Sito Storico e Blog di Giorgio Marenghi - Storia Veneta - Eversione - Opinioni su fatti politici

 

 

  

 

 

 

 

 

 

 

 

GLI ATTENTATI DEL 12 DICEMBRE 1969 A MILANO.

 

I fatti: alle ore 16,30 del 12 dicembre 1969 un ordigno esplodeva nel salone centrale della Banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana a Milano, uccidendo 16 persone e ferendone 88. Un secondo ordigno, inesploso, veniva rinvenuto nella sede della Banca Commerciale (COMIT) di Piazza della Scala, tra le 16,25 e le 16,30. Quasi contemporaneamente, nell’arco di un’ora, altri tre ordigni esplodevano in Roma. Il primo, alle 16,55 nel sottopassaggio della Banca Nazionale del lavoro in Via San Basilio, dove rimanevano ferite 14 persone. Gli altri due, rispettivamente alle ore 17,22 e 17,30 all’Altare della Patria dove rimanevano ferite altre 4 persone.

 

Era iniziata in grande stile una operazione stragista che avrà altri tragici sviluppi nel corso degli anni settanta. Questo racconto cerca di mettere in luce alcuni personaggi e modalità di indagine che riguardano l’origine e il percorso delle cellule stragiste e dei testimoni che le hanno frequentate per i più disparati motivi. E’ una storia dei “particolari”, basata su documenti d’archivio e su documenti provenienti dai tribunali.

 

 

 

 

PARTE PRIMA

Quattro personaggi destinati a intrecciare le loro vite:

 

Sono il libraio ed editore fascista di Castelfranco Giovanni Ventura, il procuratore legale nazista di Padova Franco Freda, il "nazimaoista" Conte Pietro Loredan di Venegazzù del Montello, e l'ex comandante partigiano Alberto Sartori di Piovene Rocchette (Vicenza), coinvolto in modalità non chiare nella intricata vicenda della strategia delle "bombe venete". Iniziamo proprio con Sartori per conoscere gli antefatti e le caratteristiche del suo incontro con la cellula neofascista veneta...

 

 

 

 

Alberto Sartori, "Carlo", commissario politico della Brigata "Pasubiana" del Gruppo Brigate "Garemi", medaglia d'argento al valor militare, "rivoluzionario" da sempre, ma anche considerato un frazionista per natura, inseguito da pesanti sospetti maturati in ambiente partigiano è il personaggio più enigmatico che possiamo trovare nella già intricata e complessa vicenda della "strategia della sovversione di Stato" sviluppatasi negli anni '70.

 

 

 

 

Primi anni 60: Profilo di Alberto Sartori di Giovanni e di Castagno Giovanna, nato a Stradella (Pavia) il 18 marzo 1917, residente a Vicenza in Stradella della Racchetta n.2 (poi domiciliato a Milano in Via dei Martinitt n.7)

 

 

“Il Sartori, nato a Stradella da genitori profughi da Rotzo (Vicenza) nella prima guerra mondiale, fece ritorno in provincia di Vicenza alla fine di quel conflitto. Frequentò i primi due anni del ginnasio presso il collegio vescovile di Thiene, poi abbandonò gli studi per lavorare come manovale. Dall’ottobre 1937 fu occupato, per circa sei mesi, come sorvegliante presso il collegio Baggio di Vicenza, dove contemporaneamente riprese gli studi per conseguire il diploma di abilitazione magistrale, che però non riuscì ad ottenere”.

 

 

“Si iscrisse al partito fascista e pagò regolarmente la tessera d’iscrizione al partito fino al 1937. Nell’ottobre 1938 ottenne il passaporto, che aveva chiesto dichiarando di doversi recare all’estero “per perfezionarsi nella lingua francese”, e nell’agosto successivo espatriò in Francia” [Consulenza Giannuli – Trib. Di Brescia].

 

 

Qui si apre un periodo dalle ombre sfuggenti (adesione ai “Fasci Italiani all’Estero”? – conoscenza con Luigi Longo? – Passaggio di Sartori all’antifascismo, ecc.). Rinviamo l’approfondimento più avanti nel testo. Dopo la guerra ritroviamo Alberto Sartori dirigente di cooperative partigiane e emigrante in Venezuela da dove ritorna nel 1958 inseguito da pesanti dicerie (è un destino che si ripete per tutti i periodi della sua vita).

[Appunto del Ministero dell'Interno su Sartori reduce dal Venezuela - clicca qui]

 

 

Riprende il suo “posto” di militante nel PCI fino a quando viene folgorato sulla “via di Pechino”.

 

 

Il 6 aprile del 1964 il “compagno” Alberto Sartori viene “processato” dal direttivo della sezione “Gramsci” del PCI vicentino. L’accusa: frazionismo anti-partito, attività contraria allo Statuto e ai risultati del Congresso. A salutare l’igienica presa di posizione una ventina di militanti e lo stesso Sartori che si era vigorosamente difeso.

 

 

In realtà Alberto Sartori, famosissimo ex partigiano, ai tempi della resistenza commissario politico della “Pasubiana” (poi “relegato” ai margini fino ad essere nominato comandante di una formazione, la “Martiri di Grancona II” tra Lonigo ed i Monti Berici), in cuor suo era soddisfatto di come era andato il dibattito.

 

 

L’espulsione dal partito era prevista, d’altronde la sua attività era diventata frenetica, era un anti-partito nato, correva su e giù per il Veneto e soprattutto per il Vicentino già dal 1963, era in contatto con i “fuorusciti”, i “deviazionisti”, Ugo Duse, Lodovico Geymonat, e tanti altri.

 

 

Con la sua automobile raggiungeva le località montuose e collinari dove poteva trovare ex partigiani che come lui consideravano il PCI un partito “imborghesito”, per usare un eufemismo. Improvvisava piccoli interventi oratori e distribuiva copie delle pubblicazioni delle Edizioni Oriente, casa editrice su posizioni filocinesi e “antirevisioniste”, e non trascurava certo di diffondere il giornale del movimento marxista-leninista “Nuova Unità”.

 

 

Il 12 agosto del 1965 Sartori inveisce contro il partito dalle alture di Malga Zonta denunciando il tradimento degli ideali della resistenza. Il discorso verrà stampato poi e diventerà fuoco per la propaganda e arricchirà il curriculum dello stesso Sartori ormai lanciatissimo nell’intrecciare rapporti politici con l’ambiente m-l, cosiddetto filocinese.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Primi anni 60: Profilo di Franco Freda (Giorgio) nato a Padova l’11 febbraio 1941.

 

 

La famiglia paterna è di origini irpine. La madre è veneta. Frequenta il Ginnasio ed il liceo padovano, poi frequenta la facoltà di Giurisprudenza e si laurea nel 1965 con una tesi su Platone con il professore israelita Enrico Opocher (a cui poi farà la cortesia di un attentato incendiario al suo studio di Facoltà). E’ iscritto al Movimento Sociale, fin dal 1963,  e cura l’organizzazione degli studenti universitari, il FUAN “San Marco”, ma è già in vena di “frazionismo” pure lui e cerca di rendersi autonomo politicamente.

