La sconfitta della giustizia: come annullare il lavoro investigativo sull’eversione di destra e sullo stragismo di Stato approfittando di mille cavilli e dell’operato di giudici “apolitici”. Storia delle responsabilità accertate sull’attentato alla Questura di Milano del 17 maggio 1973. Riassunto/sentenza dei tre gradi di giudizio che non sono riusciti a inchiodare i responsabili politici della strage
QUANDO RUMOR DOVEVA MORIRE
TRIBUNALE DI MILANO – MOTIVAZIONI DEL GIUDICE DEL RINVIO
Processo a carico di Gianfranco Bertoli per l’attentato di Via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973
Cap. 7.00
LA VICENDA LOREDAN – LA TORRE
Se Bertoli avesse realmente agito da solo e di propria esclusiva iniziativa, come sempre ostinatamente sostenuto, soprattutto se davvero la sua decisione di agire fosse stata estemporanea (meno di tre ore prima della strage alla Questura), è evidente che nessuno tranne lui sarebbe stato a conoscenza di ciò che sarebbe accaduto a Milano la mattina del 17 maggio 1973.
Il fatto che l’attentato fu preannunciato due giorni prima della sua esecuzione costituisce prova certa, da un lato, delle menzognere dichiarazioni del suo esecutore, dall’altro dell’esistenza di un progetto e di mandanti.
Qualcuno, infatti, messo a conoscenza di quanto si stava preparando, in quei giorni si era attivato per informarne chi di dovere, indicando con precisione sorprendente sia il giorno, sia l’obiettivo dell’attentato sia il luogo (la città) in cui sarebbe avvenuto.
La vicenda vede come protagonisti Ivo Dalla Costa, Pietro Loredan e Domenico Ceravolo.
Queste le risultanze istruttorie: Il 21 marzo 1995 Gianfranco Bertoli, in libertà nonostante la condanna all’ergastolo inflittagli, aveva rilasciato al Corriere della Sera un’intervista nella quale, duramente e con parole sprezzanti, attaccava il G.I, colpevole, a suo dire, di insistere senza alcuna prova in un’indagine avente come presupposto che lo stesso Bertoli non avesse agito da solo ma fosse stato esecutore materiale di un piano criminoso da altri progettato e avente ben altri moventi e fini che non quelli della protesta di un anarchico individualista.
La lettura di tale intervista aveva indignato il Dalla Costa il quale aveva deciso di por fine a un silenzio durato oltre vent’anni e di riferire all’autorità giudiziaria quanto a sua conoscenza. Il Dalla Costa si rivolgeva al dr. Valmassoi (Sostituto Procuratore della Repubblica a Treviso) e il 24 marzo 1995 riferiva al G.I. quanto a suo tempo confidatogli dal Conte Pietro Loredan nel corso di un colloquio, dallo stesso Loredan sollecitato, avvenuto in Treviso la mattina del 15 maggio 1973. Dell’oggetto di quel colloquio si è già fatto cenno nella parte espositiva della sentenza, ma si ritiene opportuno riferirne in modo più completo, servendosi delle parole del testimone il quale così dichiarava:
”Nel corso della mia lunga attività politica ho svolto anche servizio di informazione in ordine alla resistenza in Grecia. Durante la stagione così detta delle “trame nere” ho svolto, d’intesa con la Polizia Giudiziaria della Procura della Repubblica di Treviso, in forma spontanea e riservata, indagini sulle attività neofasciste.
Nel corso di questa attività, unitamente al segretario della Federazione comunista, mi interessavo degli operai delle grosse fabbriche in zona, prendendo contatto con gli stessi, per preservarli dalle provocazioni che gli stessi potevano subire da pseudo rivoluzionari.
In tale ambito ebbi modo di prendere contatti con il Conte Pietro Loredan, il quale, a mio avviso, era uno squinternato con velleità pseudorivoluzionarie; pretendeva di dirigere la rivoluzione in Italia e ciò gli è costato soldi e pericolosi contatti con elementi neofascisti tra cui anche Freda e Ventura. Nei suoi discorsi che intavolava con me mi diceva che a suo dire la sinistra aveva fallito il suo programma rivoluzionario per cui egli era costretto ad attuare un suo programma alternativo utilizzando fascisti e comunisti; in tale ambito si era collegato appunto, fra gli altri, anche con Freda e Ventura.
Aveva infatti aperto un locale chiamato “la Falconiera” a Venegazzù di Volpato di Montello, un ristorante di lusso che era anche un luogo di ritrovo; in essi si ritrovavano provocatori di ogni tipo, prevalentemente personaggi neofascisti, compresi Freda e Ventura, strani soggetti dei quali si diceva appartenessero alla C.I.A. ovvero a Servizi segreti stranieri diversi come il Servizio Israeliano.
I contatti tra me e il Loredan divennero più frequenti, cominciammo a frequentarci con una certa assiduità ed egli venne alcune volte a casa mia; mi regalò anche alcune casse di vino, che produceva. Io all’epoca cercavo di metterlo sull’avviso per evitare che egli si spingesse troppo oltre nel propagandare le sue idee rivoluzionarie; egli aveva adocchiato varie industrie della zona, come la Zoppas di Conegliano e la Confezioni Sanremo di Cairano San Marco, per fare proselitismo delle sue idee fra gli operai. Io mi attivavo nei confronti degli operai ammonendoli di stare in guardia dalle provocazioni del Conte Loredan.
Il Conte, dal canto suo, cercava di conoscere circostanze relative alla mia attività politica durante gli incontri che all’epoca divennero periodici. Io ovviamente non gli dicevo nulla in ordine all’attività politica del Partito Comunista Italiano e cercavo di fargli capire la pericolosità delle idee che si era messo in testa, cioè propagandare una rivoluzione di stampo neofascista, e delle persone che frequentavano il suo locale.
