La sconfitta della giustizia: come annullare il lavoro investigativo sull’eversione di destra e sullo stragismo di Stato approfittando di mille cavilli e dell’operato di giudici “apolitici”. Storia delle responsabilità accertate sull’attentato alla Questura di Milano del 17 maggio 1973. Riassunto/sentenza dei tre gradi di giudizio che non sono riusciti a inchiodare i responsabili politici della strage

 

 

QUANDO RUMOR DOVEVA MORIRE

 

 

 

TRIBUNALE DI MILANO – MOTIVAZIONI DEL GIUDICE DEL RINVIO

Processo a carico di Gianfranco Bertoli per l’attentato di Via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973

 

 

 Cap. 8.00

 

 

 

Gianfranco Bertoli, dopo avere affermato che il suo gesto era diretto non certo contro innocenti cittadini ma (per i noti motivi) contro le Autorità presenti alla cerimonia, in particolare contro Ufficiali della Polizia, nel prosieguo degli interrogatori ha gradualmente ammesso che il Ministro Rumor era tra i suoi obiettivi e che certamente non gli sarebbe dispiaciuto se questi fosse stato colpito e ucciso.

 

Nonostante lo scarso credito che le dichiarazioni del Bertoli meritano, per tutto quanto finora esposto, tuttavia tale ammissione, benché parziale, appare senz’altro in sintonia con le precise informazioni in possesso del conte Loredan e rende, per tanto, credibile che l’autore materiale dell’attentato fosse perfettamente al corrente della presenza dell’On. Rumor, e non certo per averlo appreso all’ultimo momento, quella stessa mattina, dalla lettura del Corriere della Sera.

 

Si può, quindi, affermare con certezza che l’attentato, che per la carica pubblica rivestita dalla vittima designata doveva essere eclatante (“ne parlerà tutta Italia”), fu diretto contro il Ministro degli Interni.

 

 

I progetti di attentato alla vita dell’On. Mariano Rumor

Il Giudice Istruttore ha condotto lunghe e laboriose indagini per individuare chi - soggetti, organizzazioni o gruppi politici professanti teorie eversive - avesse “buone ragioni” o comunque un interesse ad attentare alla vita dell’On Rumor. Di seguito si riferirà degli esiti di dette indagini, il cui punto più significativo è rappresentato da quella che può chiamarsi “vicenda Orlandini/Labruna”, alla quale la Corte di Cassazione non ha attribuito il significato di “strage annunciata” ma che, senza dubbio, appare rilevante perché disvelante trame che, appunto, contemplavano l’eliminazione dell’On. Mariano Rumor.

 

 

Il capitano Antonio Labruna, in servizio nel SID dal 1966, era stato dirigente del N.O.D. (Nucleo Operativo Diretto) dal 1970, con superiori diretti il Generale Gian Adelio Maletti e il colonnello Romagnoli; aveva svolto attività di indagine per il tentato o mancato golpe di Junio Valerio Borghese dell’8 dicembre 1970, conducendole in particolare con l’instaurazione di rapporti diretti con Remo Orlandini, considerato braccio destro di Borghese e per il ruolo rilevante avuto in quella vicenda.

 

In proposito si legge nella motivazione della sentenza appellata:

 

“egli figurava fra i costitutori – insieme allo stesso Borghese e a Mario Rosa – di un Fronte Nazionale, cioè di un’organizzazione di massa di intonazione anticomunista nata nel 1968 con il proposito di sovvertire le Istituzioni dello Stato attraverso un golpe. L’anno successivo alla sua costituzione, il Fronte Nazionale partecipava a riunioni di vari movimenti per coagulare tutte le forze di destra, tentando in particolare di agganciare Avanguardia Nazionale e dotandosi altresì di una nuova organizzazione nella quale, in ciascuna unità territoriale, accanto a gruppi palesi destinati al proselitismo, erano previsti gruppi occulti di tipo militare destinati all’approntamento di strumenti operativi:

 

essenzialmente, raccolta e conservazione di armi, acquisizione di personale valido per azioni violente, approntamento di “santuari”; parallelamente, a livello centrale, si provvedeva alla costituzione di un nucleo speciale con a capo Remo Orlandini e alle dirette dipendenze di Borghese. Orlandini faceva parte del Direttivo Nazionale”.

 

 

 

Osservano i giudici di prima istanza che “già da questi sommari rilievi risulta assolutamente evidente che Labruna avesse perfetta conoscenza delle caratteristiche del proprio interlocutore allorquando, così come egli ha riferito al G.I., egli ottenne dal generale Maletti l’autorizzazione a stabilire quel contatto con l’Orlandini”.

 

Con lo stesso Orlandini il capitano Labruna, nella prima metà del 1973, aveva avuto numerosi colloqui, parte dei quali registrati e trascritti. L’ordinanza di rinvio a giudizio, consente di ricostruire tutti i passaggi del tortuoso iter investigativo che porterà il G.I. ad acquisire i nastri (tranne uno) e le relative trascrizioni di quei colloqui (undici in tutto).