 

 

“Di intelligenza sveglia e dal carattere esuberante, milita per alcuni anni nelle fila della “GIOVANE ITALIA” e del FUAN ricoprendo la carica di presidente del gruppo universitario “SAN MARCO” di Padova e quella di condirettore del periodico “IL MONITORE”, edito a Napoli a cura di giovani aderenti al MSI;

 

- nel 1962, insieme ad altri quindici iscritti, abbandona la “GIOVANE ITALIA” in seguito a contrasti con il Segretario della Federazione del MSI di Padova, del quale non condivide l’indirizzo politico particolarmente moderato;

 

- nel 1963, unitamente ai dissidenti, rientra nel MSI, ma prima delle elezioni politiche di quell’anno, viene allontanato dall’organizzazione giovanile del partito, in quanto definito “dalla testa troppo calda”;

 

- scrive e diffonde un opuscolo antisemita intitolato “gruppo di AR”, suscitando viva indignazione nella comunità ebraica locale;

 

[ Il comunicato della Comunità israelitica di Padova sulle "gesta" di FREDA - clicca qui]

 

- transita, poi, nel movimento extraparlamentare di estrema destra “ORDINE NUOVO”, nelle cui file si distingue per fanatismo, tanto da meritare denuncia all’Autorità Giudiziaria per “esaltazione del fascismo ed apologia di reato” [Appunto del S.I.D. al Capo del Servizio del 2 settembre 1972].

 

 

Sempre nel 1963 fonda la sua casa editrice, Edizioni di Ar, e il primo volume del catalogo non può che essere “Il saggio sull’ineguaglianza delle razze umane” di Arthur De Gobineau.

 

 

La sua vita, nel 1966, si intreccia con quella di Giovanni Ventura, e il sodalizio muove i suoi primi passi con l’invio di duemila lettere agli ufficiali delle Forze Armate per incitarli ad una “presa di coscienza” in vista di maggiori responsabilità dell’Esercito per salvare la nazione dal comunismo.

 

 

Approfondisce le sue riflessioni politiche sulla rivoluzione cinese e sul fenomeno delle “Guardie Rosse”, sul pensiero di Mao e sulla possibilità di fare convergere alcuni gruppi della destra giovanile nel movimento contestatario che sta muovendo i suoi primi passi con la rivolta studentesca del 1968.

 

Assieme a Ventura, che ne edita i libelli, stende il testo di un fascicoletto che mette a rumore gli ambienti della Magistratura di Padova e del Veneto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Primi anni 60: profilo di Giovanni Ventura, nato a Piombino Dese (Padova) il 2 novembre 1944, residente a Castelfranco Veneto, Via Cimarosa n.12.

 

 

La famiglia, di nette convinzioni fasciste e cattoliche, costituisce la base su cui si sviluppa nell’adolescenza il credo politico di Giovanni Ventura. Studi classici, si iscrive alla facoltà di filosofia di Padova. L’ambiente di Castelfranco, qui si era trasferita la famiglia, lo condiziona a tal punto che le sue idee anziché essere nettamente di destra estrema si sviluppano a metà strada tra il conservatorismo cattolico e la nostalgia del passato regime.

 

 

I suoi primi passi in politica li compie perciò da “conservatore” e il ciclostilato “Reazione” diventa il suo modo di comunicare la sua ideologia. In ogni caso l’approdo poi è nel Movimento Sociale di cui diventa esponente di primo piano nei paesi del Trevigiano.

 

 

La conoscenza con Freda e la messa in discussione del suo conservatorismo “cattolico” lo pongono a contatto poi con i gruppi più radicali e con le idee “eversive” dell’ambiente universitario di destra di Padova.

 

 

Infatti è del 1966 l’iniziativa di inviare duemila lettere agli ufficiali delle Forze Armate, per spingere verso destra il timone della politica. Nel 1967 si dedica all’attività libraria, cura la pubblicazione di volumi di storia veneta, con la sigla “Rotaprint” e poi “Il Tridente”. Tra il 1966 e il 1967 le sue conoscenze si allargano ad una cerchia di intellettuali veneti, quali Andrea Zanzotto, Goffredo Parise, ecc. e inizia anche una collaborazione politica con il conte Pietro Loredan che lo porterà a presenziare a riunioni di partigiani organizzate proprio dalla singolare figura di ex partigiano di Loredan.

 

 

Ma Loredan è anche l’anima nera di Ventura e la sua vita negli anni prima della contestazione studentesca è vorticosamente scissa tra gli interessi editoriali e i primi tentativi di darsi una collocazione politica ambigua e fuorviante.

 

 

 

 

 

 

 

Primi anni 60: Profilo di Pietro Loredan, fu Rodolfo e di Gasparini Maria, nato a Venezia il 27 aprile 1924, celibe, risiede a Volpago del Montello (Treviso) – frazione Venegazzù – Via Spineda n.2.

 

 

Il conte, aristocratico di famiglia veneziana, secondo le voci correnti ha preso parte alla resistenza contro i tedeschi. Lo stesso assicura che guidava una piccola formazione di “Giustizia e Libertà”, anticomunista, ma altre testimonianze ridimensionano la sua importanza resistenziale, poiché avrebbe ricevuto l’incarico di fare il partigiano proprio da ambienti militari fascisti della RSI.

 

 

In sostanza il vezzo o il pallino dell’infiltrazione sarebbe maturato proprio negli anni di guerra. Il “conte rosso”, questo il suo appellativo per coloro che amplificavano la sua vita da ex partigiano, in ogni caso alla fine della guerra si trova con un patrimonio considerevole che deve essere preso in mano e ristrutturato.

 

 

Loredan, promuove un vasto piano di risanamento dei terreni, e ha delle intuizioni che faranno la fortuna sua e della zona. Importa piante da vigneto e investe nella viticultura. Il suo patrimonio di 100 ettari di terreno coltivato, un allevamento di pollame, un’antica villa veneta (villa Spineda) lo impegnano a fondo.

 

 

Mentre sul terreno economico Loredan si dibatte tra mille difficoltà (ma apre anche un ristorante “La Falconera”) ma comunque sempre in direzione di un miglioramento qualitativo dei suoi poderi, sul piano politico entra in un giro vorticoso di ambiguità e di prese di posizione a dir poco sospette. Milita nel Movimento Sociale, stando sempre attento a non esporsi troppo, e nel 1960-62 transita nel movimento extraparlamentare di destra “Ordine Nuovo”.

 

 

Ma anche “Ordine Nuovo” (di cui è bene ricordare che egli lascia tracce di suoi scritti agli “ordinovisti”) non può soddisfare la sete di caos e di violenza (verbale) che sono la costante dei suoi atteggiamenti.

 

 

Dal 1966 anch’egli come Ventura si muove verso un avvicinamento all’area della sinistra filocinese. E la conoscenza con il giovane editore di Castelfranco è foriera di sviluppi inattesi sul piano politico. Organizza riunioni di ex partigiani e parla e straparla di “rivoluzione”.

 

 

 

 

Dai primi anni 60 al 1968

 

 

 

Sartori (1966-1967): Voglio un partito tutto mio!

 

Il programma di Alberto Sartori di impadronirsi della creatura politica che era in fase di costruzione grazie alle febbrili attività di molti “emme-elle” era già ben tracciato. Possiamo dire con un margine accettabile di sicurezza che questo pensiero lo aveva inseguito per anni, da quando aveva cozzato contro la testa dura (e onesta) di Nello Boscagli (comandante della Brigata e poi Divisione garibaldina “Garemi”) e, sconfitto, aveva dovuto ritirarsi in zone di scarso prestigio bellico.

 

 

Ora, nel 1966 vedeva arrivare ogni ben di Dio (si fa per dire, in altre parole opuscoli, riviste, fascicoli spediti da mamma Cina Popolare ai suoi seguaci italiani, gli “emme-elle” per l’appunto) da un posto al mondo così lontano dalle sue esperienze.

 

 

Sartori, osservatore attento e scrupoloso nei suoi sforzi per la costruzione di una grande casa che raccogliesse tutti gli “emme-elle” (marxisti-leninisti), vedeva la nascita di cellule entusiaste in Calabria ed in altre regioni del Sud italia. Sembrava che i contadini, proprio come in Cina, afferrassero anche sulla Sila la bandiera della rivoluzione proletaria.