L’epoca in cui si svolgevano questi contatti è quella del 1968/69, immediatamente precedente alla strage di Piazza Fontana del 12.12.1969. Dopo Piazza Fontana Loredan sparì letteralmente dalla circolazione anche se il suo ritrovo fu gestito da altri; nello stesso continuarono le frequentazioni dei personaggi sopra descritti.
Dopo molto tempo in cui non avevo più avuto contatti con il Conte, una mattina alle ore 6,30 improvvisamente lo stesso mi telefonò a casa. Posso essere molto preciso su tale data in quanto essa avvenne due giorni prima della strage di via Fatebenefratelli. Per tanto era il 15 maggio 1973. La telefonata mattutina mi pervenne da un telefono pubblico, a suo dire; il Conte mi apparve agitato e disse che doveva parlarmi urgentemente dicendomi di andare a Porta Santi Quaranta, un luogo del centro di Treviso. Mi recai immediatamente sul posto, salii sulla sua auto e qui, dopo esserci spostati di poco, lo stesso mi disse queste testuali parole: “questa volta spero che mi diate un po’ di fiducia; a Milano entro 48 ore succederà un attentato contro un’alta personalità del Governo e ne parlerà l’intera Italia. Avvisa chi di competenza”.
Era molto agitato e capii che mi aveva chiamato nella sincera speranza che io riuscissi ad evitare quanto di grave stava per succedere. Preciso che egli mi parlò dicendomi solo che l’attentato sarebbe avvenuto a Milano ma non mi fornì alcun altro dettaglio sulla località o la zona in cui esso sarebbe avvenuto. Egli non mi disse testualmente la matrice dell’attentato; tuttavia ciò era implicito per me date le sue frequentazioni all’epoca con i neofascisti. Il conte sapeva perfettamente che io ero al corrente delle sue frequentazioni con Freda, Ventura ed i neofascisti e che consideravo lui di estrema destra nonostante le sue coperture a sinistra, o in ogni caso i suoi tentativi di copertura a sinistra. Dopo avermi detto ciò egli si allontanò con la sua auto ed era veramente molto agitato.
Io non ebbi alcun dubbio sulla sincerità della sua preoccupazione, né dubitai sulla veridicità di quanto mi era venuto a dire; naturalmente rimasi molto scosso. Dopo aver riflettuto un attimo, ritenni di non avvertire il segretario della mia Federazione di quello che mi era successo perché era molto giovane. Poiché non ho mai guidato mi recai subito alla stazione, che era poco distante, e presi il primo treno per Venezia, ove mi recai dal dirigente On. Ceravolo, del Comitato Regionale Veneto del Partito Comunista Italiano. Gli riferii tutti i dettagli dell’episodio, le parole precise dettemi dal Conte e la fonte delle mie notizie, cioè il Conte Loredan.
Anche l’On. Ceravolo rimase scosso; per tanto salimmo immediatamente sulla sua auto e ci mettemmo in viaggio per Milano. Era un ottimo conducente, ricordo che corse ad alta velocità sull’autostrada; arrivammo alle ore 11 circa in via Volturno ove era la sede della Federazione Comunista. Devo a questo punto aggiungere che il colloquio fra me e l’On. Ceravolo avvenne a quattr’occhi nella sede del Comitato Regionale del P.C.I. ubicato in Corte del Remer a Venezia.
Prima di partire il Ceravolo incaricò la funzionaria del Comitato Regionale di telefonare alla Direzione del Partito Comunista Italiano a Roma al fine di invitare l’On. Pajetta, o chi per esso, di salire subito a Milano per una cosa molto grave. Infatti mezz’ora dopo il nostro arrivo in via Volturno a Milano arrivarono anche Pajetta, che aveva preso un aereo, e l’On. Malagugini, Consigliere della Corte Costituzionale. Riferii testualmente quanto avvenuto e l’informazione ricevuta al Pajetta e al Malagugini. Su richiesta degli altri il Malagugini si incaricò di contattare il giudice Alessandrini per riferire l’episodio e l’informazione ricevuta dal Loredan.
Dopo aver parlato con il Malagugini, io e il Ceravolo ripartimmo per Venezia. Non ho più saputo nulla dopo quel giorno, cioè quel 15 maggio 1973. Due giorni dopo appresi dalla televisione della strage. In verità appena informato della strage pensai che Loredan aveva avuto ragione; in realtà avevo pensato che avesse detto il vero sin dal 15.5.73 ed è per questo che mi ero attivato nel modo sopra descritto. Mi ero reso conto che lo scopo per cui il Loredan mi aveva avvertito era proprio quello di attivarmi”.
Quanto al fatto di aver taciuto tanto a lungo, il teste dichiarava: “non ritenevo di dover propagandare un fatto segreto che mi era stato riferito e anche perché il mio intervento non aveva ottenuto i risultati che speravo”.
Il 31 marzo 1995 il Giudice Istruttore sentiva Domenico Ceravolo (già deputato, dal ’58 al ’72, prima per il PSI poi per il PSIUP, nel 1980 parlamentare europeo per il PCI, nel 1973 dirigente del Comitato Regionale Veneto del Partito Comunista Italiano). Il teste inizialmente ricordava che effettivamente il Dalla Costa era giunto a Venezia, proveniente da Treviso, e gli aveva riferito di una trama eversiva in cui il Loredan era coinvolto, “poiché la trama eversiva poteva sfociare in qualcosa di grave a breve scadenza, egli era venuto a mettere in guardia il Partito. Il suo avvertimento mi parve attendibile in quanto sorretto dalle sue frequentazioni con il Loredan di cui ci mise al corrente.........Ripeto: la ricostruzione di Dalla Costa mi apparve attendibile, perché io ricordo che si parlò di un pericolo imminente e che io conseguentemente decisi di allertare subito il Centro nazionale del Partito a Roma, e cioé la Direzione Nazionale........La convinzione che io e il Dalla Costa ci formammo è che il Loredan avesse voluto sul serio, con le sue informazioni, prevenire l’attentato”.
