PARTE TERZA UNA FAVOLA VERA

 

LE COSE VANNO AVANTI, TUTTI ACCELERANO I LORO PROGETTI...

 

 

Questa terza parte è al tempo stesso tragedia e commedia. I protagonisti cercano tutti di imbrogliare le carte, le loro parole non hanno un minimo di vero, ma tra di loro si staglia la figura fragile e contraddittoria di un testimone che inchioderà, malgrado tutto, Ventura e Freda alle loro responsabilità... 

In questa terza parte del nostro racconto vogliamo recuperare ancora una volta ALBERTO SARTORI che abbiamo lasciato a Napoli a continuare il suo lavoro presso la ditta SAMOPAN.

La vigilanza di Polizia e Carabinieri non si è allentata, anzi tutte le sue mosse vengono ovviamente registrate.

 

 

“E’ solito spostarsi a bordo di auto Wolkswagen, targata NA 381140 di proprietà della Ditta, guidata da un dipendente dell’opificio…Dalla riservata vigilanza non è emerso che il SARTORI abbia preso contatti con esponenti del locale Comitato Provinciale del Partito Comunista d’Italia (m-l) e con elementi appartenenti ad altri movimenti estremisti, né è stato notato partecipare a manifestazioni da questi organizzate”[Questura di Napoli].

 

 

 

Come abbiamo osservato la “scissione” (tra linea rossa e linea nera) ha avuto i suoi effetti e in più SARTORI adesso ha altro per la testa. Ci sono VENTURA  e LOREDAN, con il loro carrozzone Litopress, i debiti che bussano alla porta, la voglia di mettere le mani sulle “schede segrete” e via di questo passo.

 

E infatti inizia una vera gara a chi scrive di più tra VENTURA  e SARTORI, ma la gara è già persa in partenza per l’editore trevigiano, sarà sempre SARTORI a inondarlo di lettere, ora (per questi primi tempi in cui inizia l’avventura Litopress) il tono delle lettere dell’ex partigiano è corretto, quasi affettuoso (fa presente però che si deve parlare anche delle sue percentuali), poi arriva il momento del contratto, nel mese di novembre 1969 e inizia pure una girandola di cambiali fra Ventura e il nuovo socio.

 

 

Da Napoli SARTORI scrive a Ventura e gli propone di mettere a disposizione addirittura il suo ufficio di Milano. “Conto di riprenderne pieno possesso (dell’ufficio, nota di G.M.) con il prossimo gennaio, data a partir dalla quale, come annunciatoVi, disporrò di 3 settimane al mese avendo assunto impegni a Napoli per non più di una settimana mensile, sempreché mi convenga accettare la proposta di LIQUIDATORE della SA.MO.PA.N. –  il chè mi lascia molto perplesso se mi dovessi impegnare a fondo con il lavoro LITOPRESS. Il Conte LOREDAN (ma non era diventato un “compagno” avendo tirato fuori anche soldi? Nota di G.M.) insiste affinchè io pianti Napoli e mi dedichi completamente al lavoro LITOPRESS…”.

 

E pensare che il 25 novembre 1969, data della lettera inviata da SARTORI a Castelfranco, il VENTURA è pieno di impegni fino al collo. Dopo le bombe dell’agosto, in cui ha dato il meglio di sé, ora ha la grana dei temporizzatori, tallona Freda perché si sbrighi a capirci qualcosa, segue le “lezioni” di FABRIS, l’elettricista che segue il duo eversivo e che si terrà per sé per almeno vent’anni questo piccolo particolare: l’aver insegnato il giochino dei timers a Freda e a Ventura, cosa che si era cucita in bocca dopo aver ricevuto minacce (Ma questa delle minacce è una storia che avviene un po’ più tardi).

 

In ogni caso la “cellula” che ha legami con MAGGI, ZORZI e CARLO DIGILIO non dovrebbe avere problemi per quanto riguarda la “tecnica” degli esplosivi, è solo forse una questione di “autonomia”, un vezzo di Freda di capirci qualcosa, magari per la solita questione di prestigio all’interno dell’area di Ordine Nuovo.

 

SIAMO GIA' IN DICEMBRE!

 

Il 1° dicembre SARTORI ritorna all’attacco distogliendo VENTURA dai suoi incubi quotidiani. “Ho ricevuto i tre assegni per l’importo richiestoVi di lire 1.000.000 (un milione) quale anticipo-prestito sugli affari che mi avete incaricato di procacciarVi”.

 

E qui SARTORI dimostra che ha fatto qualcosa, ha stretto rapporti con la signora UGGE’, che gli ha spianato la strada per affari con stamperie lombarde. Snocciola nomi e recapiti. E poi dice: “Tenete presente la disponibilità del mio ufficio di Milano….dopo averVi dato le dimostrazioni di efficienza di cui sopra”.

 

Segue un periodo veramente caldo per VENTURA, che come minimo è al corrente di tutto quello che bolle nella pentola di FREDA, di MAGGI, di ZORZI, di STEFANO DELLE CHIAIE, e compagnia. Questi sono giorni in cui non ci sono documenti (almeno non con quella abbondanza di cui abbiamo trattato) e le persone citate viaggiano e discutono, prendono gli ultimi accordi prima che arrivi il 12 dicembre di Milano.

