La sconfitta della giustizia: come annullare il lavoro investigativo sull’eversione di destra e sullo stragismo di Stato approfittando di mille cavilli e dell’operato di giudici “apolitici”. Storia delle responsabilità accertate sull’attentato alla Questura di Milano del 17 maggio 1973. Riassunto/sentenza dei tre gradi di giudizio che non sono riusciti a inchiodare i responsabili politici della strage

 

 

QUANDO RUMOR DOVEVA MORIRE

 

 

 

TRIBUNALE DI MILANO – MOTIVAZIONI DEL GIUDICE DEL RINVIO

Processo a carico di Gianfranco Bertoli per l’attentato di Via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973

 

 

Cap. 1.00

 

FATTO E SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

 

Boffelli Giorgio è stato condannato alla pena dell’ergastolo con sentenza in data 11 marzo 2000 della 5^ Corte d’assise di Milano che lo ha ritenuto e dichiarato responsabile del delitto di strage commesso in Milano il 17 maggio 1973 in concorso con Maggi Carlo Maria e Neami Francesco, nonché con Bertoli Gianfranco, autore materiale, e altri.

Lo stesso Boffelli, unitamente al Maggi e al Neami, con sentenza della 3^ Corte d’assise di Appello di Milano in data 27 settembre 2002, è stato assolto da tale imputazione per non avere commesso il fatto.

Accogliendo su alcuni punti il ricorso proposto dal Procuratore Generale, la Suprema Corte di Cassazione, con sentenza in data 11 luglio 2003, ha annullato la sentenza pronunciata in grado di appello rinviando per un nuovo giudizio, nei confronti dei tre imputati e per il solo reato di strage, ad altra sezione della Corte d’assise di Appello di Milano.

 

I fatti

 

L’accusa di concorso nel delitto di cui all’art. 422 C.P. ascritta agli imputati si riferisce al gravissimo episodio che ebbe in Gianfranco Bertoli l’esecutore materiale dell’attentato compiuto in Milano il 17 maggio ’73 in prossimità dell’ingresso della Questura in occasione della cerimonia in memoria del commissario Luigi Calabresi, ucciso esattamente un anno prima.

Circa alle ore 11 di quel giorno un individuo che sostava sul marciapiedi opposto all’ingresso della Questura, in via Fatebenefratelli, lanciava un ordigno esplosivo, poi risultato una bomba a mano, in direzione dell’ingresso stesso. L’esplosione cagionava la morte di quattro persone (Bortolon Gabriella, Panzino Giuseppe, Masarin Federico e Bertolazzi Felicita) oltre al ferimento di altre quarantacinque.

 

 

L’attentatore, subito fermato e trovato in possesso di un passaporto intestato a tale Magri Massimo, dichiarava di chiamarsi Bertoli Gianfranco, che quel passaporto era falso, di provenire da un kibbutz di Israele, di essere un “anarchico individualista”, di aver acquistato quella stessa mattina del 17 maggio il Corriere della sera venendo così a sapere che il giorno stesso, alle 10,30 , vi sarebbe stata la cerimonia in Questura e di essere giunto in via Fatebenefratelli alle 10,40 essendo sua intenzione raggiungere il luogo a cerimonia iniziata. Ritenendo che questa si sarebbe protratta, era andato in un bar nei pressi per bere un cognac ma, accortosi che la cerimonia era terminata e che alcune auto stavano uscendo sulla strada, si era avvicinato in fretta all’ingresso della Questura e dal marciapiede opposto aveva lanciato la bomba che, essendo risultato corto il lancio, era rotolata lateralmente all’ingresso per cinque o sei metri esplodendo tra gli astanti e non contro le vetture delle autorità.

 

Fin dal primo interrogatorio il Bertoli affermava che il Ministro degli Interni On. Mariano Rumor era uno dei bersagli dell’attentato; precisava inoltre di essere arrivato a Milano il giorno prima, proveniente - via Marsiglia - da un kibbutz israeliano dove era rimasto ininterrottamente per circa due anni (dal 22.6.1971 all’8.5.1973), di aver portato con sé la bomba a mano tipo “ananas” trafugata in precedenza nel kibbutz e, al riguardo, forniva spiegazione dei sistemi usati per non far scoprire l’ordigno in occasione dei controlli cui era stato sottoposto alle frontiere.

Si premette che, nell’udienza del 10 novembre 2004, su istanza del difensore (che allegava congrua documentazione medica) e sentito il Procuratore Generale, era separata la posizione di Giorgio Boffelli per disporre perizia medico-legale intesa ad accertare se lo stesso, stante le sue attuali condizioni fisiche e mentali, fosse in grado di partecipare coscientemente al processo, in vista di una eventuale sospensione dello stesso.

L’incarico peritale, con il relativo quesito, era affidato ai dottori Paolo Bianchi e Lia Radaelli nell’udienza, all’uopo fissata, del 18 novembre 2004; la Corte, assegnato un termine ai periti, fissava quindi l’udienza del 22 febbraio 2005 per la loro audizione e per la prosecuzione del processo ovvero per la sua sospensione a sensi dell’art. 88 C.p.p. 1930.

 

A detta udienza i periti rassegnavano le seguenti conclusioni confermando la relazione scritta: “A seguito di una demenza frontotemporale il sig. Boffelli Giorgio possiede al momento una capacità di intendere e volere, ancorché non abolita, di certo grandemente scemata.

Tale patologia risulta congruente con l’esame effettuato dai sottoscritti e dalla storia clinica del soggetto, per come è documentata, e dalle risultanze dei più recenti accertamenti clinici.

L’assenza di critica adeguata, il grave deficit della memoria, come pure la alternante confusione del pensiero, il disorientamento, la critica inadeguata e quanto descritto sopra, inducono ad affermare che sia anche abolita la capacità del Sig. Boffelli di adeguatamente partecipare al dibattimento.

Per quanto riguarda la prognosi della patologia descritta, gli elementi di conoscenza di cui si dispone inducono a dire che questa sia certamente cronicizzata, e verosimilmente non solo stazionaria nel tempo, ma con un andamento ingravescente”.

