La sconfitta della giustizia: come annullare il lavoro investigativo sull’eversione di destra e sullo stragismo di Stato approfittando di mille cavilli e dell’operato di giudici “apolitici”. Storia delle responsabilità accertate sull’attentato alla Questura di Milano del 17 maggio 1973. Riassunto/sentenza dei tre gradi di giudizio che non sono riusciti a inchiodare i responsabili politici della strage

 

 

QUANDO RUMOR DOVEVA MORIRE

 

 

 

TRIBUNALE DI MILANO – MOTIVAZIONI DEL GIUDICE DEL RINVIO

Processo a carico di Gianfranco Bertoli per l’attentato di Via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973

 

 

 Cap. 4.00

 

 BERTOLI, IL FASCISTA MASCHERATO DA ANARCHICO INDIVIDUALISTA

 

Su tempi, modalità e circostanze dell’attentato per cui si procede ben poco può aggiungersi rispetto a quanto già detto nella parte espositiva che precede: la bomba a mano, che provocò la morte di quattro persone e il ferimento di altre quarantacinque, fu lanciata alle ore 11 circa del 17 maggio 1973, dal marciapiede opposto, in direzione del portone di ingresso del palazzo di via Fatebenfratelli a Milano, dove ha sede la Questura; probabilmente per un errore nel lancio, la bomba rotolò a fianco del portone per alcuni metri esplodendo tra le persone in quel momento presenti sul marciapiede. L’autore del gesto criminoso, Gianfranco Bertoli (alias Massimo Magri, come da passaporto falso in suo possesso), immediatamente individuato (per alcuni testimoni addirittura nel momento del lancio) era subito tratto in arresto.

 

Forse proprio per l’immediato arresto del responsabile della strage non furono effettuati particolari rilievi e l’azione non fu ricostruita nei minimi dettagli. Furono assunte, in vero, numerose testimonianze di persone che avevano assistito al fatto (cittadini e poliziotti) che consentirono di stabilire che l’attentatore, fermo sul lato opposto della strada rispetto al portone d’ingresso della Questura, improvvisamente aveva lanciato un oggetto che teneva in mano e, solo per alcuni testimoni, aveva gridato qualcosa che si riferiva al commissario Calabresi.

 

Secondo alcune testimonianze il Bertoli non aveva tentato di fuggire, secondo altre aveva assunto un atteggiamento indifferente, quasi volesse far credere di essere estraneo al fatto. Altre testimonianze, infine, indicheranno che l’autore della strage era già presente nei pressi della Questura tra le 9,30 e le 9,50 essendo stato visto in un bar della zona e, secondo quando dichiarato dal teste Gemelli (della polizia scientifica), lo stesso alle 9,50 circa si trovava già sul marciapiede opposto alla Questura, apparentemente in compagnia di due uomini.

 

 

LA VERSIONE DI GIANFRANCO BERTOLI

 

Ritiene la Corte che il naturale e logico punto di partenza per il pressocché completo riesame del materiale probatorio acquisito, così come richiesto dalla sentenza di annullamento, non possa che essere quello concernente l’approfondita e rigorosa verifica dell’attendibilità della versione dei fatti fornita da Gianfranco Bertoli, tenuto conto in particolare del fatto che, rispetto ad altri episodi di strage che insanguinarono il nostro Paese in quegli anni settanta, quello in esame fu caratterizzato, in modo peculiare e differenziale, dall’immediata individuazione e dall’arresto del suo esecutore, un esecutore che da subito si dichiarò colpevole dell’attentato assumendosene la piena ed esclusiva responsabilità.

 

Inutile sottolineare l’assoluta rilevanza di tale verifica, considerato che se questa si risolvesse positivamente, vale a dire con un giudizio di piena credibilità di quanto affermato da Gianfranco Bertoli circa i personali moventi, la spinta ideologica del suo agire (quella anarchica), l’ideazione e l’esecuzione del progetto delittuoso, oltre a tutti gli altri elementi di contorno riferiti (dall’espatrio in Israele al soggiorno nel kibbutz, dall’occasione e dal modo con cui Bertoli si procurò la bomba poi utilizzata nella strage alla Questura al viaggio di ritorno prima a Marsiglia e poi a Milano, dalla decisione di compiere l’attentato alla sua esecuzione), si porrebbe come del tutto superflua ogni ulteriore attività di indagine intesa a individuare eventuali mandanti della strage nonché ad accertare se, come e in quale contesto abbiano avuto una diversa genesi i fatti di via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973.

 

Se, aderendo per un momento a tale ipotesi, l’attentato fu effettivamente esclusiva opera del Bertoli essendo stato questi il suo unico ideatore ed esecutore, con le ovvie conseguenze sulla posizione degli imputati, si dovrebbe pervenire necessariamente alle medesime conclusioni dei precedenti giudici di appello, seguendo in sostanza un percorso argomentativo non ritenuto convincente, né sul piano logico né aderente alle acquisizioni probatorie, dalla sentenza di annullamento pronunciata dalla Suprema Corte.

 

 

E’ per tali ragioni che le dichiarazioni rese da Gianfranco Bertoli nei suoi ripetuti Interrogatori (avanti al P.M. e al Giudice Istruttore) devono essere ora riesaminate e attentamente valutate.

 

 

Solo una volta stabilito se la versione complessivamente fornita dal reo confesso dell’attentato sia o no attendibile si potranno assumere le prime conclusioni e, a seconda del loro segno, sarà possibile procedere alla disamina di tutti gli altri elementi di giudizio, frutto di una lunga e complessa istruttoria, già oggetto di approfondita valutazione nella motivazione della sentenza appellata.

 

Dei numerosi interrogatori di Bertoli nella fase istruttoria (ben dodici), avanti al P.M. e al Giudice Istruttore tra il 17 maggio 1973 e il 25 giugno 1974, il più significativo, per ampiezza e contenuti, è senz’altro il primo, avvenuto nel Carcere di San Vittore a Milano lo stesso giorno della strage, iniziato alle ore 14,35 del 17 maggio e terminato alle 0,05 del 18.

 

Nell’occasione il Bertoli, ammessa pienamente la propria responsabilità in ordine ai fatti di via Fatebenefratelli, fornì al Pubblico Ministero la versione che, sia pur oggetto in seguito di aggiustamenti e precisazioni, sarebbe rimasta costante e che si presta ad essere riassunta con poche parole:

 

anarchico individualista, aveva da tempo coltivato il proposito di compiere un attentato contro le Autorità costituite; a tal fine si era procurato una bomba a mano nel kibbutz di Karmia, in Israele, dove aveva vissuto negli ultimi due anni, si era imbarcato ad Haifa raggiungendo Marsiglia il 13 maggio e di qui Milano, nel pomeriggio del 16 maggio, dove la mattina del 17 aveva compiuto l’attentato, agendo di propria iniziativa, da solo e senza il mandato o la copertura di chicchessia.

 

Del primo interrogatorio reso da Gianfranco Bertoli si ritiene opportuno riferire con una certa ampiezza, all’occorrenza riportandone testualmente alcuni brani.

Preso atto dell’imputazione di strage (oltre a quelle di ricettazione e falso relative al passaporto), il Bertoli così esordiva:

 

 

“Non nego quanto ho commesso. In sostanza ammetto tutti gli addebiti. Io non riconosco alcuna autorità, perché secondo me l’uomo è nato libero e deve essere libero; tutte le forme di autorità sono basate soltanto sulla violenza. Quando ho commesso i fatti, speravo che subito dopo fossi ucciso; speravo che che qualcuno mi avrebbe imitato. Tutto il resto non me ne frega niente. La vita è una beffa, un assurdo.”

 

 

Proseguiva, quindi, dichiarando quanto segue: di essere fuggito dall’Italia per sottrarsi a un ordine cattura emesso nei suoi confronti dall’autorità giudiziaria di Padova e di essersi rifugiato in un kibbutz in Israele; contrariato dai metodi repressivi di quello Stato, aveva pensato di compiere un attentato in danno del primo ministro Golda Mair ma vi aveva rinunciato a causa delle difficoltà che l’impresa presentava; durante la permanenza nel kibbutz aveva appreso dell’uccisione del commissario Calabresi, da lui ritenuto responsabile della morte dell’anarchico Pinelli, non approvando il fatto che l’attentatore fosse fuggito invece di farsi arrestare.

