Sito Storico e Blog di Giorgio Marenghi - Storia Veneta - Eversione - Opinioni su fatti politici

UNA BREVE STORIA DELLA RESISTENZA CITTADINA E PROVINCIALE

 

 

 

Vicenza clandestina - 1

 

 

 

Il testo di questo documento è stato stilato negli anni 60 da tre protagonisti della resistenza clandestina vicentina: Gino Cerchio, Giordano Campagnolo e Antonio Emilio Lievore. Tutti e tre questi personaggi fecero parte del Partito Comunista e, sia pure con differenti ruoli, ebbero un grande peso nelle operazioni di “intelligence” e sabotaggio condotte nel centro città e nella provincia. E’ un testo molto importante per capire cosa fosse la resistenza in una città capoluogo di provincia e per i rapporti che si costruirono con le altre realtà del vicentino.

 

 

 

A Vicenza le componenti antifasciste attive in forma clandestina erano: il Partito d’Azione, imperniato sul prof. Mario Dal Prà, Antonio Giuriolo e l’avv. Jacopo Ronzani (Pino); i socialisti, sempre serrati attorno alla integerrima figura dell’ex sindaco Luigi Faccio; i democristiani che si riunivano spesso, sia nel circolo di S.Stefano (famoso per avere dato i quadri dirigenti provinciali e nazionali), sia nella badia di S.Agostino, da don Federico Mistrorigo con Torquato Fraccon, l’avv. Giacomo Rumor, ecc.; i liberali invece erano sparsi un po’ dappertutto, come lo erano i repubblicani capeggiati sempre dal prof. Stefano Aldighieri, dall’avv. Giovanni Ronzani e dal dott. Nico Sguario.

 

 

 

Infine il PCI che non aveva mai smesso la lotta contro il fascismo e che aveva cellule (costituite ciascuna da tre a cinque persone) in tutti i principali comuni della provincia. La Segreteria Provinciale, l’unica in contatto diretto con il Comitato Regionale Veneto, si era sempre mantenuta a Schio, malgrado gli arresti, le deportazioni e le condanne in forme sempre massicce, specie nel 1937.

 

 

 

In città esistevano naturalmente più cellule che negli altri Comuni e, particolare importante da segnalare, il fatto che pur si può dire conoscendosi tutti, questi compagni, se non appartenevano alla stessa cellula ingnoravano l’appartenenza al Partito degli altri e ciò per motivi di sicurezza comune. Si potrebbero fare dei nomi, ma riteniamo superfluo ciò anche dal fatto che prima o poi questi verranno fuori nel corso della relazione.

 

 

 

La nostra cellula aveva contatti con tanti elementi di tendenze diverse, tanto è vero che subito dopo il 25 Luglio assieme alle altre cellule si formò un numeroso gruppo da noi capeggiato ed in maggioranza di orientamento verso il PCI, ma composto da anarchici, democristiani, liberali, socialisti, che rimanevano però fedeli ai loro ideali, ma che si appoggiavano a noi per tre motivi principali: il primo era dovuto al fatto che, nel ventennio fascista, il Partito Comunista era sempre stato considerato il pericolo numero uno, ed ora di logica conseguenza diventava il protagonista principale dell’antifascismo. Il secondo era che noi, pur essendo pochi, eravamo organizzati e molto attivi in tutti i campi e perciò la nostra presenza poteva forse significare una forte e numerosa rappresentanza. Il terzo motivo era che questi nostri cari amici e compagni erano animati da un forte ideale di libertà e volevano partecipare alla rinascita della democrazia nel nostro paese.

 

 

 

Tutti i gruppi summenzionati discendevano ideologicamente, chi dalla “Azione Cattolica”, chi dal “G.O.E.” (Gruppo Operaio escursionistico), chi dalla Scuola di Cultura Popolare, tutte soppresse dal fascismo dopo il 1931, che lasciò in vita solamente la “Società Generale di Mutuo Soccorso”, imponendo un Commissario fascista alla Direzione. A proposito dell’Azione Cattolica, questa ebbe in città e provincia, le sedi devastate o incendiate e vari esponenti più volte picchiati dalle squadracce fasciste come Riccardo Bubola ad esempio che ebbe a subire ben sei o sette aggressioni.

 

 

 

In una di queste, avvenuta di domenica sera nei pressi del Ponte Pusterla, con Bubola per sua fortuna c’erano altri quattro coetanei fra cui Giordano Campagnolo e Renato Mazzonetto. Questi si buttò con molta decisione contro quei giovani fascisti che dovettero desistere dai loro propositi. Riccardo Bubola venne amorosamente accompagnato a casa dai due amici, che poi vennero inseguiti dai fascisti esasperati da S.Bortolo a S.Lucia.

 

 

 

Non osarono avvicinarsi troppo perché in quel tratto c’erano allora i binari della Tramvia Vicenza-Montagnana e pertanto c’era tanto di quel materiale (sassi) che una difesa era relativamente facile per i due sopracitati. In epoca successiva venne chiesto, a Giordano, il perché della sua difesa a un giovane cattolico, alludendo forse al fatto che a sostenere il primo Governo Mussolini, fu determinante l’ingresso in quel Ministero degli onorevoli Gronchi e Merlin appartenenti al Partito Popolare.

 

 

 

Giordano rispose che erano amici con Riccardo in quanto avevano mangiato assieme la “granatina” (sciroppo con ghiaccio tritato) come a dire: abiamo diviso il pane ed il sale e ciò è sufficiente per essere uniti nel vincolo dell’amicizia.

 

 

 

Si deve comunque riportare ciò che si diceva in tutta Vicenza e cioè che il suaccennato Ponte Pusterla era quello che univa e divideva i cittadini, in quanto da una parte c’era la redazione dell’Avvenire d’Italia e la sede dell’Azione Cattolica e dall’altra c’era e c’è tuttora la tipografia e la casa dei Rumor e questo era il motivo d’unione, mentre la divisione avveniva per il fatto che sulla parte opposta alla casa Rumor c’era il Palazzo Littorio, sede della Federazione Provinciale del Fascio.

 

 

 

Comunque furono innumerevoli le violenze fasciste, sia contro operai, contadini, sacerdoti,ecc., tanto che il Vescovo di Vicenza Mons. Rodolfi protestò indignato con Mussolini che rispose con un telegramma il cui testo trovasi nella biografia del Vescovo edita dalla tipografia Rumor.

 

 

 

Trovò invece larga eco una lettera al Segretario Politico Nino Dolfin che circolò clandestinamente in tutti i ceti sociali della provincia. Altro episodio da segnalare è quello notissimo dal giovane avvocato Giacomo Rumor che respinse a sediate gli aggressori. Dovette però cambiare studio andando a fare il praticante da quella limpida personalità dell’avv. Giuliari che nel 1945 venne poi nominato dal CLNP (Comitato di Liberazione Nazionale Provinciale) presidente della Deputazione Provinciale in sostituzione dell’avv. Giuliano Ziggiotti, ucciso nei giorni della liberazione.

