Sito Storico e Blog di Giorgio Marenghi - Storia Veneta - Eversione - Opinioni su fatti politici

Quando"Carlo" rischiò la vita in Valdastico

 

16 agosto 1962 - I parenti di NARCISO BONIFACI - [il reggente del fascio di Valdastico ucciso da ALBERTO SARTORI il 2 maggio del 1945 nella piazza del paese] - incontrano SARTORI in paese. Subito corre la voce tra i fascisti della zona e inizia una sorta di caccia all'uomo. Sartori, in visita a parenti ed amici, è costretto a rifugiarsi nella caserma dei Carabinieri, ma anche lì non è per niente al sicuro... 

 

Questa è la storia scritta di pugno da Alberto SARTORI, che riuscì a capovolgere una squallida provocazione fascista in una mobilitazione antifascista e partigiana. Il testo risente dello stile retorico della scrittura di Sartori che, pur dilungandosi nei minimi particolari, costruisce una sorta di piccolo racconto, interessante per la dinamica dei fatti, per il profilo psicologico dell'autore, per la protervia dei fascisti di Valdastico, e per la caratterizzazione del Brigadiere della Stazione dei Carabinieri del paese. E' un piccolo spaccato della vita "politica" dell'Italia dei primi anni 60...... (e comunque, sembra impossibile, Sartori naviga sempre nei guai, in qualsiasi parte del mondo vada...G.M.

 

 

 

 

 

COPIA DELLA DENUNCIA DI QUERELA presentata al Comandante la Stazione dei Carabinieri di VALDASTICO in data 16 agosto 1962.

 

 

N.B. – La denuncia fu fatta in carta bollata da L.200, su richiesta del Brigadiere. Soltanto dopo molte insistenze, e dopo di aver chiesto di poterla scrivere io stesso sulla mia Olivetti portatile che avevo con me, acconsentì a darmene copia dopo di aver strappato l’intestazione. Tale denuncia fu scritta, alle ore 14,40 circa, sotto mia dettatura.

 

 

 

…………S.Pietro, della medesima, è presente SARTORI Alberto fu Giovanni e fu CASTAGNO Giovanna, nato a Stradella di Pavia il 18.3.1917, residente a Vicenza, Via Racchetta N.2, agente di commercio, il quale stende la presente querela per il reato di minaccia contro BONIFACI STEFANO ed altre persone che in questo momento non è in grado di indicare.

 

 

Verso le ore 11,30 di oggi 16 agosto 1962, proveniente da Lavarone, ove ho visitato la famiglia e diretto a Vicenza, mi fermai nella contrada Lucca di S.Pietro Valdastico per salutare parenti ed amici che non rivedevo da molti anni.

 

 

Mentre mi trovavo ospite della famiglia di ENRICO BONIFACI, ivi chiamato dalla signora dello stesso, che mi pregava di attendere il marito che desiderava parlarmi, giunse il sig. SEVERINO BONIFACI con la moglie Maria, mia cugina, i quali mi invitarono insistentemente a colazione. Invito che accettai.

 

 

Mentre mia cugina si apprestava a preparare il pranzo, giunse il suddetto STEFANO BONIFACI fu Narciso. Nel vedermi dalla soglia di casa uscì e ritornò di lì a poco con altre persone di cui ignoro le generalità. Entrarono nella casa, non chiamati e non invitati, STEFANO BONIFACI si sedette sulla sedia a me destinata e mi ingiunse di andarmene immediatamente. Gli altri fecero coro a tale ingiunzione. Tentai con il massimo di cortesia di fargli osservare che io ero ospite e come tale avevo il diritto di rimanere.

 

 

Soggiunse allora che se volevo evitare il peggio dovevo andarmene immediatamente da quella casa e dal paese. Esitai un istante e, vedendo l’imbarazzo e la paura sul volto dei miei ospiti, preferii subire l’umiliazione di uscire e di partire con il mio automezzo.