 

Di essere arrivato in treno a Milano, proveniente da Marsiglia, verso le ore sedici del 16 maggio; nessuno era ad attenderlo, aveva lasciato il proprio bagaglio alla stazione Centrale e si era diretto in piazza del Duomo dove sperava di incontrare non meglio indicati “capelloni”, gli stessi che a suo tempo gli avevano procurato il passaporto falso, perché gli indicassero dove trovare alloggio; aveva desistito per la presenza di molti poliziotti e Carabinieri ed era tornato nei pressi della stazione, in via Vitruvio, dove aveva preso una stanza nella pensione “Italia” esibendo il passaporto falso e confidando che non fosse registrato; dato che la stanza non era pronta e appreso che la pensione rimaneva aperta fino all’una di notte, si era messo a girare per la città senza una meta.

 

Quanto alla mattina del 17 maggio, Bertoli affermava:

“mi sono alzato verso le otto, sono subito uscito, ho acquistato un giornale e ho preso un caffè. Quando ho acquistato il giornale e ho appreso l’ora della manifestazione, ho preso il Metrò e mi sono recato in piazza del Duomo. In piazza del Duomo mi sono informato sulla strada da fare per andare in via Fatebenefratelli e mi sono diretto verso la Questura. Io mi sono diretto verso la Questura per tirare la bomba. Ammetto quindi la circostanza che questa mattina io sono uscito dalla pensione con la bomba nella tasca destra dei pantaloni. Ammetto di aver tentato di entrare nell’atrio della Questura ma degli agenti mi hanno impedito di entrare. Dopo sono andato in un bar poco distante e ho preso un brandy..............Preciso che era mia intenzione, una volta entrato nell’atrio della Questura, compiere un’azione dimostrativa, nel senso che, a seconda delle circostanze, avrei gridato, una volta portatomi accanto al busto di Calabresi, “allontanatevi tutti” tenendo in mano la bomba che avrei lanciato contro il busto di Calabresi. Se non avessero accolto il mio invito ad allontanarsi tutti, era comunque mia intenzione fare esplodere ugualmente l’ordigno. Ho pensato anche che, nel caso in cui avessero cercato di fermarmi, avrei fatto esplodere l’ordigno su di me e lo stesso avrebbe naturalmente colpito anche gli altri”.

 

 

Sull’attentato:

“Dato che non ero riuscito a entrare, dopo di essere andato al bar, mi sono riportato davanti alla Questura, sul marciapiede antistante, o meglio di fronte alla Questura nel lato opposto, proprio nel momento in cui uscivano le persone che erano intervenute alla manifestazione. Ho visto uscire dei militari e ho chiesto a due agenti che stavano davanti a me se si trattava della manifestazione relativa a Calabresi; gli agenti hanno risposto di sì e io, dopo aver detto “Calabresi è l’assassino di Pinelli”, ho lanciato la bomba verso il portone. Dopo che la bomba è scoppiata, alle persone che mi stavano vicino e che mi stavano intorno meravigliate, io ho detto “sono stato io”, aggiungendo altre parole che adesso non ricordo. Da quel momento non ricordo bene cosa sia accaduto anche perché sono stato circondato dalla folla tumultuosa. Sono stato preso e condotto in Questura dove mi hanno arrestato. Quando compii l’atto io ero solo e accanto a me non vi era alcuna persona che io conoscessi”.

 

 

Bertoli proseguiva dichiarando: di essersi procurato la bomba a mano prelevandola, tra altre bombe e armi, in un alloggio di militari nel kibbutz di Israele; intendeva usarla quando sarebbero andati ad arrestarlo; comunque pensava anche di utilizzarla in un gesto eclatante, precisando:

“ quando ho appreso la notizia della morte di Calabresi, ho pensato anche di fare un attentato dal momento che, a seguito della morte di Calabresi, c’erano state troppe celebrazioni che non si sarebbero dovute fare, perché le decine di migliaia di persone che avevano partecipato a quelle celebrazioni si erano rese solidali con Calabresi, che io ritenevo un assassino. Su questo non ho alcun dubbio”.

 

 

Di avere progettato, in un primo tempo, di compiere un attentato a Pisa in occasione dell’anniversario della morte di Franco Serantini avvenuta il 7 maggio 1972, ma non era riuscito a trovare alcun mezzo per giungere in tempo in Italia. Quando si era reso conto che non poteva più giungere in tempo utile a Pisa per compiere l’attentato il 7 maggio, aveva “pensato di compiere l’attentato a Milano in occasione della celebrazione” per il commissario Calabresi.

 

 

Precisava meglio in proposito:

“Non mi sono informato direttamente sul giorno della celebrazione perché ho pensato che essendo morto Calabresi il giorno diciassette maggio, certamente nell’anniversario della sua morte ci sarebbe stata una celebrazione. Non sapevo infatti che durante la celebrazione che ritenevo quasi certa, si sarebbe scoperto un busto di Calabresi nella Questura di Milano”.

 

Bertoli, sul punto, ribadiva:

"io avevo saputo che stamane vi era l’inaugurazione del busto di Calabresi avendolo appreso dal Corriere, che avevo comprato questa mattina. La notizia era riportata nella pagina della cronaca di Milano”.

 

 

Si era imbarcato sulla nave “Dan” nel porto di Haifa ed era partito l’8 maggio ’73, portando con sé una valigia, una borsa e la bomba a mano che teneva in tasca; prima erano stati controllati i bagagli dopo di che, al momento della perquisizione personale aveva messo la bomba nella borsa senza essere visto. La nave aveva fatto scalo a Genova dove si era fermata per circa due ore; era sceso a terra e aveva girato per il porto, proseguendo poi per Marsiglia preferendo sbarcare in quella città.

 

Precisava al riguardo:

“feci ciò in quanto temevo che a Genova potessi incontrare qualche poliziotto che scoprisse che il passaporto di cui ero in possesso era falso e comunque proveniente da furto, per via del numero, pensando che fosse stato segnalato. Inoltre temevo di trovare qualche poliziotto il quale mi facesse magari delle domande sulla città in cui risultava rilasciato il passaporto e che io non conoscevo, non essendo mai stato a Bergamo”.

 

A Marsiglia si era trattenuto per due giorni prendendo nell’Hotel “du Rhone”, nei pressi della Gare de l’Est, ed era partito alla volta di Milano alle 6 antimeridiane del 16 maggio. A Marsiglia si era trattenuto per circa due mesi due anni prima, senza una ragione particolare, ma per sottrarsi all’ordine di cattura; in quel periodo aveva vissuto di espedienti e con mezzi illegali, aveva conosciuto persone che non intendeva indicare, infine era stato fermato e identificato dalla polizia dopo di che, non avendo destato sospetti il passaporto falso di cui disponeva, si era sentito più sicuro e aveva preso una camera nell’Hotel “du Rhone”; sbarcato a Marsiglia, proveniente da Haifa, non aveva incontrato nessuna delle persone conosciute due anni prima nella città francese.

Di essere espatriato dall’Italia servendosi di un passaporto falso, quello trovato in suo possesso al momento dell’arresto e recante il nome di Massimo Magri, che gli era stato procurato da alcuni “capelloni” (dei quali non era in grado di fornire più precise indicazioni) conosciuti a Milano in piazza del Duomo; con quel passaporto si era recato a Zurigo, a Ginevra, a Parigi e a Marsiglia.

 

 

 

Rispondendo a una domanda del difensore, Bertoli teneva a precisare che, giunto a Milano per compiere l’attentato, aveva evitato di prendere contatto con qualsiasi persona, per non compromettere nessuno nella sua azione, trattandosi di un’azione individuale.