 

 

 

L’antifascismo comunque non venne mai meno negli ex aderenti alle succitate organizzazioni, tanto che il 25 Luglio non li trovò del tutto impreparati, anche se la maniera con cui avvenne la caduta del fascismo sorprese la maggioranza degli italiani.

 

 

 

 

25 Luglio 1943

 

 

 

Il proclama di Badoglio provoca in Vicenza e provincia una esultanza generale. Non viene segnalato alcun incidente, sia perché i gerarchi e gerarchetti non si fanno trovare, ma soprattutto perché la gioia soffoca ogni eventuale punizione. Il fascismo è crollato e non cè un cane che tenti la sua difesa malgrado i motti che imbrattavano i muri delle case: “Se avanzo seguitemi” ecc. ecc.

 

 

 

Solo e unico caso Tondini, il gobbo, facilmente riconoscibile appunto perciò, riceve qualche pedata dove la schiena cambia nome. Ma era colui che sputava sulle scarpe dei passanti antifascisti per provocarli, in modo da fare intervenire a sua difesa la squadraccia fascista appostata nei vicoli vicini.

 

 

 

Noi sfruttammo subito il malcontento generale e in particolare quello delle classi meno abbienti. Non bisogna dimenticare i salari di fame e le misere razioni alimentari che il regime, in seguito alla guerra, aveva imposto.

 

 

 

 

La questione sindacale

 

 

 

Convocammo una riunione a Vicenza, nel retrobottega di Oddo Cappannari, presenti per Schio: Domenico Baron, Silvano Lievore e altri; per Arzignano e Valdagno: Maestro; per Vicenza: Carlo e Giordano Campagnolo, Oddo Cappannari, Gino Cerchio, Carlo Gabetti, Vittorio Dorio; Vittorio Giordana ed in secondo tempo Emilio Lievore trattenuto per lavoro e che rappresenterà anche la città di Bassano.

 

 

 

Dopo serena discussione, considerato il fatto che a Vicenza capoluogo c’è Prefettura, Questura, ecc. viene deciso il trasferimento della Federazione Provinciale del PCI da Schio a Vicenza, con una segreteria collegiale composta da: Gino Cerchio, Emilio Lievore, Giordano Campagnolo e Carlo Campagnolo. Viene discussa la questione sindacale, divenuta di primaria importanza, in seguito al fatto che al giornale locale “Vedetta fascista” era stata cambiata la testata in “Il Giornale di Vicenza” e con un atto steso da Gino Cerchio e sottoscritto da tutti i lavoratori si era costituita la Commissione Interna.

 

 

 

Questa si era presentata al Colonnello, incaricato dal Governo Badogliano per vigilare le attrezzature, gli addetti e le notizie stampate (censura), si era impegnata alla difesa degli impianti e alla continuità del lavoro, ottenendo garanzie e migliorìe, facendo in tal modo accettare una buona collaborazione, fra Autorità Militare e Commissione di lavoratori. Tutto ciò costituirà un ottimo trampolino di lancio per future operazioni come vedremo. Si nominano i vari componenti le commissioni politiche, organizzative e sindacali. Quest’ultima viene affidata a Emilio Lievore che valendosi dell’opera di Gioacchino Roscini e di altri, agisce decisamente nei confronti dei funzionari sindacali della provincia e dichiara loro, senza tanti ambagi, che i Sindacati non sono più ora proprietà del Partito Fascista, ma esclusivamente dei lavoratori e che pertanto devono considerarsi a disposizione dei lavoratori stessi.

 

 

 

Il "Comitato"

 

 

 

La commissione politica prende contatto con i dirigenti degli altri gruppi politici, costituendo fin dalla prima riunione un comitato antifascista antesignano del C.L.N.

 

 

 

Detto comitato composto dai proff. Mario Dal Prà, Licisco Magagnato, Sergio Perin e Remo Pranovi per il Partito d’Azione; Marcello De Maria e l’avv. Mario Segala per il Partito Socialista; Gino Cerchio, Giordano e Carlo Campagnolo, Antonio Emilio Lievore per il PCI, si mise subito all’opera nel produrre e distribuire materiale propagandistico e nell’assumersi la responsabilità e la continuità dell’uscita del quotidiano locale “Il Giornale di Vicenza”, tramite la Commissione Interna, formata da Gino Cerchio, che collabora con Antonio Barolini nominato Direttore.

 

 

 

Barolini notissimo letterato e scrittore godeva della piena fiducia del Comitato Antifascista. Nella sua opera Barolini ebbe la valida collaborazione di vari amici, fra cui Neri Pozza che lo aiutava con suggerimenti e consigli. Opera tanto apprezzata se si pensa ai duri contrasti con il Colonnello, custode dell’impianto, che non voleva approvare gli articoli antifascisti, così che il giornale usciva con numerosi spazi bianchi con la parola “censura”.

 

 

 

Il 10 Agosto 1943 si insedia a Vicenza il nuovo Prefetto Badogliano dott. Pio Gloria e il comitato antifascista comincia le sue numerose visite, ma poiché i partiti non sono ancora ammessi aggira l’ostacolo e ci si presenta come autorevoli cittadini. Faccio, Dal Prà, Segala, Gino Cerchio e Giordano Campagnolo chiedono al Prefetto la liberazione di tutti gli antifascisti detenuti nel carcere locale, l’arresto dei fascisti tuttora in libertà, la cessazione del coprifuoco, la libertà di stampa e l’aumento delle razioni alimentari.

 

 

 

Chiediamo molto e siamo consapevoli che mai avremmo potuto ottenere tutto anche perché gran parte di ciò esulava dai poteri prefettizi. Ma si ribadisce il concetto di passare dal regime totalitario a quellio essenzialmente democratico. Escono gli autorevoli cittadini ed entra Emilio Lievore con una delegazione di lavoratori, rappresentanti sindacali di Arzignano, Schio, Valdagno e Vicenza, rientrano anche Gino e Giordano Campagnolo e, poiché la discussione si fa piuttosto burrascosa, si chiede al Prefetto ancora di più di quello che era stato chiesto in precedenza e cioè: aumenti salariali, aumenti delle razioni alimentari e dei generi  di abbigliamento e l’esproprio della sede dei Sindacati Fascisti in Via IV Novembre per affidarla ai rappresentanti operai; Giordano e Gino nella foga della discussione stessa vengono notati dal Prefetto che, con una punta d’arguzia, rispondendo alle richieste, dice: “Mi pare che siate in tanti anche se qualcuno mi sembra di averlo già conosciuto”.

 

 

 

Lievore pronto risponde che, se le richieste non verranno accolte, all’indomani saremmo andati in quaranta, cosa che avvenne! Comunque sia, il Prefetto Gloria, alle nostre richieste non disse mai ne sì né no e noi non abbiamo mai compreso se fosse o no consapevole dell’alto incarico a cui era preposto. Molto probabilmente era al corrente più di noi della precaria situazione generale.