 

 

Nel partire vidi sopraggiungere altri parenti ed amici: SARTORI Severino, la figlia del proprietario della prima casa entrando nella frazione Lucca, posta sulla sinistra, non potei fermarmi a salutarli. Mi sovviene che prima di andarmene dissi al BONIFACI e agli altri che mi sarei rivolto immediatamente ai Carabinieri perché tutelassero le mie legittime libertà.

 

 

Lo STEFANO BONIFACI mi rispose che quello che dovevano fare lo avrebbero fatto comunque. A questo proposito debbo precisare che già durante la campagna elettorale del 1948 lo stesso BONIFACI disturbò il mio comizio gridando che mi avrebbe ucciso. Emigrato nel 1949 rientrai in Italia nel giugno 1958, dal Venezuela, e verso la fine di tale mese mi recai una sera a portar fiori sulla tomba dei miei genitori nel cimitero di Valdastico.

 

 

Fuori del cimitero, alla presenza del Sig. Gino MUCCHIETTO e del Sig. LORENZI Secondo, il BONIFACI giunse con altre persone in automobile, ne scese solo, mi disse che erano in cinque e che erano venuti a fare i conti. In tale occasione mi chiamarono assassino, delinquente e disse che erano decisi a “FARMI FUORI”.

 

 

A stento riuscii a dissuaderli dal provocarmi e li indussi ad andarsene. Seppi da mio nipote GIANFRANCO SARTORI da Thiene, che essi avevano diffuso la voce che, essendo io armato, avevano dovuto ritirarsi. Dichiaro che dal mio rientro in Italia mai feci uso del porto d’armi concessomi nel 1948.

 

 

In altra occasione, 1° Maggio 1959 o 60, mentre con molti Comandanti e Partigiani deponevamo una corona di fiori sulla lapide ai Caduti di Ponte Maso fui oggetto, con altri Partigiani, alla provocazione dei Fratelli BONIFACI allora titolari della antistante stazione di servizio di carburanti.

 

 

Debbo anche aggiungere che in seguito a tali minacce e provocazioni mi recai un giorno, e non mi ricordo la data, presso la Stazione dei Carabinieri di Valdastico accompagnato dai testi GIUSEPPE COSTA da Schio e MANNI GIOVANNI da Biella – (vedi NOTA) – per sporgere denuncia contro i fratelli BONIFACI.

 

 

Tale denuncia verbale avvenne comunque nel ’59 – ’60. In tale occasione pregai il Com.te la stazione di voler diffidare, sia pure in modo amichevole, i provocatori dal cessare finalmente nella loro condotta.

 

 

Desidero precisare che molti cittadini di Valdastico si rivolgono a me per il disbrigo di pratiche ed altri aiuti e che, così stando le cose, la mia azione di aiuto è forzatamente limitata a costosi viaggi degli interessati, non potendo io recarmi a Valdastico senza il timore di essere provocato. Mi riservo di documentare tale affermazione.

 

 

Sta di fatto che per evitare – e soltanto per questo – pericolose e scandalose provocazioni da parte dei fratelli BONIFACI io dovetti rinunciare sinora a rendere omaggio ai miei genitori morti nella ricorrenza del 2 novembre, vedendomi così obbligato a recarmi di notte e segretamente in cimitero ed affidare ad estranei – anche dietro pagamento – il compito di curare la tomba dei miei genitori.

 

 

Motivo questa mia denuncia invocando soltanto il diritto che mi assiste come cittadino italiano di circolare liberamente sul territorio della mia patria.

 

 

Non ho altro da aggiungere e previa lettura confermo quanto sopra da me esposto, apponendo la mia firma.

 

F.to  ALBERTO SARTORI

 

 

NOTA:

 

1) - Non era MANNI GIOVANNI  ma BORTOLOSO VALENTINO da Schio (Poleo) – (Il Brigadiere mi disse di ricordare tale fatto e denuncia).