 

 

A fronte della relativa contestazione, ammetteva di conoscere Rodolfo Mersi (un sindacalista della CISNAL, caposala in un ristorante milanese) e la moglie di questi, di essersi recato nella sua abitazione (in via Pericle n.5) la sera del 16 maggio, verso le ore 21, trattenendosi per circa mezz’ora. (per inciso, il Mersi, poche ore dopo l’attentato, si presenterà in Questura per riferire dell’incontro avuto la sera prima con il Bertoli, persona che aveva subito sospettato essere l’autore della strage – n.d.u.). Non escludeva di aver “parlato di bombe” con la moglie del Mersi e precisava di aver conosciuto Rodolfo Mersi a Venezia nel 1954/55 quando lo stesso era esponente di un movimento neofascista, trafficava in armi ed era informatore della Polizia. Mersi gli si era rivolto perché lui, Bertoli, conosciuto all’epoca come commerciante di armi gliene fornisse alcune. Ammetteva che quella sera si era incontrato con il Mersi il quale, avvertito telefonicamente dalla moglie della sua visita, era giunto intorno alle ore 23,15; aveva trascorso circa due ore a chiacchierare con la moglie e la figlia del Mersi, raccontando cose fantasiose (“che ero un appartenente ad Al Fatah, che ero in grado di far saltare il Parlamento, che se mi davano centomila lire gli eliminavo la portinaia”) più che altro per scaricare la tensione che era in lui a causa di ciò che avrebbe dovuto fare l’indomani.

Di non aver parlato dei suoi propositi con il Mersi, dichiarando testualmente:

“non è vero che ho parlato con il Mersi della celebrazione che si sarebbe tenuta oggi in Questura. Non ne ho parlato perché ancora non sapevo bene se quella celebrazione si fosse tenuta o meno. Io in effetti ero venuto a Milano nella certezza che la celebrazione sarebbe avvenuta il giorno 17, però ieri ho letto i giornali e non vi ho trovato alcuna notizia in ordine a quella celebrazione; in sostanza io ho avuto la certezza della celebrazione che sarebbe avvenuta soltanto questa mattina leggendo il Corriere della Sera. Non è vero che ho detto al Mersi che ero venuto a Milano per compiere un attentato e che avevo con me una bomba. Come ripeto, ho parlato di bombe solo genericamente”.

 

Non escludeva di aver parlato di Calabresi con la moglie del Mersi, ma ribadiva:

“non è vero che ho parlato ai coniugi Mersi dell’attentato che avevo in mente di compiere. Non è vero nemmeno che io abbia detto loro che ero in possesso di una bomba".

 

Di non avere dovuto affrontare alcuna difficoltà per recarsi in Israele: aveva compilato alcuni moduli al consolato di Marsiglia e aveva ottenuto il visto d’ingresso; giunto in Israele aveva chiesto di essere assegnato a un kibbutz, cosa che gli era stata concessa senza particolari formalità.

Quanto al periodo di permanenza in quel luogo dichiarava:

“sono rimasto nel kibbutz per circa due anni. Naturalmente durante questo periodo ho fatto delle amicizie, però non intendo fare alcun nome delle persone che ho conosciuto e con le quali ho trattenuto rapporti di amicizia, perché non voglio coinvolgerle in questi fatti”.

 

 

Nel periodo di permanenza nel Kibbutz non aveva avuto alcun contatto con italiani.

 

 

Gianfranco Bertoli, due giorni dopo, affermava di aver lanciato la bomba quando aveva visto uscire dal portone della Questura alcuni Ufficiali Superiori, precisando inoltre:

“nel caso in cui io fossi riuscito a entrare in Questura speravo di eliminare il Ministro e tutte le autorità presenti, in particolare speravo che fosse presente il dr. Guida e il dr. Amati che io avevo intenzione di eliminare in quanto, secondo me, essi si erano resi responsabili della morte di Pinelli”.

 

 

Ribadita la propria intenzione di colpire il gruppo delle Autorità, riteneva che l’errore nel lancio della bomba fosse da attribuire alla concitazione del momento e al timore che l’ordigno, una volta tolta la sicura, gli esplodesse in mano. Ammetteva di aver parlato di bombe con la Di Lalla (moglie di Rodolfo Mersi) ma, quanto ai suoi propositi per la mattina del 17 maggio, dichiarava:

 

“nego ancora una volta di aver detto al Mersi e alla moglie che avevo intenzione di compiere un attentato l’indomani mattina in occasione della celebrazione dell’anniversario della morte di Calabresi. Non gliel’ho detto anche perché temevo che egli avrebbe potuto avvertire la polizia”.

 

 

Quanto al suo soggiorno a Marsiglia, dal 13 al 16 maggio, Bertoli confermava di aver gironzolato per la città senza una meta precisa, in attesa di prendere il treno per Milano, e di non avere incontrato nessuna persona di sua conoscenza. Così concludeva l’interrogatorio:

 

Ribadisco ancora una volta che ho agito da solo, che dietro di me non c’è nessuno, che non faccio parte di alcuna organizzazione e che non vi ho mai fatto parte essendo contrario al principio stesso di organizzazione. Ribadisco altresì che nessuno mi ha detto che il giorno 17 maggio 1973 ci sarebbe stata la celebrazione per l’anniversario della morte di Calabresi”.

 

 

Nel succedersi degli interrogatori Gianfranco Bertoli, spontaneamente o a specifiche domande, forniva ulteriori particolari e precisazioni: durante la permanenza nel kibbutz aveva conosciuto i fratelli Jemmi, Michael e Jacques, negava di aver fatto parte del movimento “Pace e Libertà” come del gruppo “Ordine Nuovo”; aveva lasciato il proprio bagaglio alla stazione Centrale di Milano ritenendo di non averne bisogno dato che, se la mattina del 17 maggio avesse compiuto l’attentato, sarebbe morto o sarebbe stato arrestato (al P.M. interr. 21.5.1973);

 

aveva conosciuto i fratelli Jemmi nel marzo 1971, ospiti anche loro del kibbutz, instaurando rapporti di amicizia data la comune ideologia di sinistra; i due erano stati allontanati dal kibbutz, a seguito di una lite per motivi religiosi avvenuta con tale Claude, e riteneva si fossero recati prima in Grecia e poi a Parigi; li aveva rivisti nell’autunno ’72 quando li aveva ospitati, di nascosto, nel suo alloggio. Si era allontanato dal kibbutz in varie occasioni, per recarsi in città di Israele, per tre giorni al massimo ma il più delle volte rientrando in giornata. A Marsiglia aveva alloggiato per tre notti nell’Hotel “du Rhone”, pagando la stanza dieci franchi a notte, e nel suo girovagare per la città non aveva avuto contatti con alcuno.

 

Sempre sull’attentato ribadiva:

“il mio obiettivo esclusivo era quello di provocare la morte delle Autorità che partecipavano a quella celebrazione” (al P.M. interr. 24 maggio ’73).

 

 

Dall’interrogatorio reso al Giudice Istruttore il 1° giugno ’73:

“era mia intenzione gettare la bomba in mezzo agli ufficiali di P.S. che stavano uscendo dal portone in quel momento e dietro ai quali supponevo ci fossero le Autorità”................”Confermo che a casa del Mersi arrivai intorno alle 21..........il Mersi arrivò alle 23,15 , io andai via alle 23,55 circa.......avevo telefonato alla signora Mersi alle ore 20,30 prima di andare. Poco dopo il mio arrivo la signora Mersi telefonò al marito il quale ci chiese di raggiungerlo al ristorante ma, per ovvi motivi, io non volli andare e preferii aspettarlo. Mi sembra che la signora Mersi telefonò una sola volta al marito. Non mi pare che la signora Mersi ricevette altra telefonata mentre io ero lì”..........”Telefonai al Mersi perché, essendo in uno stato di tensione, desideravo che qualcuno mi chiamasse con il mio nome. Inoltre in quel momento non ero sicuro che ci sarebbe stata una qualche manifestazione in memoria di Calabresi; la mia sicurezza precedente aveva vacillato per il fatto che sui giornali non era riportata alcuna notizia sulla celebrazione. Comunque considero la mia visita al Mersi una debolezza”...........”durante la conversazione con il Mersi non feci alcun riferimento specifico alla celebrazione che vi sarebbe stata il giorno seguente........Non riesco a capire come, subito dopo il lancio della bomba, il Mersi abbia immediatamente intuito che ero stato io, pur non conoscendo le caratteristiche di chi aveva compiuto il gesto”.

