La sconfitta della giustizia: come annullare il lavoro investigativo sull’eversione di destra e sullo stragismo di Stato approfittando di mille cavilli e dell’operato di giudici “apolitici”. Storia delle responsabilità accertate sull’attentato alla Questura di Milano del 17 maggio 1973. Riassunto/sentenza dei tre gradi di giudizio che non sono riusciti a inchiodare i responsabili politici della strage
QUANDO RUMOR DOVEVA MORIRE
TRIBUNALE DI MILANO – MOTIVAZIONI DEL GIUDICE DEL RINVIO
Processo a carico di Gianfranco Bertoli per l’attentato di Via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973
Cap. 9.00
La strategia della tensione
Nel corso della sua testimonianza il Sen. Paolo Emilio Taviani, succeduto nell’autunno del 1973 a Mariano Rumor nella carica di Ministro degli Interni, nel commentare l’attentato di via Fatebenefratelli, aveva accennato alla “strategia della tensione”, servendosi della definizione con cui un noto giornalista aveva inquadrato il complesso degli attentati stragisti che si andavano ripetendo in quegli anni, rilevando che l’attentato compiuto dal Bertoli presentava “troppi collegamenti” con la linea di detta strategia.
Va da sé che nell’occasione il Sen. Taviani espresse una propria opinione ma non certo un’opinione qualsiasi non potendosi trascurare il fatto che egli, all’epoca, era il massimo responsabile della sicurezza e dell’ordine pubblico.
Meno di due mesi prima, il 31 gennaio 1992, sentito dal Giudice Istruttore, della “strategia della tensione” aveva ampiamente riferito Vincenzo Vinciguerra.
Se ne è già accennato per sommi capi, ma ora è opportuno riportarne testualmente le dichiarazioni più significative:
“Ho inteso assumermi le mie responsabilità in merito all’attentato di Peteano e riferire altri episodi e circostanze che hanno fatto parte della mia storia politica in quanto intendevo, non da pentito o da dissociato, dimostrare la responsabilità di strutture dello Stato che, attraverso i suoi apparati di sicurezza ha gestito gruppi e strumentalizzato ambienti politici sia di destra che di sinistra al fine di destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare il potere politico. Mi sono proposto di dimostrare che la linea stragista non è stata seguita da alcuna formazione di estrema destra in quanto tale, ma soltanto da elementi mimetizzati, ma in realtà appartenenti ad apparati di sicurezza o comunque legati a questi da rapporti di collaborazione. Il fine politico che attraverso le stragi si è tentato di raggiungere è molto chiaro: attraverso gravi provocazioni innescare una risposta popolare di rabbia da utilizzare poi per una successiva repressione.
Il fine massimo era quello di giungere alla promulgazioni di leggi eccezionali o alla dichiarazione dello stato di emergenza. In tal modo si sarebbe realizzata quella operazione di rafforzamento del potere che di volta in volta sentiva vacillare il proprio dominio. Il tutto ovviamente inserito in un contesto internazionale, nel quadro dell’inserimento italiano nel sistema delle alleanze occidentali. Ho sottolineato la natura difensiva della strategia della tensione, che si può riassumere nella formula “destabilizzare per stabilizzare il Paese”. Era necessario creare incertezza, disordine e senso di pericolo e di urgenza per produrre una richiesta di ordine e di autorità, premessa per il rafforzamento dello Stato e degli uomini che lo controllavano. Giudicati nel loro insieme o separatamente i gruppi della destra extraparlamentare appaiono incapaci di costituire una minaccia politica, sono nati quali formazioni fiancheggiatrici di forze capaci per potenza di giungere a una soluzione del caso italiano, le Forze Armate, destinate a fare da supporto alla azione altrui.
Essi vivono nella speranza messianica dell’intervento risolutore delle Forze Armate, fede abitualmente ispirata ed alimentata dall’azione psicologica degli ufficiali incaricati di operare in tali ambienti.
E’ in questo modo, unito dall’avversione al comunismo e dalla fiducia nelle Forze Armate, che gli uomini dei Servizi, appoggiati e coadiuvati da ufficiali dei Carabinieri e da funzionari della Polizia Politica, selezionano e reclutano gli uomini che per caratteristiche appaiono più idonei a trasformarsi in loro collaboratori permanenti, ai quali affidare il compito di creare gruppi d’azione, proporre attentati, svolgere attività informativa.
Mentre non esiste la prova che in Italia si sia mai ipotizzato un colpo di Stato, esistono tutte le prove che in più occasioni, a partire dal 1969 ad oggi, negli ambienti politici e militari detentori del potere si è adombrato, suggerito, cercato il provvedimento di necessità, cioè quel particolare colpo di Stato che temporaneamente sospende le garanzie costituzionali e permette l’emissione di provvedimenti eccezionali contro le forze politiche che minacciano la sicurezza e la stabilità delle istituzioni.
