La sconfitta della giustizia: come annullare il lavoro investigativo sull’eversione di destra e sullo stragismo di Stato approfittando di mille cavilli e dell’operato di giudici “apolitici”. Storia delle responsabilità accertate sull’attentato alla Questura di Milano del 17 maggio 1973. Riassunto/sentenza dei tre gradi di giudizio che non sono riusciti a inchiodare i responsabili politici della strage
QUANDO RUMOR DOVEVA MORIRE
TRIBUNALE DI MILANO – MOTIVAZIONI DEL GIUDICE DEL RINVIO
Processo a carico di Gianfranco Bertoli per l’attentato di Via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973
Cap. 10.00
Ordine Nuovo: sue attività eversive e ruolo di Carlo Maria Maggi
Si può senz’altro affermare che, almeno per quanto qui riguarda, la storia dell’organizzazione di estrema destra “Ordine Nuovo” è la storia giudiziaria di quel movimento, atteso che i principali suoi dirigenti e adepti sono stati indagati e condannati per delitti connessi alle attività eversive dei gruppi di appartenza: ricostituzione del Partito Fascista, attentati stragisti o dimostrativi, detenzione illegale di esplosivi, armi e munizioni.
Le vicende di Ordine Nuovo possono essere qui ripercorse solo a grandi linee, rimandando alla completa trattazione fornita dai giudici di primo grado (pagg. 109-169 della sentenza impugnata); una storia protrattasi per l’arco di poco meno di vent’anni, dalla sua costituzione come “Centro Studi Ordine Nuovo” nel 1956 previa scissione dal M.S.I., al suo scioglimento alla fine del 1973 in conformità della legge Scelba essendo stato ravvisato, da parte di quel movimento, la ricostituzione del disciolto partito fascista, di cui ha riferito con la propria testimonianza il sen. Paolo Emilio Taviani, cioè del Ministro degli Interni pro tempore che, appunto nel novembre 1973, decretò lo scioglimento di Ordine Nuovo.
L’origine e la natura di tale organizzazione, le ideologie propugnate ed i progetti eversivi perseguiti, sono stati approfonditi e descritti nella acquisita sentenza del Tribunale di Roma, che si pronunciò sulla ricostituzione del partito fascista, in cui furono individuati aspetti qualificanti di Ordine Nuovo, quali la denigrazione della democrazia e delle sue istituzioni, l’esaltazione dei principi, dei simboli e dei metodi propri del disciolto partito fascista.
Uno dei passi più significativi, richiamato testualmente anche nella motivazione della sentenza appellata, merita di essere anche qui considerato: “........e del resto questa discendenza diretta dal fascismo è rivendicata chiaramente in un dattiloscritto sequestrato a casa di Graziani e che questi attribuisce a Pino Rauti: “ma sapete da dove veniamo ? Sapete che cosa abbiamo alle spalle, quali sono le nostre origini? Noi veniamo come origine vicina e immediata da quel nazionalismo di Corradini che agli italiani ristretti nella politica del piede di casa seppe additare la visione immensa e fascinosa dell’impero, dell’espansione oltremarina. Noi veniamo dal futurismo di Marinetti che nell’Europa ancora della Belle Epoque del XIX secolo che non voleva morire, gridava alle conformiste platee atterrite: vogliamo uccidere anche la luna e urlava provocando tafferugli: guerra, sola igiene del mondo. Noi veniamo da quei sindacalisti rivoluzionari alla Corridoni che innalzavano il mito di Sorel contro Marx con lo stesso orgoglio con cui si alza la bandiera contro uno straccio stinto. Noi veniamo dall’interventismo, dalla beffa di Buccari, noi veniamo anche, camerati, da quel grande fenomeno politico che fu lo squadrismo del primo dopoguerra, dallo squadrismo che sapeva inneggiare alle donne e alla vita, ma sapeva rischiare la vita, un’esaltazione di sangue giovane e della bella morte”.
Va citata anche la sentenza in data 12 ottobre 1993 della Corte di Cassazione.
Questa rendeva definitivi gli accertamenti della Corte d’assise e della Corte d’assise di Appello di Roma le quali, in un procedimento a carico di numerosi imputati e all’esito della disamina e della valutazione di fatti successivi allo scioglimento di Ordine Nuovo (disposto con il citato decreto in data 23.11.1973), avevano ravvisato la formazione di strutture di riaggregazione di militanti dell’estrema destra extra-parlamentare, snodatasi in successione temporale all’interno di un contesto eversivo, sostanzialmente unitario, di sodalizi caratterizzati dalla opzione per la lotta armata, da una progettualità eversiva contro lo Stato e le Istituzioni democratiche, da attività delinquenziali e da un ampio programma criminoso.
Altre sentenze definitive hanno attribuito a elementi del gruppo romano di Ordine Nuovo atti criminali (l’uccisione del giudice Occorsio, che per primo aveva denunciato il movimento per ricostituzione del partito fascista) e numerosi episodi di violenza quali aggressioni a sedi del P.C.I., partecipazione alla rivolta di Reggio Calabria nonché aggressioni a militanti di partiti politici.
Infine, con sentenze emesse dall’Autorità giudiziaria romana, passate in giudicato, è stato accertato che, anche dopo il decreto di scioglimento, l’attività di Ordine Nuovo era continuata in un contesto eversivo, caratterizzato dalla opzione per la lotta armata.
Di particolare importanza le sentenze in data 9.12.88 della Corte d’assise e 8.11.91 della Corte d’assise di Appello di Venezia, in particolare nelle motivazioni dedicate alla ricostruzione organica delle attività delittuose del gruppo ordinovista che operava nel Triveneto.
Con quelle sentenze Carlo Maria Maggi era stato dichiarato responsabile del delitto di ricostituzione del disciolto partito fascista dal 1969 al 1982 e condannato alla pena della reclusione per anni sei e giorni 15.
Nel processo di primo grado Carlo Maria Maggi – con Soffiati, Spiazzi, Digilio, Malcangi, Quaderni, Cinzia De Lorenzo, Giuseppina Gobbi, Claudio Bressan e Paolo Fasoli – era stato chiamato a rispondere del delitto di cui all’art. 270bis C.P. (associazione con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico) per aver costituito, organizzato e diretto un’associazione realizzata con denaro proveniente dal disciolto Ordine Nuovo, che si tentava di ricostituire con le medesime finalità nell’intero territorio nazionale, riuscendovi in parte nel Veneto; quella associazione, attiva in Venezia, Verona, Colognola ai Colli e in altre zone tra il 1977 e il 1982, aveva come finalità l’esecuzione di atti di violenza a scopo di eversione dell’ordine democratico, attraverso il collegamento con bande armate alle quali procurava armi; l’associazione disponeva di armi, esplosivi e detonatori, procurava o formava falsi documenti di identità, ospitava latitanti, promuoveva la stampa e la diffusione di giornali con contenuti di eversione neofascista, teneva schedari di partecipanti a organizzazioni neofasciste in vista del compimento di azioni eversive terroristiche. I fatti di che trattasi, pienamente accertati, erano qualificati come “riorganizzazione del partito fascista”.
Secondo la Corte d’assise di Venezia era stata raggiunta la prova che Ordine Nuovo “nato come movimento unitario in contrapposizione al Movimento Sociale Italiano, aveva mantenuto una unitarietà di impostazione ideologica anche dopo il rientro nel M.S.I. e che coloro che all’operazione rientro avevano aderito lo avevano fatto per motivi meramente strumentali, mantenendo una loro identità ideologica sicuramente non coincidente con quella del partito al quale avevano dato la loro formale adesione”.
Inoltre era stata ritenuta inesistente la pretesa. radicale e assoluta incompatibilità della contemporanea appartenenza ai Centri Studi Ordine Nuovo (rientrati nel M.S.I.) e al movimento politico Ordine Nuovo.
Nel giudizio di appello si operava la riunione di altro processo nel quale era imputata al Maggi la riorganizzazione del partito fascista dal 1969 al 1980 per avere, unitamente a Carlo Digilio e Delfo Zorzi, partecipato con funzioni organizzative, in Venezia, al sodalizio criminoso armato denominato Ordine Nuovo, sodalizio operante nel Triveneto; il Maggi, il Digilio e lo Zorzi, in particolare, sovrintendendo ai rapporti fra il gruppo veneto e il gruppo friulano, alle forniture di armi e materiale bellico, alla fabbricazione, riparazione, custodia delle stesse nonché alla preparazione di attentati contro persone e cose. Carlo Digilio, imputato in entrambi i procedimenti, ritenuta per lui la sola qualifica di partecipe, fu condannato alla pena di anni 5, mesi 2 e gg. 15 di reclusione. Oltre a Maggi e Digilio, in relazione a tali fatti-reato, sono stati definitivamente condannati Mario Quaderni, Cinzia De Lorenzo e Claudio Bressan.
Convenendo con i giudici di primo grado del presente processo, la Corte ritiene che dalle sentenze definitive delle AA.GG. di Roma e Venezia si debba desumere: 1) che ben prima dello scioglimento disposto dal ministro Taviani, Ordine Nuovo, nel timore che la propria attività determinasse una dura repressione, decise per ragioni puramente strumentali un fittizio rientro nel M.S.I.; nonostante che le ragioni dell’originaria scissione (1956) permanessero e anzi si fossero accresciute nel frattempo, fu ordinato ai militanti di attenuare i contrasti con i missini, ancora vivissimi nel 1968 a pochi mesi dalla riunione, al solo scopo di poter contare sulla protezione di un partito politico che sedeva in Parlamento e per tentare nel contempo di eroderne la base, soprattutto giovanile; 2) proprio in attuazione di quella strategia del doppio binario adottata da Ordine Nuovo, si posero in essere più sigle, tutte di facciata, permanendo in ogni sede, dotata di ampia autonomia decisionale e operativa, sia un nucleo che svolgeva attività eversiva sia uno che svolgeva attività politica, in parte o totalmente coincidenti nei soggetti.
Dall’analisi delle risultanze e delle acquisizioni processuali deve essere posto in rilievo il grande interesse che le decisioni delle Corti veneziane assumono nel presente processo avendo affrontato specificamente l’operatività dei gruppi di Ordine Nuovo nel Triveneto e, in particolare, di quello di Venezia.
In dette sentenze, segnatamente nella motivazione di quella emessa in grado di appello, sono stati indicati gli elementi più rilevanti relativi al ruolo di Carlo Maria Maggi. Questi negli anni sessanta ricopriva il ruolo di ispettore di Ordine Nuovo per il Triveneto e sin dai primi anni settanta era stato il principale referente del gruppo ordinovista di Udine, facente capo ai fratelli Vincenzo e Gaetano Vinciguerra, a Carlo Cicuttini, a Cesare Turco, a Giancarlo Flaugnacco; quel gruppo era attivo sul piano militare e operativo avendo compiuto una serie di azioni violente tra le quali il dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari del 6.10.72, l’attentato all’abitazione dell’On. De Michieli Vitturi e la strage di Peteano del 31.5.1972.
