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DOMENICA 6/9/1992: A LONGARE (VI) VIENE ARRESTATO IL BOSS MADONIA

 

 

 

Una indagine segreta e sofferta...

 

 

Estate del 1992: Vengono assassinati i giudici antimafia Falcone e Borsellino. Lo Stato è colpito duramente ma la polizia cerca di reagire. Il Servizio Centrale Operativo (S.C.O.) riesce ad avere una informazione importante e invia una squadra di agenti a Vicenza, dove sembra stia "girando" un cellulare che lascia traccia. Un infiltrato poi informa che chi maneggia il telefonino frequenta una "galleria" nel vicentino. Questa è la storia autentica, perchè firmata in un libro autobiografico del capo della Mobile vicentina, dott. Piernicola Silvis, di quella indagine e di come si arrivò a mettere le mani sul numero due di Cosa Nostra....

 

di Giorgio Marenghi

 

Tra il 31 agosto e il 1° di settembre alla questura di Vicenza arriva una telefonata “importante”. Si cerca il dirigente della squadra mobile, il dott. Piernicola Silvis, che è in vacanza sul Gargano. La telefonata arriva da Roma dalla sede dello SCO (Servizio Centrale Operativo) della Polizia e per la precisione dal suo dirigente il dott. Antonio Manganelli.

Il dott. Adamo Caruso, dirigente della DIGOS, e sostituto di Piernicola Silvis alla guida della Squadra Mobile, si affretta a disturbare l’amico in vacanza con quattro parole che gli fanno capire subito l’urgenza, una urgenza strana, che sa di cose grosse.

Silvis tornato a Vicenza si precipita in Questura e qui Caruso lo avvisa che ha chiamato Manganelli da Roma. Il messaggio lo lascia preoccupato. Il giorno dopo infatti è previsto l’arrivo di una squadra di agenti dello SCO, guidata da un certo Caldarozzi.

“Non lo conosco, ma sentiremo cosa vogliono” dice il capo della Mobile.

 

Una indagine così segreta che....

 

 

E il giorno dopo Silvis incontra nel suo ufficio il dott. Caldarozzi dello SCO che mette a conoscenza il collega vicentino che lo SCO è in zona per una “cosa grossa”. “E’ roba riservata. E comunque gli accertamenti dobbiamo farli da soli”.

 

 

Imbarazzo. “Senza il nostro supporto?”. Dopo un po’ di secondi che sembravano un’eternità Caldarozzi mette a conoscenza Piernicola Silvis che è in corso una operazione “estremamente delicata”, così delicata che ad un certo punto il nuovo venuto compone un numero sul cellulare e chiama Manganelli a Roma.

 

 

“Devo dirgli proprio tutto?”. “Sì, tutto”.

 

 

 

Chi frequenta una galleria nel vicentino?

 

 

 

Caldarozzi a questo punto si sbottona e profferisce d’un fiato: “C’è una traccia che porta fino a questa provincia”. “Un cellulare si muove in Veneto e un informatore ci ha detto che questa persona frequenta una galleria del vicentino”.

 

 

 

Ma chi frequenta una galleria nel vicentino? Silvis si stava spazientendo. E poi chi è questa persona che frequenta, questo cellulare che “si muove”?

 

 

A questo punto Guglielmini, un altro agente dello SCO presente al colloquio spinge un po’ Caldarozzi: “Glielo dica dottore”.

 

 

Le parole di Caldarozzi sono una iniezione di anfetamina nelle vene di Silvis. “Sembra che da queste parti si nasconda uno dei pezzi da novanta di Cosa Nostra”.

 

 

“ Chi?” – chiede Silvis. “Madonia” risponde il collega dello SCO.

 

 

“Giuseppe Madonia?” “Piddu?”. “Sì, proprio lui”.

 

 

“Ma ne siamo certi?” . Silvis comincia a non stare più nella pelle.

 

 

“Dobbiamo fare degli accertamenti. Ecco perché siamo qua. Ma nessuno deve sapere il perché e cosa stiamo facendo”.