Solo in questo caso le Forze Armate avrebbero potuto intervenire nel rispetto di precise norme costituzionali e il loro operato, legittimato dal potere politico ed istituzionale, avrebbe assunto il significato difensivo dello stato e della democrazia. Politici e militari avrebbero giustificato il loro agire invocando lo stato di necessità provocato dall’attacco eversivo della sinistra, prima, di destra poi, avrebbero così ristabilito legge e ordine in un Paese turbato dagli scioperi, dagli scontri di piazza, dagli attentati e dalle stragi, riscuotendo il plauso della maggioranza della popolazione e, internazionalmente, il rispetto e il consenso dei Paesi della NATO.
Ruolo delle Forze Armate negli anni ‘60 fu quello di creare lo stato di necessità attraverso i Servizi di sicurezza.
La strategia della tensione, che ha attraversato un ventennio della nostra storia, trova così la sua logica e la sua ragion d’essere; insieme trovano spiegazione logica e coerente le coperture che ancora oggi vengono date a coloro che, civili e militari, hanno contribuito al successo di tale strategia, eversiva nei metodi e difensiva nei fini, che non possono essere sconfessati da un potere politico e militare che dal loro operato ha tratto solo vantaggio e che dall’emergere della verità può ricavare solo danno.
Come hanno creato lo stato di necessità ? Operando lungo due linee direttrici: l’azione diretta e l’omissione, ovvero la copertura: l’azione diretta affidata ai civili inseriti in una struttura mista o reclutati per la bisogna negli ambienti politici più fervidamente anticomunisti o predisposti all’azione. L’omissione e la copertura affidate ai centri C.S., agli ufficiali preposti all’ordine pubblico.
Il potere politico è l’unico beneficiario della strategia della tensione e non potrà mai abbandonare i suoi generali che l’hanno organizzata e costoro, a loro volta, non possono lasciare che i loro subalterni paghino per avere eseguito i loro ordini, né possono abbandonare al loro destino i civili che, a loro volta, devono tacere anche a costo di farsi qualche decina di anni di carcere.
Così i tre livelli, politico-ideativo, militare-organizzativo e civile esecutivo, sono fermamente uniti da un irrescindibile filo di omertà. Tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia appartengono a un’unica matrice organizzativa.
L’unico episodio che organizzativamente è riferibile a persone non appartenenti alla medesima struttura, l’attentato di Peteano, tuttavia nella struttura predetta ha trovato copertura. Tale struttura organizzativa obbedisce a una logica secondo cui le direttive partono da apparati inseriti nelle istituzioni e per l’esattezza in una struttura parallela e segreta, comprendenti elementi del Ministero dell’Interno e Carabinieri.
La strage di via Fatebenefratelli a Milano rappresenta uno dei momenti più interessanti per cogliere la strategia complessiva del fenomeno”.
La Corte si riserva di valutare in modo più approfondito quanto affermato da Vincenzo Vinciguerra, osservando fin d’ora che non si può dubitare della serietà (volutamente non si usa il termine “attendibilità”), per altro già positivamente valutata dai giudici di primo grado e in altri procedimenti penali, considerato che il Vinciguerra si è accusato (nonostante le coperture ricevute, ma non richieste) di fatti gravissimi, uno per tutti l’attentato di Peteano in cui - attirati in un trabocchetto - perirono alcuni Carabinieri, riportando la condanna alla pena dell’ergastolo. Nella specie, comunque, non si pone il problema di verifica d’attendibilità intrinseca e di riscontri posto che il Vinciguerra non ha formulato accuse specifiche ma si è limitato a fornire una chiave di interpretazione ai fatti criminosi della specie di quello in esame, a quella che fu definita giustamente “strategia della tensione”.
Per il momento ci si dovrà soffermare solo su alcuni punti delle sue dichiarazioni rilevando come alcuni dei più significativi dati forniti dal Vinciguerra, lungi dall’essere frutto di elaborazione puramente logica, trovino perfetta e singolare corrispondenza in elementi concreti emersi anche nel presente processo.
Innanzitutto la natura e il bersaglio dell’attentato: escluso, per quanto si è detto, che questo fosse stato frutto di scelta e iniziativa autonoma di un (sedicente) anarchico, deve ritenersi certo che si attentò alla vita dell’On. Rumor essendo questi un importante esponente del Governo, anzi il responsabile della sicurezza e dell’ordine pubblico. Colpendo Rumor è evidente che si sarebbe attinto il culmine di un crescendo di attentati perché in questo caso non si sarebbe colpito alla cieca (si pensi ad altri attentati, per tutti alla strage di Piazza Fontana) ma in modo “mirato”; un esito positivo sarebbe stato senz’altro idoneo a provocare sconcerto e allarme nell’opinione pubblica, ne avrebbe parlato tutta l’Italia (secondo quanto preannunciato dal conte Pietro Loredan), avrebbe creato le condizioni necessarie, se non per un colpo di Stato, per più subdole soluzioni (leggi speciali, finanche la proclamazione dello stato di emergenza) dirette a imprimere una decisa svolta autoritaria alla Nazione.