 

 

Per il 12 dicembre non ci sono rapporti scritti ovviamente, è sufficiente il suono delle ambulanze milanesi per ricordare che l’”organizzazione piramidale” (come VENTURA dirà poi a LORENZON) ha colpito, e duro.

 

 

Ventura se ne torna a Castelfranco, provato. E qui inizia la vera terza parte di questa storia, in cui i protagonisti inscenano una tragica messinscena. Ognuno gioca le sue carte. Ognuno ha dietro a sé dei silenziosi sostenitori che suggeriscono, coprono, indirizzano, sussurrano.

 

 

VENTURA, che ha lasciato un sacco di bricioline di pane lungo il suo percorso (e LORENZON le raccoglie puntuale) può contare sul Questore di Treviso, su alcuni poliziotti (uno dell’Ufficio Politico in particolare) e anche su una poliziotta. Poi, all’occorrenza, la madre di VENTURA, tirerà fuori dal cappello il coniglio dell’onorevole TINA ANSELMI, democristiana di ferro, ex partigiana e grande sodale della famiglia Ventura.

Tutto questo parterre dovrà funzionare per frenare l’emorragia causata dalla visita notturna del 18 dicembre allo studio dell’avvocato STECCANELLA in Vittorio Veneto da parte dell’amico del cuore di Giovanni VENTURA, un certo insegnante di scuola media, segretario politico della sezione democristiana di Maserada sul Piave, tale GUIDO LORENZON.

 

 

 

SE LORENZON E' ONDIVAGO IL GIUDICE CALOGERO NO...

 

Di fronte al comportamento ondivago di Guido Lorenzon il Sostituto procuratore di Treviso Pietro Calogero tiene il punto. E nonostante la ritrattazione di Lorenzon scopre alla fine il nome di FREDA, il famoso "punto di rottura" tanto temuto da Giovanni Ventura.... 

Abbiamo seguito Guido LORENZON nel suo tormentato percorso di denuncia dell’amico Giovanni Ventura. Ma è necessario in una vicenda così complicata riepilogare.

 

Questi i fatti : Il 15 dicembre Lorenzon va dall’avvocato STECCANELLA di Vittorio Veneto, l’appuntamento viene richiesto a mezzo di un parente (Guido SCANDIUZZI), la visita ha carattere di urgenza. Lorenzon, di fronte al legale, si dice convinto di essere a conoscenza di fatti che potrebbero avere un collegamento con gli attentati di Milano del 12 dicembre.

Il professore di Maserada, segretario politico della Democrazia Cristiana del paese, dichiara di essere amico da anni di “un tale”, che l’amico gli aveva rivelato di essere a capo di una organizzazione paramilitare con scopi e programmi eversivi, per rovesciare le istituzioni dello Stato.

Non solo ma gli aveva pure raccontato di atti terroristici compiuti in prima persona. Al legale, rimasto attonito, il Lorenzon consegna pure, in un successivo incontro, il 18 dicembre 1969, degli appunti, un promemoria scritto.

In questa occasione Lorenzon supera tutte le sue remore e rivela anche il nome di quel “tale”, Giovanni Ventura, editore e libraio abitante a Castelfranco Veneto. Lorenzon completa il quadro delle sue rivelazioni, rilasciate allo scopo di informare l’Autorità Giudiziaria.

Infatti l’avvocato STECCANELLA riferisce ogni cosa a funzionari della Questura di Treviso. Viene decisa immediatamente una perquisizione nell’abitazione di Ventura a Castelfranco Veneto, dove si sequestrano alcune armi ma nulla che potesse ricollegare il proprietario di questi vecchi cimeli di famiglia al racconto del professore di Maserada.

Ventura ovviamente nega ogni suo contatto con organizzazioni terroristiche e cerca di convincere gli inquirenti che l’unica sua attività è quella di libraio, un lavoro che lo assorbiva completamente.

 

[ IMPORTANTE: Giovanni Ventura il 23 dicembre 1969 ha un primo interrogatorio alla Questura di Treviso]

 

 

 

Dopo le festività natalizie LORENZON si incontra alcune volte con il Sostituto Procuratore di Treviso, dott. Pietro Calogero, a cui erano pervenute le relazioni sull’indagine svolta su Ventura. A CALOGERO il Lorenzon ripete nei dettagli quanto aveva detto all’avvocato STECCANELLA ma dopo una decina di giorni (il 7 gennaio del 1970 firma nel frattempo la sua ritrattazione), riconvocato in Tribunale per firmare il verbale delle sue dichiarazioni, pur riconfermando i punti essenziali del racconto, precisa che aveva visto i fatti sotto una luce diversa, che era stato traumatizzato dalla strage del 12 dicembre, che certi discorsi e comportamenti del VENTURA gli erano sembrati “strani” ma, poi dopo aver rivisto l’amico, aveva ricevuto delle chiarificazioni che lo avevano convinto della sua errata interpretazione. E consegna all'esterrefatto Sostituto dott. Calogero il foglio della sua ritrattazione.