 

 

“Ovvio”. “Massima riservatezza” risponde il capo della Mobile vicentina.

 

 

“Non lo devono sapere neanche il prefetto e il questore. E neanche la Criminalpol di Padova”.

 

 

Certo che il questore bisognerà informarlo – pensa Silvis -  ma ora è più importante sapere cosa fare.

 

 

“Dobbiamo individuare dov’è e prenderlo prima di lunedì. Tempo sei giorni e sparisce” puntualizza Caldarozzi.

 

 

I “ragazzi della Mobile” non sono ben accetti al responsabile dello SCO, poi allenta la presa e lascia a Silvis la possibilità di scegliere i più “fidati”. “Solo quattro”.

 

 

Passi cauti...

 

 

Il giorno dopo questore e Procuratore della Repubblica vengono informati. Silvis dà le consegne al suo agente Caruso dicendogli che da quel momento “sarò impegnato coi colleghi di Roma”.

 

 

Il lavoro di “intelligence” è fatto anche di colloqui, di analisi di tutte le traccie possibili che si sono potute avere. E il termine “galleria” per di più nel vicentino stava diventando un rompicapo per tutti gli uomini dello SCO e soprattutto per il nostro capo della mobile vicentina.

 

 

“La fonte ha detto anche che sta usando il cellulare di un tizio di Catania” chiarisce Guglielmini. “E ora dov’è questo cellulare?” chiede Silvis.

 

 

“Per ora si sta muovendo nel Veneto centrale”.

 

 

 

Gli uomini fidati di Silvis intanto erano stati informati e avevano fatto le loro osservazioni. Per tutti vigeva il segreto “assoluto”.

 

 

L’indagine comunque era stata avviata e il personale vicentino si stava dando da fare. Sei pattuglie si diressero in città, a Bassano, Thiene, Recoaro e Montecchio Maggiore per le verifiche sulle gallerie della provincia. Gallerie d’arte, di tutti i tipi, insomma quella maledetta parola “gallerie” impegnava al massimo la polizia vicentina.

 

 

Al rientro dai vari centri della provincia il risultato fu assai deludente. “abbiamo verificato, solo gallerie d’arte o commerciali, ma di qualche siciliano neanche l’ombra”.

 

 

 

Manca il tempo e se ci scappa?

 

 

“Mancano quattro giorni a Domenica” incalza Caldarozzi.

 

 

"Il giorno dopo, venerdì 4 settembre 1992, ci trovammo tutti in Questura per fare il punto della situazione. Il collega del capo della Mobile vicentina, l’agente Annarumma, aveva qualcosa da dire “Mi sono ricordato che in Piazza dei Signori ci sta un siciliano con una bancarella…”

 

 

“Beh controlliamolo” replica Caldarozzi. “Sì – continua Annarumma, consapevole di essere in procinto di offrire una “svolta” all’indagine – ma si chiama GALLERIA Salvatore..”.

 

 

In breve la “trovata” di Annarumma mobilita un po’ tutti, anagrafe, schedari di questura, informazioni dalla Sicilia, ecc. Tutti si mobilitano. Alle nove mezza di venerdì 4 settembre con l’ansia di non farcela per quel maledetto lunedì, giorno della possibile “sparizione” di Madonia dal territorio vicentino come suggerito dalla “fonte”.

 

 

 

La trovata di Annarumma...

 

 

 

All’una e mezza seduta del gruppo con Caldarozzi a cui vengono portate le ultime informazioni:

 

 

“Abbiamo accertato che la sorella di Salvatore Galleria è sposata con un certo Saluzzo Salvatore e che anche lui abita a Longare…”

 

 

Silenzio. Poi Caldarozzi si fa portare il fascicolo di Madonia. Passa un minuto, forse due poi Caldarozzi con calma spiega: “La moglie di Madonia fa Saluzzo di cognome. E il cognato di Galleria si chiama Saluzzo”.