Lo scopo non fu conseguito, non solo perché l’attentato fallì ma perché gradualmente le forze politiche e quelle della società più consapevole e attenta finirono per sventare i progetti di eversione, da qualunque parte provenissero, ma non si può negare che in quel tempo, negli ambienti della destra eversiva neofascista e nei gruppi veneti di Ordine Nuovo quello scopo fosse senz’altro perseguito mediante scelte organizzative e operative che avevano, appunto, come finalità la creazione di uno stato di tensione da conseguire mediante attentati e stragi.
La “mimetizzazione”: la sterzata in senso autoritario della conduzione politica del Paese poteva essere ottenuta solo attribuendo la responsabilità di attentati e stragi alla parte politica avversa, e ciò poteva avvenire con la rivendicazione, espressa o implicita (si pensi al neofascista Nico Azzi al quale fu trovata addosso copia della pubblicazione “Lotta Continua” quando, nei pressi di Genova, rimase ferito dallo scoppio casuale del detonatore con cui intendeva provocare un’esplosione sul direttissimo Torino-Roma), ovvero con la scelta di esecutori, come Gianfranco Bertoli, apparentemente schierati con l’anarchia o le forze della sinistra.
Una “mimetizzazione” che, come necessario corollario, avrebbe poi determinato, da un lato omertà e dall’altro “copertura” che avrebbe legato con un filo irrescindibile (secondo l’espressione usata dal Vinciguerra) tra esecutore materiale, organizzatori e mandanti.
Anche così si può comprendere, secondo una deduzione esclusivamente logica ma pienamente verosimile e attendibile, l’ostinata affermazione di Bertoli di avere, contro ogni evidenza, agito da solo come “anarchico individualista” e di avervi insistito tenacemente per tanti anni.
Così pure si spiega, in modo altrettanto logico e verosimile, come fu possibile spacciare per anarchico un informatore prima del SIFAR e poi del SID tacendo, anche all’autorità giudiziaria (si rammenti l’annotazione sulla scheda dell’informatore “Negro”, alias Gianfranco Bertoli) il ruolo, ancorché marginale, svolto nell’ambito dei Servizi dall’esecutore dell’attentato, tra l’altro attribuendo al Bertoli una collocazione politica di estrema sinistra, vale a dire esattamente l’opposto di quanto emergerà in seguito, “accertata” pochi giorni dopo la strage dal capitano Di Carlo appositamente spedito in Israele dal generale Maletti (lo stesso di Carlo che attribuirà, contro ogni evidenza, la medesima collocazione politica ai fratelli Jemmy, amici del Bertoli nel kibbutz, risultati appartenere invece all’organizzazione neofascista francese “Ordre Nouveau”).
Infine l’effettiva corrispondenza dell’attentato del 17 maggio 1973 agli scopi perseguiti dalle organizzazioni eversive della destra neofascista, in quanto a pieno titolo inserito in un ampio disegno di destabilizzazione.
Ne è piena conferma il contenuto di alcuni colloqui tra il capitano Labruna e Remo Orlandini, registrati e trascritti, di assoluta rilevanza per comprendere quali fossero all’epoca i propositi, i piani, le speranze di chi tramava contro le Istituzioni democratiche.
Si è detto di come le registrazioni e trascrizioni di quei colloqui siano stati acquisiti dal Giudice Istruttore dopo molte vicissitudini, tra ostacoli di ogni genere, come lo stesso Labruna avesse tentato in tutti i modi prima di negarne l’esistenza e poi di sminuirne l’importanza, come infine si sia accertato che in almeno in uno di essi si parlava, sia pur genericamente di attentati aventi come bersaglio, tra gli altri, l’On. Rumor.
La Suprema Corte non ha affatto ritenuto irrilevante il contenuto dei colloqui Labruna/Orlandini ma si è limitata ad affermare la loro inidoneità a fornire la prova che l’attentato alla Questura di Milano fosse stato, per quella via, “annunciato”. Essi, per tanto, costituiscono valida fonte di conoscenza dei fatti che interessano lo specifico punto in questione e forniscono prova inoppugnabile che quanto affermato da Vincenzo Vinciguerra non può essere attribuito a personali elaborazioni di tipo ideologico o politico.