Dopo una breve sosta richiesta dallo stesso testimone “per mettere ordine” nei suoi ricordi, il Ceravolo confermava anche nei dettagli quanto riferito da Ivo Dalla Costa. Così proseguiva:
“la sosta mi è stata proficua in quanto, mettendo a fuoco l’episodio, mi sono ricordato di un dettaglio apparentemente banale ma che in realtà mi ha aperto uno squarcio nei ricordi consentendomi di rievocare il viaggio e altri ricordi. Mi sono in sostanza ricordato che per la fretta di arrivare all’appuntamento, ero un po’ agitato, dopo aver percorso l’autostrada Venezia-Milano sbagliai l’accesso migliore per arrivare speditamente all’appuntamento in federazione in via Volturno; dovemmo pertanto fare un giro più lungo che ci procurò un certo ritardo. Mi sono ricordato anche che, a seguito della telefonata fatta a Venezia alla Direzione del Partito, mi era stato detto di recarci a Milano in via Volturno dove avremmo trovato gli Onorevoli Pajetta e Malagugini”.
Il Ceravolo confermava quanto già riferito da Ivo Dalla Costa sul colloquio avuto con gli Onorevoli Pajetta e Malagugini e circa il fatto che il secondo si era assunto l’incarico di informare l’autorità giudiziaria (in persona del giudice Alessandrini), cosa che il teste riteneva fosse certamente avvenuta, anche perché il Malagugini si era allontanato prima ancora che la riunione terminasse.
Ritiene questa Corte, come già i primi giudici, che non possano sussistere dubbi sull’attendibilità dei due testimoni:
il Dalla Costa aveva svolto a Treviso una lunga attività politica nel Partito Comunista Italiano e fin dal 1950 ne era stato un funzionario, era stato consigliere Provinciale e Presidente del Comitato Regionale di Controllo; al tempo della sua testimonianza era componente del Comitato Scientifico dell’Istituto Storico della Resistenza. Della sua serietà e attendibilità aveva poi garantito Domenico Ceravolo, all’epoca dei fatti dirigente nazionale del P.C.I., il quale così si esprimeva a proposito di Ivo Dalla Costa:
“benché non vi fosse una frequentazione assidua tra me e il predetto, ricordo che lo stesso svolgeva attività politica nella federazione provinciale del Partito Comunista Italiano, anche se non ricordo esattamente con quali mansioni. Ribadisco che in quel periodo per motivi politici l’ho incontrato alcune volte a Treviso e anche a Venezia nel Comitato Regionale Veneto. Posso dire che considero Ivo Dalla Costa persona degna di stima, equilibrata e attendibile nelle circostanze che può averle riferito”.
L’attendibilità intrinseca dei due testimoni, comunque, non è stata messa in dubbio da alcuno, tenuto conto della assoluta concordanza delle loro dichiarazioni. I prospettati elementi di perplessità hanno semmai riguardato l’affidabilità della fonte di Ivo Dalla Costa nonché l’esatta natura dell’informazione dallo stesso ricevuta e riferita dopo molti anni.
Occorre, quindi, dedicare la giusta attenzione al personaggio Loredan.
Su questi riferiva al Giudice Istruttore il comandante della Polizia Giudiziaria dei Carabinieri presso il Tribunale di Milano con rapporto in data 18 aprile 1995: Pietro Loredan, nato a Venezia nel 1924, trasferitosi nel 1954 a Venegazzù di Volpago di Montello (TV), era persona benestante, proprietaria di case e terreni (una parte venduti nel 1970) sia a Venegazzù che a Venezia; era descritto come militante del movimento “Avanguardia Nazionale”, la stessa organizzazione di Giovanni Ventura;
risultava che il Loredan e il Ventura erano cointeressati a un’impresa editoriale (la “Lerici”) e che lo stesso Ventura, nel 1972, aveva effettuato alcune operazioni bancarie garantite dai fratelli Pietro e Alvise Loredan;
da un rapporto del Servizio Informazioni Difesa, di poco successivo alla strage di via Fatebenefratelli, risultava ancora che Pietro Loredan aveva fatto parte di Ordine Nuovo per un lungo periodo di tempo, che lo stesso si era poi infiltrato nel partito marxista leninista dal quale era stato espulso, che aveva alienato tutto il suo patrimonio, ricavandone oltre un miliardo di lire, recandosi poi all’estero.
I rapporti tra Ventura e il conte Loredan erano confermati dal teste Giuseppe Universo (ospite del Loredan dall’autunno 1971 al luglio 1973) il quale affermava di aver conosciuto Ventura nella libreria di Treviso di cui era direttore e di averlo visto una o due volte nel ristorante “la Falconera” di proprietà del Loredan in compagnia di questi; confermava altresì il comune interessamento del Ventura e del Loredan per una casa editrice in procinto di fallire.
Stimamiglio Giampaolo - aderente a Ordine Nuovo dal 1969 ed entrato in contatto con numerosi esponenti di rilievo di quella organizzazione (Soffiati, Digilio, Massagrande, Besutti, Bizzarri, Spiazzi, Maggi, Zorzi, Neami, Portolan) - sentito dal Giudice Istruttore il 19.7.97, dichiarava di non aver conosciuto il conte Pietro Loredan, del quale però Giovanni Ventura gli aveva parlato come di una vecchia conoscenza. Fin da giovane era stato amico della famiglia Ventura, mantenendo quell’amicizia anche quando Ventura era stato arrestato per la strage di Piazza Fontana; era stato poi coinvolto nella fuga di Giovanni Ventura e si era anche recato a trovarlo in Argentina nel 1981.
