27 APRILE 1945 LONGA DI SCHIAVON - NOVOLEDO - DUEVILLE - SANDRIGO

 

Una trappola per i comandanti della divisione partigiana “Monte Ortigara”

 

 

di Pierluigi Damiano Dossi                                                   

 

 

Sino a oggi le ricostruzioni della tragica morte dei Comandanti della Divisione autonoma “Monte Ortigara”, l’ing. Giacomo Chilesotti “Nettuno-Loris” e l’ing. Giovanni Carli “Ottaviano-Alfa”, hanno sempre ruotato attorno a due “verità” contrapposte:

 

 

 

- la tesi di chi afferma che nella notte tra il 26 e 27 aprile Villa Cabianca è in mani partigiane, o che c’è chi vuole arrendersi ai partigiani e restituire un importante patrimonio artistico nazionale trafugato, ma anche che la morte dei Comandanti è stata solo una tragica fatalità, se non persino una congiura “garibaldina”;[1]

 

- e la tesi di chi parla di un accordo tra l’ala “badogliana-cattolico-moderata” della Resistenza e i nazi-fascisti, e che i Comandanti vengono uccisi perché contrari a quell’intesa.[2]

 

 

 

Nel tentativo di dimostrare che è possibile un’altra “verità”, né faziosa, né diffamatoria, ma che scaturisce dalla seria ricerca ed analisi storica, ci siamo permessi di indicare una possibile diversa lettura di questi avvenimenti.

 

 

 

Un percorso, che senza alcuna pretesa di essere la“versione storica definitiva”, stimoli ulteriori e più approfonditi studi, magari con una maggiore attenzione al ruolo svolto dal maggiore Mario Carità e dal Servizio di Sicurezza delle SS nel Veneto e nel Vicentino, in particolare nella partita giocata a Villa Cabianca tra il 26 e il 29 aprile 1945 e nell’assassinio dei Comandanti, ma anche sullo stretto legame che sembra esserci tra la “Strage di Dueville”, che approfondiremo nel successivo capitolo, e l’eliminazione dei Comandanti Chilesotti e Carli.

 

 

 

Una ricostruzione che sembra raccontare che la Villa è sempre rimasta sotto il controllo della “Banda Carità”, un’associazione di criminali nazi-fascisti maestri nella tortura e nell’inganno, e che l’eliminazione dei Comandanti è stata una loro operazione “diabolica”: una gravissima perdita, non tanto per la “Lotta di Liberazione”, ormai vittoriosamente conclusa, quanto e soprattutto per aver privato di uomini eccezionali la giovane democrazia italiana.

 

 

 

Per motivare meglio questi nostri convincimenti tenteremo di analizzare gli elementi in nostro possesso, nella speranza di dare comunque spunti utili di riflessione.

 

 

 

Villa Cabianca

 

 

 

Villa Chiericati Cabianca Lambert Showa si trova a Longa di Schiavon (Vicenza), tra l’allora Strada Provinciale “Marosticana” e la strada che porta a Friola di Pozzoleone e al fiume Brenta: una deliziosa villa patrizia veneta, arricchita in alcune stanze da affreschi cinquecenteschi e immersa nel verde di un grande parco. Villa Cabianca, nell’inverno 1943-1944, viene requisita dalle autorità repubblichine al legittimo proprietario, il dott. Giangiacomo Mugna, e destinata a sede della SS-Ausbildung Schule, ovvero la Scuola di Spionaggio delle SS Italiane; “Cabianca” viene protetta da alcune batterie contraeree, difesa da garitte efilo spinato e vi si accasermano almeno un centinaio di SS-Italiane. [3]

 

 

 

Nella Scuola si insegna agli allievi - tutti volontari e consapevoli delle azioni che dovevano svolgere - l’arte dell’infiltrazione, del sabotaggio, della caccia ai “banditi”, si formano cioè agenti in borghese e spie, sabotatori e manovalanza addestrata a compiti di rastrellamento. [4]

 

 

 

Gli appartenenti alla Scuola vengono così occupati:

 

- una parte minima, i più fidati, negli uffici;

 

- i più esperti sono addetti al servizio esterno, cioè al servizio informazioni, d’intelligence, nelle sue diverse forme; una lavoro che richiede intelligenza e un certo grado di cultura; costoro normalmente non sono impiegati nelle azioni di polizia e di rastrellamento, che vengono preparate da essi, ma eseguite dal gruppo successivo;

 

- tutti gli altri, in divisa delle SS Italiane, [5] sono adibiti al servizio di guardia all’interno della Villa e nelle numerose garitte di cui è ricca, ma soprattutto sono impiegati nei rastrellamenti e nelle azioni di polizia, dove sono richieste soltanto attitudini fisiche e assenza di scrupoli.

 

 

 

La Scuola delle SS Italiane, seleziona i suoi primi uomini tra l’ex Milizia Portuaria; l’organizzatore è il generale di divisione-SS (SS-gruppenfüehrer) Giuseppe Visconti, e a esso fanno subito seguito in scala gerarchica i sottotenenti: Antonio Nalin, Ernesto De Gasperi, Virgilio Corso, Orlando Boranga, Mario Minozzo, Primo Da Rold e Tagliabue.

 

 

 

“Cabianca” non ha scopi solo didattici, ma al proprio interno agisce anche un ufficio operativo di spionaggio, l’Ufficio “Informazioni”, che raccoglie le notizie, le divide, le traduce in tedesco e le passa al competente Servizio Informazioni delle SS tedesche, il BdS-SD, il cui Comando in Italia ha sede a Verona. [6]

 

 

 

L’Ufficio “Informazioni” di “Cabianca” opera in tutto il territorio italiano, occupato dai tedeschi e dagli Alleati, e negli archivi della Villa si ammucchiano informazioni sullo stesso Mussolini, sul Pontefice, sui massimi gerarchi hitleriani e su alti ufficiali della Wehrmacht in Italia.

 

 

 

Le attività d’intelligence e di repressione svolte a “Cabianca” sono prima collegate a quelle dell’“Italienische Sonderabteilung”, il “Reparto speciale italiano” di Carità, fino a fondersi completamente nel gennaio 1945, quando a “Cabianca” si installa ufficialmente la “Banda Carità” e il maggiore Mario

 

 

 

Carità “sostituisce” il generale Visconti (nel febbraio ’45, Visconti parte per ignota destinazione): “Cabianca”, prima diventa una Sezione staccata dipendente da Villa Giusti di Padova, poi, nell’aprile 1945, il Quartier Generale di Carità, con le sezioni staccate di Padova, Este e Vicenza.

 

 

Qual'è il reparto nazi-fascista presente a Villa Cabianca nell'aprile 1945?

 

 

Sembra condiviso da tutti quelli che hanno scritto sulla vicenda, che la richiesta di incontrare a Longa di Schiavon i massimi esponenti delle formazioni partigiane “autonome”, sia venuta direttamente da Villa Cabianca, ma su chi sia presente in quei giorni in Villa, la confusione tra le fonti regna sovrana:

 

- si parla di SS Italiane, di Decima MAS, di tutte e due, ma anche di SS Tedesche e di “Banda Carità”, confondendo ripetutamente le une con le altre. C’è chi afferma persino che “il Generale di divisione delle SS italiane non è mai esistito”. [7]

 

 

Vediamo di riuscire a fare un po’ di chiarezza.

 

 

A “Cabianca” non è presente la Decima MAS. Prima di tutto possiamo escludere che a Villa Cabianca siano presenti reparti della Decima MAS, in quanto il 27 aprile 1945 [8] il 1° Gruppo da Combattimento, in ritirata dal fronte sud, dopo il passaggio dell’Adige è in cammino in direzione nord-ovest, verso Cona e Conselve (Padova), che raggiungono solo verso sera;

 

 

 

Il 2° Gruppo di Combattimento, di stanza nell’Alto Vicentino, sta tentando di concentrarsi a Thiene, ma i reparti dislocati a Bassano e a Marostica, cioè il Btg. Alpini “Valanga”, il 2° e 3° Gruppo d’Artiglieria “Da Giussano” e “S. Giorgio”, sono fortemente rallentati dalla ritirata tedesca e arrivano a Marostica solo il 28 mattina.

 

 

 

 

La cittadina è circondata dai partigiani scesi dalla pedemontana e la colonna della Decima MAS è costretta a fermarsi a presidio, impossibilitata a continuare la marcia verso Thiene. I tre reparti della Decima MAS si accordano con i partigiani alle ore 20:30 dello stesso giorno: dopo una lunga trattativa condotta dal colonnello Luigi Rodella per le formazioni partigiane e dal capitano Manlio Morelli per la Decima MAS, l’accordo prevede la consegna delle armi della truppa, che può tornare a Bassano (da dove i comandanti della Decima MAS ritengono potranno più facilmente sfuggire agli americani), mentre gli ufficiali e i sottufficiali restano armati.

 

 

 

I feriti, tra cui il maggiore Guido Borriello, comandante dei due gruppi d’artiglieria e il capitano Manlio Morelli, comandante del Btg. Alpini “Valanga”, restano a Marostica come ostaggi.

 

 

 

Affermare quindi, che i Comandanti della Divisione “Ortigara” sono diretti a Longa per, o anche per la resa della Decima MAS, può essere motivato dalla confusione del momento, infatti, alcuni reparti della Decima MAS sono in zona, ma non certamente a Villa Cabianca, e arrivano a Marostica, da Bassano, solo il mattino del 28 aprile; nella cittadina, precedentemente, è presente solo un piccolo reparto: una compagnia del Btg. “Valanga”, accasermata a Villa Gusi, fuori Porta Breganze.

 

 

 

Se, viceversa, di confusione non si tratta, o non solo, è legittimo supporre che la volontà di trattativa della Decima MAS, poi sviluppatasi separatamente a Marostica e a Thiene, sia stata sfruttata da altri per attirare i Comandanti in trappola.

 

 

 

Una possibile conferma indiretta a questa seconda ipotesi, la possiamo trovare nella testimonianza del comandante partigiano Ermenegildo Farina “Ermes”, che parlando della presunta trattativa di resa della Decima MAS a Longa, è convinto sia della presenza della Decima a “Cabianca”^, sia che in caso di successo della trattativa “[…]contemporaneamente capitolerebbero i presidi di Bassano, Marostica, Thiene ed altri”. [9]

 

 

A “Cabianca” non sono presenti le SS Italiane perché già assorbite della “Banda Carità”.

 

 

La Scuola di Polizia e Controspionaggio delle SS-Italiane (SS–Ausbildungschule), ha operato a Villa Cabianca dal gennaio al dicembre 1944, e come abbiamo già motivato è stata assorbita dal BdS-SD, e nello specifico dalla “Banda Carità”, l’“Italienische Sonderabteilung”, il “Reparto speciale italiano” del Servizio di Sicurezza delle SS Tedesche. [10]

 

 

 

L’“Italienische Sonderabteilung”, meglio conosciuto come “Banda Carità”, dal nome del suo comandante, il maggiore Mario Carità, è inizialmente un Reparto Servizi Speciali (RSS) della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR); si costituisce a Firenze dopo l’8 settembre 1943 col compito di scoprire e catturare, in collaborazione con le SS-Tedesche, gli esponenti e i militanti della Resistenza.

 

 

 

All’avvicinarsi del fronte, la “Banda” si sposta al nord, prima a Bergantino (Rovigo), poi alla fine ottobre 1944 a Padova: l’obiettivo è piegare la lotta della Resistenza che ha nell’Università il suo centro propulsore.

 

 

 

Dal suo arrivo nel Veneto, pur rimanendo ufficialmente un Reparto della GNR, la sua organizzazione viene mutuata dai tedeschi per una maggiore efficienza, e come il BdS-SD (Servizio di Sicurezza delle SS), anche il RSS-GNR di Carità si divide in una Sezione Investigativa e una Sezione Operativa:

 

 

- l’Ufficio “A”, come la SS-SD, si occupa del collegamento con i vari reparti e uffici tedeschi e italiani, del movimento carteggio prigionieri e mansioni di polizia quali fermi, perquisizioni domiciliari, arresti, interrogatori (in questo coadiuvato dall’Ufficio “B”); nel suo periodo di permanenza a Padova il responsabile è il tenente Giovanni Castaldelli;

 

- l’Ufficio “B”, come la Gestapo, è il nucleo operativo che si occupa di mansioni di polizia coadiuvando l’Uff. “A”; nel suo periodo di permanenza a Padova il responsabile è il tenente Pietro Baldini. Nel contempo, la “Banda Carità” assorbe direttamente alcuni “uffici politico-investigativi” della GNR e li muta in sue sezioni, come a Padova, Vicenza e Este; altri UPI diventano direttamente sedi del BdS-SD, come Schio e Bassano.

 

 

 

 

Il legame con le autorità tedesche si fa sempre più stretto sino a quando il RSS di Carità diventa anche ufficialmente un reparto del BdS-SD: a Padova, a Villa Giusti, il 31 gennaio 1945, come a Vicenza gli uomini di Carità prestano giuramento di fedeltà “per la vita e per la morte” ad Adolf Hitler.[11]

 

 

 

In altre parole l’“Italienische Sonderabteilung” diventa un reparto delle SS-Tedesche, e Mario Carità un maggiore-SS (SS-Sturmbannführer), a tutti gli effetti ufficiale e alto dirigente delle SS-SD tedesche.

 

 

 

[Der Befehlshaber der Sicherheitspolizei und des SD in Italien - Italienische Sonderabteilung.  Nota 12]

 

 

 

Conferme della presenza nell’aprile 1945 del maggiore Mario Carità e del suo Reparto a Villa Cabianca, non in transito, ma perché loro “Quartier Generale”, ci sono segnalate anche da altre fonti:

 

- in data 7 aprile 1945 da una comunicazione scritta di “Silva” (Renato Nicolussi “Beppo-Silva”), comandante della Brigata “Martiri di Granezza”, a “Loris” (Giacomo Chilesotti “Nettuno- Loris”) comandante della Divisione “Monte Ortigara”: “Il Maggiore comandante la rete spionistica della S.D. di Padova [Carità] la settimana ventura sarà trasferito a Sandrigo [Longa di Schiavon]. Fate provvedere dalla squadra locale a prendere provvedimenti. Detto Maggiore è criminale di guerra”.[13]

 

- nel documento, datato 19 aprile 1945 e destinato “an der Befehlshaber Der Sicherheitspolizei und des SD in Italien - LAITER I/II di Verona“, cioè al comando in Italia del BdS-SD, troviamo l’elenco del personale militare della “Banda Carità” e della sua dislocazione presso la Sede Centrale di Villa Cabianca a Longa di Schiavon e presso le Sezioni staccate di Padova, Vicenza ed Este.[14]

 

- dal marconigramma del 26 aprile 1945, la “Missione Rocco Service” (MRS) comunica agli Alleati”:

 

 

 

“Il magg. Carità e il suo gruppo si trovano nella villa 45/40/50 Nord 0/48/40 Ovest per attività politica nell’area di Vicenza. Si riporta che i depositi sono stati accresciuti e che la villa è stata attrezzata come una fortezza”. [15]

 

 

 

Cos’è il BdS-SD?

 

 

 

Il BdS-SD – Befehlshaber der Sicherheitspolizei und des SD, è l’Ufficio-Comando della Polizia di Sicurezza del Reich (SIPO-Gestapo) e della Polizia di Sicurezza del Partito nazista (SD).

 

 

 

Dopo un breve periodo in cui i due principali organi di sicurezza dello Stato sono stati in conflitto fra loro, la Geheime Staatpolizei – Gestapo (Polizia Segreta di Stato) giunge a operare in unione e sintonia con il Sicherheitsdienst des Reichsführers-SS – SD (Servizio di Sicurezza del Partito Nazionalsocialista): il SD viene impegnato principalmente a raccogliere informazioni sui “sovversivi”, mentre la Gestapo provvede agli arresti.

 

 

 

Questo nuovo organismo d’intelligence viene chiamato BdS-SD, e il Comando in Italia è stabilito a Verona (LAITER I/II).

 

 

 

“Il titolo di una recente raccolta di saggi sul Sicherheitsdienst des Reichsführers-SS (SD) elenca le tre caratteristiche fondamentali di questo organo d’intelligence che vide la luce negli anni Trenta nella Germania nazionalsocialista: “servizio di informazioni, elite politica e unità di assassini”.

 

 

 

Il SD, il “servizio di sicurezza del capo supremo delle SS”, Heinrich Himmler, non fu infatti soltanto un servizio di informazione e spionaggio politico di nuovo tipo ma, al contempo, la più importante organizzazione di quadri della giovane elite della Germania nazionalsocialista.

 

 

 

Accanto a questo, alcune delle più recenti indagini storiografiche sulle organizzazioni del nazionalsocialismo hanno dimostrato come i suoi oltre 6500 membri siano stati responsabili come nessun altro gruppo della società tedesca dei crimini compiuti in quegli anni e soprattutto dell’organizzazione e messa in atto della “soluzione finale del problema ebraico” nell’Europa occupata. […]

 

 

 

Deve essere infatti ben chiaro che non ci troviamo di fronte al personale di un qualsiasi servizio di informazioni, ma invece al “nocciolo duro” dei perpetratori dei crimini di massa del nazionalsocialismo.

 

 

 

Le attività svolte da Sicherheitspolizei e SD in Italia furono molteplici. Vi troviamo, infatti, le stragi di prigionieri e le deportazioni nei campi nazisti dei nemici “razziali” e degli oppositori politici, accanto ai contatti con le forze moderate della Resistenza e gli Alleati e le trattative e le sottigliezze del lavoro di intelligence.

 

 

 

Questi sono aspetti solo apparentemente contrastanti del modo di concepire la lotta contro l’avversario ideologico delle organizzazioni nazionalsocialiste. L’idea dietro ai sondaggi e alle “aperture” verso le forze della coalizione antinazista che ebbero un intenso quanto inefficace sviluppo dinamico nel periodo finale del conflitto, era quella che per sopravvivere fosse necessario ed anche possibile giungere ad un accordo con gli avversari occidentali e con gli oppositori moderati e nazionalisti, a differenza, ovviamente, del mondo comunista.

 

 

 

Queste attività erano parte di un irrealizzabile progetto ideato dalla SS, nutrito dall’illusione di poter sfaldare la coalizione antitedesca con una offerta di pace separata agli alleati occidentali.

 

 

 

In questa ottica SS e SD si sarebbero presentati come l’unica forza politica e militare in grado di condurre la Germania in una nuova alleanza antisovietica occidentale e superare la pesante eredità di Hitler.

 

 

 

In questa prospettiva, vanno visti gli sforzi intrapresi in Italia da un consistente gruppo di esponenti di SS, SD e Sicherheitspolizei, tra i quali Zimmer, Rauff, Dollmann, Harster e Wolff.

 

 

 

Nel loro progetto l’Italia sarebbe stata il campo di prova di un nuovo ruolo delle organizzazioni di elite del nazionalsocialismo, un terreno nel quale dimostrare agli Alleati, “in piccolo”, come ha scritto Zimmer, la propria professionalità e l’efficacia dell’azione anti-comunista.

 

 

 

Il progetto della direzione SS, crollò come un castello di carte insieme alla Germania nazionalsocialista. […]”. [16]

 

 

 

L’ obiettivo “in piccolo” del BdS-SD/”Banda Carità”

 

 

L’aver chiarito chi è presente a Villa Cabianca nell’aprile 1945, ci permette ora di chiarirne anche gli obiettivi che intende raggiungere.

 

 

 

Infatti, da Villa Cabianca il maggiore Mario Carità difficilmente vuole arrendersi e consegnare il“Tesoro”17 ai partigiani, magari come salvacondotto, ma più probabilmente cerca di portare avanti il suo progetto, che ha tra le priorità l’eliminazione dei Comandanti della Divisione “Monte Ortigara”.

 

 

 

Lo storico Roberto Caporale, che conosce molto bene le gesta di Mario Carità e del suo reparto, ci dice:

 

“La storiografia neofascista e di estrema destra non annovera Carità fra i meritevoli di una menzione o di un ricordo particolare, nonostante il suo RSS abbia inferto alla Resistenza colpi durissimi, i più duri che un reparto di Salò abbia potuto vibrare, se si pensa agli arresti del gennaio 1945 a Padova e Vicenza. Il maggiore compare, ma di sfuggita, in alcune brevissime citazioni o sottotono, nel ricordo asettico di alcune operazioni nelle quali sono taciute le violenze compiute dal reparto stesso. Altre volte il maggiore è citato con il nome sbagliato. Certo è che nell’immagine che il neofascismo ha dato e continua a dare dei combattenti di Salò, visti come l’elite di guerrieri della nazione morente dopo l’8 settembre, coloro che per «l’onore» non si arresero e continuarono a combattere una guerra già perduta e che vissero poi il dopoguerra da «pharmakoi»,[18] Mario Carità e il suo reparto non possono entrare. Troppo poco «spendibile» è il suo ricordo per essere utilizzato dalla retorica «guerriera» neofascista, troppo poco «onorevole» viene evidentemente giudicato l’operato della compagnia da lui guidata per essere preso in considerazione. Così, o lo si ignora, o lo si espunge totalmente dall’album «di famiglia» salottino".

 

 

 

L’immagine “maledetta” di Mario Carità, quindi, lo avvolge e lo attanaglia sino a far smarrire il contesto nel quale operava, che era invece molto ricco di collegamenti istituzionali, di relazioni che arrivavano sino a Mussolini e passavano per i poteri locali della RSI. In tale contesto, la violenza non era il prodotto occasionale della “Banda Carità”, ma era la violenza “di Stato”, agevolata, come nel caso di Padova e Vicenza, dalle forze di sicurezza dell’«alleato occupante» tedesco.

 

 

 

Quest’attitudine violenta, di cui si conoscevano anche gli aspetti più estremi come la tortura, veniva giudicata, dai dirigenti di Salò, un male necessario perché la RSI conducesse efficacemente la lotta contro i suoi nemici.” [19]

 

 

 

Uomini come Carità, quindi, non mollano facilmente la loro preda e come dimostrano alcuni episodi, non smettono di cacciare i loro nemici nemmeno quando tutto sembra perduto. Stupri, torture fisiche e morali, carcere, deportazione, omicidi … tutto è lecito per i “cani da sangue” [20] di Carità al fine di raggiungere l’obiettivo.

 

 

 

Un altro storico, Carlo Gentile, ci ha già ricordato che la “Banda Carità”, almeno dal gennaio 1945, è divenuta ufficialmente un reparto nazista dal BdS-SD, denominato: “Italienische Sonderabteilung”, il “Reparto speciale italiano”.

 

 

 

Comandante di questo reparto è il maggiore Mario Carità, che è quindi un ufficiale e alto dirigente delle SS-SD, cioè dell’elite del partito nazista tedesco, e come tale, anche lui impegnato a dimostrare la sua“professionalità ed efficacia dell’azione anti-comunista”.

 

 

 

Questa esibizione di capacità non ha come termine ultimo la fine della guerra, ma il raggiungimento dell’obiettivo politico post-bellico. Quindi, anche se la guerra sta per finire, l’obiettivo di Carità (e di Alfredo Perillo), resta quello di continuare irriducibilmente a dare la caccia agli uomini della Resistenza, con “pragmatismo e professionalità”, ma anche con “assoluta mancanza di scrupoli e amoralità”.