Nei colloqui con il capitano Labruna, Remo Orlandini attribuiva a sè stesso un ruolo primario nella preparazione di un colpo di Stato che auspicava imminente, per altro rivendicando analogo ruolo anche in precedenti tentativi golpisti (“Piano Solo” e c.d. “golpe Borghese”). Più specificamente e con riferimento al tempo e alla situazione in cui si svolgevano i suoi colloqui con Antonio Labruna, di cui si riportano i brani più significativi, affermava la necessità dell’intervento delle Forze Armate (“non è possibile fare una cosa del genere senza il loro appoggio” coll. 13.3.73) e che a ciò dovesse essere preparata l’opinione pubblica:
“questi stanno aspettando il momento di un colpo militare, ma che sia giustificato sia di fronte alla nazione che di fronte al mondo” (coll. 18.1.73).
Il 13.3.73 Orlandini insisteva sul punto:
“una specie di piano operativo si fa sempre perché è una cosa che lei non può attuarla da un momento all’altro. E’ una cosa di preparazione, preparazione dell’opinione pubblica, preparazione di atti, atti tali che debbano galvanizzare.....la preparazione dell’opinione pubblica è la chiave”.
Tali esigenze l’Orlandini ricollegava alla situazione socio-politica del Paese: (coll. 16.1.73) “quello che sta succedendo e al punto che hanno portato l’economia del Paese è una cosa che fa vomitare, perché tutto quello che avviene fa vomitare. Dove arriveremo ? All’estero come siamo considerati ? Qui un risanamento penso che sia un dovere di ogni buon italiano di arrivare a sanare....., qui non si vuole far niente a nessuno ma saniamo questa situazione. Leviamo di mezzo questo branco di ladroni!
Vediamo di mettere, prima di tutto, un po’ d’ordine.......che la gente lavori, che produca, che guadagni”.
Questo il progetto da realizzare, rozzo, populista e permeato del più vieto qualunquismo: (coll. 18.1.73)
“noi quello che vogliamo, e vediamo se ci riesce, se è possibile, è ridare l’Italia in mano agli italiani, insomma ! Che siano persone perbene, capaci e oneste, ecco solo questo chiediamo. Il nostro programma non so se lei (Labruna, n.d.u.) lo conosce, verte in dieci punti ed è quello di riportare l’ordine e mettere a posto le cose. Le persone devono mangiare, è vero, ma anche lavorare e non scioperare. Togliere di mezzo tutti i partiti perché sono il cancro della Nazione; non avere altra bandiera che quella tricolore; riaffratellare gli italiani perché i partiti hanno messo l’uno contro l’altro e stanno creando odio fra italiano e italiano, così per l’Italia non se ne trova uno (disposto) a rischiare tanto così, per il partito si ammazzano, sono pronti a scannarsi.
I partiti hanno le mani in tutto e per tutto. Questi sono proprio ladri, quando arrivano a fare lo stanziamento per le Forze Armate fanno i pidocchiosi, tutti addosso e le fanno morire di fame, non possono fare niente, perché non bastano, quello che gli danno non basta nemmeno per le pratiche amministrative, però per i partiti, quelli non gli bastano mai, per quelli lì i miliardi ci sono. Insomma è tutto un insieme di cose che, secondo me, per uno che vuol bene alla Patria, questa gente non va bene. Io credo che sia dovere sacrosanto di ogni buon italiano di levarli di mezzo. Non si dice ammazzarli, ma che se ne vadano via. Hanno rubato abbastanza, se ne vadano. Questo credo sia il minimo che si possa pretendere”.
Secondo Remo Orlandini al colpo di Stato sarebbero dovute immediatamente seguire leggi eccezionali che sicuramente il Capo dello Stato avrebbe promulgato, perché in caso contrario lo avrebbero costretto (coll. 21.3.73 in cui il riferimento al Presidente della Repubblica è esplicito). Si contava, per il progettato e auspicato colpo di Stato, su alcuni ufficiali disponibili allo scopo, dei quali Orlandini faceva i nomi come risultante dalla perizia di trascrizione dei colloqui disposta dal G.I.;
in questa non mancava neppure il nome di un alto ufficiale dei Servizi e al riguardo puntualmente osservano i giudici di primo grado “non è un caso che lo stesso Labruna abbia ammesso che quei nastri furono manipolati almeno per cancellare quel nominativo inserendo un rumore di tintinnio di bicchieri; ma non vale delibare incidentalmente la attendibilità dell’Orlandini in proposito, essendo già stata ampiamente documentata l’incredibile complicità che a Orlandini il Servizio Informazioni Difesa garantì, e il tenore delle conversazioni a sua volta convalida l’assunto”.
