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ECCIDIO DI SCHIO: LA FIGLIA DEL COMMISSARIO PREFETTIZIO GIULIO VESCOVI RICORDA LA SUA VITA IN "LA VERITA' E' UNA LINEA RETTA - IL PADRE RITROVATO"

 

Un libro "politico" che affronta il tema degli "effetti collaterali" del dopoguerra a Schio

 

L'autobiografia di Anna Vescovi condizionata dal ricordo di quel terribile 1945.

 

 

 

di Giorgio Marenghi

 

 

Ho già scritto su questo sito di Storia Vicentina.it un articolo ("Amleto a Schio") sulla figura del commissario prefettizio di Schio, dott. Giulio Vescovi.

Non mi sono certo schierato allora dalla parte dei fascisti e nel fare una critica politica al Vescovi ho cercato di tenere conto del suo comportamento, corretto, a volte errato (e chi non farebbe errori in una situazione così dura come quella del 1944-45?), ma poi valutato da molti (pure dai partigiani) anche positivo quando si trattò di salvare veramente la città di Schio negli ultimi giorni di guerra.

 

 

Ora mi trovo di fronte ad una cosa del tutto diversa, non c’è più la necessità di capire le difficoltà di gestione della cosa pubblica a Schio, e mi trovo a navigare in acque sconosciute.

 

 

Il libro scritto da Anna Vescovi, figlia di Giulio, orfana del padre che non ha mai conosciuto (aveva due anni quando successero i tragici fatti dell’eccidio) mi crea dei problemi.

 

 

Mi sono accorto durante e dopo la lettura che entravo in quella parte di mondo che è, normalmente “al riparo” dagli interessi della “Storia”. Non che gli storici non scrivano biografie o che non vengano considerati i libri che raccontano fatti privati di alcuni personaggi storici, ma qui siamo su un altro livello, che sconfina nella storia dei sentimenti, delle conseguenze psicologiche, della sofferenza per la perdita o per l’assoluto “nulla” che avvolge la figura di un familiare “scomparso”.

 

 

Abituato a polemizzare contro gli estremismi, ad analizzare gli avvenimenti costringendo la mia ragione a filare dritta, mi trovo spaesato nel leggere “le quinte” della Storia.

 

 

Ho apprezzato la narrazione dell’infanzia di Anna Vescovi, della sua adolescenza e di come sia diventata una donna matura, con e “nonostante” il ricordo, o la gestione del ricordo, sviluppata dalle persone della sua famiglia.

 

Il ritratto della madre è emblematico, come quello dei nonni paterni. Due mondi diversissimi che si trovano a gestire i pezzi di vita di una bambina.

 

 

Fin qui ci sono arrivato, la mia paura era di essermi inaridito, a fronte di tutto l’armamentario politico che ci vuole per cercare pezzettini di verità in un mondo storico dove la delinquenza politica è il filo rosso che tutto avvolge.

 

 

Poi terminata la lettura, e contrariato un pochino per la mole “biblica” di riferimenti (di questo chiedo scusa ma sono un laico spinoso) ho all’improvviso capito (ma non so se qualcuno sarà d’accordo) che in realtà questo volume di Anna Vescovi è un libro “politico”.

 

 

Perché politica è la sofferenza, la ricerca del “nulla” nella memoria, la mancanza della figura paterna, il contrasto con l’autorità della madre, tutto ciò è la conseguenza della tragedia. Questo che affermo era evidente ma il racconto ha portato in luce l’importanza “storica” e “politica” degli “effetti collaterali”.

 

 

Ecco che i sentimenti e il risultato di così enorme mancanza affettiva hanno preso il sopravvento sulla cattiveria della grande Storia. Ecco che il ricordo di una bambina diventa uno schiaffo morale ai progetti ideologici di sterminio sviluppatisi nella Seconda Guerra Mondiale.

 

 

I riferimenti ai documenti del padre e ai particolari scabrosi della sua morte sono limitati nella narrazione da un ordinato recupero dei ricordi della vita di Anna Vescovi.

 

 

Un libro dunque che ha un messaggio “cristiano” di ricerca del “perché”, concretizzatosi poi, (ultima parte del libro) nel racconto della nota vicenda della “riconciliazione” tra Anna e Valentino Bortoloso, “Teppa”, il capo del gruppo di giovani partigiani, responsabile di quella notte orrenda nella Schio di 73 anni fa.

 

 

Mi ripeto: quello che ritengo più importante in questo libro è il racconto della sofferenza “privata”, una bella lezione per chi, a Schio come a Vicenza (e in tanti altri luoghi) ripete ancora oggi: “massa pochi!” (troppo pochi!), riferendosi alla voglia di sangue, psicosi politica-ideologica, al desiderio di non sconfiggere il “nemico” ma di “annientarlo”.

 

Giorgio Marenghi