 

 

 

La caparbietà con cui Mario Carità insiste nel tentare sino agli ultimi giorni di aprile di infiltrare propri uomini nelle formazioni partigiane di montagna, dimostra inoltre l’irrazionalità della tesi che da parte del BdS-SD ci fosse il desiderio di cercare realmente un accordo con l’ala moderata della Resistenza.

 

 

 

Molto più probabile è invece l’esatto contrario, cioè la volontà e la capacità di saper reprimere tutta la Resistenza civile e armata (così come in futuro una qualsiasi altra organizzazione clandestina), e di saper indebolire qualunque classe dirigente, dividendola ed eliminando i suoi uomini migliori.

 

 

 

Infatti, nel Veneto che fine ha fatto la solidarietà antifascista del CLN, e chi nel Vicentino ha poi sostituito politicamente figure, sì moderate, ma della levatura di Torquato Fraccon, Giacomo Prandina, Giacomo Chilesotti, Giovanni Carli, Rinaldo Arnaldi?

 

 

 

Le risposte a queste domande fanno comprendere da sole a quale risultato siano comunque riusciti ad arrivare Carità e la sua “Banda”.

 

 

 

A Vicenza città e soprattutto nell’est vicentino, nell’aprile del 1945 Mario Carità e il BdS-SD hanno ormai catturato, “interrogato”, eliminato gran parte dei dirigenti della Resistenza in pianura, hanno inserito spie nelle formazioni partigiane della montagna e sono pronti ad attaccarle, se solo il tempo lo permettesse …

 

 

 

Tra fine ottobre 1944 e metà gennaio 1945, sono imprigionati dalla “Banda Carità” diversi membri del CLN Vicentino, del Comando Militare Provinciale, comandanti partigiani e importanti “staffette”:

 

 

- Giuseppe Dal Sasso “Cervo”, Comandante della Brigata “7 Comuni”, nel novembre 1944 viene “convinto” dalla “Banda Carità” a ritirarsi dalla lotta armata in Altopiano con il sequestro della moglie e della figlioletta, e si trasferisce in pianura sino alla Liberazione;

 

- Pegoraro Emilio,[21] comandante della 4^ Compagnia “Brenta”, Btg. “Stella”, della Brigata garibaldina “Franco Sabatucci” e futuro deputato del PCI, è catturato il 30 novembre 1944 dal “Reparto Azzurro” di Mario Lulli e portato a Bassano alla Caserma “Reatto” per essere interrogato da Perillo del BdS-SD; riesce a fuggire il 10 dicembre;

 

- Rina Somaggio e Nino Strazzabosco del Comando Militare Provinciale sono catturati dalla “Banda Carità” a Vicenza il 2 dicembre 1944;

 

- Bruno e Giordano Campagnolo, Lamberto ing. Graziani e Agostino Crema, dirigenti comunisti (Luigi Cerchio “Gino”, sul cui capo pendeva la pena di morte, riesce a fuggire nascondendosi in un fosso), sono catturati dalla “Banda Carità” il 3 dicembre 1944 durante una riunione nella fattoria dei Moro nei pressi della stazione ferroviaria di Montecchio Precalcino-Villaverla;

 

- Remo Pranovi “Primula”,[22] accusato di tenere i contatti tra il CLNR Veneto e il CLNP di Vicenza, è arrestato nel suo ufficio di Vicenza il 6 dicembre 1944 su ordine di Carità; contemporaneamente è arrestato a Lonigo il pretore Ettore Gallo “Maestro”, seguito, nei giorni successivi, da una lunga lista di resistenti;

 

- Wally Pianegonda, staffetta della Brigata “Pasubiana”, è arrestata il 28 dicembre 1944 su delazione di un ex partigiano, amico d’infanzia, Victor Piazza. E’ arrestata e portata a Rovereto (BdS-SD) insieme alle sorelle Adriana e Noemi, alla mamma Maria Bariola Bon e a due zii materni. Dopo essere stati sottoposti a “sevizie particolarmente efferate” sono internati nel Lager di Bolzano. Successivamente è catturato anche il fratello Walter Pianegonda “Rado”, Vice-commissario della “Pasubiana”, poi deportato a Dachau.

 

- Alberta Caveggion Baldisseri “Nerina”, staffetta, e Luigi Cerchio “Gino” del Comando Militare Provinciale, sono arrestatati il 31 dicembre ’44 dalla “Banda Carità” su delazione di Agostino Crema. Riesce invece a sfuggire alla cattura Antonio Emilio Lievore.

 

- Maria Erminia Gecchele “Lena”; staffetta ed elemento di punta della “Garemi” sul piano dei collegamenti, dell’organizzazione delle staffette e in genere del servizio informazioni; catturata il 31 dicembre ’44 nei pressi di Alte di Montecchio Maggiore, è tradotta prima a Vicenza e poi a Palazzo Giusti di Padova, sede della “Banda Carità”;

 

- Carlo Segato “Marco-Vincenzo”, Vice-comandante della Div. “Vicenza”, è catturato dalla “Banda Carità” il 25 dicembre 1944 presso l’Ospedale di Arzignano, dove si era recato per la nascita di sua figlia; il 28 dicembre, dopo essere stato “ospite” a “Villa Triste” in Via Fratelli Albanese, riesce a fuggire;

 

- Maria Gallio, staffetta della Compagnia “Julia”, su delazione di Giuliano Licini ex partigiano del gruppo, è arrestata dal BdS-SD di Vicenza il 28 dicembre assieme al fratello; - il prof. Giuseppe Zaccaria, Comandante della Brigata “Aldo Segato” - Divisione “Vicenza”, è catturato dalla “Banda Carità” il 2 gennaio 1945 a Camisano Vicentino;

 

- Eleonora Candia “Nora”, staffetta di Mario Malfatti, incaricata di tenere i collegamenti tra l’Altopiano e il CLN di Vicenza; è arrestata il 4 gennaio 1945 a causa delazione di un partigiano torturato;

 

- Lisetta Daffan, staffetta, con il fratello Rino, il prof. Volpato, Gaetano Marzotto, Orazio Rossi ed altri avevano costituito un gruppo d’azione impegnato nella stesura e diffusione di manifesti antifascisti per ottenere il ripristino delle libertà costituzionali; viene arrestata dal BdS-SD di Carità il 6 gennaio 1945;

 

- Angelo Fracasso “Angelo”, Commissario politico della Brigata “Loris”, viene arrestato dalla “Banda Carità” il 20 gennaio 1945 a Villaverla e rimesso in libertà il 24 aprile 1945; viceversa sfugge miracolosamente alla cattura Italo Mantiero “Albio”, Comandante della Brigata;

 

- il maggiore Mario Malfatti, già Comandante del Comando Militare Provinciale, dopo il sequestro della moglie e della figlia ai primi di febbraio 1945, è indotto a collaborare con la “Banda Carità”; - Valentino Filato “Villa”, [23] Comandante della Brigata “Giovane Italia” della Div. “Ortigara”, è catturato il 4 febbraio 1945 a S. Gaetano di Marostica e tradotto a Palazzo Giusti, sede padovana della “Banda Carità”;

 

- Alessandro Dino Miotti “Gnao”, Comandante della Compagnia Alpina “Julia”, è catturato nel febbraio 1945 dalla “Banda Carità” e torturato assieme al padre;

 

- Graziano Verzotto “Bartali”, Comandante del 3° Btg. garibaldino “D. Chiesa”, catturato il 23 febbraio 1945 da “tre militi della Brigata nera di Campodarsego ed una SS Italiana di Villa Giusti di Padova [Banda Carità]”;

 

- il Maggiore Wilkinson John P. “Freccia”,[24] Comandante della Missione Alleata “Ruina/Fluvius” e in quel momento Comandante Militare della Zona fra il Brenta e il Lago di Garda, l’8 marzo 1945 è ucciso in un’imboscata dalla polizia bolzanina dipendente dal Comando BdS-SD di Roncegno, con il coinvolgimento di Victor Piazza;

 

- Gaetano Bressan “Nino”, Comandante della Divisione “Vicenza”, e don Luigi Panarotto [25] sono arrestati la notte del 1 marzo 1945 a Nove; lo stesso giorno è arrestata a Marostica anche la staffetta “Zaira” Meneghin; quel giorno la X^ Mas, grazie al tradimento di Giacomo Gios “Boris”, arresta molte altre persone. Già al mattino erano tutti nelle scuole-prigioni di Thiene. Bressan e don Panarotto sono poi trasferiti a Padova, a Palazzo Giusti, sede della “Banda Carità”; in seguito Bressan rientra alle carceri di Thiene, mentre don Panarotto è trattenuto a Padova. Il 24 marzo, “Nino” Bressan, “Zaira” Meneghin ed “Ermes” Farina, grazie all’aiuto del sergente della X^ Mas Antonio Cammarota, riescono ad evadere e a raggiungere Novoledo e la “casetta rossa”;

 

- Ermenegildo Farina “Ermes”, Commissario politico della Divisione “Vicenza”, è catturato il 10 Marzo 1945 dalla X^ Mas, e imprigionato a Thiene con Bressan e “Zaira”. Evaso una prima volta il 24 marzo 1945, a metà aprile è nuovamente catturato, questa volta direttamente del BdS-SD di Perillo, ma riesce a evadere durante il bombardamento di Bassano del 24 aprile 1945; con “Ermes” riesce a evadere anche Elisabetta (Isetta) Gasparotto “Bocce”, staffetta della “Martiri di Granezza”, catturata con altri 100 nel rastrellamento di Salcedo e Fara del 18 aprile 1945;

 

- il Tenente Colonnello Francesco Rampolla del Tindaro “Roncioni”,26 da Udine, dirigente delle formazioni “Osoppo-Friuli”, incaricato dal CLNAI di indagare sulla morte di “Freccia”; nel bel mezzo delle sue indagini tra Posina, Tonezza e Schio è catturato dalla “Banda Carità”, ma scarcerato dopo solo 5 giorni di detenzione;

 

- Renato Marini, Orlando Bettarel e Giovanni Troncon della Missione militare italiana “MRS” sono catturati nel febbraio-marzo 1945 dalla “Banda Carità”, e “un alone di mistero avvolge ancora gli episodi della cattura e della liberazione del capomissione Marini”, scarcerato pochi giorni dopo;

 

- Francesco Zaltron “Silva”,[27] Comandante della Brigata “Martiri di Granezza” della Div. “Ortigara”, il 28 marzo 1945, a Monte di Calvene è catturato e assassinato;

 

- Giuliano Ziggiotti, designato dal CLN Vicentino a Presidente della Provincia, è assassinato dalle SS il 28 aprile 1945 a Vicenza;

 

- Primo Visentin “Masaccio”, Comandante della Brigata “Martiri del Grappa”, dopo il suo “grande rifiuto” a collaborare con Perillo (UdS-SD di Bassano del Grappa), è ucciso in circostanze misteriose il 29 aprile 1945; - e ancora: Luigi Faccio, Henny Da Rin, Giacomo Rumor, Giustino Nicoletti, Torquato Fraccon, Giacomo Prandina “Pierre”, l’ing. Giuseppe Maule, il dott. Luigi Follieri, vice questore di Vicenza, il prof. Giulio Nicoletti, il dott. Volpato del CLN di Arzignano, il dott. Mariano Rossi, il rag. Nicolò Rizzoli, Guerrino Giuliari, l’ing. Nilo Griso, l’ing. Lamberto Graziani “Lambè”, la prof. Maria Setti Broglio, Mafalda Zamberlan, Olimpia Menegatti Piancastelli, Giovanni Dal Maso “Cavallo”, Remo Chiso, Neri Pozza, i fratelli Bassanese, e molti altri.

 

 

 

Si tratta della decapitazione quasi completa del vertice cospirativo vicentino, dopo che il 7 gennaio 1945 la “Banda Carità” recide a Padova anche i vertici del CLN Regionale. [28]

 

 

 

Gli ultimi “pezzi grossi” della Resistenza vicentina, non ancora passati per le mani del BdS-SD, se escludiamo i comandanti dei reparti di montagna, sono innanzitutto Giacomo Chilesotti e Giovanni Carli.

 

 

 

Ma non basta! La repressione nazi-fascista non si ferma alla pianura:

 

- Già a fine 1944 sette partigiani della “Pino” sono catturati a Rotzo, sull’Altopiano dei 7 Comuni, e portati a Padova a disposizione delle SS. [29]

 

- Nel gennaio 1945, al fine di costringerlo a consegnarsi o a venire a patti con loro, il BdS-SD interna nel Lager di Bolzano due stretti congiunti del dr. Pio Marsili “Pigafetta”, Capo di Stato Maggiore della “Pasubiana” e accompagnatore di “Freccia”. Nel frattempo i servizi di sicurezza tedeschi intensificano la caccia alla moglie e al figlioletto. [30]

 

- Il 7 gennaio 1945 il BdS-SD cattura e imprigiona presso l’osteria di Ponte Maso, in Val d’Astico, 18 partigiani e 7 staffette della “Pasubiana”; sono condotti a Roncegno, sede del IV Settore di sicurezza del BdS-SD e del “Kommando Andorfer”, per essere interrogati e da lì, dopo atroci torture, trasferiti al lager di Bolzano.[31]

 

- A riprova che la “Banda Carità” si sta dando molto da fare per infiltrare propri informatori nelle file della Resistenza, già il 27 gennaio ’45 viene segnalato da Pio Marsili “Pigafetta”, Capo di Stato Maggiore della Brigata garibaldina “Pasubiana”, all’amico Francesco Zaltron “Silva”, Comandante della Brigata mazziniana “Martiri di Granezza”: Non mancare all’adunanza, lì conoscerai il nominativo di una spia di Piovene: Gasparini [Flaminio] classe 1924 abita case operaie. P.S. Andreotto Antonio e Boso Antonio di Schio appartenenti alla Polizia segreta cercano di entrare nelle nostre formazioni. Fare molta attenzione”. [32]

 

- Ancora più inquietante appare la segnalazione fatta da “Nino” Bressan a “Rinaldi-Serena” Gavino Sabadin, in data 14 febbraio 1945: “Il 22 verrò all’appuntamento. Informo però che la polizia di Vicenza [“Banda Carità”] è al corrente dell’esistenza in Val d’Astico di una Missione inglese e sono informati di ogni spostamento di Freccia; ciò significa che accanto a lui c’è una spia, L’ho già informato”.[33]

 

- Sempre a febbraio 1945 il BdS-SD di Perillo cattura 12 partigiani della “Fiamme Rosse” e “Martiri di Granezza” a Laverda e Crosara, tra cui Mario Sasso “Schena” e Campagnolo Gio Batta. [34]

 

- Nella seconda decade di aprile 1945, riescono a insinuarsi spie anche nelle brigate garibaldine, come nella Brigata “Pasubiana” l’agente-SS Giorgio Benetti, ma anche la cattura il 28 aprile a Forni di Valdastico di due agenti-SS, Silvio Varotto e Antonio Deuthe e la presenza in valle dei noti “agenti-SS” Adelmo Caneva e Victor Piazza.

 

- Sempre in aprile s’infiltra nella Brigata “Fiamme Verdi” l’agente-SS Bruno Fanfani, e stessa sorte sembra toccare alla “Pino”, “Mameli”, “Fiamme Rosse, “Giovane Italia” e “Martiri di Granezza”.

 

 

 

Due diversi reparti di ex partigiani

 

 

Il Bds-SD, dopo aver distrutto gran parte dell’organizzazione resistenziale vicentina nelle città e in pianura, dopo aver inserito propri uomini nelle formazioni partigiane della montagna, è pronto per l’attacco finale. Operazioni militari dove si intende utilizzare anche un nuovo reparto anti-guerriglia, composto da uomini della “Banda Carità” e da ex partigiani, denominato “Reparto Misto” o “Reparto Alpini-SS”.

 

 

 

Anche in questo caso, quelli che hanno trattato in passato l’argomento non hanno certo dimostrato di avere le idee chiare, ancora una volta confondendo e mettendo sullo stesso piano la X^ Mas e la “Banda Carità”:

 

- A Marostica, è presente una Compagnia del Btg. Alpino “Valanga” della X^ Mas, comandata dal sottotenente Raffaele La Serra e formata in gran parte da ex partigiani ed ex prigionieri politici. La struttura di questo reparto, simile ad altre realtà della X^, mira da un lato a tenere sotto controllo i “ribelli” catturati, dall’altro a rimpinguare con questi “ausiliari” i suoi ormai scarsi effettivi. [35]

 

- A Longa di Schiavon, a Villa Cabianca, varie testimonianze confermano che il maggiore Carità sta creando un reparto anti-guerriglia composto da ex partigiani e uomini della “Banda”. Questa unità ha come obiettivo la caccia e la distruzione delle formazioni partigiane di montagna, anche grazie alla presenza di uomini che ne conoscono bene dislocazioni e organizzazione.

 

 

 

In zona ci sono quindi due reparti formati da ex partigiani, e proprio la presenza della “Banda Carità” a Longa di Schiavon e, nella vicina Marostica della X^ Mas, possono aver tratto in errore molti dei testimoni.

 

 

 

La differenza sostanziale tra i due reparti di ex partigiani ci permette di sottolineare anche la differenza e i discordi obiettivi politici perseguiti dalla X^ Mas di Borghese e dalle SS del Servizio di Sicurezza tedesco (BdS-SD):

 

- il principe Borghese ha azzardato delle “aperture” verso alcune forze della Resistenza moderata, proponendo un’alleanza in chiave anticomunista e nazionalista-antislava per difendere il confine orientale dalle mire espansionistiche della Jugoslavia;

 

-il BdS-SD ha viceversa un obiettivo più articolato, vuole dimostrare agli Alleati occidentali di essere la sola “forza politica e militare in grado di condurre la Germania in una nuova alleanza antisovietica occidentale”, provando con i fatti “la propria professionalità e l’efficacia dell’azione anti-comunista”.

 

 

 

Il 27 aprile Villa Cabianca non è in mani partigiane, ma della “Banda Carità” Ermenegildo Farina “Ermes”, Commissario Politico della Divisione “Vicenza”, ma precedentemente dirigente della Brigata “Giovane Italia”, è in quei giorni in zona Marostica perché vi è riparato dopo la fuga dal carcere del BdS-SD di Perillo a Bassano.

 

 

 

I partigiani della “Giovane Italia”, contattati dagli uomini di Carità, trasmettono la proposta di resa a “Ermes”, che accetta di trattare. Ma al maggiore-SS Mario Carità non sembra bastare “Ermes” come controparte (che è pur sempre un pari grado di “Nino” Bressan, di Chilesotti e di Carli) e pretende di sviluppare l’accordo anche con “altri comandanti partigiani”… “Ermes”, almeno pubblicamente, non sembra abbia mai analizzato compiutamente come si sia giunti a coinvolgere i comandanti della Divisione “M. Ortigara”, ma ha sottolineato più volte che non se l'è sentita di trattare da solo, anche perché “non aveva titolo”; che non ha potuto prendere contatto con Antonio Borsatto “Aquila”, il sostituto di “Villa” al comando della Brigata “Giovane Italia”, perché il fiume Brenta era in piena e i ponti erano controllati o già fatti saltare; [36] che ha informato e tentato di coinvolgere anche il Comandante della Divisione “Vicenza”, Gaetano Bressan “Nino”, che però ha rifiutato perché in partenza per Vicenza, che si stava sollevando contro i nazi-fascisti.

 

 

 

Sta di fatto che alla fine “Ermes” coinvolge direttamente nell’operazione i Comandanti dell’Ortigara, Giacomo Chilesotti “Nettuno-Loris” e Giovanni Carli “Ottaviano”.

 

 

 

Più di qualcuno, con leggerezza, o peggio strumentalmente, ha avanzato sospetti su “Ermes”.[37] Dubbi, che non tengono in nessun conto la presenza inquietante su tutta la vicenda del BdS-SD, e nello specifico di un regista maestro dell’inganno come il maggiore Mario Carità.

 

 

 

Senza addentrarci troppo in un argomento così complesso per noi, proviamo a fare almeno un po’ di chiarezza su cosa è veramente successo a Villa Cabianca tra il 26 e il 29 aprile 1945.

 

 

 

Una necessità che parte dalla considerazione che le varie ricostruzioni sino ad ora proposte si basano su testimonianze o analisi lacunose e contraddittorie che le rendono di fatto inattendibili.

 

 

 

Sappiamo che a Villa Cabianca, oltre a Giuliano Licini, ex partigiano passato con la “Banda Carità”, vi sono detenuti molti altri partigiani o ex partigiani. Tra loro troviamo:

 

 

- della Brigata “Giovane Italia”, Pietro Marchesini “Ercole-Ulisse” (comandante del Btg. “Vanin”), Giacomo Gios “Boris”, Ferdinando Martin “Disma”, il polacco Beltrandt Eugenium “Pole” e Giovanni Baggio “Elio”, Vittorio Sonda “Toio”, Guido Simeoni “Bren”, Igino Ronzani “Pippo”, Beniamino Nicoli “Sardella”, Angelo Carli, Stevan “Longa”, Maraone “Cassino” e altri;38del Gruppo Brigate “7 Comuni”, Mario Sasso “Schena” (comandante del “Distaccamento pedemontano” del Btg. “Gnata”), Mario Boscardin, Andrea e Federico Doria, Cesare Senavio e altri;

 

- della Brigata garibaldina “Pino”, Pietro Scaggiari “Regolo” (commissario politico della Brigata), Antonio Frigo “Tango” (vice-comandante della Brigata), Armando Giorio “Michele”, Solidio Pannilunghi “Solido”, Vittorio Valente Poi-Rodego “Taffari”, i fratelli Giacomo “Auto” e Matteo “Sciroppo” Spagnolo, Antonio Costa “Bassano”, Onorio Dal Pozzo “Sauro”, Giorgio Stefani “Orlando”, Elvezio Simonelli “Simone” e altri;

 

- della Brigata “Martiri di Granezza”, Alfredo Fabris “Franco” (Capo di Stato Maggiore della Brigata) e altri; della Brigata “Julia”, Alessandro (Dino) Miotti “Gnao”, Renzo Tiso “Olio” e altri.

 

 

 

Partigiani o ex partigiani, sia “garibaldini” che “autonomi”, componenti volontari o coatti del famoso “Reparto Alpini-SS” di Carità.

 

 

 

Ne parla Giuliano Licini, e Valentino Filato “Villa” conferma, che già l’8 febbraio 1945 Carità è intenzionato a dare vita a un reparto di ex partigiani:

 

 

“[Carità]cominciò dicendomi che aveva stima degli alpini e che a La Longa di Sandrigo [Longa di Schiavon] stava costituendo un battaglione con molti elementi ex partigiani. Diceva che mi avrebbe dato la libertà e il grado di capitano comandante degli alpini. Risposi che non potevo accettare […]”.39

 

 

 

Anche Alessandro Miotti “Gnao”, Solidio Pannilunghi “Solido”, Antonio Frigo “Tango” e Mario Sasso “Schena”, confermano l’esistenza di questo Reparto, e del coinvolgimento diretto nella sua gestione del sottotenente-SS Umberto Usai della “Banda Carità”. [40]

 

 

 

In Villa Cabianca, oltre ai prigionieri e a questi ex partigiani, sono presenti anche molti uomini della “Banda Carità”, tra cui alcuni “pezzi grossi”: il sottotenente-SS Antonio Nalin, già vice del generale Visconti e poi comandante della Sezione di Longa; il tenente-SS Bruno Bianchi, comandante del “reparto militare” (“sezione operativa” o Ufficio “B”), e ovviamente il “capo banda”, il maggiore-SS Mario Carità.