 

 

L’operazione era stata convenzionalmente denominata “Furiosino” e i colloqui registrati all’insaputa dell’Orlandini, secondo Labruna, erano stati sei o sette (ma inizialmente lo stesso aveva parlato di soli due colloqui registrati); i nastri e le relative trascrizioni, effettuate da sottufficiali dipendenti, erano stati sempre consegnati al colonnello Romagnoli e da questi al generale Maletti. Il Labruna non sapeva se il tutto fosse stato trasmesso o meno all’Autorità Giudiziaria nell’ambito del procedimento penale per il tentato golpe Borghese.

 

Tramite la collaborazione del giornalista Norberto Valentini che, per la stesura di un libro (“La notte della Madonna”, altra denominazione del tentato golpe) era in possesso di nastri e trascrizioni, il G.I. acquisiva dieci degli undici nastri che dovevano essere stati registrati secondo le informazioni fornite dal Valentini.

 

 

Il capitano Labruna, nell’interrogatorio del 5 novembre 1991, ammetterà di aver registrato in tutto dieci o quindici nastri dei quali solo tre o quattro, quelli riferiti al colloquio con il Lercari (di cui si dirà) e a quello con l’Orlandini del giugno 1974 a Lugano, erano stati trasmessi all’autorità giudiziaria. Il 7 novembre 1991 il Labruna consegnava al G.I. una borsa contenente dieci nastri affermando che negli stessi erano registrati tutti i colloqui avuti con Remo Orlandini. Non sapeva, ma non escludeva, che i nastri registrati potessero, in effetti, essere undici.

 

 

Al fine di accertare quale effettivamente fosse stato l’oggetto dei colloqui tra il capitano Labruna e Remo Orlandini, il G.I. provvedeva allora a sentire come testimoni i marescialli Paolo Di Gregorio e Nicola Giuliani, cioè i sottufficiali ai quali era stato affidato il compito di ascoltare e trascrivere il contenuto dei colloqui registrati dal Labruna. Entrambi, pur non essendo in grado di ricordare con esattezza la data della registrazione, affermavano (riferendo anche i rispettivi commenti) che in uno dei colloqui l’Orlandini aveva parlato espressamente e ripetutamente di un attentato alla vita dell’On. Rumor, che doveva essere compiuto.

 

 

In particolare il M.llo Di Gregorio, parlando con il collega, aveva fatto intendere che di quel progetto si parlava anche in altri colloqui registrati, di cui aveva personalmente curato la trascrizione.

 

 

Si condividono le conclusioni dei primi giudici sulla piena attendibilità delle testimonianze dei due sottufficiali:

 

“gli evidenti accenti di sincerità del Di Gregorio e del Giuliani esaltano quanto concordemente essi hanno dichiarato al riguardo degli espliciti riferimenti compiuti dall’Orlandini a progetti per attentare alla vita di Mariano Rumor. Persino il Labruna, posto di fronte alle dichiarazioni dei testimoni, aveva dovuto arrendersi ammettendo che il maresciallo Giuliani è una degnissima persona e certamente aveva detto il vero”.

 

Da condividere anche il giudizio di segno contrario espresso sul capitano Labruna nonché la descrizione delle attività di questi:

 

“lo stesso ha pervicacemente mistificato la verità in tutte le dichiarazioni di cui la Corte ha notizia, fin che la situazione processuale glielo ha consentito, e anche oltre. Nel lontano 1974 ha dichiarato al G.I. di Padova che solo alcuni incontri erano stati registrati, perché alcune registrazioni soltanto erano state consegnate all’autorità giudiziaria che procedeva per i fatti delittuosi del dicembre 1970; ha conservato fino al 7 novembre 1991 molte altre registrazioni, che consegnava all’autorità giudiziaria milanese solo allorquando quest’ultima ne era venuta in possesso per altra via, affermando tranquillamente che quei nastri erano sempre stati in suo possesso dal momento dello scioglimento del Reparto N.O.D., da lui diretto presso il S.I.D., dopo aver dichiarato reiteratamente di ignorare la sorte di dette bobine che lui aveva trasmesso, secondo il suo dovere, ai suoi superiori.

 

Ha negato fino all’ultimo, e cioè fino a quando due suoi subalterni dell’epoca si sono decisi a parlare, dell’esistenza di altri nastri contenenti gravissime affermazioni dell’Orlandini a proposito di progettati attentati alla vita dell’On. Mariano Rumor, e tale comportamento, alla luce dei fatti del 17 maggio 1973, è la migliore riprova della veridicità delle affermazioni di Di Gregorio e di Giuliani, che Labruna non ha osato smentire, senza per altro confermare le loro dichiarazioni, come se non fosse stato lui l’unico interlocutore di Remo Orlandini, come se tali affermazioni Orlandini non le avesse profferite in conversazioni intrattenute con lui.