Si contava anche sulla collaborazione di molti civili coinvolti nel progetto eversivo: “siamo organizzati benissimo. Noi siamo organizzati in tutta Italia nel campo civile, cioé abbiamo dei professionisti, degli uomini in gamba, ognuno destinato per la propria materia perché è capace, e soprattutto galantuomini. Questo lo abbiamo fatto in tutta Italia, con il nostro arresto poi il Fronte Nazionale si è ramificato in modo che non le dico” (coll. 16.1.73).
Infine il riferimento ad accordi con Servizi segreti stranieri (in specie, americani): (coll. 12.2.73) “abbiamo un filo diretto, abbiamo fatto delle richieste, loro hanno fatto delle richieste a noi, ci sono delle trattative e ci siamo accordati”.
La Corte non può che condividere il commento dei primi giudici (pag. 93):
“Questi accenni documentano come la trama disegnata da Vinciguerra a proposito dei legami fra alcuni settori della Forze Armate, i Servizi di sicurezza ed altre forze interessate alla destabilizzazione stabilizzante, non appare del tutto avulsa dalla realtà: non deve essere dimenticato che le conferme che emergono dalle parole di Orlandini provengono da persona che ha avuto un ruolo di notevole rilievo nei fatti che narra al suo interlocutore, e che di tale interlocutore egli si fida, come è dimostrato al di là di ogni dubbio dai dettagli che fornisce a Labruna (anche dal punto di vista dei nomi delle persone a vario titolo coinvolte nel progetto che in quel momento egli stava coltivando per imprimere una svolta autoritaria al Paese)”.
A scanso di qualsiasi fraintendimento, lo stesso Labruna, avuta lettura delle frasi dell’Orlandini, tratte dalle registrazioni dei colloqui, ammetterà che lo stesso faceva “chiaro riferimento all’opera di destabilizzazione dello Stato che il suo gruppo stava preparando” precisando che “Orlandini era un infatuato e diceva verità ma anche millanterie. Ma anche tale discorso va interpretato nell’ottica del programma di destabilizzazione”. Il discorso di riferimento erano le parole pronunciate da Orlandini (trascr. 21.3.73. pag. 4) “penso che sia arrivato il momento, non si può più perdere tempo, bisogna agire, bisogna muoversi e soprattutto avere il coraggio di agire”.
Davvero inquietanti e più direttamente riferibili all’attentato le frasi di Orlandini, allusive a qualcosa che sarebbe dovuto accedere a breve scadenza “io credo che maggio non passerà, può darsi anche in aprile, ma comunque maggio non passerà sicuramente. Lei (Labruna, n.d.u.) tenga presente che sappia un po’ tutto quello che può fare, tenga presente lei, lo faccia con i dovuti modi, guardi come inserirsi, lei tenga presente che farà parte dell’organo, qui, quel gruppo di uomini, militari, civili, che sono quelli che devono guidare, quella è la guida, risolvere i problemi, ma risolverli immediatamente, non discuterne sei mesi, poi quando arriva il momento non devono essere risolti, rimandarli e via di seguito. No, no, qui le cose vanno, bisogna avere le idee chiare e risolvere immediatamente”.
Si era al 6 aprile 1973 !
Quanto all’efficienza operativa Orlandini mostrava di avere idee semplici e chiare, oltre alla convinzione che certi metodi sarebbero stati sicuramente accettati: (stesso colloquio del 6.4.73) “il più delle volte nasce una determinata cosa a Milano, uno, il più qualificato, parte e va a risolvere quel problema, come in Sicilia, come a Trieste, come da qualunque parte. Le disposizioni che partono per i vari organi devono essere chiare e precise, e si devono risolvere (i problemi, n.d.u.) volta per volta. Almeno in questo e in quello sarà il lavoro, quelle che saranno, che si presenteranno delle situazioni.
Tenga presente che l’80 % degli operai andrà a lavorare, ne’ le sembrerà vero. Saluteranno questa cosa perché non ci sarà più picchettaggio, non ci saranno più preoccupazioni, non avranno paura!
Comunque potrebbero nascere delle questioni del genere: c’è da risolvere con Piaggio di Genova una situazione, perché tra operai e lui, e via di seguito. C’è qualcosa che non va ? Il più qualificato parte e va.
E poi siccome sarà inquadrato tutto a mezzo di leggi, sarà la magistratura che tutela gli interessi dei lavoratori, ma saranno degli organi speciali della magistratura con degli uomini scelti perché sono capaci di risolvere. L’operaio avrà tutto quello che deve avere, non dovrà avere preoccupazione che gli manchi il pezzo di pane, però dovrà anche lavorare. Si, bisogna mettere ordine in tutto ! Adesso le ho detto questo nel campo del lavoro, ma è un po’ in tutti i campi”.
