L'attentato al treno 404 Venezia-Milano coinvolge Grisignano di Zocco nel Vicentino

 

 

La calda notte dell’8 agosto 1969

 

 

 

 

Gli attentati ai treni dell’8/9 agosto 1969 rappresentano un salto di qualità nella preparazione terroristica dell’estremismo fascista, in vista di altre ben più sanguinose imprese. Anche Vicenza ha a che fare con queste vicende, sia per la collaborazione di alcuni vicentini nel gruppo operativo, sia per il ruolo di retroterra tecnico per gli esplosivi e per la dotazione specialistica di armi. Tutte queste informazioni provengono dai verbali di interrogatorio degli imputati per strage, Giovanni Ventura soprattutto, e in qualità di “pentito” di Carlo Digilio, l’esperto di armi ed esplosivi. I servizi segreti intanto si preoccupavano solo di coprire tutto…..

 

Giorgio Marenghi

 

 

 

Scalo ferroviario di Grisignano di Zocco (Vicenza). 9 agosto 1969. Carrozza ferroviaria di prima classe agganciata al treno D 404 Venezia-Milano contrassegnata col numero AZ 518319-40086-8. Ore 1,30. Zona dopo il locomotore.

 

 

Un boato all’improvviso squarcia il primo sedile a destra rispetto a chi entra nella carrozza. La carrozza, fortunatamente deserta, viene subito ispezionata dal personale ferroviario che si accorge dell’accaduto non  per il rumore dello scoppio ma per il forte odore di bruciato che proviene dallo scompartimento.

 

 

 

 

Viene subito avvertito il capotreno che si mette in comunicazione con la stazione di Vicenza. All’arrivo del treno viene subito staccata la carrozza che ha subìto l’esplosione. C’è già nella stazione vicentina un nutrito gruppo di “addetti ai lavori”: personale della Polizia Ferroviaria, funzionari della Questura di Vicenza, personale del Gabinetto di Polizia Scientifica della Questura, nonché il sottufficiale artificiere del Gruppo dei Carabinieri di Padova.

 

 

 

 

 

 

 

Partono i primi fonogrammi urgentissimi alle Procure della Repubblica di Venezia, Vicenza, Padova. Località che in quegli stessi frangenti avevano tutte subìto attentati alle carrozze ferroviarie quasi alla stessa ora e con le stesse modalità di esplosione in scompartimenti per viaggiatori.

 

 

Un convoglio diretto a Padova

 

 

Tra Mira e Padova poco dopo la partenza del convoglio “….mentre gli scriventi compivano il normale controllo al materiale, giunti alla quinta vettura dalla testa, notavano l’arresto del medesimo per l’azione del segnale di allarme, azionato da viaggiatore rimasto sconosciuto. Accertato che il fischio proveniva dalla vettura di prima classe AZ 5083-1048017-5 Venezia-Roma, ubicata seconda testa convoglio, si portavano immediatamente e veniva subito notato che dallo scompartimento n.10 (testa rispetto marcia treno) usciva del fumo e grida di aiuto provenienti dall’interno.

 

 

 

 

 

Forzata la porta incastrata nei battenti veniva fatto uscire il viaggiatore, che sanguinava all’avambraccio destro. Veniva notato, un lieve principio di incendio che veniva prontamente spento, il sedile del posto n.102 completamente squarciato con fuoriuscita di gomma piuma e lamierino in tutto il compartimento ed un forte odore di bruciato…” [Relazione della Polizia Ferroviaria del 9 agosto 1969].

 

 

 

 

 

 

Dopo il controllo del personale il convoglio viene fatto ripartire verso la stazione di Padova dove giunge con 10 minuti di ritardo. Il ferito viene visitato dai medici mentre la carrozza viene piombata e portata in zona deposito per le indagini.

 

 

 

 

 

 

Ore 2 della notte del 9 agosto 1969 la Direzione Compartimentale F.S. di Venezia chiama tutto il personale disponibile ad una ispezione del materiale rotabile, sia in composizione ai treni, sia in giacenza. Al personale qualificato delle Ferrovie si aggiunge il personale della Polizia di Stato. Questa misura avviata con urgenza porta al rinvenimento alla stazione di Venezia S.Lucia di un ordigno inesploso, occultato nel contenitore dei rifiuti di una toilette della vettura cuccette Bari-Trieste in composizione al treno 544.

 

 

Roma. Notte del 8-9 agosto 1969. I telefoni del Ministero dell’Interno diventano roventi. Vengono date indicazioni urgenti sulle modalità d’indagine e sulla refertazione dei frammenti di materiale prodotto dalle esplosioni. Viene redatto altresì un quadro sufficientemente preciso sulla vastità dell’operazione terroristica che può vantare ben dieci ordigni esplosivi su dieci treni, di cui vengono recuperati due ordigni, intatti, poichè non esplosi. Gli  altri invece producono in un arco di tempo di 2 ore esplosioni a catena in 8 convogli ferroviari in punti diversi della rete ferroviaria nazionale.

 

 

Le zone della rete ferroviaria colpite dall’azione terroristica

 

 

Alle ore 2,18 viene segnalata un’esplosione presso la stazione di Chiari (Brescia) sul treno straordinario 15743 Milano-Venezia , in vettura mista.

 

 

Alle ore 1,30 nelle vicinanze della stazione di Grisignano di Zocco (Vicenza) sul treno Venezia-Milano D 404 su vettura di Prima classe una deflagrazione innesca un principio di incendio.

 

 

Alle ore 3,10  sul treno Roma-Lecce DD 991 su vettura di Prima classe AZ 50233 e sempre sullo stesso treno alle ore 3,20 sulla vettura di Prima classe AZ 52006, allo scalo di Caserta, scoppiano due ordigni.