 

 

Ma per “Carlo” (questo il suo nome di battaglia), uomo del Nord, era l’ambiente degli ex partigiani e al limite quello operaio, a dover contare per la costruzione del Partito anti-revisionista.

 

 

Pechino comunque, ben informata sulla grande confusione esistente tra i suoi seguaci italiani, preme su alcune figure di prestigio del mondo politico “maoista” di casa nostra, i DINUCCI, i PESCE, i MISEFARI, ecc. perché la smettano di litigare sul ritratto di Mao e si mettano attorno ad un tavolo decidendo in termini di tempo accettabili di fondare questo benedetto partito.

 

 

Il Servizio Segreto nostrano segue le trattative che si svolgono a Roma “…alle quali ha partecipato l’Ambasciatore d’Albania il quale ha agito quale portavoce del Presidente del Consiglio albanese, da poco rientrato dalla Cina…” [Centro di Controspionaggio di Napoli, rapporto “SEGRETO” dell’11 giugno 1966].

 

 

Cina più Albania, dunque, e poi la partita per spartirsi i finanziamenti, lo snodo strategico per costruire la casetta “emme-elle”.

 

 

 

 

Sartori è una calamita per i Servizi Segreti

 

 

 

Sartori adesso è sempre in giro per l’Italia, frequenta Livorno, dove c’è la sede dell’Associazione Italia-Cina e della consorella Italia-Albania. A Livorno ha modo di conoscere figure a lui più congeniali di qualche contadino calabrese, stringe rapporti “fraterni” con Dino Frangioni, “LINO”, “….che durante la Resistenza operò col grado di Colonnello nella zona tra Grosseto-Livorno-Pisa-Piombino-Viareggio, al comando della divisione partigiana “Livorno”…da tutti chiamato “generale” avrebbe di recente soggiornato in Cina per circa un mese…”[ Centro CS di Napoli – 6 luglio 1966 a firma del capitano dei CC Francesco Pezzino].

 

 

Sartori, che è stato “formato” in Algeria ed in Tunisia nel 1943 da ufficiali dell’Intelligence britannica, ha un sesto senso sia per i servizi di spionaggio che per i guai in genere. E a Livorno conosce, anche se di sfuggita, tale Giuseppe Mancuso Menotti, ex partigiano, calabrese, in arte “RODOLFO”, informatore del Servizio Segreto Militare (prende servizio proprio nel 1966).

 

 

Il SID, per giunta, fornisce al “fiduciario” gli indirizzi di persone fidate a cui rivolgersi in caso di bisogno. Non si capisce il termine “fiducia” in relazione all’attività spionistica della fonte “RODOLFO”. Comunque Alberto Sartori figura ai primi posti nella lista della spia ex partigiana. Alla quale, per finire il quadretto, il “generale” Dino Frangioni di Livorno assicura che “….in caso di bisogno gli verrebbe affidato il comando di una formazione col grado di capitano” [centro CS di Napoli, 6/7/66].

 

 

Ci sarebbe da ridere se non fossero cose serie e che avranno sviluppi di cui tener conto nella ricostruzione dei movimenti e della figura di Alberto Sartori.

 

 

“RODOLFO”, spia abile e motivata

 

 

 

Il SID invita il suo “fiduciario” o “fonte RODOLFO” a munirsi di passaporto, perché si comincia a frequentare l’Albania, anzi il “paese delle aquile” è considerato ambito luogo di vacanze per la casta nascente degli esponenti del mondo “emme-elle” e per le loro famiglie. Infatti, dopo un ricevimento all’Ambasciata albanese, viene formato “un gruppetto di 6 ex partigiani, 2 sindacalisti e 2 donne” (sic!).

 

 

“RODOLFO” informa il Centro che esiste un documento interno del partito (che, si noti, è ancora in formazione e si chiama Movimento marxista-leninista italiano) sul “caso Sartori”. Potrebbe riferirsi all’arresto di Alberto Sartori a Trieste in occasione di tumulti dopo una manifestazione operaia, e il relativo soggiorno in carcere per il nostro vicentino. Altri “casi” è difficile ipotizzare poiché Sartori è la pietra su cui viene fondata la chiesa marxista-leninista, a meno che qualcuno non abbia archiviato qualcosa sui trascorsi di “Carlo” e sulle dicerie di provenienza PCI.

 

 

Il 10 settembre 1966 la “fonte RODOLFO” porta a casa una buona informativa: “….Nell’azione di agganciamento svolta in campo nazionale in direzione di esponenti comunisti, pressioni sarebbero state esercitate sull’On. Pietro SECCHIA, il quale, avrebbe già preso contatti con elementi del Movimento e della citata Ambasciata”.

 

 

Il 17 settembre 1966 “RODOLFO” passa di successo in successo, le sue informative colpiscono nel segno. Infatti per quanto riguarda la struttura in via di formazione del nuovo partito ( il Congresso di fondazione è previsto per i giorni 14 – 15 – 16 ottobre 1966 a Livorno) viene presa una importante decisione dall’Ufficio Politico del Movimento.

 

 

Si tratta di accostare alla struttura pubblica dei dirigenti un’altra parallela e che dovrà essere tenuta segreta, composta da quadri  ex partigiani che dovranno costituire un vero apparato politico-militare. E’ una decisione che influirà moltissimo sulla vita di Alberto Sartori come vedremo nel corso dell’esame dei documenti del Servizio Segreto, che soprattutto per questo motivo non lo molla un attimo.

 

 

Anche perché Sartori oltre a muoversi con disinvoltura nei meandri della nuova organizzazione (ma placcato sempre da “RODOLFO”) sembra proprio che sia diventato il principale finanziatore della trasformazione del periodico “Nuova Unità” da quindicinale a settimanale.

 

 

 

Da dove trae i soldi Alberto Sartori?

 

 

Ed è logico chiedersi a questo punto da dove tragga i soldi Alberto Sartori, dal gruzzolo che si è portato dal Venezuela? A questo proposito è bene leggere le conclusioni a cui arriva il prof. Aldo Giannuli, consulente della Magistratura sulla figura di Sartori:

 

 

“Nel 1949 emigrò nel Venezuela e si sistemò con la famiglia a Caracas, dove divenne presidente di una società, la “Industria Metallurgica Caretera La Limpia Maracaibo”, che gestiva una fonderia. Rientrò in Italia nel 1958, in seguito alla rivolta popolare [strano che Sartori, un “comunista” scappi dal Venezuela proprio quando va al potere la sinistra democratica, nota di G.M.] che sconvolse quell’anno il Venezuela abbattendo la dittatura del colonnello M.Perez Jmenez…….

 

 

Circa i motivi del rimpatrio, si dice che egli abbia dovuto lasciare il Venezuela dopo che il consiglio di amministrazione della suddetta società I.M.E.C.A., già legata finanziariamente ad uomini di governo liquidati dal nuovo regime, lo aveva accusato di frode ed estromesso dall’azienda. Il Sartori sarebbe allora riuscito ad ottenere un congruo indennizzo a titolo di liquidazione, che poi avrebbe investito in Italia.

 

 

Nel dicembre 1958 rilevò, infatti, per circa nove milioni, una fabbrica di bauli, valigie e affini, sita in Noventa Padovana, presso cui lavoravano quindici operai…….” [Aldo Giannuli, cit.]

 

 

Acquista terreni nei pressi di Altavilla, vari immobili nelle vicinanze di Via Crispi, e per questo suo tenore di vita viene “investigato” dalla direzione del Partito Comunista.  

