La sconfitta della giustizia: come annullare il lavoro investigativo sull’eversione di destra e sullo stragismo di Stato approfittando di mille cavilli e dell’operato di giudici “apolitici”. Storia delle responsabilità accertate sull’attentato alla Questura di Milano del 17 maggio 1973. Riassunto/sentenza dei tre gradi di giudizio che non sono riusciti a inchiodare i responsabili politici della strage

 

 

QUANDO RUMOR DOVEVA MORIRE

 

 

 

TRIBUNALE DI MILANO – MOTIVAZIONI DEL GIUDICE DEL RINVIO

Processo a carico di Gianfranco Bertoli per l’attentato di Via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973

 

 

 Cap. 5.00

 

 

LE DICHIARAZIONI DI MARTINO SICILIANO

Martino Siciliano - collaboratore di giustizia dal 1993, inizialmente facente parte della “Giovane Italia” di Mestre-Venezia con Delfo Zorzi, quindi del movimento neofascista “Ordine Nuovo” fino a tutto il 1972 e a conoscenza delle vicende di quel movimento e di molti suoi membri - il 3 luglio 1997 aveva dichiarato al G.I. quanto segue:

 

“Confermo di avere visto varie volte Sandro Sedona al “Graspo de uva” di Spinea a cavallo degli anni ’70. Vidi alcune volte Sedona con Delfo Zorzi e lo vidi anche con Gianfranco Bertoli con il quale frequentava il “Graspo de uva^”.

 

Vidi a Spinea e in tale locale più volte il Sedona e Bertoli. Prendo atto che mi viene mostrata la fotografia di Gianfranco Bertoli, foto che ho visto più volte sulla stampa e riconosco senza alcun dubbio nella stessa il Gianfranco Bertoli di cui ho parlato oggi e nel precedente interrogatorio (G.I. 14.10.1995 – n.d.u.). Confermo di non avere mai conosciuto di persona Bertoli, nel senso che non gli ho mai parlato né l’ho mai frequentato; però l’ho conosciuto di vista nel senso che l’ho visto, come ho detto, alcune volte in compagnia di Sandro Sedona ed anche perché mi fu presentato di sfuggita al “Graspo de uva” da Gianni Mariga in una delle tante occasioni in cui mi trovavo in sua compagnia.

 

Bertoli aveva un’aria triste ed era malmesso; aveva una barbetta che lo rendeva ancor più triste, appariva malandato, piuttosto magro, aveva occhi spiritati anche perché beveva parecchio....................Ribadisco di aver visto più volte Bertoli e Mariga insieme a Spinea. Tra i due vi era un rapporto di amicizia come riferitomi dallo stesso Mariga.................Sia negli anni precedenti il ’70 che in quelli immediatamente successivi stavo spessissimo in compagnia del Mariga. Ci scambiavamo confidenze e conoscevo le sue frequentazioni. Appresi dallo stesso, tra le altre cose, che Gianfranco Bertoli, la persona che avevo visto con lui a Spinea e al “Graspo de uva”, era andato in un kibbutz in Israele. Mi disse di aver appreso dal Bertoli che egli andava e tornava da Israele e lo aveva più volte incontrato nel 1972 a Spinea. Ricordo che mi riferì quanto Bertoli gli aveva raccontato sul suo soggiorno al kibbutz. A detta del Mariga, Bertoli gli raccontò che lavorava nel kibbutz ma che nello stesso tempo veniva addestrato all’uso di armi ed esplosivi per eventuali attacchi da parte degli arabi.

 

Sono assolutamente certo che Mariga già nel ’72, cioé prima della strage del 17.5.73, mi riferì di aver visto Gianfranco Bertoli nella nostra zona. In più di un’occasione, in epoca che colloco a cavallo del ’72-’73, Mariga mi raccontò di avere incontrato Bertoli e che questi, a sua volta, gli aveva narrato del suo soggiorno in Israele, del suo addestramento nel kibbutz all’uso di armi ed esplosivi e della frequenza con la quale lasciava il Kibbutz per venire in Italia e per tornare in Israele.

 

Quando vi fu la strage del 17.5.73 e Bertoli venne alla ribalta della cronaca, ebbi occasione di parlare con Mariga su questa vicenda. Rimanemmo entrambi sorpresi leggendo sulla stampa che Bertoli sarebbe stato per due anni in un kibbutz. Mariga infatti lo aveva visto più volte a Spinea e a Mestre nel periodo ’71-’72 come mi aveva precedentemente raccontato. Io stesso non escludo di avere visto Bertoli a Spinea nello stesso periodo. Ricordo perfettamente il contenuto dei commenti del Mariga, il quale mi disse che Bertoli non era certamente un anarchico; d’altra parte, attese le note frequentazioni del Mariga esclusivamente con elementi di destra, lo stesso mi disse che se fosse stato un anarchico non avrebbe stretto amicizia con lui.