 

 

Alle ore 2,10 presso la stazione di Alviano (Terni) su vettura mista del treno D 46 altro ordigno che esplode.(foto sotto)

 

 

 

 

 

 

Alle ore 1,45 presso la stazione di Pescara la bomba deflagra su vettura in sosta del treno D 771.

 

 

Alle ore 2,50 alla stazione di Pescina (L’Aquila) una vettura di Prima classe del treno D 778 subisce uno scoppio di ordigno esplosivo.

 

 

Alle ore 0,57 nei pressi della stazione di Mira esplode un’altra bomba su vettura di Prima classe del treno 47.

 

 

 

Gli ordigni non esplosi iniziano a parlare

 

 

Subito dopo l’arrivo a Venezia Santa Lucia del treno 544 Bologna-Venezia alle ore 8.17 anziché alle ore 7,35 del 9 agosto il pulitore Carraro Dino rinviene occultato nel contenitore dei rifiuti della toilette della vettura cuccette (Bari-Trieste nr.51835940 137/0) un ordigno inesploso.

 

 

L’ordigno composto da una scatola con fondo a coperchio di faesite della dimensione di cm. 13,7 X 13,7 e con telaio in legno dello spessore di cm.3, conteneva un orologio da polso senza cinturino di marca tedesca, (Ruhla) fermo sulle ore 12, due batterie marca Superpila Tipo Oro da 4,5 volts ciascuna, da una cartuccia di tritolo del peso di grammi 46 e da un detonatore costituito da un fiammifero controvento inserito nella capsula allo azoto idrato e stifnato di piombo (da relazione tecnica del sottufficiale artificiere).

 

 

Di questa bomba non è stato possibile fare alcuna fotografia poiché l’ordigno, come da istruzioni ricevute, viene fatto partire in aereo alla volta di Roma con destinazione l’Istituto Centrale di Polizia Scientifica, in seno al Centro Nazionale di Coordinamento per la Polizia Criminale.

 

 

Ma è da una relazione del Ministero degli Interni – Ufficio Affari Riservati – che emergono le caratteristiche delle 10 bombe dell’8/9 agosto 1969.

 

 

 

Ma parla anche l’Ufficio Affari Riservati

 

 

Una prima relazione del 15 agosto 1969 del servizio segreto del Ministero degli Interni traccia le caratteristiche tecniche affiorate da una prima analisi dei reperti. Così si pronuncia l”Ufficio”:

 

 

“Tutti i dieci ordigni, salvo qualche dettaglio, come ad esempio la confezione esterna, erano composti da:

 

1) 1 orologio da polso, in 9 casi su 10 marca RUHLA di fabbricazione tedesco- orientale; in un caso (attentato di Mestre) non ancora identificato, con funzioni di interruttore, al momento del contatto fra lancette delle ore 12 e perno inserito nel quadrante.

 

2) 2 batterie piatte marca “Superpila” nr.50 con voltaggio 4,5 di fabbricazione nazionale destinate a fornire l’energia elettrica per portare a incandescenza la resistenza di cui appresso;

 

3) 1 resistenza a spirale, avvolta intorno a fiammifero tipo controvento, con la funzione di propagare la fiamma al detonatore;

 

4) 1 detonatore: nei due casi di bombe inesplose si ha un esemplare della Montecatini ed altro esemplare non identificato; dove il congegno è esploso, non si hanno ovviamente neppure minimi frammenti;

 

5) tritolo nella misura, negli ordigni inesplosi, di gr. 51 a Milano e 44 a Venezia, e nella forma di mezza saponetta.

 

 

Avendo i tecnici riscontrato in laboratorio tracce di tritolo in tutti i residui, si ha la certezza che anche le cariche deflagrate fossero della medesima natura e, presumibilmente, della stessa quantità.

 

 

Il contenitore è composto da scatolette di legno e masonite di circa cm.15 X 13 X 3 per i due ordigni inesplosi e per quello scoppiato a Chiari, per gli altri non si hanno indicazioni sicure; si è trovato qualche frammento di lamierino color verdastro di ardua identificazione.

 

 

Quanto alla confezione esterna, è assodato che l’ordigno di Milano, di Chiari, Grisignano e Pescina si mimetizzavano da “pacchetti natalizi”, i primi tre mediante carta dorata a fiori, prodotta dalla ditta Saul Sadoch di Trieste, l’ultimo con carta raffigurante bambini e angeli….”

 

 

 

Ma non c’è solo Sadoch…

 

 

L’Ufficio Affari Riservati in quell’occasione (8/9 agosto 1969) funziona “egregiamente” (famosa la sua tendenza a “deviare”), poichè fra i reperti provenienti dalle esplosioni (e ribattezzati con grigio spirito burocratico) c’é un insolito foglio di carta bianca Extra-strong proveniente dalla Cartiera Pavini di Rossano Veneto in provincia di Vicenza.

 

 

La segnalazione, proveniente dalla Questura di Vicenza, indica che il frammento di carta appartiene ad un foglio di cm.28 X 22, prodotto per l’appunto dallo stabilimento di Rossano Veneto. Questo elemento di indagine non viene però all’epoca ripreso da nessuno. Resta muto ed inespresso fino a che il giudice istruttore di Milano, Dott. Gerardo D’Ambrosio, nel 1972, riprenderà con nuovo vigore le analisi sui frammenti degli attentati ai treni.

 

 

 

Dopo il 12 dicembre 1969 qualcosa si muove…..

 

 

Dunque le indagini sugli autori e sui mandanti degli attentati ai treni dell’8/9 agosto 1969 finiscono, passata la calura ferragostana, in un “cul de sac”, una specialità italiana che riguarda i nostri servizi di sicurezza e di controspionaggio dell’epoca.