 

Alla contestazione che tale Shusterman e un suo amico, ospiti del kibbutz, avevano affermato che lui, Bertoli, aveva detto di avere un appuntamento a Parigi per il 15 maggio, replicava: “è probabile che abbia dichiarato ciò, ma ho dichiarato il falso perché non avevo alcun appuntamento”. Negava di aver detto ai due di aver paura di essere ucciso e di aver ricevuto una lettera dalla Francia e del denaro dall’Italia (“avendo una concezione nichilista della vita, non posso aver paura di morire. Escludo di aver deciso di partire dopo aver ricevuto una lettera dalla Francia. E’ probabile che i miei discorsi siano stati fraintesi perché mi esprimevo male in ebraico”).

 

Ribadiva di aver dormito tre notti nell’hotel “du Rhone” contrariamente a quanto affermato dalla titolare secondo la quale egli aveva trascorso nell’albergo una sola notte.

 

Quanto al giorno dell’attentato:

“andai alla pensione in via Vitruvio tra le ore 0,30 e le ore 0,45. La mattina seguente uscii alle ore 8 circa. Appena uscito andai alla stazione a comprare il giornale dove appresi della manifestazione.......sapevo che la cerimonia era alle 10,30 e non volevo arrivare prima per evitare di essere notato.....arrivai in via Fatebenefratelli, passando per via Manzoni, alle 10,45 circa. La cerimonia era già iniziata.........Pensavo che la celebrazione sarebbe durata ancora per parecchio, almeno fino a mezzogiorno. Entrai in un bar distante circa 50 metri e presi un cognac. Uscito dal bar mi resi conto che la cerimonia era già finita e la gente stava uscendo. Mi portai sul marciapiede opposto di fronte all’ingresso”.

 

 

Aveva lanciato la bomba quando alcuni poliziotti, ai quali si era rivolto, gli avevano confermato che si trattava della cerimonia per il commissario Calabresi. Lanciando l’ordigno aveva gridato “Calabresi è l’assassino di Pinelli. Viva l’anarchia e viva la rivoluzione”. (interr. G.I. 14.6.1973) ..........“confermo che la sera precedente io non sapevo che vi sarebbe stata la manifestazione; la mia era solo una supposizione, anzi dico una certezza morale. E’ probabile che abbia detto, lasciando la casa del Mersi, “se non mi ammazzano ci vediamo tra dieci anni”. Escludo di aver detto al Mersi che avevo paura che mi ammazzassero mentre dormivo...........Se dovevo essere ammazzato, pensavo che ciò sarebbe avvenuto nell’esecuzione del mio attentato e non altrimenti”.

 

“La mia aspirazione era di gettare la bomba nel momento in cui c’era la massima autorità presente; sarei stato lieto di gettare la bomba verso Rumor. Purtroppo non mi accorsi del momento in cui uscì dal cortile perché ero nel bar”.

 

Alla contestazione delle dichiarazioni rese da Augusta Farvo (strettamente legata ad ambienti anarchici milanesi – n.d.u.), Bertoli negava di aver preso contatto con costei verso le 18,30 del 16 maggio ’73 sostenendo di non conoscere la donna e di non averne mai sentito parlare, spiegando che probabilmente si trattava di un equivoco o di qualcuno che mentiva per suoi fini particolari.

 

Bertoli sarà sentito ancora dal Giudice Istruttore (25.7 e 3.10 1973, 17.1, 19.2, 24 e 25.6.1974) per rispondere in ordine a fatti, considerati rilevanti, man mano emersi dalle indagini, relativi in particolare alle modalità dell’espatrio in Israele, alla permanenza nel kibbutz, alle dichiarazioni di alcuni testimoni circa i suoi mantenuti rapporti con persone in Italia e sulle ragioni che lo avevano indotto a partire per Marsiglia.

 

Se ne tratterà, quando occorra, nel prosieguo della motivazione. Al momento, però, l’attenzione della Corte deve rivolgersi a una prima e fondamentale verifica: l’attendibilità o meno della versione dei fatti fornita da Gianfranco Bertoli con le dichiarazioni rese in occasione dei richiamati interrogatori.

 

 

Quegli stessi elementi di dubbio che, già a suo tempo, furono prospettati dal Giudice Istruttore nonché dalla Corte d’assise di Milano che giudicò l’autore materiale della strage di via Fatebenefratelli e che resero necessarie ulteriori approfondite indagini in ordine all’esistenza di mandanti dell’attentato e alla loro individuazione, del che si è occupata la lunga istruttoria sfociata nel processo contro gli attuali imputati, non possono non essere condivisi da questa Corte, confortata in proposito dalle conclusioni, su punti particolarmente significativi, cui sono giunti i giudici di legittimità con la sentenza di annullamento.

 

 

Prescindendo, per il momento, dalle numerose incongruenze e contraddizioni di cui appare infarcita la versione ripetutamente sostenuta da Gianfranco Bertoli, uno dei punti più significativi, per illogicità e inverosimiglianza, di quella versione è senz’altro quello attinente alla ideazione dell’attentato, vale a dire al tempo, ai modi e alle circostanze in cui maturò nel Bertoli il proposito di compiere il gesto criminale in occasione della cerimonia, fissata per quel 17 maggio 1973, in memoria del commissario Luigi Calabresi.

 

Il tema, poco approfondito se non trascurato nella sentenza di primo grado, merita ora una compiuta disamina:

 

deve ritenersi assurdo, pertanto assolutamente incredibile, quanto sostenuto da Bertoli circa il progetto, meditato e deciso quando ancora si trovava nel kibbutz di Karmia, di esprimere in concreto la propria personale protesta di “anarchico individualista” contro le Autorità statuali e contro la società ritenuta ingiusta mediante un gesto eclatante, il lancio di una bomba, da compiere in occasione della commemorazione del dr. Calabresi nell’anniversario della sua uccisione. Un progetto che, secondo le ripetute affermazioni dello stesso Bertoli, aveva come presupposto per la sua realizzazione il presentarsi dell’unica occasione possibile, rappresentata nella specie dalla cerimonia che si sarebbe svolta alla Questura di Milano il 17 maggio ’73.

 

 

Orbene, Bertoli ha sostenuto, e più volte ribadito, di avere soltanto sperato e confidato che la cerimonia vi sarebbe stata, essendo cosa ovvia e logica - a suo dire - che a distanza di un anno dalla morte non sarebbe certamente mancata la commemorazione del Commissario vittima del terrorismo.

Sicché, sempre seguendo il suo racconto e attribuendogli un pur minimo credito, Bertoli avrebbe raggiunto Milano nel pomeriggio del 16 maggio senza neppure sapere se le condizioni e l’occasione per attuare il suo proposito si sarebbero verificate. E infatti è lo stesso Bertoli a spiegare, prima al P.M. poi al Giudice Istruttore, che solo verso le ore 8 del 17 maggio ’73 aveva appreso, dalla lettura del Corriere della Sera, che nella mattinata stessa si sarebbe tenuta la cerimonia nel cortile della Questura in via Fatebenefratelli. Appresa quella notizia e avuta conferma della propria previsione, meglio definita - usando le sue parole - “una supposizione, anzi una certezza morale”, Bertoli si era recato in piazza del Duomo e di qui in via Fatebenfratelli percorrendo via Manzoni.

 

 

L’autore dell’attentato stragista ha sempre sostenuto, e lo ha fatto con continui riferimenti alle proprie scelte filosofiche e politiche, di aver a lungo meditato di compiere un gesto eclatante, quello appunto di lanciare una bomba, per vendicare la morte dell’anarchico Pinelli e in segno di protesta contro tutti coloro che, Autorità o comuni cittadini, avevano manifestato cordoglio e indignazione per l’uccisione del commissario Calabresi, da lui ritenuto responsabile dell’uccisione del Pinelli.

 

 

Per il vero, della serietà e fermezza di un tale proposito è quanto meno lecito dubitare considerato che, stando alle sue stesse dichiarazioni, Bertoli, poco prima di intraprendere il viaggio da Haifa a Marsiglia, aveva anche pensato di eseguire l’attentato a Pisa nell’anniversario della morte dell’anarchico Serantini, rinunciando al progetto per la contingente ragione di non aver trovato un mezzo di trasporto che gli consentisse di essere a Pisa in tempo utile.