 

 

 

Altre SS presenti sono: i caporal maggiori Carlo Freudiani e Pietro Sacchelli, Bruno Siricati, i fratelli Zanin “Siricati” Antonio e Carlo da Montecchio Precalcino, e altri.

 

 

 

Ferruccio Manea “Tar”, comandante del Btg. garibaldino “Ismene” (Brigata “Martiri della Val Leogra” della “Garemi”), asserisce di essere giunto con i suoi garibaldini da Vicenza a Longa di Schiavon il 29 aprile, al seguito delle truppe americane, e che Villa Cabianca era in mano tedesca. [41]

 

 

 

Conferme alle parole del “Tar” le troviamo anche nel diario storico della Brigata “Martiri di Granezza” (della “M. Ortigara”), dove si parla di attacco congiunto, partigiano-americano, “contro Cabianca sede dei reparti delle SS portando all’eliminazione di quel presidio”. [42]

 

 

 

Lo stesso “Ermes” Farina, sul fatto che “Cabianca” sia stata in mani partigiane deve avere avuto dei dubbi, che lo hanno portato nel tempo a modificare, anche sostanzialmente, la sua versione dei fatti: [43]

 

- nella testimonianza rilasciata a Lia Carli Miotti nel ’46, dichiara: “La mattina del 27 aprile entrai in Villa Cabianca di Longa, sede SS italiana, già occupata nella notte da un gruppo di partigiani della ‹Giovane Italia›, al comando del s. tenente Marchesini. Vi trovai un notevole caos e soprattutto una mancanza di comando piuttosto preoccupante”. [44]

 

- in una conversazione del 1 febbraio 2001 afferma:

 

“Quando io ero arrivato in quella località, i miei uomini avevano già circondato quelli della Banda Carità ed un gruppo della Decima Mas. Loro mi hanno fatto capire che erano disponibili a capitolare, ma che volevano trattare la questione col comandante responsabile. Per questo mi hanno messo a disposizione un loro motociclista”.[45]

 

 

 

Anche da questi elementi sembrerebbe chiaro che Villa Cabianca è sempre rimasta in mano alla “Banda Carità”, e che “Ermes” è stato diabolicamente raggirato, prima convinto di trovarsi di fronte a nazi-fascisti disertori o decisi alla resa e a partigiani che occupano la Villa, poi usato come “esca” per stanare i Comandanti della Divisione “M. Ortigara”. Il 27 aprile Mario Carità è ancora a Villa Cabianca.

 

 

 

Allo stato attuale delle conoscenze nessuno può affermare con certezza quando Mario Carità sia partito da Longa di Schiavon, ma tenendo in opportuna considerazione alcuni elementi, è possibile tirare conclusioni ben diverse da quelle sostenute sino ad ora:

 

- I giorni 26, 27 e 28 aprile 1945 sono i giorni della grande ritirata nazi-fascista lungo la Strada Provinciale “Marosticana” che passa per Longa di Schiavon e costeggia Villa Cabianca.

 

- Il “Tesoro” arriva a Longa di Schiavon il 26 pomeriggio, portato dagli uomini della Sezione di Vicenza dalla “Banda Carità”: “L’ordine di ripiegamento del Reparto della “Banda Carità” di Vicenza arriva la sera del 24 aprile portato dai marescialli SS Rotter e Schmidt provenienti da Verona. Il pomeriggio del 26 aprile il convoglio di Vicenza parte alla volta di Trento, sostando prima alla Cabianca per depositare le 35 casse del “tesoro ebraico” e della Galleria degli Uffizi trafugato a Firenze nell’estate del ‘44”. [46]

 

 

 

In alcune testimonianze, [47] è sempre il 26 pomeriggio che i prigionieri di “Cabianca” caricano il “Tesoro” su un camion, sotto i vigili occhi degli aguzzini…: una contraddizione che non viene colta, nè giustificata in nessuna delle precedenti pubblicazioni sull’argomento.

 

 

 

Infatti, che carichino o scarichino, ma soprattutto cosa, è importante. Se come è accertato il “Tesoro” è stato scaricato almeno in parte a “Cabianca”, quello che è stato successivamente caricato potrebbe essere qualcosa di molto più “prezioso”, come i documenti dell’archivio segreto di Villa Cabianca, materiale utilissimo per garantire un futuro a Mario Carità, ai suoi uomini, e non solo.

 

- L’articolo del giornale Il Partigiano, [48] malgrado molte “inesattezze” in esso contenute, viene utilizzato come prova documentale per tentare di dimostrare che non solo il convoglio della “Banda Carità” è partito da Villa Cabianca il 26 pomeriggio per Trento e Bolzano, ma anche che il maggiore Mario Carità è partito il 26. [49]

 

 

 

La vicenda è invece più articolata: sappiamo ad esempio che un automezzo del convoglio della “Banda” si ferma per problemi meccanici a S. Michele all’Adige (Trento) il 28 aprile, [50] e che il 29 aprile, il deportato vicentino Giordano Campagnolo, “ospite” del Lager di Bolzano, dalla sua cella vede “i componenti della banda Carità che fraternizzano con i loro camerati delle SS tedesche”. [51] E’ quindi plausibile che il convoglio della “Banda Carità” sia partito dal vicentino direttamente la sera del 26, fermandosi a Trento sino al 28 mattina, ma anche che sia partito nel tardo pomeriggio del 27 da Bassano, aggregandosi alla colonna tedesca e al gruppo del BdS-SD di Alfredo Perillo.

 

 

 

In questa seconda ipotesi anche Carità sarebbe partito da Bassano nel tardo pomeriggio del 27 aprile, avendo così tutto il tempo di rimanere a Villa Cabianca sino alla conclusione dell’operazione contro i Comandanti della “M. Ortigara”.

 

- Il tenente-SS Alfredo Perillo, responsabile del BdS-SD di Bassano del Grappa, con una falsa identità (Volpini Sergio), si allontana in auto dal suo ufficio di Bassano alle ore 15:00 del 27 aprile, con l’amante Eleonora Naldi, l’autista Mario Rodolfo Boschetti, Ugo Zanotto, Raffaele Luciano e Beniamino Romanello “Mino”.

 

 

 

Circa alle ore 16:30-17:00 si aggregano con il gruppo di Carità a una colonna tedesca che parte per Trento.

 

 

 

I due gruppi (con la partigiana “Zaira” in ostaggio, come vedremo più avanti), da Trento vengono scortati da SS tedesche sino al Lager di Bolzano, dove arrivano all’imbrunire dello stesso giorno (circa alle ore 20:00 – 20:30 del 28 aprile). [52]

 

 

 

Due giorni dopo, il 30 aprile, provvisti dei fogli di licenziamento (Entlassungsschein) dal Lager, come fossero ex-deportati, Perillo e i suoi uomini, con al seguito “Zaira”, escono in automobile e raggiungono il Passo della Mendola.

 

 

 

Il 1 maggio, mentre gli altri, con “Zaira”, proseguono per Trento, Perillo e la Naldi raggiungono il paese di Fondo, in Val di Non (Trento), dove Perillo viene arrestato dai Carabinieri l’11 maggio. [53]

 

 

 

Mario Carità, viceversa, dal Lager di Bolzano si dirige verso l’Alpe di Siusi in Alto Adige, dove conclude la sua esistenza a Castelrotto – Kastelruth (Bolzano), il 19 maggio 1945, ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia americana.

 

- Alfredo Fabris “Franco”, Capo di Stato Maggiore della Brigata partigiana “Martiri di Granezza(Div. “M. Ortigara”), catturato il 28 marzo 1945 a Monte di Calvene con “Ferrara” e “Silva”, [54] a fine aprile è nelle mani delle SS della “Banda Carità” a Longa di Schiavon.

 

 

 

Nel pomeriggio del 27 aprile, “Franco” riesce a fuggire da “Cabianca”, viene inseguito dalle SS, raggiunto vicino al torrente Astico nei pressi di Contrà Pozzan di Sarcedo ed eliminato.

 

- I partigiani del gruppo della “7 Comuni” comandato da “Schena”, i fratelli Andrea e Federico Doria da Montecchio Precalcino, incarcerati dall’ottobre 1944 in Villa Cabianca, nelle loro memorie sempre molto circostanziate non accennano a nessuna rivolta di prigionieri, ma solo che con la loro liberazione tornano “fortunosamente” a casa: una sollevazione vittoriosa, se ci fosse veramente stata, avrebbe certamente costituito argomento da ricordare e tramandare. [55]

 

- Secondo qualcuno, l’ex partigiano e delatore Giuliano Licini avrebbe convinto il maggiore Mario Carità, alto ufficiale delle SS e dirigente del BdS-SD, che il 26 aprile 1945“…la villa era circondata da 300 partigiani”, mentre fuori le mura di cinta e a poche decine di metri dal cancello principale, sulla Strada Provinciale “Marosticana”, passavano in ritirata migliaia di tedeschi armati sino ai denti. [56]

 

 

 

Negli stessi frangenti, il sottotenente-SS Domizio Piras, ufficiale del BdS-SD di Perillo, avrebbe avvisato Carità dell’arrivo degli americani a Verona. [52]

 

 

 

Per tali motivi Carità, “…più interessato a salvare la pelle…”, subito “…scappò…”, cioè già il 26 aprile.

 

 

 

Una tesi questa che disapproviamo, così come non riteniamo credibile ciò che si vorrebbe dimostrare: “…“Ermes” non incontrò mai Carità; che la grande villa il 27 aprile era quasi totalmente abbandonata dai nazi-fascisti irriducibili in fuga per sottrarsi alla cattura degli americani [e] i pochi fascisti rimasti in Cabianca erano solo SS italiane intenzionate a patteggiare […]. [57]

 

 

 

Viceversa condividiamo il giudizio espresso dal prof. Alberto Galeotto:

 

“Non è credibile che una persona intelligente e astuta come Carità, rotta ad ogni esperienza, dirigente di una struttura di intelligence che ha inflitto colpi micidiali alla Resistenza Veneta, profondo conoscitore di nomi, ruoli, entità, armamento delle formazioni partigiane, sia cosi fesso da cadere in un inganno puerile come quello attribuito a Licini”. [58]

 

 

 

Così come è quantomeno bizzarro sostenere che Carità sia scappato da Cabianca il 26 aprile perché gli americani sono arrivati a Verona: entreranno a Vicenza il 28 e raggiungeranno Longa solo il 29 aprile…quasi quattro giorni dopo.

 

 

 

Infatti, il primo reparto Alleato ad arrivare a Vicenza è il 351° Regg. Fanteria della 88^ Divisione americana “Blue Devils”: riceve l’ordine di partire per dirigersi verso Sandrigo e Marostica solo alle ore 15:00 del 28 aprile; alle ore 3:00 del 29 aprile il 351° Btg. avanza verso nord e occupa e ripulisce Sandrigo; alle ore 6:00 una “task force” avanzata, formata da 4 plotoni di fucilieri a bordo di carri armati e caccia-carri, prosegue l’avanzata ed entra alle ore 8:00 a Marostica, dove la X^ Mas (Btg. Alpini “Valanga”, 2° e 3° Gruppo d’Artiglieria “Da Giussano” e “S. Giorgio”) già si è arresa ai partigiani la sera precedente. [59]

 

- La testimonianza della partigiana “Mary” Arnaldi, ci conferma la presenza a Villa Cabianca, il 27 aprile 1945, di Mario Carità: “Ermes disse: ‹Sono stato da “Nino” Bressan a dire che alla Cabianca c’è Carità, che vuole consegnare il tesoro degli ebrei di Firenze›”. [60]

 

 

 

Dopo aver tentato di dimostrare che Mario Carità e il suo reparto nazi-fascista sono a Villa Cabianca negli ultimi giorni dell’aprile 1945, anche il 27, e spiegato quali riteniamo essere i loro obiettivi, possiamo ora provare a ricostruire gli avvenimenti che portano all’assassinio di Giacomo Chilesotti, Giovanni Carli e Attilio Andreetto.

 

 

 

 

 

27 Aprile 1945: l’ultimo viaggio dei Comandanti

 

Gli avvenimenti che venerdì 27 Aprile 1945 portano alla morte dei Comandanti della Divisione partigiana ”Monte Ortigara” iniziano al mattino, a Villa Cabianca di Longa di Schiavon.

 

 

 

La partenza di “Ermes” e Nalin da Villa Cabianca “Ermes” Farina giunto alla “Cabianca” per concludere l’accordo, viene convinto della necessità di allargare la trattativa ad altri comandanti partigiani. Con tale obiettivo parte dalla Villa in moto, accompagnato dal sottotenente-SS Antonio Nalin, un uomo del maggiore-SS Mario Carità.

 

 

 

Alla guida c’è Nalin in divisa di ufficiale delle SS-Tedesche (non delle SS-Italiane) e sul sedile posteriore, in borghese, “Ermes”. Sono probabilmente le ore 8:00 del mattino. La prima loro meta è Poianella di Bressanvido, per incontrare Gaetano Bressan “Nino”, comandante della Divisione partigiana “Vicenza”.

 

 

 

A sconsigliare “Ermes” e Nalin dal percorrere la strada più breve (Longa-Ancignano-Bressanvido-Poianella) c’è certamente il rischio rappresentato dalla Strada Provinciale “Marosticana”, fortemente trafficata da reparti nazi-fascisti in ritirata e battuta dall’aviazione Alleata.

 

 

 

La prova della scelta di un percorso alternativo, l’abbiamo dallo stesso “Ermes”, che ha dichiara di aver attraversato Sandrigo e Luppia, prima di arrivare a Poianella.

 

 

 

“Ermes” e Nalin da Longa di Schiavon si sono quindi diretti:

 

- prima a ovest, verso Maragnole di Breganze (via Roncaggia);

 

- giunti al paese, hanno svoltato a sud, verso Sandrigo, che raggiungono passando per Contrà Ascaria, Case Agosta e via del Giardino (ora via Trissino), sino alla “Chiesetta ai Caduti” di piazzetta Garibaldi, tratto cittadino della “Marosticana”. [61]

 

 

 

A conferma, “Ermes” ha testimoniato di essere arrivato in piazzetta a Sandrigo e di aver incontrato un tedesco che dirigeva il traffico. Per dare meno nell’occhio in giorno di mercato, decidono di non attraversare la Piazza principale di Sandrigo, e quindi:

 

- girano a sinistra per via Roma e dopo un centinaio di metri, all’altezza dell’allora Osteria “da Rigon”, inforcano a destra una strada interna, via Stradelle (ora via Tecchio), poi via Brega, sbucando in via 4 Novembre;

 

- svoltano a sinistra e dopo un’ottantina di metri ancora a sinistra, per via S. Lorenzo e l’Ospedale Civile; infine raggiungono Lupia e poi Poianella. [62] A Poianella di Bressanvido da “Nino” Bressan “Ermes” e Nalin arrivano a destinazione verso circa le ore 8:30-8:45. Il comandante “Nino” Bressan, dopo averli ascoltati, respinge l’invito di seguirli a Longa di Schiavon, motivando tale decisione per la sua incompetenza territoriale (l’area è sotto l’autorità della Divisione “M. Ortigara”), ma soprattutto per l’impossibilità di assentarsi dalla zona, ora che la Liberazione della città di Vicenza è imminente.

 

 

 

Infatti, “La mattina del 28 aprile la città di Vicenza viene liberata dall’apporto congiunto delle forze americane e partigiane. Alle 5,30 del 28 aprile le punte avanzate e meccanizzate del 350° Regg. Fanteria si mettono in moto passando per Olmo: ogni volta che un nido di resistenza tedesca viene sopraffatto, poche centinaia di metri dopo bisogna affrontarne un altro; sovente i tedeschi si defilano per lasciar passare i mezzi corazzati ed attaccare poi sui fianchi le colonne americane meno protette. Alle 8,00, sotto una leggera pioggerellina, gli americani sono alle porte della città; a condurre l’avanzata è il 3° Btg. Fanteria, sopportato dagli Sherman del 752° Btg. Carri. Vicenza in quel momento è già in parte sotto il controllo dei partigiani, pronti ad accogliere i primi liberatori assieme alla folla e al suono delle campane. Ma la battaglia non è ancora finita, per ripulire alcuni quartieri dalle ultime sacche di resistenza occorre combattere ancora: fascisti braccati e isolati cecchini tedeschi tengono sotto tiro incroci e strade e devono essere stanati”. [63]

 

 

 

“Ermes” e Nalin continuano quindi il loro viaggio, questa volta per incontrare il comandante della Divisione “M. Ortigara”, Giacomo Chilesotti “Loris”, presso la famosa “Casetta Rossa” della famiglia Zolin a Novoledo di Villaverla. Secondo il racconto di “Ermes”, il percorso che hanno seguito è stato Poianella, Passo di Riva - Dueville, Novoledo, quindi:

 

- tornati a Lupia di Sandrigo, attraversano il guado-passerella sul Fiume Astico,[64] in direzione Povolaro (via Rizzola);

 

- subito dopo svoltano a destra, verso via Madonnetta-Vegre (ora via Astico e S. Maria) e sbucano sulla “Marosticana” all’altezza di Passo di Riva dove, come testimoniato da “Ermes”, incontrano un maresciallo tedesco che controlla i loro documenti e li avvisa della presenza in zona di bande partigiane;

 

- attraversata la “Marosticana”, raggiungono Contrà Capellari-Astichello e, transitando a nord del centro di Dueville, continuano in direzione di Novoledo per via Belvedere (ora via Mazzini), via S. Fosca e via Morari (ora via Pasubio).[65]

 

 

L’incontro a Novoledo di Villaverla con Giacomo Chilesotti “Loris”

 

 

 

“Ermes” e Nalin, s’imbattono con “Loris” prima di giungere alla “Casetta Rossa” di Novoledo. Difatti, dopo aver superato il passaggio a livello della linea Vicenza-Schio, Contrà Morari e l’Osteria “alla Renga”, l’incrocio con via Villanova e la casa colonica “Marenda”, [66] alla curva “Dal Molin” [67] vengono fermati ad un “posto di blocco” partigiano, dove incontrano l’ing. Giacomo Chilesotti.

 

 

 

Poco dopo arrivano pure l’ing. Giovanni Carli “Ottaviano”, Attilio Andreetto “Sergio”, Ottaviano Lupato “Vipera”, “Mary” Arnaldi, Albino Chiomento “Bill” e altri.

 

 

Secondo “Mary” Arnaldi, sono le ore 10:00. [68]

 

 

Ermenegildo Farina “Ermes”, spiega il motivo della presenza di Antonio Nalin e lo scopo della loro missione, e alla fine, superate le iniziali titubanze, riesce a convincere “Loris” e “Ottaviano” della necessità di raggiungere al più presto Longa di Schiavon. [69]

 

 

 

Infatti, Chilesotti inizialmente non ne condivide l’idea, e da viceversa indicazioni per far intervenire alle trattative il comandante della Brigata “Giovane Italia”, Antonio Borsato “Aquila”, responsabile della zona.

 

 

 

A tale disposizione, “Ermes” ribatte che è “pressoché impossibile” avvisare “Aquila”, e fa notare l’importanza della posta in gioco, perché non si tratta di un solo reparto della X^ Mas, “ma la Divisione tutta [e] contemporaneamente capitolerebbero i presidi di Bassano, Marostica, Thiene ed altri”. [70]

 

 

 

A tal proposito abbiamo anche la testimonianza del partigiano Antonio Giudicotti, che ricorda: “Farina pregò i nostri Comandanti di andare con lui a Longa di Schiavon perché – diceva – i tedeschi erano disponibili a cedere le armi, ma solo a un Comandante, e per salvare il tesoro della Sinagoga di Firenze …”. [71]

 

 

 

Alla fine Giacomo Chilesotti si convince, ma rifiuta categoricamente la proposta di Nalin di portare a Longa, con la motocicletta, uno alla volta i comandanti: “non accetta poiché, probabilmente non si fida”. [72]

 

 

Decide viceversa di andare con l’automobile catturata ai tedeschi il mattino. [73]

 

 

Chilesotti, Carli e Andreetto, dopo aver analizzato la situazione, e probabilmente dopo aver consumato un frugale pranzo alla “Casetta Rossa”, decidono di partire per Longa e di portare con loro anche due o tre fidate e capaci staffette, “Mary” Arnaldi, “Zaira” Meneghin e “Lina” Tridenti, che gli potranno essere utili per diramare gli ordini a trattativa di resa ultimata:

 

- "Mary", la staffetta della Divisione “Monte Ortigara”, chiede e ottiene di essere dispensata dalla missione a Longa perché desiderosa di entrare a Thiene liberata assieme ai partigiani della Brigata “Martiri di Granezza”; [74]

 

- "Zaira", la staffetta del Brigata “Giovane Italia”, è in zona, nascosta a Dueville dopo la fuga dalle carceri di Thiene, ed è quindi facilmente contattabile;

 

- "Lina", la staffetta di Chilesotti, pensano di poterla recuperare passando dall’Angelina (Battilana Basso Angelina),[75] in Contrà Convento di Passo di Riva, dove normalmente fa base.[76]

 

 

 

Il fatto che i Comandanti decidano di portare con loro più staffette, oltre a confermare l’importanza che ripongono nella missione a Longa, attesta ancora una volta l’inconsistenza delle affermazioni, banali e in taluni casi denigratorie, dei motivi della presenza di “Zaira” alla spedizione, e dimostra ulteriormente la debolezza della tesi di un viaggio “improvvisato” e di una morte dei Comandanti quale "tragica fatalità". [77]

 

 

 

Infine, un'ultima annotazione: “Loris”, “Ottaviano” e “Sergio” non sono degli sprovveduti, né tantomeno degli “impulsivi”, [78] conoscono perfettamente i rischi cui vanno incontro, e li hanno certamente reputati inferiori ai motivi che li spingono a correrli.

 

 

 

La partenza da Dueville

 

 

 

Sono circa le ore 13:00 – 13:30. [79] I Comandanti e i loro accompagnatori, si spostano da Novoledo a Dueville, all’incrocio che porta a Levà di Montecchio Precalcino (via S. Anna), ai cimiteri civile e inglese (via S. Fosca), e al centro del paese (via 28 Ottobre, ora via Rossi), nascondono l’auto e la moto al riparo dell’unica casa lì esistente, ora demolita, e per maggiore sicurezza organizzano anche un improvvisato “posto di blocco”. [80]

 

 

 

Contemporaneamente “Ermes” cerca di contattare “Zaira” presso l’abitazione di Elisa Bileri “Rina”, in Via Morari (ora Via Pasubio), ma viene a sapere che “Zaira” ha cambiato rifugio e che ora è ospite presso la famiglia De Vecchi, in Contrà Bernarda (via Caprera), a sud del centro di Dueville.

 

 

 

La stessa “Rina” Bileri s’incarica di andarla a chiamare (a piedi) e di portarla all’appuntamento. Sono circa le ore 14:00 quando “Zaira” è avvisata dalla staffetta “Rina” di prepararsi in fretta che c’è Ermes che l’aspetta. [82]

 

 

 

“Rina” e “Zaira" attraversano velocemente il passaggio a livello dietro alla Chiesa di Dueville e raggiungono Piazza Monza, “ove sostava di fronte a noi un’enorme colonna delle SS tedesche, che supposi fosse in partenza da quel comando”. [83]

 

 

 

Costeggiando le Scuole Elementari di Via 4 Novembre, e per Via 28 Ottobre (ora via Rossi) le due donne si portano al luogo dell’appuntamento.