 

 

 

 

Stampa e propaganda

 

 

 

Urgeva per intanto mantenere viva la stampa antifascista e fu organizzata l’uscita quasi regolare de “La voce del Popolo” e “Nostra Lotta” periodico a carattere sindacale. Le due pubblicazioni uscivano stampate in ciclostile ed erano sempre di almeno quattro facciate, la redazione competeva a Gino, con Sergio Perin, ecc. Vi collaboravano tutti i compagni con notizie ed articoli: editorialmente veniva realizzato da Remo Pranovi, Nellj Walter e Giordano Campagnolo sempre con la collaborazione di numerosi compagni per la distribuzione.

 

 

 

Scrive Giuseppe Gaddi nel suo “Saggio sulla stampa clandestina della Resistenza veneta”, edizioni Athena, Bologna 1955: “I Vicentini possono vantarsi di aver dato alla luce il primissimo giornalino della Resistenza veneta. Al Museo del Risorgimento di Monte Berico, infatti, si può vedere il loro foglietto ciclostilato “Voce del Popolo” che usciva clandestinamente già nel periodo badogliano, diffuso in edizione straordinaria la sera dell’8 settembre 1943. Sul giornale è indicato persino il momento dell’uscita, ore 19,45, immediatamente dopo l’annuncio dato per radio della conclusione dell’armistizio”.

 

 

 

Venivano pure stampate cartoline riproducenti  Giacomo Matteotti e nell’officina di Bruno Campagnolo si coniavano medaglie in rame con la medesima effige. Cartoline e medaglioni venivano venduti  ad un modico prezzo allo scopo di sopperire alle spese organizzative.

 

 

 

 

Il rientro di Marchioro

 

 

 

Domenico Marchioro ex deputato comunista processato e condannato assieme a Gramsci nel 1926, rientra a Schio nell’agosto 1943 dopo diciassette anni fra carcere e confino. Gli esponenti provinciali del PCI ritenendolo perciò il più agguerrito e capace, gli affidano, anche per una naturale e comprensibile deferenza, la Segreteria provinciale del Partito.

 

 

 

Nel campo sindacale si hanno i primi risultati, favoriti dalla stanchezza insopportabile dei lavoratori esasperati dalle precedenti restrizioni e costrizioni fasciste, tutt’ora in vigore, ma soprattutto dall’alacre propaganda dei compagni sindacalisti. Lievore che, come autista di autolinee effettua il servizio fra Vicenza e Bassano, approfitta delle ore libere e prende contatto con i compagni delle Smalterie Venete.

 

 

 

Con la loro collaborazione il 2/9/1943 forma la Commissione Interna di cui capo riconosciuto è Passuello, anziano militante del PCI. Usufruendo della comprensione della Direzione delle Smalterie (di nazionalità cecoslovacca) che accetta molte delle rivendicazioni proposte, si stabilisce un nuovo clima fra dirigenti e maestranze.

 

 

 

Un nuovo clima

 

 

 

Naturalmente queste conquiste sindacali ottenute (commissioni al Giornale di Vicenza, alle Smalterie Venete e altre che si susseguono e si profilano) hanno una favorevole risonanza negli stabilimenti di Schio, Valdagno, Arzignano e nella stessa città di Vicenza: si stava già formando una nuova mentalità democratica, sindacale e antifascista che avrebbe dato i suoi frutti, preparando i giovani che non avevano altre cognizioni politiche e sindacali che quelle fasciste, a capire e accettare la democrazia.

 

 

 

Intanto i partiti che avevano costituito delle direzioni provinciali si stavano rinforzando anche nelle sezioni locali e periferiche. Anche la sezione stampa si stava sviluppando, ma la mancanza di fondi non permetteva di usufruire delle tipografie; così si continuò con la stampa ciclostilata.

 

 

 

Nella situazione fluttuante e incerta durata per i 45 giorni Badogliani, i contrasti tra le autorità civili e militari immature ed evidentemente impreparate e i rappresentanti dei partiti antifascisti che erano uomini che già avevano avuto una educazione e preparazione politica e sindacale pre-fascismo, si infittivano sempre più sfociando in dispute senza profitto.

 

 

 

Tipi di razza

 

 

 

Per meglio caratterizzare il periodo Badogliano basterà ricordare l’episodio capitato a Giordano il giorno in cui, accompagnato da Gabetti come testimone, andò all’Ufficio delo Stato Civile per denunciare la nascita della sua primogenita, Lauretta, avvenuta il 2 Agosto 1943. Fra le altre domande di risalto i due si sentirono chiedere dall’impiegato se era di razza ariana. I due risposero all’unisono che a questa domanda non avrebbero data alcuna risposta, in quanto ciò presupponeva accettare una offensiva e degradante legge fascista che, come tale, avrebbe dovuto essere stata soppressa dal Governo Badogliano. Ecco il motivo per cui venne composto l’articolo “Fino a dove…?” apparso sulla “Voce del Popolo”.

 

 

 

La situazione precipita

 

 

 

L’8 Settembre a Vicenza è una festività locale di grande importanza. Si festeggia la Madonna del Santuario  o Basilica di Monte Berico, dove affluiscono, fin dall’alba, decine di migliaia di devoti pellegrini, da tutta la provincia. Quel giorno, del 1943, assume una maggiore importanza derivante dal fatto che il dì precedente aveva fatto il suo ingresso nella Diocesi di Vicenza, il novello Vescovo Mons. Carlo Zinato, che andrà nel pomeriggio dell’8 a celebrare i Vesperi Solenni nella Basilica di Monte Berico. La Basilica e l’attiguo grande Piazzale della Vittoria sono gremiti da 50.000 fedeli circa, che pregano affinchè torni dopo tanti lutti e sofferenze patite, la sospirata pace.

 

 

 

L’annuncio dell’armistizio viene diffuso di bocca in bocca, pare quasi impossibile e per averne conferma Giordano ed Emilio Lievore si recano dal dott. Carlo Cencini (liberale ma che faceva parte del nostro gruppo recando un notevole contributo personale ed infatti un suo figliolo passerà diversi mesi in carcere).

 

 

 

 

Prime riunioni

 

 

 

Il dott. Cencini sintonizza la radio su una emittente francese, traduce e ci conferma la notizia. Febbrile riunione del Comitato; si stampano due manifestini straordinari ed uno in tedesco, che viene distribuito ai militari germanici di nazionalità austriaca di stanza a Saviabona.Esultanza di questi che pensano alla fine della guerra; alla sera del 9 infatti fraternizzano con la popolazione, scambiandosi numerosi bicchieri di vino. Il 10 Settembre, alla sera, riunione del comitato antifascista in casa di Mariano Rossi, per l’esame della situazione che, secondo le notizie pervenute, sta peggiorando. Scontri fra italiani e tedeschi avvengono più o meno in tutta Italia.

