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LA DINASTIA DEGLI EZZELINI:

Origine e sviluppo di una grande "famiglia"

 

Primo ottobre 1259. Ezzelino III da Romano, gravemente ferito  pochi giorni prima nella decisiva battaglia di Cassano d’Adda, muore prigioniero nel castello di Soncino presso Brescia.

 

di Laura Poloni

 

PARTE PRIMA    

[Xilografie di Leonardo Marenghi] 

 

 

L’ambizioso quanto impossibile sogno di affermare la signoria anche in terra lombarda, si era infranto contro l’esercito di un vasto fronte anti-ezzeliniano appoggiato dallo stesso aspirante imperatore Manfredi.

 

Con la fine dell’odiatissimo tiranno della Marca Trevigiana, si chiudeva un’epoca, ma anche una lunga storia familiare che quell’epoca aveva in modo decisivo segnato  e caratterizzato. Un’avventura, quella dei da Romano in terra veneta, iniziata almeno due secoli prima dell’ultima e definitiva battaglia.

 

 

Anno 1036: la venuta

 

 

In quell’anno un tal Ezelo di Arpo, scende in Italia al seguito dell’imperatore germanico Corrado II il Salico. “Sol con un cavallo”, viene investito dallo stesso sovrano dei feudi di Onara, a circa nove miglia da Bassano, e di Romano, nel territorio asolano. Questo, almeno, quanto riferisce il notaio e cronista Rolandino da Padova nella sua Cronaca sui da Romano attorno alla seconda metà del XIII secolo. Per Rolandino, siamo in presenza del primo, lontano antenato del famigerato tiranno.

 

Ma le cose, andarono veramente così? I pochi dati storici sembrano infatti ricondurci a un diverso e ben più complesso contesto relativo alle possibili origini dei da Romano. Attorno al 1020 infatti, il vescovo-conte di Trento, Ulderico, tratta con il collega di Frisinga proprio l’acquisto della grande corte di Onara oltre che di Godego.

 

Il fratello di Ulderico, un certo conte Arpo, con beni nella Val di Non e suo figlio Ezelo, risultano fra i principali vassalli ecclesiastici, membri quindi della più alta feudalità trentino-pusterese di origine germanica.

 

Di lì a pochi anni, un certo Ezelo di Arpo, si dichiara signore di Onara e Romano. Siamo forse in presenza degli antenati Ezzelino? Non è sicuro, ma neppure impossibile. E’ certo che Ezelo di Arpo ebbe almeno due figli, Ezelo e Alberico (nomi cari alla famiglia dei da Romano e di sicura origine germanica), padre, quest’ultimo, di Ezzelino I detto il Balbo, nonno del “tiranno”.

 

E’ significativo che “il Balbo” attorno alla metà del XII secolo, vantasse un vasto patrimonio fondiario in tutta la fascia pedemontana della Valsugana, compreso quel castel Godego che suo zio Ezelo aveva avuto in feudo e la stessa corte di Onara, dalla quale gli Ezzelini avevano preso in origine il nome accanto a quello di Romano.

 

Del resto, già nella seconda metà dell’XI secolo, ad Ezelo di Arpo, sono riconducibili vasti possedimenti, a vario e diverso titolo, nei comitati di Treviso, Vicenza e Feltre, oltre che proprietà allodiali (in piena proprietà), nel bassanese. Tutte zone dove si muoveranno le alterne, future vicende dei da Romano.

 

In stretti rapporti patrimoniali e probabilmente parentelari con le locali famiglie dei Conti di Appiano, Collalto e Flavon, Ezelo risulta in quegli anni, già pienamente inserito nel complesso mosaico feudale della Marca Veronese, poi Trevigiana, gettando le basi patrimoniali per la futura potenza del suo casato.

 

E’ veramente difficile credere che solo pochi decenni prima, fosse disceso in Italia “sol con un cavallo” !

 

 

 

Il XII secolo: 1147

 

 

Federico duca di Svevia, l’imperatore Corrado III e il re di Luigi VII, s’imbarcano  alla volta della Terra Santa.

 

E’ l’inizio della seconda, disastrosa Crociata. Al seguito degli eserciti cristiani, si aggrega il primo dei tre più famosi Ezzelini, Ezzelino I detto il Balbo. Alla sua probabile partecipazione alla crociata e a seguito dei meriti acquisiti, sono forse da ricondurre le investiture di numerosi feudi e l’attribuzione di alte cariche, che attendevano Ezzelino al suo ritorno.

 

Vassallo del vescovo di Treviso, riceve in feudo dai vescovi di Feltre e Belluno i castelli di Mussolente, Oderzo e Maser, così dal Patriarca di Aquileia, beni dislocati strategicamente, lungo il corso del Piave, oltre che l’alta carica di Avvocato del Patriarcato per le terre nel comitato di Treviso.

 

Più incerti i rapporti con il vescovo di Vicenza per quanto riguarda l’attribuzione ad Ezzelino di Bassano alla fine del secolo. Pur con l’esclusione dei diritti sul castello, al Da Romano spettavano sicuramente i diritti di dazio sulle cinque porte di accesso alla città e i due centri fortificati di Cartigliano ed Angarano dove i Da Romano avevano la loro casa dominicale.

 

Con Ezzelino I, prosegue il processo di espansione e consolidamento territoriale dei da Romano nell’ambito della grande feudalità ecclesiastica locale. Un processo  non molto difforme da quello che vede impegnate le altre numerose famiglie della Marca,  dai  conti  di  San  Bonifacio,  ai  Collalto,  agli  Estensi e i da Camposampiero.

 

Le antiche istituzioni comitali si sgretolano sotto l’incalzante e sempre più arrogante ascesa delle grandi famiglie feudali, nella loro lenta, ma progressiva acquisizione dei diritti territoriali e giurisdizionali. Il caso dei da Romano è in questo senso emblematico.

 

Con possedimenti dislocati nei diversi comitati di Vicenza, Padova, Treviso e Belluno, dalla fascia pedemontana sino all’area trentina e cadorina, fino ai corsi dei fiumi Sile, Piave e Brenta del quale controlla lo sbocco vallivo tra Romano e Bassano, Ezzelino controlla tanto le più importanti vie di comunicazione terrestre verso la Germania, quanto i principali corsi d’acqua lungo i quali avveniva la gran parte degli scambi commerciali di tutta la Marca.

 

Un vastissimo territorio, non sempre uniforme, detenuto a titolo personale o di semplice vassallo, in condominio con altre famiglie o gestito dai fedeli uomini di masnada. Si trattava ora di consolidare questo vastissimo patrimonio all’interno di un contesto, quale quello della Marca attorno alla seconda metà del secolo, in costante fermento e rapido mutamento.

 

Crescevano le aspirazioni espansionistiche dei Comuni cittadini, di Padova in particolare, cresceva la potenza di altre grandi famiglie feudali con le quali i da Romano non mancheranno presto di scontrarsi, mentre su uno scenario di continue guerre di vicinato e di faide intestine, si allungava l’ombra lunga dell’Impero e del suo nuovo reggente, Federico Barbarossa.