 

 

 

Anche “Ermes”, che era andato inizialmente incontro a “Zaira”, conferma la partenza dei tedeschi dalla scuola: “…stando a metà strada fra il quadrivio e Dueville, noto nel centro l’evacuazione dei tedeschi dalle scuole …devo rifugiarmi più di una volta o dietro lo sbarramento anticarro posto sulla strada o entro il portone di una casa vicina “, probabilmente la Fattoria Martini “Petenea” o il Villino Maccà. [84] Per quanto veloce possano aver fatto, “Zaira” e “Rina” non possono essere passate per Piazza Monza prima delle ore 14:20 e all’appuntamento non possono essere arrivate prima delle 14:30.

 

 

 

Raggiunti i Comandanti, “Zaira” ricorda che mentre stava parlando con “Loris”, dal “posto di blocco” all’incrocio: “passò una macchina della Croce Rossa guidata da tedeschi; le diedero il segnale di via e la macchina passò, seguita da una motocicletta”.

 

 

 

Anche “Ermes” rammenta quella motocicletta:

 

 

 

“Finché eravamo lì, abbiamo visto passare una motocarrozzetta tedesca, che ha girato al largo e ci dava la sensazione che fosse una delle pattuglie di copertura al ripiegamento dei tedeschi”.

 

 

E’ certamente una motocarrozzetta da non dimenticare! [87]

 

 

 

Sono circa le ore 15:00-15:30 quando i Comandanti iniziano da Dueville il loro ultimo tragico viaggio.

 

 

Un viaggio del quale, asserire che “non appaiono le condizioni per un’imboscata da parte di chicchessia”, è quantomeno stravagante. [88]

 

 

 

Partono con davanti la moto con Nalin e “Ermes”, e dietro l’automobile con Chilesotti alla guida, Carli di fianco e Andreetto dietro con “Zaira”, tutti attenti ai possibili segnali di avvertimento di “Ermes”. Il percorso scelto è lo stesso fatto il mattino da “Ermes” e Nalin, e dimostratosi abbastanza sicuro e veloce: Via S. Fosca-Cimiteri, incrocio “Al Belvedere”, Via Belvedere (ora Via Mazzini), Contrà Capellari-Astichelli, Passo di Riva, attraversamento della “Marosticana”, Via Vegre per Cà Franzana (ora Via S. Maria e Via Astico), Via Rizzola, guado-passerella sul Fiume Astico, Lupia, Sandrigo,…; unica breve deviazione: la sosta dall’Angelina, in Contrà Convento a Passo di Riva. [89]

 

 

 

Dall’Angelina i Comandanti pensano di recuperare Lina Tridenti, ma lei non c’è, anche se arriverà di li a poco. I Comandanti recuperano armi, munizioni, benzina e ripartono senza di lei. Lina Tridenti ricorda che al suo arrivo l’Angelina era preoccupata: “E’ passato Giacomo con “Ottaviano” su una macchina tedesca – mi disse - era venuto a prenderla”. [90]

 

 

 

La prima parte del viaggio dei Comandanti sembra tranquilla, se si eccettua l’attraversamento della “Marosticana” a Passo di Riva, dove “Ermes” ricorda una motocicletta tedesca che: “sopraggiunge da Povolaro…[e] che prosegue per il ponte dell’Astico. Altri tedeschi sono sulla provinciale; mentre ci addentriamo verso il “Convento” si odono dalla provinciale degli spari specialmente in direzione della macchina”. [91]

 

Anche “Zaira” conferma gli spari. [92]

 

 

 

A Lupia, presso le Scuole Elementari, i Comandanti si fermano per disarmare un “alpino repubblichino”. E proprio in questi frangenti “Ermes” ricorda che: “a Lupiola [Lupia] ci sorpassa di nuovo il motociclista con la motocarrozzetta”. [93] Questo sta a significare che“Ermes” ha riconosciuto nel motociclista che li supera a Lupia, lo stesso motociclista che è passato al “posto di blocco” di Dueville dietro all’ambulanza della Croce Rossa tedesca, e forse anche quello di Passo di Riva.

 

 

A Sandrigo una strana retata, l'uccisione di un partigiano e il "coprifuoco"

 

 

Poco prima dell’arrivo dei Comandanti a Sandrigo, nel centro della cittadina avviene un tragico episodio che non può che essere messo in relazione con la cattura e l’eliminazione di Chilesotti, Carli e Andreetto.

 

 

 

Viceversa, secondo altri questa vicenda, avvenuta circa un’ora prima e a poco più di 200 metri dal luogo dell’uccisione dei Comandanti, non è degna d’attenzione. [94]

 

 

 

La prima testimonianza è di Stefano Panzolato, presente in Piazza a Sandrigo in quelle circostanze:

 

 

“Era un venerdì, quel 27 aprile, circa le due e mezzo del pomeriggio. […] Così ci si è trovati per caso in dieci, dodici amici, davanti al Caffè Commercio a parlare della guerra che non finiva mai, dei tedeschi in fuga verso il Nord dopo lo sfondamento della linea da parte delle forze armate alleate. Il nostro sostare insieme quel pomeriggio era come un’attesa angosciosa e liberatrice dei tanti giorni di paura e di terrore. Ricordo, vicino a me sulla mia destra c’era Bruno “Paniti” Azzolin, rientrato in paese dopo mesi di permanenza in montagna con i partigiani, proprio il giorno avanti, poi Miro Vicino, Angelo Vivaldi, Augusto Casagrande, Corinto Bertuzzo, …[altre testimonianze confermano la presenza e il successivo fermo anche del dott. Pio Benettazzo, dell’avv. Todescato e di altri].

 

D’un tratto ci accorgemmo di un gruppo di soldati tedeschi in bicicletta provenienti dal fondo della piazza. Non ci siamo mossi di un palmo, convinti che avrebbero proseguito verso Marostica e Bassano, come altri prima, … Invece, giunti all’altezza della panetteria di Bigarella, ora Banca Popolare di Vicenza, scesi rapidamente di bicicletta, si scagliarono verso di noi con il mitra in pugno, urlando mani in alto e documenti. Ci fu un attimo di sorpresa e di incertezza, qualcuno tentò di esibire la carta d’identità, poi ci sfaldammo e ognuno di noi tentò, chi a sinistra chi a destra, la propria fuga fra i colpi di mitra sparati un po’ ovunque, all’impazzata.

 

[…] Il sergente tedesco che comandava il gruppo, urlando, stava disponendo i suoi uomini per l’esecuzione finale nostra. […] Ma ecco all’ultimo istante, … sopraggiungere da Via Ippodromo una Topolino sgangherata, con una brusca frenata si ferma vicino a me, …si dirige verso il sottufficiale […] Poi d’improvviso vediamo abbassare le armi che erano puntate su di noi, l’ufficiale tedesco si avvicina a me ed in un discreto italiano, forse perché altoatesino, dice che per questa volta non sarebbe successo nient’altro, c’erano già un morto (Giordano Bruno Azzolin) e una donna ferita, potevamo tornare a casa e che non era prudente trovarsi in strada…”. [95]

 

 

 

Una seconda testimonianza ci conferma l’accaduto, è quella del pilota e comandante del Btg. partigiano “Sandrigo” (Brigata “2^ Damiano Chiesa”, Divisione “Vicenza”), Luigi De Toni, detto “Gigetto Marola”:

 

 

“[…] Era in mia compagnia [Giordano Bruno Azzolin], al centro del paese di Sandrigo; cademmo in un’imboscata di individui della SS tedesca… Perquisiti, ci trovarono tutti e due armati. Messi al muro tentammo la fuga della disperazione. Ci spararono delle raffiche quasi a bruciapelo. Azzolin cadde ed io riuscii a nascondermi in una casa, miracolosamente illeso”. [96]

 

 

 

A Sandrigo la popolazione si spranga in casa. La trappola si chiude

 

 

L’automobile dei Comandanti, preceduta dalla moto di “Ermes” e Nalin, arriva a Sandrigo da Lupia, passa a fianco dell’Ospedale Civile e, per lo stesso percorso dell’andata, devia a destra per via Brega e s’immette in via Stradelle (ora via Tecchio). [97] “Ermes” Farina ricorda che a Sandrigo, giorno di mercato, non c’era stranamente traffico,  [98] e infatti, come abbiamo visto, i tedeschi hanno imposto il “coprifuoco”.

 

 

 

In via Stradelle (ora via Tecchio), una via interna al centro abitato, tra le due curve a gomito, i Comandanti trovano improvvisamente un primo “posto di blocco”, formato da due automobili “quasi addossate” che chiudono la strada, che però al loro arrivo si spostano e li lasciano passare: un “posto di blocco” totalmente inutile in quel luogo, ma non certo una presenza occasionale e sfortunata, come da taluno giudicata. [99]

 

 

 

Dopo questa prima sorpresa, superata la seconda curva a gomito verso sinistra, nel breve tratto che li separa dalla confluenza con la “Marosticana-via Roma”, si rendono conto di un secondo ostacolo: dall’altro lato di via Roma, proprio di fronte a via Stradelle, nel piazzale dell’allora Osteria “da Rigon”, sono sistemate due mitragliatrici e tedeschi armati chiudono l’accesso a sinistra verso la “Chiesetta ai Caduti” di piazzetta Garibaldi: un secondo “posto di blocco” apparentemente inutile come il primo, ma che li obbliga a svoltare a destra, verso Marostica e Bassano.

 

 

 

L’auto dei Comandanti subito dopo aver imboccato via Roma trova un terzo ostacolo: a occupare buona parte della sede stradale sono parcheggiati in fila indiana due o più camion e, all’arrivo dell’automobile, un altro camion con una mitragliatrice sulla cabina, esce dal lato opposto della strada e chiude completamente la strada. [100]

 

 

 

“Zaira” ricorda che,“…ci trovammo davanti ad una colonna della SS tedesca, la quale era già appostata con mitraglia, ad attenderci”.[101]

 

 

 

I fatti si susseguono così velocemente che “Ermes” non riesce ad avvisare i Comandanti del pericolo, ma ormai tutto sarebbe comunque inutile. Nalin, alla guida della moto, viene lasciato passare, ma si ferma subito dopo. “Ermes” tenta di aiutare i Comandanti, segnalando ai tedeschi che la macchina è della “polizei” e incitando Nalin a intervenire personalmente, cosa che l’ufficiale delle SS sembra fare, senza tuttavia ottenere nulla.

 

 

 

Anche la successiva fuga di “Ermes” e Nalin è strana: chiusi in 50 metri di strada da decine di tedeschi “minacciosi” e armati sino ai denti del “posto di blocco”, e da altri tedeschi piazzati sul ponte del Tesina che li tengano sotto tiro, i due riescono a fuggire per i campi, anzi, prima spingono la moto “fino ad una casa vicina” [102].

 

 

 

Nelle fasi concitate e drammatiche di quei momenti, è comprensibile che “Ermes” abbia creduto alla buonafede di Nalin, ma onestamente è anche difficile credere che le SS, prima non riconoscano l’autorità di un ufficiale del BdS-SD, quale Nalin è, e poi si lascino pure sfuggire due persone già di fatto bloccate in 50 metri di strada. [103]

 

 

 

L’eliminazione dei Comandanti

 

 

 

Se la partenza da Dueville è avvenuta circa alle ore 15:00-15:30, calcolando la breve sosta dall’Angelina (circa 15’), e a Lupia per disarmare il repubblichino (circa 15’), nonché la strada percorsa, circa 9 km (circa 20’), possiamo affermare che l’arrivo a Sandrigo e l’eliminazione dei Comandanti sono avvenuti tra le ore 16:00 e le 16:30, e non certo alle “ore 15.00 circa” come da altri proposto. [104]

 

 

 

Non è solo una questione d’orario

 

 

 

Chiarito l’orario degli omicidi, “Zaira”, unica testimone oculare, ci ricorda gli ultimi momenti dei Comandanti:

 

“…si avvicina un ufficiale, sorridendo, e disse: ‹questa essere macchina nostra, voi grandi banditi›; ci guardammo in faccia: Sergio presentò i documenti, Nettuno non si mosse, Giovanni chinò il capo in attesa. Ci disarmarono con una vera rabbia diabolica; ci fecero scendere e ci puntarono i fucili sul petto, levarono a Ottaviano l’orologio d’oro, pure a Nettuno gli oggetti personali, così a Sergio, il quale disse: "niente buono fare così, questo significa rubare, in italiano". Ottaviano lo spinse in segno di tacere, ma Sergio con il suo solito sorriso protestò ancora; io gli chiesi "ma che cosa fanno adesso? Ci fucilano forse?", nessuno dette risposta, mi guardarono; il comandante diede l’ordine di esecuzione, Sergio udendo mi scosse e disse: "cerca di salvarti, salviamo il salvabile, anche per testimonianza della nostra morte".

 

 

 

Fummo spinti giù nell’orto che si trovava di fronte alla casa di Rigon, io tenni come ordine le parole di Sergio perché speravo di poter fare qualcosa per loro, chiesi di un interprete, mi fu concesso di parlargli; con pretesti cercai di mettere davanti che erano della Polizia e di conoscerli per tali essendo in strada per Bassano senza mezzi; per loro nulla valse.

 

 

 

In questo momento fu dato l’ordine di sparare, posso garantire che ben cento tedeschi erano pronti per l’esecuzione. Nettuno non si mosse e fu colpito per primo, lo vidi cadere sereno come sempre; Ottaviano per primo cercò di mettersi in salvo, si tuffò nel Tesina, lo vidi guardare verso di noi. Sergio seguì le gesta di Ottaviano, si buttò per terra un po’ scostato da Giovanni; spararono tutti simultaneamente. Giovanni e Sergio non restarono colpiti dal plotone, ma bensì da un tifoso tedesco che li inseguì.

 

 

 

Tutti sorridenti e soddisfatti dettero l’ordine di salire tutti in macchina, e mi spinsero dentro, lasciando i corpi sul posto senza neppure guardare se erano morti, ma certo erano sicuri di averli colpiti.

 

 

 

Dopo pochi chilometri ci raggiunse la famosa staffetta che io stessa avevo notato prima, per strada, la quale volle salire con noi per interrogarmi; mi disse: "tu essere amica banditi, io avere vista a Dueville con altra signorina e salutare anche un altro bandito, io sapere e avere visto, io essere staffetta in perlustrazione alla strada e avere riconosciuta macchina nostra: ha, tu non sapere, ma io sì sapere, perché banditi avere ucciso un ufficiale nostro e ferito un soldato"; e rivolto all’ufficiale che stava di fianco a me e che portava la macchina: "perché questa niente caput?".

 

 

 

E l’ufficiale rispose: "ma questa niente conoscere, niente sapere"; e la staffetta: "oh, ma io conoscere e sapere, questa macchina nostra, e essere morto grande Comandante, così io avere visto questa signorina con grandi banditi, e io fermare questa colonna". [105] Una tragica testimonianza, che ci dà almeno tre nuovi elementi di valutazione:

 

- L’ufficiale SS si avvicina “sorridendo”, come un gatto che ha preso il topo, affermando sicuro: “questa essere macchina nostra, voi grandi banditi”. Quindi i tedeschi sapevano e li stavano aspettando. Abbiamo anche una ulteriore conferma: i tedeschi sono SS perché la macchina apparteneva agli ufficiali SS della Gestapo catturati alla curva “Dal Molin” di Novoledo.

 

- “Zaira” ci da la conferma definitiva che almeno un motociclista tedesco pedinava gli spostamenti dei Comandanti, perlomeno dalla loro partenza da Dueville: “…ci raggiunse la famosa staffetta che io stessa avevo notato prima, per strada”; [106] “tu essere amica banditi, io avere vista a Dueville con altra signorina e salutare anche un altro bandito, io sapere e avere visto, io essere staffetta in perlustrazione alla strada e avere riconosciuta macchina nostra: ha, tu non sapere, ma io sì sapere, perché banditi avere ucciso un ufficiale nostro e ferito un soldato”.

 

- “Zaira” viene risparmiata, non perché creduta estranea, ma probabilmente per poterle estorcere utili informazioni. Viceversa, non si spiegherebbe il perché “Zaira” viaggi in macchina con l’ufficiale delle SS che inizialmente fa la parte del “buono” e il “motociclista” nel ruolo del “cattivo”; e perché il “motociclista” e l’ufficiale SS, si sforzino di parlare in italiano anche tra di loro, danno così l’impressione di voler coinvolgere “Zaira” nella conversazione.

 

 

 

“Zaira”, giunta a Bassano, quando la macchina si ferma in Viale XX Settembre (oggi Viale dei Martiri), tenta di scendere dopo aver salutato e ringraziato del passaggio il comandante tedesco. Ma la reazione non è più cordiale: “mi prese con rabbia per un braccio e chiamò due soldati, che di peso mi buttarono su un camion…”. [107]

 

 

 

“Zaira”, ricorda che ad aspettarla trova “[…] tutta la compagnia dei comandanti torturatori di Perillo, con Perillo stesso”. [108] Quello stesso Alfredo Perillo, ufficiale SS e dirigente del BdS-SD di Bassano, “contro cui Zaira aveva combattuto fin dai primi mesi della lotta resistenziale … questa volta Perillo aveva finalmente vinto e catturato la sua vittima, la sua ultima vittima” , [109] …e Mario Carità non è certo lontano!

 

 

 

Da Bassano il viaggio di “Zaira” continua “pericolato” sino a Trento, poi viene trasferita su un autoblindo di scorta ad una decina di vetture delle SS con destinazione il Lager di Bolzano. Tre giorni dopo è di nuovo a Trento dove viene consegnata al locale BdS-SD di Villa Trieste. [110]

 

 

Pierluigi Damiano Dossi

 

 

 

Questo saggio è stato pubblicato nel sito (http://www.studistoricianapoli.it/index.php) del Centro Studi "Giovanni Anapoli" - Montecchio Precalcino (Vicenza) con il titolo:  27 Aprile 1945 -  Longa di Schiavon - Novoledo - Dueville - Sandrigo "Una trappola per i comandanti della divisione partigiana "Monte Ortigara"- L'autore è Pierluigi Damiano Dossi "Busoi" che ringraziamo per avere concesso (a tutti) l'uso e la ripubblicazione.

 

 

 

 

 

Ancora SS, ancora BdS-SD!

 

 

Approfondimenti al Cap.III: persone, avvenimenti, luoghi, reparti, …

 

1. Andreetto Attilio “Sergio” nato a Bevilacqua Boschi (VR), cl. 19, Medaglia d’Argento al Valor Militare, studente di Matematica; già sergente degli Alpini, comandante della Brigata “Garemi” e della Brigata “Pasubiana” della Divisione “Garemi”, infine vice comandante della Brigata“Loris” della Divisione “M. Ortigara”. (in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 44-45; in Ugo De Grandis, Il “Caso Sergio”, cit).

 

2. Arnaldi Maria “Mary”, nata e residente a Dueville, cl. 12, è la “Staffetta della Divisione Monte Ortigara”, Medaglia di Bronzo al Valor Militare e “cittadina onoraria” della Città di Thiene. Un bellissimo sorriso su un volto che porta disegnato il ricordo di una vita intensa, custode di episodi importanti della lotta al nazi-fascismo e della memoria di un fratello caduto in combattimento nei boschi di Granezza, insignito di Medaglia d’Oro al Valor Militare e iscritto dallo Stato di Israele tra i Giusti delle Nazioni, quale oppositore attivo all’Olocausto. “Mary”, è la sorella maggiore e stretta collaboratrice di Rinaldo “Loris”, classe 1914, tra i primi oppositori della “Repubblica di Salò”. “Aiutare, portare in salvo, nascondere, accompagnare, procurare vestiario e documenti, tenere i collegamenti”, questo il lavoro clandestino di “Mary”: correre in bicicletta da un paese all’altro del Thienese, portare vestiti e cibo, procurare carte falsificate per passare i controlli, smistava giovanotti che da renitenti o disertori diventavano partigiani, teneva i collegamenti tra le bande. (in B. Gramola, Le donne e la Resistenza, cit., pag. 77-111; in M. Incerti e V. Ruozi, Il bracciale di sterline, cit.; in Il Giornale di Vicenza del 12 aprile 2013; in Il Giornale di Vicenza del 2 maggio 2012).

 

3. Azzolin Giordano Bruno “Paniti” di Giovanni e Felicita Menegon, cl. 18, nato e residente a Sandrigo; Croce di Guerra al Valor Militare. Già sergente maggiore pilota, vice-comandante del Btg. “Sandrigo”, Brigata “2^ Damiano Chiesa” della Divisione “Vicenza; viene ucciso in Piazza a Sandrigo dalle SS tedesche nel primo pomeriggio del 27 aprile 1945. (in Sandrigo 30. Rivista locale, n. 6/1985 - articolo-testimonianza di Stefano Panzolato, Quei giorni di fine aprile 1945 e articolo di Luigi De Toni, Azzolin Bruno “Paneti”; n. 1/2007 – articolo di Leonardo Carlotto, La Nostra Storia. 63° Anniversario della Liberazione; n. 4/2010 - articolo-intervista di Leonardo Carlotto a Luigi De Toni, Guerra partigiana a Sandrigo; in Lastego. Rivista locale, n. 4/1997 – articolo di Orlando Rigon, Azzolin Bruno “Paneti”).

 

4. Baldini Pietro, toscano. Tenente-SS (SS-obersturmführer), responsabile della Sezione Operativa – Ufficio “B” della “Banda Carità; successivamente mantiene i contatti tra Milano a Villa Cabianca e nell’aprile 1945 è in missione in Germania. (in ACSSMP, b. Fascisti, fasc. Documenti vari, cod. 7; in S. Residori, Il massacro del Grappa, pag. 97; in R. Caporale, La Banda Carità, pag. 208 e 209).

 

5. Benetti Giorgio di Ruggero, cl. 01, nato a Lugo Vicentino e residente a Bassano. Agente-SS, uno dei componenti la banda SS di Longa che più ha operato a Bassano come agente segreto in borghese; negli ultimi giorni d’aprile riesce a infiltrarsi nella Brigata “Pasubiana” della “Garemi”. Dopo la Liberazione è arrestato, a disposizione della CAS di Vicenza; processato percollaborazionismo è condannato il 21 agosto a 13 anni di reclusione. Dichiarato inammissibile ilricorso presentato in Cassazione, la sentenza passa in giudicato il 6 settembre 1945, ma almeno dal 29 agosto risulta già uscito dal carcere in “libertà vigilata”. (in ASVI, CAS, b. 26, fasc. 1838 - Interrogatorio “Villa”, 4.10.45 – Documento Segreto del Ministero Aeronautica del 1 Marzo ‘46 e 28 Maggio ‘46; in ASVI, CLNP, b. 15, fasc. 2 – Pratiche Politiche, Elenco detenuti discriminati, 29.8.45; in fasc. Elenco persone rilasciate dall’Uff. Politico, Elenco detenuti usciti dalle carceri, 29.8.45; in b. 17, fasc. Sentenze pronunciate a carico di fascisti, contenenti disposizioni di confisca dei loro beni - Sentenza n° 16 della CAS di Vicenza del 21.8.45; in R. Caporale, La Banda Carità, cit., pag 214).