Vincenzo Vinciguerra aveva affermato che i suoi rapporti con Maggi erano proseguiti anche dopo il 1969, epoca in cui era stato sciolto il Centro Studi Ordine Nuovo. Giancarlo Vianello, a sua volta, aveva dichiarato che Maggi era amico di Marcello Soffiati, che a Trieste esisteva un nucleo molto forte di Ordine Nuovo o comunque di un movimento estremista di destra facente riferimento a Ordine Nuovo del quale facevano parte Neami, Portolan e Forziati; che a Mestre le riunioni degli ordinovisti si tenevano nello studio di un medico tricologo che lavorava con la copertura del Maggi. In quello studio, nel quale il Maggi aveva avuto la disponibilità di un locale tra il 1966 e il 1974, era avvenuta una serie di incontri tra ordinovisti veneti (tra i quali il Maggi) e ordinovisti friulani, tra i quali il Vinciguerra.
Carlo Maria Maggi era al vertice del gruppo di ordinovisti veneti e, come tale, aveva mantenuto rapporti con Massimiliano Fachini, Roberto Raho, Franco Freda, Paolo Signorelli e Giancarlo Rognoni.
Una prova indiretta della rilevanza del ruolo del Maggi nell’associazione era rappresentata dal fatto che egli, benché coinvolto in tutte le attività poste in essere dal gruppo, per così dire “conservava le mani pulite”, cioè che mai le armi, le munizioni, i detonatori, i documenti falsi passavano per le sue mani.
Quanto ad armi ed esplosivi la sentenza della Corte d’assise di Venezia aveva evidenziato il rinvenimento in data 4.6.82, presso l’abitazione di Carlo Digilio a Venezia, di oltre tremila cartucce (anche per armi da guerra), di tre giubbotti antiproiettile, di due fucili e di una carabina; inoltre, su indicazione di Claudio Bressan, erano stati rinvenuti una pistola e un revolver occultati nel cimitero di San Zeno, nonché detonatori nascosti nel tiro a segno di Venezia Lido.
Occorre ora soffermarsi su quanto, dagli elementi probatori documentali e testimoniali acquisiti, è risultato circa l’attività eversiva di Carlo Maria Maggi e dei suoi accoliti nel periodo precedente al 17 maggio 1973 nell’ambito dell’organizzazione Ordine Nuovo e nel gruppo specificamente facente capo al Maggi, quello di Venezia-Mestre.
In proposito, assumono particolare rilievo i dati di fatto compendiati nella sintesi che segue: in un rapporto della DIGOS presso la Questura di Venezia, datato 25.6.86 e diretto al Giudice Istruttore del locale Tribunale, è stata dettagliatamente ricostruita la storia di Ordine Nuovo nel Veneto, a partire dall’aprile 1957, tempo in cui a Venezia Gian Riccardo Romani aveva costituito una sezione del Centro Studi Ordine Nuovo. Da tale rapporto si possono trarre elementi utili per ciò che attiene ai fatti per cui si procede, vale a dire: nel 1958, nella direzione del Centro Studi Ordine Nuovo, il Romani era stato sostituito da Carlo Maria Maggi il quale, nel 1961, aveva costituito a Verona un’altra sezione di quel Centro Studi. Nel 1963 una sezione era stata costituita a Padova con a capo Franco Freda, mentre nel 1964 Marcello Soffiati era stato nominato responsabile del Centro Studi Ordine Nuovo di Verona.
Nell’aprile 1966 erano state eseguite perquisizioni domiciliari nei confronti di Besutti Roberto, Massagrande Elio e Soffiati Marcello, con rinvenimento e sequestro di numerose armi e munizioni; a seguito delle loro dichiarazioni in un appartamento di Reverè Veronese (preso in affitto dal Besutti sotto falso nome) era rinvenuto un ingente quantitativo di armi e munizioni tra cui quindici mitra, quattro fucili mitragliatori, quindicimila cartucce e quattordici chili di tritolo, a riprova dell’ampia disponibilità, da parte del gruppo veronese, di armi, munizioni ed esplosivo.
Il 16 novembre 1968 personale della Questura di Padova arrestava Mariga Giampiero, trovato in possesso di armi da guerra. Questi, residente a Mestre, risultava in stretti rapporti con Delfo Zorzi, facente parte del Centro Studi Ordine Nuovo di Venezia, nell’abitazione del quale, il giorno successivo, erano rinvenute e sequestrate tre pistole nonché due sacchetti contenenti esplosivo.
Nel febbraio 1971 Martino Siciliano era stato indiziato come autore di un attentato all’Università di Milano dove era stato fatto esplodere un ordigno che aveva prodotto solo danni a cose.
Nell’aprile 1971 il G.I. di Treviso aveva emesso mandati di cattura nei confronti di Franco Freda e di Trinco Aldo, imputati di associazione sovversiva anche in relazione ad attentati dinamitardi commessi su treni nel 1969.
Nel 1973 la segreteria del M.S.I. di Venezia aveva espulso Martino Siciliano e Giampiero Mariga e sospeso a tempo indeterminato Carlo Maria Maggi, Andreatta Pietro, Pasetto Carlo Maria, Delfo Zorzi, Romani Gian Gastone, Carnet Giampiero, Centenni Mario e Molin Paolo.
Meritano di essere richiamate, sia pure in estrema sintesi, ulteriori informazioni sulle vicende dell’organizzazione Ordine Nuovo nel Triveneto fornite dalla DIGOS della Questura di Venezia con il citato rapporto:
nell’estate del 1963 “Molin partecipava al convegno indetto dalla federazione nazionale degli ex-combattenti della R.S.I., tenutosi a Milano, con altri esponenti di Ordine Nuovo di altre province”; nel dicembre 1964 “a seguito del riordinamento ed ampliamento del quadro dirigente di Ordine Nuovo, entravano a far parte del direttivo nazionale Carlo Maria Maggi e Gian Gastone Romani. Veniva costituito, inoltre, per il Veneto, il Friuli-Venezia Giulia e l’Alto Adige, un Ispettorato alle dipendenze dei soprascritti Maggi e Romani”;
il 27 giugno 1965 “al convegno nazionale di Ordine Nuovo, tenutosi a Roma presso il Palazzo Brancaccio, veniva segnalata la partecipazione dei veneziani Maggi, Molin, Romani e Carlet. A detto convegno si notava la partecipazione di militanti di Avanguardia Nazionale Giovanile, capeggiati da Stefano Delle Chiaie;
nel novembre 1966 “in Mestre si teneva il congresso interprovinciale del Centro Studi Ordine Nuovo, organizzato dai già citati Maggi Carlo Maria e Molin Paolo, cui prendevano parte, tra gli altri, Gino Rosoleni e Giovanni Cavarzere i quali, nel 1962, avevano partecipato all’attentato alla sede veronese del P.C.I., risultando condannati a mesi sei di reclusione”;
il 27 marzo 1967 e nel giugno dello stesso anno, a Milano e a Torino si erano tenuti convegni di Ordine Nuovo con la partecipazione di Carlo Maria Maggi;
nel marzo 1968 “in Milano aveva luogo una riunione di dirigenti di Ordine Nuovo per l’Alta Italia, presieduta dal noto Pino Rauti. Come sede di riunione veniva utilizzata la sede della federazione nazionale Combattenti Repubblica Sociale Italiana. Fra i partecipanti venivano segnalati Maggi Carlo Maria e Romani Gian Gastone”;
il 28 marzo 1971 “i Carabinieri di Verona, su mandato di cattura di quel Tribunale, procedevano all’arresto di Massagrande Elio, di Besutti Roberto e di Rocchini Pietro per aggressione contro occupanti della facoltà di Magistero con il ferimento di tre persone (21.1.71), incendio doloso dell’autovettura del senatore Adelio Albarello del P.S.I.U.P. (6.12.69), attentato dinamitardo contro il negozio Alta Moda sito in Mantova (1.5.69);
nel dicembre 1971 “la Procura della Repubblica di Roma rinviava a giudizio, ai sensi degli articoli 1 e 2 della legge n.645, unitamente ad altri, Besutti Roberto, Massagrande Elio, Bizzarri Claudio, Simone Walter e Mazzeo Leone. In quel periodo Carlo Maria Maggi avrebbe avuto frequenti contatti con esponenti di Ordine Nuovo veronesi e soprattutto con il noto Elio Massagrande. Risulta infatti che il Maggi aveva alloggiato in Verona il 20.4.1973 presso l’Hotel Accademia, il 25.6.72 presso l’Hotel AGIP, il 31.3.1973 e il 14.4.73 presso l’Hotel Rossi”.
Dalle notizie raccolte dalla DIGOS era risultato infine che gli stessi uomini che avevano gestito i Centri Studi di Ordine Nuovo avevano pure gestito l’attività eversiva di Ordine Nuovo, come del resto sarà confermato dalle dichiarazioni testimoniali rese al G.I. da Dario Persich il 24 aprile 1997.
Di tali dichiarazioni si fornisce, di seguito, una sintesi rimandando alla nota in calce per un resoconto più completo. Il Persic, simpatizzante all’epoca dell’estrema destra e in rapporti con esponenti di Ordine Nuovo nel Veneto, benché mai coinvolto in attività eversive, dichiarava di essere stato, fin dall’inizio del 1968, amico di Marcello Soffiati tramite il quale aveva avuto modo di conoscere Carlo Maria Maggi, Carlo Digilio, Sergio Minetto e altri, persone che aveva poi frequentato fino al 1981/82; considerava Marcello Soffiati come figura di rilievo del gruppo veronese di Ordine Nuovo mentre il Maggi, a Venezia, era secondo soltanto a Sergio Minetto il quale però non poteva considerarsi membro organico del gruppo; affermava il teste che Maggi era sempre in compagnia di Carlo Digilio quando li vedeva nel ristorante del Soffiati in Colognola ai Colli.
Secondo il Persich, Marcello Soffiati si recava spesso nell’abitazione di Amos Spiazzi, persona che aveva visto anche nel ristorante dello stesso Soffiati; ricordava anche che il Soffiati si era sposato il 28 aprile 1973 e che i testimoni erano stati lui stesso Persich e Carlo Digilio; al banchetto avevano partecipato anche Maggi e Minetto.