 

 

Il Procuratore Generale chiedeva che il processo, pendente in questa fase di rinvio, fosse sospeso a sensi del citato art. 88 C.p.p. Rilevato che la norma di rito in questione così recita: “Quando l’imputato viene a trovarsi in tale stato di infermità di mente da escludere la capacità di intendere o di volere, il giudice, se non deve pronunciare sentenza di proscioglimento (artt. 378, 479), dispone con ordinanza, in ogni stato e grado del procedimento di merito, la sospensione del procedimento”, la Corte, accogliendo la richiesta della difesa dell’imputato, ha ritenuto di poter giudicare nel merito, indipendentemente dalle condizioni mentali del Boffelli, sussistendo tutte le condizioni per una pronuncia di proscioglimento, nella specie per non avere commesso il fatto. Ciò tenuto conto, in particolare, di quanto ritenuto dalla Corte di Cassazione con la sentenza di annullamento, di tutte le risultanze processuali e della sentenza emessa da questa stessa Corte d’assise di Appello in data 1.12.2004, con cui assolveva (per non avere commesso il fatto) dalla medesima imputazione i coimputati Maggi e Neami.

 

Poiché il quadro probatorio afferente all’imputazione di strage per cui si procede, relativo sia al contesto generale sia a taluni elementi indiziari, è sostanzialmente il medesimo già esaminato per i coimputati, si ritiene di dover riportare di seguito l’intera motivazione della citata sentenza in data 1.12.2004, per poi trattare della posizione personale di Giorgio Boffelli.

 

 

 

L’ISTRUTTORIA

 

Il Giudice Istruttore, rilevate nel racconto del Bertoli palesi incongruenze e contraddizioni, conclusa l’istruttoria e, con ordinanza in data 30.7.1974, disposto il rinvio a giudizio dello stesso Bertoli (in seguito condannato alla pena dell’ergastolo), stralciava gli atti che – come si legge nell’ordinanza/sentenza in data 18.7.1998 – inducevano a ritenere l’esistenza di mandanti dietro l’esecutore materiale, proseguendo quindi le indagini istruttorie che infine porteranno all’incriminazione degli attuali imputati.

 

I dubbi sulla effettiva corrispondenza al vero del racconto di Gianfranco Bertoli riguardavano in particolare:

il fatto che l’esecutore materiale dell’attentato si fosse davvero procurato la bomba a mano in Israele, pur essendo accertato che l’ordigno era effettivamente di produzione israeliana, dato che dalle indagini svolte era risultato che negli ultimi anni nessun furto era stato commesso nell’armeria del kibbutz, nella quale per altro non erano custodite bombe, e che esercitazioni militari non erano state mai compiute con quel tipo di armamento; appariva inoltre improbabile che Bertoli avesse corso il rischio di superare varie frontiere portando con sé la bomba, tra l’altro sbarcando in Francia, a Marsiglia, quando ben avrebbe potuto sbarcare a Genova dove la nave “Dan”, proveniente dal porto di Haifa dove si era imbarcato, aveva fatto scalo;

la natura e l’origine del passaporto di cui Bertoli era in possesso, un documento intestato a Massimo Magri – esponente del partito marxista/leninista italiano – provento di furto e falsificato; ad avviso del G.I. era improbabile che Bertoli fosse potuto espatriare e rientrare in Italia, superando numerose frontiere, oltre ai meticolosi controlli operati dalle autorità israeliane, utilizzando quel documento;

cosa avesse fatto Gianfranco Bertoli nei giorni precedenti alla strage dato che era pacificamente risultato che lo stesso era sbarcato a Marsiglia il 13 maggio ’73, che aveva preso una camera nell’Hotel du Rhone per tre notti, cioè fino al 16 maggio, ma dove, pur pagando per l’intero soggiorno, si era trattenuto una sola notte; da Marsiglia il Bertoli era partito in treno la mattina del 16 maggio raggiungendo Milano  intorno alle ore 16 e prendendo alloggio in una pensione di Via Vitruvio;

non aveva quindi chiarito cosa avesse fatto a Marsiglia nei giorni precedenti e chi avesse eventualmente incontrato sia nella città francese sia a Milano;

neppure era certo che Bertoli avesse agito da solo la mattina del 17 maggio ponendosi in contrasto con la sua versione quanto dichiarato dal teste Gemelli il quale, verso le 9,50 , aveva osservato l’attentatore sul marciapiede antistante la Questura affiancato da due individui;

oscuro era poi l’episodio dell’incontro del Bertoli – la sera precedente all’attentato – con Rodolfo Mersi, sindacalista della Cisnal e confidente della Polizia.

Quest’ultimo (testimonianza Mazzari) alle ore 23 circa del 16 maggio aveva fatto una telefonata dal ristorante dove lavorava pronunciando la frase “pronto dottore, è già arrivato il treno, io sono a casa tra 35/40 minuti”. Il Mersi, affermando che il Mazzari aveva equivocato, aveva dichiarato al G.I. di aver parlato per telefono verso le22,30 con la moglie la quale in precedenza lo aveva avvertito dell’arrivo di Bertoli; aveva così chiesto alla moglie se l’amico doveva prendere il treno dato che il Bertoli aveva detto che a mezzanotte doveva trovarsi alla stazione; la parola “dottore” l’aveva pronunciata per scherzo riferendosi al Bertoli.

Dubbi, infine, anche sulle modalità e circostanze con cui Bertoli era entrato in possesso del passaporto falso, nonché su come avesse potuto espatriare con una certa facilità in Israele il che, tenuto conto che ciò era avvenuto con l’aiuto di persone in contatto con i servizi segreti italiani e israeliani, prospettava la possibilità che Bertoli fosse fuggito dall’Italia con la protezione dei Servizi.

Per quanto attiene alla collocazione politica di Gianfranco Bertoli, in contrasto con l’affermazione di questi di essere un “anarchico individualista”, le indagini del G.I. consentivano di accertare rapporti tra lo stesso Bertoli ed elementi dell’estrema destra veneta, appartenenti a Ordine Nuovo, segnatamente con Sandro Sedona ed Eugenio Rizzato.

In effetti era risultato che il Sedona e il Bertoli, entrambi di Mestre e frequentatori degli stessi ambienti, in un comune periodo di detenzione in carcere avevano condiviso la stessa cella. Il Sedona, al riguardo, dichiarava al G.I. di aver conosciuto il Bertoli in carcere nel 1963, di non aver instaurato con lui rapporti di amicizia, di non averlo mai sentito parlare di politica tanto che, dopo aver appreso dalla lettura dei giornali che il Bertoli si era qualificato come anarchico, era rimasto assai sorpreso.

Gli accertamenti disposti dal G.I. hanno riguardato, in particolare, un altro punto della versione di Gianfranco Bertoli, quello secondo cui lo stesso – come sempre sostenuto – nei circa due anni che precedettero la strage di via Fatebenefratelli, aveva vissuto nel kibbutz israeliano di Karmia, sito in prossimità della “striscia di Gaza”, da dove non si era mai mosso se non per raggiungere l’Italia, via Marsiglia, nell’imminenza del 17 maggio ’73 e dell’attentato.