 

6. Bianchi Bruno. Tenente-SS (SS-obersturmführer), comandante il Reparto “militare” della “Banda Carità”; già comandante dal novembre 1944 del plotone “militare” della Sezione di Vicenza, in sostituzione del tenente Usai. ( in R. Caporale, “La Banda Carità”, cit.).

 

7. Candia Eleonora “Nora”, cl. 21, nata a Pergine Valsugana (Tn), residente a Vicenza; staffetta e partigiana della Brigata “7 Comuni”. (in B. Gramola, Le donne e la Resistenza, cit., pag. 161-163; in S. Residori, Il gueriero giusto e l’anima bella, cit., pag. 18, 33-35, 37 note, 47, 58, 130-131).

 

8. Campagnolo Bruno e Giordano. Esponenti comunisti nel CLNP di Vicenza, “ospiti” di Carità a Palazzo Giusti in Padova. (in ASVI, Danni di guerra, b. 219, fasc. 15093; in T. Dogo Baricolo, Ritorno a Palazzo Giusti, cit., pag. 45, 81, 123, 175; in G. Campagnolo, G. Cerchio, A.E. Lievore, Contributo per una storia della Resistenza in Provincia di Vicenza, cit.; in E.M.Simini, I tre fratelli Lievore di Schio, cit., pag. 41).

 

9. Caneva Adelmo di Antonio e Antonia Silvagni, cl. 19, nato e residente ad Asiago. Già del 9° Regg. Alpini, Btg. “Vicenza” della “Julia” in Grecia, dopo l'8 Settembre 1943 aderisce alla RSI e al PFR; volontario come “alpino nero” a Bassano, presidio di Asiago, dove è il braccio destro del fratelloCarlo Bruno, che sostituisce al comando del presidio, quando Bruno viene ferito il Val d’Assa l’8 agosto 1944. Dopo il rastrellamento di Granezza e dopo la diserzione di un nutrito gruppo di “alpini neri” passati con i partigiani, i fratelli Adelmo e Antonio “Tonin” Caneva sono costretti ad abbandonare l’Altopiano e si rifugiano a Vicenza come agenti del BdS-SD. In particolare Adelmo, maresciallo-SS (SS-sturmscharführer), dipende direttamente dal BdS-SD/”Banda Carità”, si riunisce spesso a Villa Cabianca ed è coinvolto nell'Eccidio di Pedescala. Arrestato dopo la Liberazione, è trattenuto alla Caserma Sasso e incriminato dal AMG; viene scarcerato ma nuovamente arrestato a Ferrara il 15 gennaio 1946, processato è condannato per omicidio e collaborazionismo, poi amnistiato. (in ASVI, CAS, b. 2, fasc. 112; in b. 25, fasc. 1507; in ASVI, CLNP, b. 15, fasc. 2 – Pratiche Politiche, Elenco fascisti incriminati; in fasc. 11 – Pratiche Politiche, Liste Elettorali, CLN Mand. Asiago a Procuratore del Regno, 31.1.46; in F. Bertagna, La patria di riserva. L'emigrazione fascista in Argentina, pag. 288; in P. Gios, Controversie sulla Resistenza, cit., pag. 37, 112-113, 150; in E. Ceccato, Freccia, una missione impossibile, cit., pag. 132-133; in U. De Grandis, Malga Silvagno, cit., pag. 159-160).

 

10.Carità Mario di Teresa Carità, cl. 04, n. a Milano. Maggiore-SS (SS-sturmbannfüehrer), comandante del Reparto Servizi Speciali dell’Ufficio Politico Investigativo della Guardia Nazionale Repubblicana di Firenze, poi in Veneto. Già nel ‘19, cioè a soli 15 anni, apparteneva a Lodi alle squadracce fasciste di Luigi Freddi; malgrado un’adolescenza vissuta in modo violento, riesce a conseguire una laurea in ingegneria in Svizzera; nel ‘25 si sposa, nel ‘28 subisce le conseguenze dall’epurazione compiuta nella federazione fascista milanese e nel ‘35 si trasferisce a Firenze dove continua la sua attività politica come confidente della Questura e dell’OVRA (polizia segreta fascista); volontario in Albania nella 92^ Legione CN, con il grado di centurione (capitano); successivamente è in Slovenia, sempre con la 92^ Legione, dove “Nella sola provincia di Lubiana, durante i ventinove mesi di occupazione italiana si ebbero4.000 civili sloveni uccisi per rappresaglia, e 7.000 morti nei campi di deportazione italiani.”; dopo l’8 Settembre ’43 comanda l’Ufficio II (RSS) dell’Ufficio Politico Investigativo (UPI) della 92^ Legione della GNR a Firenze. Con il Capo della Provincia Manganiello e il capo dell’Uff. Affari Ebraici Martelloni crea una specie di “cupola” malavitosa che movimenta ingentissime somme di denaro dalle confischeeffettuate ai danni di cittadini ebrei; il 7 o 8 Luglio ‘44, ultimo del suo ufficio, lascia Firenze per Bergantino (Ro). Il resto della sua storia è indissolubilmente legato al Veneto e alle vicende della sua “Banda”. La sua vita termina il 19 maggio 1945 a Castelrotto – Kastelruth (Bolzano), vicino all’Alpe di Siusi, con la sua uccisione da parte della Polizia Americana. (in R. Caporale, La Banda Carità, cit.; in M. Franzinelli, Squadristi, cit., pag. 218; M. Grainer, La pupilla del Duce, cit., pag.129).

 

11.Carli Giovanni “Ottaviano”, nato ad Asiago, cl. 10. Medaglia d’Oro al Valor Militare. Laureato in ingegneria a Padova, collabora con l’Università patavina e nello stesso tempo insegna negli Istituti Industriali (a Forlì, Vicenza, Padova). Sposa Lia Miotti, il cui fratello è Federico Miotti, parroco a Mason. E’ l’anima, la guida e il coordinatore della Resistenza altopianese e “autonoma”. Alla costituzione della Divisione “M. Ortigara” è nominato Commissario politico. Coraggioso, leale, umile, ha dato un senso alla domanda che tutti i partigiani prima o dopo si ponevano: “Perché combattiamo?”… E così Giovanni dava la sua risposta, che era di sprone a continuare, malgrado gli angosciosi risultati: …”Ci siamo mai chiesti perché combattiamo? Da parte avversaria le più gravi accuse sono rivolte al movimento insurrezionale che con tutte le forze e la sua vitalità, i suoi eroismi e i suoi martiri si oppone al regime che per tanti anni ci ha tenuti sottomessi. Il nostro movimento è nato spontaneamente dal popolo, senza nessuna propaganda aperta; è nato in un periodo in cui l’oppressione è stata terribile, perché solo in questo periodo abbiamo potuto comprendere quale fosse la condizione di un popolo sottomesso alla barbarie tedesca e fascista… il popolo italiano ha bisogno di libertà… perché la libertà è la facoltà che deve permettere all’uomo di svilupparsi in seno alla società secondo le proprie attitudini, di manifestare le proprie idee e opinioni, di partecipare come membro attivo alla vita sociale e politica. La via sarà lunga, dolorosa e dura, ma se rinascita ci sarà, essa dovrà venire da noi”. Una meta alta, nobilissima, dunque, era assegnata ai Patrioti. Per il suo conseguimento valeva la pena di soffrire e morire, perché senza libertà, premessa essenziale al vivere civile, non c’è dignità nella vita… E ancora: “…solo se gli individui saranno sani, si avrà una società sana, altrimenti nulla di buono ci sipotrà aspettare. I patrioti che hanno avuto il coraggio di affrontare la dura e aspra vita del partigiano, che ha perfezionato se stesso nel dolore… dovranno essere all’avanguardia”. I suoi ultimi principi dichiarati della vita furono: l’amore, la giustizia, il lavoro costruttivo ed onesto, la collaborazione con tutti. (in L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit.; in G. Consolaro, Giovanni Carli, cit., pag. 33-109; in P. Gios, Controversie sulla Resistenza ad Asiago e in Altopiano, cit., pag. 62).

 

12.“Casetta rossa”. Vedi Zolin – Famiglia.

 

13.Castaldelli Giovanni Artiade “Gino”, cl. 15, nato a Bergantino (Rovigo). Tenente-SS (SSobersturmführer), ex sacerdote, vice comandante RSS e responsabile della Sezione Investigativa – Ufficio “A”. Viene così descritto dal prof. Egidio Meneghetti “Foresta”: “pallido, mingherlino, con una faccia assimetrica, lo sguardo sfuggente; non torturava personalmente, ma dava ordini di torturare; interrogava abbastanza abilmente; godeva la piena fiducia di Carità; non molto coraggioso, era considerato «l’intellettuale» della compagnia e aveva certamente molta autorità; quando il maggiore era assente, il comando spettava a lui, e non si può dire che i sistemi mutassero”. Nel 1939 viene ordinato sacerdote e nel luglio 1940 diventa cappellano militare; nel 1941 è in Jugoslavia, ma nel 1943 lascia la vita religiosa, si sposa e si trasferisce a Bolzano, dove lavora come impiegato presso la Banca d’Italia; l’8 settembre si trova a Bologna presso il Distretto Militare dove, come ufficiale, riveste mansioni di collegamento con le forze tedesche, grazie alla sua perfetta conoscenza della lingua; entra nel Nucleo di Polizia Politica Investigativa a Firenze e segue Carità nel Veneto, militando nel reparto investigativo; a Bergantino, suo paese natale, svolge un ruolo attivo nei rastrellamenti operati sotto il comando del capitano Bacoccoli. E’ il confidente del magg. Carità e suo “interprete personale presso il comando tedesco”. A Vicenza ha una fama sinistra per aver “partecipato alle orge sacrileghe che si tennero nella notte di Natale del 1944 nella Villa di Via Fratelli Albanese”, dove pare egli avesse officiato una sorta di messa nera eintonato con “le milizie ubriache di Bacoccoli e di Usai... blasfeme litanie presentandosi ai detenuti recitando oscene parodie”. Dopo la Liberazione viene processato e condannato a morte dalla CAS di Padova il 3 ottobre 1945, ma in appello, l’8 gennaio 1946, la pena viene annullata; nonostante un’ulteriore condanna a 12 annicomminatagli dalla Corte d’Assise di Lucca nel 1951, grazie a sconti e condoni, dal 1955 è libero; l’ultimo della “Banda Carità” ad uscire di galera. Va a vivere con la famiglia a Firenze, dove lavora come rappresentante prima di radio e piccoli elettrodomestici, poi, dagli anni ‘60, come piazzista di allevamenti di cincillà; è dirigente del MSI fiorentino, assieme ad altri ex componenti del RSS; si trasferisce a Bolzano nel 1967 e muore a Bergantino nel settembre 1982. (in R. Caporale, La Banda Carità, pag. 94, 149-152, 208-209, 233, 344, 406-407; in E. Franzina, Vicenza di Salò, pag. 120- 121; in Il Giornale di Vicenza del 6 e 19 marzo 1946, “Un ex prete, un ex colonnello, e tre sgherri fascisti arrestati).

 

14. Cavaggion Baldisseri Alberta “Nerina”, cl. 24, nata a Vicenza, staffetta della Divisione “Vicenza”. (in ASVI, CAS, b. 25, fasc. 1665, cnn; in ASVI, CLNP, b. 16, fasc. D – Denuncia Dal Maso G. a Procuratore Gen. Corte d’Assise, 30.11.45; in fasc. G1 - Denuncia Gecchele Maria, 17.12.45; in R. Caporale, La Banda Carità, cit., pag. 209, 214-315; in B. Gramola, Le donne e la Resistenza, cit., pag. 155-160; in S. Residori, Il gueriero giusto e l’anima bella, cit., pag. 19, 22, 26, 38 note, 71 note, 75 note).

 

15.Chilesotti Giacomo “Nettuno-Loris” di Pietro e Maria Tomba, nato a Thiene, cl. 12. Medaglia d’Oro al Valor Militare. Figlio di una ricca famiglia di proprietari terrieri, ingegnere meccanico e ufficiale del 4° Regg. Genio Alpini di Bolzano. Dopo l’8 settembre 1943, mentre si trova al sud per lavoro-militarizzato presso i cantieri navali, riesce a rientrare a Thiene e nell’ottobre va a trovare l’amico Elio Rocco, a Belvedere di Tezze sul Brenta, che lo inserisce nella “Missione MRS” e nella Resistenza. Cattolico, è uno dei maggiori organizzatori della Resistenza vicentina. Su di lui pendeva una taglia di 1 milione di Lire. I suoi partigiani lo definivano come “il migliore di tutti, il più bravo, il più coraggioso: era un santo; era la nostra bandiera… un personaggio di poche parole, ma pensate; di forme piuttosto rudi, schive di complimenti, rivelava però nello sguardo, nel sorriso, un animo gentile, semplice e buono”. Padre Peroni ha detto di lui: “La semplicità era la sua dote caratteristica. Profondamente religioso, senza smorfie e bigottismi, ebbeuna fede in Dio convinta, vissuta, robusta … Perdonava facilmente, dimenticando i torti ricevuti, anche quando questi gli laceravano il cuore…”. Anche i suoi avversari politici avevano per lui un grande rispetto, tanto che riassumevano il loro giudizio definendolo “L’uomo giusto”. (in A. Chilesotti, Giacomo Chilesotti, cit.; in M.A. Pigatti Ranzoli, Giacomo Chilesotti, cit.; in G. Chilesotti, La brigata “Mazzini”, cit.).

 

16. Daffan Lisetta, cl. 21, nata a Vicenza. Staffetta. (in B. Gramola, Le donne e la Resistenza, cit., pag. 160-161; in S. Residori, Il gueriero giusto e l’anima bella, cit., pag. 24, 40 note, 47, 116, 135, 137).

 

17.Dal Sasso Giuseppe “Cervo” di Angelo e Giovanna Rigoni “Camplan”, nato Asiago, cl. 13. Comandante della Brigata “7 Comuni”, dopo la Liberazione comanda la Polizia Ausiliaria Partigiana. (in P. Gios, Il Comandante “Cervo”, cit.; in G. Vescovi, Pensieri in libertà, cit.; in G. Vescovi, Replica a Maurizio Dal Sasso, cit.).

 

18. Fabris Alfredo “Franco”, da Zugliano, Medaglia d’Argento al Valor Militare, già insegnante e Alpino, già comandante di compagnia a Granezza con il Btg. da montagna della “Mazzini”, poi Capo di Stato Maggiore della Brigata “Martiri di Granezza”, Divisione “M. Ortigara”. (in G. Cappellotto, L. Carollo, L. Marcon, Sarcedo: pagine di storia, cit., pag. 93-95; in AIVSREC, b. 66, Relazione storica della Brigata Martiri di Granezza).

 

19. Fanfani Bruno, cl. 24, nato a Bagno di Ripoli (Firenze). Dopo l’8 settembre 1943 entra subito nel RSS di Mario Carità, ma non segue il reparto dopo la ritirata da Firenze, poiché la compagnia di cui fa parte viene dirottata prima a Varese, poi a Como; nell’agosto 1944 viene inviato a Biella con altri militi per compiere rastrellamenti, ma dice di aver disertato; dice anche di essere stato catturato dalle SS e, guarda caso, inviato a Longa di Schiavon, a Villa Cabianca; dice anche di aver disertato ancora e di aver fatto parte della Brigata garibaldina “Stella”. Sta di fatto che il 31 dicembre 1944, come agente del BdS-SD, con il tenente Usai, Calandri ed altri della Banda Carità, partecipa all’arresto della staffetta Maria Erminia Gecchele “Lena” e il partigiano Giovanni Dal Maso “Cavallo”, in contatto con il Comando “Garemi; negli ultimi giorni di aprile, con l’aiuto di Mario Sasso “Schena”, si infiltra nella Brigata “Fiamme Verdi” della “7 Comuni”. Arrestato dopo la Liberazione, il 2 luglio 1946 la CAS di Vicenza dichiara il non luogo a procedere nei suoi confronti per amnistia; emigra a Torino e si presenta per il MSI nel 1956 come candidato alle elezioni comunali. (in ASVI, CAS, b. 25, fasc. 1665; in b. 16, fasc. D - Denuncia Dal Maso G. a Procuratore Gen. Corte d’Assise, 30.11.45, Denuncia Gecchele Maria, 17.12.45; in ASVI, CLNP, b. 15, fasc. 7, Elenco fascisti fermati; in R. Caporale, La Banda Carità, cit., pag. 209 e 408).

 

20. Farina Ermenegildo “Ermes”, cl. 20, nato a Pianezze S. Lorenzo (Vicenza). Medaglia di Bronzo al Valor Militare, studente d’Ingegneria, Commissario Politico della Divisione “Vicenza”, già sottotenente d’Artiglieria; nel dopoguerra sposa Graziella Fraccon, figlia di Torquato e sorella di Franco, morti a Mauthausen e Medaglie d’Argento al Valor Militare. (in B. Gramola, Cattolici nella Resistenza, Fraccon e Farina, cit., pag. 100-136; in B. Gramola, La Divisione Partigiana Vicenza e il suo battaglione guastatori, cit., pag. 60-85; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 45-46).

 

21. Freudiani Carlo di Eusebio ed Evangelista Lucia, cl. 20, nato e residente a Seravezza (Lucca), celibe. Già della Milizia in Toscana e GNR a Riese S. Pio X (Treviso), successivamente caporalmaggiore–SS (SS-unterscharführer) nelle SS Italiane di Villa Cabianca – 3° gruppo, ed in fine, con le SS Tedesche della “Banda Carità”. Dopo la Liberazione, arrestato con Sacchelli a Longa di Schiavon, è processato l'11 gennaio 1946, “imputati di collaborazionismo col tedesco invasore perché, appartenenti alla SS Italiana, partecipavano ad azioni anti-partigiane e di rappresaglia, quali quelle del Grappa, di Enego e Spineda di Riese (Treviso), in cui vennero catturati patrioti, prelevato ostaggi, saccheggiato e distrutte case”. Condannato a 10 anni di reclusione, al pagamento delle spese processuali, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e alla confisca dei beni, il 9 luglio 1946 la Sezione Speciale della Corte d’Assise di Vicenza concede l’amnistia sull’intera pena (d.l. 22.6.46, n. 4). (in ASVI, CLNP, b. 20, fasc. Sentenze CAS, Sentenza n.2 dell'11.1.46 contro Frediani, Sacchelli e Carli; in Il Giornale diVicenza del 9 e 10 gennaio 1946).

 

22. Gallio Maria, cl. 23, nata a Vicenza; staffetta della Compagnia “Julia” di Dino Miotti. (in S. Residori, Il gueriero giusto e l’anima bella, cit., pag. 20, 22-23, 33-34, 39 note, 54, 57, 73 note, 132-133, 139-141).

 

23. Gasparini Flaminio di Francesco, cl. 24, da Piovene Rocchette (Vicenza). Agente della Gestapo; coinvolto l’11.1.44 nel rastrellamento di Montagnanova; incorporato nella polizia ausiliaria repubblichina del capitano Polga il 22.5.44; nei primi del 1945 passa con le SS tedesche, nella Gestapo di Schio con Severino Canale e Ferdinando Sartori “Trelici – Gamba Dino”; sarà imputato di omicidio per i fatti del 25.2.45, quando durante il rastrellamento di Arsiero, in Contrà Camperetti viene assassinato il partigiano Luigi Comparin “Treno”. (in ASVI, CAS, b. 5, fasc. 522, cnn ; in ASVI, CLNP, b. 5, fasc. Tessere di Riconoscimento Reparto Agenti di PAR ; b.11, fasc. 34, cnn – Segnalazioni CLNP a Procura del Regno del 7, 9, 18, 19, 25.8.45, in b. 18, fasc. Schede Matricolari Polizia Repubblicana; in Il Giornale di Vicenza, 21.3.46);

 

24. Gasparotto Montemaggiore Elisabetta (Isetta) “Bocce”, cl. 23, nata a Salcedo. Staffetta della Brigata “Martiri di Granezza”.

 

25. Gecchele Maria Erminia “Lena” di Florio, cl. 04, da Zanè, comandante del Servizio Informazioni della Divisione garibaldina “Garemi”. (In E.M. Simini, Maria Erminia Gecchele “Lena”, cit.; in A.d.R. Thiene (a cura di), Maria Erminia Gecchele, cit.).

 

26. Licini Giuliano di Angelo, cl. 16, da Vicenza; studente universitario, già dirigente della FUCI (Federazione Universitari Cattolici Italiani); partigiano della Compagnia “Julia” di Vicenza (alloradella “7 Comuni”). Viene catturato dalla “Banda Carità” il 28 novembre 1944 e torturato dal tenente Zatti e la sua delazione porta a oltre un centinaio di arresti. Aderisce alla "Banda Carità" come milite-SS (SS-mann) e collabora alla costituzione di un reparto speciale formato da ex partigiani (Reparto Alpini-SS). Catturato dopo la Liberazione è imprigionato a S. Biagio e incriminato dalla CAS di Vicenza. Il processo che lo vede imputato inizia il 18 dicembre 1945 e costituisce un episodio non certo edificante per la giustizia democratica, perché si trasforma in un atto d'accusa agli uomini e donne della Resistenza, alle loro debolezze di fronte alla tortura, alle loro ingenuità di combattenti di fronte a prezzolati ed astuti spioni. Licini viene assolto per insufficienza di prove (sic!). (in ASVI, CLNP, b. 15, fasc. 2 – Pratiche Politiche, Procuratore del Regno: Elenco fascisti incriminati, 13.8.45 – Elenco fascisti incriminati; in ATVI, CAS, Sentenza n. 68 del 19.12.45, contro Licini Giuliano; in ATVI, fascicolo Licini Giuliano, Istanza di Giuliano Licini al CLNP di Vicenza – Magg. Malfatti del 8 maggio 1945; in S. Residori, Il coraggio dell'altruismo, cit., pag. 68 e 86; in A. Frigo, Ricordi, cit., pag. 161, 165, 193; in P. Snichelotto, Kukkasnea, cit., pag. 141; in U. De Grandis, Malga Silvagno, cit., pag. 360-361; in Il Giornale di Vicenza del 12, 18, 19 e 20 dicembre 1945, 16 gennaio 1946; in Il Nuovo Adige del 20 dicembre 1945).

 

27.Malfatti Mario. Già responsabile del Comando Militare Provinciale, dopo il sequestro della moglie e della figlia ai primi di febbraio 1945, è indotto a collaborare con la “Banda Carità”; da una comunicazione scritta e datata 7 aprile 1945 di “Silva” (Renato Nicolussi “Beppo-Silva”), comandante della Brigata “Martiri di Granezza”, a “Loris” (Giacomo Chilesotti “Nettuno-Loris”) comandante della Divisione “Monte Ortigara”: “Da informazioni precise si sa che il maggiore Malfatti lavora esclusivamente per la SD italiana [Banda Carità]. Si sa che si trova non abitualmente in Dueville. Il Maggiore comandante la rete spionistica della S.D. di Padova [Carità] la settimana ventura sarà trasferito a Sandrigo [Longa di Schiavon]. Fate provvedere dalla squadra locale a prendere provvedimenti. Detto Maggiore è criminale di guerra”. Lina Tridenti, la staffetta di Giacomo Chilesotti, nell’ultimo periodo di guerra si trova anch’essa in zona Dueville (in Contrà Convento a Passo di Riva, dall’Angelina), e ha sostenuto che la sera di giovedì 26 aprile è stata incaricata, ma non da Chilesotti, di andare a Vicenza il giorno dopo a cercare il prof. Tomelleri. La mattina successiva, il 27aprile, Lina si reca a Novoledo, alla “Casetta rossa”, per chiedere a Chilesotti se avesse altri incarichi da sbrigare a Vicenza, e “Loris” “volle sapere da dove era giunto quell’ordine; rimase un po’ perplesso e poi mi raccomandò prudenza…”. E’ stato Malfatti a ordinare a Lina Tridenti di andare a Vicenza? Le perplessità di Chilesotti traggono origine, magari dopo il biglietto di “Silva”, dal fatto che fosse stato Malfatti ad aver ordinato a Lina di andare a Vicenza? (in IVSREC, b. 43, Biglietto di Silva a Loris; in M.G. Maino (a cura di), Politica e amministrazione nella Vicenza del dopoguerra, cit., pag. 33, 130, 140, 182-183, 185; in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 175; in E. Ceccato, Patrioti contro Partigiani, cit., pag. 211-213; in B. Gramola, Le donne e la Resistenza, cit., pag. 186).