Il Persich dichiarava inoltre che Marcello Soffiati teneva e custodiva nella propria abitazione, a Verona in via Stella, armi in gran numero ed esplosivo; ricordava in particolare un mitra MP40, due silenziatori, una pistola cecoslovacca calibro 9 nonché delle bombe a mano, di quelle in uso all’esercito italiano; secondo quanto riferitogli dal Soffiati, era Digilio che, all’occorrenza, procurava le armi; lo stesso era anche in grado di ripararle ed era considerato l’armiere del gruppo; precisava il Persich che aveva avuto modo di vedere le armi nell’abitazione di via Stella nel periodo dal 1972 al 1974, quindi anche nel periodo in cui era andata ad abitare in quella casa la moglie del Soffiati; ricordava inoltre che nell’appartamento esisteva un piccolo vano nel corridoio, munito di mensole sulle quali c’era un po’ di tutto ma, sul pavimento, erano conservate le armi.
Il Persich aveva infine riferito di una riunione a casa sua, avvenuta nel 1970/71, alla quale avevano partecipato il Maggi, il Minetto, Digilio, Marcello Soffiati e un uomo con i baffi “che faceva il croupier al Casinò di Venezia”; ricordava, in particolare, che nel corso della riunione si era parlato di una rivoluzione che si prospettava imminente e che sarebbe stata appoggiata dagli americani. In proposito il Persich ricordava di aver visto spesso, parcheggiate nei pressi della trattoria del Soffiati, autovetture con targa americana.
Quanto alla disponibilità di armi da parte di Ordine Nuovo del Veneto si richiamano le dichiarazioni di Marco Pasetto, di Martino Siciliano, di Vincenzo Vinciguerra, di Marzio Dedemo e di Pietro Battiston: secondo Pasetto il Boffelli (guardaspalle di Carlo Maria Maggi) disponeva di una carabina calibro 22 e di altre armi; lo stesso gli aveva mostrato una penna-pistola (di quella strana arma aveva riferito anche Martino Siciliano); Vinciguerra aveva visto nel 1973, nella casa di Delfo Zorzi, due valigie di munizioni; Dedemo aveva visto un silenziatore a casa del Maggi; Battiston aveva dichiarato che Carlo Digilio gli aveva confidato di essere in grado di ricavare dell’esplosivo da ordigni bellici recuperati in laguna; Digilio gli aveva anche detto che dell’esplosivo, del tipo gelignite, di cui disponeva Ordine Nuovo si stava deteriorando, infine che Maggi gli aveva chiesto di trasformare detonatori tradizionali in detonatori elettrici.
Quanto al ruolo ricoperto da Carlo Maria Maggi nel gruppo ordinovista le testimonianze assunte lo hanno descritto come quello di un capo militare, tra l’altro provvisto di un servizio di tutela armata compiuto dal Dedemo, dal Tettamanzi e dal Boffelli. Il Maggi (da tutti chiamato “dottore” essendo un medico ed esercitando tale professione) rivestiva una posizione di assoluto rilievo non solo a Venezia ma anche in tutta l’Italia del Nord, e ciò secondo dichiarazioni tutte concordanti sul punto.
Quella, ad esempio, resa da Marzio Dedemo al Giudice Istruttore il 21.2.1997, sia sul ruolo che sull’importanza del Maggi nell’ambito di Ordine Nuovo, nonché sulle idee politiche e progetti rivoluzionari del “dottore”: nel suo ruolo di accompagnatore/guardaspalle del Maggi aveva svolto alcuni incarichi da questi affidatigli; ricordava in particolare che nei primi anni ’70 si era recato a Milano per recare un suo messaggio a giovani appartenenti al gruppo “La Fenice” con l’ordine di non reagire all’aggressione subita dalla moglie del Rognoni dato che, in quel momento, una vendetta sarebbe stata controproducente; nell’occasione i destinatari del messaggio avevano accettato senza obiezioni quanto richiesto da Carlo Maria Maggi.
Sempre su incarico di Maggi aveva portato in Spagna, dove si era recato in viaggio di nozze, carte di identità e patenti destinate al latitanti. Ricordava infine di aver fatto da autista e guardaspalle in alcuni viaggi a Milano dove Maggi si incontrava, in una trattoria, per riunioni con ex repubblichini, riunioni alle quali partecipava anche Pio Battiston (padre di Pietro o Piero). Questi, in seguito, gli aveva riferito che in quelle riunioni Maggi aveva sostenuto la necessità della strategia di attentati dimostrativi, la cui responsabilità doveva essere attribuita alla sinistra, ritenendo la strage uno strumento della politica.
Sulla posizione ideologica e politico-strategica di Carlo Maria Maggi si citano ancora le dichiarazioni rese al P.M. di Brescia il 6.10.1995 da Pietro Battiston (ospitato dal Maggi nel periodo di latitanza trascorso a Venezia tra la fine del ’73 e il ’74): “a livello ideologico Maggi, nel periodo della mia latitanza a Venezia, sosteneva la necessità di utilizzare lo strumento degli attentati e delle stragi come punto essenziale di una strategia che mirava a creare il caos, cioè nell’ottica di costituire in tal modo il terreno sul quale potesse attecchire una vera e propria rivoluzione di destra da realizzarsi, nella sua ottica, senza l’intervento delle Forze Armate, e a prescindere da esso. Non faceva mistero di tale sua ideologia, tanto da destare stupore anche nel nostro ambiente. Le riunioni a livello interregionale degli aderenti alla struttura ufficialmente disciolta di Ordine Nuovo venivano organizzate, per quanto a mia conoscenza, da Signorelli. Anch’io ho preso parte a diverse di queste riunioni a Roma, Genova, Treviso e Milano; il Maggi, nell’ambito di queste riunioni, si faceva promotore della linea di cui ho appena parlato.
La posizione più vicina al Maggi era rappresentata da Rognoni e dal gruppo di quest’ultimo. A livello centrale direi che non incontravano grossi consensi, tanto che ho sentito giudizi negativi pronunziati dal Signorelli e dallo stesso Massagrande”.
Infine le dichiarazioni di Ettore Malcangi (al G.I. 3.7.95) il quale riferiva, secondo quanto confidatogli da Carlo Digilio, della partecipazione di Maggi a una riunione di estremisti di destra avvenuta a Verona, in cui si era parlato di un colpo di Stato: “la riunione avvenne nei primi mesi del 1973, cioè prima della morte di Giancarlo Esposti avvenuta il 30.4.73; uno degli scopi della riunione era la ricerca di armi per 40.000 uomini e Giancarlo Esposti era stato incaricato di reperire armi e la sua morte avvenne proprio mentre stava eseguendo tale incarico........ Io ero già a conoscenza di tale riunione di Verona avendomene parlato nel 1973 Giuliano Bovolato anche se non mi indicò tutti i presenti alla riunione.
Bovolato all’epoca era il dirigente delle vecchie S.A.M. (Squadre d’azione
Mussolini – n.d.u.). Posso dire ciò in quanto tra la fine del 1972 e l’inizio
del 1973 fui presentato a Bovolato per essere arruolato nelle S.A.M.
Restai a disposizione per qualche tempo e l’unico incarico che mi fu dato
fu quello di esplorare la possibilità di trovare armi. Dopo la morte di
Esposti avvenuta alcuni mesi dopo io continuai a frequentare il Bovolato
fino a settembre-ottobre ’73 e poi cominciai a prendere le distanze da
quel gruppo”.
Carlo Maria Maggi, in conclusione, sulla scorta di tutti i dati acquisiti e,
in particolare, delle dichiarazioni di Dario Persich, di Pietro Battiston, di
Marzio Dedemo e di Ettore Malcangi – che hanno riferito delle opinioni
dallo stesso espresse e dei contatti avuti con personaggi che
propugnavano un colpo di Stato – deve essere ritenuto parte e
protagonista, a tutti gli effetti, della strategia della tensione di cui si è
trattato.
Infine, quanto all’attività eversiva di Ordine Nuovo di Venezia-Mestre
ispirata dal Maggi, meritano di essere citate le dichiarazioni di Giancarlo
Vianello secondo il quale gli aspetti organizzativi del gruppo di Ordine
Nuovo di Venezia erano di competenza di Carlo Maria Maggi, che questi
era gerarchicamente sovraordinato a Delfo Zorzi, che il gruppo
disponeva di armi e di esplosivi, che il livello clandestino
dell’organizzazione faceva capo a Maggi, Digilio e Zorzi.
Dal canto suo Martino Siciliano ha indicato altri attentati attribuibili al
gruppo ordinovista di Venezia-Mestre (oltre a quelli indicati dal Vianello,
vale a dire gli attentati alla Scuola Slovena di Trieste e al cippo di confine
a Gorizia compiuti nel 1969) nonché il possesso, da parte di quel gruppo,
di numerose armi; Delfo Zorzi era il responsabile della sezione di Mestre
e aveva come suo referente il Maggi il quale, a sua volta, aveva come
riferimento, a Roma, Paolo Signorelli.
Per completezza di trattazione non si possono trascurare alcune azioni
eversive, inquadrabili nella strategia della tensione propugnata dal
Maggi, benché non direttamente riferibili al suo gruppo, compiute dai
gruppi di Giancarlo Rognoni e di Vinciguerra negli anni immediatamente
precedenti al 1973.
A quello facente capo al primo (di Milano, denominato “La Fenice”) il
mancato attentato dinamitardo compiuto sul treno Torino-Roma il 7 aprile
1973, fatto per cui furono condannati dalla Autorità Giudiziaria di Genova
Nico Azzi (autore materiale, nell’occasione ferito dallo scoppio di un
detonatore) Giancarlo Rognoni, Mauro Marzorati e Francesco De Min.
Al gruppo ordinovista di Udine la strage di Peteano commessa il 31
maggio 1972. Per quel gravissimo attentato, risoltasi con la generale
assoluzione di appartenenti alla malavita (inizialmente incriminati), nel
1978 fu, infine, seguita la pista politica che portò ad attribuire la strage al
gruppo di Ordine Nuovo di Udine del quale facevano parte Vincenzo
Vinciguerra e Carlo Cicuttini, già autori con Ivano Boccaccio del
dirottamento aereo di Ronchi dei Legionari avvenuto il 7.10.72, entrambi
poi condannati per i fatti di Peteano alla pena dell’ergastolo.
