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SETTEMBRE 1944: SETTE POLIZIOTTI FASCISTI VENGONO FUCILATI ALLO STADIO DI VICENZA

 

Una strana banda

 

Rapinavano i ricchi ma erano poliziotti della questura vicentina

 

 

Un bell'intreccio di fascisti e di giovani renitenti o meglio di giovani delinquenti che si misero assieme ai poliziotti per compiere una serie impressionante di rapine che per la maggioranza della popolazione era ovvio che erano state fatte dai "partigiani". Ma la verità era un'altra ed era tutta interna al corpo della polizia repubblicana comandata dal capitano Giovambattista Polga....

 

 

 

Sono le cinque e cinquantotto minuti del 4 settembre 1944. Siamo nei pressi dello stadio sportivo “Menti” di Vicenza. Una rada nebbiolina rende tutto più indistinto, ma i protagonisti sanno che cosa sta per accadere.

 

Da una parte il plotone di esecuzione, formato da agenti del Battaglione di Polizia Ausiliaria di stanza a Vicenza, dall'altra parte sette giovani, anch'essi agenti di polizia, schierati faccia al muro. Poi la scarica. Il colpo di grazia viene dato ai morenti da un sottufficiale.

 

Monsignor Sette, che aveva accompagnato  i giovani sul luogo dell'esecuzione, benedice i corpi senza vita. Tutti si allontanano in silenzio . Nessuno è soddisfatto. Anche i sentimenti di rabbia dei fascisti "puri" devono cedere il posto ad una sconsolata tristezza.

 

I fucilati sono: Montresor Aldo (classe 1923) da Trento; Negrello Armando (1924) da Longare; Rambaldelli Stefano da Verona; Rigon Eugenio (1920) da Vicenza; Sisti Mario (1918) da Ascoli Piceno; Terreran Luigi (1921) da Monticello C. Otto; Scalco Giacinto (1921) da Vicenza.

 

I sette vengono arrestati verso la fine del mese di agosto 1944 dai colleghi su ordine del loro comandante, il capitano Giambattista Polga, dirigente la squadra politica "esterna" della questura di Vicenza. Le accuse a loro carico sono gravissime: aver partecipato a rapine a mano armata in case di abitazione nella provincia vicentina.

 

 

L’antefatto

 

 

Come si giunge a scoprire il gruppo dei rapinatori? I fucilati sono solo una parte del gruppo dedito alle rapine (e per la verità c'è chi suppone che qualcuno fosse addirittura innocente).

 

La "banda" è composta da più di una decina di persone, ne fanno parte anche due giovani orefici vicentini, i fratelli Righetto. Novenio, classe 1922, e Silvio, classe 1915.

 

Per comprendere bene il susseguirsi degli avvenimenti occorre però ricordare, pur in sintesi, la situazione di quell'agosto del 1944. La confusione militare è estrema. La resistenza armata alla repubblichetta di Salò si diffonde a macchia d'olio e anche a Vicenza i resistenti sorvegliano le mosse degli ufficiali fascisti.

 

La questura è uno di quei luoghi dove maggiormente si appunta l'attenzione degli uomini del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale, l'organismo politico-militare della resistenza armata ai nazifascisti).

 

Il capitano Polga, che gode fama di uomo pericoloso e organico ai tedeschi, è l'elemento più sorvegliato. In questo frangente scoppia la grana dei sette agenti. I giovani vengono arrestati su ordine di Polga in circostanze non chiare. Vengono accusati di avere rapinato in case di privati. Il reato è gravissimo e comporta la pena di morte secondo il codice militare di guerra.

 

Il racconto che segue è il frutto di una conversazione registrata con un testimone dei fatti, Giampiero Dalla Pria, all'epoca agente di polizia presso la questura di Vicenza, simpatizzante della resistenza.

 

"C'è da dire che la voce di quei continui furti (precisa il nostro testimone), di quelle sortite in abitazioni di ricchi vicentini in città ed in provincia avevano acceso l'immaginazione popolare e contribuito a creare una leggenda sinistra e a screditare la già screditata questura di Vicenza".

 

Era imperativo per le autorità fasciste smascherare i colpevoli. Tra l'altro correva voce che a fare le rapine fossero dei "partigiani".

