massimo, e in situazione di estrema necessità, dire che lui aveva agito solamente contro la Banca di Roma.

Comunque, qualsiasi ammissione io avessi fatto, egli mi ricordò che anch'io sarei stato coinvolto e rovinato e che egli si sarebbe personalmente adoperato per trascinarmi nell'incriminazione per tali vicende.

 

 

Poichè l'Ufficio mi chiede quando io abbia appreso che il prof. Lino FRANCO era deceduto, posso precisare che lo appresi da suo cognato, Francesco De Poli, tra il 1970/1971 incontrandolo casualmente a Mestre.

Mi disse che Franco era morto in seguito ad una grave malattia e io per riguardo non gli chiesi quale.

De Poli si trovava a Mestre in quanto in quel periodo era diventato concessionario di flipper e juke-box per sale gioco e bar e quindi girava come rappresentante in varie zone.

 

Con riferimento alle azioni diversive con attentati in varie città d'Italia che Zorzi stava progettando e di cui egli mi parlò, posso confermare che secondo lo stesso Zorzi tali progetti erano strettamente legati allo stato di detenzione di Ventura il quale aveva cominciato a rendere dichiarazioni e poteva quindi cedere del tutto davanti agli inquirenti. VENTURA, cioè, doveva essere fatto fuggire per evitare tale pericolo ed azioni diversive da eseguirsi in quel periodo sarebbero state utili per sviare l'attenzione della magistratura verso altre piste, dando cioè l'impressione che i responsabili degli attentati precedenti fossero ancora liberi e in attività e alleggerendo così la posizione di FREDA  e VENTURA e degli altri a loro vicini.

Tale progetto dimostra, a mio avviso il grado di sofisticazione delle tecniche di disinformazione e di inquinamento di cui era capace Delfo Zorzi.

 

Prendo visione dell'album fotografico approntato dalla Digos di Milano e riconosco nella fotografia n.4 F la moglie di Giancarlo Rognoni che vidi a Madrid in compagnia del marito e anche a Venezia in occasione di una sua visita al dr. Maggi. In questa occasione la incontrai in Riva degli Schiavoni (nota ufficio è Anna Maria Cavagnoli, moglie di Giancarlo Rognoni).

 

L.C.S.  CARLO DIGILIO                                                                                                            Il Giudice Istruttore GUIDO SALVINI

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