 

Sempre Mariga commentò la circostanza che Bertoli andava e veniva da Israele; mi disse che in quel periodo non era facile entrare e uscire da quel Paese ed espresse la convinzione che se Bertoli con tale facilità poteva andare e venire da Israele in Italia e viceversa, ciò poteva avvenire col consenso dei servizi segreti israeliani. Oltretutto Mariga ed io, ricordando le scarse disponibilità del Bertoli, quasi sempre in bolletta, ritenemmo evidente che egli non poteva con le sue tasche sobbarcarsi le rilevanti spese di viaggio per andare e venire da Israele”.

 

 

Si ritiene opportuno osservare che le dichiarazioni di Martino Siciliano sopra testualmente riportate, benché sul punto tutt’altro che laconiche, occupano ben poco spazio tra quelle, molto più ampie, rese nei citati interrogatori avanti il Giudice Istruttore, con le quali il collaboratore di giustizia ha riferito diffusamente e con dovizia di particolari in ordine alle vicende dell’organizzazione di appartenenza, a fatti attribuiti alla stessa, alle persone che ne facevano parte.

 

A tali dichiarazioni si sono aggiunte, essendo state acquisite agli atti, tutte quelle rese dal Siciliano ad altri magistrati nel corso di indagini sull’eversione neofascista di quegli anni ’60-’70, il che ha consentito di constatare sia l’ampiezza delle conoscenze del dichiarante sia la costanza e la coerenza logica delle sue affermazioni; da ciò è derivata, sia ad avviso del G.I. che dei giudici di primo grado, una positiva valutazione di intrinseca attendibilità che questa Corte non ha ragione alcuna di disattendere.

 

Per ciò che attiene all’argomento in questione (la conoscenza di Bertoli e la sua presenza a Spinea e Mestre nel periodo di tempo in cui, a suo dire, non si sarebbe mosso da Israele) il racconto di Martino Siciliano è apparso logico, coerente, preciso, ricco di dettagli nonché di riferimenti ambientali e di fatto ma, sopratutto, sincero. Il dichiarante ha infatti distinto puntualmente quanto stava riferendo per diretta conoscenza da ciò che aveva appreso da altri, cioè dall’amico Mariga, quando - per attribuire maggior rilevanza alla propria collaborazione ovvero per compiacere il G.I. - ben avrebbe potuto affermare di aver avuto personale conoscenza di tutti i fatti riferiti. Siciliano, invece, ha sostenuto di aver conosciuto il Bertoli (pur precisando di non avergli mai parlato) e lo ha fatto con precisi riferimenti di tempo e luogo oltre che alla persona, mentre, quanto alla presenza del Bertoli a Spinea nel 1972, ha solo riportato le confidenze del Mariga, limitandosi, dal canto suo, a non escludere un incontro con il Bertoli in quell’anno.

 

Per tanto, le dichiarazioni di Martino Siciliano sul punto che qui interessa, di per se stesse ritenute attendibili, necessitano di elementi di conferma. Tali elementi sono puntualmente emersi dalla testimonianza dei fratelli Giorgio e Tommaso Sorteni.

 

Giorgio Sorteni, sentito dal Giudice Istruttore il 16.2.1975 (poco dopo lo stesso renderà la propria testimonianza avanti la Corte d’assise di Milano nel procedimento contro Gianfranco Bertoli), tra l’altro riferiva di aver conosciuto il Bertoli nel 1953, nel periodo in cui questi eseguiva rapine in danno di omosessuali. Sapendo dei suoi precedenti nel traffico di armi, gli aveva proposto di venderne una partita a una compagnia di navigazione; le armi erano state vendute a due ex appartenenti alla Repubblica Sociale, facenti parte di un fronte anticomunista, il che aveva provocato la reazione del Sorteni essendo questi di fede comunista.

 

Il testimone descriveva il Bertoli come persona amorale, omosessuale, incapace di idee personali, succube di chiunque avesse un temperamento o un prestigio più forte del suo. Ricordava inoltre che Bertoli, nel 1970, viveva a Marghera presso un affittacamere.