 

 

 

1174: scende l’Imperatore

 

 

L’imperatore germanico scende per la quinta volta nella penisola per riaffermare con le armi la propria autorità nei confronti dei Comuni padani. Non sorprende, data la situazione, trovare Ezzelino apertamente schierato contro Federico quale membro della Lega sorta fra le città della Marca, gelose, quanto le stesse famiglie feudali, di salvaguardare i propri particolari interessi che mal potevano inserirsi nel programma accentratore del Barbarossa.

 

Rettore nel 1175 della Lega, Ezzelino partecipa probabilmente alla stessa decisiva battaglia di Legnano che vede la disfatta delle truppe imperiali, salvo ricevere il perdono dello stesso imperatore in occasione del trattato di pace del 1183.

 

Risolto positivamente il confronto-scontro con l’impero, ad Ezzelino non resta che ritornare nuovamente ad occuparsi dell’ulteriore consolidamento del proprio patrimonio. Allo scopo si dimostra estremamente utile e vantaggiosa un’accorta politica matrimoniale. Lo stesso Ezzelino sposa in successione Agnese dei conti di Castelnuovo, Daria o Auria da Baone della famiglia dei conti di Abano ed infine Gila Da Castelnuovo.

 

Punta più in alto il “Balbo” con il matrimonio di suo figlio Ezzelino, detto poi il Monaco, con Agnese d’Este e successivamente, alla morte di questa, con Cecilia da Baone, nel tentativo di inserire la propria famiglia nel ramo secondario dei conti di Padova.

 

Ancora un matrimonio, questa volta della figlia Cunizza con Tisolino da Camposampiero, assicura al Da Romano la parentela con un’altra delle più influenti famiglie della Marca, con la quale tuttavia non mancheranno presto di scoppiare feroci scontri.

 

L’origine e la natura rurale e feudale della potenza dei Da Romano, non escludeva comunque, ma al contrario intimamente lo implicava, il rapporto con le principali città della Marca, sedi vescovili e delle antiche istituzioni comitali.

 

Ed è proprio a scapito dei tradizionali poteri del vescovo e del conte, che nel corso del secolo si erano affermate, nel convulso e spesso violento panorama cittadino, le prime forme comunali, dove inizialmente vengono a proiettarsi gli interessi delle stesse grandi famiglie della feudalità rurale.

 

Non è raro riconoscere tra le più alte cariche del Comune, proprio alcuni tra gli esponenti di tali famiglie ormai “inurbate”. Lo stesso Ezzelino è iscritto nel 1178 fra i cittadini di Treviso, dove ha uno o forse più palazzi, come a Padova e a Vicenza, dove spesso risiede, diventandone Podestà nel 1183. Stessa carica che ricoprirà a Treviso nel 1190.

 

La tutela degli interessi della propria “domus” e la sua stessa sopravvivenza, dovevano ormai passare attraverso le nuove istituzioni comunali. Ma questo significava ed implicava anche lo scontro con gli interessi delle altre famiglie, significava scendere a patti o compromessi, misurarsi, infine con una società complessa e in costante evoluzione. Il rapporto con i Comuni cittadini, con le loro lotte e faide intestine, di vicinato e presto con lo stesso contado, resterà il nodo cruciale per tutta la successiva politica ezzeliniana.

 

 

 

Inverno 1206

 

 

Ezzelino II, recatosi a Venezia in occasione di una festa, viene aggredito a spada tratta da dei sicari in Piazza S. Marco. L’attentato, ordito dal marchese d’Este, Azzo VI, con la probabile complicità dei Camposampiero, fallisce miseramente solo grazie al pronto intervento degli uomini del suo seguito. Il tentativo estremo da parte degli Estensi di sopprimere il da Romano, è di per sé emblematico di quel generale clima di violenza che caratterizza la Marca tra il XII e XIII secolo dove si troverà ad agire, per tutta la sua vita in un alternarsi continuo di risultati, proprio Ezzelino II detto il Monaco.

 

L’ascesa dell’altra grande famiglia della Marca, gli Estensi, l’affermazione e l’espansione dei Comuni cittadini, i vincoli ormai troppo stretti del vassallaggio ecclesiastico, richiamano costantemente Ezzelino all’azione. Di fronte alla alternativa per la propria casata di soccombere o lasciarsi coinvolgere nel feroce gioco delle parti avverse, Ezzelino, non ha dubbi, sceglie l’unica strada possibile per la futura sopravvivenza, lo scontro aperto e il totale coinvolgimento. I tempi e le circostanze, del resto, erano maturi per potere e dover agire su più fronti.

 

Primo fronte: premeva, innanzitutto la necessità di liberarsi al più presto dai lacci del vassallaggio ecclesiastico da cui dipendeva ancora gran parte del patrimonio del Da Romano. Il fine evidente, era quello di arrivare al pieno e totale controllo del territorio e dei suoi abitanti, oltre che alla definitiva acquisizione di un patrimonio fondiario che diventava così familiare e personale.

 

Da vassallo a signore dei propri possedimenti, il salto comportava necessariamente maggiori e più sicure possibilità di controllo, di introiti finanziari, maggiori quindi possibilità e capacità offensive. La nomina di Avvocato del Patriarcato di Aquileia per la Marca Veronese nel 1182, non gli impedisce di allearsi con il Comune di Treviso contro lo stesso Patriarca di Aquileia per il controllo del Cenedese, di Belluno e Feltre, con una politica di esproprio, anche forzato, dei beni episcopali trevigiani.

 

Nel 1200 la cattedra di Belluno cede al Podestà di Treviso le importanti corti Mussolente, Soligo e poste, ora, al dominio dei da Romano. Nasce così, sotto l’egida del potente signore, la Marca Trevigiana. La convergenza di interessi tra Comune e signore in questa circostanza non sorprende. Tanto per Ezzelino, quanto per il Comune trevigiano lo scopo era quello di svincolarsi dal potere episcopale. Poco importano le scomuniche del Pontefice che piovono a raffica su Ezzelino e Treviso, il processo era ormai indispensabile e inarrestabile.

 

Libero dai vincoli vassallatici Ezzelino può ora puntare alla scalata delle istituzioni comunali non senza ricorrere nel contempo ad una oculata politica matrimoniale, nel chiaro intento di consolidare la posizione propria e dell’intera casata.

 

 

 

Il secondo fronte

 

 

Il secondo fronte dove troviamo attivo Ezzelino II è sicuramente quello delle alleanze basate su di una oculata quanto spregiudicata politica matrimoniale. Egli stesso ne era stato oggetto, quando sposa, per volere di suo padre Ezzelino I il Balbo, Agnese d’Este, Speronella e Cecilia di Baone e Abano. La quarta moglie, Ezzelino la trova invece in Toscana nella persona di Adelaide dei Conti di Mangona detti anche dei Rabbiosi.

 

Dalle precedenti consorti aveva avuto solo due femmine, Palme e Agnese. Adelaide, diversamente, gli assicurerà la sospirata discendenza. Con le quattro femmine che la contessa toscana darà ad Ezzelino, arrivano infatti anche i due eredi maschi, Ezzelino, il futuro tiranno, nel 1194 e Alberico nel 1196.