 

Conscio della assoluta inverosimiglianza di tale arretrato bastione difensivo – così prosegue la motivazione della sentenza appellata – il mistificatore Labruna ha tentato di dipingere se stesso come un semplice esecutore di ordini, un subalterno che del tutto informalmente, e non già per ragioni del proprio ufficio, conversava con una persona senza darsi cura di elaborare le informazioni ricevute.

 

E’ tuttavia la struttura stessa del N.O.D., che egli era stato chiamato a dirigere, che smentisce tali assurde prospettazioni: l’ufficio era stato costituito per essere posto alle dirette dipendenze del Capo del reparto D, al quale soltanto il capo del N.O.D. rispondeva dell’espletamento delle missioni ricevute, non predeterminate, come per altre sezioni delle quali il reparto D era composto, ma assegnate di volta in volta dal generale Maletti il quale, dunque, per ciò solo, non poteva non nutrire la massima fiducia nella persona che aveva scelto per un compito tanto delicato.

 

infatti Di Gregorio e Giuliani hanno descritto una realtà del tutto diversa:

l’operazione Furiosino era un’operazione come tante altre espletate dal Servizio, che aveva acquisito, per la connessione ad altre delicate vicende via via manifestatesi, sempre maggiore rilevanza, tanto da essere seguite praticamente da tutti gli ufficiali superiori che dipendevano dal capo del reparto D, vale a dire Romagnoli, Genovesi, Viezzer. Era stato formato un regolare fascicolo che era diventato sempre più ponderoso e che era custodito negli uffici del reparto, tanto che i due sottufficiali si meravigliavano che non fosse stato consegnato alla magistratura milanese. Nonostante i complicati scenari connessi (golpe Borghese, Rosa dei Venti) Labruna aveva mantenuto il controllo delle operazioni il cui articolarsi ed evolversi non mancava di commentare con i subalterni incaricati non solo delle trascrizioni ma anche degli accertamenti che di volta in volta si rendevano necessari in ordine alle dichiarazioni di Orlandini, secondo la valutazione dello stesso Labruna.

 

Ha affermato Labruna che lentamente era stato emarginato dall’operazione Furiosino, ancora una volta essendo per altro smentito dai fatti, giacché proprio lui sarebbe stato incaricato, tra il 1973 e il 1974, di contattare il Lercari. Tutte queste menzogne si sono rese necessarie per nascondere la verità, e cioè la vera natura dei rapporti intrattenuti da Labruna, per conto dei Servizi di informazione, con Orlandini, che non solo ha riferito al suo interlocutore dei progetti di attentato a Rumor, ma anche al conseguimento dei quali erano finalizzate quelle azioni di forza tra le quali doveva essere annoverato l’attentato al Ministro degli Interni: il sovvertimento delle Istituzioni democratiche.

 

 

 

Labruna ha dichiarato in più occasioni al G.I. di non sapersi spiegare la fiducia in lui riposta dall’Orlandini, che gli confidava segreti così pericolosi, sebbene egli facesse parte, con elevate responsabilità, di strutture dello Stato incaricate di impedire che gli scopi di Orlandini, quelli tattici e quelli strategici, fossero conseguiti.

 

 

Deve constatare la Corte che invece la ricostruzione che precede documenta  inequivocabilmente che Remo Orlandini nutriva una fiducia assoluta in Antonio Labruna e che si trattava di una fiducia ben riposta: posto a conoscenza dei delittuosi e gravissimi progetti che il suo interlocutore coltivava, non mosse un dito per impedirne la realizzazione, sebbene ciò costituisse proprio il principale dei doveri del suo ufficio e sebbene egli avesse curato di verificare attraverso i suoi collaboratori la capacità criminale di Orlandini; successivamente alla strage di via Fatebenefratelli che aveva sfiorato quel bersaglio, da lui conosciuto come primario per Orlandini ed i suoi accoliti, nulla fece per indirizzare le indagini delle competenti Autorità.

Anzi, occultò i nastri che fornivano la prova delle macchinazioni di Orlandini, neppure citate, naturalmente, nei tre rapporti inviati all’autorità giudiziaria dal generale Maletti dopo la strage, ed anzi (lungi dall’essere esautorato, come egli ha più volte affermato) ha continuato almeno per tutto il 1973 a incontrare Orlandini, dal quale poi si faceva presentare ad Attilio Lercari e ad altri pericolosissimi appartenenti all’ambiente del Fronte Nazionale e, più in generale, della destra eversiva”.