In proposito, gli esiti delle indagini, ritenuti come smentite delle affermazioni del Bertoli, avevano consentito di accertare non solo l’esistenza di contatti epistolari dello stesso con soggetti residenti in Italia ma anche, sia documentalmente che mediante testimonianze, che il Bertoli, nel periodo in questione, era stato sia in Francia (Marsiglia e Parigi), sia in Italia.

 

Nello specifico: il G.I. ha richiamato le dichiarazioni rese da Borelli Giuseppe, confidente della polizia e autista dell’avv. Giancarlo De Marchi di Genova, quest’ultimo indicato da alcuni testimoni come finanziatore di movimenti eversivi di estrema destra. Il Borelli, già sentito in precedenza, nel marzo 1976 si era presentato spontaneamente al G.I. e aveva affermato che, vedendo la foto di Bertoli nella rivista “Panorama”, non solo lo aveva riconosciuto ma aveva ricordato di averlo visto due volte a Recco nel 1973; nella prima di tali occasioni Bertoli era in compagnia di Pietro Benvenuto che lo aveva presentato come amico spagnolo; il Benvenuto successivamente negherà il fatto smentendo le affermazioni del Borelli.

Sulla presenza di Gianfranco Bertoli in Italia, nel periodo in cui questi – secondo le sue affermazioni – non si sarebbe mosso dal kibbutz israeliano, il 16.2.75 il G.I. assumeva la testimonianza di Sorteni Giorgio; questi premetteva di aver conosciuto il Bertoli nel 1953, quando lo stesso commetteva rapine in danno di omosessuali, che lo stesso Bertoli nel ’54 lo aveva messo in contatto con il brigadiere Fanutza il quale gli aveva proposto di svolgere attività di informatore dietro compenso mensile di 50.000 lire, attività che anche il Bertoli svolgeva; aveva accettato e aveva fatto l’informatore con il nome di copertura “Sergio”; smentiva l’affermazione di Bertoli, riportata dai giornali, secondo cui questi sarebbe rimasto ininterrottamente in Israele dal febbraio 1971 al maggio ’73, affermando con certezza (facendo anche riferimento temporale a un’operazione commerciale conclusa a Mestre) di averlo incontrato nei pressi della stazione di Mestre in un giorno compreso tra il 25 maggio e l’8 giugno 1972. Quanto affermato dal testimone ha trovato conferma nelle dichiarazioni del fratello, Sorteni Tommaso, il quale ha ricordato di essersi incontrato, insieme al fratello, con Gianfranco Bertoli nei pressi della stazione di Venezia nella primavera del 1972.

Il G.I. individuava altri elementi di prova idonei a smentire l’affermazione del Bertoli di essere rimasto nel kibbutz in Israele per un periodo continuativo di circa due anni: risultava infatti che Gianfranco Bertoli dal 10 al 20 novembre 1971 era stato registrato come ospite dell’Hotel du Rhone di Marsiglia. La testimonianza resa per rogatoria da Serra Santolo, detenuto in Francia, forniva ulteriore conferma: il Serra, riconosciuto il Bertoli nella fotografia riportata dai giornali dopo la strage, indicava lo stesso come la persona da lui incontrata casualmente a Parigi un mese prima del proprio arresto (avvenuto il 18 settembre 1971); il teste ricordava in particolare che Bertoli, dopo essersi trattenuto con lui in un bar, si era allontanato in compagnia di una donna e di due uomini a bordo di una Wolksvagen bianca.

 

Nell’ambito di tale campo di indagine il G.I. ha attribuito particolare importanza alle dichiarazioni rese da Cavallaro Roberto, sentito più volte e da ultimo il 17.1 e il 17.2.75. Nel corso di questi due interrogatori il Cavallaro aveva ricordato che una volta, probabilmente verso la fine del 1973, aveva sentito dire da Amos Spiazzi o da altra persona presente che qualcuno aveva programmato di uccidere il Ministro degli Interni Mariano Rumor nella sua villa di Pianezze, nel vicentino. Il Cavallaro aveva anche precisato che in tale occasione insieme allo Spiazzi vi era un esponente di Ordine Nuovo, Massagrande o Bizzarri; l’episodio di che trattasi era avvenuto sicuramente nell’aprile del ’73 nella caserma di Montorio Veronese; si era parlato sia di Rumor che di un altro uomo politico per l’eliminazione dei quali, secondo l’opinione dello Spiazzi, occorreva un’azione di nucleo.

 

Il Cavallaro, preso atto che dalla trascrizione del colloquio avvenuto a Lugano il 29.3.74 tra Lercari e il cap. Labruna del SID risultava che tra la fine di giugno e i primi di luglio 1973 vi era stata una riunione al ristorante Savini di Milano nella quale era stata pronunciata la frase “attendevamo l’attentato a Rumor e non c’è stato alcun attentato a Rumor”, aveva negato di aver preso parte a detta riunione pur non escludendo che con tale frase si fosse fatto riferimento all’attentato compiuto da Bertoli davanti alla Questura di Milano.

 

Infine il Cavallaro aveva dichiarato che l’organizzazione della quale aveva fatto parte era nata nel 1964, dopo il fallimento del “Piano Solo”; di essere entrato in contatto con l’organizzazione per il tramite dello Spiazzi e che il suo incarico era quello di contattare ufficiali di un certo indirizzo mentale e politico per legarli ai programmi dell’organizzazione stessa; questa non era la “Rosa dei Venti” ma un’organizzazione che usava per i propri fini gruppi di estrema destra, tra i quali anche la “Rosa dei Venti”; fine principale dell’organizzazione, che faceva capo a strutture di sicurezza dello Stato e a servizi segreti anche stranieri, era il cambiamento della gestione del potere in Italia mediante la strategia della tensione.

 

Nel corso della lunga e complessa istruttoria erano compiuti alcuni accertamenti presso il Servizio Informazioni Difesa (S.I.D.). Tali accertamenti, di cui il G.I. ha dato ampio conto nella motivazione dell’ordinanza conclusiva, possono essere così riassunti: Il 25 ottobre 1974 il capitano Antonio Labruna aveva fornito al Giudice Istruttore del Tribunale di Padova la fotocopia della trascrizione del colloquio avvenuto a Lugano il 29.3.74 tra lo stesso Labruna e Attilio Lercari. Trasmesso tale documento al Giudice Istruttore di Milano, questi il 17.12.74 aveva sentito il Labruna il quale aveva precisato che Lercari, che aveva consentito alla registrazione, nel corso di quel colloquio aveva affermato che alla riunione tenutasi a Milano nel ristorante Savini erano intervenuti, oltre allo stesso Lercari, Amos Spiazzi, il De Marchi, il Rizzato e tale Palinuro, oltre a un giovane appartenente a un gruppo della destra extraparlamentare di Milano.

