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IL SEQUESTRO DI PERSONA PIU' LUNGO: 831 GIORNI SULL'ASPROMONTE

La tragedia di Carlo Celadon

Rapito ad Arzignano e subito trasportato in Calabria ha subìto una prigionia inumana. Incatenato e vessato dai suoi rapitori aveva perso la speranza della liberazione ma lo ha tenuto in vita una forte fibra e un cervello che ha deciso di vivere nonostante le catene e le privazioni fisiche. Una storia allucinante anche per la complicità di interi settori della società calabrese, popolazioni che vivono sull'industria dei sequestri o dei traffici di droga e armi. Un altro mondo che non ci appartiene ma con cui i Celadon e molti altri hanno dovuto fare i conti.

 

LEGGI L'INTERVISTA A CARLO CELADON DI ROBERTO BIANCHIN - CLICCA IL LINK 

http://www.storiavicentina.it/inchieste/1131-una-intervista-di-roberto-bianchin-a-carlo-celadon-dopo-la-liberazione.html

 

 

La storia

 

Lunedì 25 gennaio 1988. Villa sulle colline di Arzignano. Non è il luogo ideale per ostentare e godersi la ricchezza, nella zona si respira la puzza delle concerie ma chi c’è nato ormai ci ha fatto l’abitudine. E’ quel che succede anche alla famiglia dei Celadon, conciari, benestanti, (no! ricchi dicono in paese), che in quella valle ormai ci hanno messo le radici.

L’irruzione in villa avviene all’improvviso, violenta, sconcertante, un vero choc per tutti. Quattro i delinquenti, due gli armati e gli altri due che, provvisti di corda e bavagli, aggrediscono subito il figlio dell’industriale e imbavagliano tutti i familiari presenti. Alla fine scelgono di rapire il figlio, Carlo, un ragazzo di diciott’anni. La fuga è disagevole, i quattro devono uscire dalla casa scegliendo il retro, bisogna pure saltare il muro di cinta.

Una vicina vede la scena e chiama il 113. I Carabinieri slegano i familiari e avviano le prime indagini che portano gli investigatori dell’Arma a capire, senza alcun dubbio, che ci si trova di fronte ad una banda di calabresi, quasi sicuro che siano affiliati ad una ‘ndrina.

 

I beni della famiglia vengono bloccati: è la linea dura voluta da Canilli.

 

E’ un sequestro di persona, non è il primo e non sarà l’ultimo in quegli anni. Subito la Procura di Vicenza sceglie la “linea dura”, procuratore capo è il dott. Ferdinando Canilli, gentile, ma risoluto a “isolare” la famiglia e impedire che contatti vengano avviati, anche se i Celadon, dopo il sequestro si comportano bene e non hanno intenzione di creare situazioni diverse, in contrasto con chi investiga sul rapimento.

Nella notte tra martedì e mercoledì arrivano nella casa di Arzignano diverse telefonate. La polizia smentisce ma è sicuro che sono state comunicazioni brevi, poche parole, toni duri e minacciosi. Il padre di Carlo, Candido Celadon, tornato precipitosamente dal Kenia dove era appena arrivato, e ripreso l’aereo, è atterrato a Milano, poi corre ad Arzignano dove si chiude in casa.

Il sequestro di Carlo assume ora ritmi sempre più veloci e angoscianti: giunge in una chiamata notturna la richiesta di riscatto. I banditi chiedono 4 miliardi. Agli investigatori la richiesta sembra autentica. Ma la magistratura, come accennato, si muove svelta e impone il blocco dei beni della famiglia Celadon. Canilli ha una certa esperienza di sequestri di persona, ne ha seguiti ben cinque avvenuti tutti nel Vicentino anni prima.

Ma non è solo la famiglia che vorrebbe muoversi ma non può, c’è in questo momento di tragedia per i Celadon, un avvocato calabrese che si propone come mediatore con la banda dei rapitori. E’ un personaggio ambiguo e controverso, già estremista di destra con Ordine Nuovo di Rauti quando a Reggio Calabria era scoppiata la rivolta, ora fa l’avvocato brillante, è uno che ama i riflettori e per lui associarsi  alla famiglia Celadon rappresenta un formidabile veicolo di notorietà.

Solo in aprile i rapitori si rifanno vivi. Fanno attendere e provocano così lo sfaldamento della linea dura. In luglio arriva al padre una foto del figlio legato in catene. E’ troppo, un’attesa sfibrante e l’immagine di Carlo sono le mosse strategiche per sconfiggere gli inquirenti. Così la pensano i rapitori.