 

E’ allora lecito, se non doveroso, domandarsi quale dei due progetti stesse a cuore al Bertoli: chi intendeva vendicare, Serantini o Pinelli ?

 

contro chi intendeva protestare facendo esplodere la bomba, contro la situazione che determinò la morte del Serantini (avvenuta nel corso di scontri con le forze dell’ordine) o contro le Autorità e cittadini milanesi ?

 

 

Ma non si tratta degli unici interrogativi. Ve ne sono altri, correlati con altrettante incongruenze, che le dichiarazioni del Bertoli pongono come ineludibili: è mai possibile, o anche soltanto verosimile, che un’azione tanto grave, e tanto “importante” nelle intenzioni dell’autore (l’attentato nel corso della cerimonia per il commissario Calabresi), che l’attuazione di un progetto tanto a lungo meditato e assurto a gesto nobilitante e conclusivo (Bertoli, sono sue parole, aveva messo in conto di poter essere ucciso nel corso o a seguito dell’azione) fosse affidata al caso, al verificarsi di una condizione ipotizzata o sperata ma della quale il Bertoli, per sua stessa ammissione, non aveva la minima certezza ?

 

 

Si può ragionevolmente credere che l’autore dell’attentato non solo si fosse procurato la bomba a mano (sottraendola a dei militari!) ma l’avesse anche a lungo conservata e occultata, l’avesse poi portata con sé facendo ricorso a inverosimili stratagemmi, comunque correndo il grave rischio di esserne trovato in possesso, nella prospettiva di compiere un’azione contemplata in termini di mera possibilità ?

 

 

 

Come è possibile non rilevare l’evidente incongruenza di un Bertoli che da un lato, a suo dire, si guarda bene dallo sbarcare dalla nave “Dan” a Genova, pur potendo farlo, ma prosegue per Marsiglia per evitare di essere fermato dalla polizia per via del passaporto falso o per la pendenza dell’ordine di cattura, e dall’altro affronta i rischi connessi agli ulteriori controlli di frontiera cui sarebbe stato sottoposto ?

 

 

Per quanto astuto nell’occultare l’ordigno, ora nel bagaglio ora sulla persona, poteva essere scoperto e allora come avrebbe spiegato il possesso, non di un coltello o di una pistola, ma di una bomba ? E tale rischio Bertoli avrebbe corso consapevolmente per compiere qualcosa che, lo afferma lui stesso, gli si presentava come assolutamente incerta?

 

 

E ancora: se è vero, come è vero, che il viaggio da Israele fu organizzato meticolosamente da Bertoli per consentirgli di sbarcare a Marsiglia il 13 maggio e, sopratutto, di essere a Milano nel pomeriggio del giorno 16, per tanto proprio nell’imminenza della cerimonia in Questura, come conciliare tutto ciò con la semplice speranza (“supposizione o certezza morale” che dir si voglia) che quella cerimonia vi sarebbe stata ?

 

 

Infine, come è possibile credere che un simile attentato, tanto grave negli effetti e significati ma altrettanto “importante” per chi si apprestava a compierlo, possa essere dipeso nella decisione e nella esecuzione..........dalla lettura di un quotidiano? E se la notizia della cerimonia (confinata nella pagina della cronaca milanese) gli fosse sfuggita, cosa ne avrebbe fatto Gianfranco Bertoli della sua tanto agognata azione eclatante, da eseguire - secondo i suoi dichiarati propositi - non a caso, cioè contro innocenti cittadini, ma contro rappresentanti dello Stato ? si sarebbe tenuta la bomba in tasca in attesa di altra favorevole ed altrettanto ipotetica occasione ?

 

 

La risposta a quest’ultimo interrogativo è fornita dallo stesso Bertoli: “se la celebrazione non vi fosse stata, me ne sarei andato” !

 

 

Si tratta di interrogativi che trovano conclusiva risposta solo nell’assoluta inattendibilità delle dichiarazioni rese dal Bertoli sullo specifico punto in esame, in quanto illogiche, incongruenti e inverosimili, implicanti necessariamente una versione menzognera dei fatti, che dovrà essere compresa e spiegata.

 

 

Prima ancora, però, occorre soffermarsi sui fatti della sera del 16 maggio quando cioé il Bertoli, previo accordo telefonico con la Di Lalla, si recò nell’abitazione di Rodolfo Mersi in via Pericle 5 e vi si trattenne fin verso le 23,50 prima di prendere la metropolitana diretto alla stazione Centrale.

 

 

L’autore dell’attentato, all’inizio del suo primo interrogatorio, ha implicitamente escluso quell’incontro affermando che a Milano, prima di compiere la strage alla Questura, non aveva preso contatto con alcuno.

 

Ammetterà poi di essersi recato a casa del Mersi, sua vecchia conoscenza fin dai tempi in cui abitava a Venezia, intrattenendosi per circa mezz’ora con la Di Lalla e la figlia di questa e, infine, che la visita si era protratta fin verso mezzanotte, di aver rifiutato l’invito di Mersi - avvertito telefonicamente dalla moglie della sua presenza - di raggiungerlo al ristorante “Alfio”, preferendo attenderne il rientro.

 

Nonostante i ripetuti interrogatori del Mersi, della moglie e della figlia, non è stato possibile chiarire del tutto le ragioni e lo scopo di quella visita, spiegata dal Bertoli, in modo ben poco convincente, con il desiderio di parlare con “qualcuno che lo chiamasse per nome”.

 

Tuttavia, prescindendo da tale mancato accertamento, anche dall’episodio in questione si traggono elementi a conferma della falsità dell’assunto di Bertoli di aver appreso della cerimonia in Questura solo la mattina del 17 maggio dalla lettura del Corriere della Sera e di avere deciso, seduta stante, di compiere l’attentato.

 

Innanzitutto, dopo averlo inizialmente negato, Bertoli ha finito per ammettere di aver parlato con la Di Lalla della bomba che aveva con sé; lo avrà pur detto per scherzo, ma sta di fatto che la donna ritenne opportuno informarne immediatamente il marito al suo rientro; ha ammesso anche di aver parlato del commissario Calabresi e, infine, di aver detto a Rodolfo Mersi, al momento del commiato, che se “non lo avessero ammazzato, si sarebbero visti dopo dieci anni”.

 

 

Si tratta di comportamenti che non possono diversamente spiegarsi se non con il fatto che Bertoli, la sera del 16 maggio già sapeva, con tutta certezza, ciò che avrebbe compiuto la mattina successiva, al punto di dare per scontata la possibilità di essere ucciso o arrestato e di non nascondere il possesso della bomba, anzi vantandosì di averla con sé, naturalmente scherzando.

 

Uno scherzo, si osserva, talmente ben riuscito (unitamente ai discorsi su Calabresi e all’ipotesi dell’arresto o di essere ammazzato) che indurrà il Mersi, la stessa mattina dell’attentato, precipitarsi in Questura per fornire informazioni sul suo amico Bertoli (quando non era stato ancora reso noto il nome dell’attentatore), nel caso fosse stato proprio lui a lanciare la bomba; il tutto in piena sintonia con le dichiarazioni del teste Mazzari, collega di lavoro del Mersi, secondo cui quest’ultimo - appresa la notizia di quanto accaduto in via Fatebenefratelli - aveva immediatamente collegato i due fatti, cioé l’attentato e la visita della sera precedente, manifestando la quasi certezza che autore dell’attentato fosse il “figlio del giudice”, cioé Franco “il bidone” (significativo soprannome con cui Mersi conosceva Gianfranco Bertoli).

 

 

A questo punto è giocoforza chiedersi per quale ragione Bertoli abbia mentito in modo tanto evidente quanto gratuito (fu lui stesso a dire, spontaneamente, quando e come aveva appreso della cerimonia che si sarebbe svolta nel cortile della Questura) nel fornire la sua versione sul punto in esame e, in seguito, nell’insistervi ostinatamente.

 

 

La vera ragione, ad avviso della Corte, può essere desunta dalla lettura dei numerosi interrogatori nei quali è apparso evidente come Gianfranco Bertoli si sia preoccupato innanzitutto di sostenere di avere agito da solo, senza l’appoggio di alcuno, senza essere parte di qualsivoglia organizzazione; lo ha fatto fin dall’inizio delle sue dichiarazioni e, con singolare insistenza, è tornato più volte sull’argomento, in particolare cercando in tutti i modi di fornire di sé un’immagine “romantica”, per non dire eroica, per dipingersi come idealista desideroso di far giustizia dei mali di un sistema statuale da lui ritenuto colpevole della morte di un compagno innocente, disposto ad assumersi fino in fondo - anche sacrificando la propria vita - la responsabilità di un gesto estremo di protesta.