 

 

A completamento del quadro relativo al cap. Labruna si ritiene utile richiamare la testimonianza di Torquato Nicoli: questi ebbe modo di assistere alla telefonata fatta dal Labruna all’Orlandini, da un ristorante sito a Roma all’altezza del 12° chilometro della Via Aurelia, per consigliarlo di “andarsi a prendere una cioccolata”, chiaro invito a riparare in Svizzera, quando risultava imminente la trasmissione alla magistratura, da parte dell’On. Andreotti, del dossier sul golpe con la registrazione del colloquio di Lugano, e quando appariva certa l’emissione di ordine di cattura nei confronti dello stesso Orlandini.

 

 

Quanto al contenuto dei colloqui tra l’Orlandini e il capitano Labrunacosì come risultanti dalla trascrizione dei nastri registrati finiti nella disponibilità del G.I., se ne può riferire solo in estrema sintesi: in quei colloqui Orlandini affermava la necessità di riportare l’ordine in Italia, in tutti i campi, con l’eliminazione di tutti i partiti politici (definiti ladri), con l’abolizione degli scioperi (agli operai non deve mancare nulla ma devono lavorare), con la promulgazione di leggi emergenziali che consentissero, dal Capo dello Stato a certa magistratura e alle Forze Armate di agire in forza di leggi e quindi negli ambiti della Costituzione.

 

Secondo l’Orlandini, per conseguire tali scopi – che sarebbero stati accettati senz’altro da un’opinione pubblica preoccupata dell’ordine pubblico nonché in campo internazionale con aumentato credito dell’Italia – era necessario creare condizioni di tensione mediante atti eclatanti come una serie di attentati.

 

 

Orlandini, in quei colloqui, aveva parlato esplicitamente di persone oneste e per bene, sia delle Forze armate sia civili, costituenti una grande ed estesa organizzazione, pronti ad assumere il potere al momento opportuno, ciascuno secondo le proprie specifiche competenze.

Infine Orlandini aveva parlato espressamente di qualcosa che sarebbe dovuto accadere con certezza nell’aprile o, al massimo, nel maggio 1973, alludendo a un attentato o a un colpo di Stato; un colpo di Stato che, quindi, a suo avviso, era in preparazione e doveva essere attuato da gruppi dell’estremismo di destra oltre che da elementi dei Servizi di sicurezza e di informazione (secondo Labruna l’Orlandini aveva anche indicato i nomi di alcuni ufficiali ma i nastri erano stati manipolati perché quei nomi non risultassero).

 

 

 

Questa Corte ritiene che dall’esame delle risultanze delle indagini relative ai numerosi colloqui (e al loro oggetto) avvenuti nel 1973 tra il capitano Labruna e l’Orlandini possano trarsi le medesime conclusioni alle quali sono giunti i giudici di legittimità (pag. 12 della sentenza di annullamento): “dalla dichiarazione resa dal Di Gregorio non si evince che vi sia stato un nastro nel quale si parlava espressamente di un attentato al ministro Rumor. Il teste ha riferito di ricordare che “il contenuto dei colloqui era alquanto fantasioso perché si parlava più volte di attentati da eseguire”, con molti nomi, fra i quali ha ricordato quello di Rumor.

 

L’oggetto dei colloqui riguardava l’attività eversiva, che qualche tempo dopo avrebbe determinato lo scioglimento di Ordine Nuovo, è quindi logico che nei nastri si parlasse di attentati, di colpi di Stato e di possibili atti rivoluzionari, e che tra le persone prese di mira vi fosse il Ministro Rumor, che era considerato un nemico degli estremisti di destra.

 

Questo non comporta l’esistenza di un nastro che preannunziasse l’attentato verificatosi. Non vi è in atti, quindi, alcuna prova o serio indizio dell’esistenza di un preciso riferimento all’attentato di via Fatebenefratelli.

 

 

Gli elementi acquisiti confermano soltanto l’esistenza di una fervente attività eversiva nell’ambiente dell’estremismo di destra, che certamente non basta a creare un collegamento con l’attentato oggetto del giudizio e un riferimento operativo al gruppo di Carlo Maria Maggi.

 

 

La Corte d’assise di Appello avrebbe potuto escludere la rilevanza probatoria dell’episodio, senza tentare di negare in radice l’attendibile testimonianza del Di Gregorio. Il teste infatti non ha mai parlato di uno specifico nastro che si riferisse a un attentato in preparazione a Rumor, ma del generico contenuto di tutti i nastri da lui trascritti”.

 

 

Quanto affermato dalla Corte di Cassazione, dunque, pur escludendo che dai colloqui Orlandini/Labruna possa essere desunta la prova di uno specifico progetto di uccidere l’On. Rumor e di espliciti riferimenti all’attentato del 17 maggio 1973, attribuisce piena attendibilità al teste Di Gregorio circa il contenuto di quei colloqui, conferma implicitamente il giudizio espresso dai primi giudici sulla condotta del capitano Labruna, attribuisce pieno credito al fatto che all’epoca negli ambienti dell’estrema destra eversiva (di cui l’Orlandini era esponente di rilievo), in particolare di Ordine Nuovo, era - per così dire - normale che si parlasse di colpi di Stato, di possibili atti rivoluzionari, di attentati che ben potevano avere come bersaglio l’allora Ministro degli Interni.