 

Nell’estremo tentativo di riappacificazione della propria famiglia con i conti di San Bonifacio, rientra invece il matrimonio dei suoi due figli, Ezzelino per l’appunto e Cunizza, rispettivamente con Zilia e il di lei fratello, conte Rizzardo. Non finiva qui. All’ambito della politica ezzeliniana in Vicenza, sono da imputare le nozze del figlio Alberico con Beatrice, probabile figlia di un magnate vicentino e dell’altra figlia Imia con Alberto dei conti Maltraversi di Vicenza, già governatori imperiali e principali protagonisti, con i da Vivaro, delle feroci lotte intestine nella città.

 

Ancora in una politica di consolidamento e di alleanze nei confronti delle famiglie vicentine, è da ricondurre il quarto matrimonio della figlia Cunizza con Namerio da Breganze. Quale degna conclusione di una siffatta politica di alleanze matrimoniali, Ezzelino guarda Ferrara con il matrimonio della figlia Sofia con il signore della città Torello Salinguerra, il fido alleato nella guerra contro gli Estensi che riusciranno tuttavia, a sottrargli il dominio sulla città ferrarese.

 

 

 

Il terzo fronte

 

 

Il controllo delle istituzioni comunali è l’ultimo grande salto che Ezzelino deve compiere per assicurare la sopravvivenza della propria casata. Esercitare tramite il controllo del Comune una sovranità collettiva, significava per i da Romano, la definitiva affermazione del loro primato su tutta la Marca e specialmente nei confronti degli Estensi che quel primato ai da Romano contendevano ferocemente.

 

Un processo di conquista violenta e senza esclusione di colpi. Un processo che richiedeva ad Ezzelino il massimo sforzo militare, strategico e finanziario, in un gioco dall’esito sempre incerto di temporanee e mutevoli alleanze, di rapide quanto precarie affermazioni. Rettore e successivamente Podestà di Treviso nel 1191-1192, trama con Vicenza ai danni di Padova salvo allearsi, poco dopo, con quest’ultima nella guerra che vedeva padovani e vicentini contendersi Bassano che lo stesso Ezzelino, in cambio di un cospicuo prestito, aveva ceduto ai padovani.

 

Quando Vicenza si allea in questa circostanza con Verona, Ezzelino intuisce il pericolo e preferisce l’accordo separato con le due città, attirandosi l’ira dei padovani che per detta gli bruciano l’antico castello di Onara (1199).

 

Guarda con interesse crescente anche a Vicenza dove ricopre la carica di Podestà nel 1193. Nella città, dilaniata da feroci guerre intestine, eccolo schierarsi ora con la fazione dei conti da Vivaro, ora con la parte, a loro avversa, dei Maltraversi. Assicurarsi il controllo della città era per Ezzelino di fondamentale importanza. Da Vicenza infatti, poteva muovere con maggiore facilità, alla conquista di Verona quale nodo strategico militare e commerciale dell’intera Marca.

 

Alleato coi Montecchi, riesce a cacciare dalla città il marchese d’Este, allora Podestà di Verona e i suoi alleati, i conti di S. Bonifacio, insediandosi nel 1201 quale nuovo Podestà. Le circostanze, tuttavia, mutano nuovamente per Ezzelino e non certo favorevolmente.

 

Azzo VI recupera infatti la città dopo una cocente sconfitta della parte ezzeliniana in grave difficoltà, ora, anche a Vicenza. Della città berica, tuttavia, Ezzelino riesce ad acquistarne la podestaria a suon di quattrini dall’aspirante imperatore Ottone IV trovandosi però accerchiato dagli Estensi. Questi, dopo essersi insediati nuovamente a Verona, avevano infatti cacciato da Ferrara il genero di Ezzelino, Torello Salinguerra, insediandosi quali nuovi signori della città. Con i fedeli alleati, i conti di S. Bonifacio, potevano ora prepararsi ad attaccare Vicenza.

 

Siamo nel 1212, uno dei momenti più delicati e difficili per i da Romano. Per loro, deciderà il destino, con la morte improvvisa, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, dei due temibili nemici, Azzo d’Este e il conte di S. Bonifacio.

 

Non perde tempo Ezzelino. La sorte era dalla sua parte. Con azione fulminea, attacca e distrugge il castello di Este, cedendolo ai Padovani, in quell’occasione nuovamente suoi alleati. Ma è Vicenza, ora, a creare ancora problemi ad Ezzelino. Nella città, fra il 1216 e il 1217 erano riprese le lotte di fazione con una nuova cacciata dei filo ezzeliniani. Questa volta Ezzelino però non interviene. Impegnato in una nuova guerra contro il Patriarca di Aquileia nel Trevigiano, reduce da una grave malattia - un documento lo dice infermo nel 1218 lascia al figlio - Ezzelino III -  l’iniziativa nei confronti di Vicenza. Le attese del padre non vanno deluse. Presso Bressanvido Ezzelino sconfigge i Vicentini avversi, entrando in città con il fratello Alberico nel 1222. Il padre, Ezzelino II, stanco e ormai anziano, si ritira un anno dopo nel convento di Oliero.

 

 

 

I perché

 

 

 

Perché nel secolo XIII furono così frequenti i conflitti armati tra le città del Veneto e tra i gruppi o fazioni signorili?

 

Innanzitutto occorre comprendere bene il mutamento della società urbana del secolo tredicesimo, un mutamento nella formazione delle classi sociali, si pensi all’apparire di nuovi ceti mercantili, artigiani, bottegai, usurai, nuovi mestieri e professioni. A fronte di questo mutamento stava il potere esercitato nel territorio dalle famiglie nobili, i feudatari, esponenti di spicco dei passati centri di potere comitali dell’Impero di Carlo Magno.

 

Il dissolversi dell’unità politica dell’Impero, l’apparire di nuovi centri di potere in lotta l’uno con l’altro, per semplici motivi di espansione del controllo territoriale, portarono all’aprirsi di nuovi spazi di manovra per tutti quei ceti che nelle città avevano contribuito a costruire un certo grado di benessere e di ricchezza.

 

A questo punto i vecchi privilegi, le regole della vecchia società feudale erano divenute un vestito troppo stretto per il partito delle città. Occorreva cambiare le regole: certe famiglie signorili si adattarono al cambio, anzi si inurbarono diventando parte del nuovo establishment, mentre altri gruppi feudali si arroccarono nel contado alleandosi con altri centri feudali.

 

In mezzo a tutto questo bisogna pure ricordare il peso politico dell’Impero, che forzava tutti a schierarsi da una parte o dall’altra: chi voleva l’autonomia delle città, era difficile che parteggiasse per l’Impero, chi desiderava che il potere dei vecchi conti non restasse un forte e unico punto di riferimento, parteggiava per i Comuni e per le autonomie locali urbane.