 

 

 

 

 

La “grande archiviazione” viene però parzialmente intaccata nel gennaio del 1970 da una serie di “rivelazioni” scaturite da un memoriale a firma di Guido Lorenzon, un professore di scuola media, dirigente democristiano della sezione di Maserada sul Piave.

 

 

Lorenzon è, soprattutto, amico di lunga data di Giovanni Ventura, allora libraio a Castelfranco Veneto, con sede e ufficio a Treviso. E Ventura, a sua volta è “amico” di Franco Freda, avvocato nazista di Padova, molto chiacchierato in città per le sue “fissazioni” bombarole.

 

 

 

 

 

 

Perché queste rivelazioni? Perché nel memoriale che Lorenzon consegna all’avvocato Steccanella, dopo il verificarsi della strage di Piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969, ci sono molti elementi atti a indirizzare le indagini non solo sugli autori dell’attentato più grave (l’esplosione alla Banca Nazionale dell’Agricoltura del 12 dicembre, 17 morti) ma anche sulle dinamiche e sulle responsabilità degli attentati ai treni.

 

 

L’amicone di Lorenzon, il Giovanni Ventura di Castelfranco Veneto, si confida con il professore dc fornendo dettagliate informazioni sulle sue “bravate” criminali. Ventura, sugli attentati ai palazzi di Giustizia di Milano e Torino di quella estate, senza esserne richiesto, fornisce il necessario per una incriminazione. Non solo ma sulla notte dell’8 agosto 1969 è addirittura senza freni. Mostra all’amico il giornale del 10 che riporta le notizie sulle otto esplosioni verificatesi in altrettanti convogli ferroviari e dice pari pari all’ammutolito Lorenzon: “Questi li abbiamo fatti noi”.

 

 

La cosa a prima vista è incomprensibile. Perché infatti Giovanni Ventura rivela a Lorenzon di essere stato uno dei finanziatori e mandante degli attentati ai treni? Dobbiamo però sgombrare subito il campo da una diagnosi psicoanalitica.

 

 

Il disturbo mentale non c’entra. I motivi sono altri. Ma per capire cosa è successo, perché in otto treni sono esplose bombe sotto i cuscini, nelle toilettes, nel vano portabagagli, producendo feriti, alcuni anche gravi, occorre fare un viaggio nel tempo, ricostruendo grazie alle dichiarazioni di un “pentito” dell’estrema destra, Carlo Digilio, il retroterra organizzativo ed umano che ha portato alla notte delle bombe nell’estate del 1969.

 

 

 

La fabbrica delle bombe nella campagna veneta….

 

 

Questo viaggio nel tempo ci riporta indietro fino ai primi mesi del 1969, quando la “rete” di spionaggio americana (la sigla è INSCOM, Intelligence Service Command, un servizio segreto militare, denominata molte volte anche C.I.C., Counter Intelligence Corp) si attiva in previsione di una serie di sconvolgimenti politici in Italia.

 

 

Nella “Rete” è già entrato da tempo, assieme a tanti italiani di estrema destra, anche Carlo Digilio, veneziano, uomo sì di destra ma non estremista, più “atlantico” che un fanatico, ad esempio, di Ordine Nuovo. Padre partigiano con l’OSS (la CIA del tempo di guerra) riceve il suo posto nell’intelligence, come agente informatore, alla morte del padre che aveva fatto questo percorso e che lo aveva passato al figlio.

 

 

Dunque Digilio. Un uomo con la passione delle armi, esperto anche di esplosivi, in ogni caso un “tecnico”, che può riparare, controllare, osservare e poi riferire. Sotto la supervisione del professor Lino Franco, suo superiore nella “Rete”, Digilio avvicina Giovanni Ventura, andandolo a trovare nel suo studio di Treviso. La sua presentazione si basa sulle informazioni che lo stesso Prof. Franco ha fornito a Ventura.

 

 

Il libraio estremista e Digilio, vinta la diffidenza iniziale, avviano una conoscenza quasi amicale e Ventura, uomo complicato ma a volte anche cordiale illustra a Digilio, mostrandogli delle scatole di sigari cubani, quello che la cellula di Franco Freda ha in mente di fare. Una serie di bombe da contenersi in scatolette  di una quindicina di centimetri per lato. I problemi ci sono, soprattutto i contatti, le resistenze, i detonatori,ecc.

 

 

Digilio vede, registra mentalmente, segue i ragionamenti del Ventura e poi accetta di recarsi assieme in una frazione del trevigiano, che si chiama Paese, dove si trova la santabarbara di Ordine Nuovo. Una casetta di contadini, adatta a mettere gli attrezzi, con i muri bianchi di calce. Poche stanzette, in campagna, al riparo da occhi indiscreti.

 

 

 

Una casetta idilliaca…quasi esplosiva

 

 

Arriva il giorno del viaggio, assieme a Giovanni Ventura, destinazione Paese, alla casaccia delle armi. Il casolare, all’arrivo, è proprio come gli aveva raccontato Ventura. Digilio entra e incontra nella stanza più piccola un tale, Marco Pozzan (uomo di Freda) intento ad assemblare delle scatolette di legno, parte delle quali erano già terminate.

 

 

“Sul tavolo c’era un seghetto, listelle di legno già tagliate, viti, delle piccole cerniere e vari tubetti di colla il cui odore impregnava la stanza………Le scatolette non erano molto grandi, non più di 15/20 centimetri per lato. Sul tavolo c’erano anche parecchie pile di tipo comune da 4,5 volt. Con Pozzan, che stava lavorando, scambiai solo pochi convenevoli e continuai la mia attività nell’altra stanza dove, con il prof. Lino Franco (uno dei capi della “Rete” americana, n.d.c.) si stava lavorando intorno al meccanismo di accensione.  Ricordo che ad un certo punto, Zorzi andò nella stanzetta dove era Pozzan incitandolo a darsi da fare”.