 

 

 

Il Comitato Militare

 

 

 

Viene nominato un Comitato militare che, capeggiato da Gino Cerchio e Mario Dal Prà, al mattino successivo si reca dal comandante del Presidio a chiedere la consegna delle armi da distribuire alla popolazione in fermento, che sostenuta dall’apparato politico, è decisa ad opporsi all’invasione tedesca, ottenendo un netto quanto sgarbato rifiuto e minacce di severe sanzioni. Evidentemente la sua mentalità militare non aveva ancora compreso che da quel momento il nemico da combattere era l’invasore tedesco.

 

 

 

Si dovette perciò ripiegare alla raccolta di armi più disparate, abbandonate dall’esercito in sfacelo. Il Comitato militare mobilita gli uomini per la raccolta delle armi e munizioni, si organizza l’aiuto agli sbandati e la raccolta di taluni elementi da avviare verso la montagna. I migliori elementi si prodigano a dare inizio a quella che sarà la Resistenza, la lotta armata del popolo.

 

 

 

A Schio i compagni si impossessano di alcune armi da un treno militare incustodito e con questo costituiscono un primo gruppo armato a S.Caterina di Tretto.

 

 

 

E i tedeschi?

 

 

 

E veniamo al comportamento dei tedeschi, accampati nelle zone periferiche. Corre voce che i loro comandanti avrebbero informato le autorità cittadine di considerare Vicenza città aperta, purchè la popolazione rimanesse tranquilla; senonchè all’alba dell’11 Settembre, appoggiati da forze corazzate, irrompono nelle caserme e al campo di aviazione, rastrellando i militari italiani rimasti. Comincia così la triste odissea dei campi di concentramento da tutti conosciuta. Gianni Marostegan penetra nel campo d’aviazione, danneggia tre aerei e ne asporta le armi ed i piloti automatici.

 

 

 

Gli elementi antifascisti, fra i quali Segala, Cerchio, Lievore, Marchioro e Barolini, che nei 45 giorni precedenti si erano maggiormente esposti, si allontanarono dalla città. Altri come Dal Prà si nascosero in cas di amici. Il Giornale di Vicenza esce senza nessuna indicazione del direttore il 12 Settembre 1943 e dal 13 compreso fino al 27 compreso, con la dicitura tipografia del giornale. Del nostro gruppo rimase soltanto Giordano Campagnolo a tenere le fila e dirigere l’organizzazione, convinto che in un suo eventuale arresto, egli avrebbe sostenuto che la sua opera politica era stata svolta esclusivamente in antitesi al governo badogliano.

 

 

 

Infatti così si difese due mesi dopo al suo primo arresto. Cerchio e Lievore, rifugiati a Campolongo dei Berici, mantengono i contatti, tramite il personale dell’autolinea Vicenza-S.Germano dei Berici. A Vicenza i fascisti imprigionati (ironia della data) l’8 Settembre, vengono scarcerati il 12, dai loro camerati tedeschi. Al 13 Settembre il Podestà Lampertico, in carica dal 22 aprile 1940, fa affiggere un manifesto, diretto alla popolazione che molto probabilmente è quello per cui viene sostituito il 16/10/1943 dall’ing. Giulio Dolcetta.

 

 

 

Nerina Sasso

 

 

 

Il 13 Settembre 1943 alle ore 15 cadeva sotto il piombo tedesco una giovane vita vicentina, Nerina Sasso, di anni 21. Essa era colpevole, agli occhi dei nemici tedeschi, di aver portato dell’acqua e del pane, ai soldati italiani, rinchiusi nei vagoni piombati di un treno in sosta al semaforo, nei pressi della Chiesa della Madonna della Pace, e di averli incitati a fuggire, per evitare l’internamento in Germania. (…) , Prima vittima per Vicenza, della brutalità tedesca dopo l’8 Settembre; inizia così, con la sua tragica fine, il martirio di innumerevoli innocenti, che si concluderà alla fine di aprile del 1945.

 

 

 

Arresti e blandizie

 

 

 

Il 17 Settembre i fascisti, rialzano la testa, che per i 45 giorni avevano tenuto molto abbassata, si riuniscono al Palazzo Littorio e si danno un Federale nella persona di Bruno Mazzaggio. Al 21 Settembre Neos Dinale rioccupa la poltrona di Prefetto della Provincia. Sette giorni dopo, 28 Settembre, Angelo Berenzi assume la responsabilità del giornale locale che cambia la testata in “Il Popolo Vicentino”. Per calmare le ansie della popolazione, il giornale continua a pubblicare note distensive e ottimistiche sulla sorte dei militari italiani deportati, ma contemporaneamente i fascisti sfogano la loro rabbia arrestando a destra e a manca gli avversari politici.

 

 

 

Fra i primi notiamo Fiorenzo Costalunga e l’avv. Mario Rezzara, Direttore delle Tramvie Vicentine, che al 26 Luglio aveva fatto abbattere le insegne littorie che ornavano (si fa per dire) la grande tettoia della stazione tramviaria di Vicenza, emanando lo stesso giorno una circolare, al personale, con cui si esaltava la libertà riconquistata ed il reingresso dell’Italia nel novero delle Nazioni civili. E ciò per i fascisti era assolutamente inconcepibile; infatti dopo averlo imprigionato montano una campagna diffamatoria sulla stampa locale. Lo chiamano “Il Mago Baku” e approfittano di un bombardamento per saccheggiare la sua abitazione. Fortunatamente il figlio Giovanni Battista riesce ad eclissarsi in tempo partecipando in seguito alla lotta di liberazione.

 

 

 

Vengono ricercati anche Lievore, Cerchio e Marchioro, ma i funzionari del Sindacato Fascista difendono l’operato di Lievore e Cerchio in modo da far cadere le accuse formulate contro di loro. Fanno inoltre sapere che i due possono ritornare liberamente. Successivamente si capirà che tale atteggiamento non era del tutto disinteressato, in quanto si cercava di avere la loro collaborazione in campo sindacale, visti i risultati ottenuti nelle Commissioni Interne realizzate.

 

 

 

Ritornano perciò Lievore, che riprende il suo lavoro alla SITA, Cerchio e dopo alcuni giorni anche Marchioro, che preferiscono però restare ugualmente nascosti in casa di amici. Gino in casa Campagnolo e Marchioro in casa di Pietro Peruffo. Giordano cede nuovamente il timone a Domenico Marchioro che, riprende i contatti, con gli altri componenti del Comitato Interpartitico, diventato C.L.N.P. e che registra proprio in quei giorni l’ingresso come rappresentante della D.C. di una delle sue più belle figure e cioè di Torquato Fraccon di cui parleremo più avanti. Egli avrà poi, in seguito come collaboratori e sostituti Giustino Nicoletti, Giacomo Rumor e Giuseppe Cadore.