 

 

In tale quadro si inseriscono, quali elementi di conferma, le numerose e significative dichiarazioni di testimoni e collaboratori di giustizia sentiti dal Giudice Istruttore:

sulla traccia del rapporto in data 19.1.1974 dei carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano, con cui si riferiva di rapporti tra Gianfranco Bertoli ed esponenti del gruppo veneto di Ordine Nuovo (Sandro Sedona, Eugenio Rizzato e Sandro Rampazzo), il 4.6.1992 era sentito l’Appuntato Toniolo Angelo della squadra di polizia Giudiziaria presso il Tribunale di Padova; questi, confermando e meglio precisando quanto già detto nel 1974, così dichiarava:

 

 

Confermo di avere riferito che l’attentato alla Questura di Milano fu preparato da più persone per far fuori Rumor. Confermo che tale notizia mi fu riferita dall’avvocato Brancalion. Mi disse in particolare che sapeva ciò con certezza per averlo appreso da più persone facenti parte di gruppi eversivi di destra con cui era in contatto.

Io sapevo dei suoi contatti con Rizzato, Rampazzo e altri e capii che tale notizia fornitami proveniva da quel gruppo. La circostanza che l’attentato alla Questura di Bertoli era stato organizzato da altre persone per eliminare Rumor fu riferita al Brancalion dai vari Rizzato e Rampazzo come egli mi disse esplicitamente. Ricordo le parole precise riferitemi dall’avvocato Brancalion: furono, come ho già riferito nel ’74, "nell’attentato di Milano volevano la testa di Rumor". Escludo che l’avvocato Brancalion mi abbia riferito ciò come sua opinione personale.

Mi disse invece che tale notizia gli era stata riferita con certezza dalle persone che ho indicato”.

 

 

 

Dal canto suo l’avvocato Giangaleazzo Brancalion, quando era stato sentito il 23.2.74, aveva dichiarato:

 

“ammetto di avere parlato amichevolmente con l’Appuntato dei CC. Toniolo, mentre bevevamo un bicchiere di vino in compagnia, di alcune circostanze sapute dal Negriolli senza dire per altro la mia fonte di informazione e pregandolo se gli fosse possibile di controllare alcune circostanze. Ho riferito che l’attentato di Milano era stato preparato per far fuori la persona dell’On. Rumor esprimendo però solo una pura opinione personale”.

 

 

Il riferimento al Negriolli, fatto dall’avv. Brancalion, si collega con quanto dichiarato da Gianfrancesco Belloni (già collaboratore del SID): questi ricordava che, in un’occasione successiva alla strage compiuta da Bertoli, il Negriolli gli aveva mostrato una foto di un settimanale (anno 1975) raffigurante lo stesso Bertoli in atteggiamento confidenziale con Freda nel carcere di San Vittore; nella medesima occasione Negriolli gli aveva detto, a seguito di accertamenti svolti per conto del SID, che Bertoli era legato a Ordine Nuovo, che egli non era altro che un burattino manovrato da altri e che l’attentato di via Fatebenefratelli era stato preparato per eliminare l’On. Rumor.

 

 

 

Il 10 febbraio 1974 Giampaolo Portacasucci riferiva al G.I. di contatti avuti con Rizzato, Rampazzo, Cavallaro e Camillo Virginio che erano andati ad incontrarlo nella sua abitazione a Ortonovo. In particolare ricordava che Rampazzo gli aveva detto di disporre di un gruppo ben addestrato per compiere azioni eversive e attentati. Lo stesso Rampazzo, in successivi incontri, gli aveva pure detto di aver partecipato all’esecuzione di importanti attentati, ma senza specificare quali.

 

Rampazzo gli aveva anche mostrato un foglietto in cui erano indicate le persone da eliminare e, tra i nomi di quelle persone, egli aveva visto anche quello di Rumor.

 

Di particolare interesse, sul punto in esame, quanto affermato da Roberto Cavallaro nel contesto di ampie dichiarazioni rese al Giudice Istruttore in più riprese a partire dal 23.11.1974. Tra le registrazioni eseguite dal cap. Labruna, in quella relativa al colloquio avvenuto a Lugano il 29.3.74 con il Lercari (quando quest’ultimo aveva riferito i discorsi fatti nel corso di un incontro avvenuto nel luglio ’73 nel ristorante Savini a Milano), il Lercari, tra l’altro, aveva detto “attendevamo l’attentato a Rumor e non c’è stato nessun attentato a Rumor”.