La vicenda di quella strage, la complessa indagine che ne era seguita
con i relativi tentativi di sviamento, meriterebbero una trattazione a parte,
rivestendo la stessa un particolare significato in ordine alle attività
criminose propugnate e compiute da appartenenti a Ordine Nuovo. Si
ritiene però sufficiente richiamare, condividendole, le conclusioni
formulate in proposito dai giudici di primo grado i quali hanno esaminato
a fondo detta vicenda, e non solo: “in epoca immediatamente precedente
la strage di via Fatebenefratelli il gruppo ordinovista di Udine,
geograficamente collocato in quel Triveneto da sempre posto sotto
l’influenza assoluta ed esclusiva di Carlo Maria Maggi, senza distinzione
tra partecipanti a Centri Studi o Movimenti Politici di sorta, organizzava
ed eseguiva sotto la guida di Vincenzo Vinciguerra una serie di attentati
che, con una progressione incredibile di pericolosità, trascorreva
dall’aggressione a un parlamentare missino al dirottamento di un
aeromobile, all’uccisione di Carabinieri del Gruppo di Gorizia attirati in
una trappola mortale. Per la consumazione di tali delitti il gruppo di
Ordine Nuovo di Udine si avvaleva di un micidiale arsenale, sulla
provenienza almeno di parte del quale la Corte d’assise di Appello di
Venezia ha avanzato inquietanti ipotesi, tanto inquietanti quanto quelle
avanzate dal Tribunale di Milano sulla provenienza di parte almeno
dell’arsenale sequestrato qualche anno prima a Besutti, Massagrande,
Soffiati e Morin, già sin da allora iscritti a Ordine Nuovo. Viceversa, così
come per la responsabilità penale e per la matrice ordinovista degli
attentati di cui si è occupata la Corte d’assise di Venezia, è certo che gli
ordinovisti godettero di protezioni e coperture non solo da parte del loro
amico e sodale Morin, ma anche e soprattutto da parte di quegli apparati
dello Stato che avrebbero dovuto prevenire, prima ancora che reprimere,
l’azione” (Il riferimento è alla strage di Peteano, all’iniziale sviamento
delle relative indagini per il quale fu imputato il colonnello Monico, proprio
quello che aveva comandato il Gruppo Carabinieri di Sondrio all’epoca
dell’espatrio di Gianfranco Bertoli - n.d.u.).
I rapporti di Bertoli con ambienti e personaggi della destra eversiva
veneta e con Carlo Maria Maggi
Nel corso della presente motivazione, trattando del personaggio Bertoli
e dell’inattendibilità della sua versione relativa all’ideazione e
all’esecuzione della strage di via Fatebenefratelli, in più occasioni si è
osservato come debba ritenersi scarsa, per non dire nulla, l’attendibilità
della sua asserita qualità di “anarchico”; una fede ideologico-politica
apparsa, tra l’altro, in contrasto irriducibile con l’attività di informatore
svolta da Gianfranco Bertoli, almeno fino al momento del suo espatrio
alla volta di Israele (febbraio 1971), al servizio del S.I.F.A.R. prima e del
S.I.D. poi, consistita per lo più nell’infiltrarsi in sezioni del Partito
Comunista Italiano per raccogliere notizie sull’attività di quella formazione
politica.
I già fondati dubbi sul suo collocamento politico-ideologico e sulla
genuinità della pretesa scelta anarchica hanno trovato puntuale e ampia
conferma in numerose risultanze processuali che hanno indicato il Bertoli
come individuo in stretti rapporti con ambienti e personaggi dell’estrema
destra neofascista veneta, in particolare con appartenenti a gruppi di
Ordine Nuovo, in primis con Carlo Maria Maggi, vale a dire il personaggio
di maggior spicco nell’ambito di quei gruppi e propugnatore di strategie
rivoluzionarie violente.
Quello che segue è l’elenco delle dichiarazioni rese da testimoni e
collaboratori di giustizia come acquisite nel corso dell’istruttoria (in parte
ribadite in fase dibattimentale):
quelle di Martino Siciliano (della cui scelta di collaborazione con
l’autorità giudiziaria si è già detto) il quale - dopo aver riferito circa il
proprio percorso politico, prima nella Giovane Italia, poi in Ordine Nuovo
(gruppo di Venezia-Mestre) fino a che non era stato sospeso alla fine del
1972 – nel contesto di lunghe ha così dichiarato: “ricordo che uno o due
giorni dopo la strage del 17.5.1973 ebbi un lungo colloquio con il dottor
Maggi in un incontro all’ospedale geriatrico Giustinian dove
lavorava............Maggi per motivi di sicurezza non parlava mai di
argomenti di Ordine Nuovo per telefono, nella sua abitazione o nella
sede di O.N.; mi chiedeva infatti di parlare di tali argomenti solo di
persona o sul luogo di lavoro dove non poteva essere controllato. Tale
colloquio avvenne pertanto nell’ambulatorio dell’ospedale senza la
presenza di alcuno..........Maggi mi disse in modo esplicito che
conosceva molto bene Gianfranco Bertoli, che era un camerata che
aveva frequentato a lungo prima a Padova e poi a Venezia. Si erano
frequentati da molto tempo ed avevano continuato a frequentarsi fino a
poco tempo prima, escluso naturalmente il periodo in cui il soggetto non
era stato in Italia. Maggi e Bertoli si conoscevano dai tempi in cui Maggi
era giovane studente all’Università di Padova e, frequentando gli
ambienti di destra, aveva avuto l’opportunità di stringere amicizia con
Gianfranco Bertoli........Maggi, in quel colloquio durato circa un’ora, mi
disse inequivocabilmente che Bertoli non era un anarchico di sinistra ma
che aveva continuato ad essere un camerata, un simpatizzante
dell’estrema destra in quanto aveva continuato a frequentarlo, come ho
già detto, fino a poco tempo prima, escluso il periodo in cui era stato
all’estero. Maggi mi disse che aveva continuato a mantenere contatti con
Bertoli anche durante il suo soggiorno all’estero e che li manteneva
ancora. Voglio riferire che un po’ noi tutti ordinovisti e camerati di Mestre
ci facevamo curare sul piano medico dal dr. Maggi che era anche il
medico della palestra (il teste si riferisce alla palestra di Mestre, abituale
luogo di ritrovo degli appartenenti al locale gruppo di O.N. e dove per un
certo tempo aveva vissuto stabilmente Delfo Zorzi – n.d.u.) Pertanto non
escludo, ma questa è solo una mia opinione, che anche Bertoli possa
aver usufruito a Mestre delle prestazioni professionali mediche del dr.
Maggi presso l’ospedale geriatrico Giustinian o anche presso l’ospedale
psichiatrico ove prima il Maggi prestava servizio (Bertoli, dopo l’arresto
del Maggi, ammetterà di essersi fatto fare qualche ricetta dallo stesso –
n.d.u.).........Confermo anche quanto verbalizzato a foglio 3 al P.M. circa i
rapporti di conoscenza tra Molin e Bertoli per le frequentazioni avute dal
Molin con il Bertoli quando studiava giurisprudenza a Padova. Anch’egli,
frequentando ambienti di estrema destra, ebbe modo di conoscere e
frequentare Bertoli. Tale circostanza mi fu riferita da Zorzi nel colloquio di
cui ho parlato prima, nel quale mi precisò che oltre Maggi anche Molin
aveva conosciuto e frequentato Bertoli a Padova. Successivamente mi
parlarono dei rapporti tra Bertoli, Maggi e Molin anche Roberto Lagna,
detto Bobo, e Tringali Stefano, ultimo responsabile della palestra, amico
intimo di Zorzi. Comunque voglio aggiungere che nell’ambiente di Ordine
Nuovo di Mestre tutti sapevano dei rapporti di conoscenza e dei
collegamenti stretti tra Maggi e Molin con Bertoli. In verità in quel periodo
io mi vidi anche con il Molin a Venezia subito dopo aver parlato con Zorzi
(il riferimento è a un colloquio avvenuto verso la fine del maggio 1973 –
n.d.u.) e gli domandai se aveva conosciuto Gianfranco Bertoli come si
diceva in giro. Molin non smentì né confermò i suoi pregressi rapporti con
Bertoli e mi rispose “perché me lo domandi ? non sono fatti tuoi”. Devo
aggiungere che era voce ampiamente diffusa nell’ambiente di Ordine
Nuovo ed oggetto di frequenti discorsi tra le persone che ho citato e altri
ordinovisti, che Bertoli era un “anarchico bidone” e che in realtà era un
camerata...........Confermo di aver visto varie volte Sandro Sedona al
Graspo de Uva di Spinea a cavallo degli anni ’70. Vidi alcune volte
Sedona con Delfo Zorzi e lo vidi anche con Gianfranco Bertoli con il
quale frequentava il Graspo de Uva. Vidi a Spinea e in tale locale più
volte il Sedona e Bertoli”.
Si deve solo aggiungere che le dichiarazioni rese da Martino Siciliano –
rese in qualità di testimone, nell’ambito di una
leale scelta collaborativa, spontanee e disinteressate, confermate da
altre fonti di prova - debbono ritenersi pienamente attendibili.
Una delle più significative conferme alle dichiarazioni di Martino
Siciliano circa le frequentazioni del Bertoli è provenuta dalla
testimonianza di Gallo Rosa, moglie separata di Giampiero Mariga.
La teste riferiva che negli anni ’60 e ’70 il marito frequentava assiduamente
il locale “Graspo de Uva” sito in Spinea e vi andava in compagnia di due
amici, all’epoca inseparabili, cioè Siciliano e Foscari; ricordava altresì
che Mariga, prima di trasferirsi a Spinea, aveva abitato a Mestre dove
aveva frequentato persone che spesso portava a casa; tra dette persone
la Gallo riconosceva in fotografia Siciliano, Foscari, Delfo Zorzi, Sandro
Sedona e Boffelli. Individuava anche nell’album fotografico (foto nn. 5 e
6) una persona da lei ben conosciuta e che ricordava perfettamente:
“trattasi di persona che ho conosciuto in compagnia di Giampiero, anche
se non so chi sia. Può darsi che sia anche venuto a casa mia perché
ricordo bene questo viso; l’ho visto alcune volte con Giampiero quando
ero a Spinea. Sono certa di avere visto tale persona in alcune occasioni;
infatti l’ho riconosciuto subito come un uomo visto in compagnia di mio
marito in più occasioni”. La teste, solo dopo tali affermazioni,
apprendeva dal Giudice Istruttore (come lo stesso dava atto) che quelle
foto raffiguravano Gianfranco Bertoli.
Giuseppe Albanese (G.I. 20.6.92) ricordava che Bertoli, nel periodo di
comune detenzione in carcere, gli aveva confidato tra l’altro che se fosse
stato catturato dopo aver compiuto l’attentato avrebbe dovuto dichiararsi
anarchico, di essere legato a camerati veneti appartenenti a un gruppo
facente capo ad Amos Spiazzi, persona che Bertoli ben conosceva;
poiché Albanese gli aveva detto di essere stato in passato a Marsiglia
per sottrarsi alle ricerche e che ivi era stato ospitato da
un’organizzazione di destra denominata “la Catena”, Bertoli gli aveva
risposto di conoscere tale organizzazione, dimostrando di conoscere
anche l’ubicazione del relativo ufficio.