 

Giorgio Sorteni dichiarava poi di aver appreso con sorpresa dalla lettura dei giornali che Bertoli avrebbe soggiornato in Israele ininterrottamente dal febbraio 1971 al maggio 1973 ma che detta circostanza non corrispondeva al vero ricordando di avere incontrato Bertoli nei pressi della stazione ferroviaria di Mestre in un giorno compreso tra il 25 maggio e l’8 giugno 1972; il teste era certo di quel riferimento temporale perché proprio in quei giorni egli si era recato quasi quotidianamente a Mestre da Lugo di Romagna, dove si era trasferito, per concludere e perfezionare un’operazione commerciale (della quale forniva documentazione recante, appunto, la data dell’8 giugno 1972).

 

L’incontro, di cui si diceva assolutamente certo, era durato pochi minuti e ricordava, in particolare, che Bertoli indossava una giacca sahariana color sabbia.

 

Il Giudice Istruttore, nell’ambito di indagini sull’appartenenza di Gianfranco Bertoli al SIFAR in qualità di informatore (di cui si dirà in seguito), essendo nel frattempo deceduto Giorgio Sorteni, il 2 aprile 1992 sentiva come testimone il fratello di questi, Sorteni Tommaso il quale dichiarava quanto segue: a conoscenza della stretta amicizia esistente tra il fratello e il Bertoli fin dagli anni ’50, della loro assidua frequentazione in quegli stessi anni nonché dell’attività svolta nel SIFAR sia dal fratello che dal Bertoli, ricordava che il giorno dell’attentato alla Questura di Milano Giorgio gli aveva telefonato e aveva pronunciato la frase “hai visrto che cosa ha combinato Gianfranco ? vedrai che sono stati i Servizi”.

 

 

Qualche giorno dopo, proseguiva il Sorteni, era rimasto anch’egli sorpreso leggendo sui giornali che Bertoli negli ultimi due anni era rimasto sempre in Israele ricordando perfettamente di averlo visto a Venezia, dove si era recato con il fratello dalla Romagna, nella primavera del 1972. Bertoli, che nell’occasione indossava una giacca sahariana colore beige, si era fermato in loro compagnia solo per pochi minuti ma aveva avuto modo di dire di essere “diventato anarchico”.

 

Significativo il commento del teste in proposito: “mancò poco che ci mettessimo a ridere conoscendo i suoi precedenti rapporti con il SIFAR e gli ex repubblichini della compagnia di navigazione”.

 

Anche Tommaso Sorteni, come il fratello, si dichiarava certo che quell’incontro era avvenuto nella primavera del 1972 dato che fin dal 1965 quella era stata l’unica volta in cui egli si era recato a Venezia con il fratello, precisando che ciò era avvenuto per un’operazione commerciale.

 

Non sembra possano esistere dubbi circa l’attendibilità di tali testimonianze stante la loro precisione in ordine a tutte le circostanze di fatto, il disinteresse e la loro perfetta concordanza. Entrambi i fratelli Sorteni, in tempi diversi e all’insaputa delle dichiarazioni dell’altro, hanno riferito della vecchia conoscenza (di Giorgio Sorteni) con il Bertoli, dell’incontro con questi nella primavera inoltrata del 1972, dell’occasione e della durata di quell’incontro, infine del breve colloquio con Gianfranco Bertoli.

 

Particolarmente attendibili le dichiarazioni di Giorgio Sorteni riferite al Bertoli, tenuto conto che il teste ha riferito di un incontro con una persona da lui molto ben conosciuta, e da lunga data.

 

Solo su un punto i fratelli Sorteni non sono stati concordi: nell’indicare il luogo dell’incontro, la stazione di Mestre per Giorgio, quella di Venezia per Tommaso. Non si ritiene, tuttavia, che tale discrepanza, su un particolare di scarso rilievo (Venezia e Mestre sono assai vicine, separate da un ponte), possa incidere negativamente sul valore e rilevanza probatoria delle due testimonianze. Si consideri inoltre, in proposito, che mentre Giorgio Sorteni fu sentito dal G.I. nel febbraio 1975 (quindi poco più di tre anni dopo l’episodio riferito), Tommaso Sorteni rese la propria testimonianza nell’aprile 1992 (circa diciassette anni dopo il fratello e circa 20 dopo i fatti narrati) sicché è ben possibile che il secondo abbia avuto un ricordo impreciso circa il luogo esatto dell’incontro.