 

 

 

Informato di quanto sopra dal G.I., Cavallaro aveva commentato:

 

“poiché il discorso è riferito alla fine di giugno 1973 è evidente che l’operazione richiamata dal Lercari, che non è avvenuta, è certamente precedente. Sinceramente non escludo che la frase del Lercari si riferisse all’attentato di Bertoli alla Questura di Milano in cui l’attentatore manifestò l’intenzione di colpire Rumor non riuscendovi. Non mi meraviglierei se l’organizzazione (Ordine Nuovo, n.d.u.) non fosse estranea a questa azione in quanto ricordo perfettamente il clima in cui operavamo; tutta l’organizzazione era tesa perché qualche cosa di grosso si determinasse; un attentato ad una personalità politica era nell’aria; vivevamo in un clima di follia; l’attentato a Rumor era proprio l’episodio classico che poteva legittimare un’azione di forza di presa del potere o di rafforzamento del potere”.

 

 

 

Giuseppe Albanese, nel riferire le confidenze fattegli in carcere nel periodo di comune detenzione da Gianfranco Bertoli, dichiarava che quest’ultimo tra l’altro gli aveva detto che, dopo l’attentato a Rumor, mancato per l’errore nel lancio della bomba, avrebbe dovuto fuggire grazie all’azione di copertura di “camerati” del Veneto i quali avrebbero dovuto creare un diversivo che poi non era stato attuato; Bertoli non aveva specificato chi fossero quei camerati ma che questi appartenevano a un gruppo facente capo ad Amos Spiazzi, esponente di rilievo di Ordine Nuovo.

 

 

Marco Affatigato, facente parte dal ’71 al ’73 della struttura legale di Ordine Nuovo e fino al settembre ’76 della struttura clandestina nonché successivamente informatore dei Servizi Segreti francesi (SDECE) e della CIA, il 23.6.95 riferiva al Giudice Istruttore di avere avuto contatti, tra gli altri, con Luigi Falica (nel 1973 dirigente di contatto di Ordine Nuovo per tutto il Nord, che teneva contatti tra Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale) il quale gli aveva detto che nel 1973 era in programma un attentato contro l’On. Rumor da parte del gruppo di Ordine Nuovo di Verona; Falica però si era mostrato incerto circa la fonte dell’informazione non ricordando se l’aveva appresa in una riunione di Ordine Nuovo alla quale aveva partecipato con lo Spiazzi o se il fatto gli era stato riferito dal Massagrande.

 

 

 

Il 31 gennaio e il 5 febbraio 1992 il Giudice Istruttore sentiva Vincenzo Vinciguerra - dichiaratosi responsabile della “strage di Peteano” e del dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari – il quale, per sua stessa affermazione nè pentito né dissociato ma per una scelta di leale e responsabile collaborazione, riferiva di progetti di un attentato contro l’On. Rumor, espressamente attribuiti a Ordine Nuovo, nelle persone di Carlo Maria Maggi e di Delfo Zorzi.

 

Il Vinciguerra, tra l’altro, dichiarava:

“confermo integralmente quanto dichiarato il 14.8.84 al G.I. di Venezia e il 2.8.84 al G.I. di Bologna in ordine alla proposta fattami fuori dal ristorante Diana, tra Udine e Tricesimo nel settembre o comunque nell’estate del 1971, poi ancora a Udine nell’autunno dello stesso anno ed ancora nel febbraio/marzo 1972, da Maggi e Delfo Zorzi di compiere un attentato contro Rumor. Ricordo che mi telefonò Maggi dandomi appuntamento al ristorante Diana sulla strada che da Udine va a Tricesimo. Mi recai all’appuntamento in macchina accompagnato da un camerata friulano che non intendo indicare; per altro il predetto non partecipò al colloquio. Sul posto trovai Maggi e Zorzi i quali chiesero di parlarmi da solo e mi dissero che c’era un progetto destabilizzante da porre in atto, volto alla eliminazione fisica di vari uomini politici di primo piano. A me fecero il nome di Mariano Rumor alla cui eliminazione avrei dovuto provvedere io".

Dissero che potevano darmi tutte le informazioni sulla villa in cui abitava Rumor e, testualmente, che non avrei avuto problemi con la scorta, nel senso che sarei potuto entrare tranquillamente nella villa di Rumor, eliminarlo e me ne sarei andato.

 

Mi dissero che tutti i particolari dell’attentato erano già stati studiati perché avevano la possibilità di fornirmi tutte le indicazioni necessarie per eseguirlo; la localizzazione della villa di Rumor, la maniera di entrarvi e il modo di andarmene indisturbato, perché testualmente mi dissero che non ci sarebbero stati problemi con la scorta.