Che Carlo Maria Maggi conoscesse il Bertoli e lo considerasse un
“buon camerata” è stato concordemente confermato da Carlo Digilio e da
Pietro Battiston i quali lo avevano sentito usare quell’espressione in una
riunione a casa dello stesso Maggi. Testualmente il Battiston: “mi ricordo
che in un’occasione, mentre mi trovavo all’interno della sua (di Maggi –
n.d.u.) abitazione per una partita a poker, l’ho sentito commentare che
Bertoli era un buon camerata. La cosa ovviamente mi rimase impressa in
quanto a quel tempo dai mass media veniva rappresentato come
anarchico individualista”. Singolare concordanza con l’incredulità dei
fratelli Giorgio e Tommaso Sorteni nel sentire il Bertoli (nella primavera
del 1972) che si dichiarava anarchico.
Si è detto di Gianfranco Belloni, (G.I. ’74 e ’92), già informatore del
S.I.D., e circa la foto pubblicata su un settimanale, mostratagli dal
Negriolli, foto che ritraeva in atteggiamento confidenziale con Franco
Freda nel carcere milanese di San Vittore (ovviamente dopo la strage
alla Questura); Negriolli (anch’egli informatore del S.I.D.) gli aveva anche
detto, nella medesima occasione, che Bertoli era legato a Ordine Nuovo
avendo avuto anche contatti con Clemente Graziani.
Giovanni Ferorelli, detenuto nel carcere di San Vittore con Bertoli,
ricordava che referente di questi era Franco Freda, precisando: “quando
Freda ci disse che bisognava portare rispetto a Bertoli perché era un
uomo da considerare di destra, noi ci uniformammo” .
L’avv. Giangaleazzo Brancalion (G.I. 23.2.74), con riferimento a quanto
in precedenza affermato dall’appuntato dei Carabinieri Angelo Toniolo,
pur attribuendo a chiacchiere da bar quanto da questi riferito, dichiarava:
“nego di aver fatto altre confidenze al Toniolo se non quella che il
Sedona conosceva Bertoli molto bene come mi aveva riferito il Negriolli”.
Crisetig Giovanna (G.I. 19.12.74 e successivo verbale di confronto),
convivente nel 1973 di Camillo Virginio, nell’ambito di ampie dichiarazioni
con cui riferiva dei rapporti del Camillo con lo Spiazzi, con il Rizzato e
con il Rampazzo nonché dei comportamenti sospetti e minacciosi di
questi ultimi ai quali aveva avuto modo di assistere e del terrore di
Camillo che aveva finito per fuggire in Nigeria (perché a conoscenza di
troppe cose), quanto a Gianfranco Bertoli riferiva quanto segue: “Mi
ricordo perfettamente che nel 1973 ci fu un attentato alla Questura di
Milano per una bomba lanciata da tale Bertoli. Seguii la vicenda all’epoca
per televisione e sui giornali. Tale episodio fu oggetto di commenti
nell’officina del Camillo nelle riunioni cui partecipavano Rizzato,
Rampazzo e Zoia. Sentii che nei loro commenti davano per certo che si
trattava di un attentato fascista. Devo far presente che quando facevano
questi discorsi io non partecipavo e solo occasionalmente sentivo
qualche parola. Ricordo comunque che.........il Rizzato e il Rampazzo in
particolare davano per certo che l’attentatore era un fascista. Mi sembrò
di capire che Rizzato e Rampazzo lo conoscessero, nel senso che
l’avevano conosciuto alcuni anni prima. Non saprei dire se entrambi
avessero conosciuto Bertoli o soltanto uno di loro due”.
Anche Liardo Filippo (sentito più volte dal G.I.), dopo aver precisato di
essere residente a Spinea, confermava che Sedona gli aveva parlato
della sua amicizia con Bertoli; personalmente ricordava di avere visto
Bertoli in più occasioni negli anni ’68 e ’69 nella pizzeria “da Gigino”;
Sandro Sedona gli aveva detto di essere stato lui a presentare
Gianfranco Bertoli al Rizzato e al Rampazzo.
Anche nel periodo di permanenza nel kibbutz di Karmia, Gianfranco
Bertoli aveva intrattenuto rapporti con appartenenti all’estrema destra,
nella specie con i fratelli Jemmy, entrambi inseriti nell’organizzazione
francese “Ordre Nouveau” e condannati per affissione illegale di
manifesti di tale movimento.
Sandro Sedona e Sandro Rampazzo (sentiti dal G.I. rispettivamente il
16.12 e il 3.12.1974) confermavano la reciproca conoscenza e
frequentazione; il primo, in particolare, dichiarava di avere conosciuto il
Bertoli in carcere a Venezia nel 1963 e lo descriveva come persona che
non gli risultava si occupasse di politica o fosse un idealista, incapace di
decisioni proprie e in grado di agire solo se suggestionato o stimolato da
altri. Lo aveva visto per l’ultima volta nel 1970 a San Tomà (VE).
Analoga descrizione del Bertoli è stata fornita da Franco Tommasoni, padovano,
estremista di destra in contatto con la malavita comune. Prescindendo
dalle opinioni personali da costoro espresse sul Bertoli, il dato rilevante
delle loro dichiarazioni è che le stesse, anche in questo caso,
confermano quali fossero i personaggi, e quale fosse la loro collocazione
politica, conosciuti dallo stesso Bertoli in epoca precedente, ma non
lontana, l’attentato del 17 maggio 1973.
Infine deve essere rammentata l’amicizia di Gianfranco Bertoli con
Rodolfo Mersi, cioé con la persona che l’autore dell’attentato incontrò la
sera del 16 maggio ’73 recandosi a fargli visita nella sua abitazione di via
Pericle a Milano. Anche Mersi, sindacalista della C.I.S.N.A.L., era uomo
di destra e per tanto ben lontano dalle asserite idee anarchiche del
Bertoli.
La Corte ritiene che, sulla scorta di tutto quanto detto nella parte della
motivazione che precede, si possano ora trarre le seguenti conclusioni,
qui richiamate quelle già partitamente assunte a chiusura dei vari e
specifici temi trattati: l’attentato compiuto da Gianfranco Bertoli a Milano il
17 maggio 1973 mediante il lancio di una bomba a mano in direzione
dell’ingresso del palazzo della Questura in via Fatebenefratelli, attentato
che cagionò la morte di quattro persone (oltre a numerosi feriti) e da cui
derivò l’imputazione di strage, non fu ideato, deciso e organizzato dal
suo autore. Bertoli non agì perché mosso dalla propria scelta ideologico politica
di “anarchico Individualista”, come lo stesso ha sempre
sostenuto, bensì fu solo l’esecutore materiale dell’attentato, in attuazione
di un incarico da altri affidatogli. Sicché, come inevitabile deduzione, si
deve ritenere che egli fornì la sua falsa versione allo scopo di non
svelare il retroscena del suo gesto e i nomi dei suoi mandanti.
Lo si può affermare con certezza essendo stata constatata e dimostrata
l’assoluta inattendibilità della versione fornita dallo stesso Bertoli,
risultata senz’altro falsa su alcuni punti significativi, infine totalmente
smentita dalla precisa informazione di ciò che sarebbe avvenuto a Milano
il 17 maggio ’73 fornita da Pietro Loredan a Ivo Dalla Costa, a
dimostrazione che altri erano a conoscenza dell’imminente attentato; il
che si pone in contrasto irriducibile con l’affermazione del suo autore di
avere agito per propria esclusiva scelta e iniziativa.
Verificata la piena attendibilità di quella informazione e della sua fonte,
si deve affermare con altrettanta certezza che l’attentato, come
preannunciato, fu diretto contro un importante membro del Governo e
che questi altri non poteva essere se non il Ministro degli Interni On.
Mariano Rumor, presente quella mattina nel cortile della Questura per
assistere alla commemorazione del commissario Calabresi nel primo
anniversario della sua uccisione.
Al di là della significativa provenienza delle informazioni in possesso del
Loredan (che, per ideologia, progetti e frequentazioni, era strettamente
legato ad ambienti e personaggi dell’estrema destra veneta, neofascista
ed eversiva), in forza di plurime testimonianze e dichiarazioni di
collaboratori di giustizia è stata raggiunta piena prova che l’attentato alla
vita dell’On. Rumor costituiva, se non il più importante, uno dei principali
progetti eversivi di appartenenti a cellule o gruppi dell’organizzazione
veneta di Ordine Nuovo, diretto a “punire” Mariano Rumor per essere
stato questi, nella sua qualità di Ministro degli Interni, a promuovere lo
scioglimento di quell’organizzazione (per ricostituzione del partito
fascista) in applicazione della “legge Scelba”, ovvero - come effetto
mediato - per determinare, con l’attentato, quello stato di caos e di
tensione che avrebbe resa necessaria e infine possibile una svolta
autroritaria nel governo della Nazione e l’emanazioni di leggi di
emergenza.
Il progetto di sovvertire le istituzioni democratiche doveva essere
perseguito proprio mediante attentati e stragi, vale a dire attuando quella
che è stata definita “strategia della tensione” che pure, per quanto si è
detto nella parte della motivazione ad essa dedicata, ha trovato numerosi
e validi elementi di conferma.
Negli ambienti dell’estrema destra neofascista, all’epoca dei fatti che
qui interessano, l’unica formazione in grado di agire concretamente, di
compiere attentati, era senz’altro quella di Ordine Nuovo, in particolare i
gruppi attivi nel Veneto, tenuto conto della documentata virulenza
dell’ideologia politica dei suoi aderenti e dei loro accertati programmi
operativi, della effettiva esecuzione di azioni terroristiche nonché della
disponibilità di veri e propri arsenali di armi, munizioni ed esplosivi.
E’ stato accertato, infine, il ruolo coperto nell’ambito di Ordine Nuovo da
Carlo Maria Maggi, principale imputato nel presente processo, un ruolo di
assoluto rilievo, di capo carismatico e “militare” per quanto attiene al
gruppo di Venezia-Mestre, di supervisore e di coordinatore degli altri
gruppi dell’organizzazione operanti nel Nord-Italia.
Così pure è stato verificato, per gran numero di coincidenti
dichiarazioni, l’inserimento di Gianfranco Bertoli in quegli ambienti di
estremismo ed eversione, consistito in conoscenze e frequentazioni -
anche in epoca recente, rispetto ai fatti in esame - di personaggi che a
detti ambienti erano strettamente legati e che in quel contesto
operavano. Con il che il cerchio si chiude, atteso che tali collegamenti
consentono di affermare con adeguato grado di certezza che proprio in
quegli ambienti e da quei personaggi, per più ragioni interessati a colpire
l’On. Rumor, Bertoli ricevette l’incarico ( e le relative istruzioni) di
compiere l’attentato.