Quanto all’informazione relativa all’attentato della Questura, che sarebbe stata fornita dal Loredan due giorni prima della sua esecuzione, Stimamiglio rendeva dichiarazioni di notevole importanza, non tanto per l’opinione espressa su come Pietro Loredan potesse essere venuto a conoscenza dell’imminente attentato, quanto per comprendere quali fossero, all’epoca che qui interessa, le frequentazioni del Conte:
“ritengo che Pietro Loredan deve aver appreso dell’attentato del 17.5.73 dall’entourage di Giovanni Ventura. Se non erro, nel ‘73 Giovanni Ventura era detenuto ed è possibile che ne abbia parlato con le persone che andavano a colloquio con lui o che qualcuno ne avesse parlato con persone che andavano a colloquio con lui.
Ricordo che all’epoca andavano a colloquio con Giovanni spesso la madre e la sorella Mariangela. La mia interpretazione dell’episodio è la seguente: qualche amico della famiglia Ventura che continuava a mantenere i contatti con l’organizzazione deve avere parlato con qualcuno dei famigliari di Giovanni in occasione delle frequenti visite che tutti gli amici facevano in casa Ventura per avere notizie di Giovanni.
Qualcuno di tali amici deve avere avvertito la Mariangela o qualcun’altro che il programma di attentati ideato negli anni precedenti era ancora in fase di esecuzione e che un altro attentato era in fase di realizzazione.
Il Conte Pietro Loredan che, per l’amicizia con Giovanni, era abituale frequentatore di casa Ventura deve avere appreso che stava per avvenire di lì a qualche giorno l’attentato a Milano; deve essersi preoccupato e ha cercato una persona di sua fiducia che potesse avvertire qualcuno che potesse prevenirlo.
Ho sempre goduto della fiducia e delle confidenze di Giovanni Ventura per gli stretti rapporti di amicizia. Luigi, già nel periodo settembre-novembre ‘69 mi aveva parlato del programma dell’organizzazione di porre in essere una catena di attentati successivi nel tempo da eseguire a più riprese. Mi parlò in particolare di un crescendo di attentati eclatanti che avrebbero dovuto portare a una svolta politica. Parlando di organizzazione Luigi si riferiva a una struttura che aveva ramificazioni anche negli apparati statali.
In conclusione, tenuto conto dei discorsi ascoltati dal Luigi nel ‘69, riferentisi a un programma da effettuarsi nel tempo, tenuto conto dei successivi discorsi del Luigi del ‘73 indicanti che quei programmi erano ancora attuali, essendo a conoscenza dei rapporti di amicizia tra Pietro Loredan e la famiglia Ventura, ho ritenuto di formularle la mia opinione e la mia chiave di lettura dei fatti relativi a Pietro Loredan di cui mi ha testè edotto”.
La vicenda in esame, definita dai primi giudici “la strage annunciata”, di cui si sono sopra indicati i punti fondamentali e gli elementi di verifica acquisiti, richiede di essere esaminata in ogni dettaglio, così come richiesto dalla Corte di Cassazione con la sentenza di annullamento, considerata la sua assoluta rilevanza - come si è detto - in ordine a un definitivo giudizio sulla credibilità delle dichiarazioni di Gianfranco Bertoli e all’individuazione della vera matrice della strage del 17 maggio 1973.
Si ribadisce innanzitutto, come già fatto dai giudici di primo grado, la personale attendibilità del teste Ivo Dalla Costa: la sua fu senz’altro una testimonianza spontanea, frutto si potrebbe dire di un imperativo morale in lui risvegliato, dopo oltre vent’anni dai fatti, dalla protervia con cui Bertoli, con l’intervista rilasciata al giornalista del Corriere della Sera, per l’ennesima volta aveva ribadito di aver agito da solo, che il suo era stato il gesto di un “anarchico individualista”, di non aver mai ricevuto soldi dagli “007”, e se la prendeva con il Giudice Istruttore che non si rassegnava a recepire, una volta per tutte, quella versione.
Fu per tali ragioni, come dallo stesso affermato, che Dalla Costa si rivolse al dr. Valmassoi della Procura di Treviso e, per suo tramite, entrò in contatto con il Giudice Istruttore che ancora proseguiva l’indagine sugli eventuali mandanti della strage della Questura.
E’ più che giusto chiedersi perché il Dalla Costa abbia atteso tanto tempo per rivelare personalmente all’autorità giudiziaria quanto appreso dal conte Loredan due giorni prima dell’attentato. La risposta fornita dal testimone può, almeno in parte, spiegare le ragioni di quel lungo silenzio:
il suo attivarsi, all’epoca, per mettere altri al corrente delle informazioni ricevute non aveva sortito effetto alcuno dato che la strage, come ben poteva essere, non era stata evitata. Ma anche altre, ad avviso di questa Corte, sono le ragioni che devono avere indotto il testimone a tacere per anni sulla vicenda: egli, diversamente da qualunque cittadino che fosse venuto a conoscenza di fatti tanto gravi che si stavano preparando, anziché riferirne direttamente alle forze di polizia o all’autorità giudiziaria, agì da uomo politico, forse ritenendo che le notizie di cui era entrato in possesso dovessero essere prima valutate da chi si trovava, nel P.C.I., a un livello gerarchico superiore al suo, da chi, se del caso, si sarebbe assunto il compito di allertare i pubblici poteri. Dalla Costa si comportò ancora da uomo politico, anche se la sua fu una condotta umanamente comprensibile, tacendo per anni non solo su quanto appreso, al tempo, da Pietro Loredan ma anche sul fatto di averne immediatamente riferito a due importanti esponenti del Partito Comunista, cioè agli On.li Pajetta e Malagugini.