 

C’erano anche altri motivi, non tutto è riconducibile a questa partizione, succedeva che potenti gruppi di potere feudale vedessero con sospetto la discesa periodica degli imperatori tedeschi, un incubo politico e militare che frenava la loro voglia di dominio sul territorio. E molte città parteggiavano per l’Impero, o per timore o per convenienza, contro i gruppi feudali troppo potenti. Era un equilibrio di forze che molte volte saltava. Di qui le guerre per futili motivi, ma che in realtà erano causate dalla stessa struttura politica, fragile e sottoposta a continui ricatti.

 

Perché compare anche la Chiesa quale soggetto delle lotte intestine tra i diversi gruppi di potere nel Veneto del Duecento?

 

Bisogna premettere che la Chiesa era un gruppo di potere, spirituale ma anche materiale. Basti pensare alle ricchezze acquisite dai monasteri, terre e diritti fiscali, decime, raccolti, elargizioni, donativi, eredità, ecc. Poi occorre anche vedere nell’autorità del vescovo nella città un contraltare allo strapotere delle famiglie signorili. A volte poteva succedere che il vescovo fosse alleato a queste, per motivi di nascita, di famiglia cioè, altre volte succedeva l’esatto contrario, il vescovo esercitando il primato spirituale e materiale cozzava contro il disegno politico del nobile feudatario, urbanizzato o meno. Poi dobbiamo tener conto della politica complessiva della Chiesa, la linea di condotta proveniente da Roma, che informa tutte le comunità. A Vicenza abbiamo l’esempio del vescovo Pistore, che muore all’assedio del castello di Torrebelvicino, ma anche altri prelati ostacolarono i disegni delle grandi famiglie nobili.

 

 

 

Come cambia la città nel Duecento? Perché le famiglie signorili vi affluiscono e prendono residenza?

 

 

I signori avrebbero potuto rimanere nel contado e vivere di caccia e banchetti, invece preferirono acquistare una casa in città, o più case (Ezzelino ne aveva molte anche in altre città), poiché la lotta tra i poteri forti (Papato ed Impero, Conte e Vescovo) imponeva a tutti una scelta.

 

Tale scelta, di inurbarsi comportava effetti molto importanti, cambiava la mentalità del signore, o perlomeno questi era costretto a venire a patti con diversi centri di potere e diversi interlocutori politici. Il nobile fino ad allora era abituato a risolvere nel sangue le controversie, d’ora in poi (anche se la violenza non cessò di rimanere l’optional più usato) dovette imparare l’arte della mediazione, della politica, capire quando era il momento di fermarsi e aspettare.

 

Anche l’assemblea cittadina assunse questa funzione pedagogica, il ritrovarsi assieme ai mercanti, ai cittadini ricchi, agli artigiani, ecc. costrinse il nobile uomo d’arme ad affinare la parola e a considerare non più la spada come il solo strumento affidabile.

 

Tale cambiamento coinvolse anche le massime autorità cittadine, il vescovo e il conte che dovettero pure loro riconoscere nella varietà di personaggi non più una massa di sudditi ma dei gruppi, delle fazioni, di cui tenere sempre il massimo conto. Con questi soggetti sociali anche la città ovviamente ne risentì, sotto l’aspetto delle regole, politiche ed economiche, ma anche sotto l’aspetto edilizio, urbanistico, dell’equilibrio abitativo. Questo secolo vede le città dotarsi di piani regolatori, di piazze in cui riunire il popolo davanti ai palazzi del potere, di mura ben mantenute, di monumenti celebrativi.

 

 

 

Perché troviamo sempre Padova tra i nemici di Vicenza?

 

 

Si deve tener presente che nel periodo in questione, gli anni tra il 1180 e il 1260, l’età degli Ezzelini, il Comune di Padova si appoggiò sempre ad una pars politica che aveva la sua base su di una signoria territoriale, fosse lo stesso Ezzelino, o il marchese d’Este o i Camposampiero.

 

In un primo momento, nei primi anni del secolo XIII, Padova si appoggiò ai da Romano poi con il cambio di alleanze si trovò a scontrarsi proprio con il vecchio alleato. E Vicenza di conseguenza divenne un obiettivo politico e militare di cui tener conto: da un punto di vista strategico, cioè basato sugli interessi di lungo periodo, sia economici che di difesa militare, Padova ambiva a risalire il fiume Brenta ed il Bacchiglione, vere e proprie autostrade dell’epoca, arterie vitali per l’economia delle città-stato del Veneto. E anche Bassano e il territorio limitrofo era un obiettivo di cui tener conto: già vi si era insediato Ezzelino, anzi gli Ezzelini avevano fin da sempre la loro dimora, e rispettivamente Vicenza e Padova considerarono strategico il luogo con i suoi castelli e la possibilità di controllare il traffico da e per l’Impero germanico.

 

Il fatto poi che Padova nei primi anni dell’età ezzeliniana si sia appoggiata al potente esercito feudale dei da Romano impensierì alquanto le partes feudali e mercantili che erano al potere a Vicenza. La scalata al potere a Padova a partire dal 1200 delle classi “populares” e il nuovo assetto politico che ne scaturì modificarono il quadro delle alleanze imponendo ai da Romano un cambio di strategia: Vicenza e Bassano diventavano le basi d’appoggio dell’operazione politica e dinastica della famiglia di origine tedesca e le guerre continue che scoppiarono ad intermittenza non sono altro che l’effetto militare di uno scontro politico tra gruppi e classi sociali in lotta feroce per affermare la propria legittimità ed il proprio controllo sul territorio, vicentino e veneto in generale.

 

 

 

Gli Ezzelini e le città della Marca

 

 

Quello con le città della Marca si dimostra sin dall’origine per i da Romano, un rapporto di estrema e vitale importanza. Famiglia cresciuta e sviluppatasi nell’alveo della grande feudalità ecclesiastica rurale del XII secolo, proietta ben presto e necessariamente i propri interessi anche nei sempre più intricati scenari cittadini.

 

E’ nelle città, quali nuovi baricentri politici di tutto il territorio circostante, che con crescente virulenza vengono infatti a scontrarsi, specie dall’inizio del Duecento, nuovi e sempre più complessi interessi economici nel quadro di una radicale ridefinizione anche sociale all’interno della società comunale.

 

E dalla prima affermazione delle istituzioni comunali, allo scontro sempre più crudo e spietato tra Comuni e tra questi e i centri del contado per il definitivo controllo del territorio, la storia dei da Romano e della loro ascesa, appare come la storia di una famiglia sempre più coinvolta, vuoi per individuali aspirazioni, ma spesso per necessità, in un “gioco” delle parti che si fa sempre più duro e cruento.

 

In ballo c’era la sopravvivenza della propria casata con i suoi interessi e il suo prestigio, rispetto ai quali il controllo delle città, diventa la condizione indispensabile e irrinunciabile per le più grandi e potenti famiglie della regione. Un controllo al quale non poteva rinunciare Federico II di Svevia nel rilancio del suo progetto imperiale nella penisola. Un controllo al quale mirava con la massima determinazione, infine, anche lo stesso Ezzelino III.