 

[Delfo Zorzi, qui sopra citato, è uno dei capi del gruppo di Mestre di Ordine Nuovo, freddo e spietato sarà uno degli attentatori nella notte dell’8/9 agosto 1969 oltre ad essere segnalato da Digilio come esecutore dell’attentato di Piazza Fontana, n.d.c.]

 

 

“Devo anche dire che questo… accesso al casolare si colloca circa due mesi prima degli attentati ai treni dell’8/9 agosto 1969. Faceva del resto caldo ed eravamo più o meno all’inizio dell’estate.”

 

 

“Poiché l’Ufficio [cioè il Giudice Istruttore di Milano Dott. Guido Salvini, n.d.c.] mi chiede una precisazione in merito alle cassette metalliche….posso confermare che ce n’erano alcune ed erano tutte del tipo militare, di colore verde oliva scuro e con scritte riguardanti il loro originario contenuto….”

 

 

“La mia seconda visita al casolare [ a Paese, n.d.c.] avvenne dopo che Ventura mi aveva chiesto quelle delucidazioni sulle modalità di accensione dei congegni…e di cui io riferii al prof. Franco…”

 

 

Le visite a Paese hanno uno scopo preciso…

 

 

A questo punto della vicenda, appurato che Ordine Nuovo è in possesso di munizioni NATO e di esplosivi in scaglie oltre che di candelotti di vario tipo, il prof. Franco invita Ventura e Digilio ad una seconda visita durante la quale constatano gli sforzi di Ventura e di Zorzi di arrivare alla soluzione dei problemi per quanto riguarda il dispositivo di accensione di una scatola-bomba.

 

“Zorzi e Ventura assemblarono insieme il tutto con una pinzetta e dissero al prof. Franco che il problema che non avevano ancora deciso come risolvere era quello di collegare il filo che faceva da resistenza o a polvere nera o a un fiammifero…”

 

 

“Franco nello scambio di battute disse ai due “state attenti che siano solo petardi”, alludendo chiaramente all’invito ad usarli solo per attentati dimostrativi…..Da quelle poche battute si comprendeva che Franco nei confronti dei suoi interlocutori aveva un atteggiamento di richiamo alla moderazione..”

 

 

“Ovviamente commentai con Franco anche il senso di quell’incontro. Egli mi disse che aveva dato questo piccolo aiuto [per il meccanismo di accensione, n.d.c.] a Ventura per una ragione ben precisa. Si espresse così: “Se Ventura perde l’appalto, io non so più quale altra persona lo sostituirebbe ricevendo il suo incarico”. Del resto il prof. Franco mi aveva specificamente fatto presente che quell’attività di controllo era un’attività che egli svolgeva per incarico della C.I.A. in un momento delicato e nella zona che era di sua competenza…”

 

 

 

Controllo senza repressione, anzi…..

 

 

Adesso conosciamo dove era la santabarbara di Ordine Nuovo, chi faceva parte del gruppo che stava lavorando per approntare gli ordigni che sarebbero serviti per gli attentati ai treni dell’8/9 agosto 1969, quale era il “controllo” che l’intelligence militare americana [Digilio parla genericamente di C.I.A. ma molto probabilmente, ed è convinzione anche del giudice Salvini, ci troviamo di fonte alla “Rete” di marca INSCOM, n.d.c.] stava effettuando tramite il Prof. Lino Franco e lo stesso Carlo Digilio.

 

 

Quindi gli americani, in quello scorcio del 1969, seguono la situazione, prendono nota e ricevono tutte le informazioni del caso dal personale italiano (Prof. Lino Franco, Sergio Minetto, John Bandoli,ecc.). In parallelo il personale della rete eversiva fascista (Delfo Zorzi, Il capo della rete di Venezia-Mestre dott. Carlo Maria Maggi, Franco Freda e Giovanni Ventura nel ruolo di coordinatori delle operazioni a livello nazionale tramite i contatti con Avanguardia Nazionale di Roma guidata da Stefano Delle Chiaie) si muove freneticamente ed autonomamente, coperto da una parte ben precisa dei Servizi Segreti militari (S.I.D.) e dall’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni guidato dal dott. Umberto D’Amato.

 

[Questa non è una opinione ma risulta da tutte le istruttorie sull’eversione fascista e pure dai lavori della Commissione Parlamentare sulle stragi, n.d.a.]

 

 

 

Ma da dove viene l’esplosivo? Dal Vicentino!

 

 

E’ opportuno chiederselo anche perché è proprio dalla provincia vicentina che i gruppi fascisti di Ordine Nuovo di Mestre-Venezia si approvvigionano di esplosivo. E il gruppo che si dirige in Val del Chiampo, nelle cave della vallata, alla ricerca di esplosivo è guidato da un giovane studente di estrema destra, Delfo Zorzi, che abbiamo già trovato citato nei vari fatti terroristici avvenuti nel 1969.

 

 

Delfo Zorzi è nato ad Arzignano, conosce bene la valle, i luoghi dove può esserci esplosivo da cava. E’ ancora studente e arruola altri due suoi “camerati”, giovani come lui, Martino Siciliano e Piercarlo Montagner. Si fanno prestare una FIAT 500 del dott. Carlo Maria Maggi, capo nel Triveneto di Ordine Nuovo, e da Venezia si dirigono verso Arzignano.

 

 

Siamo nel 1965-66 e il gruppo mestrino di Ordine Nuovo ha necessità di farsi il suo deposito di esplosivo. I programmi per usarlo già ci sono e comunque il materiale diventerà molto utile quando la situazione politica inizierà a degenerare.