 

“Dunque a Vicenza erano avvenute – racconta Dalla Pria – sette rapine in sei giorni. Viene rapinato pure il principe Gonzaga nei pressi di Montecchio Maggiore. Lo stesso principe, convinto che i rapinatori fossero partigiani, alla fine tirò fuori trecentomila lire e gliele diede. Quando venne fuori che i rapinatori erano della Questura non seppe più cosa fare. Era nel più grande imbarazzo. D'altronde tutta la città e tutto l’ambiente locale affermavano che erano i partigiani che rubavano e perfino i rapinati erano convinti che fosse opera dei partigiani. A noi del CLN (l’agente della Questura faceva il doppio gioco, n.d.c.) scocciava tremendamente questa faccenda.

 

Allora alle cinque del mattino un giorno viene a casa mia Nico Spada che mi dice: “stanotte hanno fatto una rapina da quello delle biciclette vicino all’Intendenza di Finanza. Uno della famiglia ha riconosciuto la voce di Ciccio Dal Cengio, quello che parlava e che comandava la banda di mascherati.

 

A questo punto devo anche specificare che, quando io sono entrato in Questura, Ciccio Dal Cengio era uno della squadra politica, un elemento che mi dava fastidio, faceva il fascista sfegatato.

 

Parlo allora con il comandante militare del CLN della città e gli dico: guarda che Ciccio Dal Cengio è un elemento che non mi piace…”Sta zitto – mi risponde il comandante CLN – che è uno dei nostri”.

 

Quando Nico Spada, ispettore della Buoncostume, mi informa delle rapine decido di tornare dal responsabile CLN e gli dico: “Tu mi dici che è uno dei nostri, Spada mi dice che è un rapinatore, io dico che è un fascista. Si può sapere chi è?” “Sta tranquillo ci penso io” dice quello del CLN.

 

Il CLN, scomodato da queste "voci" di piazza, e parecchio seccato per i risvolti politici e di immagine sulla resistenza, si dà da fare e impegna alcuni suoi uomini in una indagine parallela per assicurare gli autori alla "giustizia".

 

Solo che la giustizia purtroppo in quel momento è in mano ai fascisti e questo piccolo particolare fa sorgere più di qualche dubbio. Dubbio però che svanisce quando gli uomini del CLN vengono a sapere che della banda fanno parte gli agenti del capitano Polga e che addirittura lo stesso capitano sembrerebbe implicato nella vicenda.

 

Messi degli uomini alle calcagna di Polga, e alcuni altri alle calcagna di uno della banda, il Cln gioca infine la carta decisiva.

 

“Lo hanno convocato – continua l’ex agente della questura Giampiero Dalla Pria – in una casetta isolata, a Saviabona, e quando Ciccio è stato dentro gli hanno detto: “Ciccio, o parli o di qua non esci”. E Ciccio ha raccontato tutto, rapina per rapina, personaggio per personaggio, cosa hanno fatto, i ruoli, e mi hanno mandato il rapporto con il timbro del CLN.

Ora io mi sono trovato con in tasca tutta la storia delle rapine, meravigliato anche della capacità degli improvvisati poliziotti, ma non posso tirare fuori prove di quel tipo ed allora abbiamo cominciato a mettergli dei segugi alle calcagna.

 

E li abbiamo beccati che vendevano roba di oro (intanto Ciccio Dal Cengio con la promessa di essere tirato fuori dal gioco spariva dalla circolazione) nel bar fuori da Porta Castello, il bar degli snob. Li prendono e li portano dentro.

 

Polga come vede che noi ci stiamo muovendo decide di arrestarli lui tutti".

 

Le rapine sono state fatte da sette agenti della squadra politica, tutti con la tessera del Partito Fascista Repubblicano, i due fratelli Righetto, che facevano gli orefici in Corso Palladio, altro ambiente dove facevano presto a smerciare la refurtiva, più altri due, Ciccio Dal Cengio e un tale Muzzocco ucciso poi a Monteviale.”