 

Contestualmente il capitano Labruna aveva consegnato al G.I. la trascrizione integrale del colloquio e tre veline relative agli accertamenti compiuti in relazione ai fatti riferitigli dal Lercari.

 

In altra copia di detta trascrizione, successivamente consegnata sempre dal capitano Labruna, risultava l’annotazione apposta dal colonnello Romagnoli a commento e spiegazione della frase “noi attendevamo l’attentato a Rumor e non c’è stato alcun attentato a Rumor” secondo cui il Lercari probabilmente si riferiva al fatto che l’uccisione dell’agente Marino e l’attentato di Bertoli non avevano prodotto i risultati sperati, vale a dire una situazione di emergenza e il conseguente intervento delle Forze Armate.

 

Antonio Labruna, sentito altre tre volte dal G.I. (18.1, 5.11 e 16.11.1991), dopo aver spiegato che egli era stato capo del Nucleo Operativo Diretto (N.O.D.) e di aver operato agli ordini del generale Maletti, capo del Reparto D, riferiva che dal 16 gennaio 1973 aveva avuto numerosi colloqui, in tutto sei o sette, con Remo Orlandini, colloqui che aveva registrato e fatti trascrivere; precisava il Labruna che sia i nastri che le trascrizioni erano stati trasmessi al colonnello Romagnoli, capo della terza sezione del S.I.D. il quale aveva l’incarico di coordinare le indagini sotto la direzione del Maletti. Il Labruna non era in grado di spiegare il perché all’Autorità giudiziaria fossero stati consegnati solo due di quei nastri, relativi ai colloqui con Remo Orlandini. In seguito il G.I. accerterà che i colloqui registrati erano stati almeno dieci ed erano avvenuti nell’arco di tempo compreso tra il 16.1 e il 28.6.1973. I relativi nastri erano infine acquisiti nel 1991 per il tramite del giornalista Norberto Valentini e successivamente del Labruna.

 

Quanto al numero e all’oggetto di tali colloqui il G.I. assumeva le testimonianze dei marescialli del N.O.D. Di Gregorio Paolo e Giuliani Nicola, ai quali era stato affidato l’incarico di ascoltare e trascrivere le registrazioni effettuate dal cap. Labruna; dalle loro dichiarazioni il G.I. desumeva che i colloqui registrati erano stati undici, sicché era mancante un nastro, dato che i due sottufficiali avevano riferito che in una delle registrazioni, non compresa tra quelle consegnate, in un colloquio Labruna/Orlandini si era fatto riferimento a un attentato al ministro Rumor, progettato dall’Orlandini. Entrambi i testi avevano anche riferito di essere rimasti sorpresi dall’oggetto di quel colloquio, tanto che l’avevano commentato con espressioni del tipo “ma quello è pazzo”, riferendosi all’Orlandini.

 

 

A seguito delle dichiarazioni rese da Giorgio Sorteni il 25 febbraio ’75 avanti la Corte d’assise di Milano, l’ammiraglio Casardi, capo del S.I.D., confermava con una missiva che il Bertoli era stato un informatore del S.I.F.A.R. nel periodo dal novembre 1954 e che quella sua attività era cessata nel marzo 1960 a causa dello scarso rendimento fornito.

In proposito il G.I., nel corso di un accesso agli archivi del SISMI compiuto nel 1991, accertava che appunto il Bertoli aveva collaborato con il SIFAR nel periodo suddetto, sotto il nome convenzionale “Negro”, e che in tale veste aveva fornito informazioni circa le attività che erano svolte in alcune sedi del Partito Comunista Italiano, in cui si era infiltrato.

Erano rinvenuti anche alcuni appunti allegati a rapporti inseriti nel fascicolo del Bertoli; tra questi uno datato 1.6.73 a firma Viezzer (colonnello, all’epoca capo della segreteria del reparto D) del seguente letterale tenore: “da cap. Di Carlo – prega di non dare all’autorità giudiziaria, se non importante ed indispensabile, le notizie sul Bertoli contenute nell’allegato due”, nonché altro, siglato dal generale Maletti in data 21 maggio, con l’annotazione “Viezzer – non farne uso per ora”.

 

Da un documento rinvenuto negli archivi del SISMI il G.I. riteneva di poter desumere che in realtà il Bertoli aveva proseguito la propria attività di informatore fino al 1966 o, comunque, era stato riassunto in servizio fino a quell’anno. Infatti nella scheda “titolo 225, sottotitolo 4, pratica 4bis - segreteria anno 1966 - oggetto informatore “Negro” - era apposta l’annotazione “cessato” scritta di pugno dal colonnello Viezzer.

 

Quest’ultimo, sentito l’8 novembre 1991, affermava di aver apposto sulla scheda detta annotazione sicuramente dopo il giugno ’71 e, considerato che la scheda recava la data del 1966, deduceva che la collaborazione con l’informatore Negro doveva essere ancora in corso in quell’anno. Il Viezzer affermava tra l’altro che nel periodo in cui erano avvenuti i colloqui tra l’Orlandini e il capitano Labruna aveva sentito parlare di un progetto di attentato in danno dell’On. Rumor ma non era in grado di ricordare chi gliene avesse parlato. Personalmente non si era interessato delle indagini su Bertoli dopo la strage della Questura.

 

Attività di indagine sull’autore materiale dell’attentato erano state compiute dal colonnello dei carabinieri Di Carlo Vitaliano, all’epoca in servizio al SID; questi aveva ricordato che, immediatamente dopo la strage, era stato inviato dal generale Maletti in Israele per svolgere indagini; di queste aveva riferito con un lungo rapporto, acquisito presso il SISMI, nel quale aveva precisato che Gianfranco Bertoli era collocato su posizioni di estrema sinistra e che lo stesso in Israele aveva avuto contatti con i fratelli Jemmy, dei quali però non aveva accertato rapporti con Ordine Nuovo.

