La sconfitta della giustizia: come annullare il lavoro investigativo sull’eversione di destra e sullo stragismo di Stato approfittando di mille cavilli e dell’operato di giudici “apolitici”. Storia delle responsabilità accertate sull’attentato alla Questura di Milano del 17 maggio 1973. Riassunto/sentenza dei tre gradi di giudizio che non sono riusciti a inchiodare i responsabili politici della strage
QUANDO RUMOR DOVEVA MORIRE
TRIBUNALE DI MILANO – MOTIVAZIONI DEL GIUDICE DEL RINVIO
Processo a carico di Gianfranco Bertoli per l’attentato di Via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973
Cap. 6.00
Bertoli: le origini come informatore del SIFAR negli anni '50
Il fatto che Bertoli fosse stato collaboratore del SIFAR come informatore non è, quindi, in discussione e nessuno l’ha posto in dubbio; l’approfondimento delle indagini sul punto, di cui ha reso conto il Giudice Istruttore e di cui hanno trattato - con diverse conclusioni - la sentenza di primo grado e quella d’appello annullata, ha riguardato l’effettiva durata di quella collaborazione. Richiamato quanto in proposito si è già riferito nella parte espositiva, si ritiene sufficiente registrare i principali elementi acquisiti dal G.I.:
1) dal relativo fascicolo personale esistente negli archivi del SISMI era risultato che Bertoli aveva svolto la sua attività con il nome di copertura “Negro” tra il 1954 e il 1960;
2) sempre in detti archivi era stata rinvenuta la scheda (titolo 225, sottotitolo 4 – pratica 4bis – segreteria . anno 1966) relativa all’informatore “Negro” recate l’appunto “cessato” risultato di pugno del colonnello Viezzer;
3) il Viezzer, interrogato in proposito - premesso di essere stato segretario dell’ufficio “D” del SIFAR fino al novembre ’97, di essere tornato in quell’ufficio quattro anni dopo svolgendovi dal giugno 1971 al 30 aprile ’74 il ruolo di capo della segreteria del Reparto D – dichiarava testualmente: “ l’annotazione “cessato” è di mio pugno; devo averla apposta dopo il giugno 1971 in quanto alla segreteria del Reparto D passai in quella data. Posso dedurre con certezza che, se la scheda porta l’anno 1966 e se io ho scritto cessato, certamente la collaborazione dell’informatore Negro nel 1966 era ancora in atto. Non sono in grado di precisare l’epoca in cui tale collaborazione è cessata, certamente in epoca successiva. Se ho scritto “cessato” non posso averlo scritto prima del giugno 1971”.
Preso atto che la scheda in questione riguardava il Bertoli e che la stessa era stata richiesta con missiva in data 17.6.74 dal Reparto “R” al Reparto “D”, il Viezzer precisava:
“se la scheda dell’informatore Negro è stata richiesta dal Reparto R, che sta a indicare “ricerche all’estero”, ciò può voler dire solo due cose: o che l’informatore era andato all’estero, o che era in contatto con gente in grado di fornire notizie sull’estero. Poiché allegata alla missiva del 17.6.74 è allegata la scheda individuale “Negro” sigla IR 031, da cui si evince chiaramente che l’informatore ha operato per il SIFAR negli anni dal 1955 al 1959 e, poiché la scheda della segreteria che lei mi ha mostrato precedentemente porta l’anno 1966, deduco chiaramente che tale informatore Negro ha fornito la sua opera dal ’54 al ’59 e, successivamente, nell’anno 1966 ha ripreso la sua attività di informatore, per cui è stata impostata una nuova scheda portante l’anno 1966”.
4) Il Generale Demetrio Cogliandro, predecessore del Viezzer quale capo della segreteria del Reparto “D” fino al giugno 1971, sentito dal G.I. il 24.2.92, concordava con quanto riferito dal colonnello Viezzer deducendo inoltre che se questi aveva apposto la scritta “cessato” sulla scheda dell’informatore “Negro” nel 1971, evidentemente la collaborazione di questi era cessata dopo il giugno ’71.