Non accolsi la proposta, che respinsi senza esitazioni per due ordini di motivi. In primo luogo il contesto politico del fatto mi sembrava fumoso e privo di senso. Non comprendevo il senso politico dell’attentato poiché non mi era chiaro che cosa sarebbe avvenuto dopo e per quali scopi reali esso sarebbe stato fatto. In secondo luogo il cenno fatto all’atteggiamento della scorta mi insospettiva lasciando pensare a un’azione torbida coordinata all’interno stesso delle Forze di Polizia. Mi formai l’idea che l’attentato potesse corrispondere più a una logica di conflitto di potere all’interno degli apparati statali che ad una azione politica rivoluzionaria. L’incontro cessò avendo io detto loro che potevo prendere in considerazione la cosa solo se mi fosse stato rivelato il motivo reale. Risposi dunque di no riservandomi comunque di pernsarci.

Nell’autunno dello stesso anno 1971 incontrai ancora a Udine il Maggi che mi chiese se ci avevo ripensato. Risposi nuovamente di no. Tornarono alla carica per la terza volta in Udine, in ora serale, sia Maggi che Zorzi a fine febbraio/marzo 1972. Mi telefonò Maggi dicendo che si trovavano alla birreria Osoppo di Udine. Mi dissero che avevano saputo dai giornali dell’attentato a De Michieli Vitturi e mi dissero che con soddisfazione avevano pensato che avessi recepito le loro idee. Mi chiesero se ero disposto per l’eliminazione di Rumor. Negai di essere stato io il responsabile dell’attentato a Vitturi e dissi che non accettavo la loro proposta. Questa volta rifiutai definitivamente avendo cominciato a nutrire dubbi sulle figure di Maggi e di Zorzi e sul loro inquadramento nei Servizi di Sicurezza.

Dopo quel terzo incontro alla birreria Osoppo, pur avendo reincontrato sia Maggi che Zorzi, non si parlò dell’attentato a Rumor. Quando dunque nel febbraio/marzo ’72 per la terza volta Maggi mi fece la proposta di eliminare Rumor mi fece comprendere, senza possibilità di dubbio, che egli aveva stretti rapporti operativi con elementi di alto livello delle forze di Polizia. A quel punto non avevo una visione chiara del contesto in cui si muovevano certe operazioni; fu nell’ottobre ’72, cioè dopo il dirottamento dell’aereo di Ronchi dei Legionari, che ebbi coscienza dell’esistenza di una vera e propria strategia, ispirata, diretta e condotta da persone inserite negli apparati pubblici che, per raggiungere i propri scopi politici, prevedevano di servirsi di attentati, o facendoli eseguire da persone inconsapevoli, o eseguendoli direttamente o comunque istigando e dando di fatto copertura a coloro che li eseguivano quando ciò fosse stato funzionale al perseguimento dei fini strategici da loro individuati.”

 

 

 

Dalle dichiarazioni rese al G.I. da Martino Siciliano (inserito in Ordine Nuovo fin che non era stato sospeso alla fine del 1972, pur senza perdere i contatti con quell’organizzazione) nell’ambito di una scelta di collaborazione con l’autorità giudiziaria emergono ulteriori elementi di collegamento dell’attentato all’On. Rumor con l’attività eversiva del gruppo di Ordine Nuovo facente capo all’imputato Carlo Maria Maggi.

 

 

Nel corso dei suoi interrogatori Martino Siciliano tra l’altro dichiarava:

 

“Circa quindici/venti giorni dopo la strage del 17 maggio 1973 passò per Mestre Zorzi e mi incontrai con lui, non ricordo se in palestra o in un altro locale. Zorzi, parlando della situazione politica in Italia, mi disse “l’episodio Bertoli è inquadrato nella nostra strategia” e mi confermò che Bertoli era un camerata, che era sempre stato attestato su posizioni di estrema destra ed era conosciuto molto bene dal dr. Maggi con il quale si era frequentato per lungo tempo. Voglio riferire che sentii più volte, in occasione di discorsi nell’ambiente di Ordine Nuovo e in particolare nell’ambito della cellula di O.N. di Mestre, negli anni dal 1970 al 1973, parlare della necessità di eliminare un bersaglio politico importante, sempre nell’ottica della strategia del gruppo.

In colloqui prima singoli e poi con Zorzi, Maggi e Molin, con i quali ero direttamente in contatto, sentii più volte dire esplicitamente dagli stessi che l’obiettivo da colpire era l’On. Rumor: era infatti necessario colpire lo Stato nella persona del Ministro dell’Interno nell’ambito della strategia tesa a destabilizzare lo Stato. L’uccisione del Ministro dell’Interno era un fatto capace di impressionare di più l’opinione pubblica in quanto colui che avrebbe dovuto proteggere gli altri non era stato capace di proteggere se stesso.