 

28. Meneghin Maina Zelira Pacifica “Zaira”, cl. 21, nata e residente a Marostica. “Partigiana combattente” e staffetta della Brigata “Giovane Italia”. Medaglia d’Argento al Valor Militare. (in B. Gramola, Le donne e la Resistenza, cit., pag. 113-132; in Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit.; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 46-47).

 

29. Miotti Alessandro (Dino) “Gnao” di Natale e Dal Grande Flavia, cl. 22, nato a Breganze e residente a Vicenza. Comandante della Compagnia “Julia” di Vicenza, prima della Brigata “7 Comuni”, poi della Divisione “Vicenza”.

 

30.Naldi Eleonora “Licia” in Monti, di Giuseppe, cl. 23, nata a Loiano (Bologna); insegnante elementare, coniugata con prole; separata dal marito (partigiano come il figlio), è la famosa segretaria che assiste e verbalizza gli interrogatori gestiti da Perillo, Zilio e dagli altri ufficiali del BdS-SD di Bassano. E’ anche l’amante di Perillo. Partecipa al rastrellamento di Enego del 1 e 2 maggio 1944: "[Piras] picchia dei ragazzi da Enego alla presenza divertita della Naldi". Nell'estate 1944, appena giunta all'Ufficio di Perillo dal SSS Areonautica, si finge antifascista "e si recò a Campo Solagna con la brigata garibaldina, poi a settembre ritornò da Perillo col quale si era mantenuta in continua relazione perché andava e veniva dalla montagna ed informava come ella stessa mi confidò, il Perillo sulla dislocazione delle forze partigiane". Arrestata con Perillo a Fondo di Val di Non (Trento) l’11 maggio 1945, è riportata a Bassano, poi a Vicenza dopo i fatti di Schio. Rilasciata il 29 agosto 1945, è nuovamente arrestata, ma posta in “libertà vigilata” il 1 luglio 1946, come Moneta, Vittorelli e Rack; viceversa Passuello, Perillo e Zilio restano detenuti. E’ processata il 16 luglio 1946 dalla CAS di Vicenza, accusata “di concorso nell’attività anti-partigiana attribuita al Perillo, al fine di agevolare i disegni militari e politici del tedesco invasore (art. 5 DLL 27.7.44 n. 159; art. 51 e 58 CPMG)”. Degli imputati in libertà provvisoria solo Moneta è presente al processo, gli altri tre sono dichiarati “contumaci”. Durante le udienze si susseguirono decine di testimoni e sono presentate dagli avvocati molte dichiarazioni scritte in loro difesa: un metodo usuale tra i repubblichini coinvolti nei processi del dopoguerra, che oltre a tentare di minimizzare il loro ruolo, presentano testimonianze attenuanti o di benemerenza che hanno costruito con metodo e accortezza già all’epoca in cui compivano i delitti di cui sono accusati; una linea difensiva che è tornata utile nelle udienze processuali, ma soprattutto nei ricorsi in Cassazione. Il 20 luglio 1946, la CAS di Vicenza dichiara in sentenza il “non doversi procedere” contro Zilio, Reck, Vittorelli e Naldi per amnistia. (in ASVI, CAS, b. 12, fasc. 751; in b. 15, fasc. 908; in ASVI, CLNP, b. 15, fasc. 2 – Pratiche Politiche, Procuratore del Regno: Elenco fascisti incriminati, 3.8.45 e Elenco detenuti usciti dalle carceri, 29.8.45; in fasc. Denunce a Capo Uff. PM – Pro-memoria per Ministro Togliatti, 15.1.46; in ATVI, CAS, b. 27, fasc. 1916/45, in fasc. 84/46, 78/46, Ragazzi Rino, in Sentenza 74/46, 117/46 del 20 luglio 1946 contro Passuello Innocenzo, Perillo Alfredo, Zilio Giovanni Maria, Rack Raffaele, Vittorelli Jacopo, Naldi Eleonora Licia e Moneta Enrico; in Il Gazzettino del 17 e 21 luglio 1946, "Passuello,Perillo e Moneta respingono le gravissime accuse. Rack, Vittorelli e la Naldi in libertà provvisoria, non sono presenti all'udienza."; in C. Segato, Flash di vita partigiana, cit.,pag. 134-135; in G. Berti, Storia di Bassano, cit., pag. 178; in B. Gramola – R. Fontana, Il processo del Grappa, cit., pag. 24, 43, 98-99, 102, 197 (foto).

 

31. Nalin Antonio, da Mira (Venezia). Sottotenente dell’ex Milizia portuaria, tra i primi elementi della Scuola di Villa Cabianca, di cui ne è il massimo responsabile dopo il gen. Visconti. Dal gennaio 1945, con l’arrivo a Longa della “Banda Carità”, Nalin ne entra a far parte organica come sottotenente-SS (SS-untersturmführer), e sino all’ultimo periodo, quando cioè la Sede Centrale è portata a Villa Cabianca, è il responsabile della Sezione staccata di Longa di Schiavon. (in ASVI, CAS, in b. 5, fasc. 339; in b. 13, fasc. 819; in b. 17, fasc. 1006; in ASVI, CLNP, b. 15, fasc. 7, Elenco fascisti fermati; in R. Caporale, “La Banda Carità”, cit., pag. 192, 208, 214, 314; in Comune di Schiavon, Atti 1944-45, Domanda di Sussidio n. 10/9/P dell’8.10.44; in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 192).

 

32.Perillo Alfredo di Antonio e Ceccucci Elvira, cl. 11, n. a Esch sur Alzette (Lussemburgo) da genitori italiani; tenente-SS (SS-obersturmführer); vissuto all’estero sino al ’32, res. a Chiarino di Sotto (Trento), coniugato con Selko Guerrina “Rina”, cl. 16 (n. Laurana - Istria, res. Tiarno di Sotto in Val di Ledro - Brescia), con 2 figli; ufficiale d’artiglieria del Regio Esercito in s.p.e., poliglotta e perciò in missione in vari stati: Germania, Svizzera, Cecoslovacchia. Dopo l’8 settembre, ufficiale della GNR Contraerea, esperto della lingua tedesca, giunge a Bassano nell'agosto ’44, ufficialmente come interprete, traduttore e ufficiale di collegamento con i tedeschi (magg. Fraiss), di fatto trasforma l'UPI della GNR di Bassano, in un ufficio della BdS/SD tedesca; anche lui come Carità è un ufficiale e dirigente delle SS-SD. (in L. Capovilla e F. Maistrello, Assalto al Grappa. Settembre 1944, cit., pag. 103-109; in P. Gios, Il comandante “Cervo”, cit., pag. 219; in B. Gramola e R. Fontana, Il processo del Grappa, cit. pag. 184).

 

33. Pianegonda Wally, cl. 26, nata a Valli del Pasubio. Staffetta della “Garemi”. (in S. Residori, Il gueriero giusto e l’anima bella, cit., pag. 29, 33, 42 note, 55, 60, 73 note).

 

34. Piazza Victor di Ottavio, cl. 25, nato a Schio, residente a S. Antonio di Valli del Pasubio; figlio del generale della Milizia Ottavio Piazza. Maresciallo-SS (SS-hauptscharführer) ed ex partigiano, compaesano e amico di Walter Pianegonda “Rado”, Vice-commissario della “Pasubiana”. Dopo essere stato catturato in un rastrellamento (20 settembre 1944) aderisce alle SS tedesche del BdS-SD e collabora con la “Banda Carità”. E’ il maggior responsabile della cattura e deportazione a Bolzano della famiglia Pianegonda di Valli del Pasubio, mamma e sorelle di Walter; lo stesso giornodella loro cattura (18 novembre 1944), partecipa alla perquisizione e al relativo furto in casa Scalabrin a Fara. E’ lui la guida e l’informatore del BdS-SD che l’8-10 marzo 1945 accompagna il reparto della polizia altoatesina di Roncegno nell’azione che porta all’uccisione di “Freccia”, è sempre lui che a Roncegno sevizia i prigionieri, tanto da essere ricordato come il “boia di Roncegno”. Il 31 aprile-2 maggio ’45 è presente in zona durante l’eccidio di Pedescala. Giudicato dalla CAS di Vicenza, il 29 gennaio 1947 e condannato a 29 anni; il 19 dicembre 1947 la CSC di Roma annulla la sentenza e rimanda alla CAS di Brescia. (in ASVI, CAS, b. 8, fasc. Contabilità CAS, Sentenza C.S.C. Roma; in ASVI, CLNP, b. 15, fasc. 18 – Pratiche Politiche Questura, Denuncia di Gardellin Maria in Scalabrin, CLNP al capo Uff. PM, 18.12.45; in P. Rossi, Achtung banditen, cit., pag. 74-80, 101-103; in P. Savegnago e L. Valente, Il mistero della Missione Giapponese, cit., pag. 380-382; in B. Gramola, Magg. John P. Wilkinson “Freccia”: una morte senza misteri, cit., pag. 79, 88-92).

 

35. Piras Domizio di Cesare, da Roma. Fratello del comandante la BN di Bassano, Aldo Piras; sottotenente-SS (SS-untersturmführer) e torturatore del BdS-SD di Bassano diretto da Alfredo Perillo: il nome di Domizio Piras "è rimasto in queste contrade aureolato della peggior fama, non tanto di collaborazionista di primo piano coll'occupante e oppressore tedesco, quanto di zelatore senza pietà e misericordia"; torturatore "picchia dei ragazzi da Enego alla presenza divertita della Naldi" assieme al tedesco Tausch e al fascista Ragazzi. Catturato ai primi di settembre del 1944 dai partigiani di Campo Croce e imprigionato per 10 giorni, è liberato dai nazi-fascisti dopo il rastrellamento del Grappa e collabora al riconoscimento dei prigionieri alla Caserma “Monte Grappa”. Partecipa all'uccisione dei cinque patrioti di Mason avvenuta il 31 ottobre 1944 e all'omicidio di Tullio Campana, Leone Mocellin e Antonio Todesco avvenuto il 22 febbraio 1945 a S. Michele di Bassano. Dopo la Liberazione, pur rimanendo sempre latitante, è riconosciuto colpevole dalla CAS di Vicenzae condannato a morte mediante fucilazione alla schiena; il 7 giugno 1947 la Corte Suprema rigetta il ricorso; il 13 giugno 1948 la Corte d'Appello converte la pena di morte con quella dell'ergastolo con isolamento diurno; il 22 luglio 1959 il Tribunale di Vicenza dichiara estinti i reati per "effetto di amnistia in virtù dell'art. 1 lett. A D.P. n. 460 dell'11.7.59”. (in ASVI, CLNP, b. 11, fasc. 3 – Elenco iscritti PFR; in ATVI, CAS, Sentenza n. 84 del 1 luglio 1946, contro Ragazzi Rino; in Sentenza n. 154 del 30 settembre 1946, contro Domizio Piras e altri 20 imputati; in Federico Maistrello (a cura di), Processo ai fascisti del rastrellamento del Grappa, cit., pag. 67; in B. Gramola – R. Fontana, Il processo del Grappa, cit., pag. 57).

 

36.Raffaele Luciano. Sottotenente della Flak Italien, gruppo “caccia”, presso la Caserma Reatto di Bassano. Nei giorni precedenti alla Liberazione è con Perillo, la Naldi, Romanello e Zanotto a Bassano in partenza per Trento e Bolzano. (in B. Gramola – R. Fontana, Il processo del Grappa, cit., pag. 54).

 

37. Romanello Beniamino “Mino” di Pietro, cl. 25, nato a Este; proprietario della salumeria Balbi di Corso Padova a Vicenza. Agente della PAR, faceva parte con Zanotto della squadra speciale del capitano Polga: coinvolto, tre giorni dopo l’esecuzione di Polga, nell’omicidio dell’ agente ausiliario e patriota infiltrato Passamai e provoca l’arresto di Rosa Biscio. Collabora con l’uff. investigativo delle SS tedesche e quando viene licenziato dalla PAR, ufficialmente per inidoneità fisica (1.3.45), si arruola presso il Comando SS di Vicenza. Nei giorni precedenti alla Liberazione è con Perillo, la Naldi, Zanotto e Raffaele a Bassano in partenza per Trento e Bolzano. Arrestato dopo la Liberazione, è trasferito a S. Biagio il 10 giugno 1945 ma viene rilasciato già nell'agosto 1945. (in ASVI, CAS, b. 25, fasc. 1602; in ASVI, CLNP, b. 5, fasc. Tessere di Riconoscimento Reparto Agenti di PAR; in b.10, fasc. 8, Segnalazioni del CLNP all’Uff. Politico Questura del 16 e 26.5.45; in b. 11, fasc. 3, Elenco iscritti PFR; in b.15, fasc. Elenco persone rilasciate dall’Uff. Politico, Elenco detenuti usciti Caserma Sasso nel maggio ’45; in fasc. 2 – Pratiche Politiche, Procuratore del Regno: Elenco fascisti incriminati, 28.8.45 e Elenco detenuti discriminati, 29.8.45; in b. 18, fasc. Schede Matricolari Polizia Repubblicana).

 

38. Sacchelli Pietro di Zinante e Ermellina Vidi, cl. 21, nato e residente a Marina di Pietrasanta (Lucca), minatore, celibe. Già della Milizia in Toscana e GNR a Riese S. Pio X (Treviso), successivamente è caporal maggiore–SS (SS-unterscharführer) nelle SS Italiane di Villa Cabianca – 3° gruppo, ed in fine, con le SS Tedesche della “Banda Carità”. Dopo la Liberazione, arrestato con Frediani a Longa di Schiavon, è processato l'11 gennaio 1946, “imputati di collaborazionismo col tedesco invasore perché, appartenenti alla SS Italiana, partecipavano ad azioni anti-partigiane e di rappresaglia, quali quelle del Grappa, di Enego e Spineda di Riese (Treviso), in cui vennero catturati patrioti, prelevato ostaggi, saccheggiato e distrutte case”. Condannato a 10 anni di reclusione, al pagamento delle spese processuali, all'interdizione perpetua dai pubblici uffici e alla confisca dei beni, il 9 luglio 1946 la Sezione Speciale della Corte d’Assise di Vicenza concede l’amnistia sull’intera pena (d.l. 22.6.46, n. 4). (in ASVI, CLNP, b. 20, fasc. Sentenze CAS, Sentenza n.2 dell'11.1.46 contro Frediani, Sacchelli e Carli; in Il Giornale di Vicenza del 9 e 10 gennaio 1946).

 

39.Sasso Mario “Schena” di Giovanni e Caterina Xausa, da Laverda di Lusiana, cl. 20. Ha partecipato alla “battaglia di Granezza” ed è uno dei famosi “colonnelli” che firmano la destituzione di Giuseppe Dal Sasso “Cervo” da comandante della “7 Comuni”. Già comandante del “Distaccamento pedemontano” della Brigata “7 Comuni” (1^ e 2^ Compagnia del Btg. “Gnata”) e in collegamento diretto con il Comando Militare Regionale e Provinciale. L’11 febbraio 1945, viene catturato a Laverda dalla BN “Mercuri” e, torturato, denuncia 169 partigiani. E’ coinvolto nel rastrellamento di Maragnole del 13 febbraio 1945 e nell’arresto del partigiano Giovanni Battista Bizzotto; successivamente con la “Banda Carità” è a “Cabianca” di Longa, ed è lui che aiuta l’agente-SS Fanfani ad infiltrarsi nelle “Fiamme Verdi” gli ultimi giorni di aprile. (in P. Gios, Il Comandante “Cervo”, cit., pag. 209-221; in G. Vescovi, Resistenza nell’Alto Vicentini, cit., pag. 108).

 

40. Scaggiari Pietro “Regolo” di Giovanni e Rosina Chiesa, cl. 17, nato a Bassano del Grappa e residente ad Asiago; comunista e commissario politico della Brigata “Pino” della “Garemi”. (in G. Spiller, Treschè Conca e Cavrari terre partigiane, cit., pag. 183-187, 233).

 

41. Segato Carlo “Marco-Vincenzo”; da Altavilla, commissario della Divisione “Vicenza”; Medaglia d’Argento al Valor Militare. (in C. Segato, Flash di vita partigiana, cit., pag. 125-142; in B. Gramola e A. Maistrello, La Divisione partigiana Vicenza, cit., pag. 91; in E. Ceccato, Patrioti contro partigiani, cit., pag. 214; in N. Pozza, Più di cento prigionieri, cit.).

 

42. Sericati Bruno di Antonio e Caterina Blessale, cl. 23, nato e residente a Dueville, Via Sega 17; cognato di Carlo Zanin “Sericati” da Montecchio Precalcino. Dal 21 agosto 1944 aderisce con il fratello e il cognato al Terzo Reich presso il Comando Germanico di Vicenza, militando nelle SS Italiane come milite-SS (SS-mann) e prestando servizio a Villa Cabianca sino al 9 settembre 1944. Dal 16 settembre 1944 sono tutti e tre in servizio come "agenti segreti" presso la polizia tedesca di Milano. Nell’ aprile rientrano a Longa di Schiavon con la Banda Carità. E’ arrestato il 5 maggio 1945 e il 29 agosto 1945 risulta tra i detenuti politici senza nessuna accusa a carico. (in ASVI, CAS, b. 6, fasc. 489; in ASVI, CLNP, b. 15, fasc. 2 – Pratiche Politiche, Elenco detenuti presenti Caserma Sasso il 25.6.45, in fasc. 1, Procuratore del Regno: Elenco detenuti discriminati, 25.8.45; in ACD , serie S.M., b. S, fasc. Sericati B.; in ACSSMP, b. 3, Elenco iscritti PFR di Dueville, Agosto ’44; in Il Giornale di Vicenza del 29 agosto 1945).

 

43. Somaggio Rina, cl. 25, nata ad Altavilla Vicentina, staffetta del gruppo di Carlo Segato e della Divisione “Vicenza”. (in L. Bellina e M.T. Sega, Tra la città di Dio e la città dell’uomo, cit., pag. 340-341; in B. Gramola, Le donne e la Resistenza, cit., pag. 163-164; in R. Pranovi e S. Caneva, Resistenza civile e armata nel vicentino, cit., pag. 46; in S. Residori, Il gueriero giusto e l’anima bella, cit., pag. 18, 34, 38 note, 57, 58, 126, 128, 129; in N. Pozza, Più di cento prigionieri, cit.).

 

44. Tridenti Lina, nata a Pianezze, cl. 23 e residente a Vicenza, insegnante. E’ la staffetta di Giacomo Chilesotti “Nettuno-Loris”, (in B. Gramola, Le donne e la Resistenza, cit., pag. 163-188).

 

45. Varotto Silvio e Duethe Antonio. Questi due agenti del BdS-SD, sono catturati in Val d’Astico il 28 aprile 1945 e giustiziati il 3 maggio a Rotzo, sull’Altopiano dei 7 Comuni. Affermano di essere partiti da Padova il 28 aprile, in bicicletta, diretti a Trento. Giunti a Forni di Valdastico sono fermati dal partigiano Umberto Zaltro, per ordine di Germano Baron “Turco” comandante della “Pasubiana”; sono prima tenuti nascosti in una grotta e poi portati a Rotzo. Nel dopoguerra, in clima di “restaurazione”, della morte dei due vengono accusati i partigiani e patrioti: Claudio Dal Pozzo di Anselmo; Augusto Sella “Franz” di Giorgio; Giovanni Giacomelli “Tullio” di Augusto; i fratelli Giovanni e Carla Slaviero; Umberto Zaltro di Girolamo; Giovanni Giacomelli “Nembo” di Leonardo; Silvio Giacomelli di Silvio. Malgrado la sentenza dell’11 aprile 1950 dichiari il non doversi procedere contro gli otto imputati “per essere il reato estinto per amnistia”, anche in questa vicenda giudiziaria post-bellica, come in molte altre, si possono intravvedere sullo sfondo spiate, preti zelanti e giudici sul cui anti-fascismo è lecito dubitare. (in P. Gios, Controversie sulla Resistenza, cit., pag. 119, 134; in sentenza Tribunale di Venezia, 11 aprile 1950; in A. Galeotto, Bozza “Pasubiana” 2012).

 

46.Visconti Giuseppe, milanese. Già generale di brigata della Milizia Portuale, dalla primavera al dicembre 1944, come generale di divisione-SS (SS-Gruppenfüehrer), comanda la Scuola di Polizia e Controspionaggio delle SS Italiane di Villa Cabianca a Longa di Schiavon. (in ASVI, CLNP, b. 10, fasc. 8, Segnalazioni del CLNP all’Uff. Politico Questura del 24.5.45; in ACSSMP, b. 2, fasc. f.lli Doria, Memorie degli anni verdi; in R. Caporale, La Banda Carità, cit., pag 213-214; in S. Residori, Il massacro del Grappa, cit., pag. 99).

 

47. Zanin Antonio “Sericati” di Antonio e Maria Tagliapietra, cl. 16, nato a Chions (Pordenone) e residente a Montecchio Precalcino. Coniugato con Amabile Dal Zotto. Già Artigliere delle Guardie alla Frontiera, dopo l'8 Settembre 1943, raggiunge il fratello Carlo a Postumia, si associa alla RSI, al PFR e alla GNR. Dal 21 agosto 1944 aderisce con il fratello e il cognato al Terzo Reich presso il Comando Germanico di Vicenza, militando nelle SS Italiane come caporal maggiore SS (SS-unterscharführer) e prestando servizio a Villa Cabianca sino al 9 settembre 1944. Dal 16 settembre 1944 sono tutti e tre in servizio come "agenti segreti" presso la polizia tedesca di Milano. Nell’ aprile rientrano a Longa di Schiavon con la Banda Carità e alla Liberazione è arrestato con il fratello a Villa Cabianca. (in ASVI, Ruoli Militari; in ACMP-Ruoli Militari e Sussidi Militari).