Sulla scorta degli elementi acquisiti si può, dunque, ritenere provato che Gianfranco Bertoli svolse la sua attività di informatore del SIFAR inizialmente negli anni tra il 1954 e il 1959 e che riprese la collaborazione a partire dal 1966 (con il SID); che, infine, la stessa era ancora in atto nel giugno 1971, vale a dire quando il Bertoli era già fuggito dall’Italia e aveva trovato riparo nel kibbutz israeliano.
Il che, oltre a chiarire almeno in parte le circostanze dell’espatrio di Gianfranco Bertoli, conferma l’assunto e spiega perché nell’immediatezza della strage alla Questura di Milano l’allora capitano Vitaliano Di Carlo (in servizio al SID dal 1967) fu incaricato dal generale Maletti di recarsi in Israele per ivi svolgere sul Bertoli indagini non certo di competenza dei servizi segreti, comunque non a questi riservate.
Come pure trova spiegazione l’appunto, a firma del Viezzer, allegato al rapporto del cap. Di Carlo, del seguente letterale tenore
“dal cap. Di Carlo: prega di non dare all’Autorità Giudiziaria, se non importante e indispensabile, le notizie su Bertoli contenute nell’allegato 2” .
Il fatto che Bertoli avesse proseguito la collaborazione con i Servizi Segreti dal 1966 al giugno 1971 poteva trovare smentita esclusivamente nella ricostruzione compiuta dai precedenti giudici di appello sulla scorta della testimonianza loro resa dal generale Pollari, attualmente a capo del SISMI, ma tale ricostruzione è stata censurata dalla Corte di Cassazione (sentenza di annullamento, pagg. 13-14) che testualmente ha affermato:
“La Corte di secondo grado si è preoccupata di escludere totalmente i servizi segreti italiani e israeliani dall’espatrio di Bertoli, e si è avventurata in una complicata e incerta disamina del sistema di fascicolazione e intestazione delle pratiche relative agli informatori del servizio segreto, fondata sui ragionamenti del teste Pollari. In realtà il teste, solo recentemente a capo dei servizi segreti, ha tentato di spiegare il sistema di fascicolazione delle pratiche contenenti i contributi forniti dagli informatori, vigente negli anni sessanta, attribuendo un significato logico ad annotazioni e archiviazioni di dati che sembrerebbero improntate ad approssimazione e disordine. La Corte ha dato totalmente credito al Pollari trasformando così una semplice ipotesi logica, effettuata da un funzionario che non aveva partecipato alla fascicolazione delle vecchie pratiche, in una indiscutibile verità, in grado di superare tutte le dichiarazioni fatte dai funzionari addetti al servizio”.
Quanto osservato dai giudici di legittimità non consente, evidentemente, al giudice di rinvio alcun margine per confermare la tesi esposta nella motivazione della sentenza annullata, tesi per altro non condivisa; si ribadiscono, quindi, le conclusioni che questa Corte ha già formulato sul punto.
Esistono valide ragioni per ritenere i Servizi segreti italiani non del tutto estranei all’espatrio di Gianfranco Bertoli, sebbene ciò non comporti alcun coinvolgimento dei Servizi stessi nella preparazione e nell’attuazione della strage (come osserva la Corte di Cassazione – sentenza di annullamento, pag. 13).
Le indagini compiute o disposte dal G.I. – gli esiti delle quali sono ampiamente riferiti nella citata ordinanza in data 18.7.1998 – si rivolgevano innanzitutto a chiarire le circostanze nelle quali nel gennaio 1971 il Bertoli, sottraendosi all’ordine di cattura emesso nei suoi confronti dal P.M. di Padova il 7 ottobre di quell’anno, era riuscito a espatriare dall’Italia aiutato in ciò da chi si era attivato per procurargli il passaporto falso, intestato a Massimo Magri. Si accertò in particolare che già nel 1970, come da informativa di tale Rovelli Enrico al commissario Luigi Calabresi, alcuni anarchici milanesi, facenti capo al gruppo “Ponte della Ghisolfa”, si stavano interessando per far espatriare un individuo, un anarchico, colpito da ordine di cattura. Lo stesso Rovelli aveva fornito al commissario Calabresi una fotografia di detto individuo, identica a quella che poi sarebbe stata utilizzata per formare il passaporto falso. Dell’operazione, a detta del Rovelli, si erano interessati Del Grande Umberto e Bertolo Amedeo. Si accertava che l’anarchico che doveva espatriare era proprio Gianfranco Bertoli il quale, dopo un periodo trascorso in Valtellina, era stato accompagnato da Bonomi Aldo in Svizzera, da dove si era trasferito a Marsiglia imbarcandosi poi per Israele.