 

 

 

 

 

E’ il momento della costituzione del Partito Comunista d’Italia marxista-leninista

 

 

Il 14 ottobre 1966 a Livorno nel salone dell’Hotel Corsica, si riuniscono 121 quadri regionali del Movimento m-l che danno vita al nuovo partito. Fosco DINUCCI, uno dei dirigenti dell’Ufficio Politico, è molto chiaro: il PCd’I m-l dovrà preparare la rivoluzione proletaria di massa; per fare questo è necessario un partito di quadri, che si baserà sulla struttura delle “cellule” e dei “comitati cittadini di coordinamento”. Dopo i canonici appelli alla “vigilanza rivoluzionaria” (intanto uno dei delegati della Calabria è il noto “RODOLFO” ormai stimatissimo dai “compagni”) il congresso si apre alle dichiarazioni  dei delegati regionali.

 

 

Il vicentino Alberto Sartori trova posto nella commissione organizzativa assieme a un certo RISALITI, e al “generale” FRANGIONI. Poi legge il documento approvato dal congresso regionale del Veneto. Tutti hanno la spilla raffigurante Mao, medagliette arrivate apposta dalla Cina che danno un tono vagamente orientaleggiante all’adunata.

 

 

Non mancano nel rapporto di “RODOLFO” al Servizio Segreto dei particolari umani che offrono un quadro più divertente (e anche sgangherato) dei noiosissimi sermoni marxisti-leninisti. Visto che dall’alto della dirigenza si è toccato il tasto della “vigilanza rivoluzionaria” e che in sala è presente un membro del partito comunista spagnolo…..”per evitare l’identificazione (ovviamente da parte della Polizia, nota G.M.) nella notte tra il 15 ed il 16 è stato fatto dormire nello stesso letto – a due piazze – con Osvaldo PESCE, mentre nella notte successiva, tra il 17 ed il 18 gli hanno fatto occupare la camera prenotata da Pietro LA GAMBA il quale, uscito dall’Hotel Corsica, si è recato a dormire in un albergo nelle vicinanze della stazione ferroviaria..” [Centro di Controspionaggio di Napoli, rapporto del 21 ottobre 1966].

 

 

Quando prende la parola il compagno Alberto Sartori da Vicenza il congresso ha un sussulto. Sartori infatti con il suo stile un po’ da iettatore fa presente che se il nuovo partito dovesse fallire il proletariato non lo potrebbe perdonare. Poi termina affermando, totalmente privo di senso dell’umorismo, che il nuovo partito “….non dovrà essere mai abbandonato dalla vigilanza rivoluzionaria che dovrà essere esercitata dalle “guardie rosse”…”. “RODOLFO” annuisce.

 

 

Ma ormai Sartori non lo ferma più nessuno. Per lui è necessario “…indire un convegno di partigiani marxisti-leninisti, con la partecipazione di giovani i quali possono dare consigli ed indirizzi”. Travolge ogni ostacolo d’orario stigmatizzando che “…i partigiani sanno anche sparare se sarà necessario” ed auspica “la solidarietà tra tutti i partigiani come ai tempi della lotta in montagna…”. Finisce sempre più cupo: “…ogni compagno colpito deve essere da tutti aiutato”.

 

 

E’ una fortuna sia per Sartori che per i compagni viventi nella sala dell’Hotel Corsica che alle ore 14 il congresso si disponga per votare …ovviamente all’unanimità. Ma il 100 per cento non viene raggiunto. Ci si mette di mezzo un farmacista di Cosenza, Giuseppe RUSSO, che si dichiara contrario alla costituzione immediata del partito perché prematura.

 

 

Ma è il momento della festa, tutti si lanciano a fare baldoria, i “dirigenti” tra cui spicca sempre il noto Sartori, si appropriano del balcone dal quale espongono la bandiera con falce e martello. Alla faccia dei revisionisti! C’è pure la nota stonata del proprietario dell’Hotel Corsica che si arrabbia perché lo spettacolo dal balcone gli costerà come minimo una tirata d’orecchi da parte della Polizia.

 

 

Dopo il pranzo i lavori continuano e si finisce allo sfinimento. Dopo vari oratori riprende la parola ancora il nostro Sartori che scandisce come un medico di lunga esperienza: “Il Soccorso Rosso venga considerato come un mezzo organizzativo del Partito”.

 

 

Segue l’elezione dei membri del Comitato Centrale tra cui troviamo il “noto” Sartori.

 

 

 

 

 

Sartori sale scalino per scalino e "Rodolfo" pure....

 

 

 

Dopo il Congresso di fondazione del partito si riunisce fuori da ogni clamore l’Ufficio politico che inizia a cambiare gradualmente gli assetti usciti dall’adunata. Intanto le commissioni si allargano o si restringono, cambiano i nomi, alcuni restano, altri semplicemente spariscono.

 

 

In Ufficio Politico ci si sente più a proprio agio, si è in pochi e quei pochi possono decidere. Infatti Sartori esce dalla commissione organizzativa ed entra nella commissione dei partigiani. I quadri dipenderanno dal “generale” FRANGIONI,  da SARTORI e da GRACCI Angelo. La caratteristica vera della commissione è quella di dare un assetto paramilitare a tutte le istanze ex partigiane del partito.

 

 

Nel frattempo l’ex partigiano Giuseppe Mancuso Menotti, “RODOLFO”, relaziona al Servizio che il suo nome è stato fatto all’ambasciatore d’Albania, Jordan PANI, poiché un dirigente del Partito conta di includere “RODOLFO” nel Consiglio Nazionale dell’Associazione Italiana per i rapporti culturali con l’Albania. Quindi se SARTORI sale anche “RODOLFO” non sta fermo [Appunto al Centro CS del 9 gennaio 1967].

 

 

Pochi giorni dopo quest’ultimo rapporto Alberto SARTORI  invia a Giuseppe Mancuso Menotti, “RODOLFO”, un cospicuo numero di volantini, stampati a Vicenza e diretti ai Partigiani dell’A.N.P.I. [14 gennaio 1967]

 

 

Della stessa data un altro rapporto sempre di “RODOLFO” informa che i “compagni” SARTORI, GRACCI e FRANGIONI continuano nel loro lavoro “paramilitare”.

 

 

Il 25 gennaio 1967 si profila il tentativo di “RODOLFO” di farsi nominare responsabile della commissione partigiani per la Calabria. In questo caso la “fonte” verrebbe a diretto contatto con l’attività “paramilitare” del trio Sartori-Gracci-Frangioni.

 

 

 

“RODOLFO” spara le sue cartuccie su Sartori

 

 

“RODOLFO” (Giuseppe Mancuso Menotti, ex partigiano) avverte il cambiamento nella situazione politica del Paese e si sente in grado di fornire informazioni sempre più particolareggiate, sia sul “Fronte Antimperialista di Liberazione Nazionale” caldeggiato soprattutto da GRACCI e SARTORI, sia su iniziative di ancor più largo respiro e decisamente più pericolose.

 

 

L’APPUNTO del 3 marzo 1968 così recita:

 

 

“In occasione dell’imminente campagna elettorale, sono programmati in Italia atti terroristici che verrebbero attuati da elementi di altri partiti fratelli europei [“RODOLFO” intende partiti marxisti-leninisti filocinesi, nota G.M.] e, precisamente, belgi, francesi e spagnoli, che agirebbero su indicazione dell’apparato filocinese italiano.

 

 

L’intervento di elementi stranieri si rende necessario per evitare che operino i filocinesi italiani che, se scoperti, potrebbero dare al governo nazionale il pretesto di proporre la messa fuori legge del PC d’Italia (m-l).