 

 

IL COLPO GROSSO DELLA RITRATTAZIONE...

 

 

A questo punto il dott. Pietro CALOGERO (che molto probabilmente aveva mangiato la foglia), per legge, deve indiziare di calunnia GUIDO LORENZON in danno di GIOVANNI VENTURA. Lo invita a nominare un difensore, aggiorna l’interrogatorio per sentirlo in qualità di imputato.

Il 17 gennaio 1970 Lorenzon viene risentito nella sua nuova veste di imputato e precisa tutto quello riferito all’avvocato Steccanella, rivelando al magistrato che il 3 gennaio si era incontrato con VENTURA da cui aveva ricevuto conferme e precisazioni sui fatti riferiti all’inizio della vicenda e il giorno dopo, 4 gennaio, LORENZON rivela all’amico di essere l’autore della denuncia nei suoi confronti. Ventura rimasto fortemente impressionato inizia la controffensiva aiutato in prima persona da Franco Freda che avverte il pericolo. 

 

[Le avventure della polizia all'atto di registrare le conversazioni tra Lorenzon e Ventura - il registratore giocattolo, ecc. ] 

 

 

Le dichiarazioni di LORENZON

 

Nel corso di questi incontri “riparatori” ma che in realtà avevano confermato Lorenzon nelle sue prime convinzioni, VENTURA aveva precisato all’amico che per quanto riguardava la bomba del maggio 1969 egli l’aveva consegnata ad un tale di Torino, non di Milano. In un altro incontro Ventura precisa inoltre che la bomba era stata deposta nell’aprile e non nel maggio. Ma l’ordigno non era esploso.

Sugli attentati ai treni dell’agosto 1969 Ventura gli aveva fatto degli accenni sul costo degli ordigni, sul proprio alibi, sul suo ruolo come finanziatore. In più nel mese di settembre Lorenzon aveva potuto vedere di persona nell’appartamento di via Manin a Treviso, preso in affitto da Ventura, alcuni fucili automatici da guerra, una pistola e numerose munizioni calibro 9, contenute alla rinfusa in due cassette metalliche, su cui campeggiavano scritte in inglese.

Quel deposito, sempre a detta del Ventura doveva essere spostato poiché stava per scadere la locazione. Subito dopo aver visto quest’armeria lo stupito Lorenzon viene accompagnato in macchina da Giovanni e da Angelo Ventura e nel corso di questo viaggio gli viene mostrato un congegno ad orologeria (“composto da una base metallica a spigoli, delle dimensioni di circa due scatole di cerini sovrapposte, base sormontata da una manopola di materia sintetica”), collegato tramite due fili elettrici, uno inserito e l’altro staccato, ad una pila rettangolare.

 

 

In altra occasione (luglio 1969) LORENZON  si era venuto a trovare nella “Galleria del libraio” di Treviso gestita dall’amico. In questa occasione, ricorda Lorenzon davanti a CALOGERO, il VENTURA gli aveva mostrato e fatto leggere una scheda “segreta” datata 6.5.1969. In questa scheda si parlava di “contatti intercorsi da DC e PCI per un accordo di governo, che gli USA erano venuti a conoscenza di ciò ed erano intervenuti”.

In questo rapporto si diceva anche “…che era prevista la vittoria di PICCOLI al congresso nazionale DC, che era prevista la scissione socialista e,….anche la caduta del governo, che i comunisti si sarebbero limitati a proteste verbali e che sarebbero stati dati aiuti finanziari alla destra. Il tutto come conseguenza dell’intervento USA”.

 

Lorenzon ne aveva letto anche un’altra di queste “schede segrete”, dove “…l’industriale MONTI dell’Emilia-Romagna finanziava gruppi di agitatori per creare disordini in occasione di scioperi che si verificavano in Italia”.

 

Ventura gli aveva inoltre riferito che in un rapporto precedente era stata prevista l’invasione della Cecoslovacchia con un buon anticipo sui fatti.

 

Queste in sintesi le dichiarazioni di Lorenzon. 

 

 

La paura del Ventura era legata al nome di FREDA, al suo essere l’autore del “Libretto rosso”, "La Giustizia è come il timone, dove la si gira va..", un pamphlet mezzo scandalistico e mezzo politico contro la Magistratura padovana.

 

Il magistrato Emilio ALESSANDRINI della Procura di Milano stenderà, a questo proposito, una sintesi degli avvenimenti che ci preme pubblicare.

 

“Questo libretto – scrive il dott. ALESSANDRINI – che prende le mosse dal cosiddetto “caso Juliano” – il Commissario di P.S. della Questura di Padova accusato di avere precostituito delle prove per far incriminare un gruppo di giovani neofascisti per attentati e detenzione di armi – contiene pesanti invettive nei confronti del Procuratore della Repubblica di Padova e contro la Magistratura in genere, tacciata di essere il cane custode del potere borghese, e propugna l’unione delle forze rivoluzionarie per abbattere con ogni mezzo il “sistema” (“ai bastoni di legno ed ai mitra della Polizia si può – o meglio, si deve – rispondere con le spranghe di ferro e con le bombe”).