Quale prima conclusione da quanto detto da Remo Orlandini nei suoi colloqui con il capitano Labruna può dirsi senz’altro che lo stesso aveva come riferimento della sua “linea programmatica” il verificarsi di un colpo di Stato che considerava, oltre che necessario, imminente; per far sì che questo divenisse possibile in concreto, e si realizzasse con l’accettazione da parte dei cittadini (o da una gran parte di essi) occorreva che l’opinione pubblica fosse adeguatamente “preparata”, vale a dire che la popolazione fosse non solo disposta ad accettare, ma anche a ritenere inevitabile l’avvento di un potere forte che garantisse l’ordine.
Solo accadimenti eccezionali, eclatanti anche per i bersagli colpiti, potevano essere i mezzi con cui l’opinione pubblica doveva essere condizionata e convinta. Insomma, nelle parole di Orlandini, la piena conferma e riscontro della teoria (“destabilizzare per stabilizzare”) illustrata da Vincenzo Vinciguerra.
Il colpo di Stato, o qualcosa di molto simile, secondo Orlandini era previsto per l’aprile o, al massimo, per il maggio 1973 e, tenuto conto che la tanto desiderata svolta autoritaria doveva essere preceduta e resa possibile dalla tensione provocata da attentati e stragi, è ancor più inquietante che in almeno uno dei colloqui (il nastro non è stato reperito ma del contenuto hanno attendibilmente riferito i testi Di Gregorio e Giuliani) si faceva riferimento a uno dei possibili bersagli, all’On. Mariano Rumor.
Significativo, al riguardo, il tenore del seguente passo dell’interrogatorio di Antonio Labruna (G.I. 16.11.91):
“Il Giudice Istruttore fa presente che dalle trascrizioni emerge che in quella del 3.5.73 l’Orlandini appare abbattuto (“non si può continuare perdendo tempo, corriamo troppo rischio - siamo tutti pronti: l’operazione va solo fatta”), mentre il 26.5.73 l’Orlandini appare di buon umore, quasi euforico (“le avevo telefonato cinquanta volte. Le cose vanno bene. Io credo che questa sia l’ultima carta, che bisogna giocarla molto bene”) - Labruna: anche io mi ero reso conto di questo mutamento dell’Orlandini e volevo fare accertamenti per capire cosa c’era di vero o era successo che aveva fatto cambiare il suo atteggiamento”.
Unico commento possibile: l’aprile 1973 era trascorso senza che nulla accadesse e il 3 maggio, infatti, Orlandini appariva abbattuto e sfiduciato mentre il 26 maggio il suo umore sarà completamente diverso, euforico ed eccitato.
E’ superfluo osservare che tra le date dei due colloqui, il 17 maggio, vi era stato l’attentato di via Fatebenefratelli contro l’On Rumor.
Che dall’attentato ci si attendesse qualcosa di importante risulterà confermato dal successivo colloquio dell’Orlandini con il Capitano Labruna (di cui si è detto) in occasione del quale il primo riferirà dell’incontro di Milano, nel ristorante Savini, quando il Lercari aveva constatato che si attendeva l’attentato a Rumor, ma “non c’era stato nessun attentato a Rumor”, evidentemente riferendosi al fatto che l’azione di Gianfranco Bertoli aveva mancato il bersaglio e non aveva, quindi, prodotto gli effetti desiderati.
La sicura attribuibilità della “strategia della tensione” a gruppi determinati dell’estrema destra eversiva era già emersa nelle indagini del Giudice Istruttore con l’audizione di Torquato Nicoli e le sue dichiarazioni al riguardo venivano contestate a Remo Orlandini (2.1.2.91) senza la citazione della fonte. Orlandini le respingeva definendole “tutte falsità” dichiarandosi inoltre completamente estraneo all’organizzazione di “qualsiasi fatto eversivo e, tanto meno, all’episodio del 17 maggio 1973 alla Questura di Milano” ed escludendo che nell’ambito del Fronte Nazionale vi fosse stata una struttura occulta.
Torquato Nicoli, interrogato il 2.12.74 dal G.I. di Padova dopo essere stato colpito da mandato di cattura per partecipazione all’attività dell’associazione eversiva “avente varie denominazioni tra le quali quella di Rosa dei Venti”, aveva reso le seguenti dichiarazioni:
“fin dal 1948 aderii ad alcune attività o associazioni che, senza essere fasciste, potevano essere orientate a destra. In particolare ero Vice Presidente dei Marinai d’Italia quando, nel ‘68, venni avvicinato dal rappresentante spezzino del Fronte Nazionale il quale, pur senza conoscermi, mi invitò ad aderire a quel movimento. Ricordo che la prima riunione alla quale partecipai, nel novembre 1969 a Fiesole, vide l’afflusso di un migliaio di persone, che ascoltarono un discorso del comandante Borghese, il quale prospettò le finalità del Fronte come dirette a costituire una forza che in Italia potesse contrastare un certo decadimento e potesse rinsaldare dei valori morali che sembravano minacciati. Il tono del discorso e il carattere della riunione mi convinsero che si trattava di un’attività lecita e pubblica;
mi ricordo che fuori e dentro della sala gremita erano presenti militari dell’Arma in servizio. Successivamente per altro, e precisamente in una riunione tenutasi intorno al 15 gennaio 1971 a Roma, in via XXI Aprile, venni a sapere che pochi giorni prima c’era stato un tentativo di colpo di Stato da parte di elementi del Fronte Nazionale.