 

Procedendo dagli elementi di perplessità ingenerati dalla versione di Gianfranco Bertoli circa il proprio espatrio nonché tenuto conto delle testimonianze relative alla sua presenza in Italia (non solo quelle del Borelli e dei fratelli Sorteni ma anche di chi lo aveva incontrato a Parigi, infine degli accertamenti della polizia francese su sue saltuarie presenze a Marsiglia) il G.I. svolgeva ulteriori indagini per appurare in quale modo il Bertoli fosse riuscito ad essere ammesso nel kibbutz di Karmia in Israele.

 

Gli accertamenti, sia di natura documentale che testimoniale, consentivano di acclarare che il Bertoli aveva ottenuto in pochi giorni e con facilità, inusuale quanto sospetta, l’autorizzazione ad emigrare nello stato di Israele e l’assegnazione al kibbutz, in contrasto con la procedura normalmente seguita, consistente in lunghi e meticolosi accertamenti e visite mediche. Tutto ciò induceva il G.I. a ipotizzare che il Bertoli, per quel suo espatrio e sistemazione in Israele, avesse fruito dell’appoggio dei Servizi Segreti italiani con i quali risultava aver collaborato certamente fino al 1966 e con tutta probabilità fino al 1971.

 

La citata ordinanza/sentenza del G.I. di Milano dedica ampio spazio alle dichiarazioni, ritenute di notevole interesse, rese nel corso dell’istruttoria da Vincenzo Vinciguerra, da Giuseppe Albanese e da Ettore Malcangi, oltre alle deposizioni testimoniali dell’On. Mariano Rumor e del Senatore Paolo Emilio Taviani.

 

Vincenzo Vinciguerra, sentito dal G.I. il 3 gennaio e il 5 febbraio 1992, teneva a chiarire di non essere né un dissociato né un pentito ma solo di aver voluto dimostrare per amore di verità, anche scrivendo il libro “Ergastolo per la libertà”, che la linea stragista, quella che sarebbe stata definita “strategia della tensione”, era perseguita da appartenenti agli apparati di sicurezza con l’intento di destabilizzare la situazione politica e dell’ordine pubblico, creando con gli attentati e le stragi, caos, insicurezza e sentimenti di ribellione da cui sarebbe derivata la necessità di uno stato forte, di svolte autoritarie con le relative leggi di emergenza.

 

Il Vinciguerra confermava quanto in precedenza, nel 1984, aveva dichiarato ai Giudici Istruttori di Venezia e Bologna e cioè che Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi per ben tre volte gli avevano proposto di compiere un attentato alla vita dell’On. Mariano Rumor.

 

Ciò era avvenuto una prima volta nel 1971 fuori dal ristorante Diana, sito tra Udine e Trigesimo, la seconda volta a Udine nell’autunno dello stesso anno, infine nel febbraio/marzo ’72; gli era stato assicurato che avrebbe potuto introdursi agevolmente nella villa dell’On. Rumor dato che la scorta del ministro non gli avrebbe creato problemi; egli non aveva aderito a quelle proposte sia perché non aveva compreso il senso politico di quell’attentato sia perché aveva sospettato che questo potesse riguardare più una logica di conflitto di potere all’interno di apparati statali che un’azione politica rivoluzionaria; aveva inoltre avuto il sentore di un coinvolgimento dei servizi segreti tenuto conto della connivenza della scorta del ministro così come gli era stato fatto intendere.

 

Il Vinciguerra ha, tra l’altro, affermato che, successivamente alla strage compiuta davanti alla Questura di Milano, negli ambienti dell’estremismo di destra Gianfranco Bertoli era indicato come persona vicina a Ordine Nuovo.

 

Giuseppe Albanese, sentito dal G.I. nel carcere di Volterra il 20 giugno ’92, dichiarava che dopo la strage era stato detenuto a lungo con il Bertoli il quale, gradualmente, gli aveva confidato di essersi spacciato per elemento della sinistra allo scopo di sviare le indagini; che, in realtà, era andato in Israele per combattere il terrorismo di sinistra; che erano stati i servizi segreti italiani, in contatto con quelli israeliani, a favorire il suo espatrio ed il suo soggiorno nel kibbutz; che poteva lasciare il kibbutz e lo stato di Israele quando voleva, cosa che aveva fatto alcune volte; che la bomba a mano utilizzata nell’attentato alla Questura gli era stata fornita da un camerata di Milano e che un gruppo di camerati aveva il compito di coprirlo la mattina del 17 maggio ’73 al momento dell’attentato e di favorirgli la fuga; che il suo scopo era quello di attentare alla vita dell’On. Rumor; che, infine, era stato istruito su ciò che avrebbe dovuto dire nel caso fosse stato catturato, cioè di essere un anarchico e di avere agito da solo.

 

Angelo Izzo, sentito il 23 aprile e il 10 giugno 1994, riferiva che in un giorno non precisato del maggio ’73 Enzo Dantini si era fatto consegnare cinque o sei milioni di lire (parte del provento di una rapina) perché doveva consegnarli a Marsiglia a un individuo per un’azione clamorosa che avrebbe dovuto essere commessa a Milano. Qualche tempo dopo, nel corso di colloqui nei quali gli aveva rivelato alcuni particolari al riguardo, Dantini gli aveva detto che l’uomo con cui si era incontrato a Marsiglia era il Bertoli, che l’attentato era diretto a uccidere il ministro Rumor, che Bertoli aveva commesso un errore nel lanciare la bomba, che lo stesso non avrebbe mai confessato la vera matrice dell’attentato, che al momento dell’azione si trovavano nei pressi, in funzione di appoggio, alcuni camerati; che, secondo quanto prestabilito, il Bertoli dopo l’attentato doveva essere condotto in una località del Veneto in una casa di cui disponeva un camerata esperto in arti marziali e che, proprio per tale ragione, era soprannominato “Samurai”; Izzo aggiungeva che, se l’attentato fosse riuscito, non si escludeva l’eliminazione del Bertoli per mano di lui stesso Izzo e del Ghira.

 

Malcangi Ettore, sentito il 3 luglio 1995, riferiva che Carlo Digilio (persona con la quale era espatriato clandestinamente a Santo Domingo) gli aveva parlato di una riunione nei primi mesi del 1973, a Verona, alla quale avevano preso parte anche il Fumagalli, Spiazzi e Frasca, generale dei carabinieri, e che quella riunione era preparatoria di un evento importante, come un colpo di Stato. Malcangi dichiarava di aver appreso da Marco Rebosio che era stato Giuliano Bovolatoconsegnare la bomba al Bertoli il giorno precedente l’attentato. Il Rebosio ammetterà di aver fatto parte delle Squadre d’Azione Mussolini (S.A.M.) sostenendo però di non ricordare, dato il lungo tempo trascorso, se Bovolato gli avesse detto di aver consegnato la bomba al Bertoli.

