Sito Storico e Blog di Giorgio Marenghi - Storia Veneta - Eversione - Opinioni su fatti politici

 

 

 

PROCURA DELLA REPUBBLICA

PRESSO IL TRIBUNALE DI BRESCIA

 

 

RELAZIONE DI CONSULENZA TECNICA

Consulenza affidata al dott. ALDO SABINO GIANNULI

 

Premessa

 

 

La presente relazione è ricavata dall’esame dei fascicoli del SID riguardanti l’omicidio del Commissario Luigi Calabresi (All.1) e l’editore Giangiacomo Feltrinelli.

[Attenzione: questa è la parte documentaria relativa all'inchiesta prima della "confessione" di Leonardo Marino (di Lotta Continua) che nel 1987 si autoaccusò di aver partecipato all'omicidio e accusò Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi di essere i mandanti (e Bompressi l'esecutore) dell'omicidio del commissario; nota di Giorgio Marenghi]

 

 

 

 

1) Indagini relative al “caso Calabresi”

Una delle testimonianze più precise relative alle indagini che Calabresi stava svolgendo nei giorni precedenti la sua morte, è quella di Gianfrancesco Belloni (si veda la relazione n1c di questo ctu a codesta Ag) esponente missino e collaboratore della rete informativa di Zagolin. Il primo giugno 1974 Belloni venne interrogato dal giudice Lombardi, che gli chiese informazioni relative ad un biglietto da visita, ritrovato tra i documenti sequestrati nella sua abitazione, su cui vi si trovava scritto:

 

“mi sto occupando del caso e quanto prima vi farò sapere quando potrò venire nel Veneto. Cordiali saluti. Gigi”

 

 

Belloni rispose che si trattava di un biglietto da visita, inviatogli da Calabresi, tra il febbraio ed il marzo 1972, facente riferimento ad una conversazione con il commissario avvenuta, a Ferrara, poco tempo prima.

 

 

“In tale occasione – dichiarava Belloni – Calabresi mi aveva detto che si stava cercando un collegamento tra Feltrinelli ed il conte Piero Loredan. Calabresi si stava occupando del traffico d’armi tra la Jugoslavia e l’Italia, le armi venivano scaricate in cittadine del litorale adriatico, tra Rovigo e Ferrara, alle foci del Po; implicato nella vicenda era un certo professor Duse, residente in una casa a Bosco della Mesola; tale individuo era un uomo di fiducia di Feltrinelli.

Mi disse il Calabresi che in questo traffico erano implicati anche esponenti fascisti, anzi più precisamente del MSI. Col Calabresi avevamo parlato molto a lungo di Olaf Krugher, che lavorava con i servizi segreti della Germania Occidentale. Il Krugher era un pittore che risiedeva a Venezia. Calabresi qualche volta mi affidava accertamenti e mi consultava nel corso della sue indagini”. (Atti del giudice Lombardi, primo procedimento contro Bertoli, citati in G.Flamini: Il Partito del Golpe, Ferrara, Bovolenta, 1985, vol.III pag.291)

 

 

 

Il biglietto autografo di Calabresi (la firma con il diminutivo Gigi) e la citazione di un incontro avvenuto a Ferrara fanno pensare a Belloni come a persona notevolmente informata.

 

 

Belloni viene considerato attendibile anche dai magistrati che hanno indagato sulla strage di Piazza Fontana.

 

 

 

“Le confidenze di Belloni sono di notevole rilevanza (….) gli elementi forniti da Gianfrancesco Belloni sono in perfetta sintonia con elementi già emersi nella presente istruttoria” (sentenza ordinanza 3/95 del giudice Guido Alvini pp.563-564).

Il citato Duse è il prof. Ugo Duse, nato a Rovigo, l’11 ottobre 1926 e deceduto il 4 maggio 1997 a Ferrara, docente di storia della Musica all’Università di Ferrara e residente, nel 1972, a Bosco Mesola, in via Spinazzi 9.

Duse fu uno dei maggiori esponenti del movimento marxista leninista ed è quindi credibile che fosse in contatto con Feltrinelli.