Dalla Costa, come ben fa intendere con le sue dichiarazioni conclusive, riteneva, informando i due parlamentari, di aver fatto tutto quanto nelle sue possibilità per sventare l’attentato, tant’è vero che non si era più interessato se le informazioni fornite fossero state trasmesse a chi di dovere, né aveva chiesto o saputo in seguito se l’On. Malagugini avesse informato l’autorità giudiziaria così come si era impegnato a fare.
E’ cosa certa, come acclarato dalle relative indagini, che l’informazione preannunciante l’attentato non pervenne mai al Dr. Emilio Alessandrini (della Procura di Milano), indicato come il magistrato che doveva essere contattato dall’On. Malagugini, sicché non si fece nulla per allertare chi avrebbe potuto prevenire e sventare la strage del 17 maggio 1973.
L’attentato, purtroppo, puntualmente avvenne così come era stato preannunciato da Pietro Loredan, ed è ben comprensibile, se non scusabile, che in seguito si sia serbato assoluto silenzio sulla vicenda: si sarebbe trattato, infatti, di attribuire una gravissima responsabilità, con le immaginabili conseguenze di natura politica, a due alti esponenti del P.C.I., a chi, pur potendo e dovendolo fare, non ritenne di attivarsi.
Questi, secondo la Corte, furono con tutta probabilità i motivi che indussero Ivo Dalla Costa a tacere per lunghi anni, ma di ciò non può essere fatto soverchio rimprovero al testimone posto che il vero errore, semmai, fu commesso quel giorno 15 maggio ’73 dagli On.li Pajetta e Malagugini. Gli stessi, al tempo della testimonianze di Dalla Costa, erano già deceduti sicché non è stato possibile comprendere fino in fondo le ragioni della loro inerzia del tempo.
L’ipotesi più probabile, ma è solo un’ipotesi per quanto ragionevole, è che i due parlamentari (il Malagugini in particolare), analizzando meglio l’informazione loro fornita da Dalla Costa e la fonte di questi, non abbiano attribuito la giusta importanza e attendibilità all’avvertimento, anche tenuto conto che in quegli anni di tensione, non erano infrequenti simili allarmi.
La testimonianza di Ivo Dalla Costa è stata precisa e perfettamente lineare per quanto attiene al punto focale delle sue dichiarazioni relative all’oggetto e alle modalità dell’informazione ricevuta dal conte Loredan:
precisi i riferimenti di tempo e luogo con l’indicazione che la telefonata di Loredan gli era pervenuta alle ore 6,30 del mattino due giorni prima dell’attentato alla Questura; il teste si è dichiarato assolutamente certo che si trattasse proprio del 15 maggio ’73; l’incontro immediatamente successivo con Pietro Loredan in una zona di Treviso ben determinata (Porta Santi Quaranta).
Tutti segni di un ricordo nitido dei fatti nonostante il tempo trascorso.
Altrettanto preciso e lineare il racconto di Dalla Costa per quanto attiene:
1) al colloquio avuto con il conte Loredan e il letterale tenore dell’informazione/avvertimento da questi ricevuta (“Questa volta spero che mi diate un po’ di fiducia: a Milano tra 48 ore succederà un attentato contro un’alta personalità del Governo e ne parlerà l’intera Italia. Avvisa chi di competenza”),
2) all’immediata partenza in treno per Venezia,
3) all’informazione subito portata a conoscenza del Ceravolo,
4) alla telefonata fatta alla Direzione Centrale del Partito a Roma e l’invito a recarsi, la mattina stessa, a Milano per incontrarsi con gli On.li Pajetta e Malagugini,
5) il veloce viaggio a Milano sull’autovettura guidata dal Ceravolo,
6) l’incontro con i due parlamentari nella sede milanese di via Volturno.
Su tutte le indicate circostanze la testimonianza di Dalla Costa ha trovato piena conferma in quella di Domenico Ceravolo (ribadita anche in fase dibattimentale, nella quale non fu sentito, con l’accordo delle parti, il Dalla Costa stante l’età avanzata e le precarie condizioni di salute) il quale, come si è detto, dopo iniziali esitazioni, reso edotto dal G.I. delle dichiarazioni di Ivo Dalla Costa e chiesta una breve pausa “per riordinare i ricordi”, riferiva sostanzialmente negli stessi termini la vicenda in esame.
Il teste rendeva ancor più credibile il rinnovato ricordo dei fatti riferendo un particolare apparentemente privo di rilievo: percorsa l’autostrada Venezia-Milano ( a tutta velocità secondo Dalla Costa), al momento di dirigersi verso il centro città aveva sbagliato strada, il che aveva comportato un certo ritardo del loro arrivo in via Volturno. E’ superfluo sottolineare che se il Ceravolo ricordò, tra l’altro, quel particolare è evidente che egli non solo aveva perfetta memoria del viaggio ma che ricordava anche l’estrema urgenza e necessità di quella trasferta nel capoluogo lombardo per recarsi all’appuntamento con il Pajetta e il Malagugini.
Su un solo punto le due testimonianze non hanno concordato pienamente, ma si tratta di particolare di poco conto, questo sì passibile di un ricordo non perfetto: secondo Dalla Costa la telefonata fatta da Venezia alla Direzione Centrale del P.C.I. avrebbe determinato l’immediata partenza da Roma per Milano degli On. Pajetta e Malagugini mentre, secondo il Ceravolo i due parlamentari erano già presenti a Milano nella locale sede del Partito, dove poi sarebbe avvenuto l’incontro.
