TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI MILANO
Ufficio Istruzione sez.20^
INTERROGATORIO DELL’IMPUTATO
Artt.366 e 367 c.p.p.
Art.25 R.D. 602/1931 N.721/88F R.G.G.I. N.2643/84A R.G.P.M.
L’anno millenovecentonovantaquattro il giorno 10 del mese di ottobre alle ore 14.00 nel Tribunale di Milano, Ufficio istruzione
Avanti a me, dr. Guido Salvini, Giudice Istruttore,
assistito dal sottoscritto m.o. Antonio Russo della Guardia di Finanza. Sono presenti il dr. Savio e il Sovrintendente Capo Roberto Emireni della DIGOS di Venezia.
è comparso DIGILIO CARLO il quale, ammonito sulle conseguenze cui si espone l'imputato che rifiuta di dare o dà false indicazioni sulla propria identità personale (arttt651, 495 c.p.) ed avvertito che ai sensi dell'art. 78 c.p.p. ha la facoltà di non rispondere alle domande che gli saranno rivolte sui fatti per cui è processo, ma che in ogni caso l'istruttoria proseguirà, risponde:
Sono Carlo Digilio, in atti già generalizzato.
E' presente il difensore di fiducia, dr. proc. Giovanni Battista Maggiolo del Foro di Venezia.
Interrogato sui fatti di cui al proc. pen. 721/88F, dichiara:
Con riferimento ai miei incontri con VENTURA e ZORZI, mi sento a questo punto in grado di riferire le circostanze del mio secondo accesso al casolare di Paese e voglio spiegare i motivi per cui sinora non ne avevo parlato.
Io mi trovo da circa due anni in Italia dopo una lunga assenza e in un Paese quindi dove sono mutate e stanno mutando tante situazioni politiche. Ho quindi cercato di comprendere se effettivamente non siano più operanti taluni settori anche di persone legate in qualche modo ad Apparati statali, oltre agli appartenenti al vecchio gruppo di Ordine Nuovo, che possano mettere in pericolo l'incolumità mia e dei familiari sopratutto allorchè le mie dichiarazioni diverranno necessariamente pubbliche.
In questo contesto po potuto solo gradatamente acquisire fiducia del tipo di tutela che mi viene e mi verrà garantita e quindi mi sento in grado solo oggi di integrare in relazione a circostanze importanti le dichiarazioni che sinora ho reso. Si tratta in particolare del
SECONDO ACCESSO AL CASOLARE DI PAESE
Innanzitutto confermo che quanto ho dichiarato sinora rispetto al mio primo incontro nel casolare con Ventura e Zorzi corrisponde perfettamente a verità ed è la premessa necessaria a quanto sto per dire.
Poichè l'Ufficio mi chiede una precisazione in merito alle cassette metalliche di cui ho già parlato nei precedenti interrogatori, posso confermare che ce n'erano alcune ed erano tutte del tipo militare, di colore verde oliva scuro e con scritte riguardanti il loro originario contenuto.
Si tratta delle tipiche cassette per munizioni e posso aggiungere che ce n'erano di varie misure più piccole e più grandi, esattamente più strette e più larghe, poichè la larghezza di tali cassette è standard.
La mia seconda visita al casolare avvenne dopo che Ventura mi aveva chiesto quelle delucidazioni sulle modalità di accensione dei congegni di cui ho già parlato nei precedenti interrogatori e di cui io riferii al prof. FRANCO.
L'interesse di Ventura quindi risultava essersi spostato anche nel campo dei congegni esplosivi e il prof. FRANCO volle andare a fondo di questa vicenda.
Il prof. FRANCO mi convocò per telefono, ci incontrammo a Treviso alla stazione (io avevo raggiunto Treviso in treno) e Franco mi riferì che aveva sentito Ventura il quale aveva dei problemi.
In quella occasione si limitò a dirmi che avrei dovuto accompagnarlo nel casolare che già conoscevo per periziare una pistola "strana", ricordo esattamente la parola che egli usò, e mi chiese in sostanza di fargli questo ultimo favore e di accompagnarlo sul posto.
Ci recammo a Paese esattamente quello stesso giorno con una macchina guidata da Franco, dopo avere raccolto a Treviso Giovanni Ventura il quale stava aspettando nei pressi della stazione a bordo della stessa Mini Minor rossa con la quale lo avevo già visto la volta precedente.
Raggiunto il casolare vi trovammo Delfo Zorzi che era nella prima stanza, entrando, dove c'era un tavolino.
La seconda stanza, a sinistra della prima aveva la porta semiaperta e c'era un'altra persona che non mi fu presentata e che rimase in quella stanza senza partecipare ai nostri discorsi.
Posso aggiungere che ebbi l'impressione che la seconda stanza, quella dove avevo visto la prima volta tutto il materiale che ho già descritto, fosse semivuota e sgomberata di buona parte del materiale.