2) – Le persone cui si accenna nella denuncia di querela, di cui ignoravo le generalità all’atto della denuncia stessa, che fecero irruzione in casa del Sig. Enrico BONIFACI assieme al citato Stefano BONIFACI, sono:

il dott. EGIDIO BONIFACI ed il Sig. Stefano BONIFACI (Lucca) rispettivamente fratello e zio del medesimo. Non ho potuto individuarne altri.

3) – All’uscire dalla Caserma dei Carabinieri per andare ad acquistare la carta bollata, c’erano altre persone con lo STEFANO BONIFACI, e fui nuovamente minacciato, davanti alla Caserma.

4) – Quando uscii nuovamente dalla Caserma per partire, fui avvicinato dal Sig. RICCARDO BONIFACI, insultato e minacciato a pochi metri dal Brigadiere senza che questi, ripetutamente da me invitato ad intervenire, intervenisse per fare allontanare il provocatore.

 

 

 

ALLEGATO

 

 

Pro-memoria sul comportamento del Brigadiere il 16 agosto 1962 sulla base della quale è stata annunciata una interpellanza parlamentare (vedi UNITA’ Del 19.8.62) e dovrebbe essere sporta denuncia.

 

 

 

Io sottoscritto, ALBERTO SARTORI, denuncio all’ANPI Provinciale ed alle Associazioni e Partiti Democratici il comportamento del Brigadiere della Stazione Carabinieri di S.Pietro VALDASTICO il quale, in occasione della ennesima minaccia di cui fui oggetto da parte di fascisti della Valdastico per “azioni di guerra” da me compiute e per le quali sono stato decorato, si comportava nei miei confronti ( e non per la prima volta) in modo assurdo e pericolosamente provocatorio.

 

 

NB. – Per comprendere appieno l’origine certa di tale comportamento vedansi i rapporti dei Carabinieri di Valdastico allegati agli atti del noto processo di cui fui vittima nel febbraio 1959. In tale rapporto si usano per me tali termini: “Abbietto delinquente” – “Temibile sanguinario” – “Pericoloso comunista”, ecc. e sono dirette al Governatore Alleato di Arsiero sin dall’agosto 1945 in un’epoca in cui il nostro sangue grondava ancora e scritta da un italiano ad uno straniero. (Vedi rapporto del Brigadiere MARAN – Agosto 1945 – al Comando Militare Alleato). CHIEDO all’ANPI che mi aiuti a distruggere tale infamia!

 

 

 

I FATTI DEL 16 AGOSTO 1962

 

 

1) - Recatomi in Caserma dovetti “supplicare” per oltre mezz’ora il Brigadiere prima che si decidesse ad accettare la mia denuncia. Dovetti usare più volte l’espressione “La supplico Brigadiere” prima per indurlo (inutilmente) ad imporrre ai fascisti provocatori che mi aspettavano in auto e fuori dell’auto davanti alla caserma in segno di sfida. Ciò avveniva davanti alla gente che dalle finestre antistanti e dalla strada vedeva la scandalosa “sfida”. Questo durò per oltre 2 ore.

 

 

2) – Neppure dopo che io ebbi dettato e firmato la denuncia il Brigadiere impose ai fascisti di andarsene. Lo ricordo perché il Brigadiere mi disse che, finchè io non avessi fatto la denuncia, egli non poteva intervenire. Ma sta di fatto che egli non voleva accettarla e mi invitava per un’altra mezz’ora a farla altrove dicendomi che la potevo presentare a qualsiasi altra autorità ed avevo TRE mesi di tempo per questo.