Tenuto conto della accertata attendibilità dei due testimoni non si ritiene possa essere messo in dubbio che Dalla Costa ebbe l’informazione dell’imminente attentato proprio dal conte Pietro Loredan. Lo stesso testimone ha ampiamente illustrato le ragioni della conoscenza e della frequentazione del Loredan, sicchè appare del tutto verosimile che quest’ultimo, ritenendo di informare qualcuno di propria fiducia il quale a sua volta avrebbe dovuto avvertire “chi di competenza”.
D’altro canto è altrettanto credibile che Dalla Costa abbia prestato fede a quanto gli aveva detto il Loredan considerato che questi non era certo una persona qualsiasi (il che avrebbe destato perplessità e probabilmente incredulità nell’interlocutore) ma era quel personaggio che il testimone ha descritto in modo esauriente: uno “squinternato” (vale a dire un individuo singolare e strano nei propri comportamenti) con velleità rivoluzionarie che sperava di far leva, per conseguire i suoi scopi eversivi, sia sull’estrema destra neofascista sia su frange estreme opposte.
Sta di fatto che Dalla Costa non lo aveva del tutto sottovalutato se è vero che lo stesso aveva cercato di convincere Loredan a non fare più certi discorsi, a non frequentare certi ambienti e persone, a rinunciare ai suoi propositi tanto velleitari quanto pericolosi, se è vero infine che Dalla Costa, come da lui stesso affermato, si era attivato per mettere in guardia gli ambienti operai vicini al Partito da provocatori del tipo, appunto, del conte Loredan.
E’ probabile che il testimone, stante il giudizio poco lusinghiero sul Conte, non fosse portato ad attribuire troppo credito alle parole di Loredan ma quella mattina del 15 maggio ’73, a Treviso - evidentemente turbato dalla telefonata giuntagli in ora tanto mattutina – non solo aveva immediatamente accolto l’invito ad incontrarsi ma aveva prestato fede alle parole di Pietro Loredan sia per l’assoluta gravità dell’informazione sia perché l’interlocutore aveva cercato in tutti i modi di essere creduto iniziando il suo dire con la frase “spero che questa volta mi diate un po’ di fiducia” (a dimostrazione che Loredan sapeva di non essere, normalmente, preso troppo sul serio ma confidava che, almeno in quella occasione, si credesse alle sue parole; il che implica che egli fosse certo di quanto diceva e che lo scopo del colloquio era quello di far si che l’attentato fosse sventato).
E’ del tutto credibile che Pietro Loredan, stanti le sue conoscenze e frequentazioni, fosse in possesso dell’informazione trasmessa al Dalla Costa: come accertato dalle indagini, egli frequentava per lo più ambienti dell’estrema destra veneta, aveva fatto parte di Avanguardia Nazionale e di Ordine Nuovo, si incontrava, per lo più nel ristorante già di sua proprietà a Venegazzù, con personaggi che facevano parte di quelle organizzazioni, in particolare manteneva assidui contatti con la famiglia di Giovanni Ventura, all’epoca detenuto in relazione alla strage di Piazza Fontana del dicembre 1969.
Le indagini non hanno consentito di accertare come, quando e da chi il Loredan abbia appreso dell’imminente attentato a Milano ma non sembra di essere lontani dal vero ritenendo molto verosimile l’opinione di Giampaolo Stimamiglio (persona ben inserita negli ambienti dell’estrema destra neofascista veneta) secondo cui Pietro Loredan poteva avere ricevuto, nell’entourage della famiglia di Giovanni Ventura, l’informazione che a breve sarebbe stato eseguito l’attentato nel quadro di un programma da tempo ideato e ancora, all’epoca, attuale.
Su quale fosse stata la fonte di Pietro Loredan, o meglio su come lo stesso si fosse convinto che era imminente l’attentato al punto di avvertire il Dalla Costa, è stata prospettata un’ipotesi alternativa, già esaminata dal Giudice Istruttore oltre che dalla Corte d’assise e senz’altro scartata, nonché dai giudici di appello i quali, invece, l’hanno ritenuta idonea a spiegare esaustivamente come e in quale occasione il conte Loredan era venuto a conoscenza di ciò che, secondo la sua convinzione, si stava preparando a Milano. In sintesi, questi avrebbe partecipato a una cena nella propria villa a Venegazzù con Giuseppe Universo (scrittore, suo ospite con la moglie per circa due anni), Sergio D’Asnash (giornalista dell’ANSA) e Sergio Saviane (anch’egli giornalista).
Nell’occasione, come riferito dal teste Universo, tutti avevano ecceduto in libagioni e si era parlato della situazione politica e dell’ordine pubblico, considerata esplosiva. Sergio Saviane in seguito aveva scritto un articolo, dal titolo “domani salta in aria Milano”, pubblicato dall’Espressso il 12 agosto 1973.
A seguito di quell’articolo il D’Asnash aveva temuto di perdere il posto di lavoro (evidentemente se ritenuto in possesso di notizie non riferite), e aveva querelato per diffamazione sia il Saviane sia Zanetti (direttore dell’Espresso), ottenendo la condanna di entrambi, anche grazie alla testimonianza di Giuseppe Universo.
Nel corso dell’istruttoria di quel processo era stato sentito anche il conte Loredan il quale aveva minimizzato i fatti, pur ammettendo che la cena era avvenuta e che gli argomenti toccati erano quelli cui aveva fatto riferimento il teste Universo.
Si annota, per inciso, che poco tempo dopo il Loredan alienerà tutte le sue proprietà e sparirà dalla circolazione emigrando all’estero (si avranno sue tracce in Italia solo nel 1994 quando lo stesso, a seguito di un incidente stradale e di un tumore, morirà in quel di Campagnano Romano.