 

48. Zanin Carlo “Sericati” di Antonio e Maria Tagliapietra, cl. 12, nato a Pramaggiore (Venezia) e residente a Montecchio Precalcino. Coniugato con Sericati Adalina e cognato di Bruno Siricati. Già della Milizia confinaria, dopo l’8 settembre 1943 continua a restare in servizio con i tedeschi, aderisce alla RSI, al PFR e alla GNR. Dal 21 agosto 1944 aderisce con il fratello e il cognato al Terzo Reich presso il Comando Germanico di Vicenza, militando nelle SS Italiane come milite-SS (SS-mann) e prestando servizio a Villa Cabianca sino al 9 settembre 1944. Dal 16 settembre 1944 sono tutti e tre in servizio come "agenti segreti" presso la polizia tedesca di Milano. Nell’ aprile rientrano a Longa di Schiavon con la Banda Carità e alla Liberazione è arrestato con il fratello a Villa Cabianca. (in ASVI, CAS, b. 6, fasc. 489, cnn – Elenco arresti 25.5.45; in b. 26, fasc. 1838, Interrogatorio “Villa” del 4.10.45; in ASVI, CLNP, b. 11, fasc. 3, Elenco componenti GNR e Elenco iscritti PFR; in b. 15, fasc. 2 – Pratiche Politiche, Elenco detenuti presenti Caserma Sasso il 25.6.4, in fasc. Elenchi persone rilasciate dall’uff. Politico, Procura del Regno: Elenco detenuti discriminati, 10.8.45; in ASVI, Ruoli Militari; in ACMP-Ruoli Militari e Sussidi Militari).

 

49. Zanotto Ugo di Ernesto, da Mossano. Già della PAR, con Beniamino Romanello faceva parte della squadra speciale del capitano Polga; successivamente passano nell’UPI-GNR e poi nel BdS-SD di Perillo. Risulta nell’elenco dei fascisti repubblichini disponibili a “mimetizzarsi” (ad entrare in clandestinità) in caso di occupazione Alleata. Dopo la Liberazione, è denunciato assieme a Foggi e Di Fusco per l’arresto, tortura e furto ai danni di Ramiro Bonato di Mossano, avvenuto il 28 dicembre 1944. Nei giorni precedenti alla Liberazione è con Perillo, la Naldi, Romanello e Raffaele a Bassano in partenza per Trento e Bolzano. (in ASVI, CLNP, b. 5, fasc. Tessere di Riconoscimento Reparto Agenti di PAR; in b. 10, fasc. 8, Segnalazioni del CLNP all’Uff. Politico Questura del 28 e 26.5.45; in b.11, fasc. 3, Elenco fascisti che intendono “mimetizzare” le loro famiglie e Elenco iscritti PFR; in b. 15, fasc. 7, Elenco fascisti fermati).

 

50. Zolin – Famiglia di Benvenuto e Caterina Manfron e dei loro tre figli: Silvio Zolin, Teresa Zolin (la “mamma dei partigiani”, con il marito Pesavento Girolamo di Stefano e 5 figli) e Antonia Zolin (con il marito Giovanni Marcolin, impiegato municipale e 6 figli). La loro casa è la famosa “Casetta rossa”, il “piccolo albergo” divenuto mitico nella Resistenza a sud di Thiene; il rifugio sicuro e ospitale dei partigiani della “Mazzini”, posto sulla strada che da Dueville porta a Novoledo, a sinistra, prima del ponte sul Torrente Igna. (in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 230-240; in B. Gramola, Le Donne e la Resistenza, cit., pag. 109-110; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 88).

 

51. Intervista a Mary Arnaldi a cura di Francesco Binotto – Benito Gramola in Quaderni della Resistenzavicentina, n°8, 2012.

In merito all’intervista a “Mary” Arnaldi contenuta nel testo sopra citato, non possiamo esimerci dal deplorare il comportamento di chi l’ha realizzata: screditare e strumentalizzare quanto testimoniato da una delle “memorie storiche” più lucide della Resistenza, non solo è intellettualmente discutibile, ma soprattutto ingiusto e offensivo nei riguardi di una grande donna qual è “Mary” Arnaldi. Un metodo di lavoro comunque non nuovo per Gramola e Binotto, che lo utilizzano ogni qualvolta qualcuno ha l’ardire di mettere in discussione le loro tesi o hanno l’opportunità di screditare un avversario.

“MARY”:“Ermes disse: ‹Sono stato da “Nino” Bressan a dire che alla Cabianca c’è Carità, che vuole consegnare il tesoro degli ebrei di Firenze›”.

La reazione degli intervistatori è sprezzante e nel contempo censoria …

G&B: “Carità in persona?”

“MARY”:“Si. […]”

G&B: “Carità era a Longa quel 27 aprile? Ci risulta che sia passato per Longa giovedì 26… più interessato a salvare la pelle che a salvare i quadri. […]” Stop! Si cambia argomento!

 

Ma non basta, con la sua testimonianza “Mary” si è permessa di demolire il “teorema” di Gramola e Binotto (“Carità fu a Longa il pomeriggio del 26 aprile e poi scappò [e] Carità ed “Ermes non s’incontrarono mai”), quindi và anche screditata come testimone: gli intervistatori, nelle note di fondo pagina, prendendo spunto dalle sei persone che “Mary” ricorda presenti al posto di blocco presso la curva “Dal Molin”, per sottolineare che il Dal Cengio in realtà non c’era, come testimoniato da Attilio Dal Cengio e dalla “sicura memoria” di Gino Gheller.

 

A parte il discutibile buongusto e la strumentale inconsistenza del problema, Binotto e Gramola sbagliano pure persona, confondono il dott. Michele Dal Cengio, con il figlio Attilio: il primo, allora medico condotto di Dueville, è presente alla curva “Dal Molin” perché venuto ad avvisare del saccheggio dei magazzini tedeschi da parte della popolazione; il secondo è allora un ventenne partigiano della “Loris”.

 

Binotto e Gramola non solo denigrano “Mary” come testimone, ma ponendole una domanda totalmente fuori tema, cercano anche di strumentalizzarla per diffamare il garibaldino “Riccardo”, il comandante della Brigata “Mameli” Roberto Vedovello:

 

G&B: Chilesotti portava lo zaino? “MARY”: Non ho mai visto i patrioti con lo zaino … portare lo zaino sarebbe stato come esporre il marchio, il segno “sono partigiano”.

 

 

E’ ovvio che “Mary” intende il portare lo zaino negli spostamenti in pianura, a Dueville, Povolaro, Novoledo… non certo in montagna, dove viceversa è indispensabile. Ma per Binotto e Gramola non è questo l’obiettivo: l’affermazione di “Mary” viene subito utilizzata per tentare di mettere in cattiva luce “Riccardo”:

 

G&B: Finita la guerra, nel novembre del 1950, Roberto Vedovello, il comandante della “Mameli”, chiese al Distretto Militare di Vicenza una “indennità perdita bagaglio”, avvenuta in località Granezza in uno scontro il 6 settembre 1944… e ottiene il rimborso.

 

Gettano il sasso, e lasciano che sia “Mary” a sbugiardare l’immorale garibaldino:

 

“MARY”: E’ la prima volta che sento che il Comandante della “Mameli” era a Granezza!”.

 

 

 

 

Dando noi per acquisito che in montagna si va con lo zaino (sic!), e premettendo che “Mary” in quei giorni di settembre non era a Granezza, stupisce invece che Gramola e Binotto, ritenuti grandi conoscitori della storia resistenziale vicentina, ignorino che “Riccardo” nel settembre 1944 è il comandante del Btg. “Urbani” dipendente dalla Brigata “Pasubiana” e non il comandante della Brigata “Mameli”, che inizierà a costituirsi solo dall’ottobre 1944. E stupisce che siano all’oscuro che “Riccardo” e i suoi uomini, dall’agosto 1944, dopo il rastrellamento contro la “Zona libera di Posina”, hanno il gravoso compito di “ospitare” e proteggere il Comando del Gruppo Brigate “Garemi” e la sua centrale radio clandestina.

 

 

 

Soprattutto sbalordisce che essi non sappiano, che il 29 agosto 1944, il Comando “Garemi”, sempre scortato da “Riccardo” e dai suoi uomini, da Breganze si sposta a Granezza per incontrare “Freccia”, e che il 4 settembre hanno un secondo incontro con “Freccia”, allargato ai comandi della “Mazzini” e della “7 Comuni”.

 

 

 

Sono i giorni che precedono il grande rastrellamento e alle prime avvisaglie il Comando “Garemi” e la Missione inglese si allontanano protetti e ospitati dal Btg. “Pretto” della “Pasubiana”, mentre “Riccardo” resta di “retroguardia” a Granezza ospite della “7 Comuni” e di alcuni amici, i fratelli Urbani: Francesco “Pat”, Antonio “Gatto”, Pierluigi “Pipi” e soprattutto Luisa “Juna”, sua futura moglie. “Riccardo” rimane in zona tanto che già il 10 settembre 1944, pochi giorni dopo il rastrellamento di Granezza, in località Kaberlaba di Asiago, partecipa con altri capi partigiani della “Garemi”, della “7 Comuni” e della “Mazzini” all’incontro per riorganizzare la Resistenza in Altopiano.

 

 

 

Probabilmente non si tratta solo di incompetenza, perché è lo stesso Gramola che in una precedente occasione scrive: “La “Relazione” della brigata [Mameli]… assicura una sua presenza al lancio della “Missione Freccia” e al rastrellamento di Granezza e così via. Ciò si può spiegare ammettendo la presenza di suoi partigiani agli episodi sopraddetti, entrati successivamente nella brigata”.[111]

 

 

 

Un’ultima segnalazione, utile anche per utilizzare i documenti d’archivio: a Vicenza, in Archivio di Stato, nel Fondo “Danni di guerra” si trovano decine di richieste d’“indennità per perdita bagaglio”, molte sono datate 6 settembre 1944 (Rastrellamento di Granezza), come quella di “Riccardo”, e con allegate le dichiarazioni dei rispettivi reparti (della “7 Comuni”, “Martiri di Granezza” e “Mameli”).

 

 

 

E’ utile precisare che queste indennità, previste dall’art. 15 del R.D.L. del 19 maggio 1941, n. 583, erano riservate agli ufficiali e marescialli del Regio Esercito Italiano, successivamente ampliate ai partigiani del Corpo Volontari della Libertà che hanno rivestito incarichi di comando ed equiparati in grado. (in ASVI, Danni di guerra, tra gli altri in b. 338, 339, fasc 23928, 23929, 23932, 23937, cnn; in IVSREC, f. 17, b. 2- HS6/848, British military mission Western Veneto, pag. 1-2; in Aramin (Orfeo Vangelista), Rapporto Garemi, cit., pag. 30- 62; in AAVV, In risposta al rapporto Garemi, cit., pag. 28-34; in P. Gios, Resistenza, Parrocchia e Società, cit., pag. 212; in A. Urbani, Anni Ribelli, cit., pag. 26-27, 73-79; in I. Mantiero, Con la brigata Loris, cit., pag. 74; in P. Gios, Il comandante “Cervo”, cit. pag. 80, 91, 165; in G. Giulianati, a cura di L. Carollo, Fra Thiene e le colline di Fara, cit., pag. 49-50; in L. Carollo, Dall’Isonzo al Chiavone, cit., pag. 71; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 11, 101-103 e note 4, 93 e 94; in B. Gramola, Intervista a Christopher Woods “Colombo”, cit., pag. 32; in E. Ceccato, Freccia, una missione impossibile, cit., pag. 14, 21, 29-31; in J. Fraccaro, Breganze 1943-45, Quaderni Breganzesi n. 6, cit., pag. 31-34). 52. Il Partigiano. Giornale dei partigiani del Grappa, n°3.

 

 

 

Tra le molte imprecisioni dell’articolo su Il Partigiano, per altro giustificate perché scritte come “scoop” giornalistico post-bellico, rileviamo:

 

 

 

1- l’articolo narra che gli ex prigionieri di “Cabianca”, vestiti da SS Italiane, partono da Longa per Marostica con il “camion del tesoro”, viceversa Disma Martin racconta che a Marostica ci sarebbero andati con un camioncino e non parla di tesoro, mentre nel suo libro Roberto Caporale afferma che il camion con rimorchio, diretto a Trento, sosta a Longa per scaricare il “Tesoro” e poi riparte;

 

2 – l’articolo racconta che i prigionieri di “Cabianca”“stanno caricando su un camion il tesoro della sinagoga di Firenze”, viceversa Disma Martin afferma che sono obbligati a“caricare del materiale sui loro automezzi, soprattutto armi e munizioni”, niente “Tesoro”;

 

3 - l’articolo parla dell’intervento risolutore di Licini che obbliga Carità a trattare, ma Disma Martin non ne parla, ma afferma che “quando loro se ne andarono, noi ci armammo”;

 

4 – nel racconto di Disma Martin e nell’articolo su Il Partigiano si afferma che uomini della X^ Mas bloccano il camion con gli ex prigionieri e i disertori della Banda “Carità” all’entrata di Marostica, ma nonostante i “nostri” si fingano degli irriducibili fascisti, il comandante della X^ Mas racconta loro di essere in trattative con il CLN per collaborare con i partigiani, e poi li lascia tornare alla “Cabianca”…strani comportamenti per poterli considerare credibili.

 

 

 

Per Gramola e Binotto questo articolo de Il Partigiano è comunque un documento attendibile, dove “emergono notizie interessanti: che Carità fu a Longa il pomeriggio del 26 aprile e poi scappò; che “Ermes” non incontrò mai Carità”, in altre parole è credibile solo perché conferma il loro “teorema”.

 

 

 

Ma non è stato lo stesso Gramola che ha scritto ironicamente di Egidio Ceccato: “… allo storico di valore competono i “teoremi” e le deduzioni; le prove … si troveranno e poi non sono importanti”. (in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 11-12; in B. Gramola, Memorie partigiane, cit., in B. Gramola, La storia della “Mazzini”, cit., pag. 133). 53. X^ Mas - Btg. “Valanga” o “Tarigo”, nasce da un gruppo riunitosi autonomamente, che nell'aprile '44 confluisce nella X^ Mas; è una significativa anomalia di alpini di marina; un’altra particolarità è la Compagnia di stanza a Marostica, che guidata dal sottotenente Raffaele La Serra, è composta da ex partigiani ed ex prigionieri politici. (in ASVI, CLNP, b. 11, fasc. 31, Segnalazione Uff. I – CLNP a Comando Distretto Militare di Vicenza del 24.8.46, Col. Rodella L.; in L. Valente, Dieci giorni di guerra, cit., pag. 233-234; in R. La Serra, Lo sprecato, cit., pag. 276-299).

 

 

 

54. X^ Mas - 2° e 3° Gruppo d’Artiglieria “Da Giussano” e “S. Giorgio”; dopo aver combattuto in Venezia Giulia, queste unità rientrano in Veneto, a Bassano del Grappa, nel marzo ’45.

 

55. Missione militare italiana “Marino Rocco Service” (MRS): “…La M.R.S., agli ordini del Comando Alleato tramite la n.1 Special Force operante in territorio nemico, era una missione clandestina, che aveva come scopo di tenere i contatti con gli Alleati, servendosi di radiomessaggi per informarli della situazione nell’Italia Nordorientale, per concordare i lanci paracadutati di uomini, vestiario, materiali per il sabotaggio, armi, munizioni, soldi, … Essa riuscì a non farsi individuare dall’ottobre ’43 alla Liberazione, anche se a pena di fatiche, perdite, sacrifici individuali non indifferenti …”. (in E. Rocco, Missione “MRS”, cit).

 

56. "Kommando Andorfer" è un "Meldekopf" (letteralmente "punto o centro di raccolta"), una piccola unità mobile, un "kampfgruppe" della BdS-SD, un gruppo della Polizia di sicurezza incaricato della raccolta di informazioni e della repressione anti-partigiana, che dipende direttamente dal comando superiore della Sichereitspolizei di Verona. E' uno dei più famosi e ha sede dal settembre ’44 a Rovereto (villa Maffei) e a Roncegno in Valsugana (Trento), dove si avvale di una sezione della “Banda Carità”. Diretto dai tenenti-SS Herbert Andorfer e Fauchtinger, partecipa anche al rastrellamento del Grappa, in strettacollaborazione con le truppe del ten. colonnello Karl Dierich del Luftwaffe (Sicherheits Regiment 36 Italien): da Quero partono all'attacco del Monte Madal e travestiti da “ribelli” gli uomini di Andofer assalgono di sorpresa comandi e reparti partigiani. Operativamente il Kommando Andorfer lo troviamo in Lombardia, in Liguria (marzo ’44 - strage della Benedicta) e nelle Marche (giugno-luglio ’44). Alla fine di luglio il reparto è assegnato al Comando dell’aviazione tedesca in Italia (Luftflotte 2): dislocato a Parma, entra in azione tra Liguria ed Emilia nella serie di operazioni di rastrellamento denominate Wallenstein, dall’agosto alle prime settimane del febbraio 1945, è a Rovereto e Roncegno.

Herbert Andorfer è austriaco, nato a Linz nel 1911, di professione segretario d’albergo, iscritto al partito nazionalsocialista dall’ottobre del 1931 e membro delle SS dal settembre 1939. La sua biografia è interessante non tanto per la lunga e crudele carriera militare, uguale a quella di tanti altri nazisti, ma in relazione alle modalità con le quali è attuato gran parte del massacro del Grappa. Nel 1941 il sottotenente-SS Andorfer è inviato in Serbia e addetto al reparto III (SD) del Comando superiore della Sicherheitspolizei di Belgrado e a fine gennaio del 1942 è nominato comandante del Campo di Sajmište (“Fiera”, in serbo). Nell’autunno del 1943 viene promosso tenente-SS e a partire da quella data egli opera in Italia alla guida del Kommando Andorfer. (in S. Residori, Il massacro del Grappa, cit., pag. 74-76; in L. Gardumi, Feuer!, cit., pag. 40).

 

NOTE

 

1 In F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit..

2 In E. Ceccato, Patrioti contro partigiani, cit.; in U. De Grandis, Il caso “Sergio”, cit..

3 Le SS-Italiane non sono un corpo della RSI, ma del Terzo Reich tedesco; si proclamano apertamente naziste, ammiratrici della Germania di Hitler al punto di giurare fedeltà al nazismo, alla Germania, non all’Italia. Il comando operativo delle SS Italiane è affidato al generale tedesco Peter Hansen Tschimpke.

4 In ASVI, CAS, b. 26, fasc. 1838, Deposizione Comandante “Villa” del 4.10.45; in ASVI, CLNP, b. 15, fasc. 19 – Varie, CLN Mandamentale di Bassano al Procuratore del Regno del 6.10.45; in b. 16, fasc. M, CLNR Veneto a Comitato Orfani di Guerra del 27.6.45; in B. Gramola e R. Fontana, Il processo del Grappa, cit. pag. 60.

5 Uniformi delle SS-Italiane: l’equipaggiamento era scarso e vario, frutto delle rimanenze dei magazzini tedeschi e italiani. La giubba era quella italiana, i pantaloni erano modello rotondo (rundbundhosen) dei paracadutisti o quelli del regio esercito. Le divise, a differenza delle SS-Tedesche, ebbero inizialmente mostrine rosse. I gradi erano ordinati secondo la gerarchia tedesca. Sui berretti e sugli elmetti il “teschio d’argento” e le due SS stilizzate dipinte in vernice bianca. Unici segni distintivi: un’aquila su fascio littorio romano (per evidenziare la propria nazionalità), sostituito verso la fine del 1944 con simbolo delle tre freccie incrociate racchiuse in un cerchio da portare sulla mostrina destra. Sul cinturone la sinistra fibia con il teschio incrociato dalle ossa. La Scuola delle SS Italiane, seleziona i suoi primi uomini tra l’ex Milizia Portuaria; l’organizzatore è il generale di divisione-SS (SS-gruppenfüehrer) Giuseppe Visconti, e a esso fanno subito seguito in scala gerarchica i sottotenenti: Antonio Nalin, Ernesto De Gasperi, Virgilio Corso, Orlando Boranga, Mario Minozzo, Primo Da Rold e Tagliabue.

“Cabianca” non ha scopi solo didattici, ma al proprio interno agisce anche un ufficio operativo di spionaggio, l’Ufficio “Informazioni”, che raccoglie le notizie, le divide, le traduce in tedesco e le passa al competente Servizio Informazioni delle SS tedesche, il BdS-SD, il cui Comando in Italia ha sede a Verona.

 L’Ufficio “Informazioni” di “Cabianca” opera in tutto il territorio italiano, occupato dai tedeschi e dagli Alleati, e negli archivi della Villa si ammucchiano informazioni sullo stesso Mussolini, sul Pontefice, sui massimi gerarchi hitleriani e su alti ufficiali della Wehrmacht in Italia.

6 In R. Caporale, La Banda Carità, cit., pag. 208 e 212.

7 In B. Gramola, La Storia della “Mazzini”, cit., pag. 132-133; in M.A. Pigatti Ranzoli, Giacomo Chilesotti, cit., pag. 139; in B. Gramola, Fraccon e Farina. Cattolici nella Resistenza, cit., pag. 132-134; in U. De Grandis, Malga Silvagno, cit., pag. 360-365; in U. De Grandis, Il “caso Sergio”, cit., pag. 258-271; in E. Ceccato, Patrioti contro Partigiani, cit., pag. 211-246, 268, nota 80; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit.; in Il Presente e la Storia, di Marco Ruzzi, L’apparato militare della RSI, cit.,pag. 145-146 e nota 56-57 e 58. Una confusione che non si limita a ignorare la differenza sostanziale esistente tra SS Italiane e Tedesche, o tra altri corpi militari coinvolti nella nostra vicenda, ma che confonde, ad esempio, anche il “Corpo di Sicurezza Trentino” con la “polizia bolzanina”, cioè le SS della Polizeiregiment, l’Ordnungspolizeiregiment, formati da altoatesini. Benito Gramola, nella confusione generale, riesce comunque a distinguersi, negando persino l’esistenza del gen. Giuseppe Visconti, capo della potente organizzazione d’intelligence delle SS Italiane .

8 In ASVI, CLNP, b. 11, fasc. 31, cnn – Segnalazione Uff. I – CLNP a Comando Distretto Militare di Vicenza del 24.8.46, colonnello Rodella L.; in L. Valente, Dieci giorni di guerra, cit., pag. 233-234, 422, nota 144.

9 In L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit, pag. 261.

10 In R. Caporale, La Banda Carità, cit., pag. 200-208, 215-218; in E. Ceccato, Patrioti contro partigiani, cit., pag. 211-214.

11 In ASVI, Danni di guerra, b. 282, fasc. 19049, doc. del 13 e 22.1.45, con firma e grado tedeschi di Castellari e Usai, timbro BdS-SD/SD – Banda Carità; in Il Giornale di Vicenza del 8.3.46, pag. 2. Nel processo di Vicenza del 7.3.46 contro Umberto Usai, il prof. Giustino Nicoletti, arrestato e seviziato, e poi condotto a Padova, afferma che a Villa Giusti gli uomini del maggiore Carità prestarono, il 31 gennaio 1945, giuramento di fedeltà per la vita e per la morte a Hitler; il teste ha avuto notizia che analoga cerimonia si sarebbe svolta a Vicenza con la partecipazione dell'imputato. In vari documenti è possibile rilevare il timbro del BdS-SD tedesco assegnato alla “Banda Carità” e le firme di uomini di Carità con il grado ricoperto nelle SS tedesche.

12 In ASVI, Danni di guerra, b. 282, fasc. 19049, Conferma d’alloggio (Quartierbescheinigung). Alloggio di 5 stanze al 2°piano di Villa Meschinelli, in Via Legione Gallieno, n.18, a Vivenza, dal 1.11.44 al 28.2.45, come alloggio privato del capitano-SS (SS-Hauptschrfuehrer) Aldo Castellari “Pescucci”, controfirmato dal sottotenente-SS (SS-Untersturmfuehrer) Umberto Usai dell’BdS-SD-SD/Italienische Sonderabteilung (Banda Carità).