 

 

L’On. Mariano Rumor, presunto bersaglio dell’attentato del 17.5.73, dichiarava di non aver mai sentito parlare della preparazione di un attentato nei suoi confronti anche se ben capiva la ragione per cui estremisti di destra potessero coltivare tali propositi posto che egli, nella sua qualità di Ministro degli Interni, aveva contrastato attivamente le violenze della destra eversiva, tanto da aver presentato alla magistratura romana un esposto contro Ordine Nuovo per violazione della legge Scelba; a seguito di quell’esposto, nel novembre 1973, quel movimento era stato sciolto con decreto del ministro degli interni pro tempore, On. Paolo Emilio Taviani.

 

 

Quest’ultimo, in relazione all’attentato compiuto dal Bertoli, escludeva che lo stesso potesse aver agito alle dipendenze dei servizi segreti israeliani dato che questi erano soliti agire direttamente ed esclusivamente per un loro esclusivo interesse. Non riteneva che Bertoli avesse agito da solo e di propria iniziativa, suggerendo di indagare su eventuali contatti tra il Bertoli e gli uomini del generale Maletti.

 

 

Altro importante capitolo dell’ordinanza del G.I. è dedicato alla vicenda della così detta strage annunciata, ed ai relativi accertamenti, oggetto delle dichiarazioni rese da Ivo Dalla Costa. Questi, funzionario del Partito Comunista Italiano fin dal 1950, aveva chiesto di essere sentito dal G.I. al quale il 24 marzo 1995 riferiva quanto segue: già in epoca precedente alla strage di P.za Fontana (avvenuta nel dicembre 1969) aveva avuto contatti con il conte Pietro Loredan, che il teste descriveva come personaggio squinternato con velleità rivoluzionarie che intendeva perseguire con l’appoggio di forze estremiste, sia di destra che di sinistra; il Loredan, che all’epoca manteneva stretti contatti con la destra eversiva veneta, alle ore 6,30 del 15 maggio ’73 gli aveva telefonato dicendogli che doveva parlargli urgentemente e gli aveva fissato un appuntamento nel centro di Treviso; si era recato all’appuntamento e il Loredan gli aveva detto, secondo quanto testualmente riferito dal testimone, “questa volta spero che mi diate un po’ di fiducia: a Milano tra quarantotto ore succederà un attentato contro un’alta personalità del Governo e ne parlerà l’intera Italia. Avvisa chi di competenza”.

 

Il Dalla Costa aveva ritenuto opportuno avvertire dell’informazione ricevuta i suoi referenti di partito a Venezia, dove si era subito recato in treno. Ritenendo il segretario provinciale non sufficientemente esperto, aveva preferito rivelare quanto appreso dal Loredan all’On. Ceravolo, membro del Comitato Regionale Veneto del P.C.I. Il Ceravolo aveva deciso, seduta stante, di recarsi con lui in auto a Milano dove erano giunti intorno alle ore 11 di quella stessa mattina; il Ceravolo però, prima di partire, aveva fatto telefonare alla direzione del P.C.I. a Roma chiedendo che l’On. Pajetta si recasse immediatamente a Milano. Questi aveva raggiunto Milano in aereo e a lui, nonché all’On. Malagugini (all’epoca giudice della Corte Costituzionale), aveva riferito quanto affermato da Pietro Loredan e riportatogli da Ivo Dalla Costa. L’On. Malagugini si era assunto l’incarico di informare immediatamente l’autorità giudiziaria, in persona del Sostituto Procuratore Alessandrini. Precisava il teste che, dopo aver avuto notizia della strage, non aveva chiesto all’On. Malagugini se avesse avvertito il dr. Alessandrini né aveva più incontrato il Loredan.

 

 

Di quanto sopra non aveva riferito prima, mantenendo il segreto per tanti anni anche per non coinvolgere i due uomini politici (ormai deceduti) ma si era deciso a parlare quando, due giorni prima di essere sentito dal G.I., aveva letto sul Corriere della Sera un’intervista a Bertoli il quale aveva ribadito di aver compiuto la strage da solo; alla lettura di tale affermazione si era indignato e aveva ritenuto di dover rivelare quanto a sua conoscenza.

 

Poiché Pietro Loredan risultava deceduto nel settembre 1994, sui fatti riferiti da Ivo Dalla Costa era sentito l’On. Ceravolo il quale, preso tempo per mettere meglio a fuoco i propri ricordi, confermava sostanzialmente l’episodio di che trattasi ricordando che appunto il Dalla Costa gli aveva parlato di un grave atto eversivo, un attentato, il cui verificarsi a Milano era dato per imminente; confermava che l’incarico di informare immediatamente la magistratura milanese era stato affidato all’On. Malagugini ma non ricordava se si fosse accennato al P.M. Alessandrini.

 

 

Nel prosieguo delle indagini, il G.I. riteneva di notevole interesse per ricostruire l’attività di Ordine Nuovo nel Veneto tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta le dichiarazioni rese da Martino Sicilianopersona che aveva fatto parte del gruppo di Ordine Nuovo di Mestre fino alla fine del 1972 e che aveva avuto contatti con esponenti dei gruppi ordinovisti di Venezia, Udine, Verona e Trieste fino al 1974, anno nel quale si era trasferito in Francia.

 

Negli interrogatori del 14.10.95 e del 3.7.97 Martino Siciliano, per quanto attiene a Gianfranco Bertoli, pur non avendolo conosciuto, affermava di averne sentito parlare nell’ambito di Ordine Nuovo a Venezia. Ricordava, in particolare, che alcuni giorni dopo la strage della Questura, in un colloquio avuto con Carlo Maria Maggi nell’ospedale geriatrico in cui questi lavorava aveva appreso che lo stesso Maggi, fin dai tempi in cui frequentava l’Università di Padova, conosceva Gianfranco Bertoli; quest’ultimo, a detta del Maggi, non era un anarchico bensì un camerata; Maggi gli aveva detto anche di aver mantenuto contatti con il Bertoli anche nel periodo in cui questi si trovava all’estero.

 

Analoghi discorsi, vale a dire essere il Bertoli un camerata e non un anarchico, gli erano stati fatti da Delfo Zorzi, con il quale aveva parlato circa quindici giorni dopo la strage di Milano; lo Zorzi gli aveva detto che l’episodio Bertoli rientrava nella strategia di Ordine Nuovo.