 

 

Ora, mentre proprio in quella dichiarazione ritrattatoria, Ventura aveva insistito perché Lorenzon affermasse di aver ricevuto per posta l’opuscolo, di averglielo mostrato e quindi di averlo ricevuto in restituzione, nel corso dell’interrogatorio, LORENZON riferiva una serie di circostanze relative all’opuscolo, precisando che:

a) nell’autunno 1969 aveva visto il manoscritto del libretto, diviso in due parti, nella abitazione di Ventura in Castelfranco Veneto, e, in quella occasione, VENTURA gli aveva detto che non l’aveva scritto lui e che sarebbe stato necessario stamparlo;

b) qualche tempo dopo, mentre erano in macchina, VENTURA gli aveva consegnato la copia dell’opuscolo (quella che poi aveva dato all’avv. STECCANELLA) raccomandandogli di ben custodirlo, trattandosi di cosa “pericolosa”; gli aveva altresì precisato che il Fronte Popolare Rivoluzionario” era una sigla fittizia;

c) il 6 gennaio 1970, recatosi nello studio di VENTURA, lo aveva trovato che stava telefonando e prendeva appunti; aveva quindi saputo che l’interlocutore di VENTURA era FRANCO FREDA, il quale, dopo essere stato informato delle sue rivelazioni all’Autorità Giudiziaria, era “andato in bestia”, soprattutto per l’opuscolo in quanto lo stesso avrebbe potuto costituire la prima “prova a carico”; VENTURA lo aveva poi invitato a copiare su un foglio di carta gli appunti presi durante la conversazione telefonica con FREDA, raccomandandogli di attenersi scrupolosamente ad essi, nella stesura della dichiarazione ritrattatoria che aveva promesso di fare;

d) VENTURA gli aveva anche detto che l’opuscolo era stato inviato a Magistrati ed altre persone in buste bianche e rosse, e che a lui non era rimasta alcuna copia;

e) VENTURA si era mostrato molto preoccupato, perché se, attraverso l’opuscolo, si fosse risaliti a FREDA, il Procuratore della Repubblica di Padova, che già sospettava questi come autore del libretto, si sarebbe particolarmente impegnato a trovare ogni minimo indizio a suo carico….[…]”.

 

 

 

PASSIAMO ORA A UN ASPETTO CHE HA DEL RIDICOLO MA CHE DIMOSTRA LA VOLONTA' DI ESSERE GRUPPO

 

Il famoso viaggio in Svizzera del terzetto "mimetico" (LOREDAN. VENTURA, SARTORI) per conseguire il brevetto della "carta igienica".... 

 

 

Il 26 gennaio 1970 accadono dei fatti incredibili. Un gruppetto di appartenenti alla “pista nera”: Giovanni VENTURA, Pietro LOREDAN, e Alberto SARTORI (non ancora cosciente delle implicazioni gravissime del suo sodalizio con i due personaggi citati) decidono di fare una scampagnata in Svizzera.

Non è una invenzione giornalistica, il viaggio in Svizzera è fortemente voluto proprio da ALBERTO SARTORI, che trascina il gruppetto in una avventura che ha dell’esilarante ma che denota altresì un opportunismo che sconfina nel patologico.

Basti pensare infatti ai guai che intorno al 26 gennaio 1970 si stanno accumulando sulla testa di Giovanni Ventura. E’ dal 18 dicembre 1969 che si è avviata una procedura giudiziaria (a basso profilo iniziale) contro l’editore trevigiano. L’amico Guido Lorenzon, come abbiamo già narrato anche nei particolari, aveva indicato in Ventura uno degli ipotetici responsabili dell’ondata di attentati, conclusisi con la strage di Milano del 12 dicembre 1969.

Ventura, al 26 gennaio, ha già avuto una serie di incontri con Lorenzon per indurlo a ritrattare. Lorenzon ritratta ma poi, senza informare più Ventura, conferma tutto di nuovo al sostituto procuratore di Treviso dott. Pietro CALOGERO.

Quindi Ventura forse si sente sollevato, pensa di essere riuscito a tappare la falla che si è aperta a causa delle “rivelazioni” di Lorenzon, ormai suo ex amico.

Incredibile il sangue freddo di Ventura che accetta, nonostante una situazione ancora “ballerina” di fare assieme agli altri “amici”, Pietro Loredan e Alberto Sartori, questo famoso viaggio in Svizzera.

Ma di cosa si tratta? Di un semplice viaggetto, una “settimana bianca”? No, anche perché l’idea di andare a Lugano il 26 gennaio 1970 è venuta a SARTORI che è riuscito a trascinarsi dietro sia Ventura che Loredan. Si tratta nientedimeno che di andare a registrare negli uffici competenti della Repubblica Elvetica, con un atto di “Convenzione privata”, una idea commerciale, una richiesta di “brevetto”, un “copyright”, gestito con tutti i crismi della ufficialità burocratica svizzera.

A Sartori era venuta in mente una idea “geniale”: presentare una ipotesi di brevetto che contemplava la produzione di carta igienica (rotoli), fazzoletti da naso, altre salviettine di uso intimo,ecc. tutte recanti inserzioni pubblicitarie stampate proprio sulla superfice di questi oggetti sanitari.