13 In IVSREC, b. 43, Biglietto di Silva a Loris; in E. Ceccato, Patrioti contro partigiani, cit., pag. 211-212.

14 In I. Mantiero, Con la brigata Loris, cit., pag. 184; in R. Caporale, La Banda Carità, pag. 208-212; in ISTREVI, intervista a R. Vedovello; in ACSSMP, Testimonianze, intervista a R. Vedovello e P. Gonzato. Questo documento-elenco faceva parte del materiale recuperato da “Riccardo” Roberto Vedovello, nell’azione del 24 aprile 1945 a Lupia di Sandrigo.

15 In IVSREC, Public Record Office, War Office, b. 204, fasc. 7299, Barograph, 26th April [1945]; in E. Ceccato, Patrioti contro Partigiani, cit., pag. 235.

16 In C. Gentile, Intelligence e repressione politica, cit..

17 In ASVI, CLNP, b. 25, fasc. Varie 1, cnn – Div. Vicenza a CLNP del 23.5.45; cnn-Com. Ebraica di Firenze a CLNP; cnn- CLNP a Com. Ebraica Firenze e EGELI; cnn-EGELI a Prefettura, Questura VI, BZ e MI, CLNP; in T.D. Baricolo, Ritorno a Palazzo Giusti, cit., pag. 9-10, 213-214. “Il Tesoro”: “Erano grandi casse sigillate contenenti il tesoro della Sinagoga, preziosi quadri trafugati da una galleria d’arte, mobili ed altre cose, rubate a Firenze dal magg. Carità e dallo stesso consegnati negli ultimi giorni di guerra a Vicenza al suo sottoposto, il tenenente Usai; il quale su ordine di Carità, procurò un camion con rimorchio, su cui fece caricare il tesoro con sacchi di documenti, che Carità voleva portare con sé al nord. Usai, preferendo andare a Padova, consegnò a sua volta il tutto a Licini, che portò il carico a Villa Cabianca” .

18 Pharmakos, era il nome di un rituale largamente diffuso nelle città greche, simile a quello del capro espiatorio, che mirava ad ottenere una purificazione mediante l'espulsione dalla città di un individuo chiamato pharmakos (qualcosa come "il maledetto").

19 In R. Caporale, La Banda Carità, cit., pag. 356. Per la storiografia neofascista si veda: in G. Pisanò, Gli ultimi in grigioverde, cit; in G. Rocco, Con l’onore per l’onore, cit., pag. 219; F. Germinario, L’altra memoria, cit.; M. Tarchi, Esuli in patria, cit.; M. Tarchi, Cinquant’anni di nostalgia, cit.

20 “Cani da sangue”: i cani da traccia, detti anche da sangue, sono cani specializzati per essere impiegati come “limiere” per tracciare la selvaggina; per forzare lentamente gli animali come nella “girata”; tracciatori del sangue per recuperare gli animali feriti. Sono cani che hanno come metodo di lavoro lo scovo e l’inseguimento … di ogni forma vivente.

21 In ASVI, CLNP, b. 15, fasc. 18–Questura, Pratiche Politiche, Relazione Donato Salvatore, da CLN Mand. Bassano a Procuratore del Re, 16.8.45, e in fasc. Denunce a Capo Uff. PM – Pro-memoria per Ministro Togliatti, 15.1.46; in B.

Gramola, R. Fontana, Il processo del Grappa, cit., pag. 80.

22 In T. Dogo Baricolo, Ritorno a Palazzo Giusti, cit., pag. 84-85, 167-171, 217.

23 In T. Dogo Baricolo, Ritorno a Palazzo Giusti, cit., pag. 162-163; in R. Biondo e E. Ceccato, Botta e risposta, cit., pag. 213-211.

24 In E. Ceccato, Freccia, una missione impossibile, cit.; in U. De Grandis, Il “Caso Sergio”, cit., pag. 220, 247-256; in B. Gramola, Magg. John P. Wilkinson “Freccia”, cit., pag. 5; in Amici Resistenza Thiene, “Freccia”, cit.

25 In ASVI, Danni di guerra, b. 350, fasc. 24986; in T. Dogo Baricolo, Ritorno a Palazzo Giusti, cit., pag. 162-163.

26 In C. Saonara, Politica e organizzazione della Resistenza armata, cit., pag. 116-117; E. Ceccato, Freccia, una missione impossibile, cit., pag. 91-92; in U. De Grandis, Il “Caso Sergio”, cit., pag. 248; in B. Gramola, Magg. John P. Wilkinson “Freccia”: una morte senza misteri, cit., pag. 54-61.

27 In B. Gramola, La storia della “Mazzini”, cit., pag. 88-89, nota 189.

28 In R. Caporale, La “Banda Carità”, cit., pag. 314-315.

29 In ACSSMP, file: Rastrellamenti e rappresaglie, Rotzo, 31 dicembre 1944, 1 gennaio 1945. Bruno Pellizzari “Reno”, Giacomo Spagnolo “Auto”, Matteo Spagnolo “Sciroppo”, Antonio Costa “Bassano”, Onorio Dal Pozzo “Sauro”, Giorgio Stefani “Orlando”, Elvezio Simonelli “Simone”.

30 In ACSSMP, file: Rastrellamenti e rappresaglie, S. Pietro Valdastico, 7 gennaio 1945; in G.E. Fantelli, La Resistenza dei cattolici nel padovano, cit., pag. 86; in E. Ceccato, Freccia, la missione impossibile, cit., pag. 132.

31 Giuseppe Bonifaci “Bepi de Marco”, don Antonio Rigoni “Snaco” e altri.

32 In AIVSREC, b. 2, Biglietto di “Pigafetta” per “Silva”, 27 febbraio 1945; in E. Ceccato, Freccia, una missione impossibile, cit., pag. 125; in ACSSMP, File Archivio polizia repubblichina e reparti tedeschi, SS…

33 In AIVSREC, b. 15, Lettera di “Nino” Bressan a “Serena”, 14 febbraio 1945; in E. Ceccato, Freccia, una missione impossibile, cit., pag. 125-126.

34 In ACSSMP, Rastrellamenti e rappresaglie: Laverda di Sarcedo, 11 febbraio 1945 e Crosara di Marostica, 15-16 febbraio 1945; in P. Gios, Il comandante “Cervo”, cit., pag. 212.

35 In G. Bonvicini, Decima Marinai, cit., 184-189; in R. La Serra, Lo sprecato, cit. Si veda come esempio il caso, già trattato nel precedente capitolo, del partigiano di Montecchio Precalcino Giuseppe Limosani inserito in un reparto della X^Mas, il Btg. Fulmine.

36 In ASVI, Danni di guerra, b. 285, fasc. 19268, cnn. Il ponte sul Brenta di Friola di Pozzoleone era già stato distrutto nel bombardamento del 9 gennaio ’45, e sostituito da una passerella a pelo d’acqua, a sua volta bombardata il 24 aprile ’45; in quei giorni pioveva e i corsi d’acqua erano in piena.

37 In F. Binotto - B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti; in E. Ceccato, Patrioti contro partigiani, Freccia una missione impossibile e in U. De Grandis, Il caso “Sergio”. Se da Ceccato e De Grandis, “Ermes” e “Zaira” sono messi più volte alla sbarra perché ritenuti fautori dello scellerato patto, meno coerente è il comportamento di chi, come Binotto e Gramola, si dichiarano “difensori” del partigianato cattolico e moderato. Sta di fatto che Gramola non è la prima volta che getta gravi sospetti anche su “Ermes”; lo ha già fatto, ad esempio, quando scrive: “a Longa, nella Villa Cabianca, non c’erano “truppe”, al massimo uno sparuto numero di SS Italiane e di agenti della Banda Carità desiderosi di arrendersi e di collaborare. Il tesoro poteva costituire un buon obiettivo, ma la resa di pochi fascisti valeva poco. “Ermes”, che proveniva proprio da Longa, queste cose le doveva sapere bene” (in Storia della Mazzini, cit., pag.132-133). Le assonanze tra questi “storici di valore” non finiscono certo qui, ad esempio Egidio Ceccato ha tacciato Italo Mantiero “Albio” di essere “intermediario tra Malfatti e la Banda Carità” e Valentino Filato “Villa” di essere “fra i collaboratori della banda Carità” (in E. Ceccato, Patrioti contro partigiani, cit., pag. 212 e 217-218). Dispiace solo che ritrattazioni pubbliche di tali vergognose diffamazioni ci siano di rado, e comunque troppo blande, come quella di Ceccato in Venetica, Il tempo della festa, cit., pag. 221.

38 In P. Gios, Il Comandante “Cervo”, cit., pag. 218-219; in ATVI, Fascicolo Licini, Istanza di Giuliano Licini al CLNP di Vicenza – Magg. Malfatti del 8 maggio 1945, copia in ACSSMP, file “Banda Carità - Giuliano Licini”; copia in ACSSMP, elenco componenti Scuola-SS di Cabianca.

39 In T. Dogo Baricolo, Ritorno a Palazzo Giusti, cit., pag. 162-163.

40 In P. Snichelotto, Kukkasnea, cit., pag. 144; in G. Pupillo, Una giovinezza difficile, cit., pag. 234-235; in P. Gios, Il Comandante “Cervo”, cit., pag. 219.

41 In Archivio prof. Alberto Galeotto, testimonianza-intervista registrata a Ferruccio Manea “Tar”, Malo (Vi) 1990.

42 In IVSREC, b. 66, fasc. 8, Relazione storica della Brigata “Martiri di Granezza”; in E. Ceccato, Patrioti contro partigiani, cit., pag. 239.

43 In F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 11-12.

44 In L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit., pag. 259; in B. Gramola, Fraccon e Farina, cit., pag. 132.

45 In E. Ceccato, Patrioti contro partigiani, cit., pag. 237.

46 In R. Caporale, La Banda Carità, cit., pag. 328-329, 334-336.

47 In F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit..

48 Il Partigiano. Giornale dei partigiani del Grappa, n°3. Approfondimenti al Cap. III.

49 In F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 11-12; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 49-

50; in R. Caporale, La Banda Carità, cit., pag. 328. - Vedi in Approfondimenti Cap. III°: Il Partigiano. Giornale dei partigiani del Grappa, n°3.

50 In R. Caporale, La Banda Carità, cit., pag. 328-329, 334-336.

51 In T. Dogo Baricolo, Ritorno a palazzo giusti, cit., pag. 173; in E. Ceccato, Patrioti contro partigiani, cit., pag. 289.

52 In Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit., pag. 33.

53 In L. Capovilla e F. Maistrello, Assalto al Grappa. Settembre 1944, cit., pag. 96-97.

54 In AIVSREC, b. 66, Relazione storica della Brigata Martiri di Granezza.

55 In ACSSMP, b. 2, fasc. f.lli Doria, Memorie degli anni verdi, cit..

56 In Istituto Geografico Militare, Mappe d’Italia 1:25.000 1935: Foglio 37 – Marostica, Tav. III S.E.; in ASVI, Catasto Italiano 1935-39, Comune di Schiavon, Sez. B, F° 2. La Strada Provinciale “Marosticana” nel 1945 passa per il piccolo centro di Longa e costeggia per circa 500 m le mura che delimitano il lato ovest dell’ampio parco di Villa Cabianca; l’entrata principale della Villa, in via Peraro, dista meno di 100 m dal centro di Longa e quindi dalla “Marosticana”.

57 In F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 11-14.

58 In ACSSMP, b. 13 – Div. “Garemi”, di Alberto Galeotto, Bozza “Pasubiana”, Vicenza 2012.

59 In L. Valente, Dieci giorni di guerra, cit.

60 In F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 11-14, 102-104. Vedi in Approfondimenti Cap.: Intervista a Mary Arnaldi.

61 In ASVI, Catasto Italiano 1935-39, Comune di Sandrigo, Foglio 6 e 13; in Istituto Geografico Militare, Foglio 37 delle Mappe d’Italia (1:25.000), Marostica, Tav. III S.E. 1935 e Foglio 50 delle Mappe d’Italia (1:25.000), Sandrigo, Tav. IV N.E. 1935. Nel 1945 la Strada Provinciale “Marosticana” attraversa il centro di Sandrigo - da occidente a oriente: Via S. Gaetano, Via 4 Novembre, Piazza Vittorio Emanuele, Piazzetta Garibaldi e Via Roma.

62 In ASVI, Catasto Italiano 1935-39, Comune di Sandrigo, Foglio 6 e 13; in Istituto Geografico Militare, Foglio 50 delle Mappe d’Italia (1:25.000), Sandrigo, Tav. IV N.E. 1935.

63 In L. Valente, Dieci giorni di guerra, cit., pag. 220-221.

64 Il torrente Astico, al guado di Lupia, da circa 1500 metri è “fiume”, cioè ha tutto l’anno acqua corrente. In quei giorni, comunque, tutti i corsi d’acqua sono in piena per le insistenti piogge e il guado quasi certamente è stato potenziato con l’ausilio di grate in cemento armato che ne permettono, come una passerella a pelo d’acqua, l’attraversamento. E’ questa una tecnica spesso utilizzata dalla Todt per permettere di guadare i corsi d’acqua i cui ponti sono stati distrutti e nel contempo nascondere all’aviazione nemica il possibile guado. Esempi simili li troviamo anche presso i ponti sull’Astico di Passo di Riva e Breganze.

65 In Istituto Geografico Militare, Foglio 50 delle Mappe d’Italia (1:25.000), Sandrigo, Tav. IV N.E. 1935 e Dueville, Tav. IV N.O. 1935.

66 La casa colonica “Marenda” è la storica abitazione della famiglia Marenda, i “Custodi delle Sorgenti”, cioè delle “Vecchie sorgenti di Dueville”, così chiamate da sempre per antonomasia, ma in Comune di Villaverla, e centro di approvvigionamento idrico dal 1888 del primo acquedotto del Comune di Padova.

67 La curva “Dal Molin” è una curva a 90°, da Dueville verso destra, da cui si dirama a sinistra una strada di campagna (Via Boscomezzo) che porta prima alla fattoria Dal Molin, più avanti alla fattoria Crestani e all’interno della zona detta il “Bosco”: un’area ricca di risorgive o fontanili e corsi d’acqua, che costituiscono parte del sub-bacino idrografico che alimenta il fiume Bacchiglione; una zona allora ricchissima di vegetazione, isolata, poco coltivata e poco abitata; un ambiente ideale che si prestava benissimo come base partigiana e per ricevere gli aviolanci Alleati. La curva “Dal Molin” è oggi tagliata fuori dalla nuova strada principale, ma è ugualmente e facilmente individuabile (in Istituto Geografico Militare, Foglio 50 delle Mappe d’Italia 1:25.000, Dueville, Tav. IV N.O. 1935).

68 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit, pag. 88; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 17-18 e 21. – Binotto e Gramola, nel continuo tentativo di dimostrare come improvvisato il viaggio dei Comandanti, si inventano di sana pianta un arrivo di “Sergio”, “Proprio al momento della partenza”. Viceversa, “Sergio” e “Ottaviano” incontrano “Ermes” e Nalin poco dopo il loro arrivo alla curva “Dal Molin”, circa alle ore 10,00, e quindi circa cinque ore prima della partenza da Dueville per Longa di Schiavon.

69 In L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit, pag. 242-243.

70 In L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit, pag. 261.

71 In B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 88.

72 In L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit., pag. 261.

73 In Il Patriota, del 19.1.1946, articolo di Angelo Fracasso, Invito ad Ermes Farina, cit.; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 23, 37-38; in G. Pendin, la Resistenza 40 anni dopo, cit., pag. 47-48 L’automobile è stata sequestrata dai partigiani al mattino del 27 presso il posto di blocco organizzato alla curva “Dal Molin”, e prima dell’arrivo di “Ermes” e Nalin; secondo Angelo Fracasso “Angelo” (futuro comandante della “M. Ortigara”), presente al fatto, sono catturati anche “due ufficiali della Gestapo [quindi BdS-SD] che erano a bordo” e un “maresciallo autista”. Anche in questo caso Binotto e Gramola minimizzano: “L’auto era stata sequestrata … ad un gruppo di tedeschi”.

74 In Archivio. Rivista sulla storia di Thiene, articolo di R. Corrà, Giacomo Chilesotti, nel centenario della nascita, cit..

75 In L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit., pag. 263.

76 In B. Gramola, Le donne e la Resistenza, cit., pag. 186-187 e nota 136. Contrà Convento era allora isolata nella campagna e raggiungibile tramite una laterale di Via S. Maria (ora una capezzagna abbandonata, all’altezza del n. civico 27); oggi è assorbita dall’abitato in via S. Giovanni; la casa dell’Angelina c’è ancora, è di color giallo paglierino e porta il n. civico 60.

77 In E. Ceccato, Patrioti contro partigiani, cit., pag. 219-221, 232, 238-240, 324-325; in U. De Grandis, Il caso “Sergio”, cit., pag.258, 266; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 17-18, 21, 25; in B. Gramola, Memorie Partigiane, cit., pag. 88. Binotto e Gramola oltre a inventarsi un arrivo all’ultimo istante di “Sergio”, che “volle essere subito della compagnia” , minimizzano la presenza di “Zaira”, “partigiana marosticense desiderosa di rientrare a casa”.

78 In B. Gramola e A. Maistrello, La Divisione partigiana “Vicenza”, cit., pag. 54-55.

79 L’orario è calcolato sulla base del fatto che “Zaira” viene avvisata dell’appuntamento con i Comandanti alle ore 14:00.

80 In ASVI, Catasto Italiano 1935-39, Comune di Dueville, Sez. A, Fogli 2, 3 e7; in Istituto Geografico Militare, Foglio 50 delle Mappe d’Italia 1:25,000, Dueville, Tav. IV N.0. 1935; in Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit., pag. 28; in L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit., pag. 262. L’incrocio in questione nel 1945 è in aperta campagna e, eccettuata un’unica casa all’angolo tra Via S. Fosca e Via 28 Ottobre (ora Via Rossi), le altre abitazioni distano qualche centinaio di metri: in Via S. Anna la prima costruzione si trovava a circa 150 m; in Via S. Fosca, i cimiteri e la chiesetta sono a circa 200 m; in Via 28 Ottobre (ora Rossi) il Villino Maccà e la Fattoria Martini “Petenea” distano quasi 300 m; in Via Morari (ora Pasubio) la prima abitazione era distante 250 m; il caseificio di Contrà Molina (ora via M. Ortigara) dista in linea d’aria 175m.

81 In ASVI, Catasto Italiano 1935-39, Comune di Dueville, Sez. A, Fogli 2.

82 In Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit., pag. 27-28; in ASVI, Danni di guerra, b. 277, fasc. 18788. “Zaira” testimonia che “La sera del 26 aprile Dueville subisce un bombardamento, e noi fummo costretti a passare la notte nei campi. Per la stanchezza, nel primo pomeriggio del giorno seguente andammo a riposare…verso le due, fui chiamata…”.

83 In Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit., pag. 28.

84 In L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit., pag. 262-263.

85 Foto: in P. Savegnago, Le organizzazioni Todt e Pöll, Vol. II, cit., pag163.

86 Foto: in Archivio Renzo “Neno” Salgarollo - Mostra Fotografica Barchesse Monza 2011-2013.

87 In Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit., pag. 28; in B. Gramola, Fraccon e Farina. Cattolici nella Resistenza, cit., pag. 133; in I. Mantiero, Con la Brigata Loris, cit., pag. 194; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 24.

88 In L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit., pag. 262; in Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit., pag. 27-28; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 21-22, 83.

89 In Istituto Geografico Militare, Foglio 50 delle Mappe d’Italia 1:25.000, Dueville, Tav. IV N.O. 1935 e Sandrigo Tav. IV N.E. 1935.

90 In B. Gramola, Le donne e la Resistenza, cit., pag. 186-187. Questa dichiarazione di Lina Tridenti è rilasciata nell’intervista raccolta dallo stesso Benito Gramola.

91 In L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit., pag. 263.

92 In Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit., pag. 28.

93 In L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit., pag. 264; in Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit. pag. 28; in B. Gramola, Fraccon e Farina. Cattolici nella Resistenza, cit., pag. 133. Di questa affermazione di “Ermes”, che indebolisce ulteriormente la tesi sulla casualità della morte dei Comandanti, Binotto e Gramola non ne parlano, se non a pag. 10, nota 3, per tentare di screditare come testimone anche “Ermes”, oltre a “Mary” e “Zaira”.

94 In F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 34, note 53 e 54.

95 In Sandrigo 30, rivista locale, nel n. 6/1985 - articolo-testimonianza di Stefano Panzolato, Quei giorni di fine aprile 1945.

96 In Sandrigo 30, rivista locale, nel n. 4/2010 - articolo-intervista di Leonardo Carlotto, Guerra partigiana a Sandrigo.

97 In ASVI, Catasto Italiano 1935-39, Comune di Sandrigo, Foglio 6 e 13. in Istituto Geografico Militare, Foglio 50 delle Mappe d’Italia (1:25.000), Sandrigo, Tav. IV N.E. 1935.

98 In L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit., pag. 246; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 10; in Storia della “Mazzini”, cit., pag. 28.

99 In F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 28-30.

100 In L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit., pag. 264; in B. Gramola, Fraccon e Farina, cit., pag. 133.

101 “Zaira”, come “Mary” e come i Comandanti, non possono essere catalogati tra quella maggioranza di testimoni che vedono in tutti i tedeschi delle SS; sono partigiani di grande esperienza, che conoscono bene la differenza tra una SS e un militare della Werhmacht, della Flak, della X^ Mas, GNR o BN; per loro era di vitale importanza saperli distinguere … (in L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit., pag. 264-265; in Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit., pag. 29).

102 In L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit., pag. 265-266; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 30.

103 In F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 29-30.

104 In F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 33, 40, 113, 117 e 123; in Sandrigo 30, n. 6/1985, cit e n. 4/2010, cit.; in E. Ceccato, Patrioti contro Partigiani, cit., pag. 239-240. Infatti, come da noi ricostruito nel precedente “A Sandrigo una strana retata, l’uccisione di un partigiano e il coprifuoco” alle ore 15:00 gli spari ci furono, ma in Piazza; ed è il lo stesso loro testimone, il partigiano Giovanni Mattiello “Gioanin”, ad affermare che: “Non so se gli spari uditi [da oltre 1 km in linea d’aria],… siano stati quelli dell’uccisione di Andreetto, Carli e Chilesotti perché, dal punto in cui eravamo, potevamo solo udire e non vedere”; infine, gli “atti di morte” conservati presso il Comune di Sandrigo, confermano le fucilazioni dei Comandanti alle ore 16,00.

105 In L. Carli Miotti, Giovanni Carli, cit., pag. 271-273; in Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit., pag. 28-30.

106 In Z. Meneghin, Tra cronaca e storia, cit., pag. 28; in F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 33. Binotto e Gramola afferma invece che “Zaira nella sua testimonianza non accenna ad una staffetta vista in Dueville”… (sic!).

107 In Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit., pag. 31.

108 Idem.

109 In F. Binotto e B. Gramola, L’ultimo viaggio dei Comandanti, cit., pag. 40.

110 In Z. Meneghin Maina, Tra cronaca e storia, cit., pag. 32-33.

111 In B. Gramola, La storia della “Mazzini”, cit., pag. 127.