 

 

3) – PERCHE’, conoscendo il pericolo, effettivo ed immediato, egli non provvide – avendolo io insistentemente richiesto – a farmi accompagnare fuori dalla caserma per acquistare la carta bollata dal L.200 (che mi disse occorreva per la querela) ben sapendo che i fascisti erano lì fuori ad aspettarmi? Tale pericolo era noto al Brigadiere perché – invocando questo – egli si oppose a che io potessi tornare dai miei parenti vietandomi così la libera circolazione nel territorio nazionale. Quando gli chiesi di farmi accompagnare egli mi rispose: “Abbiamo ben altro da fare!”

 

 

NB. – Egli sapeva che la titolare della Rivendita Tabacchi è stretta parente dei fascisti provocatori appostati fuori della caserma. E al carabiniere che glielo fece osservare, egli rispose davanti a me di non occuparsene.

 

 

4) – Ora avvenne effettivamente quel che temevo. All’uscire dalla caserma i fascisti mi seguirono e bloccarono la loro auto davanti alla Rivendita. All’uscirne ebbi veramente paura. Mi diressi allora verso la casa dell’unico consigliere comunale di minoranza (comunista) della vallata: GIUSEPPE TOLDO, senza sapere che egli si trova da tempo ad Aosta. Pensavo di trovare scampo in quella casa, di un uomo già compromesso e che ritengo “coraggioso” visto che la caserma stava diventando un luogo di provocazione per me. Avevo con me la Olivetti portatile e pensavo di potervi scrivere la denuncia che il Brigadiere non voleva accettare. Trovai la casa chiusa. Mentre stavo battendo alla porta, ecco la macchina dei fascisti bloccarsi dietro a me. Cominciai a temere davvero! Non sapevo più cosa fare. Se andavo in una osteria da dove non mi si poteva estromettere (essendo un esercizio pubblico) – pensavo – ivi sarebbero venuti i provocatori.

 

 

Se uscivo dal paese, avrebbero potuto bloccarmi con l’auto in un luogo isolato ed attuare le minacce. Cosa fare? Faccio presente che ero tremendamente umiliato perché la gente stava a guardare ed io ritenevo che un Partigiano che aveva sempre messo in fuga i fascisti ed i tedeschi (anche in TRE contro 200!) non poteva dare spettacolo fuggendo davanti a 4 fascistoni. Può sembrare una posa da “donchisciotte”, ma questa cosa rappresenta ancora il nostro prestigio compromesso da troppi anni in quella zona!

 

 

5) – Tornai alla caserma. La macchina dei fascisti mi seguì e bloccò davanti alla stessa. Corsi dentro. Esasperato, invitai il Brigadiere ad intervenire. Mi urlò che egli non riceveva “ordini” da me! Mi mise in guardia dicendomi di  misurare il tono delle mie parole. Abbassai la voce dicendogli: “La supplico, Brigadiere, io la sto supplicando da oltre un’ora!”

 

 

Mi rispose che egli sapeva cosa doveva fare, senza bisogno che io glielo ricordassi. Allora gridai: Ebbene, Brigadiere, se è così, allora io le ricordo che la Legge le impone di “prevenire e non reprimere”. Cosa aspetta? Che mi ammazzino o che io li ammazzi? Si ricordi: andrò oggi stesso dal Questore e chiederò il porto d’armi. Se lei non mi difende e mi aggrediranno io sparerò, capisce? Sparerò d’ora innanzi, e per primo! –

 

 

Lo pregai di permettermi di scrivere a macchina, in caserma, la denuncia. (Avevo in mano l’Olivetti e la carta bollata). Pensò un poco e poi si decise a farmi entrare nel suo ufficio. Chiamò un Carabiniere-dattilografo. Chiesi allora (vedendo che metteva in macchina una sola copia) di riservarmi una copia della mia denuncia. Mi disse che non era possibile. Allora, dissi, mi permetta di scriverla da me sulla mia macchina. Io non ho una memoria da Pico della Mirandola e desidero che il mio legale conosca il testo della denuncia.