Ebbi la netta impressione che Franco e Delfo Zorzi si conoscessero già.
Zorzi appariva più affabile della prima volta in cui l'avevo visto.
Franco gli chiese di vedere la pistola. Zorzi recuperò nella stanza a sinistra la pistola che era effettivamente una pistola non comune, una vecchia FROMMER ungherese piuttosto malconcia. Io diedi un'occhiata all'arma, vidi che era piuttosto maltenuta e dissi che con quella era certo meglio non spararci e non aveva neanche un gran valore come arma da collezione.
Capii però che nei miei confronti la verifica su quell'arma era poco più che un pretesto in quanto Zorzi insieme all'arma portò alcune componenti di un congegno esplosivo.
Si trattava in sostanza del meccanismo di accensione e cioè una pila, un orologio da polso e dei fili nonchè della polvere nera da caccia e dei fiammiferi di tipo comune.
Zorzi e Ventura assemlarono insieme il tutto con una pinzetta e dissero al prof. Franco che il problema che non avevano ancora deciso come risolvere era quello di collegare il filo che faceva da resistenza o a polvere nera o a un fiammifero. In questo secondo caso la resistenza doveva essere avvolta attorno al fiammifero.
In questo secondo caso la resistenza la resistenza doveva essere avvolta attorno al fiammifero. Franco, vedendo quell'armeggiare e i dubbi che venivano esposti, sbottò dicendo che il filo non era di quelli più idonei in quanto era troppo rigido e infatti nella prova nelle mani di Zorzi e Ventura si ruppe e dovettero ripetere l'operazione ed inoltre i fiammiferi erano troppo piccoli e potevano usare invece i fiammiferi con la testa più grossa, più lunghi, e cioè quelli antivento normalmente in commercio.
Franco durante questa operazione accennò che per suoi ricordi di guerra il congegno assomigliava a quello di cui si era tanto parlato in relazione all'attentato di Via Rasella.
Disse che si ricordava bene questo particolare sia perchè era un vecchio combattente sia perchè era un fumatore.
Franco nello scambio di battute disse ai due "state attenti che siano solo petardi", alludendo chiaramente all'invito ad usarli solo per attentati dimostrativi.
Io assistetti senza dire nulla e ebbi comunque la sensazione che Franco non aveva voluto andare al casolare da solo.
Da quelle poche battute si comprendeva che Franco nei confronti dei suoi interlocutori aveva un atteggiamento di richiamo alla moderazione e cioè di ricordare loro che non dovevano essere commessi episodi con gravi conseguenze.
La quinta persona che era nel casolare non uscì mai dalla stanza e non parlò con nessuno. Io la vidi rimanendo nella prima stanza quando Zorzi andò a prendere la pistola e la parte del congegno.
In Spagna, nel 1976, quando mi recai con Pomar a casa di Pozzan, ebbi l'impressione che Pozzan somigliasse molto alla quinta persona che vidi nel casolare anche se non posso esprimermi in termini di certezza, anche perchè la persona nella seconda stanza era seduta dietro ad un tavolo.
Aggiungo che sul tavolo Ventura mostrò, tirandoli fuori dalla sua borsa, alcuni manuali sull'uso degli esplosivi.
Uno era un libro americano, uno era un manuale della casa editrice Feltrinelli del tipo Manuale del Guerrigliero.
Sia entrando sia uscendo Ventura, e anche Zorzi, salutarono il prof. Franco.
All'uscita Ventura in particolare lo chiamò "caro zio Otto".
Parlando poi con Franco, io gli chiesi se per caso era parente di Ventura, ma mi rispose di no e che era un modo colloquiale di saluto e che effettivamente come capo del gruppo Sigfried il suo soprannome era Otto in ricordo di un suo camerata tedesco caduto quando Franco combatteva per la Repubblica Sociale.
Ovviamente commentai con Franco anche il senso di quell'incontro. Egli mi disse che aveva dato questo piccolo aiuto a Ventura per una ragione ben precisa.
Si espresse così "se Ventura perde l'appalto, io non so più quale altra persona lo sostituirebbe ricevendo il suo incarico".
Del resto il prof. Franco mi aveva specificamente fatto presente che quell'attività di controllo era un'attività che egli svolgeva per incarico della C.I.A. in un momento delicato e nella zona che era di sua competenza.
Tornammo a Treviso, mi ringraziò per la mia collaborazione e mi disse che avrebbe continuato lui personalmente a seguire quella storia e io non sarei stato più disturbato.
Alle ore 15.45 si sospende il verbale per una pausa.
Alle ore 17.00 viene riaperto il verbale alla presenza delle medesime persone.
SOPRANNOME OTTO
Voglio ribadire che personalmente non ho mai avuto questo soprannome così come tuttavia era il soprannome del prof. Franco era un soprannome non infrequente nell'ambiente di destra a causa di richiami con il mondo tedesco e con la figura di Otto Skorzeny. In pratica era un soprannome che evidenziava il carisma di personaggi nel mondo di destra e che era sinonimo di operatività e coraggio.