 

E proprio la coincidenza di interessi tra questi e l’imperatore, sarà la carta vincente che consentirà al da Romano di affermarsi tra il 1236 e il 1237, alla guida delle principali città della Marca, dapprima quale rappresentante dello stesso imperatore, che più per necessità contingenti sembra avallare tacitamente la politica di Ezzelino poi, specie dopo la morte di Federico nel 1250, quale gestore di un potere ormai esclusivamente personale ed autoritario.

 

 

 

Vicenza ed Ezzelino

 

 

Di vecchia data erano i rapporti tra i da Romano e la città di Vicenza. Ezzelino il Balbo, nonno del più famoso “tiranno”, vi ricoprì infatti la carica di Podestà già nel 1183, facendo di Vicenza una delle sue sedi privilegiate con un palazzo personale. La medesima carica ricoprì il figlio, Ezzelino II il Monaco dal 1210 al 1213 dopo averla praticamente acquistata per la somma di 60.000 lire dall’imperatore Ottone IV.

 

Non erano anni particolarmente felici per la città, dilaniata da feroci lotte intestine tra le avverse fazioni dei conti Maltraversi e da Vivaro. Indebolita, Vicenza vede alternarsi a capo del suo Comune ora l’una ora l’altra parte, con i relativi Podestà, fino ad Azzo d’Este e, cacciato questi, Alberico da Romano nel 1227 che assume la carica grazie al prezioso aiuto del più potente fratello, Ezzelino III.

 

E proprio a Vicenza guarda con crescente attenzione Ezzelino. Strutturalmente debole ed incapace di riassorbire i continui scontri di fazione, il Comune vicentino rappresenta una facile conquista per il da Romano che entra in città, al seguito delle truppe imperiali di Federico II, il 10 novembre del 1236. Dopo Verona, occupata pochi mesi prima, Vicenza rappresentava il successivo fondamentale passo per un totale controllo della regione.

 

Per il momento, tuttavia, Ezzelino si dimostra ancora “super partes”, il pacificatore della città che viene invece brutalmente saccheggiata dalle truppe imperiali tedesche. Inizia così per Vicenza, “il ventennio” ezzeliniano, che eccezionalmente per la città berica, non assumerà mai i connotati terrificanti di una tirannide. Vicenza, rispetto soprattutto a Padova, conosce anzi in quei decenni, un periodo di relativa pace e prosperità. Il Palazzo del Comune, incendiato al momento della conquista, viene subito ricostruito e le sedute del Consiglio Maggiore vi riprendono regolarmente.

 

 

 

Un regime quasi accettabile

 

 

La città viene poi dotata di un’amministrazione tutto sommato efficiente che si avvale di uomini competenti specie nell’amministrazione della giustizia. In questo campo, particolarmente significativo nella qualificazione di una amministrazione, è provato il ricorso a regolamentari consultazioni di sapienti uomini di legge, alcuni di antico censo, per i casi più delicati e complessi.

 

Non mancavano personaggi di estrazione sociale più modesta che andranno anche a ricoprire importanti cariche pubbliche, come un tal Marco Bonavia per tre volte console della città. L’ascesa di esponenti “popolari” nelle istituzioni comunali, non escludeva, per il momento, la persistenza nelle stesse degli esponenti della più antica aristocrazia cittadina, come i Loschi e i Diana, specie nelle cariche consolari e nella milizia.

 

Ezzelino, di fatto, resta per tutti gli anni quaranta, l’unica, vera garanzia di un raggiunto, anche se forzato, equilibrio tra antiche e nuove categorie sociali ed economiche. Un equilibrio che si esprimeva nella ripresa e nell’espansione delle attività produttive - tra il 1240 e il 1256, sono operanti in città più di 70 categorie professionali, nell’incremento demografico nascono e si sviluppano i borghi di P.ta Nuova, S.Felice e di S.Pietro - nelle attività agricole, con nuovi disboscamenti e la conseguente messa a coltura di nuove terre.

 

Il prestito a usura, vera e propria piaga della società vicentina del primo Duecento, viene pesantemente limitato e regolamentato pur trovando nel governo della città, alcuni tra i più noti usurai (Loschi, Diana e Amistà).

 

Anche i rapporti con le autorità ecclesiastiche sembrano rispecchiare questo clima di relativa tranquillità. La Cattedrale viene ampliata e riconsacrata nel 1247 e lo stesso vescovo Manfredo de Pii, di famiglia tradizionalmente filoimperiale, grazie alla pacifica convivenza col regime potrà rafforzare il suo potere nel contado e risanare le disastrate finanze della diocesi vicentina, collassate per gli insolvibili prestiti ad usura contratti dai suoi predecessori.

 

La vita religiosa cittadina, conosce poi, il rafforzamento dei Canonici Regolari di S.Bartolomeo e di S.Tommaso, i primi depositari degli stessi registri comunali almeno dal 1245, mentre si consolidano o vi fanno l’ingresso alcuni dei nuovi Ordini, quali i Francescani ed Eremitani.

 

 

Resta significativo, poi, che il consigliere e gestore della camera fiscale di Ezzelino, fosse niente meno che l’abate di S. Felice, Pellegrino.

 

Anche il regime carcerario non era dei più terribili, relativamente ai tempi, naturalmente. Ezzelino, dopo il suo ingresso in città nel 1236, fece liberare tutti quei cittadini fatti incarcerare su ordine dell’imperatore e si ha pure notizia di un certo grado di semilibertà goduto da taluni prigionieri, che a volte, grazie a questo, riuscivano a fuggire.

 

Il clima di relativa tolleranza riguardava anche i più irriducibili ribelli che vennero generalmente reintegrati nei loro diritti. Fu il caso dei Pileo, tra i più accaniti nemici del da Romano, che ebbero tuttavia l’onore di partecipare al Consiglio cittadino. Ezzelino aveva del resto tutto l’interesse di assicurarsi una base sicura e pacificata nel cuore della Marca e i vicentini, a loro volta, avevano un estremo bisogno di ordine e stabilità per ridare fiato alle proprie attività.

 

 

Un rapporto privilegiato

 

 

Quello di Vicenza, con Ezzelino, fu a tutti gli effetti un rapporto del tutto speciale, dove la fedeltà dei vicentini, per convinzione, forse, ma certamente per interesse, venne ricambiata dal “tiranno” con un regime tutto sommato tollerabile, almeno fino al 1250. Quanto Ezzelino si fidasse dei vicentini, cosa che non può certo dirsi per i padovani, è dimostrato dalle numerose ed importanti cariche che molti di essi furono chiamati a ricoprire nel ventennio ezzeliniano.

 

Marzio Schio nel 1243 e Giacomino Bongiudeo nel 1246, furono per esempio nominati capitani delle milizie padovane mentre Guidalto da Vivaro venne creato Podestà di Verona nel 1245, anno in cui convenne nella città scaligera, l’imperatore svevo.

 

E proprio a Verona, vero cuore del potere ezzeliniano, si susseguono in qualità di rettori o podestà, proprio dei vicentini, come Tommaso Amistà (1247), Araldo di Monticello (1249), Giovanni Diana (1251), Bonifacio da Marostica nel 1256 e Caro da Marano con Tommaso Mason nel 1258.