 

 

Esitava ancora. Allora gli dissi che io non avrei firmato né detto nulla se non avessi avuto assicurazione di averne copia. Esitò ancora e, rivolto al dattilografo, disse: “va bene, metti un altro foglio. Vuol dire che stracceremo l’intestazione”. Così fecero. Tentò più volte di farmi correggere certe parole. Io gli dissi che sapevo cosa dettavo. Ero fuori di me.

 

 

6) – Ricordo anche di avergli detto (quando mi gridò che egli non riceveva da me “ordini” e mi metteva in guardia dicendomi: “attento alle parole!”) che ritenevo assolutamente fuori luogo e inammissibile DIFFIDARE un uomo che usa l’espressione “LA SUPPLICO” invocando ripetutamente il comune diritto, la Legge, la Costituzione Italiana e il diritto di un libero cittadino di essere tutelato dinanzi alle minacce e violenze altrui.

 

 

Gli espressi il mio stupore per vedere capovolgersi poco a poco i termini e, da aggredito che ero, considerarmi come un pericoloso aggressore. Ma il più grave doveva ancora venire! E lo presentivo nettamente.

 

 

7) – Finito che ebbi di dettare (una sconclusionata ed incompleta denuncia che vorrei che il mio legale completasse alla luce dei fatti qui esposti). Firmai ed il Brigadiere mi diede la copia con il primo foglio strappato per avere levato l’intestazione, ecc.

 

 

Mi disse quindi: “Ora spero che lei se ne vada dal paese”. Gli risposi: “Lei mi disse, Brigadiere, che non poteva intervenire finchè io non avessi presentato la querela. Ora lei ce l’ha: la prego quindi di tutelare la mia incolumità personale e di farmi accompagnare presso i miei parenti ove devo discutere di cose che mi stanno molto a cuore”.

 

 

“Questo poi no! – mi disse – noi abbiamo ben altro da fare”. Provai ad insistere più volte, ma tutto fu vano. Egli continuava ad invitarmi ad andarmene dal paese dicendo che mi avrebbero accompagnato sino al Ponte di Pedescala (che è il limite del Comune di Valdastico). Io insistetti, invocando il mio diritto di libero cittadino al quale nessuna frazione del territorio patrio poteva essere preclusa. NIENTE DA FARE!

 

 

Mi pareva di poter insistere su questo punto. Poi mi venne il dubbio che, leggi da me ignorate di P.S. potessero autorizzarlo a vietarmi la permanenza in paese. Ma io, pensavo, AVEVO PRESENTATO UNA FORMALE DENUNCIA e, in seguito a questo, egli doveva essere tenuto a tutelare la mia incolumità diffidando i fascisti (che aspettavano ancora fuori dalla caserma) ad andarsene e a lasciarmi in pace.

 

 

Ero molto titubante ormai, non sapevo cosa fare. Allora gli chiesi: “Brigadiere, il suo deve da me essere considerato un ORDINE oppure un CONSIGLIO?”.Mi rispose che non era un “ordine”. “Allora perché – risposi – lei insiste? Io desidero tornare dai miei parenti ed amici, che hanno assistito al fatto, per incoraggiarli a dire la verità quando sarebbero stati interrogati”.

 

 

Mi disse che non ero autorizzato a pensare che avrebbero taciuto o mentito. Gli risposi che il timore e la paura di molti cittadini di Valdastico, che avevano mentito in Tribunale mentre ero all’estero, mi era già costato una condanna a 20 anni e la interdizione perpetua dai pubblici uffici. Che intendevo pertanto incoraggiarli a dire la verità e dir loro che non sarebbero stati soli a sfidare le rappresaglie dei miei nemici.

 

 

Visto inutile tutto ciò, gli chiesi di interrogarli subito, prima di essere avvicinati dai fascisti. Mi rispose che non avevo il diritto di dare suggerimenti e che, anche se avessero mentito o taciuto, ciò non aveva importanza alcuna in quanto – dopo la inchiesta dei Carabinieri – essi avrebbero potuto dire il contrario dinanzi al Magistrato, sotto il vincolo del giuramento.