 

 

 

Sulla base di valutazioni ottimistiche a proposito di un articolo, apparso su “Il Popolo Vicentino” del 10 Ottobre 1943 Domenico Marchioro incarica perentoriamente Lievore di partecipare alle riunioni sindacali indette nella “Casa dei Lavoratori”, nella mattinata di domenica 3 Ottobre. Emilio avrebbe dovuto non solo presentarsi come esponente dei lavoratori, ma addirittura come antifascista. Nelle prime riunioni è permesso ai rappresentanti le varie correnti, di esprimere liberamente le proprie opinioni e avanzare delle proposte.

 

 

 

Contatti pericolosi

 

 

 

Come si prevedeva però, tali proposte erano inaccettabili per i sindacalisti fascisti, quindi nessuna realizzazione possibile. Infatti, al termine della riunione, Emilio ed altri che avevano partecipato alla discussione, vengono intercettati dall’ing. Bossini (Segretario del Sindacato Fascista) e dall’avvocato Uderzo (dell’Ufficio Legale del Sindacato stesso).

 

 

 

Nel corso della conversazione piuttosto burrascosa che ne seguì, l’avvocato Uderzo insiste sulla necessità della piena collaborazione con i tedeschi, sia per ragioni di opportunità, sia per evitare delle rappresaglie; Emilio Lievore, a nome della sua corrente, prende una netta posizione di rifiuto, negando ogni possibile compromesso. Sostiene che, essendo il paese invaso dai tedeschi, noi siamo i loro prigioneri e come tali non dobbiamo aiutarli a fare degli altri prigionieri, perché in tal caso saremmo dei traditori del nostro paese; così facendo Emilio si riallacciava alla tesi sostenuta da Giordano Campagnolo e Gino Cerchio, che negavano qualsiasi forma di collaborazione con i tedeschi in evidente contrasto con la tesi Marchioro.

 

 

 

Continua intanto l’attività politico militare in collaborazione con altri antifascisti sempre tesa allo sviluppo della lotta contro i tedeschi, alla raccolta di armi, ad aiuti agli sbandati. Fu possibile anche salvare diversi prigionieri alleati e inviarli a mezzo di autocorriere a Trieste e in seguito in Jugoslavia; si perfezionavano e rafforzavano i contatti con gli esponenti degli altri partiti antifascisti, elaborando piani di lavoro e scambiandosi notizie e disposizioni.

 

 

 

L’apparato stampa che intensifica l’edizione di due periodici, che possiamo definire tali sia per l’abbondanza degli argomenti trattati, che per l’esecuzione editoriale sia pure in ciclostile: “Voce del Popolo” ora controllato da Marchioro, e “La Nostra Lotta” a carattere sindacale, con più ampia partecipazione di compagni, che stilò e stampò 35 edizioni di manifestini, che oltre a riportare le normali argomentazioni, rispecchiavano anche singoli problemi di fabbriche.

 

 

 

La mole della stampa e la sua buona riuscita era sempre affidata a Giordano e a Pranovi. Il Partito d’Azione stampa “I fratelli d’Italia”, mentre la D.C. sotto la spinta di Torquato Fraccon, stamperà successivamente e cioè dal giugno 1944 “Il Momento Vicentino” che sarà poi diretto e redatto dal prof. Mariano Rumor. Anni dopo egli definì “Il Momento Vicentino” molto artigianale sia tipograficamente che editorialmente, ma a noi abituati al ciclostile ci sembrarono ottime pubblicazioni per quei tempi.

 

 

 

Prestito Patriottico

 

 

 

Mancando i fondi, Giordano Campagnolo ideava e disegnava un buono prestito che Vittorio Giordana, litografo torinese realizzava in tre colori, con l’attrezzatura del suo posto di lavoro.  Detti buoni, con un fondo di una Italia geografica erano stampigliati come Prestito Patriottico con madre e figlia numerati progressivamente; essi erano anche punzonati in rilievo.

 

 

 

Il Comando Militare Provinciale presieduto prima dal colonnello D’Aiello e poi dal maggiore Malfatti come tecnico militare, si perfezionava nei suoi quadri e nella organicità del suo lavoro, studiando un programma di lavoro e piani di azioni belliche; divide la Provincia nei settori territoriali di Arzignano, Valdagno, Schio, Bassano, Camisano, Barbarano, Lonigo, affidati ciascuno ad un responsabile politico con una funzione distrettuale nel senso più ampio della parola.

 

 

 

Malfatti è incaricato di conferire con il C.L.N.P. come rappresentante del Comando. Il nostro compagno Gino Cerchio farà parte del Comando, prima come incaricato informazioni, in seguito come “Ufficio Operazioni”, infine come Vice Comandante Provinciale e Capo di Stato Maggiore. Tra l’altro si esamina un piano portato dall’ing. Rigoni, per l’occupazione dell’altopiano di Asiago, da tenere con le forze partigiane, aiutate logisticamente dagli aerei alleati, piano seducente nella sua concezione, ma inattuabile in pratica (il piano fu studiato e redatto dal Gen. Maglietta).

 

 

 

Contatti esterni

 

 

 

I contatti con i gruppi non più sbandati, ma già in formazione, che si distinguono per la loro organizzazione si mantengono. Mancano a tutti però l’esperienza della lotta partigiana. Giordano e Mariano Rossi avvertono la necessità di un contatto con gli Alleati e con i partigiani jugoslavi. Discussione aspra con Marchioro, che prevede imminente l’arrivo degli eserciti alleati e ritiene superflua tale necessità.

 

 

 

Marchioro è sempre il Marchioro intransigente, e il “Tabù” vuole bocciare la proposta, senonchè questa viene avanzata a titolo precauzionale e così viene approvata. Vengono perciò inviati due emissari, Ferruccio De Marco (Lupo) e G.Rossi, a Fiume e uno, Pilati Beniamino, che aveva buone conoscenze ad Avezzano, in quella località, per tentare di passare le linee. Pilati Beniamino ritorna negli ultimi giorni di novembre, ci riferisce di aver parlato con l’O.S.S. americana, sono perplessi, non sanno cosa fare, comunque suggeriscono di tenersi pronti a ricevere quanto prima una loro missione.

 

 

 

Ciò ci delude un po’; anche Gino ritorna dopo un viaggio a Torino in cui si era messo in contatto con il Comando presieduto dal Gen. Perotti, anche là erano confusi e si davano da fare pressappoco come noi. Per fortuna i due inviati a Fiume sono tornati qualche giorno prima con un capo partigiano sloveno. La missione jugoslava viene ospitata a Vicenza a cura di Oddo Cappannari e dopo, in seguito al suo arresto, cambia varie volte abitazione sempre in case di compagni sicuri.