 

Ancora vicentini, sono alcuni dei più stretti collaboratori degli uomini di Ezzelino a Padova proprio negli anni più duri e sanguinari del suo regime nella città patavina.

 

Tolberto Negro di Borgo Berga, in veste di Capitano, Caro da Marano, che diventa niente meno che il consigliere del capitano generale delle truppe schierate nel 1256 a difesa della città contro l’esercito della crociata anti-ezzeliniana e assessore, in precedenza, di Ansedisio Guidotti, Podestà di Padova e nipote di Ezzelino, tristemente noto per la ferocia con cui gestì la repressione nella città. E ancora Alberto de Fineto, uno degli assistenti dello stesso Ansedisio nel momento in cui Padova veniva liberata dall’esercito crociato.

 

 

Questo clima di fiducia resta tale almeno fino al 1250, quando il regime ezzeliniano, ormai attaccato da un numero crescente di nemici interni ed esterni si fa per necessità più duro e sanguinario. Non si ha notizia tuttavia per Vicenza, di esecuzioni sommarie che contrariamente a Padova erano ormai all’ordine del giorno.

 

Certo anche a Vicenza qualcosa era cambiato. Si inasprirono, per esempio, i gravami per gli ecclesiastici e si diede inizio al regolare saccheggio delle rendite vescovili. Viene poi ampliata la fascia dei proprietari tenuti all’obbligo delle prestazioni militari e s’intensifica la confisca e la messa all’asta dei possedimenti comunali.

 

Fra il 1256 e il 1259 si susseguono anche a Vicenza tre Podestà, tutti fedelissime creature di Ezzelino. Anche il vescovo Manfredo de Pii lascia la città forse nel 1252, dopo la scomunica contro Ezzelino e l’aperto schierarsi contro il tiranno anche del Patriarca di Aquileia.

 

 

La rottura insanabile di un equilibrio che aveva fino ad allora in qualche modo retto, si proietta anche in seno al Consiglio Maggiore vicentino dove nel 1254 i membri delle antiche famiglie signorili, risultano pressoché dimezzati mentre alcune famiglie sono completamente scomparse (Valmarana, Pileo).

 

Su 274 componenti solo 64 erano di ceto nobiliare, meno di un quarto quindi, mentre prevalevano nettamente la categoria notarile con ben 50 presenze e i rappresentanti di borghi, rioni e ville, segno evidente di un’affermazione di forze “popolari” negli ultimi anni del regime che cercava evidentemente di allargare la base di un consenso ormai irrimediabilmente compromesso.

 

 

 

Padova ed Ezzelino

 

 

Un consenso sul quale, diversamente che a Vicenza, Ezzelino non aveva mai potuto contare a Padova. La città si era arresa al da Romano e alle truppe imperiali nel febbraio del 1237. Ancora una volta la coincidenza di interessi politici aveva portato sulla medesima strada l’imperatore ed Ezzelino, una strada che aveva condotto alla conquista di una città che resterà sempre profondamente anti-imperiale ed anti-ezzeliniana.

 

Mancava del resto, nel comune patavino, una tradizione legata ai Da Romano, come invece a Vicenza e Treviso, mancava soprattutto un forte partito ezzeliniano presente invece a Verona.

 

Padova, al contrario, era la sede del più forte partito di opposizione alle aspirazioni espansionistiche del Da Romano, quello tradizionalmente legato cioè agli Estensi. Forse anche per questo, proprio a Padova il regime ezzeliniano si annunciò sin dalle prime battute di ben altro rigore che a Vicenza, pur non assumendo ancora i caratteri di una vera e propria tirannia.

 

Già nel 1239, comunque, ebbero inizio le prime epurazioni con una serie di esilii forzati. Cinquantotto padovani delle più nobili famiglie cittadine, furono spediti quali ostaggi in Puglia, mentre altri 200 cavalieri vennero mandati a Ravenna. Non si hanno ancora, per quei primi due anni, notizie di esecuzioni capitali, anzi Ezzelino sembra voler procedere con estrema cautela in un lento ma progressivo smantellamento della nobiltà, euganea in particolare, legata agli Estensi oltre che di quella piccola e media nobiltà cittadina che costituiva la maggior parte della precedente classe dirigente padovana.

 

Gli organismi comunali, nel frattempo, continuano ad operare anche a Padova, così le magistrature rionali minori. Lo stesso Ezzelino, del resto, aveva rifiutato la carica di Podestà offertagli dal Consiglio conoscendo probabilmente l’interesse di Federico II per Padova quale sede del vicariato imperiale. E l’imperatore restava ancora per il momento la figura più importante, il portatore di pace e giustizia - lo stesso Azzo d’Este sarà fino al 1239 un filo-imperiale - ed Ezzelino ne è il rappresentante, al quale lo stesso Podestà dovrà rispondere su ordine dello stesso Federico.

 

 

 

L’amico di tutti

 

 

Il ruolo e il potere di Ezzelino, che pure non venne mai investito ufficialmente di alcuna carica, sono già riconosciuti dai più, tanto che sin dal 1238 gli amici lo chiamano il “Signore di Padova”.

 

Anche in questa città, così come a Vicenza, il da Romano si presenta inizialmente come il pacificatore delle opposte fazioni e il punto di equilibrio dei diversi interessi partigiani. Ancora allo scadere del 1249, Ezzelino era “l’amico di tutti, cavalieri e borghesi della propria e della altrui parte” come racconta il cronista patavino Rolandino.

 

Ed effettivamente un’eterogeneità di forze, anche se non sempre uniformi, sembra sostenere il potere di Ezzelino a Padova o comunque trarne benefici, così come traspare da alcune fonti secondo le quali dalla politica ezzeliniana trassero vantaggio cavalieri, giudici, notai e perfino “sarti e strazaroli”.

 

Ezzelino garantiva tutto sommato una certa stabilità, per quegli anni vera eccezione, una insperata condizione - nel rispetto, anche se sempre più formale, delle istituzioni comunali. Con Ezzelino, poi, vennero ammesse nella nobiltà cittadina nuove casate mentre un rilevante numero di mercanti e prestatori di denaro vengono investiti di feudi e castelli nel contado in sostituzione degli antichi esponenti della nobiltà feudale, eliminati o ridotti senza alcun privilegio.

 

Con questa politica basata su di una nuova aristocrazia di origine mercantile che occupa grazie ad Ezzelino ampie signorie castrensi, il da Romano non solo si assicurava il controllo del contado, ma in un certo qual modo portava a compimento quel medesimo processo già iniziato dal comune patavino agli inizi secolo, che mirava appunto alla conquista dello stesso contado. Con il controllo di questo, attraverso uomini di fiducia o comunque per interessi legati al da Romano, aveva pure il controllo della città.

 

Qui Ezzelino apre le porte delle cariche comunali a famiglie e a uomini del ceto “popolare”, delle Arti e dei notai. Ancora nel Consiglio Generale del 1254 non meno di un terzo dei suoi membri, era rappresentato da persone ascrivibili alle Arti.