 

 

Ero sbalordito! Queste parole implicavano una ammissione “a priori” che tali reticenze avrebbero potuto rivelarsi nel corso dell’inchiesta…

 

 

8) - Fu a questo punto che decisi di andarmene. “Va bene – gli dissi – ma ricordi, Brigadiere, che io in questa caserma nella quale ho dovuto supplicarla invano per ore, invocando il mio legittimo diritto di libero cittadino, sono entrato anni fa nella mia qualità di Ufficiale Superiore del C.V.L. per dettare ordini ai miei subordinati”.

 

 

“In questo stesso paese dal quale debbo oggi fuggire dinanzi ai fascisti ringalluzziti e che Lei non vuol diffidare, io ho lottato da valoroso guadagnandomi una decorazione per quei fatti stessi per cui i fascisti oggi mi perseguitano e mi minacciano”.

 

 

“Sono deciso - aggiunsi – a rivolgermi alle più alte autorità della Repubblica perché questa cosa venga chiarita”.

 

 

"Faccia quello che vuole", mi disse.

 

 

Compresi allora chiaramente che per me non ci sarebbe stato nulla da fare se correre il rischio di perdere le staffe e di farmi arrestare. Mi avviai per le scale e scesi al piano terreno seguito dal Brigadiere e da un Carabiniere. Quest’ultimo aprì la porta e mi invitò ad uscire per primo. Credevo che essi mi avrebbero seguito. (Dalla porta della caserma alla strada ci sarano meno di 3 metri di giardino fiancheggiato da rete e siepe talchè dal giardino non si vede la strada ai lati).

 

 

9) – Come misi i piedi sulla strada mi si avvicinò uno dei provocatori che era uscito dall’automobile. Guardando fisso davanti a sé, vicinissimo, mi disse: “Ora ti conosco! La pagherai cara! Fila via subito, di corsa!” Mi volsi sbalordito al Brigadiere che era rimasto sulla porta della caserma assieme al Carabiniere e gli gridai forte: “BRIGADIERE INTERVENGA!”

 

 

Il Brigadiere non si mosse. Il provocatore (che non conoscevo) si mosse per allontanarsi. Gridai ancora più forte di prima: “BRIGADIERE PERCHE’ NON INTERVIENE? “  Il fascista si allontanò sghignazzando e solo allora il Brigadiere venne verso di me. Gli dissi, più sbalordito che mai: “Ha sentito, Brigadiere, ha sentito la minaccia?”. Il Brigadiere, allargando le mani mi disse con aria stupita: “Io non ho sentito niente!”

 

 

Era il colmo! “Se lei fosse intervenuto – gli dissi – avrebbe sentito e gli avrei fatto ripetere quello che ha detto”. Mi fece il gesto di salire sulla mia automobile. Nell’aprire la porta del veicolo dissi ad alta voce: “Brigadiere, andrò oggi stesso dal Questore a chiedere il porto d’armi e la prossima volta che mi provocheranno reagirò per legittima difesa e sparerò, capisce? Lei ne sarà il responsabile!”.

 

 

10) – Salii in macchina, umiliato ed offeso di dover andarmene, accompagnato dai carabinieri in pubblico. La macchina dei fascisti era ancora a pochi metri. Sentii che il Carabiniere diceva al Brigadiere: “E’ lo studente BONIFACI”.

 

 

Seppi poi che tale giovanotto si chiama RICCARDO BONIFACI ed è il fratello dello STEFANO querelato e del dott. EGIDIO BONIFACI, Direttore Sanitario dell’OMNI di Vicenza, un pubblico funzionario! Questi è il più pericoloso e “potente” dei provocatori, colui che li aizza tutti. Un volontario criminale della "MONTEROSA" [Divisione di truppe alpine della RSI, nota di G.M.], già incarcerato per tale sua attività (E’ risaputo che la famigerata “MONTEROSA” si coprì di vergogna e di crimini orrendi in Piemonte).