 

Un elemento di dubbio più consistente era stato sollevato dallo stesso Giudice Istruttore il quale aveva fatto presente a Tommaso che il fratello Giorgio, a suo tempo, non lo aveva indicato presente all’incontro con il Bertoli. La Corte ritiene la risposta di Tommaso Sorteni, che si riporta testualmente, ragionevole e convincente:

 

“ritengo che Giorgio nell’occasione non abbia voluto dire che anche io incontrai Bertoli per non coinvolgermi in questa vicenda in quanto sarei stato certamente chiamato a deporre e sarei venuto alla ribalta della cronaca come venne lui; dato che egli nell’occasione riferì i suoi pregressi rapporti con il SIFAR, ritengo che abbia voluto lasciarmi fuori da questa vicenda, anche perché io ero all’oscuro di tanti dettagli, come quello relativo al suo nome di copertura “Sergio” che ho appreso solo oggi. Oltretutto, se avessi saputo all’epoca tante cose, gliele avrei suonate di santa ragione”.

 

 

Quanto finora osservato circa tutti gli elementi probatori di segno contrario, rispetto alla versione sostenuta da Gianfranco Bertoli di non avere mai lasciato Israele nei circa due anni precedente l’8 maggio 1973, può concludersi con le dichiarazioni di Giuseppe Albanese, alle quali tali elementi costituiscono riscontro.

 

Costui, estremista di destra e già detenuto a lungo con il Bertoli nel carcere di Volterra, sentito dal G.I. il 20.6.1992, ha affermato che lo stesso Bertoli, parlando del suo soggiorno in Israele, tra l’altro gli aveva confidato che poteva lasciare quel Paese quando voleva, cosa che aveva fatto alcune volte per poi fare ritorno nel kibbutz.

 

A detti elementi si oppongono in via residuale, a parte le dichiarazioni del Bertoli, gli esiti degli accertamenti compiuti dal RUS in Israele, in collaborazione con i locali organi di polizia, su incarico del P.M. di Milano in data 25.5.1973 che richiedeva di accertare, tra l’altro, i movimenti dello stesso Bertoli nel periodo di permanenza nel kibbutz di Karmia.

 

Erano assunte le testimonianze di Rachel Vered, di Amminadav Ofer, di Noah Shusterman e di Miriam Cohen. Costoro, ognuno per quanto a propria conoscenza, riferiva circa l’assidua presenza del Bertoli (alias Massimo Magri) nel kibbutz, il suo diligente attivarsi nei lavori del pollaio, le brevi assenze (di solito un solo giorno) per lo più motivate da cure odontoiatriche. Sta di fatto che nessuno di costoro, come ovvio, è stato in grado di affermare la continua, costante e ininterrotta presenza del Bertoli.

 

La Corte esclude che tali testimonianze possano prevalere su quelle sopra esaminate (in particolare del Serra, del Borelli e dei fratelli Sorteni): da un lato i testimoni israeliani, pur avendo riferito quanto a loro conoscenza, non potevano in alcun modo fornire la prova “in negativo” del fatto che Gianfranco Bertoli non si era mai allontanato per un periodo apprezzabile (un fatto che ben poteva sfuggire non risultando che qualcuno di loro abbia vissuto costantemente con il sedicente Magri), dall’altro, invece, vi sono testimoni che hanno riferito, questa volta “in positivo”, fatti e circostanze precisi ed esattamente collocati nel tempo, di cui si sono dimostrati assolutamente certi e che, comunque, per la loro peculiarità erano facilmente memorizzabili.

 

Per quanto attiene alla attendibilità del personaggio Bertoli (e del suo racconto), a questo punto si ritiene di scarsa utilità analizzarne nei minimi aspetti la personalità. E’ evidente, infatti, che a fronte di risultanze di valore obiettivo quali gli elementi di prova finora esaminati sui quali si fonda il giudizio di scarsa credibilità, in taluni casi di assoluta falsità, delle dichiarazioni dell’autore dell’attentato, l’indagine sulla personalità finisce per assumere valenza del tutto marginale.

 

L’argomento, comunque, è stato ampiamente trattato nella sentenza/ordinanza del Giudice istruttore e nella motivazione della sentenza appellata, alle quali si rimanda. E’ stato trattato, altrettanto ampiamente, dalla sentenza annullata ma, in questo caso, secondo una chiave di lettura rivolta a individuare in quella personalità non solo le autentiche ragioni dell’attentato stragista ma, sopratutto, per trarne argomenti a sostegno di una tesi presupponente la piena attendibilità della versione del Bertoli e nel quadro di una metodica svalutazione di ogni contrario elemento di prova, suggerita (secondo l’espressione usata dai giudici di legittimità) da una lettura sin dall’inizio incredula.

 

In sostanza, tale indagine non può ritenersi risolutiva ai fini che qui riguardano, se non sotto il profilo della compatibilità, o meno, della personalità del Bertoli con l’effettiva genesi ed esecuzione del progetto stragista.