 

 

“Dammi la Criminalpol di Catania per favore”.

 

 

“Pronto? Vorrei lo stato di famiglia della moglie di Giuseppe Madonia….”

 

 

Il silenzio cala nella stanza. Arriva la risposta. Caldarozzi è calmo e freddo, parlotta per un po’ al telefono, poi chiude la comunicazione e guarda negli occhi i colleghi.

 

 

“Ha un fratello”, le parole di Caldarozzi sembrano rimbombare nella stanza.

 

 

“E risiede in provincia di Vicenza. A Longare”.

 

 

“Capo?” “E’ lui. Le generalità sono quelle. Saluzzo Salvatore, il cognato di Galleria, è il fratello della moglie di Piddu. Quindi è anche suo cognato”.

 

 

“Avviso Manganelli allo SCO poi andiamo a dirlo al questore”.

 

 

La gioia del questore e l'intercettazione della casa di Longare...

 

 

 

Il questore controllò la sua gioia ma si capiva che l’operazione era sul binario giusto. Tutti gli agenti della questura di Vicenza, esclusi i quattro “fidati” di Piernicola Silvis, capo della Mobile, erano all’oscuro di tutto. Ora bisognava agire ed in fretta.

 

 

Venne contattato Tonino De Silvestri, sostituto procuratore della repubblica di Vicenza. La richiesta di intercettazione telefonica dell’utenza di GALLERIA SALVATORE fu firmata senza perdite di tempo.

 

 

Alle cinque del pomeriggio di venerdì 4 settembre  l’utenza sta per essere intercettata, poiché la SIP aveva immediatamente attivato le operazioni tecniche di ascolto.

 

 

Alle ore otto di sera inizia l’ascolto. Vengono attivati i turni. Alle sette e mezzo del mattino di sabato 5 settembre Piernicola Silvis e Gilberto Caldarozzi fanno il punto della situazione.

 

 

Il risultato è una voce di siciliano ma che non è conosciuta come quella di Madonia o di Galleria.

 

 

Caldarozzi decide di prendere informazioni sul posto, “andiamo a vedere…non possiamo fare irruzione questa sera perché ci sarà una festa a casa di Galleria..quindi”. Un rapido sopraluogo viene effettuato, con molta cautela, pena la fuga di Giuseppe Madonia ed il fallimento dell’operazione.

 

 

Manca poco e c'è voglia di intervenire...

 

 

 

Sabato 5 settembre, mattino. Silvis ordina ad Annarumma: “Per oggi pomeriggio alle tre convochi tutta la mobile”.

 

 

“C’è il rischio che i ragazzi siano incazzati, hanno visto tutto questo movimento e…”

 

 

“La cosa è troppo importante…la verità solo a cose fatte”.

 

 

Ormai tutta l’operazione gira a velocità vorticosa. Adesso c’è il rischio di non saper come fare l’irruzione, quanta gente vi sia dentro la casa di Longare, il pericolo che il guardaspalle, se ce n’è uno, sia armato e così via. Gli uomini dello SCO sanno che dovranno inventare sul momento la tecnica più adatta, ma l’imprevisto è la bestia nera. Tutti ne sono consapevoli.

 

 

Vengono date le istruzioni per gli appostamenti intorno alla casa.

 

 

Alle sette e quaranta della sera di sabato 5 settembre vengono prese le decisioni. “Inutile aspettare ancora – organizziamoci in pattuglie da tre e cominciamo a muoverci. Un ispettore per auto”.

 

“Longare” precisa Silvis.

 

 

Dopo un po’ anche Gilberto Caldarozzi precisa che “dovete essere invisibili”.

 

 

“Quanti siamo?” “Quarantadue”. “Quante auto?”. “Quattordici”.

 

 

 

Alle nove e mezza arriva una chiamata dalla sala di ascolto. “Ha parlato? Chi ha parlato?”

 

 

“Il siciliano è in casa”. “Entriamo?”. “Sì, o la va o la spacca!”.