 

 

 

La missione è capeggiata da Berto (Urban Vratusa) e si avvale dell’opera di due belle e brave staffette di cui ricordiamo solo il nome di una (Neva), che a quanto ci risulta morirà durante un rastrellamento nella sua patria. Acquisiamo da Berto utilissime indicazioni e suggerimenti per poter affrontare il nemico comune. Portatosi con Emilio a Bassano del Grappa, lo dissuade con molti esempi pratici dal proposito di costituire gruppi di armati sul Grappa. Fa presente che la vegetazione insufficiente, la mancanza d’acqua e soprattutto la zona spopolata, non permettono la sopravvivenza e la mimetizzazione necessaria per forti gruppi. Infatti gli fa osservare che la guerra partigiana non è fatta per gli attacchi frontali, o la difesa statica, ma a somiglianza di quella jugoslava formatasi con dolorose esperienze in molti mesi di lotta, deve essere fatta di veloci colpi di mano e poi subito allontanarsi dalla zona nascondendosi in buche sottoterra, meglio se sopra la buca c’è un grosso albero.

 

 

 

Pertanto ripete ancora, è del tutto sconsigliabile tenere forti gruppi armati in quella zona. La mancanza quasi totale di armi pesanti, non permetteva azioni militari di un certo rilievo; ci si limitò almeno i primi tempi alla ricerca di viveri, vestiario, denaro per quanto possibile, armi, da distribuire alle costituite formazioni.

 

 

 

Oltre S.Caterina di Tretto, a Salcedo, si era costituita un’altra formazione organizzata. Le azioni dei vari gruppi, erano sporadiche ed incontrollate, mancando un fermo rapporto con il Comando Provinciale, questo per lo spirito di anarchia creatosi nelle formazioni e nei loro comandanti, non ancora preparati politicamente e militarmente.

 

 

 

Ci sono da segnalare inoltre molte formazioni, createsi  spontaneamente qua e là in tutta la provincia. Renato Ageno, Benedetto Galla, Gaetano Galla, Giuriolo, Meneghello, sono alcuni nomi attorno ai quali gravitano ottimi elementi di ogni estrazione politica.

 

 

 

 

Gioventù cattolica

 

 

 

Si verificò un fatto: verso la metà di Settembre 1943 due mitragliatrici manovrate da giovani cattolici, guidati da Giorgio Mainardi, spararono alcune raffiche, nella stazione ferroviaria di Vicenza, recando grande confusione agli armati fascisti presenti, senza danno alle persone, facendo qualche buco nei vagoni e nei muri. Mainardi si metteva in contatto con Giordano e gli faceva avere le due mitragliatrici che, in un primo tempo furono messe da Alessandro Stefani nella cabina di proiezione del Cinema Italia, dove l’operatore era costretto a fare miracoli di equilibrismo per poter svolgere il suo lavoro. Successivamente vennero occultate nel sottobanco del negozio di giornali e tabacchi di Giordano per essere poi messe in una cassa di cartone e legno da Bruno Campagnolo, furono inviate a Salcedo con un pulman di servizio guidaqto da Roscini che caricò e scaricò le armi.  Giorgio Mainardi non potendo sopportare l’inattività, che gli era stata suggerita, partiva successivamente per il Sud. Egli cadeva il 23/11/1943 a Castel di Sangro (L’Aquila) in uno scontro con i tedeschi ed il suo sacrificio è ricordato in una lapide al Liceo Pigafetta di Vicenza.

 

 

 

Situazione fluida

 

 

 

La situazione politica era ancora fluida tanto da permettere contatti a determinati livelli tra i repubblichini e gli antifascisti. Tramite la mamma di Mariano Rossi, notissima professoressa vicentina, Carlo e Giordano Campagnolo prendono contatto con la signora Mila Angelini che abitava a Villa delle Rose al Tormeno e che ci sarà molto utile date le innumerevoli e influenti conoscenze che aveva. Subito dopo, Emilio Lievore, nostro esponente sindacale, viene invitato a Villa delle Rose, al Tormeno, da questa signora, per uno scambio di idee e un confronto sui problemi sindacali. In pratica un confronto o uno scontro tra Lievore e Caneva. L’accettazione dell’invito veniva sempre rimandata per buone ragioni politiche, finchè, sfidato a mostrare il proprio coraggio, Lievore accetta l’incontro purchè avvenga su terreno neutro ed alla presenza di un compagno come testimone.

 

 

 

Uno strano incontro

 

 

 

E così nella sede dei Sindacati (Casa dei Lavoratori) in Via IV Novembre Lievore, accompagnato da Giordano, si incontrò con Giovanni Caneva. Questi, a cui era stata illustrata l’operosità e l’azione della Commissione Interna delle Smalterie di Bassano del Grappa, propose a Lievore di impostare un’azione sindacale a favore della Repubblica di Salò, mettendogli a disposizione uffici, trasporti e stipendi; il tutto viene rifiutato categoricamente.

 

 

 

A Caneva, che insistentemente richiedeva spiegazioni sul comportamento degli antifascisti, Lievore fa rilevare chiaramente l’incompatibilità e l’impossibile collaborazione tra i neofascisti e i comunisti. Caneva, dopo le chiare dichiarazioni minaccia ritorsioni e di dare una giusta punizione ai riottosi interlocutori. Lievore, per nulla turbato da ciò conferma quanto detto in precedenza e fa osservare la notevole differenza del loro pensiero, soggiungendo che finora non era ancora stata emanata una legge che vietasse di pensare contro il fascismo e come tale come un reato da perseguire.

 

 

 

Il federale rimane colpito dalla fermezza degli avversari, tanto da impegnarsi di non approfittare di quanto era stato discusso e dichiarato, impegno mantenuto in varie occasioni, tanto che Giordano Campagnolo, arrestato due volte, viene rimesso in libertà su intervento di Caneva, tramite la sopracitata signora Angelini.

 

 

 

Caneva, che si era visto rifiutare ogni possibile collaborazione, da parte degli organizzatori antifascisti, poiché costoro non intendevano diventare dei collaboratori del nemico combattuto per anni, le cui teorie non erano mai state accettate, successivamente invitò ancora una volta a casa sua Gino e Giordano; non avendo dubbi sulla lealtà di Caneva, né valutando l’errore che commettevano con il mettersi in evidenza, accettavano l’invito. La discussione fu lunga, accalorata, di argomento politico che però lasciò i presenti fermi nelle loro convinzioni.

 

 

 

A Giordano fu possibile incontrare due o tre volte in casa Angelini un grosso gerarca, Olo Nunzi, che abitava in una villa vicino a Monte Berico. L’ultimo colloquio avvenne la sera del 15 Novembre 1943, quando quest’ultimo, entrando in casa Angelini, annunciò trionfante di essere tornato dall’aver partecipato all’eccidio di Ferrara, dando i particolari e mettendo in risalto che tutti i quindici morti erano degli industriali e avvocati già fascisti e perciò traditori. Nessun operaio o antifascista era stato molestato per questa ragione. Vedete bene, questa è giustizia sociale, concluse.

 

 

 

Ciechi di furore

 

 

 

Comprendemmo allora che essi erano invasati da un furore tremendo contro chi in definitiva non aveva commesso niente contro il regime fascista. Esso era crollato di sua propria mano. Tale loro atteggiamento era motivato forse dal fatto che avevano cessato di essere dei privilegiati? O forse perché attratti da nuove patenti d’autorità, concesse dai nuovi padroni dell’Italia?