 

 

 

L’ascesa del ceto medio

 

 

Con Ezzelino, dunque, quel processo di ascesa del ceto medio e artigianale nelle istituzioni comunali già iniziato nei primi decenni del Duecento, trova anche a Padova un momento di forte accelerazione. Pur nella contrazione del numero complessivo dei suoi membri, da 875 a 668, il Consiglio vede infatti aumentare considerevolmente quello degli artigiani, da 4 a 26, e dei notai, da 36 a 63. Per quanto riguarda in particolare i notai, alla fine ben la metà di tutti quelli presenti a Padova, siederà nel Consiglio cittadino con il titolo di “domini”, segno di un loro avanzamento anche nella scala sociale.

 

La burocrazia, non va dimenticato, era dopotutto una delle spine dorsali del regime ezzeliniano. Un regime, dunque, inizialmente attento al rispetto, per lo meno formale, delle istituzioni cittadine e delle prerogative imperiali. Per compiere la sua opera di ascesa Ezzelino non aveva in fondo ancora bisogno di sovvertire le istituzioni comunali. Si trattava di svuotarle via via nella loro sostanza, di piegarle e renderle docili ai propri ordini, collocandovi, allo scopo, amici, persone fidate, ma soprattutto parenti.

 

Dal 1247 al 1249 ecco allora ricoprire la carica di Podestà, che a Padova riuniva anche quella di vicario imperiale, Guecello da Prata, uno dei più fedeli collaboratori e amico personale di Ezzelino. Dal 1250 al 1256, sarà invece la volta del nipote Ansedisio Guidotti, il volto istituzionale della feroce repressione che si scatenerà a Padova negli ultimi anni del regime ezzeliniano.

 

 

 

Un regime di terrore

 

 

Già nel 1244 Ezzelino aveva poi cacciato dalla città il Podestà-vicario di nomina imperiale Galvano Lancia senza che l’imperatore muovesse un dito o ratificasse la nomina del suo sostituto nominato personalmente da Ezzelino. Il quale evidentemente godeva ormai di un potere personale che neppure Federico II osava porre in discussione, ma che al contrario tacitamente riconosceva.

 

Del resto l’imperatore aveva tutto l’interesse di assicurarsi in qualche modo l’ordine nelle città della Marca, altrove urgevano la sua presenza e il suo impegno, ed Ezzelino, dal canto suo, continuava a condannare i suoi nemici come traditori dell’impero, trovando in questo una legittima copertura ad un potere sempre più autoritario.

 

Dal 1249 infatti, il regime ezzeliniano va assumendo a Padova sempre più i connotati di una vera e propria tirannide. La città, di fatto, non si era mai dimostrata sicura e completamente assoggettata al suo nuovo Signore. Le congiure, per lo più ispirate e capeggiate dal Marchese d’Este e che coinvolgevano alcuni tra i più noti esponenti dell’antica aristocrazia padovana, avevano infatti scandito tutti i primi dieci anni del suo potere.

 

Dal primo tentativo di sopprimere Ezzelino già nel 1238, dove tuttavia il da Romano decise di graziare Jacopo da Carrara fatto prigioniero in quella fallita circostanza, fu un susseguirsi continuo di cospirazioni ed attentati alla sua persona e al suo potere.

 

Ancora nel 1239, sempre Jacopo da Carrara con altri, nel 1240, ancora il da Carrara che, recidivo, viene allora giustiziato; ancora una congiura nel 1242 che porterà alla grande cospirazione del 1246 che avrebbe dovuto investire non solo Ezzelino ma lo stesso imperatore e suo figlio Enzo.

 

Era troppo per Ezzelino, se si considera che di pari passo andavano peggiorando anche le sorti dell’impero svevo mentre cresceva il fronte delle forze anti-ezzeliniane, tanto all’interno - Estensi, Conti di S.Bonifacio, i da Camino e fino almeno al 1257 lo stesso fratello Alberico -, quanto all’esterno Papato, Venezia, il patriarca di Aquileia.

 

Ad Ezzelino non restava che rispondere con la violenza quale unica possibilità per assicurarsi almeno una speranza di sopravvivenza. Inizia così la triste sequenza delle esecuzioni capitali, delle torture e delle incarcerazioni. Tra i primi a perdere la vita nel 1250 i fratelli Dalesmanini, famiglia un tempo amica di Ezzelino, ora sospettata di congiurare contro di lui con il conte di S.Bonifacio.

 

Sarà poi la volta di Guglielmo di Camposampiero, per congiura naturalmente, e di quanti tra amici, parenti prossimi e lontani, semplici conoscenti, ebbero a che fare con i sospettati. Le carceri di Padova, chiamate “Zilie” dall’architetto milanese che le fece progettare e dove egli stesso troverà la morte, si riempirono presto di uomini, donne e fanciulli, dato che con i congiurati, o sospetti tali, veniva spesso incarcerata l’intera famiglia. Quando quelle della città furono stracolme, si provvide a farne costruire anche nella vicina Cittadella e presero il nome sinistro di “la Malta”.

 

 

 

Padova come un lager

 

 

La città nel decennio successivo il 1249, si trasforma così in un vero e proprio lager. Nessuno poteva infatti fuggire dopo che la città venne fatta circondare da un profondo fossato guardato a vista dai soldati, notte e giorno. E “i vivi giunsero ad invidiare i morti” (Rolandino).

 

Ma perché tanto terrore e tanto sangue? Evidentemente qualcosa di quel fragile equilibrio raggiunto nei primi anni, si era rotto. Quella dei Dalesmanini e più in generale della nobiltà di antico censo, era di fatto la ribellione di una categoria sociale gradatamente esclusa dai gangli vitali del potere cittadino, gestito in modo sempre più personale da Ezzelino.

 

Le stragi non riguardarono solamente la classe nobiliare che pagò la ribellione, stando agli elenchi sicuramente parziali forniti dal Rolandino, con ben 105 giustiziati, ma coinvolsero anche “burgenses” e “populares” come indicato dallo stesso notaio patavino, testimone oculare di quel triste decennio durante il quale bastava un semplice sospetto, una parola di troppo, per ritrovarsi nelle liste dei congiurati.

 

La durissima repressione, scatenatasi in città dopo il 1250 e condotta con feroce determinazione dal fedelissimo Podestà Ansedisio Guidotti, sconvolse ed attraversò dunque tutti gli strati della società patavina, segno di un potere ormai fine a se stesso e privo di qualsiasi prospettiva. L’unica ed estrema prospettiva, era la totale liquidazione delle stesse istituzioni comunali viste ormai come ingombranti ostacoli nel raggiungimento da parte di Ezzelino, di un totale ed assolutistico potere.

 

Il punto di rottura tra il “tiranno” e la società padovana, che vantava alle spalle più di un secolo di vita comunale, fu infatti raggiunto, proprio quando Ezzelino, anziché amministrare per il comune interesse, iniziò ad operare esclusivamente per la sua “parte”, come con grande acutezza storica rivela il solito cronista Rolandino.