Con la sua parlantina SARTORI aveva sicuramente convinto e trascinato a Lugano i due “fascisti-rossi”, il Ventura e il Loredan. Loredan per l’occasione si era trascinato dietro, pure lui, la sua donna, la sua convivente-segretaria-fac totum, Anna Pivetta.

 

 

Ma è necessario andare più fondo nella conoscenza di questo “affare”.

 

Il documento firmato dal quartetto (SARTORI – VENTURA – LOREDAN – PIVETTA) afferma in tutta serietà che:

“1) la proprietà del richiesto brevetto “IGIECOS” – Metodo di comunicazione, anche pubblicitaria, sul principio dello stimolo indipendente d’attenzione” [e per quanto riguarda lo stimolo siamo proprio d’accordo, nota di G.M.] il cui deposito è stato oggi affidato all’Ing. BAGGIOLINI dell’Ufficio Brevetti A.Racheli di Bellinzona-Lugano, e relativa libera disposizione del medesimo, è riservata ai signori comproprietari qui sottoscritti:

Anna Maria PIVETTA di Montebelluna (Treviso) – Piero LOREDAN di Venegazzù (Treviso) – Giovanni VENTURA di Castelfranco Veneto (Treviso) – Alberto SARTORI di Vicenza – Ing. Mario BAUER di Lugano (Svizzera)”.

Le quote di partecipazione alla proprietà della “genialata” di SARTORI sono le seguenti:

Sig.na Anna Maria Pivetta 35% - Piero Loredan 20% - Giovanni ventura 20% - Alberto Sartori 20% - Ing. BAUER 5%.

Il gruppetto, che aveva seriamente lavorato all’idea, evidentemente, presenta la “genialata” con un documento di tutto rispetto, il cui estensore deve essere un esperto pubblicitario totalmente sprovvisto di senso dell’umorismo.

Infatti fra le righe del documento gestito da SARTORI si evince:

“Appare del tutto evidente che potendo operare con uno stimolo appropriato sul piano motivazionale (come ora avviene) in concomitanza con uno stimolo indipendente e altrettanto appropriato su quello dell’attenzione si otterrà un sinergismo nell’efficacia complessiva del messaggio”.

 

 

COSA SI PUò DIRE?

 

Conclusioni: Devo dire che sono rimasto esterrefatto per questo episodio, perché a firmare questa convenzione privata sembra proprio che sia una compagnia di sodali, di amici, quasi dei goliardi, persone che si frequentano e che parlano di brevetti, di soldi, di immissione nel mercato di simili prodotti “stimolanti”, ecc.

Solo che c’è un piccolo particolare: a parlare di queste cose c’è un ex comandante partigiano (che si è vantato in molte occasioni di aver ucciso con le sue mani oltre 60 persone durante il periodo della guerra), comunista filocinese, che si chiama ALBERTO SARTORI;

- c’è un editore-libraio, che è riuscito ad infiltrarsi nella sinistra extraparlamentare (è iscritto alla Lega dei Comunisti di Ugo Duse, Quaranta e Franzin) e che è sospettato di essere uno dei dirigenti di una organizzazione terroristica di estrema destra assieme al neonazista Franco Freda di Padova, che si chiama GIOVANNI VENTURA;

- c’è un aristocratico veneziano, che capeggia un gruppuscolo di ex partigiani assieme a giovani fascisti “recuperabili”, che ha cercato di iscriversi al Partito Comunista d’Italia (m-l) filocinese, che si chiama PIETRO LOREDAN;

Gli altri sono solo “comparse”. C’è però da dire che Piero LOREDAN e Anna Maria PIVETTA si portano a casa il 55% della proprietà, quindi c’è sì SARTORI ma anche LOREDAN non scherza nell’avvìo di questa futura società.

 

 

Un’altra cosa: Il 26 gennaio 1970 ha tanti significati. Vuol dire che VENTURA si sente ancora solido anche se ha avvertito il colpo delle “rivelazioni”, poi che fa SARTORI, si mette a giocare ai brevetti? Lui, come poi dirà a GRACCI, suo compagno di partito, non era in “missione” per smascherare la cellula nera? Da come l’ha messa giù SARTORI nel corso delle sue testimonianze sembrava che lui avesse capito subito che c’era puzza di bruciato, che poteva essere una provocazione, ecc. Un'ultima cosa: ma SARTORI glielo ha detto a GRACCI della carta igienica o se ne è vergognato e ha taciuto?

 

 

E invece eccolo qua, il “capo militare” dell’area marxista-leninista, che a detta dei Servizi Segreti "mantiene contatti internazionali con la sovversione di mezza Europa", che porta le “schede segrete” ricevute da Loredan e da Ventura all’ambasciata albanese (ancora nel mese di settembre del 1969), eccolo che “inventa” strani modi per fare quattrini.

 

O si deve pensare che tutta questa commedia sia una finta per “socializzare” con Loredan e Ventura? Impegnandoli in iniziative estemporanee magari per coinvolgerli e osservarli ancora più da vicino?

