TRIBUNALE CIVILE E PENALE DI MILANO

Ufficio Istruzione sez.20^

 

 

 

INTERROGATORIO DELL’IMPUTATO

Artt.366 e 367 c.p.p.

Art.25 R.D. 602/1931                                     N.721/88F R.G.G.I.  N.2643/84A R.G.P.M.

 

 

 

 

L’anno millenovecentonovantaquattro il giorno 29 del mese di gennaio alle ore 12.20 nel Tribunale di Milano, Ufficio istruzione

Avanti a me, dr. Guido Salvini, Giudice Istruttore,

 

assistito dal sottoscritto m.o. Antonio Russo della Guardia di Finanza. E' presente il Sovrintendente Capo Roberto Emireni della DIGOS di Venezia.

è comparso DIGILIO CARLO il quale, ammonito sulle conseguenze cui si espone l'imputato che rifiuta di dare o dà false indicazioni sulla propria identità personale (arttt651, 495 c.p.) ed avvertito che ai sensi dell'art. 78 c.p.p. ha la facoltà di non rispondere alle domande che gli saranno rivolte sui fatti per cui è processo, ma che in ogni caso l'istruttoria proseguirà, risponde:

 

Sono Carlo Digilio, in atti già generalizzato.

 

E' presente il difensore di fiducia, dr. proc. Giovanni Battista Maggiolo del Foro di Venezia.

 

Interrogato sui fatti di cui al proc. pen. 721/88F, dichiara:

 

L'Ufficio fa presente che è emersa la figura di BESUTTI Roberto quale possibile referente mantovano dell'attività di SOFFIATI in quanto con il SOFFIATI fu processato e condannato per fatti di armi ed esplosivi alla fine degli anni '60 e chiede al Digilio se abbia conosciuto questo BESUTTI.

 

In merito posso dire che effettivamente intorno al 1967 e comunque dopo la fine del mio servizio militare che terminò a metà del 1966, Marcello SOFFIATI, a Verona, mi presentò Roberto BESUTTI di cui ricordo bene il nome e il cognome. Ci trovavamo in Piazza Bra nel centro di Verona.

Mi presentò il BESUTTI come ufficiale dei paracadutisti e mi ricordo che era una persona di corporatura piuttosto robusta, di stile altezzoso.

SOFFIATI me lo aveva presentato come suo amico, elemento di destra, persona di sua fiducia e ricordo che me lo descrisse come grande estimatore di Otto SKORZENY, liberatore di Mussolini al Gran Sasso.

Dell'incontro non ricordo nient'altro di particolare anche perchè BESUTTI era con altre persone.

Seppi in seguito, sempre da SOFFIATI, che BESUTTI era di Mantova. Pur non potendo dire nulla in merito ad un collegamento dello stesso BESUTTI con i recuperi di armi ed esplosivi dai laghetti di Mantova di cui ho parlato, certo è che egli appariva in rapporti stretti con il SOFFIATI. In seguito non ho più visto il BESUTTI.

 

Prendo visione di una fotografia di Roberto BESUTTI pubblicata dalla Gazzetta di Mantova il 7.10.1983 e posso dire che lo riconosco tranquillamente.

 

Prendo atto che secondo recenti acquisizioni provenienti dal generale Amos SPIAZZI emerge la conferma che Marcello SOFFIATI lavorasse per la C.I.A., disponesse di vari tesserini di accesso alle basi americane e avesse seguito un corso a Camp Darby in Toscana.

In merito posso confermare quanto ho già detto e in particolare che ricordo anch'io vari tesserini di cui disponeva SOFFIATI e questi mi disse di avere seguito un corso in una base in Toscana.

Confermo anche che SOFFIATI disponeva di varie fotografie di esuli cileni in Italia che egli aveva il compito di controllare.

A domanda dell'Ufficio, non sono invece al corrente di un attentato ad una polveriera di una caserma di Montorio che SOFFIATI avrebbe collaborato a sventare nell'ambito della sua attività.

 

Dopo una interruzione, il verbale viene riaperto alle ore 15.45.

 

A domanda dell'Ufficio, prendo atto delle dichiarazioni di GAVAGNIN Maurizio in merito ad un mio soggiorno in Venezuela, ma devo dire che, contrariamente a quanto affermato dal GAVAGNIN, io non ho conosciuto questo Roberto RAHO. D'altronde io mi sono recato a Caracas solo per questioni di visti e non sono stato a Valencia.

Ricordo un discorso con CARUSO e GAVAGNIN in cui dopo il mio arrivo a Santo Domingo mi chiesero se avevo conosciuto BATTISTON e questo Roberto. Io risposi che avevo certamente visto BATTISTON, ma che questo ROBERTO non sapevo chi fosse. Ricordo che rispondendo così ebbi l'impressione che CARUSO e GAVAGNIN non mi credessero in merito alla mia non conoscenza di ROBERTO e ciò può avere originato le erronee dichiarazioni di GAVAGNIN su questa vicenda.

 

L'Ufficio a questo punto chiede a Digilio se sia al corrente di spostamenti o contatti di DELFO ZORZI o di MAGGI a Roma anche con persone non appartenenti a ORDINE NUOVO alla fine degli anni '60.

In merito posso dire, per quanto concerne DELFO ZORZI, che sono al corrente per dichiarazioni dello stesso e per mia diretta conoscenza di suoi numerosi spostamenti a Roma per contattare personaggi anche non appartenenti a ORDINE NUOVO che hanno avuto ruoli di non secondaria importanza, con riferimento a fatti eversivi, relativamente a fatti avvenuti in quel periodo storico.

Sono anche al corrente di rapporti di ZORZI con personaggi del Veneto che hanno grosso rilievo all'interno delle indagini che l'Ufficio sta seguendo.

 

A domanda dell'Ufficio, tale percezione del ruolo di ZORZI mi deriva anche da uno specifico episodio che mi sento sin d'ora in grado di riferire: egli, mi sembra nella primavera-estate del 1973, mi propose di trovargli delle persone che potevano occuparsi di un progetto per fare evadere GIOVANNI VENTURA dal carcere di Treviso. Mi disse che lui non poteva occuparsene perchè proprio per ragione dei suoi contatti, in caso fosse stato scoperto si sarebbe potuto risalire a responsabilità troppo in alto.

Fece presente che nel caso non fosse stato possibile trovare delle persone spontaneamente disponibili per ragioni ideologiche, si poteva ricorrere eventualmente a persone che lo facessero per denaro in quanto c'erano disponibilità in tal senso.

Io risposi che non ero assolutamente disponibile ad aiutare VENTURA.

Posso aggiungere che in quella occasione ZORZI, per spiegarmi che si trattava di un progetto già avviato, mi mostrò un calco in cera di una grossa chiave, incollato su una tavoletta di legno e ricoperto da un pezzo di cellophane, spiegandomi che si trattava del calco della chiave della cella ove era rinchiuso VENTURA.

In quel momento eravamo a Mestre e stavamo camminando in una strada del centro.

ZORZI mi chiese questa cosa in quanto io avevo già personalmente conosciuto GIOVANNI VENTURA e mi riservo di spiegare in quali circostanze che ritengo siano significative per le indagini.

Mi riservo, eventualmente di specificare in futuro altre notizie che ritengo essere equivalenti a quella appena riferita con riferimento alle singole azioni dello stesso ZORZI all'interno delle strutture eversive.

 

L.C.S. CARLO DIGILIO                                                                                                                Il Giudice Istruttore GUIDO SALVINI

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