 

E’ evidente che, attenendosi alle dichiarazioni di Bertoli e ai suoi scritti (il diario) e ritenendo veritiera la sua versione, l’esecutore materiale dell’attentato dovrebbe definirsi, a ragione, “anarchico individualista” e il suo un gesto di eclatante protesta contro le Autorità dello Stato, autonomamente deliberato e attuato.

 

Di contro, ove si tengano presenti le affermazioni di alcuni collaboratori di giustizia e testimoni (tra questi ultimi Rossella Monaco, l’assistente sociale alla quale fu affidato il Bertoli una volta posto in regime di semilibertà), oltre alle conclusioni della perizia psichiatrica, la personalità di Gianfranco Bertoli appare delineata come quella di un uomo sostanzialmente debole, vittimista, timoroso, volubile, facilmente suggestionabile; in questo secondo caso, quella personalità dovrebbe ritenersi difficilmente compatibile con la natura e motivazioni del gesto compiuto, quali il Bertoli ha inteso accreditare.

 

In tema di personalità (ivi comprese le scelte politico-filosofiche) si dovrebbe semmai accertare, pur nei limiti insiti nell’accertamento stesso, se Bertoli fosse veramente un idealista “puro”, un anarchico, un uomo disposto a sacrificare la propria vita o ad essere condannato all’ergastolo pur di realizzare il proprio anelito di giustizia, se in lui la spinta ad agire per realizzare fini ritenuti nobili fosse davvero tanto forte.

 

 

Quanto alla fede anarchica di Gianfranco Bertoli, recente o no che fosse, taluno ha manifestato dubbi (Tommasoni Franco), altri non hanno nascosto la loro sorpresa (Giorgio e Tommaso Sorteni, Sedona Sandro), altri ancora l’hanno esclusa attribuendo a Bertoli la qualifica di “camerata”, da sempre vicino agli ambienti dell’estrema destra neofascista veneta (Ferorelli Giovanni, Rebosio Marco, Martino Siciliano, Giuseppe Albanese) ma, secondo la Corte, il dato di fatto che induce al dubbio più serio circa l’effettività della scelta anarchica è costituito dalla retribuita appartenenza del Bertoli ai Servizi segreti italiani (prima al SIFAR e poi al SID) in qualità di informatore fino ad epoca non lontana dal suo espatrio in Israele.

 

Il dato in questione è stato accertato dal Giudice Istruttore e verificato nella fase dibattimentale di primo grado ma, stranamente, della qualifica di Bertoli come informatore dei “Servizi” non è stato riferito all’autorità giudiziaria inquirente da chi ne era a conoscenza ed era tenuto a farlo (e sì che il Gen. Maletti, all’epoca a capo del SIFAR, subito dopo la strage di via Fatebenefratelli aveva inviato il cap. Di Carlo in Israele perché indagasse proprio sul Bertoli !); tutto, invece, è emerso dalla testimonianza resa da Giorgio Sorteni, prima al G.I. e poi in fase dibattimentale avanti la Corte d’assise di Milano nel procedimento penale a carico dell’autore dell’attentato.

 

 

Il Sorteni, individuato dal Giudice Istruttore tra numerose persone che avevano avuto contatti con il Bertoli (come emerso dai fascicoli di vari procedimenti penali a carico dello stesso, tenutisi a Venezia, Padova e Trieste), il 16.2.1975 aveva riferito, tra l’altro, che nel 1954 Bertoli, che era informatore del SIFAR, lo aveva messo in contatto con il brigadiere dei Carabinieri Carlo Fanutza; successivamente era stato contattato da tale dr. Bonetti che gli aveva proposto di di svolgere attività informativa per tale struttura con un compenso di 50.000 lire mensili; aveva accettato e aveva svolto quell’attività con il nome di copertura “Sergio”.

 

Quanto affermato da Giorgio Sorteni, anche alla Corte d’assise nel giudizio a carico di Gianfranco Bertoli, trovava conferma il 4 marzo 1975 quando l’allora capo del SID Ammiraglio Casardi informava per iscritto che “il Bertoli è stato fonte del SIFAR dal novembre 1954 al marzo 1960data sotto la quale ha cessato l’attività a causa dello scarsissimo rendimento fornito. Risulta agli atti che solo fino all’agosto 1955 ha ricevuto un compenso per complessive lire 50.000. Il Sorteni ha parimenti collaborato con l’ex SIFAR, in qualità di fonte, dal 1954 al marzo 1960, data sotto la quale ha cessato qualsiasi rapporto, avendo fornito come il Bertoli scarsissimo rendimento”.

 

 

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