 

 

E' INUTILE: SARTORI E' UN DURO QUINDI...

 

A queste domande che mi pongo rispondo sicuramente di no. SARTORI è un uomo dalle mille risorse e dalle mille “storture”, capace di cose orribili (guerra civile ad esempio) e di frequentazioni stravaganti come minimo. Si direbbe un autentico “avventuriero”, un "uomo di mondo" che non ha ritegno di confondere l’impegno rivoluzionario con la carta igienica se il rotolo può rendere soldi. Questo progetto comunque ci dà di SARTORI un aspetto ancora più complesso.

Non dimentichiamoci che SARTORI in questo periodo conforta un Giovanni VENTURA che si lamenta del “tradimento” dell’amico del cuore, Guido LORENZON, che lo ha denunciato. Ventura esordisce con SARTORI, all’incirca in questo periodo dicendo che c’era un amico che  “è malato, uno squilibrato, che si è inventato un sacco di cose sul mio conto”, ecc.

VENTURA quindi diventa “amico” di SARTORI e SARTORI lo asseconda. Sarà proprio l’ex comandante partigiano a gestire la fase problematica nei mesi di febbraio, marzo, aprile del 1970, fase in cui la Litopress, dopo che la stampa si sarà appropriata della vicenda Lorenzon-Ventura, avvertirà il “danno di immagine” e gli affari (se mai si sono avviati) andranno a picco.

 

 

 

C'E' SEMPRE LA "PISTA NERA" A TURBARE GLI "AMICI"...

 

 

Inizia la vicenda della "pista nera" che prende lentamente velocità, aiutata in questo periodo da parecchi suggeritori. E Ventura deve fare i conti con chi ha scucito o garantito soldi per la Litopress. Sartori, si guarda attorno, ma continua nella sua operazione di sostegno all'editore neofascista...

 

Intanto il tempo passa, e siamo arrivati nel nostro racconto ai primi mesi del 1970. C’è la denuncia di Giovanni Ventura a Guido Lorenzon per diffamazione e calunnia, che viaggia e arriva a Roma dal giudice Occorsio e da Cudillo.

 

 

Lorenzon deve perciò nominare un avvocato difensore e lo trova nel giro delle sue amicizie democristiane. E’ l’onorevole De Poli, che contribuisce a diffondere anche lui il “vero” messaggio delle accuse di Lorenzon a Ventura. L’ipotesi della “pista nera” deve arrivare ai piani alti di Piazza del Gesù (sede nazionale della DC) onde poter coordinare la controffensiva alla “pista rossa” di Valpreda e soci.

 

 

E qualcosa, anzi più di qualcosa, ce lo mette anche il Partito Socialista, che ha due “antenne”, un poco sgangherate a dir la verità, ma pur sempre micidiali, visti gli effetti che avranno nel prosieguo dell’indagine sulla cellula di Freda-Ventura.

 

 

Parlo di MARCHESIN GIANCARLO, ingegnere, 32 anni, socialista, che nasconde un carico di armi di Ventura nella soffitta della sua abitazione di Castelfranco. Le ha avute da un altro socialista, COMACCHIO Franco, 30 anni, perito presso una ditta di maglierie di Castelfranco.

 

 

 

IL CAOS AUMENTA, ADESSO CI SONO I PARTITI, SPUNTANO LE ARMI, LA PISTA NERA SI ARRICCHISCE DI CONTRADDIZIONI...

 

Il giro di queste armi è assai lungo e complicato, ne riparleremo. Comunque sono due i socialisti che nascondono le armi del VENTURA (fucili da guerra, pistole, anche esplosivo), poi c’è un altro impiegato e studente universitario di Lettere, tale PAN Ruggero, e le relative fidanzate di tutti e tre. Insomma un bel giro di favoreggiatori (o suggeritori al PSI per la “pista nera”?) che è in contatto con i fratelli Ventura.

 

Cambiamo scena: sempre lo stesso periodo, tutti gli attori nominati sembrano seduti sopra un vulcano che sembra spento ma che in realtà è in ebollizione. Ventura poi, con lo sconcerto che si è diffuso tra i suoi conoscenti in affari editoriali per via dell’affare Lorenzon, deve fare i conti anche con i suoi veri “soci”: i due “Conti, veri aristocratici, che gli hanno garantito finanziamenti per decine di milioni e che adesso si interrogano sul futuro di questo giovane nei guai.

 

Si tratta del Conte Giorgio GUARNIERI, proprietario delle Cartiere del TIMAVO, già ai tempi della guerra partigiana agente dello spionaggio inglese (è singolare che tutti abbiano a che fare con qualche servizio….); e il conte Piero LOREDAN, ormai nostra vecchia conoscenza, con il pallino della rivoluzione fatta da fascisti e comunisti affratellati.

Un giro vorticoso di denuncie e di soldi...

 

 

Il 28 marzo 1970 è un’altra data importante. GUARNIERI, LOREDAN e VENTURA firmano una “Convenzione” tra di loro in cui viene messo in evidenza che i primi due hanno “benevolmente prestato favori e garanzie bancarie al signor Giovanni VENTURA…”.