 

Per sostenere la propria versione, quella cioè dell’”anarchico individualista” che aveva agito da solo, per iniziativa esclusivamente personale, Bertoli non aveva altra scelta se non quella di affermare che l’occasione per compiere l’attentato gli si era presentata, in modo del tutto occasionale, nel momento in cui, meno di tre ore prima della strage, aveva appreso dal Corriere della Sera che vi sarebbe stata la cerimonia in memoria del commissario Calabresi.

 

 

Non poteva certo sostenere, smentendo se stesso, di averne avuto notizia mentre si trovava nel kibbutz di Karmia - dove a suo dire non aveva avuto rapporti di nessun genere con persone abitanti in Italia, dove al più aveva ricevuto qualche rivista e dove non aveva messo a parte nessuno dei suoi progetti - tanto meno che altri - a Marsiglia o a Milano dove, sempre a suo dire, non aveva incontrato nessuno ( a parte il Mersi) - gliene avevano fornito conferma.

 

 

 

Secondo questa Corte l’unica logica conclusione che può trarsi da tutto quanto detto finora è quella che Gianfranco Bertoli mentì sul punto in questione e che la menzogna non fu, ovviamente, fine a se stessa ma spiegabile solo se intesa come diretta ad accreditare l’insistita affermazione, altrettanto falsa, dell’iniziativa autonoma e strettamente personale.

 

 

Fornire una falsa rappresentazione dei fatti implica che quei fatti si svolsero diversamente e che, mentendo, si intese occultare la verità. Nella specie, la ritenuta inattendibilità della versione di Bertoli circa il modo e il tempo della decisione di attuare il progetto criminoso rende necessario accertare l’effettiva realtà dei fatti, con ciò intendendo l’esistenza di un piano delittuoso altrove e da altri ideato e, di conseguenza, l’individuazione dei possibili mandanti che armarono la mano dell’esecutore materiale dell’attentato del 17 maggio 1973.

 

 

Gianfranco Bertoli non mentì soltanto sul punto che si è testé esaminato, per altro da considerarsi dato cruciale del suo racconto, ma non disse il vero su altri particolari di non poco conto, quegli stessi che a ragione destarono i dubbi sia del Giudice Istruttore che della Corte d’assise e che ora si ripropongono a questo Giudice di rinvio, sollecitato in proposito dalle indicazioni fornite dalla Corte di Cassazione con la sentenza di annullamento.

 

 

I dubbi di che trattasi riguardano in particolare:

1) come e dove Bertoli entrò in possesso della bomba a mano poi utilizzata nell’attentato di via Fatebenefratelli;

2) le ragioni che indussero Bertoli a non sbarcare a Genova ma a recarsi a Marsiglia, dove si sarebbe trattenuto per tre giorni, e chi eventualmente incontrò nella città francese;

3) se effettivamente Bertoli, come dallo stesso sostenuto, rimase ininterrottamente dal 26 febbraio ’71 al maggio ‘73 nel kibbutz in Israele ovvero se ne allontanò, anche per brevi periodi, per recarsi in Italia o altrove;

4) i rapporti avuti con i Servizi segreti italiani (SIFAR) in qualità di informatore e la loro effettiva durata;

5) le modalità dell’espatrio in Israele.

 

 

 

Quanto al primo dei punti sopra elencati la Corte condivide le ragioni di perplessità già a suo tempo manifestate dal Giudice Istruttore circa il fatto che Bertoli si sia effettivamente procurato la bomba a mano mentre si trovava nel kibbutz in Israele.

Se dalle indagini istruttorie, svolte in proposito, da un lato è risultato che l’ordigno esplosivo era certamente di produzione israeliana (come è stato possibile desumere dalle iscrizioni esistenti sulla linguetta recuperata dopo l’attentato e dai relativi accertamenti), dall’altro (rapporto 14.6.73 del Reparto Unità Speciali – R.U.S. – che aveva svolto indagini in Israele) è stato escluso non solo che fossero avvenuti furti di armi o munizioni nell’armeria del kibbutz ma anche che in quell’armeria fossero state custodite bombe; così pure è stato escluso che, nel periodo che qui interessa (circa un anno prima del 17 maggio 1973, come indicato dal Bertoli), che nelle vicinanze del kibbutz vi fossero state esercitazioni militari con lancio di bombe a mano.

 

 

Orbene: se l’armeria del kibbutz di Karmia non disponeva di bombe, deve ritenersi quanto meno improbabile che ne disponessero, a titolo personale, dei militari di stanza in quel luogo; sicché appare ben poco credibile la versione di Bertoli su come e quando si sarebbe procurata la bomba, versione per altro - come già rilevato dal G.I. – apparsa da subito estremamente generica (“in un alloggio di militari” – “non ricordo bene in quale posto in particolare io abbia sottratto la bomba; mi sembra accanto a un letto ove vi erano altre bombe”), diversamente da altri punti del suo racconto in cui Bertoli aveva dimostrato ottima memoria e grande precisione, anche nel riferire minimi particolari.

 

 

 

Inutile ripetere quanto già si è detto circa l’assoluta inverosimiglianza del trasporto dell’ordigno attraverso varie frontiere, in primis quella israeliana dove i controlli erano meticolosi, con i rischi del caso, nonchè degli improbabili trucchi per occultare la bomba ed evitare che fosse trovata nelle perquisizioni; è bene, invece, prestare attenzione al fatto che Bertoli, non estraneo al traffico di armi (come dallo stesso ammesso e come attestato dai suoi precedenti) avrebbe potuto procurarsi la bomba a mano, più facilmente e con minori rischi, sia a Marsiglia che a Milano.

 

Ci si riserva di tornare sul punto, tra l’altro specificamente indicato dalla Suprema Corte come meritevole di ulteriori accertamenti, ma fin d’ora può trarsi la conclusione che, pur non potendosi individuare con certezza tempo e circostanze in cui l’autore dell’attentato si procurò l’ordigno esplosivo, la versione di Gianfranco Bertoli deve ritenersi scarsamente, se non del tutto, inattendibile.

 

 

 

Altrettanto inattendibile, perché non adeguatamente spiegata, e in parte falsa, la versione del Bertoli circa le ragioni del viaggio a Marsiglia e della permanenza per tre giorni in quella città. Innanzitutto è difficile, se non impossibile, comprendere per quale motivo Bertoli non approfittò della sosta di circa due ore che la nave “Dan”, su cui era imbarcato, aveva fatto a Genova. Visto che, secondo le sue dichiarazioni, lo scopo del viaggio era quello di raggiungere Milano per compiere l’attentato la mattina del 17 maggio, sarebbe stato per lui molto più agevole, oltre che meno rischioso, sbarcare a Genova e di lì proseguire per il capoluogo lombardo.

 

 

Bertoli ha tentato di spiegare la strana scelta di non sbarcare e di proseguire per Marsiglia con il timore di essere identificato ed arrestato per via del passaporto falso e per la pendenza dell’ordine di cattura contro di lui emesso nel 1971 dalla Procura di Padova (cioé quello stesso provvedimento che lo aveva indotto a fuggire dall’Italia e a riparare in Israele).

 

 

Tale spiegazione, ad avviso della Corte, non regge a una valutazione che sia sorretta da un minimo di logica:

va da sé che per chi usufruisce di un passaporto falso i rischi di essere scoperto aumentano progressivamente in proporzione all’uso di quel documento, sicché è cosa evidente che Bertoli avrebbe corso ulteriori e maggiori rischi, recandosi a Marsiglia e poi in Italia, rappresentati da almeno altri due controlli alle frontiere.