 

 

 

Ma Caldarozzi raffredda gli animi: “Là dentro c’è una festa, ci sono anche bambini, è un rischio entrare..chiediamo a Manganelli che ci mandi i NOCS, loro sanno come fare…sono addestrati per questo”.

 

 

Trascorre un po’ di tempo, giusto per telefonare a Manganelli ma la risposta è breve e tagliente.

 

 

“Dovete sbrigarvela voi, non abbiamo tempo!”

 

 

Con tutti questi dubbi arriva pure la mezzanotte che porta consiglio. L’irruzione viene spostata al mattino della domenica 6 settembre.

 

 

 

“La soffiata parla di un appuntamento in autostrada in pieno giorno al casello di Vicenza ovest”.

 

 

“L’appuntamento con il torinese è alle dieci”. “Ok. Per le sei di domani dobbiamo essere operativi”.

 

 

La giornata finale: domenica 6 settembre

 

 

 

Il mattino della domenica tutto è ormai pronto. Gli appostamenti intorno alla casa, la stanza d’ascolto  della linea telefonica, il quartier generale dello SCO nella questura di Vicenza. Le macchine delle pattuglie pronte a partire. Quarantadue uomini mobilitati per catturare Giuseppe Madonia, detto “Piddu”, il numero 2 di Cosa Nostra.

 

 

La giornata viene vissuta da tutti come “storica”, c’è la consapevolezza che niente deve andare storto ma i poliziotti sanno per esperienza che l’imprevedibile è sempre da mettere nel conto.

 

 

In ogni caso una operazione “record”, anomala per tempi di preparazione e per la fretta imposta da una scadenza, quella di lunedì 7 settembre, che avrebbe tolto agli investigatori la possibilità di acciuffare il boss.

 

 

Al mattino della domenica Caldarozzi commenta, cosa potrà fare Madonia. “Per andare all’appuntamento al casello, alle dieci, dovrà per forza uscire di casa alle nove e mezza. Prendete i giubbotti antiproiettile e le armi lunghe. Le volanti lontane dal posto dell’appuntamento. Una volante a Castegnero, una a Montegalda e una in autostrada, direzione Verona”.

 

 

Il canale radio viene tenuto riservato, “Meno gente sente, meglio è” commenta  Annarumma.

 

 

I ragazzi della squadra mobile sono rassegnati, non sanno niente, sono tenuti all’oscuro di tutto, eppure sono mobilitati, a questo punto in cui sono arrivate le cose ci si può fidare della loro professionalità.

 

 

 

Via tutti verso Longare!

 

 

Alle cinque e mezzo in questura di Vicenza sono già tutti pronti, i quarantadue uomini nei corridoi chiacchierano fingendo di essere tranquilli, ma nessuno lo è. Al comando del capo della mobile poi si scende nel garage e ci si dirige verso le auto. Senza sirene si imbocca Viale D’Alviano, destinazione Longare.

 

 

Arrivati in zona le pattuglie si appostano in luoghi diversi. Si provano gli apparati radio-trasmittenti e poi, completate tutte le prove, ci si rassegna a dover aspettare.

 

 

Alle otto succede qualcosa. Guglielmini dello SCO parla alla radio: “Attenzione è arrivata la Mercedes di Saluzzo, alla guida c’è lui. Ha parcheggiato vicino alla Dedra di Galleria”.

 

 

Passa una buona mezz’ora e la radio improvvisamente gracchia: “Stanno uscendo” dice Guglielmini.

 

 

Due macchine escono dalla casa di Longare, l’abitazione di Galleria Salvatore, una Dedra con due uomini, dietro segue una Mercedes, guidata da Saluzzo con un’altra persona accanto.

 

 

“E’ solo?” “No, c’è un altro uomo con lui, ha i capelli bianchi, sembra più anziano, viso massiccio”.

 

 

Gilberto Caldarozzi, vice capo dello SCO dà l’ordine: “Seguiteli”.