 

“Che tali affidamenti sono stati immessi nella azienda grafica denominata Litopress…che, tuttavia, per una serie di circostanze ben note alle parti (circostanze che hanno visto affiorare e montare una vergognosa campagna calunniatoria, nei confronti del Ventura), è opportuno assumere in considerazione una ipotetica eventualità di temporanea indisponibilità del Ventura (leggi: galera, nota di G.M.) a seguire in modo coerente e organico l’attività imprenditoriale sorta in virtù delle garanzie prestate dal Conte GUARNIERI e dal Conte LOREDAN;……”

 

 

 

In breve tutte queste parole vogliono dire una cosa sola. Il duo patrizio vuole mettere in salvo il capitale della Litopress da un eventuale arresto del Ventura….infatti al punto 1) “Il Ventura conferisce ai Sigg. Conte GUARNIERI e Conte LOREDAN, che accettano, la procura a vendere le quote di partecipazione sociale del Ventura nella s.r.l. Litopress, con sede a Castelfranco Veneto”. Parole chiare.

 

 

Per Loredan questo vuol dire che i soldi valgono di più delle sue idee fasciste e anche di quelle della cellula FREDA-VENTURA e che l’avventura della Litopress, dopo la denuncia di Lorenzon, ha buone prospettive di fallire.

 

 

Certo non è detta l’ultima parola, Ventura potrebbe, in teoria, anche cavarsela, e poi c’è pure ALBERTO SARTORI, con le sue cambiali, ricevute da Ventura, è possibile che il marxista-leninista metta i pali tra le ruote e che il progetto possa franare anche per le intemperanze economiche dell’anziano ex partigiano.

E' Sartori che fa politica, equivoca, double face ma politica...

 

 

SARTORI sarà anche anziano, in realtà ha “solo” 52 anni, ma è estremamente lucido, sa come muoversi, è in contatto con i servizi albanesi, forse anche con qualche altro servizio, che non c’entra nulla con il suo mondo dichiarato marxista-leninista, sta portando avanti una politica “attendista”. Dopo la strage di Piazza Fontana non si è perso un avvenimento o una parola detta da Ventura.

 

 

LORENZON STA FACENDO IL GIOCO DI SARTORI, PER SARTORI E' UNA RISORSA ...

 

E il suo grande momento investigativo è la denuncia di Lorenzon, che segue in tutti i suoi risvolti. Ventura lo viene a trovare a Vicenza, cerca di farsi consolare da Sartori dicendo che Lorenzon è un matto. E Sartori gli dà ragione, lo invita a tenere duro. Non solo: Sartori difende Ventura dai sospetti che affiorano nel duo marxista-leninista di QUARANTA MARIO e FRANZIN ELIO, i dirigenti padovani della Lega dei Comunisti (filocinese), in cui dentro c’è anche, in posizione dirigenziale, UGO DUSE, che gli investigatori dei Centri CS sospettano sia implicato in un traffico d’armi gestito assieme ai fascisti sul litorale adriatico vicino al Bosco della Mesola [informazioni tratte da un documento dei ROS dei Carabinieri].

 

Sartori perciò testimonia ai due emme-elle, che sono gli autori del libro (“Gli attentati e lo scioglimento del Parlamento") che dovrebbe vedere la luce grazie all’editore VENTURA, che l’editore trevigiano è “innocente”, che è “un compagno” e che va sostenuto in quanto editore di “sinistra”.

 

 

Giovanni Ventura, questo dice SARTORI, non c’entra nulla con la strage del 12 dicembre. Detto dal “capo militare dell’area marxista-leninista” fa veramente impressione. Autorevole è la sua voce e i due professori di Padova, Mario Quaranta e Elio Franzin, chinano il capo e abbozzano. 

 

 

ALBERTO SARTORI in questa fase, estate 1970, partecipa ad una incredibile "provocazione politica" che unisce destra e sinistra nella difesa di Giovanni Ventura. Non è facile interpretare le mosse dell'ex partigiano ma una cosa è sicura: ha mentito ai suoi compagni di partito... 

 

 

A complicare ulteriormente questo quadro indiziario dell’anno 1970 ci si mette anche la Lega dei Comunisti, gruppuscolo “emme-elle” (filocinese) capeggiato, a Padova,  come accennato, dai professori Mario Quaranta e Elio Franzin.

 

Giovanni Ventura, che da tempo era iscritto alla Lega dei Comunisti, a causa della “denuncia Lorenzon” fa scoppiare nell’aprile 1970 alcune contraddizioni “ideologiche” (in realtà prese di distanza e accuse terra-terra) all’interno del gruppo. Tra il leader della Lega, il già citato UGO DUSE, e i due professori patavini scoppia fragorosamente un dissenso che porta all’espulsione di QUARANTA e all’allontanamento di FRANZIN.

 

 

QUARANTA  e FRANZIN, d’ora in poi, si muovono come in un limbo. Espulsi e tenuti a distanza, indicati da altri gruppi della sinistra extraparlamentare come “provocatori”, portano avanti testardamente (più Quaranta che Franzin) la linea di appoggio a Giovanni Ventura (sostenuto da SARTORI), “compagno accusato ingiustamente di essere un terrorista”.