La fuga del Loredan - da porsi senz’altro in relazione con lo stato di estrema agitazione in lui notato da Giuseppe Universo nei giorni successivi all’attentato di via Fatebenefratelli (condizione che, oltre agli strani atteggiamenti del Conte, avevano indotto Universo a lasciare la villa di Venegazzù) - così può essere ragionevolmente spiegata:
Pietro Loredan ben sapeva di aver confidato a Dalla Costa quanto appreso sull’attentato; se il fatto fosse in qualche modo emerso è ovvio che egli avrebbe corso gravi rischi; quei rischi dovevano essergli apparsi concreti quando il suo nome era stato associato, a causa dell’articolo del Saviane e al processo che ne era seguito, con i fatti del 17 maggio 1973.
L’ipotesi alternativa di cui si è detto, che - se adeguatamente accertata - dimostrerebbe che quanto riferito a Dalla Costa da Pietro Loredan null’altro era che una elaborazione di discorsi generici avvenuti nel corso della menzionata cena e delle relative libagioni, è stata ritenuta insussistente dalla Suprema Corte la quale (pag. 10 della sentenza di annullamento), censurando sullo specifico punto la motivazione dei giudici di appello, ha affermato: “La ricostruzione fatta dalla Corte di merito, oltre che poco credibile, appare contraddittoria, perché contrasta con il fatto che Dalla Costa ha riferito di avere ricevuto la telefonata da Loredan alle ore 6,30 del giorno 15.5.1973, mentre la cena con D’asnash è stata dalla stessa Corte indicata nella sera del giorno 15.5.73, quindi Loredan, quando ha parlato con Dalla Costa non avrebbe avuto ancora dal D’Asnash le informazioni sull’attentato in preparazione.
Appare invece maggiormente credibile che il Loredan nel corso della cena abbia detto qualcosa di quanto aveva saputo e che il D’Asnash (rectius: il Saviane, n.d.u.) abbia elaborato la notizia a suo modo.
Ma, prescindendo per un momento dalla testé riportata affermazione della Corte di Cassazione, che già di per se stessa sarebbe sufficiente a stabilire che - lungi dall’essere l’elaborazione fantasiosa di chiacchiere da ristorante - l’informazione trasferita al Dalla Costa dal Conte Loredan fu ricevuta da quest’ultimo altrove e da altri, la suaccennata spiegazione alternativa non regge a un esame sorretto da un minimo di logica:
occorrerebbe, in vero, un grande sforzo di immaginazione per ipotizzare, nella vicenda in questione, il realizzarsi di una incredibile coincidenza, rappresentata dal fatto che Loredan, elaborando per conto suo e a suo piacimento discorsi generici e frutto di un uso eccessivo di bevande alcoliche, si sia convinto (al punto di informarne con urgenza il Dalla Costa, alle 6,30 del mattino) che nel giro di 48 ore a Milano vi sarebbe stato un attentato di estrema gravità, avente come bersaglio un importante membro del Governo (alla cerimonia in memoria del commissario Calabresi era presente il Ministro degli Interni On. Mariano Rumor) e dal fatto che l’attentato si verificò esattamente, per tempo e luogo, come previsto.
E’ allora evidente che la notizia in possesso di Pietro Loredan era assolutamente precisa e attendibile e che la stessa non poteva che provenire dagli ambienti e dalle persone frequentate dallo stesso Loredan.
E’ infine da escludere categoricamente la lontanissima ipotesi che Loredan abbia riferito a Dalla Costa qualcosa di più generico (e se così fosse stato, perché farlo con tanta urgenza ?): a parte la serietà e l’attendibilità di questo testimone, è semplicemente assurdo pensare che lo stesso, a fronte di generiche informazioni, abbia reagito, come in effetti fece, prendendo il primo treno per Venezia, informando il Ceravolo di quanto aveva appreso, abbia ritenuto di informare la Direzione Centrale del P.C.I, si sia precipitato a Milano con il Ceravolo per riferire l’informazione ricevuta a due altissimi esponenti del Partito.
Tutto ciò avvenne perché quanto riferito da Pietro Loredan non solo era stato estremamente preciso ma era apparso del tutto credibile all’interlocutore.
Da ultimo, a conforto delle considerazioni che precedono, si ritiene utile richiamare alcuni punti della sentenza di annullamento. Sulla “vicenda Loredan” la Corte di Cassazione ha, tra l’altro, osservato:
“La Corte d’assise di Appello ha concluso la disamina degli elementi di prova acquisiti con un giudizio perentorio sintetizzato nella frase
“Orbene, anche attraverso gli elementi acquisiti nel corso della rinnovazione parziale del dibattimento nel giudizio d’appello, si deve ritenere incontestabilmente accertato che la strage compiuta da Bertoli non è stata in alcun modo preannunciata da Pietro Loredan”.
L’indicata affermazione, per quanto concerne l’episodio Loredan, va considerata frutto di un travisamento dei fatti, che ha determinato una motivazione illogica perché non coerente con gli elementi obiettivamente accertati”.
Esaminati i punti più significativi delle testimonianze di Ivo Dalla Costa e di Domenico Ceravolo, i giudici di legittimità così proseguono:
“Da questa ricostruzione in fatto non può escludersi il significato indiziario dell’episodio riferito. Infatti non si può escludere che l’episodio si sia verificato o che il contenuto della comunicazione sia stato tale da aver allarmato il Dalla Costa e il Ceravolo.............Dalla Costa conosceva bene il conte Pietro Loredan che era suo buon amico e sapeva che era in contatto continuo con elementi di Ordine Nuovo del Veneto, aveva quindi personalmente dato credito alla notizia, successivamente rivelatasi coincidente, o almeno molto simile, con l’attentato di via Fatebenefratelli.
La Corte di merito avrebbe dovuto ritenere valida la preoccupazione del Dalla Costa, dato che agli atti vi erano elementi di prova idonei a confermare i rapporti fra Loredan ed elementi di Ordine Nuovo. Il teste Universo aveva affermato di aver incontrato più volte Giovanni Ventura nel ristorante denominato La Falconera di proprietà del conte Loredan.