 

Martino Siciliano dichiarava inoltre che nei primi anni settanta aveva sentito parlare, nell’ambito di Ordine Nuovo, di eliminare – nell’ottica della strategia del gruppo – un importante uomo politico; Zorzi, Maggi e Molin avevano anche fatto il nome dell’On. Rumor ma non era in grado di riferire del progetto nei dettagli, anche perché sospeso da Ordine Nuovo nel 1972. Nulla sapeva delle proposte fatte al Vinciguerra di uccidere l’On. Rumor.

 

Siciliano dichiarava infine di aver frequentato in quegli anni il locale “Graspo de uva” sito in Spinea (provincia di Venezia), un locale che apriva alle quattro del mattino ed era meta abituale di nottambuli; il locale era frequentato tra gli altri da Delfo Zorzi, da Giampiero Mariga, dal Sedona e dal Bertoli. Mariga, con cui intratteneva rapporti di stretta amicizia, gli aveva confidato che Bertoli andava e veniva da Israele e che lo aveva incontrato più volte a Spinea nel 1972. Mariga aveva anche detto di aver appreso dal Bertoli che lo stesso, nel kibbutz, era stato addestrato all’uso di armi ed esplosivi e che godeva di grande libertà dato che era protetto dai servizi segreti israeliani.

 

Seguendo lo sviluppo delle indagini sulla strage del 17 maggio ’73 una trattazione più dettagliata, così come fatto dal G.I., spetterebbe alle dichiarazioni rese da Carlo Digilio nel corso di vari interrogatori, all’attendibilità dello stesso e del suo racconto nonché agli elementi di riscontro individuati. Qui ci si limiterà, invece, a un breve cenno atteso che quanto dichiarato dal collaboratore di giustizia, con particolare riferimento al coinvolgimento di Maggi, Neami e Boffelli come organizzatori e mandanti della strage, sarà oggetto di approfondita disamina sia nella motivazione della sentenza di primo grado sia in quella di appello (di cui si dirà), infine in quella della Suprema Corte che sancirà come inutilizzabili le dichiarazioni del Digilio, ritenute inattendibili, nell’accertamento delle penali responsabilità degli attuali imputati.

 

Carlo Digilio - all’epoca dei fatti per cui si procede,  pienamente inserito nell’ambito del gruppo ordinovista dei Venezia Mestre, indicato come armiere del gruppo, in stretti rapporti con Marcello Soffiati, Carlo Maria Maggi, Neami e Boffelli – operata una scelta collaborativa, talora rivelatasi e ritenuta utile in altri procedimenti penali, riferiva al G.I. che in data imprecisata, ma collocata nel lasso temporale compreso tra uno o due mesi prima della strage alla Questura di Milano, aveva abitato per cinque o sei giorni nell’abitazione del Soffiati, in via Stella a Verona, con l’incarico di controllare la situazione di una persona, Gianfranco Bertoli, anch’essa ospite di quella casa. Affermava, in particolare, che il Bertoli era ivi trattenuto per essere convinto e istruito dal Neami in vista dell’esecuzione di un attentato alla vita dell’On. Mariano Rumor che lo stesso Bertoli avrebbe dovuto eseguire, su come avrebbe dovuto agire e su ciò che avrebbe dovuto dire nel caso fosse stato arrestato.

 

 

Il Giudice Istruttore ha indicato quali elementi di conferma alle dichiarazioni del Digilio quelle rese da Pietro Battiston, da Gabriele Forziati, da Dario Persic, da Anna Maria Bassan, da Gallo Rosa, da Gobbi Giuseppina, ritenendo infine pienamente attendibile quanto dichiarato dal collaboratore di giustizia a carico degli attuali imputati e in ordine alle rispettive responsabilità nei fatti che qui riguardano.

 

 

Traendo le conclusioni della lunga e laboriosa indagine il G.I. ha ritenuto innanzitutto non veritiera la versione fornita da Gianfranco Bertoli (da ultimo ribadita con interviste rilasciate nel 1997). Questi, ribadita la tesi, sempre sostenuta, di avere agito da solo come anarchico individualista nell’esecuzione della strage del 17 maggio 1973, dopo gli arresti di Maggi, Neami e Boffelli quali concorrenti in quel delitto, si era limitato ad affermare una propria conoscenza occasionale con il Maggi (che sapeva essere un medico che una volta gli aveva fatto una ricetta) e di aver conosciuto Boffelli negli anni cinquanta; a Verona c’era stato ma sempre in quegli anni, quando vendeva impermeabili.

 

 

Il G.I. riteneva le affermazioni di Bertoli – non interrogato a causa di un tentativo di suicidio compiuto il 18.6.97 – smentite dai suoi provati rapporti con estremisti di destra come dimostrato dall’avere lo stesso Bertoli fornito ospitalità, nel kibbutz israeliano, ai fratelli Jemmy (entrambi risultati inseriti nel movimento eversivo di destra Ordre Nouveau), dalle frequentazioni con il Sedona e con il Mariga, dall’amicizia con Boffelli e dai rapporti intrattenuti con Carlo Maria Maggi come riferito da Martino Siciliano e da Pietro Battiston.

 

Si era, inoltre, dimostrata falsa l’affermazione del Bertoli di non essersi mai allontanato dal kibbutz di Karmia dal 26.2.71 all’8.5.73 dato che ciò era stato smentito dalle testimonianze di Giuseppe Albanese, dei fratelli Giorgio e Tommaso Sorteni, di Serra Santolo e di Martino Siciliano, oltre che dagli accertamenti di polizia compiuti a Marsiglia nell’Hotel du Rhone.

 

Il G.I., ritenute attendibili le dichiarazioni rese da Carlo Digilio nei confronti di Maggi, Neami e Boffelli, indicava i seguenti elementi di conferma delle stesse:

1) le dichiarazioni di Cavallaro, Vinciguerra, Albanese e Izzo;

2) i fatti riferiti da Pietro Loredan,

3) l’appartenenza dei tre imputati alla stessa area di Ordine Nuovo;

4) la conoscenza e i rapporti di Bertoli con Boffelli;

5) la conoscenza di Bertoli da parte del Maggi; i rapporti tra Mariga e Bertoli;

6) quanto emerso in relazione alla saltuaria presenza in Italia di Gianfranco Bertoli, circostanza compatibile con la presenza di questi nell’appartamento di via Stella a Verona;

7) la conferma provenuta da Dario Persich circa la presenza di uno sconosciuto nell’abitazione del Soffiati in un periodo temporale in cui il Bertoli sarebbe stato ospite nella casa di via Stella.