 

 

Assieme a VENTURA, i due marxisti-leninisti in diaspora elaborano delle analisi sui recenti avvenimenti politici culminati negli attentati del dicembre 1969. Prendono forma alcune bozze del futuro libro che si intitolerà alla fine “Gli attentati e lo scioglimento del Parlamento”.

 

Ma la cosa interessante è che a collaborare alla riuscita di questo volume ci si mettono in cinque: QUARANTA  e FRANZIN, GIOVANNI VENTURA, ALBERTO SARTORI e…dulcis in fundo FRANCO FREDA. Ma che c’entra FREDA? Freda c’entra come “correttore di bozze”, qualificato e voluto da Giovanni VENTURA poiché è una “fonte diretta” di informazioni sulle “bande neofasciste”.

 

SARTORI, che ha letto i primi capitoli, è addirittura entusiasta dell’iniziativa, però non si capisce se è al corrente dell’identità del “correttore di bozze”. Io propendo per il sì, anche perché QUARANTA (che è un “compagno”) conosce bene i rapporti tra Ventura e Freda, che per lui non sono un problema evidentemente.

 

A suggellare sul fronte informativo di “qualità” la nascita del volume c’è pure il flusso di notizie che arriva da un personaggio che poi diventerà centrale nella indagine sulla “pista nera”. Nientedimeno che Guido GIANNETTINI che si impegna a fornire all’amico VENTURA precise informazioni sempre sulle “bande autonome neofasciste”.

 

 

SARTORI, come si può facilmente arguire, o è completamente frastornato per via della cronica mancanza di soldi (ma anche su questo aspetto, se è vero o no, non ci sto a mettere la mano sul fuoco), o è assolutamente consapevole che il gioco va giocato costi quel che costi (sul piano della credibilità personale, ma al tempo tutti si ritenevano quasi degli “immortali”, vedi gli stessi Freda e Ventura).

 

 

 

UN VOLUME CHE SI DICE DI SINISTRA MA CHE PUZZA DI DESTRA...

 

Quindi il volume che viene preparato con cura nell’estate del 1970, “Gli attentati e lo scioglimento del Parlamento”- Galileo Editore (una tra le tante creazioni ad hoc di VENTURA), viene discusso e ridiscusso in riunioni tra i “redattori”. Le schede sulle “bande autonome neofasciste” provenienti da GIANNETTINI, vengono lette e “approvate” da Mario QUARANTA.

 

Non solo ma su “suggerimento” dello stesso QUARANTA “....fu mostrata a Freda la parte che lo riguardava, perché la approvasse. In un secondo momento, per mia iniziativa (di Ventura, nota di G.M.), e con il consenso di Quaranta, gli furono fatte esaminare anche le note riguardanti altri gruppi autonomi neofascisti, perché esprimesse un parere sui dati quantitativi inseriti in ogni singola organizzazione…per avere, cioè, un riscontro di prima mano alle informazioni contenute nell’originale” [Memoriale Ventura].

E’ incredibile, in concreto prende corpo in quell’estate del 1970 una presa di responsabilità politica che comunemente viene chiamata “operazione di provocazione”!

 

 

La cosa sta in questi termini: un gruppo di marxisti-leninisti (SARTORI ALBERTO, QUARANTA MARIO, FRANZIN ELIO) collaborano con i già “chiacchierati” e ipotetici-autori o eversori (all’estate del 1970 nulla di certo era ancora affiorato), i noti VENTURA GIOVANNI, FREDA FRANCO e (questo, nell’ombra) GUIDO GIANNETTINI, informatore del SID e agente “provocatore” della cellula nera di FREDA, per dare alle stampe un volumetto che dovrà fare il punto sugli attentati!

 

 

Non era più “solo” il coinvolgimento di ALBERTO SARTORI nella costruzione di una azienda grafica (la Litopress), non erano più “solo” i tentativi del conte LOREDAN di “assorbire” SARTORI nelle sue riunioni di ex partigiani (con “fascisti recuperabili”), ora la provocazione puntava più in alto.

 

 

Dopo la strage del 12 dicembre e la partenza quasi simultanea di due “piste” di indagine, quella “rossa” di VALPREDA (anarchici) del 13-14-15 dicembre 1969, quella “nera” di VENTURA (“denuncia” di Lorenzon Guido del 15-18 dicembre 1969), ora nell’estate del 1970 si assiste ad una operazione di “camouflage” (sinistra-destra) per tamponare le falle delle rivelazioni di Lorenzon.

 

 

La lettera di ALBERTO SARTORI ad Angiolo GRACCI, suo compagno di partito (ai tempi del P.C.d’Italia –m-l), dà una versione edulcorata e parzialmente falsata degli avvenimenti. Sartori non racconta del perché abbia preso parte all’”operazione di soccorso” nei confronti di VENTURA, non racconta del lavoro editoriale a quattro-cinque mani con i fascisti, non racconta del perché abbia aspettato quasi due anni dagli attentati per offrire una testimonianza alla Magistratura (va dal giudice STIZ nel 1971). 

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