 

 

11) – Lasciai il paese. Giunto al cimitero, entrai un momento per salutare la tomba dei miei genitori. All’uscirne vidi ferma una vettura con dentro il Brigadiere ed un Carabiniere. Mi rimisi in cammino.

 

 

Giunto a FORME CERATI una donna mi fece cenno di fermarmi. Era la madre di un partigiano ferito ed invalido che voleva salutarmi. La salutai. Mi fermai quindi a Pedescala vicino al Monumento dei Caduti. Il Brigadiere proseguì di qualche centinaio di metri, quindi, vedendo che non lo raggiungevo, girò la macchina e venne verso di me, fermo ad attenderlo in mezzo alla strada.

 

 

Mi disse: “Perché non prosegue sino al Ponte?” – Gli risposi che dovevo fermarmi presso la trattoria antistante per parlare ad un partigiano (Giorgio) e raccogliere per l’ANPI il ricavato dei giornali “IL PATRIOTA” inviati a Pedescala in occasione della commemorazione di Malga Zonta.

 

 

“Lei se ne assume la responsabilità”, disse.

 

 

“Cosa intende dire?” – dissi io.

 

 

“Se lei non se ne va dal Comune io declino ogni responsabilità” – disse.    

 

 

“La declini pure, Brigadiere, qui ho soltanto amici. Nel massacro di Pedescala sono morti anche tutti i fascisti”.

 

 

Il Brigadiere si mosse per partire. Gli feci cenno di fermarsi e di aprire il finestrino. Si fermò al centro della strada, ed aprì il finestrino.

 

 

12) – "Cosa vuole?" - Disse.

 

 

“Prima di lasciarci, risposi, sento il bisogno prepotente di esprimerle un dubbio che mi pesa dentro. Badi, Brigadiere, non è una accusa (e sottolineai l’affermazione) è soltanto un dubbio.

 

 

“Dica” – mi disse.

 

 

Ripetei lentamente, scandendo le sillabe, e guardando il Carabiniere al suo fianco: “Ripeto che non è una accusa, è soltanto un dubbio”. Il Brigadiere mi guardava in silenzio. “Si tratta di questo, gli dissi, del dubbio che Lei oggi non sia stato imparziale. E’ soltanto un dubbio”.

 

 

“Ma intanto lei me lo ha detto” – mi disse indignato il Brigadiere.

 

 

“Certo che gliel’ho detto – risposi guardandolo negli occhi – ma è soltanto un dubbio”.

 

 

“Se ha simili dubbi, mi rispose, faccia quello che deve fare, si rivolga a chi di dovere”.

 

 

“E’ ciò che farò, risposi, arrivando a Vicenza”.

 

 

“Faccia quel che vuole, disse. Chiuse il finestrino e partì.

 

 

13) – Giorgio era assente. Ripartii immediatamente. A Vicenza trovai …”Alberto”, NELLO BOSCAGLI. Riferii tutto quanto mi era accaduto. Si sapeva che l’avvocato BETTIN era in Jugoslavia e l’avvocato GALLO in ferie. Telefonammo a MAGRIN, era in ferie fuori zona. PRANOVI in Jugoslavia. Decidemmo di riferire tutto al Questore. Chiedemmo che la Questura, visto il nostro dubbio sulla imparzialità del Brigadiere, facesse una inchiesta separata e concomitante. Ci disse che non era possibile e che, competente poteva essere soltanto il Cap. FORMASINI, Comandante la Compagnia interna. Che avrebbe riferito al Questore (ci aveva ricevuti il Vice in assenza del primo) e che si sarebbero comunque interessati al caso. Telefonò davanti a noi al Comando Carabinieri. Nessun graduato era in caserma perché, disse, un alto personaggio di Governo era in zona.