Nel 1992 il G.I. accertava che all’espatrio del Bertoli aveva collaborato, con il Bonomi, un medico di Sondrio, Bevilacqua Rolando, sedicente anarchico ma informatore del SID negli anni ‘69/’72 e in contatto con i servizi segreti israeliani.
Rolando Bevilacqua, già interrogato nell’ambito dell’istruttoria n. 1650/74F che vedeva imputati Del Grande Umberto e Bertolo Amedeo in relazione alla vicenda del passaporto falso procurato al Bertoli, era nuovamente sentito dal G.I. nel 1992 e nell’occasione, abbandonando l’atteggiamento reticente tenuto in precedenza, rendeva ampie dichiarazioni.
Si ritiene utile fornirne una sintesi riportando stralci dell’ordinanza in data 18.7.1998 del Giudice Istruttore (pagg. 32-34):
dichiarava che nel 1970/71 faceva il medico a Tresivio (Sondrio) quando era stato avvicinato dal Del Grande, anarchico del Ponte della Ghisolfa di Milano (il Bevilacqua frequentava invece il circolo “Sacco e Vanzetti”) che gli aveva chiesto la sua disponibilità ad aiutare un operaio di Marghera, tale Massimo (poi rivelatosi essere il Bertoli). Ottenuta la sua disponibilità, il Del Grande aveva condotto il Massimo nella sua abitazione a Tresivio. Da quel momento la vicenda era stata gestita sempre e completamente da Aldo Bonomi, anch’egli di Tresivio, che già conosceva il Massimo. Il Bonomi si era recato ripetutamente in quei quattro o cinque giorni a casa del Bevilacqua, appartandosi sempre con l’ospite che era ammalato.
A un certo punto il Bevilacqua non aveva più voluto saperne dello strano ospite e questo era stato condotto nell’abitazione del Parolo e da lì fatto espatriare in Svizzera in base a un piano organizzato ed eseguito dal Bonomi. Il Bertoli era stato portato da questi in una pensione di Saint Moritz dove, consegnando il passaporto, si era qualificato come Massimo Magri.
Bevilacqua dichiarava inoltre di aver fatto parte da giovane, durante la guerra, di un gruppo di resistenza contro i tedeschi nella zona dell’Appennino e aveva più volte soccorso in quel periodo ebrei in difficoltà aiutando molti di loro a passare le linee. Quando era stato creato lo Stato di Israele il 5 maggio 1948, alcuni agenti del Mossad avevano preso contatto con lui che aveva svolto per essi attività informativa (Bevilacqua forniva precise indicazioni sulle persone con cuiaveva avuto contatti che avevano trovato riscontro negli accertamenti disposti).
Intorno al 1969 un colonnello dei carabinieri di Sondrio (poi riconosciuto in Renzo Monico) gli aveva chiesto di svolgere attività informativa anche per il SID e aveva cominciato a frequentare costui nella caserma di Sondrio, chiedendo di lui con una frase convenzionale ogni volta che doveva fornire informazioni. Il colonnello lo aveva messo in contatto anche con un tenente appartenente al SID. Tra i compiti affidatigli quello di infiltrarsi tra gli anarchici e fornire notizie sulla loro attività.
Sugli sviluppi della vicenda Magri (alias Bertoli) e sui movimenti del Bonomi egli aveva informato giorno per giorno il colonnello di Sondrio.
Dell’espatrio dell’anarchico era a conoscenza il colonnello Monico; degli sviluppi della vicenda il Bevilacqua aveva tenuto anche informato il suo referente per il Mossad (servizi segreti israeliani).
Il colonnello Monico (nel 1989 coinvolto, per falsa testimonianza, nell’inchiesta sulla strage di Peteano), sentito in proposito, pur trincerandosi dietro asseriti vuoti di memoria, ammetteva di aver fatto parte dei Servizi dal 1957 al 1972, di aver comandato il Gruppo Carabinieri di Sondrio dal maggio ’69 al settembre ’72, di avere avuto contatti con il capo del Mossad, di non poter escludere di aver conosciuto il Bevilacqua e che questi gli avesse fornito informazioni su gruppi anarchici nonché su un anarchico che stava per espatriare.