Al dunque: esaurito il completo riesame di tutto il materiale probatorio a
disposizione, secondo quanto richiesto dai giudici di legittimità con la
sentenza di annullamento, riservata al prosieguo la verifica delle
personali responsabilità di Carlo Maria Maggi e di Francesco Neami, è
ferma e motivata convinzione di questa Corte che, senza alcun possibile
dubbio, la strage compiuta da Gianfranco Bertoli fu ideata e decisa, e per
loro conto eseguita, da appartenenti ai gruppi veneti di Ordine Nuovo,
con buona probabilità a quello di Venezia facente capo al Maggi.
Le posizioni di Carlo Maria Maggi e di Francesco Neami
Compito conclusivo di questo Giudice di rinvio, come richiesto dalla
Corte di Cassazione, è quello di stabilire se - in base agli elementi
probatori acquisiti, riferiti specificamente agli imputati, oltre a quelli
inerenti al quadro generale in cui si verificarono i fatti - la strage di via
Fatebenefratelli possa essere attribuita con certezza al gruppo veneziano
di Ordine Nuovo e, sul piano delle personali responsabilità, a Carlo Maria
Maggi e a Francesco Neami, come ideatori, organizzatori e mandanti,
secondo il ruolo loro rispettivamente assegnato nel capo di imputazione.
La Suprema Corte ha indicato, per ciascuno, i principali elementi di
prova risultanti dalla sentenza annullata, dai quella di primo grado e dai
ricorsi:
A carico di Carlo Maria Maggi:
1) le ripetute proposte dello stesso e dello Zorzi, fatte a Vincenzo
Vinciguerra tra l’estate del 1971 e il febbraio-marzo ’72, di uccidere l’On.
Rumor, essendo state ritenute attendibili, al riguardo, le dichiarazioni del
Vinciguerra perché confermate da quelle di Roberto Cavallaro e di Dario
Persich; quest’ultimo, tra l’altro, aveva riferito che nell’ambiente di Ordine
Nuovo si nutriva profondo risentimento nei confronti di Rumor perché
ritenuto essere stato uno dei principali artefici di scioglimento di
quell’organizzazione con la richiesta dell’applicazione della legge Scelba.
2) quanto risultato dal già citato rapporto della DIGOS presso la
Questura di Venezia in data 25.6.86 relativo alla storia e alle vicende di
Ordine Nuovo nel Veneto e al ruolo di Carlo Maria Maggi.
3) Dalle notizie raccolte dalla DIGOS era emerso che gli stessi uomini
che avevano gestito i Centri Studi di Ordine Nuovo avevano anche tirato
le fila dell’attività eversiva di quel movimento, come risultato anche dalle
dichiarazioni rese da Dario Persich al Giudice Istruttore. Persich,
simpatizzante dell’estrema destra e in contatto con esponenti di Ordine
Nuovo del Veneto era amico di Marcello Soffiati fin dal 1968; tramite
questi aveva conosciuto il Maggi, il Digilio e il Minetto; Maggi gli era stato
descritto dal Soffiati come personaggio di spicco nel gruppo veneziano di
O.N., secondo solo al Minetto; sempre secondo Dario Persic, il Soffiati
teneva nell’appartamento di via Stella a Verona un gran numero di armi e
grosse quantità di esplosivo (tra cui anche bombe a mano) che aveva
avuto modo di vedere dal 1972 al 1974 e anche dopo che in via Stella
era andata ad abitare Anna Maria Bassan; sempre secondo quanto
riferitogli dal Soffiati, era Carlo Digilio a procurare tali armi ed esplosivi. Il
Persic aveva preso parte ad alcune riunioni in una delle quali, nel
1970/71, presenti Maggi-Minetto-Soffiati e Digilio, si era parlato di una
imminente rivoluzione che sarebbe avvenuta con l’appoggio degli
americani.
4) Maggi aveva svolto un ruolo di primo piano nella strategia della
tensione: oltre a quelle del Persich, sono richiamate le dichiarazioni di
Pietro Battiston ( Maggi, nel periodo successivo al dicembre 1973,
sosteneva la necessità di utilizzare lo strumento degli attentati e delle
stragi per costituire il terreno sul quale potesse attecchire una vera e
propria rivoluzione di destra) nonché quelle di Marzio Dedemo secondo
cui Maggi, in riunioni tenutesi a Milano e precedenti alla prima metà del
1973, alle quali avevano partecipato anche ex-repubblichini, aveva
proposto di attuare una strategia di attentati dimostrativi la cui
responsabilità si doveva far ricadere sulla sinistra.
5) La lettera in data 17.12.79, ritenuta significativa dalla Corte di primo
grado, spedita da Maggi all’amico e camerata Miriello nella quale,
riferendosi a Giancarlo Rognoni (che era stato ritenuto responsabile
anche dell’attentato del 7.4.73 al treno direttissimo Torino-Roma) si
affermava che Rognoni “per una serie di disavventure – chi non è senza
peccato scagli la prima pietra – si è beccato un certo numero di anni di
galera che sta scontando nel supercarcere di Cuneo”.
Questa Corte ha individuato e preso in esame anche altri elementi di
giudizio relativi al diretto coinvolgimento di Carlo Maria Maggi nella
vicenda che ci occupa e secondo il ruolo indicato, elementi che di seguito
si espongono:
Piero Battiston, esponente milanese di Ordine Nuovo, in stretti contatti
con Maggi e, latitante, da questi ospitato a Venezia in periodo successivo
al dicembre 1973, aveva dichiarato al Giudice Istruttore, tra l’altro “ho
rivisto Digilio nel corso della sua latitanza in Venezuela nel 1984 circa.
Ricordo che durante un discorso, alla presenza di Raho, Digilio riteneva
di essere stato incastrato dal Maggi e disse che era a conoscenza della
sua implicazione in fatti estremamente gravi; più specificamente ci disse
che egli sapeva della bomba”. Sentito in proposito, Carlo Digilio,
rispondeva: “sinceramente ricordo di avere incontrato in Venezuela Raho
e Battiston e di avere parlato con gli stessi di molte cose. Sinceramente
non ricordo le specifiche frasi dette nell’occasione anche perché si
trattavano vari argomenti. Comunque se, come mi dite, Battiston ha
dichiarato che io gli avrei detto che sapevo della bomba riferendomi al
Maggi e della sua implicazione in fatti estremamente gravi, certamente
dice il vero anche se non ricordo il discorso specifico. Come lei sa (si
rivolge al G.I. – n.d.u.) ho parlato di responsabilità di Maggi sia per
l’episodio di piazza Fontana che per la bomba di Bertoli alla Questura di
Milano. Se ho detto effettivamente della bomba riferendomi a Maggi, due
sono le ipotesi per cui posso aver fatto riferimento alla sua
responsabilità: o per piazza Fontana o per la bomba alla Questura”.
In merito alle dichiarazioni su riportate la Corte osserva: è noto come
Carlo Digilio abbia attribuito a Carlo Maria Maggi un ben preciso ruolo
nella ideazione e preparazione dell’attentato di via Fatebenefratelli ma
quelle sue specifiche dichiarazioni, costituenti a tutti gli effetti chiamata in
correità, non possono essere utilizzate perché così stabilito dalla
Suprema Corte (se ne tratterà più avanti); limitando quindi l’esame alle
sole dichiarazioni del Digilio, rese a risposta e a chiarimento di quelle del
Battiston, il riferimento alla responsabilità del Maggi appare del tutto
generico, privo di specifici ragguagli di tempo, luogo e modalità, tali da
consentire la ricerca e individuazione di elementi di riscontro.
Più articolate, ma tutt’altro che decisive, le dichiarazioni rese al Giudice
Istruttore da Martino Siciliano sullo specifico punto. Si ritiene opportuno
richiamarle testualmente: “Oltre che con gli altri militanti si Ordine Nuovo
ho avuto spesso contatti con Carlo Maria Maggi, l’ultimo dei quali nel
maggio del 1995 quando gli telefonai dalla Colombia. L’ultima volta che
sono stato a Venezia è stato nel 1993 e l’ultima volta che ho visto Maggi
credo sia stato nel 1992. Andai a trovarlo nell’ospedale geriatrico
Giustinian di Venezia dove egli esercita..........Maggi era responsabile
operativo di O.N. per il Triveneto e successivamente per la Lombardia
quando si costituì il gruppo di Rognoni.........” Dopo aver riferito le
confidenze del dr. Maggi circa la vecchia conoscenza di questi con
Gianfranco Bertoli, Siciliano aggiungeva: “Circa quindici-venti giorni dopo
la strage del 17.5.73 passò per Mestre Zorzi e mi incontrai con
lui.....Zorzi parlando della situazione politica in Italia mi disse “l’episodio
Bertoli è inquadrato nella nostra strategia” e mi confermò che Bertoli era
un camerata, che era stato sempre attestato su posizioni di estrema
destra ed era conosciuto molto bene dal dr. Maggi, con il quale si era
frequentato per lungo tempo...........sentii più volte , in occasione di
discorsi nell’ambiente di Ordine Nuovo, e in particolare nell’ambito della
cellula di Ordine Nuovo di Mestre, negli anni dal 1970 al 1973, parlare
della necessità di eliminare un bersaglio politico importante, sempre
nell’ottica della strategia del gruppo. In colloqui prima singoli e poi
insieme con Zorzi, Maggi e Molin, con i quali ero direttamente in contatto,
sentii più volte dire espressamente dagli stessi che l’obiettivo da colpire
era l’On. Rumor........In sintesi: nel 1972 si discuteva tra i predetti Maggi,
Zorzi e Molin di un progetto di attentato a Rumor; tuttavia, considerata la
mia sospensione da O.N. avvenuta alla fine del 1972, non mi furono
forniti dettagli operativi su questo progetto”.
Giuseppe Albanese, riferendo quanto appreso in carcere da Gianfranco
Bertoli, con il quale era entrato in confidenza, ha affermato che, a detta
dello stesso Bertoli, questi aveva compiuto l’attentato contro Rumor
confidando sul promesso appoggio di non meglio indicati “camerati del
Veneto”, con i quali era legato, appartenenti a un gruppo facente capo
allo Spiazzi.