 

 

Gli elementi italiani, a loro volta, agirebbero in azioni terroristiche in altre nazioni europee, se necessario.

 

 

Risulta certo che a capo dell’apparato paramilitare dei filocinesi italiani è stato prescelto il compagno Alberto SARTORI il quale, tra l’altro, mantiene i rapporti con le organizzazioni similari degli altri partiti filocinesi europei”.

 

 

 

Il SID elabora le informazioni del Centro Controspionaggio

 

 

 

Pubblichiamo integralmente un documento del Centro di Controspionaggio di Napoli del 8 maggio 1968:

 

 

SEGRETO

 

CENTRO C.S. DI NA.

 

N.4629  di prot.     NA., li 8 maggio 1968

 

OGGETTO: - Creazione di un “Fronte Internazionale Rivoluzionario”.

 

ALL’UFFICIO “D”     ROMA

 

Rif. Fn.04/7309/I del 22 marzo 1968.

………………………………………………………

 

 

Alla nostra fonte “RODOLFO” risulta che i partiti comunisti filocinesi di nazioni limitrofe sono collegati tra di loro per contatti diretti tra i rispettivi dirigenti, mentre i rapporti dei rimanenti movimenti filocinesi vengono mantenuti per il tramite dei partiti comunisti cinese ed albanese, a seconda che trattasi di partiti europei od extra europei.

 

 

Per quanto riguarda il P.C. d’Italia (m-l), alla fonte consta che i collegamenti diretti con i partiti fratelli francese, spagnolo e belga vengono tenuti dal noto Alberto SARTORI, il quale è anche indicato come il capo della “organizzazione militare” dello stesso P.C. d’Italia (m-l).

 

 

La fonte non esclude che, esistendo da tempo un “Comando Europeo” rivoluzionario, si sia ora passati anche alla costituzione di un “Fronte Internazionale Rivoluzionario” sul piano politico. Questione seguita.

 

 

IL TEN.COL. DEI CC. COMANDANTE DEL CENTRO – Antonio Cacciuttolo - 

 

 

 

I Convegni del Nord

 

 

E’ opportuno segnalare ai fini della nostra storia l’importanza per il futuro (i prossimi anni settanta) dei convegni nell’estate 1968 del Partito filocinese a Verona e a Padova. Il fatto politico può essere considerato “minore”, poiché appartiene alla vita delle formazioni marxiste-leniniste del tempo ma il fatto fisico e temporale è di tutt’altro spessore. Infatti nella stessa sala e nello stesso frangente di tempo si trovano gomito a gomito il futuro fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio (ancora fresco di studi dalla facoltà di Sociologia di Trento), Walter Peruzzi della rivista m-l “LAVORO POLITICO” e il nostro Alberto Sartori, sempre presente nell’allacciare rapporti e trarne informazioni utili (a lui o al suo partito è materia opinabile).

 

 

 

 

 

 

Apriamo una parentesi e andiamo a vedere cosa sapeva il Ministero dell’Interno dell’estrema destra internazionale negli stessi anni in cui seguiva Sartori e il suo partito m-l filocinese.

 

 

 

Lasciamo perciò un attimo Sartori e le beghe del suo partito e vediamo il grado di consapevolezza e di relativi apporti informativi su alcuni estremisti di destra che poi saranno al vertice della “strategia delle bombe” nel nostro Paese.

 

 

Il ministero dell’Interno, almeno dai documenti che citiamo, ci sembra informato al centesimo sulle caratteristiche terroristiche delle formazioni “ORDRE ET TRADITION”, “ORDINE NUOVO”, “OAS”, ecc.

 

 

Infatti una RISERVATA PERSONALE – DOPPIA BUSTA-RACCOMANDATA A MANO - del 23 giugno 1967 del Ministero dell’Interno – Direzione Generale della Pubblica Sicurezza – indirizzata ai Questori di Roma e di Milano riporta:

 

 

“Fonte confidenziale attendibile ha segnalato che nello scorso mese di settembre si è costituito a Lisbona il movimento internazionale di estrema destra Ordre et Tradition, promosso, capeggiato e finanziato da elementi di tendenza nazional-rivoluzionaria portoghesi o stranieri residenti in Portogallo, tra cui ex militanti dell’OAS, collegati anche ad ambienti belgi, sudafricani e rhodesiani.

 

 

Il movimento – secondo la stessa fonte – agisce sotto la copertura dell’agenzia di stampa “AGINTER PRESSE”, che ha sede a Lisbona, in Rua das Pracas, 13/cv ed è diretta da tale GUERIN-SERAC, di circa 45 anni, ex ufficiale francese in Indocina e Algeria.

 

 

[…] Per l’azione armata disporrebbe di un’organizzazione paramilitare clandestina detta “Presenza Occidentale” e costituita in tempi più recenti a Joannesburg (Sud Africa) che recluterebbe giovani ed ex combattenti estremisti di destra per impegnarli in “operazioni” contro obiettivi comunisti in Paesi diversi dai loro…..”.

 

 

Il 5 dicembre 1967 GUERIN SERAC secondo la fonte fiduciaria viene segnalato a Roma per riannodare i rapporti con “ORDINE NUOVO”.

 

 

Il 27 dicembre 1967 la segnalazione del Ministero dell’Interno, ripetuta,  raggiunge il Questore di Roma. Mentre il 7 febbraio 1968 sempre il Ministero informa che GUERIN SERAC in realtà si chiama GUILLOU Ives Marie, nato in Francia il 2.12.1926, residente a Lisbona, già appartenente all’OAS.

 

 

Il 26 febbraio 1968 il Ministero avvisa tutte le Questure, i Commissariati di P.S. presso gli scali marittimi, gli Uffici di P.S. presso gli aeroporti e gli Uffici di Polizia di Frontiera di TORINO-COMO-BOLZANO-UDINE della possibilità di entrata nel territorio nazionale di una lista (acclusa nel documento) di esponenti ex OAS.

 

 

 

Ed ecco il gioco di prestigio su GUERIN SERAC

 

 

 

Poi quando scoppieranno le bombe a Roma e a Milano il 12.12.1969 il Ministero farà giungere all’Ufficio Politico della Questura di Roma le seguenti informazioni. Dopo aver indicato che MERLINO e DELLE CHIAIE (militanti di estrema destra) sarebbero i responsabili degli attentati a Roma (si badi bene…a Roma) il rapporto continua così: “secondo notizie confidenziali ….. la fonte ha riferito che gli attentati avrebbero un certo collegamento con quelli organizzati a Parigi nel 1968 e la mente organizzativa degli stessi sarebbe tale Y.GUERIN SERAC, cittadino tedesco (sic!) il quale:

 

- risiede a Lisbona ove dirige l’agenzia “AGER INTERPRESSE”;

 

- viaggia spesso in aereo e viene in Italia attraverso la Svizzera;

 

- è anarchico, ma a Lisbona non è nota la sua ideologia;

 

- ha come aiutante tale LEROY ROBERTO, residente a Parigi – B.P. 55-83 – La Seyne sur Mer;

 

- a Roma ha contatti con lo STEFANO DELLE CHIAIE;

 

- ha i seguenti connotati: anni 40 circa, altezza m.1,78 circa, biondo, snello, parla tedesco e francese;

 

- è certamente in rapporti con la Rappresentanza diplomatica della Cina Comunista a Berna.

 

- MERLINO e DELLE CHIAIE avrebbero commesso gli attentati per farne ricadere la responsabilità su altri movimenti”.