 

 

E’ così che l’AMMONAL, esplosivo da cava, diventerà una “missione” per i giovani della destra eversiva fascista. Ma sentiamo la testimonianza di uno dei partecipanti al furto nella valle del Chiampo, il Martino Siciliano, che con il suo interrogatorio-confessione ci permette di avere tutte le informazioni anche per quanto riguarda gli attentati ai treni del 1969.

 

 

 

E chi ruba l’esplosivo? Un vicentino!

 

 

 

“Ci recammo sul posto con la Fiat 500 del dott. Maggi, accompagnati ovviamente da Zorzi che conosceva i luoghi. Ricordo che io avevo da poco preso la patente e guidavo la macchina. Eravamo io, Montagner e Zorzi. Maggi era al corrente che noi dovevamo prendere la macchina per questa missione.

 

 

Rubammo da un casotto, sfondando la porta, l’esplosivo, erano  30 o 40 chilogrammi di Ammonal diviso in sacchetti di plastica trasparente, nonché detonatori e miccia sia detonante che a lenta combustione. Poiché si trattava di un grosso quantitativo ne nascondemmo una parte in un luogo non distante e portammo il resto a Venezia con la 500.

 

 

Dopo qualche giorno tornammo a Vicenza in treno, sempre noi tre, prendemmo l’autobus per Arzignano e recuperammo l’altro esplosivo e la miccia nascondendoceli addosso e rientrando così a Venezia..”

 

 

Naturalmente Delfo Zorzi è il responsabile dell’esplosivo, solo lui conosce il luogo dove viene stivato l’Ammonal. E Zorzi decide di portare tutto il quantitativo (30 chili) a Paese, nella casetta di cui abbiamo già trattato. Qui l’esplosivo viene visto anche da Carlo Digilio, nel mese di giugno del 1969, quando assieme a Ventura fa un sopraluogo nel casolare. Qui trovano Delfo Zorzi che fa la guardia al deposito e che perquisisce chi entra e chi esce. La notizia dell’esistenza di un grosso quantitativo di esplosivo in questo modo, grazie alla visita di Digilio, raggiunge i responsabili della “Rete” americana, il capitano di Marina David Carrett e gli “italiani”, Sergio Minetto e il prof. Lino Franco.

 

 

E l’Ammonal viene usato a piene mani quando nell’estate del 1969,  primi giorni di agosto, viene stivato nelle scatolette di legno, così pignolescamente costruite da Marco Pozzan, e poi distribuite e controllate da Giovanni Ventura, il “coordinatore” dell’operazione treni.

 

 

 

Ma i terroristi hanno un nome?

 

 

Chi sono i terroristi, coloro che mettono materialmente, fisicamente, le bombe sui treni? Sappiamo i nomi dei loro capi, il procuratore legale dott. Franco Freda, il libraio ed editore di Treviso Giovanni Ventura, e piuttosto defilato il dott. Carlo Maria Maggi di Venezia. E poi per il centro e sud Italia l’ineffabile Stefano Delle Chiaie, “er Caccola”, supercoperto dal Ministero dell’Interno.

 

 

Abbiamo individuato innanzitutto uno dei “capisquadra”, l’immancabile Delfo Zorzi, a cui si accompagna un appartenente alla “Rete”, Marcello Soffiati di Verona, che riceve dalle mani del dott. Maggi il pacchetto esplosivo in confezione regalo.

 

 

C’è sicuramente la presenza di un vicentino che appartiene al gruppo Freda (ma è stato assolto al processo di Catanzaro in un modo molto “pittoresco”) e quindi niente nome. Poi accanto a vicentini e veronesi dobbiamo segnalare la presenza di un manipolo di triestini, “arruolati” dall’immancabile dott. Maggi e smistati alla stazione di Milano.

 

 

Per quanto riguarda il Veneto, soprattutto Venezia, stazione di Santa Lucia, le testimonianze additano gli uomini di Orsi, provenienti da Ferrara, nazimaoisti disponibili per i “lavori sporchi”.

 

 

 

Il “consiglio di famiglia” dei Ventura

 

 

Ma c’è pure una sorte di spy story che coinvolge tutta intera la famiglia di Giovanni Ventura. Stretto dagli interrogatori (siamo nel 1973) infatti Ventura stava correndo il rischio di “cedere”. E la famiglia, conscia di questo pericolo (soprattutto la madre, tutta d’un pezzo) si raduna, assieme a due “intellettuali di sinistra” quali il prof. Mario Quaranta ed il prof. Elio Franzin (entrambi maoisti della prima ora) e il difensore avvocato Ghidoni, nella casa di Elio Franzin a Padova. Qui la sorella di Ventura, Mariangela, incautamente, rivela che sul treno Roma-Venezia dell’8 agosto 1969 il fratello Giovanni era in compagnia di Bruno Massari, socio e amico di Ventura. Secondo Mariangela Ventura c’era il pericolo che “c’entrasse anche la sinistra”.

 

 

Conferma questa drammatica seduta il prof. Elio Franzin, ospite di casa:

 

 

“Ricordo anche che ad un certo punto la Mariangela, che era seduta su un divano insieme a Quaranta, disse: “Se mio fratello parla, compromette anche la sinistra”. A quel punto vi furono esclamazioni da parte di Ghidoni, Quaranta e me. Nell’accavallarsi delle voci sentii la Mariangela dire le parole. “treno…Venezia”. Dopo un paio di giorni mi rividi con il Quaranta ed egli mi disse che Mariangela, chiamata da lui in disparte nello studio, gli aveva detto che negli attentati c’entrava Massari e Ventura”.