Il nome esplicito di Rumor fu più volte fatto in quelle discussioni direttamente da Zorzi, Maggi e Molin fin dal 1972. Rumor era anche della nostra zona in quanto abitava nel Vicentino, zona di cui era originario Zorzi nato ad Arzignano provincia di Vicenza. In sintesi: nel 1972 si discuteva tra i predetti Maggi, Zorzi e Molin di un progetto di attentato a Rumor; tuttavia, considerata la mia sospensione da Ordine Nuovo, avvenuta alla fine del 1972, non mi furono forniti dettagli operativi su questo progetto. Prendo atto che mi dite che il Vinciguerra le ha parlato diffusamente di tre proposte in tempi diversi a lui fatte da Maggi e Zorzi negli anni 1971 e 1972 di compiere un attentato contro Rumor. Non so nulla di questa proposta specifica fatta al Vinciguerra”.

 

 

 

 

Il 19 novebre 1985 era sentito l’On. Mariano Rumor il quale, riferitegli le dichiarazioni del Vinciguerra circa proposte ricevute di attentare alla vita del Ministro degli interni, affermava di non avere mai saputo nulla di tutto ciò. Del resto, precisava il testimone, non aveva mai ricevuto minacce e l’attentato di via Fatebenfratelli era stato per lui del tutto inaspettato. Di poi dichiarava: “posso anche comprendere tali intenzioni di personaggi dell’estrema destra in quanto quando ero Ministro degli Interni mi detti da fare attivamente per contrastare le violenze della destra. Tra l’altro presentai un esposto alla Magistratura romana nei confronti di Ordine Nuovo in relazione alla legge Scelba. Sulla base di tale esposto, quando già ero Presidente del Consiglio dei Ministri, si giunse allo scioglimento ex lege del movimento Ordine Nuovo. Sono stato Ministro degli Interni dal febbraio 1972 fino ai primi di luglio del 1973. Da tale data fui Presidente del Consiglio dei Ministri fino a novembre 1974”.

 

 

Premesso che effettivamente il decreto di scioglimento di Ordine Nuovo era stato firmato nell’autunno ’73 dal Ministro degli Interni dell’epoca, On. Taviani, il giudice Istruttore osserva nella propria sentenza/ordinanza (pagg.114,115) “Le dichiarazioni rese da Rumor nel 1985 e gli accertamenti svolti sono molto indicativi sui moventi dell’attentato a Rumor, ostinatamente più volte programmato dagli elementi di Ordine Nuovo. Il Parlamentare vicentino, già sostenitore di una politica di contrasto nei confronti dei gruppi di estrema destra, aveva infatti prima del ’72 chiesto l’applicazione della legge Scelba nei confronti di tali organizzazioni e poi disposto ex lege lo scioglimento di Ordine Nuovo quando, dopo il luglio ’73, divenne Presidente del Consiglio”.

 

 

Infine la testimonianza del Senatore Paolo Emilio Taviani, che nel novembre 1972, come Ministro degli Interni, aveva firmato il decreto di scioglimento di Ordine Nuovo. Sentito dal G.I. il 19 marzo 1992, dichiarava quanto segue: “Che il Bertoli fosse un personaggio non di due, ma di tre o quattro facce, a me risultava anche dalle informazioni del capo della Polizia Zandaloy. Quando ero ancora Ministro del Mezzogiorno io vidi l’episodio di via Fatebenefratelli soprattutto come un attentato a Rumor. Questo episodio presentava troppi collegamenti con la linea della strategia della tensione; ogni residuo dubbio al riguardo mi è caduto dopo avere letto la sentenza istruttoria su Bertoli. Bertoli era un uomo che viveva alle spalle di chi poteva dargli del denaro, era stato a lungo in Israele. Escludo che potesse essere al servizio dei servizi israeliani; tutte le esperienze mi confermano che i servizi israeliani compiono operazioni mirate nel loro diretto, preciso, esclusivo interesse.

Fin da allora mi posi la domanda se Bertoli sia stato utilizzato da chi aveva interesse a mantenere la pista di sinistra circa la soluzione del caso di Piazza Fontana. La risposta non può essere no”.

 

 

Dai fatti e dalle testimonianze di cui si è detto sopra, La Corte ritiene possano trarsi le seguenti conclusioni: all’epoca del fatto per cui si procede, anche in tempi di non molto precedenti, negli ambienti e organizzazioni dell’estrema destra neofascista veneta, in particolare nell’ambito di Ordine Nuovo e dei suoi gruppi, era in corso una fervente attività, quanto meno a livello programmatico, intesa a creare - mediante attentati, anche contro importanti uomini politici - le condizioni di caos e di tensione tali da giustificare un colpo di Stato o comunque una svolta autoritaria della politica italiana.

Tra gli uomini politici che potevano o dovevano essere colpiti quello indicato con maggiore insistenza è risultato essere l’On. Mariano Rumor, al tempo Ministro degli Interni.

Poco rileva che lo si volesse eliminare per rappresaglia in quanto ritenuto primo responsabile delle misure che si stavano attuando contro Ordine Nuovo, ovvero che colpendo il Ministro degli Interni si sarebbero ottenuti, almeno nelle speranze di chi meditava piani eversivi, più facilmente gli effetti desiderati.

 

 

 

 

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