 

 

Non occorre essere dei geni per capire che il sedicente “anarchico” GUERIN SERAC era già ben conosciuto dal Ministero dell’Interno, ancora nel 1967 e forse ancora prima. Ma nel 1969 una manina sparge una cortina fumogena sulle origini, caratteristiche, finalità di questo personaggio. Oltre a questa sporca manovra c’è da dire che il rapporto arriva sui tavoli che contano con tempi suoi e altre manine si prenderanno il compito di tenerlo ben “riservato”.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ora tocchiamo la provincia di Treviso e precisamente Venegazzù del Montello, dove ha la sua villa (Villa Spineda) il ricchissimo conte Pietro Loredan. La cui vita è destinata ad incrociare, sempre negli anni sessanta, le vite di Alberto Sartori e Giovanni Ventura.

 

 

 

Ricco, dotato di un carattere volitivo e forte ma al contempo emotivamente portato a collere incontrollabili e per questo considerato “il matto” dalla voce popolare, Loredan era considerato anche “il conte rosso”, poiché sembra proprio che si sia guadagnato gli allori di “partigiano” sulle alture del Montello nella guerra di liberazione.

 

 

Altri “osservatori” la pensano diversamente: per loro il Loredan si è sì intrufolato tra i partigiani ma perché gli è stato ordinato dai vertici militari della RSI. Una sorta di infiltrazione nelle fila del nemico. Lui afferma invece che il suo essere partigiano è stata un’esperienza vissuta pericolosamente anche se ha avuto motivo di scontro con partigiani di idee comuniste.

 

 

Pietro Loredan, nel dopoguerra si laurea in legge a Padova, ma non si mette a lavorare, la sua passione è la caccia con il falcone. Ma non trascura le sue proprietà. Anzi si dà da fare per valorizzarle al punto che, nonostante difficoltà finanziarie iniziali, riesce a produrre vini di qualità eccellente.

 

 

Ai vini e alle coltivazioni agricole aggiunge pure la gestione di un ristorante, “La Falconera”, che in breve diventa un centro di attrazione e di mondanità per decine e decine di intellettuali (di sinistra o presunti tali), di registi cinematografici (Pietro Germi durante le riprese del suo film “Signore e Signori” era di casa alla “Falconera”).

 

 

 

 

 

 

Tra gli intellettuali si distinguono Goffredo Parise che, a detta della compagna di Loredan, Anna Maria Pivetta, nutre le stesse idee politiche del Conte, che frequenta per certi periodi anche assiduamente. Tanto che, con le mutate situazioni politiche degli ultimi anni sessanta (1967-68) Parise si infila nella compagnia di Loredan per visitare l’Albania, da cui trarrà poi un reportage apparso sulle colonne del Corriere della Sera.

 

 

Per la verità Goffredo Parise puntava all’Albania per motivi professionali e per la sua curiosità esistenziale, mentre Loredan esprimeva tutta la sua anima medioevale praticando la caccia con il falcone che si era portato da casa.

 

 

Oltre a Goffredo Parise troviamo un altro scrittore veneto, Giovanni Comisso, già assai celebre in quegli anni, che abitava ad un passo dall’abitazione dello scrittore vicentino. Era un giro vorticoso e spensierato, a parte Parise che procurava un senso di angoscia alla compagna di Loredan, per il suo carattere introverso, taciturno e profondamente malinconico. Tanto Parise era malinconico quanto Comisso era estroverso e portato alle gioie della vita.

 

 

Loredan, in quei tempi, siamo alla vigilia del 1968, della rivolta studentesca, in Europa ed in Italia in particolare, si sta trasformando politicamente. Non più missino, non più esponente di “Ordine Nuovo” ( o per lo meno mette in sordina la sua militanza di destra mimetizzandosi) ma fervente maoista, aperto alle nuove istanze politiche, a modo suo mescolate con sprazzi di fascismo o di nazismo a seconda degli interlocutori o dei suoi momenti di rabbia incontrollabile. “Sarà anche un matto – dirà poi un ufficiale dei Carabinieri – ma è talmente intelligente che lo sa fare anche troppo bene..”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una svolta nella vita del Conte: le proposte a Sartori, il tentativo di assorbirlo nei gruppi di ex partigiani già "inquinati"....

 

 

Resta il fatto che “il matto”, Pietro Loredan, il “Conte rosso”, pur mantenendo i contatti con l’ambiente di “Ordine Nuovo”, a cui lo lega la conoscenza con Ventura, acquisita nel 1967, imprime improvvisamente una svolta alla sua vita. I suoi dicorsi incendiari diventano adesso spudoratamente “eversivi”, le discussioni sempre più accalorate, contro tutto e tutti, soprattutto il potere costituito. Loredan comincia a parlare di maoismo, di unità d’azione tra fascisti e comunisti rivoluzionari, di rivoluzione senza aggettivi.

 

 

Conosce Giovanni Ventura, lo tira dalla sua parte, anche se sa perfettamente che il giovane libraio di Castelfranco, già missino, è da anni in stretti rapporti con Franco Freda, giovane procuratore legale di Padova, che ha il pallino di seminare terrore e confusione politica.

 

 

Ventura significa molto per Loredan, finalmente ha una spalla valida per portare avanti le sue idee rivoluzionarie “senza barriere idelogiche”. Entrambi si trovano bene nei panni dei provocatori e stilano un programma di infiltrazione. Loredan, di suo, ci mette la passata esperienza partigiana, vera o falsa non importa, l’importante è che siano possibili rapporti di avvicinamento politico con frangie di ex partigiani scontenti della politica del PCI e in odore di rottura con il partito.

 

 

Prende così forma una sorta di movimento ancora “provvisorio” formato da alcune decine di persone, alcune fasciste ma mimetizzate (il Ventura ad esempio), altre di estrazione partigiana, le quali si riuniscono per discutere, per cercare di opporre una resistenza al tentativo delle destre di impadronirsi del potere.

 

 

E’ per questo motivo che, anche stando alla testimonianza di Alberto Sartori, il Conte Loredan un bel giorno (siamo nel maggio del 1968) sale sulla sua Porsche coupè e a tutto gas si avvia verso Vicenza, esattamente in Via Milano dove ha sede l’ufficio di rappresentanza dell’ex partigiano Alberto Sartori ed ex quasi numero uno del Partito Comunista d’Italia (m-l) “linea rossa” (sì, perché il partito maoista aveva già trovato il tempo per dividersi).

 

 

Loredan si presenta a Sartori, il Conte è come sempre trafelato e confusionario, ma alcune cose le dice in modo chiaro. Propone a Sartori di presenziare a delle riunioni con altri ex partigiani per “opporsi al pericolo fascista”. Le riunioni  - sottolinea Loredan – sono già state tenute ma c’è il bisogno di stringere i tempi, di dare concretezza a discorsi che altrimenti resterebbero vaghi e inconcludenti. Per questo ci vuole Sartori, considerato un ottimo comandante.

 

 

Ci sono tutti gli ingredienti per stuzzicare l’amor proprio di Alberto Sartori ma, nella sua lettera a GRACCI (a memoria scritta il 5 maggio 1971 col senno di poi), il dirigente della “Linea rossa” (la parte minoritaria staccatasi dal Partito Comunista d’Italia m-l per dissensi o giochi di potere) specifica che il Loredan fu accolto da lui con diffidenza, e che quei discorsi in qualche maniera lo avevano allarmato tanto che seguì (all’uscita di Loredan) il Conte e lo vide prendere la sua Porsche e volare via a tutta velocità.

 

 

Ma Sartori, abituato come “uomo di mondo” a non stupirsi dell’agiatezza altrui, non misurò l’uomo dalla sua macchina ma dalle informazioni.

 

 

Per uno come Sartori è verosimile che sia scattato il meccanismo di allarme, infatti il nostro ex partigiano scrive subito al “colonnello “ Marconcini di Este per avere notizie più dettagliate. Sia il Marconcini che altri dell’ambiente partigiano gli forniscono ottime credenziali su Loredan.