 

 

“Ce li abbiamo davanti”.

 

 

“Vanno verso la statale per Camisano”.

 

 

“Ma l’autostrada è dall’altra parte..così ci spiazzano..” soggiunge Piernicola Silvis.

 

 

Caldarozzi: “Non stanno andando verso l’autostrada, ma voi seguiteli ugualmente…”.

 

 

Momenti di grande tensione...

 

Intanto la Dedra andava avanti veloce ed era evidente che faceva da apripista, se c’era un posto di blocco lo avrebbe segnalato alla Mercedes in cui c’era Madonia.

 

 

Dopo un po’ di strada le due macchine si fermano ad un autosalone. Scende pure Madonia. E lo segue, scendendo anch’esso dall’auto, Guglielmini. Il poliziotto dello SCO è a pochi metri dal boss, lo guarda bene e riferisce poi risalendo in macchina: “Potrebbe essere lui, somiglia molto alla foto che abbiamo..”

 

 

“Stanno tornando alle auto…stategli dietro”. Ma ormai il piano era saltato, troppo il tempo impiegato per seguire le due auto, occorreva avere il cambio per proseguire l’inseguimento.

 

 

Vengono perciò attivati i motociclisti, uno viene tolto e sostituito da un altro che riceve l’ordine di andare a Camisano.

 

 

“Si sono fermati di nuovo..c’è un bar, scendono tutti…entrano”. “Capo – sussurra Mammoliti – entro anch’io con loro”.

 

 

Manganelli da Roma in quel momento telefona. Poche parole, sarà avvisato a cose fatte.

 

 

 

Rientrano in macchina i due agenti dello SCO che hanno seguito la comitiva dei mafiosi nel bar.

 

 

“Capo è lui! La foto che abbiamo è vecchia, ora ha i capelli bianchi…ma gli occhi sono quelli!”

 

 

Ripartono tutti e anche la macchina dello SCO. Ma il piano è saltato, non c’è possibilità di avere il cambio subito. E l’appuntamento in autostrada pare cancellato. Ora bisogna solo seguire le macchine.

 

 

Silvis con Gilberto Caldarozzi, in collegamento via radio, si dirige verso Camisano quando dalla radio si sente la voce di Guglielmini: “Capo, ma..questi tornano indietro…vanno verso Longare!”.

 

 

La macchina di Silvis subito dopo incrocia la Dedra ma dov’è la Mercedes?

 

 

Guglielmini risponde per radio: “Non lo so..la Mercedes ci stava davanti..poi hanno girato per delle stradine e l’abbiamo persa. Comunque la Dedra è sempre davanti a noi”.

 

 

Silvis a questo punto fa inversione di marcia e cerca di raggiungere la macchina degli agenti dello SCO. Ma pochi secondi dopo aver concluso il colloquio radio con i colleghi vede sullo specchietto retrovisore la Mercedes.

 

 

“Non vi girate per nessun motivo” scandisce il capo della Mobile vicentina.

 

 

“Abbiamo trovato la Mercedes”.

 

 

Caldarozzi, capita la situazione, prende la radio e comunica la notizia: la Dedra di Salvatore Galleria è davanti, dietro ci sta la Renault dello SCO, poi la Golf con Piernicola Silvis e Gilberto Caldarozzi e dietro la Mercedes con Madonia.

 

 

La situazione era diventata rischiosa. La collega Odette fa finta di scherzare con Silvis e Caldarozzi per fare scena e tranquillizzare i due della Mercedes. Ma il rischio che le macchine rientrassero alla villetta di Longare era ormai altissimo. Di qui la decisione finale.

 

 

Guglielmini (dalla Renault dietro alla Dedra): “Capo, siamo vicini alla villetta. Se non li fermiamo adesso non li becchiamo più!”.

 

 

Caldarozzi (Golfi guidata da Silvis con la Mercedes di Madonia dietro): “Ok. Allora si interviene”.