A parte quelli richiamati dalla Corte di Cassazione e quelli testé indicati,
non sono stati individuati altri elementi indiziari o probatori riferiti al thema
decidendi della personale e diretta partecipazione di Carlo Maria Maggi
ad uno specifico progetto di attentato nei confronti dell’allora Ministro
degli Interni, né tanto meno all’ideazione, deliberazione e organizzazione
dell’attentato alla Questura di Milano.
L’imponente quantità di elementi raccolti nel corso della lunga
istruttoria, sia di natura documentale che testimoniale, di cui sono stati
citati ed esaminati quelli di maggior rilievo, hanno consentito di
individuare con certezza, come si è detto, il contesto politico-eversivo in
cui ebbe origine il gravissimo episodio stragista del 17 maggio 1973
nonché di attribuirlo ad appartenenti all’organizzazione di Ordine Nuovo
che operava in quel contesto, secondo metodi e finalità ormai noti.
Ha consentito inoltre di attribuire a Carlo Maria Maggi un ruolo di sicuro
rilievo nell’ambito di quell’organizzazione, che lo vedeva a capo del
gruppo Ordinovista veneziano e, per la sua qualifica di ispettore per il
Triveneto, in costante contatto con tutti i più importanti componenti dei
vari gruppi. Maggi era quindi al vertice dell’organizzazione, secondo solo
al Minetto e – in campo nazionale – al Signorelli; egli era inoltre uno tra i
più accesi teorizzatori e propugnatori della linea stragista, della violenza
come metodo di lotta politica, del conseguimento degli scopi di Ordine
Nuovo – anche la realizzazione di un colpo di Stato – mediante attentati.
Maggi, inoltre, era in stretto contatto con persone che, facenti parte
dell’organizzazione, detenevano per conto dei gruppi di Ordine Nuovo
arsenali di armi, munizioni ed esplosivi.
Infine, Carlo Maria Maggi - con Zorzi e Molin – in un tempo di poco
precedente alla strage di via Fatebenefratelli, aveva apertamente parlato
dei suoi progetti, con particolare riferimento alla necessità di colpire un
importante uomo politico e indicato come bersaglio proprio l’On. Rumor.
E’ dunque ragionevole, e corrispondente a una valutazione logica dei
dati di fatto accertati, ritenere probabile che l’attentato per cui si procede
sia stato deciso e organizzato proprio nell’ambito del gruppo ordinovista
facente capo al Maggi.
Ma il giudizio di probabilità non è sufficiente per affermare, oltre ogni
ragionevole dubbio, la penale responsabilità
dell’imputato in ordine al delitto a lui ascritto.
Non soccorre, in proposito, quanto dichiarato da Vincenzo Vinciguerra
circa le proposte, fattegli da Maggi e Zorzi, di compiere un attentato alla
vita dell’On. Rumor: la Corte di Cassazione, pur riferendo le proprie
considerazioni all’inadeguatezza di quelle dichiarazioni come riscontro al
racconto del Digilio circa i fatti di via Stella, ha implicitamente ritenuto di
scarso rilievo probatorio tali proposte perché relative a un fatto diverso,
“progettato in epoca antecedente e con modalità nettamente diverse”. Al
fatto in questione, per i fini che qui riguardano, può attribuirsi solo il
valore indiziario, dimostrativo, al più, dei progetti eversivi dell’imputato.
Vale a dire lo stesso valore delle dichiarazioni con cui Martino Siciliano
ha riferito, anch’egli in modo generico, di progetti del Maggi di attentare
alla vita del Ministro degli Interni.
Si deve dare e prendere atto che nel caso in esame il ruolo di
organizzatore e mandante, attribuito dall’accusa a Carlo Maria Maggi,
non trae fondamento da precise e riscontrate chiamate in reità o correità,
in testimonianze o in altri mezzi di prova idonei a stabilire con certezza
l’effettivo collegamento tra il presunto mandante ed l’esecutore materiale
della strage.
Dal Giudice Istruttore e dai giudici di primo grado quel collegamento era
stato individuato nelle dichiarazioni di Carlo Digilio. Se ne è riferito
diffusamente nella parte espositiva della motivazione: in sintesi, Digilio
aveva sostenuto che uno o forse due mesi prima della strage del 17.5.73
Gianfranco Bertoli era stato ospitato, o meglio custodito, per circa una
settimana nell’abitazione di Marcello Soffiati a Verona (via Stella) su
richiesta di Maggi; ivi, anche in presenza del Digilio e dello stesso Maggi,
Bertoli era stato convito e preparato a compiere l’attentato, prima dal
Neami e poi dal Boffelli.
Per i primi giudici tali dichiarazioni dovevano ritenersi intrinsecamente
attendibili e fornite di riscontri.
Non così per i giudici di appello che avevano evidenziato l’interesse
del dichiarante alla chiamata in correità, contraddizioni nel suo racconto,
inattendibilità dello stesso Digilio per via
delle sue sopravvenute condizioni fisiche e psicologiche. Il punto (cioé il
giudizio di attendibilità di quanto dichiarato da Carlo Digilio) è stato
oggetto delle critiche formulate dal Procuratore Generale con il ricorso
per cassazione.
La Suprema Corte, esaminate le argomentazioni del ricorrente e gli
elementi di riscontro indicati, ha confermato quanto deciso dai giudici di
appello dichiarando “non utilizzabili” le dichiarazioni del Digilio nel
riesame dell’impianto accusatorio rilevando che “gli elementi indicati
come riscontro, in realtà, consistono in elementi autonomi di prova che
servono certamente a incrinare la credibilità di Bertoli, come anarchico
individualista lontano da qualsiasi contatto con gruppi associati o
eversivi, ma nulla aggiungono o chiariscono in ordine alla sua presenza
in Verona nella casa di via Stella”.
A questo giudice di rinvio non resta che adeguarsi alla precisa
statuizione della Corte regolatrice.
Le dichiarazioni di Carlo Digilio rimangono utilizzabili, perché ritenute
attendibili e riscontrate (Cass. sentenza di annullamento, pag. 31) solo
sui seguenti punti: 1) può ritenersi certo che Digilio ben conoscesse la
casa di via Stella a Verona e sapeva che il gruppo di O.N. del Veneto la
utilizzava come base per attività di vario genere; 2) l’appartenenza al
gruppo degli odierni imputati, con i rapporti gerarchici indicati e la loro
dedizione all’attività eversiva; 3) i rapporti di conoscenza fra Bertoli e
alcuni esponenti del gruppo Ordine Nuovo.
Il che, se costituisce ulteriore conferma a un quadro già ben delineato,
nulla aggiunge circa il personale e diretto coinvolgimento del Maggi.
Rimangono da esaminare due dati indiziari, sotto certi aspetti
inquietanti ma – è bene dirlo subito – di scarso valore probatorio. Il primo
riguarda la frase attribuita dal teste Mazzari a Rodolfo Mersi; il secondo
l’oggetto e il contenuto della conversazione avvenuta a Venezia, nel
ristorante “lo Scalinetto”, tra Maggi, Boffelli e Digilio due o tre giorni dopo
la strage della Questura.
Il Mazzari, cameriere nello stesso ristorante milanese dove all’epoca
lavorava Rodolfo Mersi, ha ricordato e riferito che la sera del 16 maggio
1973, verso le ore 23, aveva sentito il Mersi pronunciare la seguente
frase al telefono: “pronto dottore, è già arrivato il treno, io sono a casa tra
35/40 minuti”; ha ricordato inoltre che Mersi, per la telefonata, aveva
usato un solo gettone.
Di quella frase è stata prospettata la seguente interpretazione: Mersi
doveva essersi messo in contatto telefonico con Carlo Maria Maggi dato
che questi era chiamato da tutti “dottore” e, infatti, Mersi aveva usato
quel titolo rivolgendosi al suo interlocutore; lo scopo della telefonata
sarebbe stato quello di informare Maggi dell’arrivo di Bertoli, con
l’espressione, per così dire in codice, “è già arrivato il treno”.
Una siffatta interpretazione di quella telefonata sarebbe senz’altro
fantasiosa se non fosse che il Mersi, tentando di fornirne una improbabile
spiegazione, ha finito per attribuirle un qualche significato indiziante.
Rodolfo Mersi ha affermato di avere telefonato alla moglie verso le 22,30
per preannunciarle il proprio ritorno a casa, come era solito fare, e anche
perché in precedenza, sempre per telefono, la moglie lo aveva informato
della visita e della presenza del Bertoli; aveva pronunciato la parola
“dottore” in modo scherzoso riferendosi proprio al Bertoli; aveva parlato
del treno ritenendo che Bertoli, come poi effettivamente avvenuto,
dovesse recarsi alla stazione ferroviaria.
E’ evidente come la spiegazione del Mersi sia tortuosa e inverosimile,
ma per affermare che lo stesso si fosse messo in contatto proprio con
Maggi, per avvertirlo dell’arrivo di chi avrebbe eseguito l’attentato la
mattina successiva, è altrettanto evidente che si dovrebbe ricorrere a una
pura illazione. Del resto è non si può escludere che il Mazzari non abbia
sentito bene o che non abbia riferito esattamente quanto sentito, ovvero
ancora che il Mersi (il quale, si badi, si presentò spontaneamente in
Questura poche ore dopo l’attentato per riferire quanto sapeva su Bertoli)
abbia tentato la sua improbabile spiegazione perché preoccupato a
causa del contatto avuto con l’autore della strage proprio la sera
precedente al fatto.
Carlo Digilio, nelle dichiarazioni rese al Giudice Istruttore, aveva tra
l’altro riferito: “Quando appresi dagli organi di informazione
radiotelevisiva della strage alla Questura di Milano, che mi dite essere
avvenuta il 17.5.73, mi ritrovai a cena al ristorante Lo Scalinetto in modo
del tutto casuale. Questa cena avvenne qualche giorno dopo il 17.5.1973
ma non so precisare il giorno esatto. Maggi ci offrì la cena ma lo vidi
poco loquace, era abbattuto e l’atmosfera era brutta. Si parlò pochissimo.
Ricordo che Maggi chiedeva ripetutamente a Boffelli come mai Bertoli
avesse sbagliato e le cose non fossero andate secondo il programma,
come mai non era stato colpito Rumor. La risposta di Boffelli fu stizzosa
e disse “siamo tutti esseri umani e tutti possiamo sbagliare”. Il dottore
disse a Boffelli che a loro i mercenari non davano affidamento. Boffelli,
ricordo, si risentì anche dicendo che un errore nel lancio poteva
accadere a tutti”.
Anche in questo caso, più che i commenti di Maggi e di Boffelli,
inducono perplessità proprio i tentativi di quest’ultimo di spiegare
diversamente la risposta che aveva dato circa il fallimento dell’attentato:
aveva inteso dire che l’attentatore aveva sbagliato non nel lancio della
bomba ma ad aver commesso quel fatto. E’ chiaro che tale spiegazione
non regge, sicché deve ritenersi certo che Boffelli, con il suo commento,
si riferì alle errate modalità dell’azione, tentando di giustificare l’imperizia
di Bertoli.