Io conosco varie persone che portavano tale soprannome. in primo luogo Roberto BESUTTI, il militante di Mantova che era amico di Soffiati.
Fu lo stesso Soffiati a dirmi che Besutti era soprannominato OTTO vista la sua stima per Skorzeny e che lo stesso Besutti si occupava di armi ed esplosivi.
E' certamente Besutti la persona di cui mi parlò Soffiati con riferimento al recupero di esplosivi nella zona vicino a Mantova. Fu lo stesso Soffiati a confermarmelo.
Un'altra persona soprannominata OTTO era Giampiero MONTAVOCI. Quando io lo ripresi violentemente perchè aveva lasciato la sua attrezzatura da subacqueo negli uffici del Poligono, egli reagì violentemente come se volesse imporsi a me che pure ero il segretario del poligono stesso.
Nell'ufficio del poligono mi disse di comportarmi bene perchè altrimenti lo avrebbe riferito a Maggi e aggiunse "io sono un tuo superiore, ricordatelo, e il mio nome è OTTO".
Io gli risposi che non essendo un militante di Ordine Nuovo non gli dovevo obbedienza e lo invitai ad andarsene portando con sè le sue cose.
Nell'ambiente anche Gianni NARDI era soprannominato OTTO, in quanto era noto che, essendo un abilissimo sparatore, con due pistole era in grado di fare due circoli affiancati che appunto assumevano la forma di un otto coricato sulla parete.
Quando andai in Spagna, nel novembre 1976, Nardi mi fu indicato appunto con il soprannome di OTTO mentre si trovava in un tavolo vicino al mio in un ristorante nella zona di Plaza Major.
Io ero a pranzo con SANCHEZ COVISA e fu lui a indicarmi Nardi che sedeva assieme ad un francese.
Mi riservo di tornare sulla figura di Gianni Nardi per non interrompere questa esposizione sui personaggi soprannominati OTTO.
Infine portava questo soprannome un artigiano legato a SPIAZZI che veniva chiamato "ziotto" come variante familiare per dire zio. Ciò mi fu detto da Soffiati in un'occasione che ora mi sono ricordato e che si ricollega al mio viaggio in Spagna.
FASE PREPARATORIA DEL VIAGGIO IN SPAGNA
Prima di incontrare Pomar in Spagna era necessario, per il buon esito della mia missione, avere qualche notizia più precisa sul tipo di mitraglietta che egli stava cercando di riprodurre.
Prima di partire, quando già l'incarico mi era stato affidato al posto di Soffiati, egli mi accompagnò a Verona dinanzi alla casa di Spiazzi. Eravamo con il camper di Soffiati. Soffiati suonò, entrò in casa ed uscì un giovane, mentre Spiazzi restò sulla porta e rientrò subito.
Con questo giovane, io e Soffiati ci portammo vicino ad una scalinata nei pressi della casa, dove non c'era molto movimento e Soffiati chiese al giovane "dato che hai visto il "ziotto" fabbricare il prototipo del mitra, dovresti spiegarci grossomodo come era fatto e sopratutto lo scatto e il funzionamento".
Il giovane ci fece una buona descrizione e ci mostrò, estraendolo dalla tasca, un pezzo dell'arma.
Era un pezzo dell'otturatore a "L", un po' arrugginito, come se fosse stato nascosto sottoterra per un po' di tempo.
Questa visita a casa di Spiazzi si colloca in un giorno di poco precedente la mia partenza per la Spagna.
La conoscenza di questi particolari mi servì per facilitare il mio rapporto con Pomar e dimostrargli subito la mia competenza circa il suo progetto.
Non sono in grado di fornire ulteriori dati sul giovane che uscì dalla casa di Spiazzi se non che aveva all'incirca 30 anni e appariva un suo subordinato, ma comunque una persona di sua fiducia.
L'Ufficio chiede: Lei ha mai conosciuto MARTINO SICILIANO?
Risposta: In merito a questa domanda che mi è stata più volte posta, posso ribadire che non ho mai conosciuto una persona con questo nome e anche a fotografia che l'Ufficio mi ha mostrato non mi dice nulla. Ho preso atto che si tratta di persona molto legata a Zorzi, ma ribadisco di non averla mai conosciuta e che nessuno me ne ha mai parlato.
In relazione agli argomenti trattati in questo interrogatorio, non appena vi sarà il tempo necessario, sarò in grado nel corso della prossima audizione di riferire altri elementi sul ruolo di Delfo Zorzi e sul suo comportamento nei miei confronti.
A questo punto, vista l'ora tarda, si rinvia l'interrogatorio ad altra data.
L.C.S. alle ore 18.30 Il Giudice Istruttore GUIDO SALVINI