Lì per lì questo tentativo mi apparve una buffonata, tuttavia pensai che fosse opportuno allontanarmi dal fronte perché non mi fidavo più di avere a che fare con persone serie. Pertanto detti le dimissioni e non partecipai all’attività del Fronte, alle quali non venni più invitato. Dopo di allora, pur abbandonando il Fronte, conservai una serie di conoscenze:
seppi che Borghese scappò in Spagna, dell’arresto dell’Orlandini.
Conservai un rapporto amichevole con De Marchi. Anche a me De Marchi propose di entrare a far parte del suo gruppo, asserendo che era imminente un colpo di Stato. Nel chiedermi di partecipare all’operazione il De Marchi disse che la situazione era matura, che avevano tanti soldi, che c’era l’adesione di militari del Nord, ed anzi che tutte le truppe dell’Italia settentrionale erano controllabili. Mi disse in particolare che c’erano dei generali e vari ufficiali superiori.
Successivamente nei numerosi incontri da me avuti in Svizzera con Orlandini, Lercari, Massa e altri del gruppo che stavano muovendosi, ho potuto ricostruire che era stata fissata altresì un’epoca per il colpo di Stato, intorno al settembre 1973”.
Lo stesso Nicoli, poco prima (il 4.11.74), aveva dichiarato al G.I. di Torino che negli ambienti del Fronte nazionale, che aveva continuato a frequentare, “si era parlato dell’utilizzazione di elementi di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale per atti violenti”.
Molto tempo dopo (29.3.91 al G.I. del presente processo) confermerà che De Marchi era legato da amicizia con Zagolin, del gruppo veneto, fin da prima del 1973 e che il De Marchi, il Lercari e lo Zagolin avevano riunioni con rappresentanti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale; nell’occasione dichiarava inoltre: “tra Fronte Nazionale ed Avanguardia Nazionale/Ordine Nuovo negli anni 1972/73 era avvenuta una sostanziale fusione in quanto i giovani che erano iscritti al Fronte si iscrivevano anche a Ordine Nuovo e ad Avanguardia Nazionale.
Confermo quanto verbalizzato a pagina 4 dell’interrogatorio del 4.11.1974 al G.I. di Torino, che cioè più volte nelle riunioni del Fronte, presenti Orlandini, De Marchi e altri, si parlò di elementi di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale da utilizzare per azioni violente a persone. A tal fine devo aggiungere che sentii in alcune occasioni anche il Pavia dire che aveva sottomano alcuni uomini adatti da utilizzare per compiere attentati a persone fisiche e in particolare a uomini politici. Pavia faceva parte del Fronte Nazionale ed era responsabile del Piemonte”.
A conferma merita citazione quanto, tra l’altro, riferito da Roberto Cavallaro già il 28.2.75 al G.I. di Roma: Amos Spiazzi (ufficiale superiore dell’Esercito, inizialmente imputato nel presente procedimento penale) gli aveva detto in più occasioni che egli “subordinava l’intervento delle Forze Armate a uno stato di particolare tensione” e che, nel contesto di quei discorsi, lo Spiazzi si era riferito espressamente a Ordine Nuovo come l’unica organizzazione che, in quel momento, era da ritenersi capace di compiere “fatti concreti”.
Queste le conclusioni cui la Corte ritiene di pervenire sulla scorta di quanto finora detto, con la premessa doverosa che quanto teorizzato dal Vinciguerra non può essere del tutto condiviso, specialmente quando questi tende a una ingiusta generalizzazione, quasi che all’epoca che qui interessa Forze Armate, Carabinieri, Servizi di sicurezza fossero occupati unicamente nel tramare contro le Istituzioni democratiche, al fine di sovvertirle. Sembra, tra l’altro, di poter cogliere nelle sue dichiarazioni l’intento di sminuire l’effettiva pericolosità delle formazioni eversive dell’estrema destra, escludendone l’iniziativa nell’ideazione di attentati, attribuendo loro un mero ruolo esecutivo di decisioni assunte altrove e da altri.
E’ ben vero che lo stesso Vinciguerra finisce per fare riferimento a singoli soggetti e a settori deviati di quelle strutture statali, tuttavia è giusto sottolineare che solo una parte del tutto minoritaria mantenne equivoci rapporti con organizzazioni eversive di estrema destra, mentre un gran numero di “servitori” dello Stato fu leale con le Istituzioni e fedele al giuramento prestato.