 

 

Il Conte da parte sua fa di tutto per portare Sartori nella sua cerchia. Ma fa degli errori, piccoli ma significativi. Offre solidarietà al Sartori reduce da un arresto a Trieste per aver guidato uno sciopero operaio e lo tampina per oltre un mese parlandogli di esperimenti agricoli, di razzi antigrandine da trasformare in armi vere e proprie, ecc. Troppo e soprattutto tutto in una volta. Così anche le sue offerte di finanziamento del partito trovano il tempo che trovano. Passano i mesi, passa l’inverno e alla vera svolta dei rapporti con Sartori ci si arriva nell’aprile del 1969.

 

 

Qui le versioni non collimano. Davanti ai giudici, poi, sia il Sartori che il Loredan ricostruiscono questo periodo in modi diversi. Loredan afferma che rapporti con Sartori c’erano già stati (è vero: ma nel 1968), Sartori afferma invece che il rapporto con Loredan riprende il 28 aprile del 1969 tramite una telefonata dello stesso. Sartori era a Napoli (lavorava come dirigente presso la ditta SAMOPAN gestita dal Vaticano e dalle correnti della DC,Rumor per intenderci) e Loredan era a Venegazzù (Treviso), a casa sua.

[La lettera di Alberto Sartori a GRACCI - clicca qui]

 

 

Ma i verbali firmati da Loredan alla presenza del giudice D’Ambrosio il 20 giugno del 1973 testimoniano una realtà diversa – sempre secondo la versione di Loredan ovviamente. In breve il Conte avrebbe finanziato il Partito Comunista d’Italia m-l, almeno una volta, per la somma di lire 500.000.

 

 

Loredan con D’Ambrosio non sembra in cerca di scuse sofisticate, parla un linguaggio semplice: “Sono stato con Sartori, portavo in giro opuscoli di propaganda per tutto il Veneto”. “Questo lo sanno tutti”. Poi: “Ero ossessionato da Sartori che continuava a chiedermi soldi”. Quindi la versione di Sartori, che si basa su pochi elementi di contrasto, tutti giocati sui discorsi fatti da Loredan (vedi lettera di Sartori a Gracci) appare molto interessata. Molto probabilmente Sartori salta a piè pari tutto il periodo dal maggio 1968 all’aprile 1969. In mezzo cosa è successo? Loredan dice che ha fatto il galoppino per il partito, Sartori tace su questo.

 

 

 

 

 

La versione di Loredan

 

 

[Prima diamo un'occhiata a cosa dice Loredan nel 1971 al giudice Stiz - clicca qui] 

 

 

Rispetto alla lettera di Sartori a Gracci il Conte è molto più stringato, ma quel che conta è quello che dice. Per questo riproduciamo parte del verbale che Loredan rilascia al Giudice Gerardo D’Ambrosio il 20 giugno del 1973.

 

 

“……Per quanto riguarda il rapporto con Sartori faccio presente che subito dopo l’alluvione io mi recai ad Asolo e poi a Seren per organizzare dei soccorsi alle famiglie dei partigiani. In tale occasione mi incontrai con alcuni partigiani collegati a Toni Bavaresco.

 

Detti partigiani mi mostrarono un giornale sul quale era pubblicato un articolo a firma Sartori che faceva un’analisi della situazione politica molto vicino alle mie idee.

 

Il giornale era “Malga Zonta”. Un giornale edito dai partigiani di Vicenza.

 

Sartori diceva che gli ideali della resistenza erano stati traditi; che nessuno aveva combattuto per ottenere questo mondo; accusava il partito comunista di stare al gioco della borghesia e prospettava la necessità di orientare le forze sane del paese verso obiettivi nettamente diversi.

 

Poiché rimasi colpito dallo scritto di Sartori pregai Marconcini di prendere contatto con il Sartori e di farmi avere un incontro con lui. A riprova di quanto ho affermato esibisco la lettera datata 10 maggio 1968 diretta da Sartori a Marconcini, lettera che è stata a me consegnata dal Marconcini medesimo.

 

Dopo qualche tempo, un paio di mesi credo, mi presentai io stesso da solo a casa di Sartori a Vicenza, a nome di Marconcini.

 

Ricordo che Sartori dopo i primi convenevoli mi disse subito: “Guarda Loredan che quelli del partito comunista dicono che io sono un agente della CIA”. “La cosa è assolutamente falsa, comunque ho ritenuto mio dovere avvertirti subito”.

 

Andai dal Sartori per dare la mia adesione alla sua linea politica e per cercare insieme di ottenere un seguito cospicuo alla linea politica stessa. Sartori circa un paio di mesi dopo mi dette incarico di prendere contatto con i partigiani del Bellunese per approfittare della situazione verificatasi di dissenso dei partigiani stessi dalla linea del Partito Comunista.

 

L’incarico mi fu dato dal Sartori in quanto egli intendeva fondare in quella zona una sezione del partito “Marxista-leninista”. In altri termini il mio compito era quello di assumere in loco informazioni sull’esistenza di un effettivo dissenso per dare la possibilità al Sartori di valutare l’opportunità di aprire una sezione.

 

Dopo aver svolto questo servizio per conto del Sartori egli mi affidò la diffusione per la provincia di Treviso di stampati del movimento. Gli stampati li ritiravo direttamente a Vicenza e poi a Pordenone da un certo ZANON.

 

 

Giudice Istruttore: E’ vero quanto affermato da Sartori e cioè che lei si recò a Napoli il 29 aprile ’69 insieme a Ventura?

 

 

Loredan: Non ricordo la data però è vero che mi recai a trovare Sartori a Napoli insieme al Ventura.

 

 

G.I.: E’ vero che presentò Ventura a Sartori con il nome del “signor Alberti”?

 

 

Loredan: Non è vero. Presentai Ventura con il suo nome. Del resto lo stesso Sartori riconosce che andai per proporgli un affare editoriale e quindi è assolutamente assurdo che io presentassi Ventura con un falso nome quando questo doveva poi lavorare con lui.

 

 

G.I.: Potrebbe darsi che il Ventura prima di rivelare la sua vera identità al Sartori volesse essere sicuro che questi accettasse l’offerta. Comunque mi dica se fu in quella occasione che lei consegnò al Sartori i documenti segreti?

 

 

Loredan: Non è vero. Il primo rapporto lo consegnai al Sartori circa due mesi dopo. E gli consegnai poi gli altri due in successive occasioni, man mano che il Ventura me li consegnava. L’ultimo glielo detti subito dopo l’Epifania del ’70.

 

 

Loredan: Il primo rapporto riguardava l’organizzazione “Hilderberg”, il secondo riguardava “la situazione generale italiana” in particolare l’azione della destra, di alcune forze cattoliche e di gruppi economici americani, ed era molto voluminoso. L’ultimo infine riguardava i fatti del 12 dicembre 1969.

 

Io avevo chiesto al Ventura di procurarmi notizie attraverso il suo canale ed egli mi consegnò questo rapporto. Il rapporto aveva le stesse caratteristiche degli altri due. Era molto succinto. In esso si diceva che gli attentatori erano stati addestrati dalla CIA in un campo vicino a Heidelberghen.

 

Gli attentatori erano cinque, avevano collocato le bombe e subito dopo erano rientrati alla base in Germania. Ricevetti il rapporto intorno all’Epifania 1970.

 

Questo rapporto come gli altri li detti al Sartori e non ne ho conservato copia. Comunque sono certo che aveva la stessa sigla degli altri cioè iniziava con il “K”.