 

 

Una mossa astuta

 

 

Ora il CLN è in grado di muoversi e scopre le carte: fa sapere al questore di Vicenza, Cesare Linari, tramite il vice questore commissario Follieri, uomo della resistenza, che il gruppo dei rapinatori è stato individuato. Come si è detto prima la cosa però non sfugge alle orecchie del Polga che sull'istante fa arrestare i sette agenti e i due fratelli orefici.

 

Il sequestrato, autore della confessione fiume, resta però fuori da tutto, viene stranamente e silenziosamente espulso dal corpo della polizia ausiliaria ed approda attraverso un percorso tortuoso e mai chiarito in ambienti partigiani.

 

"Già da tempo - racconta Dalla Pria - il CLN vicentino sospettava che il Polga tramasse qualcosa. L'occasione per incastrarlo ci viene offerta proprio dalla banda Righetto" (dal nome dei due orefici arrestati assieme ai sette agenti poi fucilati, ndr.).

 

Per il testimone la mossa del capitano Polga di arrestare i sette suoi agenti è solo un diversivo per allontanare i sospetti dalla sua persona, mentre per i fascisti è la dimostrazione dell'onestà del loro ufficiale. In galera comunque finiscono i sette agenti e i due fratelli orefici, i Righetto.

 

L'informatore viene espulso dal corpo e non presenzia neppure al processo.

 

Perché viene coperto e da chi? E' mai possibile che il questore di Vicenza, il maggiore della Milizia, poi GNR, Cesare Linari abbia manovrato per colpire il suo miglior agente investigativo, organico molto probabilmente agli stessi servizi di informazione tedeschi? Se la cosa fosse vera il movente certo ci sarebbe: Linari non smise infatti mai di manovrare e organizzare contatti con le forze della resistenza, convinto com'era che la partita era persa e che gli sarebbe venuto utile un aggancio con il CLN. A bocce ferme e deposte le armi, con i vincitori avrebbe potuto avere uno sconto. Così sicuramente ragionava il questore di Vicenza. Da qui ad ipotizzare un tentativo di scrollarsi di dosso il più zelante e pericoloso dei suoi collaboratori c'è però un tratto di strada non documentato.

 

E' la logica ad aiutarci nella ricostruzione, non le testimonianze. Anche se, come nel caso dell'agente che ha spifferato i nomi dei suoi amici, non si può non pensare che il provvedimento dell'espulsione dal corpo di polizia non sia potuto piovere dall'alto delle conoscenze del Linari.

 

“Linari era d’accordo con noi – dice l’agente di polizia Dalla Pria - anche il Prefetto…”

 

Per capirci qualcosa di più non abbiamo tralasciato di ascoltare altri testimoni del tempo, oltre all'agente di polizia che simpatizzava con il CLN.

 

 

Le “verità” di Ciccio Dal Cengio

 

 

Abbiamo intervistato colui che spifferò tutto, nomi e cognomi, degli appartenenti alla banda "Righetto". Solo che, come sempre accade in questi casi, la "verità" assume un altro sapore, altri contorni.

 

Per dovere di cronaca, diciamo così, riportiamo questa versione con l'avvertenza che potrebbe essere un po’ troppo "ricostruita".

 

Nell'intervista registrata il 6 settembre 1990, Raffaello Dal Cengio, il famoso “Ciccio”, questo il nome e cognome del responsabile dell'operazione smascheramento banda-Righetto o, se si preferisce, il responsabile del deferimento al tribunale militare dei sette agenti, così tratteggia la vicenda:

 

"Ero tornato dalla Russia, dove avevo combattuto inquadrato nella divisione Julia. Dopo una breve esperienza ai telefoni corsi il rischio di venire deportato in Germania poiché i tedeschi mi avevano accusato di sabotaggio delle linee. Non ne avevo colpa ma non stetti a discutere e fuggii.

 

Mi decisi allora ad entrare nella polizia, finii così nella squadra politica "esterna" del capitano Polga. Fu lì che conobbi i sette agenti che poi furono fucilati. A questo incarico mi delegò il prof. Nicoletti del CLN veneto (è da ricordare invece che l'altro nostro testimone parla di sequestro e di "cantata" finale con un Dal Cengio in mano agli uomini del CLN, ndr.). In breve dovevo infiltrarmi nella questura per scoprire gli autori delle rapine. Così feci. Venni a sapere i nomi e li riferii a Nicoletti che a sua volta informò il vicequestore dottor Follieri che era dalla nostra parte".