 

 

Quaranta, sempre parlando del consiglio di famiglia dei Ventura afferma: “A quel punto Mariangela, direi quasi con candore, esclamò: “E se c’entrassero quelli della sinistra?...Mi sorprese non tanto l’affermazione, ma l’assoluta tranquillità e serietà con cui Mariangela l’aveva fatta. Per questa ragione, al termine dell’incontro, e mentre gli altri si stavano allontanando, presi da parte la Mariangela e la portai nel mio studio. Le chiesi di spiegarmi in maniera chiara le ragioni della sua affermazione: la Mariangela mi rispose esattamente: “Mettere le bombe sui treni è più facile di quanto tu possa pensare; è bastato al Massari [noto per essere confusamente un uomo di “sinistra”, n.d.a.] prendere il treno da Roma, arrivare a Venezia, scendere e mettere la bomba su un treno che, in coincidenza da Venezia, partiva per il Sud. Il Massari si fermò da noi alcuni giorni”.

 

 

 

La riunione del 18 aprile 1969

 

 

Manca però a questo punto della ricostruzione della vicenda degli attentati ai treni una visione chiara della programmazione politica del “terrore”, cioè quando, come e perché, e soprattutto da chi, è stata presa la decisione di “colpire nel mucchio”.

 

 

E qui ci viene in aiuto il lavoro svolto dal dott. Gerardo D’Ambrosio con la sua istruttoria iniziata nel 1972 e riassunta per sommi capi in una memoria del Pubblico Ministero dott. Emilio Alessandrini.

 

 

Dice infatti Alessandrini che il “…punto di partenza dell’attività terroristica poteva essere adeguatamente rappresentato dalla riunione del 18 aprile 1969 in Padova. In quell’incontro [presente Freda e Stefano Delle Chiaie, n.d.a.] si era messa a fuoco l’occasione offerta dalle condizioni politiche del Paese, con specifiche, evidentissime potenzialità di ordine eversivo che vedevano spontaneamente emergere certe tendenze di gruppi di destra….” 

“Freda il giorno successivo [ragguaglia Ventura che non aveva partecipato all’incontro, n.d.a.] aveva rivelato i termini dell’accordo, che aveva portato alla teorizzazione di una “doppia organizzazione” o “seconda linea” nel senso che i due gruppi (quello di Freda e quello romano) “dovevano puntare all’aggancio operativo di uomini che erano estranei a questi gruppi e costruire una frangia che potesse essere utilizzata anche per azioni specifiche come attentati….”.

 

 

Da queste parole di Alessandrini si può capire l’attenzione dei Giudici per le figure della “seconda linea”, cioè Massari, il nazimaoista Orsi, tutti “border line”, sospettati di essere gli uomini chiave dell’intreccio destra-sinistra teorizzato da Freda, che fra l’altro proprio in quegli anni (1968-1969) sviluppa una amicizia (di affari dice) con un esponente di primo piano di “Potere Operaio” (sinistra extraparlamentare), Emilio Vesce, aiutato finanziariamente dall’avvocato nazista.

 

 

Le ipotesi (e le prove poi riscontrate) sull’organizzazione degli attentati affermano chiaramente che la matrice è nazifascista. Le macchie di colore rosso nascono invece dal lavorìo incessante delle cellule di Freda e Ventura di coinvolgere settori del mondo “filocinese”, il più infiltrato sia da loro che dai Servizi Segreti dello Stato.

 

 

 

La “Rete” approva la serie di attentati ad un patto…..

 

 

“Di grande importanza per la ricostruzione complessiva è poi il coinvolgimento della struttura informativa americana, che era al corrente dei progetti del gruppo ed era favorevole ad un attentato meramente dimostrativo, come pure, ovviamente, l’indicazione di DIGILIO in merito ai rapporti fra tale struttura e il Centro Studi Ordine Nuovo di Pino RAUTI a Roma, rapporti che avevano evidentemente consentito agli americani di acquisire le notizie sul nuovo attentato che era in progettazione.

 

 

Sembra in sostanza che si fossero costituiti due rapporti fiduciari e di disponibilità a rendere noti i propri progetti nel contesto di una linea strategica che poteva essere comune: a Roma fra il livello centrale della struttura informativa americana e direttamente i dirigenti del Centro Studi Ordine Nuovo; in Veneto, a livello periferico, fra Sergio MINETTO, fiduciario della struttura americana, e il dr. MAGGI, responsabile di Ordine Nuovo per il Triveneto.

 

 

Gli attentati sui dieci convogli ferroviari dell’8/9 agosto 1969, finalizzato soprattutto a dimostrare che la struttura terroristica disponeva di molte cellule ed era in grado di colpire contemporaneamente in ogni parte d’Italia (ottenendo così il risultato di spaventare al massimo la popolazione proprio mentre era in pieno svolgimento l’esodo estivo….”[Giudice Guido Salvini, istruttoria].

 

 

Ma le cose non andarono proprio così e infatti a causa delle esplosioni sui treni ci furono feriti anche gravi. Lo zampino era di Stefano Delle Chiaie che aveva proposto a Freda la “linea dura”, linea che era stata accettata con entusiasmo dall’allucinato nazista padovano.

 

 

Infatti dopo i treni si marcerà a tappe forzate verso il grande botto del 12 dicembre 1969. Ma quella è un’altra storia ancora più tragica e complicata.

 

GIORGIO MARENGHI

 

 

Chi resta e chi se n’è andato

 

 

Breve profilo dei protagonisti della stagione delle bombe, sopravvissuti e scomparsi della galassia terroristica fascista.