 

 

 

Quello che è certo è che da quei momenti, noi dovemmo affrontare un nuovo nemico, più feroce dei tedeschi stessi, molto più subdolo dato che era, amaro a dirsi, fra la nostra stessa gente. E’ in tal modo che essi provocarono e ci imposero quella che doveva diventare una guerra fratricida. Inutile dire che i contatti fra noi e loro cessarono del tutto, tanto più che il 15 Novembre 1943 Graziani lancia un appello, ai giovani chiamati alle armi delle classi 1924-1925, per radio e sui giornali, che rimarrà pressochè inascoltato.

 

 

 

Soccorso Rosso

 

 

 

Nel frattempo la persecuzione fascista si accentuava infierendo sui nostri compagni e diversi furono imprigionati. Si riforma così il Comitato del Soccorso Rosso, affidato da Giordano a Olimpia Menegatti, Lucia Peruffo, Edila Balbi, Ida Martello. Come si vede tutte donne affinchè il compito fosse facilitato e mimetizzato. Giordano procura tramite Antonio Morbin 400 tessere annonarie e si formano dei depositi di viveri con cui si manda giornalmente da mangiare ai detenuti antifascisti nelle carceri di San Biagio. Il Soccorso Rosso funzionò impeccabilmente fino al 25 Aprile 1945. Fummo facilitati anche dal fatto che due secondini ci aiutarono in specie mantenendoci collegati con i prigionieri mentre gli altri Partiti avevano collegamenti speciali. Tutto questo verrà utile, come vedremo in seguito.

 

 

 

G.A.P. sciopero

 

 

 

In principio dell’anno 1944, da notizie pervenute si ebbe la certezza che i lavoratori di Torino e di altre città, sarebbero scesi in sciopero all’inizio della primavera. L’apparato politico e quello sindacale riuniti decidono di preparare una manifestazione che appoggi anche nella provincia di Vicenza le agitazioni dei lavoratori. Si costituisce un comitato con il compito di preparare e guidare lo sciopero nella sua riuscita.

 

 

 

Giordano, Vittorio, i Campagnolo, cureranno la Valle dell’Agno ed Emilio Lievore manterrà i contatti con Schio, inoltre curerà anche Bassano. Vicenza resta a Gino Cerchio che agirà come coordinatore, aiutato dai compagni Dorio, Zanchetta, Pegoraro, Fornasetti, Olimpia Menegatti e Mario Bubola.

 

 

 

Intanto le squadre militari dirette da Plinio Quirici, Nozze Aquilino, Segato ed altri, con scritte murali ed atti di disturbo, cercando di far lievitare la massa dei lavoratori non ancora abbastanza unita.

 

 

 

Alberto (Nello Boscagli), giunto a Vicenza come tecnico per i GAP (Gruppi di Azione Partigiana, n.d.c.), procura qualche bomba e ne insegna l’uso. Gli ordigni che vennero collocati nella ferrovia di Schio a Povolaro sulle rotaie della linea di Bassano e sui tralicci di San Felice, sia per la poca esperienza degli operatori, sia per la scarsità degli esplosivi, non fecero grande danno, ma suscitarono un certo interesse, ravvivando lo spirito di resistenza.

 

 

 

Un botto dimostrativo

 

 

 

A queste prime azioni sul terreno operarono Gino, Gianni Marostegan, Busatta e Quirici. Tanto per dare un brillante inizio ed un valevole appoggio all’azione politica e sindacale, si decide un’azione che abbia una certa risonanza e di effetto. Con la collaborazione dei vari compagni, viene preparata una grossa bomba, 12 tubetti di tritolo. Plinio procura l’involucro, un tubo di ghisa lungo 30 cm. E diametro 12  a cui vengono fissati due fondelli di ferro e una miccia ad accensione, ed al 31 Gennaio Gino Cerchio e Gianni Marostegan, dopo il coprifuoco delle ore 22, percorsa la periferia di San Bortolo, attraverso i giardini di Palazzo Querini, raggiungono un lato di Palazzo Folco, calano l’ordigno in una finestra del pian terreno, dove esisteva e funzionava l’ufficio con tutto l’archivio antifascista.

 

 

 

Accesa la miccia, i due si allontanavano attraverso la stessa via e dopo essere sfuggiti alle pattuglie nemiche in allarme e dopo peripezie varie, raggiungevano la casa di Gianni, dove li attendeva Aramin, rimasto di guardia alle retrovie. Lo scoppio distrusse interamente tutto il materiale già raccolto: liste di nomi antifascisti e piani di lotta. Tutto lo schedario antifascista della polizia.

 

 

 

Ne parla la stampa

 

 

 

Il Popolo Vicentino del 29 Gennaio 1944, in seconda pagina, V colonna, riportava la notizia: “…delittuoso gesto dei prezzolati del nemico. Lo scoppio di un ordigno nella “Casa Littoria”. L’altra notte alle ore 0,5 una forte detonazione veniva avvertita da gran parte dei cittadini, svegliati di soprassalto. La deflagrazione era dovuta allo scoppio di un ordigno esplosivo posto da mani delittuose ad una finestra di Palazzo Folco, sede della Federazione Provinciale dei Fasci Repubblicani e precisamente nell’ala sinistra ove hanno sede gli uffici di assistenza. Fra la Casa Littoria e Palazzo Querini vi è un breve cortiletto chiuso da un cancello di ferro; introdottisi il criminale o i criminali, vi hanno deposto la bomba, probabilmente munita di miccia, eclissandosi poi nell’oscurità. Lo scoppio ha prodotto danno ai locali sventrando una finestra, demolendo un piccolo tratto di muro, frantumando i vetri. Il Commissario Federale che lavorava nel suo ufficio, posto al piano superiore, è sceso immediatamente per verificare i danni, disponendo per la custodia del materiale assistenziale. Sul posto si è prontamente recato il Commissario Dott. Sant’Elia della nostra Questura. Sono in corso attive indagine per identificare mandanti e autori del vigliacco gesto che non è che un anello di quella catena di tradimenti che tende a turbare l’ordine mentre la Patria sta svolgendo ogni suo sforzo per la ricostruzione e la rivincita”.

 

 

 

In corsivo segue una nota: “In seguito allo scoppio dell’ordigno esplosivo che ha danneggiato gli uffici assistenziali, la federazione dei fasci repubblicani avverte che ogni assistenza è sospesa fino a nuovo ordine”.

 

 

 

Il colpo è gravemente accusato dai fascisti che devono giustificarsi davanti alla popolazione accusando gli attentatori di avere distrutto l’elenco dei bisognosi (elenco che viene immediatamente sorvegliato subito dopo lo scoppio) tanto era importante il materiale semidistrutto e, come rappresaglia verso la popolazione, si procede alla sospensione dell’elargizione temporanea dell’assistenza.