E’ degno di nota il fatto che il Duse, dopo aver lasciato i gruppi marxisti leninisti, confluì nel Manifesto, da cui uscì clamorosamente alla vigilia delle elezioni del 1972, per rientrare nel PCI.

Tra i suoi più stretti collaboratori, nei primi anni settanta, vanno ricordati Mario Quaranta ed Elio Franzin, interrogati dai magistrati inquirenti sulla strage di Piazza Fontana in relazione alla vicenda Litopress, ed autori de “Gli attentati e lo scioglimento del Parlamento” edito da Ventura. (Per avere più notizie su questi fatti vedere “Nero bianco e rosso” di Giorgio Marenghi, qui in Storia Vicentina, nota di g.m.)

 

 

Mentre su Olaf Krugher, nato a Swinemunde Usedom (Germania Federale) il 13 luglio 1943, residente a Venezia fino all’8 gennaio 1972 non disponiamo di notizie.

 

 

Tale premessa si è resa necessaria per apprezzare adeguatamente il primo documento di interesse reperito nel fascicolo “Calabresi” qui sottoposto ad esame.

 

 

Infatti le confidenze di Belloni non vennero prese sul serio dal maggiore Giuseppe Bottallo, comandante del Centro CS di Padova che nella comunicazione del 15 aprile 1974 inviata al reparto D di Roma (Prot.2812, Allegato 2) definì il Belloni, ed un altro confidente, tal Guido Negriolli, non attendibili.

 

“per la loro notoria propensione alla fantasiosa esposizione di fatti e situazioni non controllabili”.

 

 

A dire il vero, però, all’interno della comunicazione, si trovano alcune informazioni che, al contrario, parrebbero confermare le parole di Belloni e la possibilità che eistesse un traffico d’armi gestito da persone residenti in Svizzera.

 

 

Come ammesso dallo stesso Bottallo,

 

 

“…unico episodio a parziale conferma di un certo traffico del genere, potrebbe essere quello avvenuto la notte dell’11 luglio 1973 in località Casone Mocenigo, comune di Rosolina (Ro). In tale circostanza una pattuglia appiedata della Guardia di Finanza in servizio di vigilanza sul litorale, rlevava la concomitante presenza, a poca distanza dalla riva, di un grosso natante d’alto mare e di una vettura Bmw, ferma sulla spiaggia. Venivano altresì notati alcuni individui intenti a trasbordare merce imprecisata dal natante all’autovettura. Per l’intervento dei militari i due mezzi si allontanavano precipitosamente dal luogo; rendendo vano ogni tentativo per il loro intercettamento o identificazione a causa della carenza di mezzi di collegamento fra la pattuglia ed i comandi della GG.FF della zona. Sulla spiaggia veniva rinvenuto un sacchetto di plastica contenente n.295 cartucce sfuse, per mitra, anno di fabbricazione, 1950” (ibidem)

 

 

Un altro punto interessante è quello in cui Bottallo, all’interno della stessa comunicazione, identifica l’”Isola del Manager” nell’isola di Albarella, anch’essa compresa nel comune di Rosolina.

 

 

Quest’isola risultò acquistata, anni prima, da un gruppo finanziario svizzero, facente capo l cittadino elvetico Armando Pedrazzini, nato a Lugano Castagnola il 13 gennaio 1923, residente a quei tempi a Vacallo (CH) e titolare della “S.a.s. Albarella”.

 

 

Bottallo ricorda, inoltre, come i Carabinieri di Contarina (Ro) denunciarono a piede libero l’avvocato Pedrazzini perché ritenuto responsabile dell’installazione, per uso della S.a.s. Albarella di

 

 

“apparecchi ricetrasmittenti marca Tekno, dalla frequenza di 27 Khz, di cui due fissi e due mobili montati su autovetture”.