La sentenza ha inoltre omesso di valutare (sul punto) le dichiarazioni del teste Stimamiglio”. Richiamate le dichiarazioni di quest’ultimo, la Suprema Corte ha ancora osservato: “Pur potendo la Corte d’Appello tranquillamente ritenere che il Loredan aveva appreso la notizia del prossimo attentato negli ambienti di Ordine Nuovo, ha preferito avventurarsi in una complicata e incerta costruzione logica che l’ha condotta ad affermare che Pietro Loredan aveva appreso, il 15 maggio 1973, dal giornalista Sergio D’Asnash la notizia (generica) di gravi fatti che stavano per accadere a Milano. Deve quindi ritenersi che, sul punto, la Corte di merito abbia effettuato una analisi non esauriente delle risultanze probatorie acquisite, che ha inciso sul processo di libero convincimento del giudice di Appello, condizionandolo fino a produrre gli effetti negativi di un’imprecisa ricostruzione del contenuto delle prove esistenti in atti, con conseguenze non coerenti sul piano logico”.
Per tali ragioni la Suprema Corte ha annullato la sentenza d’appello sul punto, rinviando a questa Corte la corretta rilettura delle prove esistenti, per accertare “se vi sia stato un collegamento fra Loredan e il gruppo di Ordine Nuovo diretto da Carlo Maria Maggi e se la notizia sia scaturita da informazioni ricollegabili all’attività degli imputati”.
Si ritiene, nel limite del possibile e degli elementi probatori disponibili, di avere compiuto il riesame richiesto.
Quale conclusione si può ribadire che l’informazione fornita da Pietro Loredan a Ivo Dalla Costa fu estremamente precisa e attendibile e che la stessa provenne senz’altro dagli ambienti e personaggi dell’estrema destra veneta all’epoca frequentati dal Loredan; difficile dire, invece, se l’informazione ebbe come fonte il gruppo di Ordine Nuovo del Maggi, o personalmente dallo stesso, pur potendosi ritenere verosimile tale eventualità, per quanto si dirà nel prosieguo della motivazione.
Due fatti sono, comunque, certi al di là di ogni dubbio: la strage di via Fatebenefratelli fu annunciata, due giorni prima del suo verificarsi, dall’informazione fornita da Pietro Loredan.
Gianfranco Bertoli ha sicuramente mentito attribuendo a se stesso, come “anarchico individualista” la decisione e l’esecuzione dell’attentato. Questo fu studiato, deliberato e organizzato da altri (che, infatti, ne erano a conoscenza) e a Bertoli fu affidato il compito di compiere la strage.
A conclusione di questa parte della sentenza, merita un cenno l’interrogativo che la Corte si è posta: il motivo per cui Bertoli non abbia mai mutato versione, nelle linee essenziali, e perché si sia ostinato a mentire.
Lo si tratta per completezza ma il tema, a questo punto, è di assai scarso rilievo.
Tenuto conto della difficoltà dell’argomento stante la complessità del personaggio Bertoli, quale appare dalle sue stesse dichiarazioni, dalla perizia psichiatrica e dalla testimonianza dell’assistente sociale Rossella Monaco (alle quali si rimanda) nonché dall’indagine sulla sua personalità compiuta dal Giudice Istruttore (si veda l’apposita nota), si può solo tentare una risposta: Gianfranco Bertoli, probabilmente prescelto per compiere l’attentato sia perché facilmente suggestionabile sia per le proprie conclamate (ma assai dubbie) scelte politico/ideologiche, aveva messo in conto che, a seguito del suo gesto (si noti, una bomba da lanciare contro un ben preciso bersaglio, un’azione che, a differenza di altri gesti terroristici, richiedeva la palese partecipazione del suo autore) sarebbe stato ucciso o quanto meno arrestato e condannato a una lunga pena detentiva; in questa seconda ipotesi egli non avrebbe dovuto fare i nomi dei suoi mandanti, sicché l’unico modo per non fare quei nomi era quello di negare in radice l’appartenenza a un’organizzazione e l’esistenza di persone che avevano ideato/organizzato l’attentato e che lo avevano incaricato della sua esecuzione.
Così Bertoli avrebbe conseguito lo scopo, che si ritiene primario: evitare gravissime ritorsioni da parte dei mandanti, quali il rischio di essere ucciso che lo stesso Bertoli - stando alle dichiarazioni dello Shusterman e di Rossella Monaco – apertamente temeva (sembra, in proposito, fornire conferma la messinscena del tentato suicidio proprio in concomitanza con l’arresto di Carlo Maria Maggi e degli altri).
Altra ipotesi, ma molto meno verosimile, è che Bertoli, una volta individuato e arrestato, con la versione resa intendesse attribuirsi la “gloria” di un gesto da lui stesso insistentemente indicato come nobile e giusto.
Al termine di questa parte della motivazione e per introdurre il tema che sarà ora trattato, è opportuno evidenziare che uno dei punti più significativi dell’informazione che Pietro Loredan affidò all’amico Dalla Costa, nel colloquio tra loro avvenuto a Treviso all’alba del 15 maggio 1973, oltre all’annuncio dell’attentato che sarebbe stato compiuto a Milano quarantotto ore dopo (puntualmente verificatosi la mattina del 17 maggio), fu l’indicazione secondo cui bersaglio dell’attentato sarebbe stato un importante esponente del Governo. Anche sotto tale profilo l’informazione si rivelò assolutamente esatta perché, il giorno dell’anniversario dell’uccisione del commissario Calabresi, per assistere alla cerimonia nel cortile della Questura era presente l’allora Ministro degli Interni On. Mariano Rumor.