 

 

A chi credere?

 

 

"Nicoletti - continua il Dal Cengio -" .. mi disse di dire i nomi anche al capitano Polga, poi venni arrestato anch'io perché avevo partecipato alla rapina di Longare e quindi in casa di Paulon a Vicenza. Fui espulso dalla polizia per questi fatti ... ".

 

 

 

Incredibile la testimonianza del Dal Cengio.

 

 

 

Un militare, poiché questo era il Dal Cengio, accusato degli stessi reati per cui i sette agenti suoi colleghi finirono davanti al plotone di esecuzione, non solo evita il processo (come evento giuridico formale) ma evita la pena di morte (nella sostanza), la detenzione ( il periodo detentivo che si fece il Dal Cengio fu ridicolo per la sua durata), per finire solo espulso dal corpo, probabilmente "per indegnità"!

 

Questa versione è senza ombra di dubbio una miscela di cose dette e non dette, di mezze verità miste a, nel caso migliore, ricostruzioni fantastiche.

 

Ma è il seguito della vicenda che preoccupa un po’. Perché il Dal Cengio poi, sempre riferendoci alla sua verità, viene in contatto con vari gruppi di partigiani. Sarà nel dopoguerra il guardiaspalla di un dirigente partigiano molto valoroso, il comandante Carlo Segato, e finirà coinvolto nell'omicidio (quale esecutore dello stesso assieme ad altre due persone) dell'avvocato Edoardo Tricarico.

 

Ma la banda "Righetto" è veramente un pozzo senza fondo. Non solo il fatto in sé è emblematico del clima dell'epoca, ma rivela anche risvolti ambigui e oscuri. Sembra di capire che tra i fascisti e gli antifascisti ci fosse una sorta di zona grigia in cui uomini di "mano" delle due parti finissero per incontrarsi e fare affari assieme. Per poi dividersi. di nuovo, combattere le ultime battaglie e ricomparire ai margini della vita sociale nel dopoguerra. Con una caratteristica: sempre in mezzo ai guai, propri o degli altri.

 

E' il caso del Dal Cengio che, come abbiamo accennato, finirà poi in prigione per l’omicidio dell'avvocato Tricarico, ma è pure il caso di Ruggero Maltauro, appartenente a unità partigiane e responsabile della polizia partigiana di Schio nei giorni dell'eccidio alle carceri nel luglio del 1945.

 

Ebbene il Dal Cengio, asserendo di avere compiuto rapine (per ordine del CLN e per infiltrarsi tra i rapinatori per poi svelare i nomi, dice lui) conferma pure che "ci conoscevamo tutti ... e fra gli altri c'era pure Maltauro nella banda ... ".

 

Era insomma un porto di mare, la banda "Righetto", c'era un pizzico di polizia ausiliaria fascista, una spruzzatina di partigiani o presunti tali, qualche orefice, giusto per lo smercio della roba trafugata e qualche altro civile sbandato. E per finire un informatore o delatore, il dubbio viene sempre in questi casi, di un presunto CLN (che non centra).

 

Un interrogativo deve però essere posto agli uomini della resistenza: è vero che il Ruggero Maltauro, esponente di formazioni combattenti partigiane, nonché responsabile della polizia partigiana a Schio e poi inquisito e condannato per l'eccidio, partecipò, come asserisce il Dal Cengio, a rapine a mano armata in case private?

 

Se sì perché gli è stato affidato l'incarico di pubblico ufficiale in un periodo e luogo così delicati?

 

E perché poi, se il CLN o chi per esso delegò il Maltauro a funzioni così importanti, si provvide, dopo la carneficina delle carceri di Schio, ad infangare il nome del Maltauro pubblicando una sua foto sul Giornale di Vicenza (controllato dagli uomini del CLN) indicandolo come uno degli assassini di Schio nonché come "rapinatore della banda Righetto"?

 

Anche sugli altri partigiani complici nell'eccidio si gettò fango il giorno dopo chiamandoli "provocatori trotskisti". Il metodo è sempre quello.