 

E per farlo Ezzelino doveva inevitabilmente distruggere, annientare, ogni possibile centro di potere cittadino, familiare o di ceto, che mal tollerava una politica sempre più accentratrice e personalistica. Ma la politica del terrore attuata da Ezzelino, segno evidente della sua debolezza e di un disperato isolamento, non fece altro che preparare le condizioni per la liberazione della città ad opera dell’esercito “crociato”, che infatti entra a Padova nel 1256 senza incontrare una particolare resistenza. Nelle mani del “tiranno” restavano ancora Vicenza e la strategica città di Verona dove infatti ripiega.

 

 

 

Verona la ghibellina

 

 

Anche con questa città i da Romano vantavano rapporti di lunga data che risalivano ad Ezzelino II il Monaco. Questi ne aveva ricoperto la carica di Podestà agli inizi del Duecento, quando per le strade di Verona si scontravano ferocemente per il controllo della città, le due opposte fazioni dei Conti di San Bonifacio, filo-estensi, e dei Monticoli, filo-ezzeliniani e dal 1232 filo-imperiali.

 

E proprio in quei primi, terribili, decenni della vita politica veronese, Ezzelino III aveva assunto nel 1226 e successivamente nel 1230 la carica di Podestà, appoggiato e d’appoggio alla famiglia dei Monticoli. Questa “pars” riuniva in realtà alcune tra le più antiche famiglie dell’aristocrazia comunale veronese, come i Montecchi, i Visconti e i Lendinara che costituiranno il nucleo originario del consenso al da Romano nella città dove entra al seguito dell’imperatore nel 1236. Già dall’anno seguente, nel 1237, Ezzelino si fregia del titolo di “capitano”, con un potere quindi ben più vasto rispetto a quello dello stesso Podestà.

 

La carica di “capitano”, una sorta di braccio militare dell’imperatore nelle città, conferiva ad Ezzelino un potere (legale) pressoché incondizionato, svincolato da ogni legame costituzionale, con la possibilità di sospendere su base discrezionale, gli stessi ordinamenti cittadini. Cosa dalla quale, anche a Verona, Ezzelino si guarda bene dal fare, potendo esercitare ugualmente e fin da subito un potere effettivo e personale.

 

Il mantenimento delle antiche istituzioni comunali garantiva, almeno apparentemente, una sorta di continuità con il più recente passato malgrado il progressivo e sempre più capillare controllo degli organi comunali. Non è forse un caso che dal 1236 si facciano sempre più rari i Podestà, sostituiti con rettori o semplici vicari nominati personalmente da Ezzelino.

 

Il copione era sempre lo stesso. Così dal 1240 al 1244 e ancora nel 1246 fu Podestà di Verona il nipote del da Romano, Enrico di Egna e nei primi del  1247 il fratello di questi, Ezzelino di Egna. Un altro nipote ricoprirà la medesima carica, invece, nel 1252.

 

Ezzelino, poi, aveva fatto bandire dalla città già nel 1239, i maggiori esponenti del partito filo-estense, con un bando pronunciato pubblicamente da Pier delle Vigne davanti alla chiesa di San Zeno. Tra gli anni quaranta e per tutti gli anni Cinquanta, Verona diventò così il cuore del potere ezzeliniano, da dove si poteva con più facilità controllare la via d’accesso alla Germania (Brennero) e la sempre irrequieta area lombarda dove si giocavano le sorti stesse dell’impero.

 

 

E a Verona Ezzelino poteva effettivamente contare su di un vasto consenso che attraversava verticalmente l’intera società, per lo meno fino al fatidico 1250. Commercianti e prestatori, giudici ed esponenti del distretto, notai ed artigiani, sono le categorie “forti” che appoggiavano Ezzelino, quelle che maggiormente beneficiarono del nuovo e centrale ruolo assunto dalla città nel ventennio ezzeliniano.

 

Il Consiglio Maggiore, che si riunisce anche a Verona con una regolarità pressoché uguale al periodo precedente la signoria del da Romano, dimostra il progressivo incremento nelle presenze di notai, come del resto a Padova e a Vicenza, e di artigiani. La preponderante ascesa degli esponenti delle Arti, a scapito delle antiche famiglie dell’aristocrazia cittadina del XII secolo, è altresì provata dal loro ingresso nel ristretto gruppo del Consiglio Minore che resta tuttavia a maggioranza nobiliare.

 

Era questo un organo creato appositamente da Ezzelino, una sorta di esecutivo da lui presieduto - e controllato -, che costituì una novità esclusiva di Verona. Se inizialmente non mancarono ad Ezzelino ampi consensi anche tra le grandi famiglie veronesi, resta tuttavia che già dal 1245 la “pars Monticoli”, per esempio, non era più menzionata nei documenti ufficiali, sintomo di un mutamento di rotta verso un potere esclusivamente personale che preferiva appoggiarsi sempre più ai nuovi e vitali ceti produttivi e dell’alta burocrazia (giudici e notai).

 

Non mancarono tuttavia, neanche a Verona, le congiure e le cospirazioni, anche se con ricorrenza ben inferiore di quelle ordite a Padova. La più grave nel 1246, quando viene assassinato niente meno che il Podestà e nipote di Ezzelino, Enrico di Egna, fatto che scatenò una durissima repressione limitata, pare, ai soli congiurati.

 

L’ultima, poi, nel 1257 in seguito alla quale vengono arrestati e giustiziati Federico e Bonifacio della Scala e Cornarolo Monticoli, tra i primi ad aver sostenuto l’ascesa e l’affermazione dello stesso Ezzelino. A Verona, comunque, il regime ezzeliniano non assunse neppure negli ultimi anni, il volto spietato della tirannide. Un regime che tutto sommato aveva potuto contare sostanzialmente sul consenso della classe dirigente cittadina radicalmente rinnovata e di buona parte della società veronese, in particolare di quel potente ceto “popolare” di artigiani, mercanti e prestatori, che sarà dagli anni sessanta, il vero rappresentante del Governo delle Arti.

 

Un regime che si mosse nel rispetto almeno formale, delle istituzioni cittadine in una apparente continuità con la precedente esperienza del libero comune. Solo dopo il 1253 si accentua l’impressione di un avvenuto e sostanziale indebolimento degli organi comunali e si fanno più numerose, anche tra i cronisti, le grida di allarme per un allontanamento del governo cittadino dalle sue forme tradizionali. A conferma, in ogni caso, di come a Verona il dominio ezzeliniano non fu mai sentito e vissuto come un regime repressivo e sanguinario, resta la conferma di tutti i provvedimenti presi negli anni quaranta, dopo la morte di Ezzelino.

 

Non solo. A differenza delle fonti padovane o comunque della maggior parte della cronicistica successiva la scomparsa del da Romano, nelle fonti veronesi il giudizio su Ezzelino si mantiene sempre obbiettivo e neutrale, non assumendo mai, per lo meno, quelle tinte fosche e terrificanti della tradizione anti-ezzeliniana. Resta infine significativo il fatto che nella città scaligera non verranno mai celebrati gli anniversari della liberazione dal “tiranno”, avvertendo probabilmente una certa continuità della sua passata signoria con il nuovo “potestas populi” Mastino I della Scala, quando anche per Verona, come per tutte le altre città della Marca, ha inizio una nuova fase storica.

Laura Poloni

 

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