Attraverso l’avvocato calabrese i Celadon aggirano di fatto il blocco dei beni e si dispongono al pagamento di ben 3 miliardi di lire. Vengono, sempre a detta di Pardo, “oliati” i contatti giusti per arrivare alla liberazione di Carlo. A ottobre del 1988 l’avvocato convoca una conferenza stampa all’Hotel Excelsior di Reggio Calabria per annunciare ai sequestratori che lui era lì ad attenderli con la somma pattuita: tre miliardi appunto.

Però non succede niente. E dopo una settimana Candido Celadon esonera l’avvocato Pardo dall’incarico di mediatore. A questo punto entrano in scena i figli di Candido, i fratelli di Carlo, Paola e Gianni, e sono loro nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 1988 sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria a consegnare agli emissari dell’Anonima sequestri calabrese la somma di cinque miliardi.

Anche questa volta non succede niente. Carlo Celadon resta sempre nelle mani dei suoi rapitori anche se il riscatto è stato pagato.

Intanto gli investigatori arrestano quattro persone con l’accusa di aver fatto parte della banda che tiene sequestrato Celadon. Tra gli arrestati c’è anche Mario Leo Morabito e l’operazione che lo porta in carcere ha portato agli inquirenti le prove materiali della sua complicità con il sequestro.

Infatti i carabinieri trovano in una piazzola di sosta lungo la carreggiata nord della Salerno-Reggio Calabria, banconote di vario taglio per la somma di 150 milioni, di provenienza dal riscatto pagato poche ore prima per la liberazione di Carlo. Segno che la rete che sorvegliava da lontano i Celadon era stata stretta e ci erano cascati quattro componenti la banda. Morabito, considerato il “cervello” dell’organizzazione, è un brutto colpo per i sequestratori e  l’operazione blocca le loro decisioni.

Ora  a Candido Celadon non resta altro che andare in Calabria e dichiararsi disposto a pagare un altro miliardo, altro denaro non ne ha. Ma il figlio resta sempre nelle mani dell’anonima calabrese e un cupo silenzio cala sulla vicenda. La richiesta resta sempre di altri cinque miliardi.

Il 1989 si apre anch’esso nel silenzio. Ma Carlo, e lo si saprà poi, cambia carcerieri (quattro vengono arrestati  vicino a Pizzo Calabro poche ore  dopo che il ragazzo era stato trasferito) e anche il luogo dove è detenuto. Questi cambi saranno sette. Intanto il padre viene tenuto sempre in tensione con telefonate minacciose e dal linguaggio orripilante. A differenza del 1988 ora nel 1989 le telefonate arrivano dalla Germania, da Francoforte.

I carabinieri speravano, dopo l’arresto dei carcerieri del secondo covo, che la vicenda avesse una fine positiva nel giro di breve tempo. Ma non è così e il 1989 si appresta ad essere un altro anno di prigionia.

Candido Celadon fa sapere ai rapitori che è disponibile a trattare, attraverso i vecchi canali o anche i nuovi, a condizione di sapere qualcosa sulla salute del figlio. Le ultime notizie la famiglia le riceve in agosto poi nulla.

Ma la trattativa non è mai cessata veramente. Dai cinque miliardi i rapitori fanno sapere che ci si potrà accordare anche su due. Il sequestro sta diventando pericoloso non solo per Carlo, sempre più debole e affranto psicologicamente, ma anche per i rapitori. Le battute e i rastrellamenti effettuati dai reparti mobili dei Carabinieri aumentano la tensione, è possibile che i sequestratori all’improvviso incontrino in un faccia a faccia le forze dell’ordine.

Perciò la trattativa superato il dicembre dell’89 fa un salto di qualità. Ci si accorda finalmente sulla cifra che era stata ventilata e con attenta gradualità ci si muove sia per il pagamento che per il rilascio.

 

 

 

 

 

Il bonifico che risolve la situazione

 

 

Candido Celadon fa preparare dalla sua banca di Arzignano un bonifico per l’intera somma (due miliardi), un bonifico che deve essere trasferito a nome di un avvocato in una banca pugliese. A all’arrivo il bonifico viene intercettato, l’impiegata vede il nome Celadon sul telex, e nota la cifra. La donna avvisa il marito che è un poliziotto e questi avvisa i magistrati. Il magistrato pugliese contatta subito il sostituto procuratore vicentino Antonio De Silvestri che conduce l’inchiesta. I magistrati pugliesi chiedono se i beni dei Celadon sono bloccati, ma il blocco era stato tolto. Si decide quindi per la “linea morbida” e si lascia perciò che l’avvocato vada a prendere i soldi in banca.