Detto questo, però, la Corte non ritiene che i discorsi di Maggi e di
Boffelli allo “Scalinetto” possano costituire indizio univoco del
coinvolgimento dell’imputato (e dello stesso Boffelli), come mandante,
nell’attentato di via Fatebenefratelli. Questa è solo una delle possibili
interpretazioni dell’episodio in questione, ma nulla si oppone a far
ritenere che lo stesso riguardasse semplicemente il commento al fatto,
espresso da persone che, in quei tempi, si può ben dire non facessero
altro se non parlare di attentati e colpi di Stato. Il riferimento ai
“mercenari” può essere alternativamente spiegato con il passato del
Boffelli e con i trascorsi israeliani dell’autore della strage, del quale
furono subito rese note identità e provenienza. L’accenno al
“programma”, in base al quale Bertoli doveva compiere l’attentato, si
ricollega alla parte più significativa, non utilizzabile, delle dichiarazioni del
Digilio
Si tratta, comunque, di un dato indiziario di scarso rilievo in quanto non
connotato dai requisiti di gravità e di concordanza con altri indizi
univocamente valutabili a carico dell’imputato.
La mancanza di specifiche dichiarazioni di contenuto accusatorio
(testimonianze o chiamate in reità/correità) così come di elementi
indiziari gravi, precisi e concordanti (secondo quanto richiesto dall’art.
192.2 C.p.p.) non può essere sopperita dall’attribuzione, con buon grado
di probabilità, dell’ideazione e organizzazione dell’attentato al gruppo
veneziano di Ordine Nuovo e, di conseguenza, al Maggi che di quel
gruppo era il capo. Essere a capo di un’organizzazione che persegue
finalità criminose, eversive nella specie, non può costituire di per sé
prova che di tutte le azioni delittuose a questa riferibili sia penalmente
responsabile chi riveste un ruolo di vertice nell’organizzazione. Tale
condizione personale, come nel caso di Carlo Maria Maggi, costituisce
un dato di fatto idoneo, semmai, a confermare e ad attribuire valore di
prova a un valido quadro indiziario acquisito, integrandolo sul piano
logico, ovvero a fornire risconto (sempre sotto il profilo logico) a chiamate
in reità o correità precise e attendibili.
Secondo questa Corte l’attentato del 17 maggio 1973 deve essere
attribuito, con certezza, all’organizzazione Ordine Nuovo, in specie ai
gruppi del Veneto - con probabilità a quello di Venezia-Mestre – ma, in
presenza di elementi di prova insufficienti, non ritiene si possano
individuare precise e personali responsabilità essendo ragionevolmente
possibile che il mandato ad eseguire l’attentato sia stato conferito al
Bertoli da altri esponenti di gruppi ordinovisti veneti che, come si è
accertato, all’epoca condividevano la “linea stragista”, meditavano
attentati, auspicavano un colpo di Stato e disponevano di consistenti
quantità di armi, munizioni ed esplosivi.
Per Francesco Neami la Corte di Cassazione ha richiamato i seguenti
elementi valutati nelle precedenti sentenze, sostanzialmente gli unici a
disposizione di questo Giudice di rinvio: Neami era stato responsabile del
Centro triestino di Ordine Nuovo; rientrato nel M.S.I., ne era stato
espulso nel 1973 per indisciplina; manteneva contatti con Maggi e Digilio;
aveva ammesso la propria partecipazione nell’episodio dell’avv. Forziati.
Il Neami conosceva bene il covo di via Stella a Verona ancor prima che
Digilio riferisse dell’episodio Forziati; infine la necessità del Maggi di
servirsi di elementi del gruppo di Trieste dato che nel 1973 la cellula di
Mestre era praticamente smantellata.
Tali elementi probatori, come si vede, attengono alla collocazione
politica dell’imputato, alla sua adesione a Ordine Nuovo (gruppo di
Trieste), ai suoi contatti con il Maggi e il Digilio; nulla dicono circa gli
specifici fatti a lui attribuiti nel capo di imputazione (avere cioé
partecipato all’organizzazione dell’attentato del 17.5.73). Tale
imputazione si fondava, e traeva i suoi elementi di prova, sulle
dichiarazioni di Carlo Digilio relative alla permanenza di Gianfranco
Bertoli nell’abitazione di Marcello Soffiati a Verona, dove il Bertoli
sarebbe stato “convinto” e addestrato proprio dal Neami ad eseguire
l’attentato.
La statuita inutilizzabilità di dette dichiarazioni ha fatto venir meno
l’unica risultanza probatoria a carico del Neami il quale per tanto, in
riforma della sentenza appellata, deve essere assolto dall’imputazione di
strage ascrittagli per non avere commesso il fatto, a sensi dell’art. 530.1
C.p.p.
Stante l’insufficienza degli elementi di prova a suo carico, tale essendo
la valenza dei dati raccolti e residuati a seguito dell’impossibilità di
utilizzare la chiamata in correità formulata dal Digilio, anche Carlo Maria
Maggi deve essere assolto dalla imputazione di strage per non avere
commesso il fatto, ma a sensi dell’art. 530, secondo comma, C.p.p.”””
Come la stessa Corte di Cassazione ha rilevato, gli elementi acquisiti a
carico di Giorgio Boffelli sono i seguenti: è risultato che lo stesso aveva
sempre frequentato a Venezia ambienti di estrema destra, che tra il 1966
e 1967 era stato mercenario nel Congo, che fino al 1977 aveva
frequentato la trattoria “lo Scalinetto” dove si incontrava con Maggi,
Digilio e Soffiati; aveva fatto da guardaspalle al Maggi e aveva
intrattenuto rapporti di amicizia con Giampiero Mariga il quale, secondo
Martino Siciliano, si accompagnava con Gianfranco Bertoli. Il Boffelli,
qualche giorno dopo l’attentato, rispondendo al Maggi che voleva
spiegazioni, aveva tentato di giustificare il Bertoli sostenendo che a tutti
poteva accadere di sbagliare. Boffelli, nei suoi interrogatori, aveva
ammesso di aver pronunciato quella frase ma le aveva attribuito un
diverso significato. Infine il Boffelli aveva mostrato di sapere che Bertoli
parlava la lingua ebraica; aveva spiegato di aver appreso quel particolare
dalla lettura di un quotidiano ma, come giustamente osservato dalla
Corte d’assise, quel riferimento il Boffelli lo aveva fatto al G.I. quando la
notizia che Bertoli conosceva l’ebraico non era stata ancora pubblicata.
Osserva questa Corte che, come per il Neami, anche per Giorgio
Boffelli l’imputazione di concorso nella strage compiuta da Gianfranco
Bertoli il 17 maggio 1973 era esclusivamente fondata, e ne traeva unico
ma decisivo elemento di prova, sulle dichiarazioni rese da Carlo Digilio
secondo cui il Boffelli aveva preso parte alla “custodia” del Bertoli
nell’abitazione di Marcello Soffiati a Verona,in via Stella. Ivi l’autore
materiale della strage, a detta del Digilio, era rimasto per circa una
settimana, uno o due mesi prima dell’attentato alla Questura di Milano,
ed era stato convinto e addestrato, sia dal Neami che dal Boffelli, proprio
in vista dell’esecuzione di detto attentato.
La Suprema Corte, con la motivazione della sentenza di annullamento,
ha statuito la non utilizzabilità delle dichiarazioni del Digilio sullo specifico
punto di cui sopra stante la carente attendibilità intrinseca del dichiarante
e la mancanza, comunque, di adeguati elementi di riscontro ai fatti riferiti.
Esclusa, dunque, la chiamata in correità formulata da Carlo Digilio, a
carico del Boffelli residuano solo elementi del tutto generici, riferibili alla
sua appartenenza al gruppo veneziano di Ordine Nuovo, alla sua
assidua frequentazione di personaggi che a quel gruppo facevano capo
all’epoca dei fatti, in particolare di Carlo Maria Maggi al quale l’imputato
faceva da guardaspalle, infine la conoscenza con Gianfranco Bertoli,
probabilmente da lui incontrato anche nel periodo in cui lo stesso Bertoli
ha sostenuto di non avere mai lasciato lo Stato di Israele.
E’ ovvio che l’accertata appartenenza del Boffelli a quel gruppo, avente
finalità eversive, nulla prova in ordine alla specifica imputazione di avere
concorso nell’organizzazione dell’attentato di via Fatebenefratelli.
Nè tale prova può essere ravvisata nell’unico episodio, per così dire
indiziante, relativo al colloquio avuto dal Boffelli con il Maggi (presente il
Digilio e da questi riferito) nel ristorante “lo Scalinetto” a Venezia due o
tre giorni dopo la strage del 17 maggio 1973. Al riguardo si richiamano le
considerazioni fatte nella sentenza in data 1.12.2004 riportata
integralmente e le si ribadiscono con riferimento all’imputato: il tentativo
di questi di spiegare o giustificare l’errore compiuto da Bertoli nel lancio
della bomba (“tutti possono sbagliare”), sollecitato in proposito da una
domanda di Carlo Maria Maggi, deve ritenersi dato indiziario irrilevante
sia di per sé (è ben possibile che Maggi e Boffelli si fossero limitati
a commentare l’attentato - cosa tutt’altro che eccezionale visto che
nell’ambiente non si parlava che di attentati e di colpi di Stato - il che non
prova in alcun modo che fossero stati proprio loro gli organizzatori e i
mandanti) sia perché non correlato con altri indizi gravi, precisi e
concordanti a Carico del Boffelli.
L’imputato, per tanto, in riforma della sentenza appellata, deve essere
assolto dalla imputazione di strage a lui in concorso ascritta per non
avere commesso il fatto.
P.Q.M.
la Corte,
visto gli artt. 88 e 479 C.p.p. 1930, decidendo in sede di rinvio - e nei
limiti stabiliti dalla sentenza di parziale annullamento della decisione di
secondo grado emessa il 27 settembre 2002 dalla Corte d’assise di
Appello di Milano - sull’appello proposto da Boffelli Giorgio contro la
sentenza in data 11 marzo 2000 dalla Corte d’assise di Milano, in riforma
della sentenza appellata, assolve Boffelli Giorgio dall’imputazione di
strage ascrittagli per non avere commesso il fatto.
Indica il termine di giorni 60 per il deposito della sentenza.
Milano 22 febbraio 2005.
ll Consigliere estensore Il Presidente
(dr.Ferdinando Pincioni) (Dr.Camillo Passerini)