Tenuto conto dei fatti sopra richiamati, la Corte ritiene si possa affermare con certezza non solo che Bertoli rese una versione falsa su come si procurò il passaporto e su come in effetti riuscì a lasciare l’Italia (sottraendosi all’ordine di cattura) e raggiungere Israele con facilità certamente sospetta, ma anche che l’espatrio dell’”anarchico” Bertoli, sotto le false generalità di Massimo Magri, avvenne, per così dire, sotto gli occhi dei Servizi segreti italiani (e probabilmente di quelli israeliani), se non con un aiuto concreto quanto meno con la loro connivenza.
Acquistano così un rilevante grado di attendibilità le dichiarazioni di Giuseppe Albanese (G.I. 20.6.92) secondo cui Bertoli gli aveva confidato che i Servizi segreti italiani lo avevano appoggiato nel suo espatrio dall’Italia e lo avevano aiutato anche a Marsiglia per consentirgli di recarsi in Israele; che i Servizi italiani si erano rivolti a quelli israeliani per consentirgli quel lungo periodo di soggiorno in Israele; che senza questa intesa tra Servizi non avrebbe potuto fare ciò che voleva, cioé andare liberamente all’estero e poi tornare nel kibbutz.
A conclusione di tutto quanto si è detto finora, questa Corte ritiene di poter affermare con certezza la totale inattendibilità della versione fornita da Gianfranco Bertoli fin dal suo primo interrogatorio (e, sui punti più significativi, sempre ribadita in seguito) posto che la stessa è apparsa spesso inverosimile e contraddittoria oltre che risultare, su temi di sicura importanza, palesemente falsa essendo stata smentita dall’emergere di validi elementi probatori di segno contrario.
Bertoli ha cercato, in tutti i modi, di accreditare la sua verità, quella di aver ideato e realizzato l’attentato perché mosso da esigenze di giustizia secondo che gli suggerivano le sue scelte filosoficho-politiche di “anarchico individualista”, di propria iniziativa, senza appoggi di chicchessia, senza che vi fossero mandanti, fuori da qualsiasi organizzazione.
Ha tentato di perseguire il proprio scopo tacendo alcuni fatti ovvero adattandoli alla bisogna, mentendo su altri, escogitando spiegazioni inverosimili su altri ancora. Così, ad esempio, ha rivelato solo in parte le modalità dell’espatrio e dell’ingresso in Israele tacendo sugli appoggi ricevuti da appartenenti ai Servizi segreti e su come veramente si era procurato il passaporto falso, ha mentito circa i periodi della sua permanenza a Marsiglia e sull’ininterrotto soggiorno nel kibbutz di Karmia per circa due anni fino al giorno della partenza da Haifa, ha escogitato la fantasiosa tesi sul momento e sull’occasione che lo aveva fatto decidere di compiere l’attentato.
Soprattutto ha taciuto sulla sua qualità di informatore del SIFAR/SID (oltre che sulle sue frequentazioni di personaggi e ambienti dell’estrema destra eversiva, di cui si dirà in seguito) e lo ha fatto evidentemente per evitare che ciò incidesse negativamente sulla credibilità della sua scelta anarchica.
Non si intende affermare che Bertoli, sia pure con scelte recenti, non avesse fatto propri gli ideali dell’anarchia (lo attesterebbero i suoi scritti e la “A” tatuata su un braccio) - il che, comunque, non esclude, anzi rende credibile, che proprio l’apparire e professarsi anarchico dovesse tornare utile agli scopi di chi di lui si era servito – ma che quella scelta non doveva né poteva essere tale, e talmente coinvolgente, da indurlo a compiere un gesto di gravità inaudita e di subirne tutte le conseguenze.
Se Gianfranco Bertoli ha sostenuto una versione che la Corte ritiene non veritiera, non può che averlo fatto - come già si è detto – per coprire una verità che non voleva né poteva rivelare: l’attentato del 17 maggio 1973 non era stato frutto della sua personale iniziativa; egli era solo l’esecutore materiale di un progetto criminoso deciso e organizzato, per scopi tutt’affatto diversi, da altri e altrove.