 

 

I “sopravissuti” della famosa notte dell’8/9 agosto del 1969 sono pochi. Possiamo trovare in questo gruppo di “fortunati”, il nazista Franco Freda (Padova 11 febbraio 1941), che cura le sue edizioni di AR vivendo tranquillo a Brindisi con la famiglia. Ogni tanto una puntatina con gli amici del “Fronte Nazionale”, poi sciolto dal Ministero degli Interni, qualche conferenza da “Casa Pound”. Poche cose, d’altronde gli anni ci sono, e Freda, a cui i cronisti continuano a chiedere il perché di Piazza Fontana e di tutti quei morti risponde gelido dall’alto della sua assoluzione definitiva della Corte di Appello di Bari: “Io ho solo seguito il mio credo”.

 

 

Il sodale e complicatissimo amico, Giovanni Ventura (Piombino Dese, 8 novembre 1944), è deceduto il 2 agosto 2010, a Buenos Aires, dopo aver scontato undici anni di prigione fra l’Italia e la stessa Argentina. Poi la libertà, vigilata, e una bella catena di ristoranti gestita da lui, fino alla malattia che lo ha portato alla morte.

 

 

Marco Pozzan (Santorso-Vicenza, 23 aprile 1926),  si è ritirato nella sua Padova e fa vita solitaria. Era già un muro negli anni settanta e ora è come volatilizzato. Non rilascia interviste, non esiste. Le scatolette di legno sono un ricordo fastidioso e la catena di processi un incubo.

 

 

Quello invece che se la spassa allegramente è Delfo Zorzi, (Arzignano 3 luglio 1947) a capo di un impero di borse, pelletterie, articoli di lusso, firmati, tutto un ben di Dio che ha preso avvìo in Giappone, dopo la sua “fuga” dall’Italia, che ha lasciato esterrefatti i suoi camerati di Ordine Nuovo, avvezzi ai suoi ordini, alle sue operazioni, al suo spietato senso del dovere, alla assoluta indifferenza verso le vite umane che andava a stroncare. Ora è cittadino giapponese, si fa chiamare Hagen Roi, come un samurai la sua vita segue i ritmi di un ordine monastico-guerriero. Lui sì che sa, presente in tutti gli attentati, in contatto anche con i servizi segreti, un uomo ancora oggi pericoloso, e a cui la nostra giustizia non gli fa un baffo.

 

 

Guido Giannettini, (Taranto, 22 agosto 1930) la cui presenza è sempre stata dietro le quinte, sia per gli attentati ai treni che per il più cupo e tragico fatto del 12 dicembre a Milano, socio e “amico” di Ventura e di Freda, coinvolto come agente informatore (SID) o infiltrato dell’estrema destra nei Servizi della Repubblica (le due cose vanno di pari passo), si è fatto qualche anno di prigione ma poi è stato “assolto” anche lui da una Giustizia che ha mostrato il suo lato peggiore. E’ deceduto (12 maggio 2003 a Roma) anche lui, isolato, in un appartamentino da emarginati, alla periferia della capitale. Non lascia né odi né affetti, solo una landa desolata buia e grigia come il suo ruolo nella storia italiana.

 

 

 

 

 

 

Carlo Maria Maggi, (Villanova del Ghebbo- 29 dicembre 1934) il grande capo di Ordine Nuovo per il Triveneto, sulla coscienza ha tanti di quei pesi che non ci si capacita come abbia fatto a vivere da tranquillo pensionato i suoi ormai 83 anni, pur avendo ricevuto nel 2015 una condanna all’ergastolo per la strage di Brescia. E’ stato un medico, ma non ha seguito la via della compassione e della cura dell’essere umano, o almeno lo ha fatto sdoppiandosi nello stragista più importante sul piano operativo. Sua è la regia per Ordine Nuovo degli attentati ai treni, suo lo zampino per selezionare i giovanotti-bombaroli di Piazza Fontana, e soprattutto sua la conoscenza della “Rete” americana a cui faceva sempre riferimento come faceva riferimento a quella italiana (il SID e i Carabinieri). Ora vive tranquillo nella sua casa alla Giudecca a Venezia, omaggiato da qualche camerata e dal rispetto degli abitanti che in lui hanno sempre visto solo il “medico”. Lo si può considerare il “Mengele” italiano.

 

 

Carlo Digilio (Roma 7 maggio 1937), è la figura più importante per la magistratura italiana e soprattutto per il dott. Guido Salvini, che ha basato la sua istruttoria anche su questo “pentito” dell’estrema destra. Direttore del Tiro a segno di Venezia, Carlo Digilio ha passato gran parte della sua vita negli ambienti dell’estrema destra, facendo l’esperto di armi e di esplosivi. Coinvolto in molti degli episodi più gravi della nostra storia recente è comunque sempre stato un “tecnico”, e soprattutto un “agente” o informatore della “Rete” americana, presente nel Veneto e basata sulle basi militari. Tornato in Italia da Santo Domingo, dove si era rifugiato, ha lentamente e gradualmente “vuotato il sacco”, trovando nel giudice Istruttore Guido Salvini un uomo che lo ha saputo comprendere e in qualche modo aiutare. Il merito sul pentito Digilio e sul suo contributo alla giustizia va naturalmente anche all’allora capitano (oggi Colonnello) dei Carabinieri del ROS, Massimo Giraudo. Carlo Digilio è deceduto a Bergamo il 12 dicembre del 2005 proprio nel giorno dell’attentato di Piazza Fontana.