 

 

E’ poi assolutamente incredibile che la scelta di non sbarcare a Genova sia stata suggerita dal timore di essere arrestato in esecuzione dell’ordine di cattura, dato che per i fatti che ne avevano determinato l’emissione egli era stato assolto; è ragionevole ritenere che di ciò fosse a conoscenza, sia per l’ovvio interesse che egli doveva avere per l’esito di quella vicenda giudiziaria che lo aveva indotto a fuggire all’estero, sia essendo risultato provato che Bertoli, nel periodo di permanenza nel kibbutz, aveva ricevuto lettere dall’Italia (da Mestre e Venezia in particolare) con le quali ben poteva aver ricevuto l’informazione di che trattasi. Ma, se così non fosse stato, Bertoli non avrebbe corso l’identico rischio di essere arrestato al posto di frontiera tra Francia e Italia nel viaggio da Marsiglia a Milano?

 

 

E’ allora evidente che ben altri erano i motivi per i quali il Bertoli doveva recarsi nella città francese, non certo quelli, che lo stesso ha sostenuto e tentato di accreditare, che lo avevano indotto a non sbarcare a Genova.

 

 

Gianfranco Bertoli ha sempre sostenuto che, durante la permanenza nel kibbutz, non aveva mai avuto rapporti con italiani, che nessuno in Italia era a conoscenza di dove egli si trovava in quel periodo di tempo, di aver avuto contatti epistolari unicamente con persone che aveva conosciute nel kibbutz (delle quali, per non coinvolgerle, non aveva inteso fare i nomi).

 

 

Sul punto Bertoli ha mentito essendo risultato (testimonianze Weinberg e Azzolai) che egli riceveva lettere dall’Italia, una delle quali - come attestato da un francobollo regalato dal Bertoli a un bambino nel kibbutz - sicuramente proveniente da Mestre. Sempre in tema di lettere, il teste Weinberg ha dichiarato che Bertoli gli aveva confidato che “doveva ricevere una lettera che avrebbe determinato la sua partenza da Israele”, una lettera importante che avrebbe indicato i particolari del viaggio; Bertoli gli aveva poi confermato che quella lettera era effettivamente arrivata e che, per tanto, doveva partire. Al teste Shustermann il Bertoli aveva detto che doveva trovarsi in Francia il 15 Maggio, dove era atteso da un compagno, precisando che doveva essere “assolutamente” in Francia per quel giorno, che temeva di non giungere in tempo all’appuntamento e che “forse”, dopo, sarebbe andato in Italia.

 

 

Altrettanto menzognera l’affermazione di Bertoli di avere dormito per tre notti nell’Hotel “du Rhone” a Marsiglia: secondo la testimonianza della proprietaria dell’albergo, Sassi Virginia, egli aveva lasciato il bagaglio, aveva pagato quanto dovuto per tre notti ma aveva dormito nell’hotel una sola notte, ritirando i bagagli la mattina del 16 maggio, alle ore 6, vale a dire nell’imminenza della partenza per Milano.

 

 

Cosa Gianfranco Bertoli abbia fatto in quei tre giorni trascorsi a Marsiglia, o altrove in Francia, e con chi possa essersi incontrato, non è stato possibile accertare.

 

 

L’interessato non ha fornito al riguardo alcunché di preciso e verificabile, limitandosi a dire di aver “gironzolato” per Marsiglia (per tre giorni ! n.d.u.) e di non avere incontrato nessuna delle persone conosciute durante il precedente soggiorno di circa due mesi, prima della partenza per Israele.

 

Le indagini non hanno consentito positivi accertamenti in proposito ma dal racconto non veritiero del Bertoli la Corte ritiene di poter concludere che lo stesso avesse mantenuto rapporti con persone in Italia, che dovesse partire dal kibbutz per trovarsi a Marsiglia il 15 maggio ’73 per ivi incontrarsi con qualcuno, non appena gli fosse giunta una lettera di cui era in attesa, che avesse preso contatto con persone, da lui conosciute, in quella città o in altro luogo della Francia tenuto conto della non spiegata permanenza di tre giorni e della falsa affermazione delle tre notti trascorse nell’Hotel “du Rhone”.

 

 

Pertanto, anche per quanto attiene a questa parte del racconto, la versione di Gianfranco Bertoli Bertoli deve essere considerata inattendibile e volta a nascondere la verità dei fatti.

Un altro punto, particolarmente significativo ai fini della verifica di attendibilità delle dichiarazioni del Bertoli, sul quale la Corte di Cassazione ha richiesto al giudice di rinvio un giudizio più attento e aderente agli elementi di prova acquisiti, riguarda l’asserita permanenza ininterrotta nel kibbutz di Karmia nei circa due anni che precedettero il maggio 1973.

 

In proposito Bertoli ha riferito di assenze temporanee, in genere di un giorno o al massimo di tre, per sottoporsi a terapie mediche o per visite a città israeliane, escludendo quindi di avere lasciato il territorio di Israele per tornare, anche se temporaneamente, in Italia o per recarsi altrove.

 

Si tratterà dell’argomento in forma schematica considerato, da un lato, che i giudici di legittimità censurando le argomentazioni della sentenza annullata, pur riservando al giudice di merito la compiuta valutazione degli elementi di prova emersi dalle indagini e contrastanti con la versione del Bertoli, in sostanza ne hanno già tracciato la corretta linea interpretativa e, da altro lato, che l’accertamento in questione ha ormai perso, almeno in parte, l’originario valore indiziante (o, se si vuole, di riscontro ad altrui dichiarazioni).

 

Si intende dire, con ciò, che la provata presenza del Bertoli in Italia (o anche in Francia), per periodi più o meno lunghi, tra il 1971 e il maggio ’73 era, e sarebbe, di importanza fondamentale se posta in relazione a quanto dichiarato da Carlo Digilio sulla permanenza del Bertoli per circa una settimana nell’abitazione di Marcello Soffiati a Verona, dove lo stesso sarebbe stato convinto e preparato dagli odierni imputati a compiere l’attentato contro il Ministro degli Interni On. Mariano Rumor.

 

La Suprema Corte non ha consentito di utilizzare quelle dichiarazioni, ritenute contraddittorie e non adeguatamente riscontrate, sicché l’accertamento de quo vede limitata la propria valenza, come altri elementi di valutazione, alla verifica di attendibilità della versione di Gianfranco Bertoli ovvero, più in particolare, alla concreta possibilità che lo stesso, in quei due anni, abbia effettivamente mantenuto contatti (non soltanto epistolari) con persone in Italia.

 

Gli elementi di prova contrastanti con l’affermazione di Bertoli di non avere mai lasciato Israele dal 26 febbraio 1971 all’8 maggio 1973, secondo la Cassazione “sottovalutati, talvolta avventurandosi in congetture non fondate sui fatti evidenziati, ma conseguenza di una lettura sin dall’inizio incredula”, sono i seguenti:

 

- la presenza di Bertoli a Marsiglia non solo l’8 gennaio 1971 (quando fu identificato dalla locale Polizia) e il 13 maggio ’73 (proveniente da Haifa) ma anche dal 10 al 20 novembre 1971, periodo in cui alloggiò nell’Hotel “du Rhone” - la testimonianza di Santolo Serra il quale avrebbe visto il Bertoli a Parigi nell’agosto ’71 - quella del teste Borelli che lo avrebbe incontrato a Recco nel maggio 1973 - quella di Martino Siciliano di aver visto il Bertoli a Spinea nella trattoria “Graspo de uva” nel 1972 - infine, la testimonianza dei fratelli Giorgio e Tommaso Sorteni i quali hanno affermato di avere incontrato Bertoli a Venezia (o a Mestre) tra il 25 maggio e l’8 giugno 1972.

 

Il soggiorno di Gianfranco Bertoli a Marsiglia tra il 10 e il 20 novembre 1971 era risultato dalla nota UCLAT che trasmetteva le informazioni fornite dalla polizia francese il 30.3.1992 ricavate dalle annotazioni di archivio presumibilmente riferite alle notizie giornalmente fornite dagli albergatori e memorizzate nei registri della Polizia.

 

Di contro Bertoli, fin dal suo primo interrogatorio, aveva sostenuto di aver preso alloggio nell’Hotel “du Rhone” l’8 gennaio 1971, cioè il giorno in cui, controllato dalla Polizia, aveva ritenuto di non correre più rischi utilizzando il passaporto falso in suo possesso. Dall’informativa in questione è invece risultato che Bertoli nel gennaio ’71 non aveva dormito in quell’albergo ma, più verosimilmente, presso amici che lo avevano aiutato a espatriare.