Se ne va con la somma in contanti con l’incarico di gestire lui la parte ultima e più delicata della trattativa per il rilascio di Carlo. Probabilmente i due miliardi nel frattempo hanno cambiato di mano e comunque la notte del 2 maggio 1990 vengono consegnati a mano sui monti di Piminoro, versante tirrenico dell’Aspromonte.

Le battute della polizia e dei carabinieri intanto aumentano, dal 3 fino al 5 (giorno del rilascio) centinaia di uomini setacciano la zona.

La svolta che ha convinto il padre  a dare ancora credito ai rapitori consiste in una fotografia scattata in primavera del 90. E’ stata questa fotografia a far riprendere la trattativa e a condurla in porto. Poi c’è da dire che Carlo Celadon ormai era ridotto molto male, incatenato e immobilizzato da due anni e mezzo di prigionia, dimagrito di trenta chili, non poteva reggersi in piedi, quindi era un ostaggio che poteva anche morire.

Pagato il riscatto dei due miliardi l’anonima fa passare ancora tre giorni poi lascia libero Carlo su una strada dell’Aspromonte.

Il sequestro è durato 831 giorni e il riscatto pagato è stato complessivamente di 7 miliardi di lire.

 

 

Le ultime fasi del sequestro di Carlo Celadon

 

Il giovane di Arzignano viene trovato per terra da una pattuglia della polizia che stava percorrendo la zona dello Zilastro alla ricerca del rapito. “Non ce la faccio aiutatemi… fatemi tornare a casa “ queste le parole di Carlo Celadon alla vista dei soccorritori. Il medico della polizia, capitano Virgillito, lo trova in condizioni di salute  molto preoccupanti, sdraiato per terra, come un barbone, senza forze, ridotto pelle ed ossa.

Carlo riferisce al questore Ennio Gaudio, dirigente dei NAPS, di essere stato liberato nel pomeriggio del giorno prima (il 4 maggio 1990). Una telefonata  anonima aveva avvisato che c’era un ragazzo in zona Zilastro. Carlo ha vagato per i boschi fino a che non ce l’ha più fatta …il momento in cui è stato trovato.

Carlo dopo la visita medica si è sbarbato, lavato ed è andato subito a dormire in una stanza dell’Hotel dei Gelsomini di Siderno. Poi le telefonate col padre Candido e coi fratelli, in attesa dell’arrivo in Calabria dei familiari.

 

Alcuni particolari del sequestro

 

Carlo Celadon dopo il rilascio racconta al procuratore della repubblica di Locri i suoi giorni da prigioniero. Ha avvertito il rischio di perdere la vita in un episodio avvenuto il 27 ottobre del 1988 quando c’era stata la consegna dei cinque miliardi in una piazzola di sosta dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria. I carabinieri allora tentarono un blitz ma dalla capanna dov’era fu trasportato in un'altra prigione. In quel momento avvertì il pericolo che i suoi carcerieri si sbarazzassero di lui.

Poi quando si avvicinò il momento del rilascio uno dei suoi carcerieri si mise Carlo sulle spalle, poiché non riusciva a camminare, bendato lo hanno trasportato nella boscaglia dell’Aspromonte lasciandolo poi per terra.

Il testo completo dell'articolo 

Ventinove anni di carcere ciascuno per i maggiori responsabili del sequestro, ancora in corso, di Carlo Celadon. Otto anni al legale calabrese accusato d’aver truffato per 800 milioni il papà del ragazzo rapito. Queste le richieste del pm Antonino De Silvestris. La parte civile ha chiesto condanne, ma ha anche annunciato: “Siamo pronti a ritirarci se, da qui alla sentenza, Carlo fosse liberato”.

 

Vicenza. “Non chiedo il massimo della pena: intendo riservarlo agli ideatori di questo sequestro, il più lungo della nostra storia giudiziaria, se mai saranno individuati”. Così, per quelli che sono ritenuti i maggiori responsabili del rapimento di Carlo Celadon, il ragazzo di Arzignano prigioniero in Aspromonte da 2 anni e due mesi, il pm Antonino De Silvestris concede un leggero “sconto”, 29 anni di carcere, uno meno del massimo di pena, Per Leonardo Marte, Mario Leo Morabito ed Emanuele Calfapietra, il terzetto di superpregiudicati ritenuti i maggiori responsabili del rapimento.