 

 

 

 

 

Un altro che tuttora se la spassa piuttosto allegramente è invece Stefano Delle Chiaie (Caserta 13 settembre 1936), da sempre un fascista turbolento, sempre in prima fila quando c’era da creare disordini, specie all’Università di Roma. Famoso il suo contributo agli scontri di Valle Giulia dove gli studenti di destra “aiutarono” quelli del Movimento Studentesco ad affrontare la Polizia. Ma “Er Caccola”, così veniva chiamato per via della sua altezza piuttosto modesta, aveva grandi doti carismatiche e da vero leader fonda Avanguardia Nazionale, al di fuori dell’area del MSI. Mestatore, confidente, uomo dei Servizi, soprattutto in contatto con l’Ufficio Affari Riservati di Umberto D’Amato, si fa notare anche dai regimi più crudeli dell’America Latina. I suoi “servizi” sono richiesti e lui soddisfa i generali golpisti portandosi dietro una vera corte di camerati. Il suo ruolo in Italia quando si tratta di preparare attentati è preponderante. In collegamento con Freda spinge perché gli ordigni collocati sui treni facciano più danni possibili. Per non parlare del suo ruolo per la strage di Piazza Fontana e per le bombe di Roma. Ma è sempre “assolto” e oggi vive tranquillo a Roma. Ogni tanto si rinfresca la memoria incontrando Paolo Signorelli, Cristano De Eccher, Adriano Tilgher, Mario Merlino (il finto “anarchico” del circolo 22 marzo dove c’era Valpreda).

 

GIORGIO MARENGHI

 

 

PUBBLICHIAMO UN VERBALE DI TESTIMONIANZA SUGLI ATTENTATI AI TRENI DI CARLO DIGILIO PROPRIO NEL GIORNO FINALE DELLA CONFEZIONE DEGLI ORDIGNI 

 

L’ultimo momento prima di chiudere le bombe

 

 

Il 16 maggio 1997 Carlo Digilio rende questa dichiarazione sul suo terzo accesso al casolare di Paese (Treviso).

 

 

“Mi convocò VENTURA per telefono utilizzando una frase in codice concordata e cioè dicendomi che erano arrivati "altri libri nuovi e che bisognava impacchettarli" con ciò riferendosi alle scatolette da preparare per gli attentati e cioè quelle che io ho descritto nei miei precedenti interrogatori nell'estate del 1996. Mi diede appuntamento alla stazione di Treviso e questa volta venne a prendermi non con la MINI MINOR, ma con la macchina grossa di marca tedesca con la stella sul cofano. Raggiungemmo rapidamente Paese e lì trovammo già ZORZI e POZZAN.

 

 

Sul tavolo della prima stanza c'erano le scatolette ormai finite, parecchi fogli di carta per impacchettarle, i pezzetti di tritolo tratti dall'esplosivo che avevo visto al casolare e cioè le mine anticarro pescate dai laghetti, le pile, gli orologi con il perno già fissato, il quadrante e filo elettrico.

 

 

Io e ZORZI assemblammo rapidamente i vari componenti inserendoli nelle cassette e ad un certo momento a ZORZI, che era molto nervoso, subentrò VENTURA.

 

 

Nel frattempo POZZAN, nell'altra stanza, stava finendo di costruire le ultime cassette.

 

 

Faccio presente che la quantità di esplosivo che sistemavamo nelle cassette era abbastanza modesta e cioè tra i 50 e i 100 grammi perchè gli attentati dovevano essere solo dimostrativi.

 

 

Lavorammo di buona lena per un paio d'ore, ricordo che era pomeriggio, e alla fine avevamo approntato circa due dozzine di cassette. Ciascuna venne poi impacchettata con la carta bloccata da uno scotch leggero che consentisse di aprirle con una certa facilità.

 

 

Infatti ZORZI aveva preparato parecchi foglietti con uno schizzo illustrativo destinato a ciascuno di coloro che avrebbero poi deposto l'ordigno che doveva essere innescato. C'era il disegno dell'interno della scatoletta e la spiegazione scritta delle operazioni da compiere e in particolare: agganciare il filo al perno sul quadrante e dare la carica all'orologio.

 

 

La lancetta era già posta a 45 minuti dal contatto. Tale operazione, secondo il programma, andava fatta nella toilette del treno. Verso sera, ZORZI mise in un borsone buona parte delle cassette, mentre VENTURA ne prese qualcuna che mise nella sua borsa di vilpelle nera.

 

 

Pozzan rimase al casolare e VENTURA accompagnò me e ZORZI alla stazione di Treviso.

 

 

Salimmo sul treno per Mestre e ZORZI aveva appunto questo borsone sportivo con dentro le cassette. Alla stazione di Mestre ci dividemmo: io presi la filovia per Piazzale Roma, mentre ZORZI si avviò da solo in città.

 

 

Sapevo che gli attentati sui treni sarebbero avvenuti da lì a pochissimi giorni.

 

 

Nel giro di uno o due giorni mi misi in contatto con MAGGI, gli relazionai su quello che avevamo fatto ed egli, con il suo solito modo ironico, disse "se sono rose fioriranno".

 

 

Comunque ZORZI mi aveva già detto che avrebbe contattato MAGGI per la messa a disposizione di tutti gli uomini anche perchè MAGGI doveva aggiungere alcuni elementi a quelli di cui ZORZI già disponeva. MAGGI effettivamente aggiunse al nucleo di ZORZI alcune persone e cioè, oltre a SOFFIATI, un ragazzo della Giudecca, di cui si serviva anche per piccole incombenze o favori, che mi sembra facesse lo spedizioniere o comunque si occupasse di spedizioni.

 

 

Si trattava del ragazzo che era stato fermato insieme a SOFFIATI quando vi fu uno scontro con i comunisti, davanti alla casa di MAGGI, e SOFFIATI fu fermato perchè aveva estratto la pistola cecoslovacca. Questo ragazzo, in qualche occasione, ospitò Marcello SOFFIATI quando era ricercato. Era un ragazzo alto m.1,70-1,75 circa e aveva i capelli neri.

 

 

SOFFIATI, incaricato da MAGGI per l'operazione sui treni, aveva a sua volta cooptato due persone di Verona a lui vicine….”