 

 

Il mattino ci recammo dal Capitano FORMASINI, Alberto, Zarocolo ed io. Esponemmo i fatti. Dapprima fu un po’ freddo, quindi condivise il nostro parere di far cessare simili provocazioni. Si espresse concordando sulla gravità dei fatti, riservandosi di fare una inchiesta personalmente nel pomeriggio stesso. Mi disse che, dal momento del suo ritorno da Valdastico egli mi garantiva la libertà di circolazione e la incolumità in quella zona.

 

 

Dapprima aveva chiesto che, ogni volta che io desideravo recarmi a Valdastico, glielo facessi sapere così avrebbe provveduto. Alberto ed io sostenemmo la tesi che tale trattamento, pur ringraziando il Capitano per l’offerta, era riservato ai “sorvegliati speciali” e che era pertanto inaccettabile “per principio”. Soggiunsi che mi sarebbe stato tecnicamente impossibile prevedere sempre, con il dovuto anticipo, di poter preavvisare il Comando di Vicenza. Egli concordò su tale tesi e mi disse che ero libero di andarci quando volevo.

 

 

14) – Ci recammo quindi dal Vice Prefetto per esporre i fatti, e chiedere che il Dott. EGIDIO BONIFACI fosse diffidato dalla competente autorità. Si riservò di sentire il risultato dell’inchiesta del Cap. FORMASINI che – disse – mi ha informato già telefonicamente ed è partito già per Valdastico.

 

 

Chiedemmo l’autorizzazione a recarci in Valdastico la domenica successiva 19 agosto assieme alle Delegazioni di vari Mandamenti che, informati dei fatti, intendevano riparare all’oltraggio deponendo fiori sulle lapidi dei Caduti della vallata. Egli approvò tale iniziativa raccomandando che tutto si svolgesse nell’ordine.

 

 

15) – Fu telefonato, prima di andare dal Prefetto, al Gen. ARDI per informarlo ed ottenere il suo appoggio. Era assente fuori zona per alcuni giorni. Fu telefonato al Prof. TREU per renderlo edotto del comportamento provocatorio del Direttore Sanitario dell’OMNI. Era assente a Tonezza sino a martedì. Fu telefonato al Partigiano Prof. DALL’ARMELLINA, del Consiglio Provinciale. Era assente sino a sera. Lo incontrammo, Zarocolo ed io, per puro caso in piazza Duomo.

 

 

Sentiti i fatti si impegnò di informare il Prof. TREU ed in special modo la Sig. Ved. GIULIARI alla quale – disse – TREU delega il compito della materia sanitaria, OMNI, ecc. Disse che la vedova GIULIARI, essendo una partigiana, avrebbe capito la cosa ed avrebbe certamente agito in conseguenza.

 

 

16) – Informammo PIVA del Gazzettino. La manifestazione di domenica fu infatti annunciata dal giornale. L’UNITA’ uscì domenica con un articolo sui fatti ed annunciò in proposito una interpellanza parlamentare al rientro dell’on. FERRARI dall’estero.

 

 

PIVA si informò sulla presenza a Vicenza dell’avvocato GALLO. Telefonammo e, in base all’appuntamento ottenuto per le ore 21,30, gli si esposero i fatti e si approvò, con le sue correzioni, il volantino “LA VERITA’” che fu diffuso in tutta la Val D’Astico in 4000 copie il 19 agosto.

 

 

 

CONCLUSIONE – In base alle dichiarazioni di Partigiani ed amici antifascisti di Valdastico, si ritiene importante ed urgente denunciare il Brigadiere ed il dott. EGIDIO BONIFACI. Se quest’ultimo specialmente fosse punito, la situazione di Valdastico si capovolgerebbe subito.

 

 

[Tutto il documento è stato redatto da ALBERTO SARTORI nei giorni seguenti ai fatti della provocazione fascista in Valdastico]