 

Ricordo che il Ventura diceva di strappare la parte siglata prima di consegnarli al Sartori.

 

 

G.I.: Posto che lei si recò a Napoli il 29.4.69 insieme al Ventura per proporre l’affare editoriale al Sartori mi dica come Ventura le parlò di questo affare, perché lei decise di aiutarlo, perché infine, andaste da Sartori?

 

 

Loredan: "Ventura che non si era fatto vivo con me per circa sei mesi si presentò alla “Falconera” insieme ad altra persona romana di circa 40 anni, di statura bassa, tarchiata, col viso rotondo, capelli neri. Il ventura mi mostrò dei documenti relativi ad una azienda tipografica dicendomi che era opportuno costituirla avendo essa praticamente il lavoro assicurato in quanto già dei contratti editoriali erano stati stipulati, non ricordo se dalla LERICI o dalla CURCIO, e forse da tutte e due, per diversi miliardi.

 

 

Mi disse pure che avrebbe avuto come socio Gamacchio della LERICI, amico di MANCINI, e che pertanto il lavoro sarebbe stato sicuro. Poiché Sartori continuava a pressarmi con richieste di denaro, pensai che questa fosse l’occasione buona per finanziare il movimento marxista-leninista senza eccessivi fastidi personali.

 

 

Pretesi pertanto come condizioni per il mio interessamento che nell’amministrazione dell’azienda dovesse essere inserito Sartori". 

 

[Il rapporto del Centro di Controspionaggio di Padova su Loredan - clicca qui

 

 

 

Continuazione dell’interrogatorio del 20 giugno 1973

 

 

Loredan: - "La persona che venne insieme al Ventura mi fu presentato come uno di coloro che avevano interesse alla costituzione della casa editrice. Fu quella che tirò dalla borsa i contratti già stipulati dalla LERICI e dalla CURCIO, contratti che avrebbero dovuto essere rilevati dalla costituenda società.

 

 

Sono sicuro che questo incontro avvenne qualche giorno prima, o meglio qualche tempo prima che io e il Ventura ci recassimo a Napoli per incontrare il SARTORI. Ventura e il suo accompagnatore si fermarono a cena al mio ristorante “La Falconera”.

 

 

Il Ventura era accompagnato soltanto da quel signore. In altra occasione nel luglio-agosto 1969 (ricordo che faceva caldo) e probabilmente di sabato, Ventura venne da me con un gruppo di altre persone, sei o sette, fra cui certamente dei romani (come ho capito dall’accento).

 

 

Ventura me li presentò come giornalisti e critici d’arte; si fermarono a cena nel mio ristorante; si parlò anche dei programmi editoriali del Ventura.

 

 

Non ricordo se fra questo gruppo c’era pure l’accompagnatore del Ventura dell’aprile. Per tornare all’incontro dell’aprile, fu proprio dopo di esso che ci decidemmo io e il Ventura a recarci a Napoli dal Sartori. Telefonai a casa del Sartori a Vicenza per avere il suo indirizzo di Napoli. Partimmo per Napoli il 29 aprile in treno. Mettemmo il Sartori al corrente dell’iniziativa editoriale; comunque lasciai soli Ventura e Sartori in quanto li ritenevo più esperti di me nell’organizzare quel tipo di attività; si trattava dell’esercizio di un’impresa commerciale i cui proventi dovevano servire a finanziare il partito politico del Sartori.

 

 

Da Napoli tutti e tre prendemmo l’aereo ed atterrammo all’aeroporto di Tessera. Avendo bisogno di finanziatori per il progetto editoriale pensai di ricorrere all’avallo del mio amico Giorgio GUARNIERI di Trieste, già medaglia d’argento nel periodo partigiano ed industriale cartiero.

 

 

La sua firma di avallo sarebbe stata gradita alle banche. Guarnieri era conosciuto come uomo di notevole apertura mentale; e difatti quando gli parlai del progetto si mostrò disponibile. Quando vide i dettagli del progetto si decise all’operazione, ciò avveniva nell’estate del ’69. La realizzazione del progetto fu qualche mese successivo, intorno al novembre ’69.

 

 

Io e Guarnieri fungemmo da avallanti; sul momento non facemmo nessuna ipoteca sui beni del Ventura perché effettivamente non avevamo ancora sborsato denaro.

 

 

Quando la situazione economica della “LITOPRESS” precipitò io e Guarnieri fummo chiamati a rispondere; in quel momento accendemmo l’ipoteca sui beni immobili della famiglia Ventura; a tutt’oggi io personalmente ho già sborsato 17 milioni, per pagare i debiti dell’impresa.

Credo che il Guarnieri abbia sborsato anche di più".

 

 

 

 

Il G.I. mostra al teste la lettera datata Treviso 9/7/70 indirizzata dal Ventura per raccomandata a Guarnieri con la quale si definisce il Loredan un “militante” che però nei momenti difficili abbandonò la lotta ed i compagni. Tale lettera è stata sequestrata nella cassetta di sicurezza del Ventura.

 

Il teste mostra sorpresa e dichiara che il Guarnieri non gli ha mai mostrato né fatto cenno di tale lettera, e che Ventura con essa dimostra di essere “una autentica canaglia”. Dichiara altresì:

 

 

“Probabilmente il Ventura scrisse la lettera di questo tono perché in quel periodo, andata a rotoli l’attività della Litopress mi cominciò a tormentare con richieste di interventi. Addirittura mi inviò un telegramma di minaccia di azione civile se non avessi continuato ad avallare le sue operazioni bancarie.

 

Produco la raccomandata del 30.7.70 scrittami dal commercialista del Ventura, dr. Pandolfi, con la quale si ribadiscono le pretese del Ventura di quel periodo”.

 

 

 

 

Il G.I. mostra anche al Loredan uno dei rapporti sui gruppi filo-cinesi in Italia, datato dicembre ’67 (sequestrato nella cassetta di sicurezza del Ventura) in cui è inserita una scheda personale di esso Loredan fra gli elementi intellettuali filo-cinesi, e gli chiede se il Ventura gli ha mai mostrato tale rapporto e quindi se conosce l’autore di questi rapporti, individuato in Giannettini Guido.

 

 

 

[Una testimonianza eccezionale: Loredan smentito dal suo vicino di casa - clicca qui

 

 

 

Loredan: - "Non ho mai visto questi rapporti e non conosco Giannettini. Ho letto sul giornale che Giannettini sarebbe uno del “SID” in contatto con il Ventura. Ora mi rendo conto che quel “vigliacco” del Ventura addirittura faceva la spia e passava la mia scheda a gente come il Giannettini. E’ una ulteriore riprova che il Ventura ci ha raggirato mostrandosi come uno di sinistra ed addirittura chiedendo finanziamenti per un’attività editoriale il cui scopo ultimo era il finanziamento del partito marxista-leninista di Sartori.

 

 

A questo punto debbo ritenere che quanto si diceva sul Sartori (che fosse un agente della CIA) potrebbe corrispondere a verità.

 

 

Il mio rapporto sugli “Ordinovisti”, cioè sulla necessità di prendere contatto con elementi di destra, era dettata dall’intento di penetrare attraverso gli ordinovisti nei movimenti di destra (che noi contrastavamo) per poter vedere cosa facessero. Comunque non se ne fece nulla……..”.

 

[Passiamo ad esaminare ora il documento "riservato" del SID al giudice D'AMBROSIO su Sartori - clicca qui

 

 

 

La versione di Sartori

 

[Il verbale integrale della testimonianza resa da Alberto SARTORI davanti al giudice Gerardo D'ambrosio - clicca qui -]

 

 

 

[Continua alla Parte Seconda - clicca qui]