 

 

 

Missione alleata

 

 

 

Arriva intanto dopo qualche tempo a Vicenza il fratello di Rocco della M.R.S. (Marini-Rocco-Service), inviato dagli Alleati per prendere i necessari contatti con le forze della Resistenza. Ancora oggi non sappiamo se ciò sia il seguito di quanto ha riferito Beniamino Pilati. Elio Rocco ritrova Ines una sua compagna di studio, di quando discutevano con molto calore sulla condizione operaia in Italia. Ella infatti è competentissima in materia in quanto è la figlia di una modesta operaia tessile che tutta la vita offrì alla causa antifascista.

 

 

 

Rocco perciò sa che può fidarsi e accetta i contatti ospitali che gli vengono offerti dalla mamma di Ines, la nostra cara indimenticabile Olimpia Menegatti. La sua povera abitazione è già il nostro luogo di convegno e diverrà col tempo sempre più importante. Viene pertanto spontaneo alla Olimpia di convincere il Rocco che egli è capitato proprio nel punto giusto.

 

 

 

Viene così comunicato a Marchioro la possibilità di questo collegamento, ma egli, sempre ottimista, non solo la rifiuta, ma non la fa conoscere al Regionale Veneto. Olimpia, a mezzo di Emilio, comunica con Gino, che subito afferrata la possibilità di avere rifornimenti in armi e materiali, perfeziona i contatti i quali avvengono con un altro componente la Missione, il tenente Marini, essendo il Rocco occupato in altra località.

 

 

 

Anche Gino però non informa i maggiorenti del PCI regionale. Stentatamente riesce ad ottenere dopo ampie assicurazioni e garanzie di Lievore, la coordinata di un campo di lancio nei monti sopra Schio, vengono fissate le frasi: “Gino aspetta sempre”, negativo, “L’uva è matura”, positivo.

 

 

 

Il lancio non ebbe troppo buon esito per la scarsa preparazione dei riceventi e la incomprensione dei compagni dirigenti del PCI. Come ricordiamo i messaggi erano il negativo la preparazione del campo, il positivo il lancio nella notte stessa. Il fatto però di avere scavalcato la segreteria senza passare attraverso il Regionale provoca un forte risentimento in Marchioro, che decide di allontanare Gino relegandolo a Sandrigo.

 

 

 

I membri della segreteria protestano vivamente, ma per varie ragioni non ottengono che si ritorni sulla decisione presa. Scoppiano più vivi i contrasti con Marchioro, valente teorico, ma dopo lunghi anni di carcere non più troppo aderente alla realtà dei fatti; perciò la sezione politica decide di immettere in un gruppo dirigente provinciale con Giordano Campagnolo ed altri compagni che già ne facevano parte fin dal 25 Luglio, Campagnolo Carlo, Lievore Emilio, Dorio Vittorio e Pegoraro nella città di Vicenza, Baron, i fratelli Lievore e altri a Schio. Marchioro poco dopo si allontana definitivamente da Vicenza. Venimmo a sapere che aveva fortunosamente passato le linee e si era stabilito nel sud.

 

 

 

Come nel Marzo 1943 anche nello sciopero del marzo 1944 si ebbe un buon esito in tutti gli stabilimenti della provincia di Vicenza. Avevamo fatto un buon lavoro ma non potevamo riposare sugli allori, altri impegni ci attendevano. Purtroppo quattro nostri compagni di Arzignano venivano fuciliati per rappresaglia: Luigi Cocco, Umberto Carlotto, Cesare Erminelli, Aldo Marzotto, saranno sempre presenti nei nostri cuori.

 

 

 

 

Italia Libera "Val Brenta"

 

 

 

Malgrado gli avvertimenti di Anton Vratusa, capo della Missione Jugoslava, molti giovani si sono attestati sul Grappa. Il nome del famoso monte rievoca gloriosi episodi di resistenza, ed i giovani partigiani non ne vogliono sapere di abbandonare quello che essi ritengono una roccaforte inespugnabile.

 

 

 

Gino con Emilio e Manfrè (industriale di Bassano), riuniti sulle rive del Brenta, nella primavera del 1944 consolidano le basi della Brigata Italia Libera “Val Brenta” dando un Comando, raccogliendo uomini, viveri e armi per questa formazione, che assieme ad altre Brigate agirà sul massiccio del Grappa e che molto si distingueranno in seguito. Villa (Valentino Filato) dopo le ferite subite nella battaglia del settembre 1944, tornerà sul Grappa convinto da Gino e sarà l’ultimo comandante della Brigata fino al giorno del suo arresto.

 

 

 

La TODT

 

 

 

Dopo lo sciopero di marzo la segreteria sindacale repubblichina, visto che con le minacce non ha ottenuto niente, tenta ancora la via del compromesso, convocando i rappresentanti dei lavoratori presso l’Associazione Industriali. I rappresentanti dei lavoratori si presentano in 20, malgrado che taluno di essi fosse già segnalato. Presenti sono con i rappresentanti degli industriali, anche un alto funzionario della TODT.

 

 

 

Dopo ben due ore di accalorata discussione vengono determinate le richieste dei lavoratori, un aumento delle razioni di pane e alimenti vari. Appositamente non viene richiesto un aumento dei salari, che sarebbe stato subito accordato, ma la richiesta delle razioni in più avrebbe messo in difficoltà i fascisti, non essnendo essi in grado di reparire le vettovaglie e mancando così agli impegni presi, avrebbero inasprito i lavoratori.

 

 

 

Emerse lo scontro tra il compagno Lievore e il rappresentante di Marzotto, che ritiene sufficiente 150 grammi di pane al giorno, che viene zittito da Lievore, il quale sostiene che 150 grammi di pane, se aiutati da qualche etto di carne o pollame possono anche bastare, ma le carni per il loro pranzo sono vietate ai lavoratori.

 

 

 

Il rappresentante della TODT, scarica la responsabilità della situazione sulle autorità fasciste, aggravando così i contrasti. Lievore viene invitato ad incontrarsi a Padova con il Ministro del Lavoro, ma declina l’invito perché ritiene utile per la lotta provocare i rapporti con i fascisti, mantenuti sia pure solo per il campo sindacale.

 

 

 

La reazione fascista non si fa attendere. Con la fucilazione del patriota Apolloni (Silvio) il 28 Aprile 1944 ha inizio una recrudescenza della lotta. Intanto Alberto (Nello Boscagli) e Aramin sono saliti in montagna. La vita nella città è diventata difficile. In sostituzione di Marchioro, il Regionale del PCI, pur riconoscendo che la Segreteria vicentina era attiva ed afficiente in tutti i campi, sindacale, politico e militare, ritenne necessario nominare un nuovo segretario nella persona di Antonio Bietolini, che noi conosceremo col suo nome di copertura Bruno Morassuti.   

 

 

(continua nel prossimo articolo “Vicenza clandestina II”)