E infatti, sbotta ironico e spavaldo dal banco degli accusati Calfapietra: “Ci ha fatto lo sconto perché siamo buoni clienti, ah?”. Pena minima, ma senza attenuanti, per il nipote incensurato di Morabito, il giovane Francesco Sagoleo: 25 anni e mezzo. Pena minima con le attenuanti generiche – 18 anni - a Natale Calfapietra, il pastore di Pizzo Calabro nella cui masseria fu nascosto per 4 mesi Carlo Celadon. E pena massima ulteriormente appesantita dalle aggravanti, per l’avvocato Aldo Pardo, il legale calabrese che si propose a Celadon come “mediatore” e fece sparire 800 milioni.

“Sciacallaggio bello e buono, quello di Pardo”, ha sottolineato il pm. E contro il rapace avvocato si è particolarmente inferocita la parte civile. Il legale dei Celadon, Michele Maitilasso, ha chiesto che oltre alla condanna Pardo sia costretto a rimborsare un miliardo (la cifra truffata più gli interessi), di cui 800 milioni immediatamente.

Anche degli altri cinque imputati è stata chiesta la condanna, e in più il risarcimento di 4.850 milioni (150 milioni del super riscatto pagato sono stati recuperati), più altri 50 per Gianni e Paola Celadon, i fratelli del rapito che hanno pagato a suo tempo la somma.

Ma, ha ricordato l’avv. Maitilasso, “non sono i soldi che ci interessano. Se Carlo fosse stato liberato non ci saremmo costituiti parte civile. E se verrà liberato di qui alla sentenza, ci ritireremo”.

C’è qualche piccola speranza? No, secondo il pm: “E’ illusorio pensare che l’ostaggio esca prima della sentenza, potrebbe essere un terribile test a carico. Anche per questo mi sono battuto per un processo rapido”. Gli imputati da parte loro, si sono rifiutati di rivolgere un qualsiasi appello per la liberazione di Carlo: “Siamo innocenti, che senso avrebbe?” continuano a ripetere.

Il pm De Silvestris ha ripercorso ieri nei dettagli la notte chiave del 25 ottobre 1988, quando sull’autostrada tra Pizzo e Lamezia, Gianni e Paola Celadon consegnarono ai rapitori, che attendevano su una stradina esterna, 5 miliardi.

“Nell’auto dei Celadon, preceduta e seguita da macchine dei carabinieri, c’erano due radio che li tenevano in contatto con le forze dell’ordine. I carabinieri hanno seguito in diretta, tutto il pagamento minuto per minuto”.

Ed ecco l’auto (rubata) dei banditi pedinata con discrezione, che fa una breve sosta davanti alla masseria dei Calfapietra, dove qualcuno prendein consegna il denaro e poi prosegue. Eccola rallentare e accelerare per verificare l’esistenza di inseguitori, poi iniziare unapazzacorsa che finisce addosso a un muretto di Pizzo, sotto i lampioni pubblici. Scappano in tre, l’autista – Leonardo Marte – viene riconosciuto. Il giorno dopo l’irruzione nell’ovile, stretto tra statale ed autostrada, dove vengono trovati latitanti e covo-prigione, scavanto nel terreno e sepolto nella vegetazione. Egli alibi sfoderati da Marte, Morabito, Calfapietra, tutti “poveracci” che viaggiavano in rapido e soggiornavano a Parigi, Roma, Genova e Argentario?

“Troppo zelo dei testimoni” ha detto il pm, individuando plateali collisioni tra le deposizioni degli amici degli imputati. Così, da processo nasce processo. L’accusa ha chiesto la trasmissione degli atti per iniziare procedimenti di falsa testimonianza nei confronti dei 4 testimoni e dei fratelli minorenni Leonardo e Basilina Calfapietra, figli del pastore-imputato, che da grandi e dettagliati accusatori si sono trasformati al processo in sordomuti. “Gli è stato lanciato un messaggio mafioso” ha specificato il pm, “ma hanno negato così maldestramente da aver inventato un nuovo istituto giuridico, la ritrattazione confermativa”.

 

LEGGI UNA ANALISI DEI CARABINIERI SULL'ASPROMONTEhttp://www.storiavicentina.it/inchieste/1130-la-criminalita-calabrese-e-i-sequestri-in-aspromonte.html