 

 

 

Il G.I. ha ritenuto poi di poter ravvisare con certezza nella linea stragista dell’estrema destra eversiva, in particolare del gruppo ordinovista di Venezia Mestre, la matrice dell’attentato di via Fatebenfratelli e di affermare che questo aveva come vero bersaglio l’allora Ministro degli Interni On. Mariano Rumor sia per le immediate ammissioni dello stesso Bertoli sia per il fatto che nella formazione eversiva di che trattasi si era svolta, proprio in quel periodo, un’intensa attività preparatoria diretta a quel fine.

 

Il che, inoltre, risultava dai colloqui di Antonio Labruna con il Lercari e con l’Orlandini (il secondo non trasmesso alla A.G.) nei quali si parlava di un attentato alla vita dell’On. Rumor. In proposito sono richiamate le dichiarazioni rese da Roberto Cavallaro fin dal 1974, nonché da Giuseppe Albanese, da Vincenzo Vinciguerra e da Angelo Izzo. Gli stessi Izzo, Siciliano e Vinciguerra, oltre a Pietro Battiston, avevano indicato il Maggi come sostenitore della linea stragista nell’ambito di Ordine Nuovo.

 

Ha ritenuto il G.I. che il gruppo ordinovista si era servito, per compiere l’attentato contro l’On. Rumor, di Gianfranco Bertoli sia per la disponibilità di questi a compiere atti criminosi, sia per il fatto che era esperto nell’uso di armi ed esplosivi, sia infine perché persona facilmente suggestionabile; ma, soprattutto, ci si era serviti di lui per poter attribuire una matrice anarchica all’attentato, in coerenza con la tecnica della mimetizzazione più volte attuata in quegli anni dalla destra eversiva.

 

 

Il Giudice Istruttore, con la più volte citata ordinanza/sentenza, disponeva il rinvio a giudizio avanti la Corte d’assise di Milano, tra gli altri e per varie imputazioni, degli attuali imputati per rispondere del delitto di strage e dei reati connessi. Indicava per ciascuno i seguenti e più rilevanti elementi di prova:

 

quanto a Carlo Maria Maggi: nell’aprile del 1957 Maggi aveva costituito a Venezia la prima sezione del “Centro Studi Ordine Nuovo”; nel ’64 era entrato a far parte del direttivo nazionale di Ordine Nuovo ed era stato nominato ispettore per il Triveneto; aveva diretto il gruppo di Ordine Nuovo di Venezia Mestre negli anni 1969-1973, mantenendo i contatti in particolare con i gruppi di Verona e Trieste. Il coinvolgimento di Maggi nell’attentato all’On. Rumor era risultato dalle dichiarazioni di Vincenzo Vinciguerra. Dalle dichiarazioni di Carlo Digilio era emerso il ruolo centrale di Maggi nell’organizzazione dell’attentato compiuto da Gianfranco Bertoli contro Rumor e dette dichiarazioni risultavano confermate dagli accertati collegamenti di Maggi con i gruppi di Verona e Trieste, dagli stretti rapporti intrattenuti dall’imputato con Soffiati, Boffelli, Neami e Digilio, dalle dichiarazioni di Martino Siciliano circa i rapporti tra lo stesso Maggi e il Bertoli, dai contatti di Bertoli con elementi di Ordine Nuovo di Mestre e in particolare con Mariga, dalla telefonata compiuta dal Mersi il 16 maggio 1973 come riferita dal teste Mazzeri, dal coinvolgimento di Maggi nell’episodio dell’avv. Forziati con il Digilio e il Neami, infine dall’aver propugnato teorie stragiste come riferito da Pietro Battiston, Marzio Dedemo e Martino Siciliano.

 

 

Quanto a Giorgio Boffelli, dall’istruttoria era risultato che aveva sempre frequentato a Venezia gli ambienti dell’estrema destra. Dal novembre 1966 all’ottobre ’67 aveva fatto il mercenario in Congo, arruolato da Italo Zambon. Per circa dieci anni, fino al 1977, nella trattoria veneziana “Lo Scalinetto” gestito dalla convivente Giusepina Gobbi, si era incontrato spesso con il Maggi (del quale era anche guardaspalle) nonché con il Digilio e il Soffiati. Boffelli era in rapporti di amicizia con il Mariga il quale a sua volta era in stretti rapporti con il Bertoli.

 

Dalle dichiarazioni di Carlo Digilio era risultato essere stato proprio il Boffelli a suggerire al Maggi di affidare al Bertoli l’incarico di uccidere Rumor, in considerazione della abilità del Bertoli nell’uso delle armi. Era stato fatto intervenire il Boffelli nell’appartamento di via Stella per convincere e rincuorare il Bertoli, oltre che per sorvegliarlo sostituendosi al Digilio, quando Bertoli aveva mostrato riluttanza a compiere il progettato attentato all’On. Rumor. Era sempre stato il Boffelli, qualche giorno dopo il fallito attentato, a rispondere al Maggi, che gli chiedeva spiegazioni, che tutti possono sbagliare, evidentemente riferendosi all’errore nel lancio della bomba commesso dal Bertoli. Frase che il Boffelli, ammessa la propria conoscenza con il Bertoli, aveva tentato invano di spiegare diversamente. Infine l’imputato, nel corso dell’interrogatorio, aveva detto che Bertoli, oltre al francese, parlava l’ebraico così mostrando di averlo visto dopo il ritorno da Israele. Al riguardo non era ritenuta attendibile la spiegazione fornita dal Boffelli di aver appreso quel particolare dalla lettura di un giornale.

 

Francesco Neami era stato responsabile del Centro Triestino di Ordine Nuovo ricoprendo anche la carica di dirigente del settore organizzativo giovanile del M.S.I. ma nel 1973 era stato espulso dal partito per indisciplina. Da quanto dichiarato da Carlo Digilio era risultato che il Neami aveva partecipato all’organizzazione e ai preparativi dell’attentato contro il ministro Rumor istruendo il Bertoli sull’azione che doveva compiere, sull’uso della bomba, sul piano di fuga e sulle risposte che avrebbe dovuto fornire in caso di arresto. Le indagini avevano confermato i collegamenti del Neami con Maggi e Digilio e, in particolare, era risultata la partecipazione dello stesso Neami all’episodio dell’avv.Forziati, che aveva visto il coinvolgimento delle medesime persone che in seguito avrebbero partecipato alla preparazione del Bertoli in vista dell’attentato. Infine il Neami, negli interrogatori, aveva ammesso la propria partecipazione all’episodio Forziati e i propri assidui contatti con Maggi.

 

 

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