 

 

Tra le due contrastanti tesi deve essere privilegiata quella fornita dagli organi inquirenti francesi, maggiormente affidabile e priva di interessi particolari.

In tal senso si è esplicitamente pronunciata la Corte di Cassazione (pag. 16 della sentenza di annullamento) la quale, tra l’altro, ha stabilito che “la nota informativa della polizia francese ha carattere di prova in ordine ai fatti accertati, indipendentemente da eventuali vizi di forma attinenti alle modalità con cui è stata richiesta e trasmessa” aggiungendo su quest’ultimo punto che “l’autorità giudiziaria italiana aveva chiesto in precedenza opportuni accertamenti, attraverso la forma della rogatoria internazionale, ma non aveva ottenuto le informazioni richieste.

 

La risposta fornita dalla polizia francese all’UCLAT è il frutto del completamento delle indagini e contiene la relazione conclusiva. Essa, pertanto, legittimamente è stata acquisita formalmente agli atti ed assume valore di fonte di prova”.

 

 

Questa Corte ritiene di dover aderire alle indicazioni dei giudici di legittimità, condividendo pienamente anche l’osservazione di merito secondo cui “è poco credibile che al momento della fuga dall’Italia il Bertoli, con un passaporto falso e un mandato di cattura pendente, si avventurasse a recarsi in un albergo dando così alla polizia la possibilità di controllarlo con maggiore precisione e di far fallire il suo progetto di fuga”, così come, per escludere l’attendibilità dell’informativa in questione, non può riproporre la conclusione dei precedenti giudici di appello, censurata come “del tutto gratuita” dalla Suprema Corte, secondo cui “solo per mero errore la polizia francese ha comunicato all’UCLAT che Gianfranco Bertoli aveva soggiornato a Marsiglia nel novembre 1971 invece che nel gennaio-febbraio 1971”.

 

 

La Corte regolatrice ha ritenuto necessario, da parte del giudice di rinvio, un riesame di merito per quanto attiene all’attendibilità di alcuni testimoni che avevano riferito della presenza del Bertoli in Francia e in Italia nel periodo, compreso tra il 26 febbraio ’71 e l’8 maggio ’73, in cui lo stesso ha sostenuto di essere sempre rimasto in Israele.

 

Serra Santolo, detenuto dal 14.10.72 nel carcere francese di Bois La Duc, aveva inviato una lettera al Giudice Istruttore affermando di avere conosciuto Gianfranco Bertoli, da lui incontrato a Parigi ai Campi Elisi, e di averlo riconosciuto quando aveva visto la sua foto pubblicata dai giornali. Aveva ritenuto suo dovere inviare quella lettera essendosi reso conto che Bertoli mentiva quando aveva affermato di non aver lasciato il kibbutz dal febbraio 1971.

 

Il Serra, sentito per rogatoria a Parigi il 31.7.73, riferiva di aver avvicinato il Bertoli e, ritenendolo un francese, gli si era rivolto parlando francese; aveva poi capito che si trattava di un italiano, gli aveva venduto un orologio e si era intrattenuto un pò di tempo con lui in un bar; a un tratto Bertoli aveva lasciato il bar correndo ed era salito su un’autovettura Volkswagen bianca targata Parigi a bordo della quale si trovavano un uomo e una donna.

 

Serra si dichiarava certo che quel fatto era accaduto circa trenta giorni prima di essere arrestato a Milano, il che era avvenuto (come da accertamenti esperiti - rapp. 21.11.92) il 18 settembre 1971.

 

La Corte non ravvisa alcuna valida ragione per ritenere inattendibile tale testimone: pacifico il fatto che Santolo Serra rese le dichiarazioni di che trattasi del tutto spontaneamente (fu lui stesso a prendere l’iniziativa di rivolgersi agli inquirenti), certamente agì in modo del tutto disinteressato non potendo certo sperare di ottenere qualsivoglia beneficio dalla sua collaborazione.

 

Deve, quindi, ritenersi che il Serra rivelò quanto a propria conoscenza unicamente mosso dal desiderio di essere utile alle indagini sulla strage di via Fatebenefratelli nonché, come dallo stesso affermato, per smentire quanto falsamente sostenuto dal Bertoli.

 

Unico argomento contrario è quello, sostenuto dal difensore di Carlo Maria Maggi, relativo alla scarsa attendibilità dei riconoscimenti fotografici, ma l’obiezione non appare fondata: nel caso in esame è improprio riferirsi a quel tipo di riconoscimento nel quale, come è ben noto, sono mostrate al testimone alcune fotografie affinchè questi possa eventualmente riconoscere la persona a suo tempo osservata e poi descritta (il che, in alcuni casi, può indurre il teste in errore nell’individuare, tra altri, la persona da riconoscere); tutt’affatto diverso il riconoscimento compiuto da Santolo Serra il quale, anziché dover scegliere tra le foto effigianti varie persone, vista sui giornali la foto di Gianfranco Bertoli, ha subito individuato la persona che aveva incontrato sui Campi Elisi e con la quale si era intrattenuto per un tempo apprezzabile, comunque tale da consentirgli un preciso ricordo.

 

Analoghe considerazioni valgono per il riconoscimento effettuato da Borelli Giuseppe: questi, all’epoca dei fatti, era cliente e amico (a volte fungendo anche da autista) dell’Avv. De Marchi (coinvolto, con Attilio Lercari, nella relativa inchiesta del G.I. di Padova, come uno dei finanziatori di attività eversive del gruppo “Rosa dei Venti”, in contatto con il Rizzato e il Rampazzo), oltre che confidente della Polizia.

 

Il 18 marzo 1976 il Borelli, già sentito in precedenza, si presentava spontaneamente al G.I. di questo processo riferendo che pochi giorni prima, mentre si trovava nella sala d’attesa di un dentista, aveva sfogliato la rivista “Panorama” (n. 513 del 17.2.76) e aveva osservato a pagina 43 la foto di Gianfranco Bertoli, foto che non aveva mai visto prima, neppure all’epoca della strage. Si dichiarava certo di avere visto il Bertoli due volte, a Recco, nel 1973, ricordandolo la prima volta seduto a fianco di Pietrino Benvenuto a bordo della Mini Minor rossa di quest’ultimo davanti alla Pretura di Recco, dove egli era in attesa dell’avv. De Marchi.

 

Ricordava in particolare che Benvenuto glielo aveva presentato come “amico spagnolo” senza dire alcun nome; l’individuo era molto magro, spalle strette, barba a V (la stessa poi vista nella fotografia pubblicata da “Panorama”) e parlava perfettamente l’italiano. Uno o due giorni dopo aveva rivisto lo stesso individuo, osservandolo da una distanza di circa 20 metri mentre passeggiava sotto i portici di Recco.

 

Anche per il teste Borelli non si ravvisano ragioni di inattendibilità: a parte la spontaneità e disinteresse di cui evidentemente sono connotate, le sue dichiarazioni appaiono ancor più credibili provenendo da persona che, anche per il ruolo di informatore della polizia, era particolarmente “attrezzata” per ricordare con precisione fatti che avrebbe poi dovuto riferire; a maggior ragione nel caso di specie, riferendosi il suo riconoscimento a una persona, il Bertoli, avente caratteristiche somatiche particolari e inconfondibili. Si osserva ancora che il Borelli ha collocato nel 1973 i due incontri di cui ha parlato, cioé in epoca in cui erano avvenuti fatti che il teste ha perfettamente ricordati e riferiti al Giudice Istruttore (ad esempio quelli relativi al viaggio in auto compiuto con l’avv. De Marchi a Brescia il 17.5.73, lo stesso giorno della strage alla Questura di Milano, confermato dall’acquisizione del relativo talloncino autostradale).

 

 

E’ appena il caso di osservare che Giuseppe Borelli, pur non avendone indicato le date esatte, stando all’epoca in cui ha collocato i due episodi, vide Gianfranco Bertoli a Recco nel 1973 e ciò, ovviamente, avvenne prima del 17 maggio dato che quel giorno Bertoli fu arrestato immediatamente dopo il lancio della bomba.

 

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