 

 

 

La Renault schizza in avanti, sgomma e supera la Dedra. La Golf si blocca ma la Mercedes non tampona e si ferma in tempo. Tutti fuori, “polizia! Scendete con le mani alzate!”

 

 

La collega dello Sco alla radio: “Siamo intervenuti, abbiamo bloccato le auto! Correte tutti, a Longare, a Longare tutti!”

 

 

“Fuori! Ho detto! mani dietro la nuca!”.

 

 

 

Gli uomini scendono, sono tranquilli, si stendono per terra. Intanto si sentono le sirene che urlano e le gomme che stridono sull’asfalto. Macchine e agenti riempiono la strada ma ormai non serve più brandire le armi. Vengono ammanettati tre uomini, la ragazza che era assieme a Salvatore Galleria sulla Dedra viene lasciata stare.

 

 

Sia Silvis che Gilberto Caldarozzi si avvicinano e squadrano Madonia. Un uomo massiccio, aspetto distinto, mostra una cinquantina d’anni, guarda perplesso con un’aria spaesata.

 

 

“Può darci un documento per favore?” chiede Guglielmini. Il boss estrae dalla tasca il documento, una carta d’identità con su scritto Caleffo Mario, professione medico chirurgo. E se lo SCO avesse sbagliato, se l’indagine avesse portato ad un vicolo cieco con un clamoroso errore di persona?

 

 

Il documento era perfetto, il problema è che non c’erano impronte in archivio. C’era la possibilità di dover perdere un sacco di tempo per stabilire l’autenticità del documento e individuare la vera identità della persona. Ma sia lo SCO che il Capo della Mobile vicentina vogiono il risultato subito.

 

 

Ci pensa Guglielmini che sbotta: “Il gioco è finito, signor Madonia”. L’uomo infastidito chiede: “Posso sedermi?” “Come avete fatto a trovarmi?”.

 

 

 

Tutti tirano un respiro si sollievo, la caccia era finita, Madonia, “Piddu” era in trappola.

 

 

 

Manganelli viene avvisato, pure il questore di Vicenza. Parte della squadra viene lasciata a Longare per una perquisizione approfondita. Madonia viene invitato a salire sulla Golf di Silvis per andare velocemente in questura a Vicenza.

 

 

 

Gli accertamenti fatti nella villetta danno la conferma che il boss aveva alloggiato nella casa di Salvatore Galleria. Viene trovata una valigia con effetti personali e quaranta milioni di lire e un telefono cellulare. La Mercedes viene sequestrata e si appura che era intestata ad una società di leasing milanese.

 

 

 

A Vicenza la notizia è di dominio pubblico e si raduna folla di giornalisti di molte testate, locali e nazionali.

 

 

 

Una versione di comodo

 

 

Viene convocata una conferenza stampa e Il dirigente di polizia Achille Serra si consulta con Piernicola Silvis e Gilberto Caldarozzi su come gestire il colloquio con i giornalisti. Viene deciso di essere reticenti e di non rilasciare alcuna notizia sui dettagli dell’operazione. Niente di quell’indagine doveva andare sui giornali. Quindi davanti alle telecamere e ai taccuini dei giornalisti viene data la versione di comodo: la villetta di Longare era stata individuata da mesi e la polizia la teneva sotto controllo fin da ferragosto.

 

 

La verità invece è quella che vi abbiamo raccontato, grazie alle pagine del libro autobiografico di Piernicola Silvis, capo della Mobile vicentina, “L’ultimo indizio” (Fazi editore).

 

 

Tutti i nomi e i dialoghi riportati in questo articolo sono autentici, casomai sintetizzati un po’ perché il discorso sia più giornalistico e meno letterario. Pierluigi Silvis, Gilberto Caldarozzi, Guglielmini, Annarumma, e gli agenti dello SCO e della questura di Vicenza sono stati i protagonisti di una eccezionale operazione di polizia condotta in tempi ristretti ma con coraggio e professionalità.

 

 

Giorgio Marenghi