 

 

L’azione giudiziaria nei confronti del Pedrazzini, giunse a seguito di una interferenza captata dall’Arma su una frequenza d’onda a lei riservata, proveniente dagli impianti installati sull’isola. Risulta quindi che l’avvocato Pedrazzini, non solo possedesse impianti radio capaci di interferire nelle frequenze dei Carabinieri, proprio in una zona segnalata per il traffico d’armi, ma avesse anche strumenti sufficientemente potenti da permettere

 

 

“di effettuare collegamenti diretti anche con centri svizzeri ed altri dell’Europa Centrale” (ibidem)

 

 

Notizia non di poco conto dato che, come emerge da un articolo di un giornale ticinese (vedi lettera dell’Ambasciata d’Italia al SID del 30 luglio 1974, allegato2) Calabresi avrebbe dovuto recarsi a Lugano il giorno in cui venne assassinato.

 

 

Per Sergio Micheli, autore dell’articolo:

 

 

“il commissario Calabresi avrebbe dovuto incontrarsi a Milano con una persona che doveva fornirgli importanti indicazioni sul traffico d’armi su scala internazionale che veniva attuato dall’estrema destra italiana e sul quale il funzionario della questura di Milano stava indagando da tempo. L’appuntamento era stato fissato da diversi giorni in un bar di Lugano, ma il giorno 16 fu annullato: la persona che doveva incontrarsi con Calabresi telefonò a casa del Commissario per avvertirlo che non poteva essere presente il giorno dopo, rinviando l’incontro.

Questa vicenda dell’appuntamento è stata ricostruita negli ultimi giorni dal giudice istruttore dott. Patrone, incaricato dell’inchiesta sull’assassinio del Commissario Calabresi. (…) Il dott. Patrone è riuscito anche a rintracciare la persona che avrebbe dovuto incontrarsi (sic) a Lugano e che ha accettato di venire a testimoniare. Si è così incontrata con il dott. Patrone al quale ha riferito le cose che avrebbe dovuto raccontare a Calabresi due anni fa. Si tratta di una testimonianza che il magistrato ha giudicato assai importante. Il nome del testimone è stato mantenuto segreto”.

 

 

 

Detto questo, va anche ricordato come le parole di Belloni trovino, un’importante conferma nell’intervista rilasciata a “L’Espresso” dal suocero di Calabresi, (1 ottobre 1972 p.5):

 

 

“Gigi aveva scoperto degli addentellati fra il caso Feltrinelli e le centrali di provocazione fascista che si andavano moltiplicando in Italia”.

 

 

Un’ulteriore, seppur parziale, conferma viene dal rapporto sull’estrema destra in Veneto del 23 maggio 1973 (prot.1306/5 reperito presso l’Archivio dell’Istituto Gramsci in Roma in occasione del terzo incarico dell’Ag milanese a questo Ctu-allegato 84 alla rispettiva relazione).

 

 

In questo rapporto, infatti, si sottolinea come

 

 

nel Veneto, soprattutto nell’area Padova, Mestre, Treviso agisce un centro operativo importante del piano eversivo. Vi operano capi medi ed esecutori. Ciò non in rapporto col tessuto e la realtà sociale veneta, ma in base ad altri fattori: condizioni propizie data la collocazione di confine (ad es. risulta che notevole parte degli ustascia espulsi dal Canada e altri paesi tende a concentrarsi in Italia); maggiori facilità nel traffico e contrabbando di armi che viene effettuato via mare; esistenza di comandi militari, delle basi con relativo concentramento di servizi segreti. C’è da ritenere anche che si sia in presenza di un aspro scontro fra diverse centrali segrete con obiettivi diversi. Fra i personaggi che si muovono in questo quadro, il conte Loredan e il conte Guarnieri, entrambi di Treviso. Il Loredan è uomo di destra che cerca di farsi apparire di sinistra. (…) Insieme al Guarnieri ha finanziato l’impresa editoriale di Ventura”.

 

 

La fonte si riferisce al finanziamento di 90 milioni garantiti con fideiussioni da Guarnieri e Loredan a Giovanni Ventura per l’affare Litopress, (vedi sentenza 23 febbraio 1979 della Corte d’Assise di Catanzaro p.435) vicenda che vede coinvolto anche l’ex partigiano Alberto Sartori. (Su quest’ultimo si veda nota del Centro CS di padova dell’8 maggio 1972 prot.n.3380, allegato 2)

 

 

“Il fratello di Loredan – prosegue la nota del 23 maggio – è il fondatore dell’Ordine Nuovo Europeo. Si dice anche che il giudice Stiz è convinto che questo personaggio conosca tutto sulla trama nera anche se non vi sono gli elementi per coinvolgerlo. Coabita con certo Paolo Universo sul quale sono state fatte indagini in relazione all’assassinio Calabresi”.