Detto ciò, non si può negare che in taluni casi, scheggie deviate e devianti, in specie dei Servizi di sicurezza ma anche dell’Esercito, furono quanto meno conniventi o solidali con i propositi eversivi di organizzazioni che, per ideologia e origine storica, avevano in odio il sistema democratico, le sue regole e i suoi esponenti.
Scopo di tali organizzazioni (ormai lo si può affermare con certezza) era quello di creare artificiosamente, con attentati stragisti da attribuire alla parte politica avversa, uno stato di tensione nell’opinione pubblica per renderla non solo succube ma desiderosa di una svolta autoritaria che fosse in grado di garantire al Paese ordine e “legalità”, che riservasse il governo del Paese ai “più qualificati”, chiamati a risolvere con efficienza i problemi che si fossero di volta in volta presentati e, soprattutto, a difendere determinati “valori” dall’attacco di forze considerate antinazionali.
Che quello, e non altro, fosse lo scopo ultimo perseguito è un dato che trova conferma nella natura degli attentati che, in quegli anni, insanguinarono molte città italiane: seminare terrore con bombe e stragi (anonime ma spesso attribuite, anche con idonee coperture, ad anarchici o schieramenti della sinistra) non ha senso alcuno se fine a se stesso;
il terrorismo ha un “senso” se con esso si persegue il fine di ingenerare nella popolazione il timore per la propria incolumità, sempre e ovunque, oltre alla sfiducia verso le Istituzioni e gli uomini che non appaiono in grado di assicurare il tranquillo e ordinato svolgersi della vita sociale;
allora il terrore trova il suo naturale sbocco nell’auspicio e nell’accettazione di uno “Stato forte”, con le relative leggi emergenziali e conseguente limitazione di diritti costituzionalmente garantiti.
La “strategia della tensione” aveva, appunto, quegli scopi perché essa avrebbe permesso di realizzare finalmente, con la tanto desiderata svolta autoritaria, i disegni di chi intende il potere non come servizio alla Nazione e ai cittadini ma come prerogativa personale e a favore di pochi privilegiati. I punti più qualificanti di questi disegni erano l’eliminazione dei partiti politici, l’esautoramento delle organizzazioni sindacali mediante l’abolizione del diritto di sciopero (far ‘si che agli operai non “mancasse il pane” ma che in cambio lavorassero), l’emanazione di leggi adeguate (anche in materia di lavoro) e la loro applicazione da parte di una Magistratura selezionata (cioè condizionata), l’affidamento della gestione della pubblica amministrazione a persone “perbene” a “galantuomini” accuratamente prescelti negli ambiti delle rispettive professioni e competenze.
Il tutto all’evidente scopo di impedire, possibilmente per sempre, l’avvento al governo della cosa pubblica di rappresentanti delle classi in quel momento escluse e che tali dovevano restare.
In altri e più crudi termini: si perseguiva, teorizzandola, la negazione del principio fondamentale della Democrazia che, in ultima analisi, consiste nella concreta possibilità di tutte le parti sociali, se legalmente organizzate e rappresentate, di aspirare e, se del caso, accedere al governo della Nazione.
Quelle “idee” non conseguirono, se non in minima parte, i risultati desiderati, ma non furono e non rimasero isolate; anzi, troveranno proseliti, anche in tempi più recenti, in coloro che, promotori o associati, tentarono di favorire l’avvento di una forma di Stato non dissimile da quella già auspicata dalle organizzazioni eversive, sia pure con metodi certamente meno cruenti ma, non per questo, meno insidiosi.
La strage di via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973 - per le caratteristiche personali dell’esecutore materiale (sedicente anarchico e, come tale, ideale per la così detta “mimetizzazione”), per l’ambiente politico/eversivo in cui fu concepita e dal quale derivò il mandato, per il bersaglio che si intendeva colpire, per la sua collocazione temporale (cioè proprio nel periodo in cui negli ambienti dell’eversione neofascista si attendeva quel fatto eclatante che avrebbe dovuto determinare l’auspicato colpo di Stato), infine per le “coperture” di cui si è detto - ad avviso della Corte deve essere inserita a pieno titolo nella linea di quelle attività terroristiche nel che si sostanziò la così detta “strategia della tensione”.
L’ideazione e organizzazione di quell’attentato, sulla scorta di tutti gli elementi di prova fino ad ora esaminati, non possono che essere attribuite all’organizzazione che è stata indicata da più fonti come la più interessata e l’unica, all’epoca, capace in concreto di atti violenti, vale a dire a Ordine Nuovo, in particolare ai gruppi di quel movimento attivi nel Veneto.