 

 

Nulla è emerso in relazione a questo Paolo Universo, a meno che non ci si riferisca a Giuseppe Universo, la persona che aveva ricevuto da Piero Loredan un rapporto dei servizi datato 25 novembre 1969 e l’aveva consegnato alla magistratura. (Nicola Magrone, Giulia Pavese: Ti ricordi di Piazza Fontana? Bari, Edizioni dall’interno, 1988, p.181 vol.III).

 

 

In merito ricordiamo inoltre la discussa vicenda del viaggio compiuto a Trieste dal commissario Calabresi proprio allo scopo di indagare sui finanziamenti alla Litopress. Su questo veniamo informati anche da un documento confidenziale già citato nella relazione al quesito del 30 aprile 1998 (All.518)”:

 

 

Calabresi aveva scoperto un traffico d’armi che provenivano dai circoli neonazisti di Monaco di Baviera (Strauss) destinate agli ustascia jugoslavi, con centro a Trieste, smistate anche a fascisti italiani. (…) Alla metà di maggio fu prelevato al mattino da casa sua e condotto a Trieste. Insieme a lui il Questore Guida e l’on. Caron della Dc. A Trieste conferirono con il conte Loredan noto fascista, due giorni dopo fu ucciso”.

 

 

Dalle dichiarazioni di Belloni pare quindi che il commissario stesse cercando un collegamento tra Feltrinelli e Loredan e che, in pratica, seguendo le piste di un traffico di armi, si fosse imbattuto nella vicenda della Litopress. Vicenda, quest’ultima, che ha visto coinvolti personaggi di primo piano dell’eversione neofascista e di cui molto si è scritto e parlato, senza giungere, però, a chiarirne gli scopi.

 

 

 

2) Leo Joseph Pagnotta

 

Un’attenzione particolare va dedicata a Pagnotta Leo Joseph, nato a Brokton (USA) il 29 gennaio 1915. Giunto in Italia nel 1943 in qualità di ufficiale superiore addetto al CIC-USA e comandante della polizia militare USA per le province di Bolzano-Belluno-Trento.

 

 

Congedatosi dall’esercito USA, su incarico del CIC, collaborò con la polizia civile di Trieste negli anni 1946-1947. Allacciò rapporti di natura commerciale con tal Di Prospero, impiantò un’azienda per l’importazione di frigoriferi ed elettrodomestici: la “Detroi” e sposò, in seguito a lunga relazione, la nipote del Di Prospero, dopo aver divorziato dalla prima moglie.

 

 

La ditta ebbe un fortunato sviluppo e ciò permise a Pagnotta di formare, il 16 luglio 1964, a Padova, la “Società International Relations Pagnotta I.R.P.” con sede in Piazzale Stazione 8, allo scopo di promuovere e curare il commercio di importazione ed esportazione di ditte enti e società italiane ed estere. (nota del Centro CS di Padova del 9 settembre 1972 prot.7095 allegato 2)

 

 

Le indagini sul Pagnotta erano state avviate a seguito di un appunto inviato a sottoufficiale del nucleo investigativo di Perugia da parte di conoscente che si trovava in Svizzera (vedi nota del centro CS di Perugia del 1 agosto 1972 prot. 3465/R7 allegato 2). Nell’appunto, inviato da persona ricercata per truffa, “di famiglia molto per bene, che avrebbe un debito di riconoscenza verso il sottoufficiale” il confidente affermava di nutrire forti sospetti, in relazione all’omicidio Calabresi, su Leo Joseph Pagnotta, di nazionalità americana e residente a Padova.

 

 

 

“Nel 1952/53 – afferma il confidente – a causa di un diverbio con un generale venne espulso dall’esercito americano e si rifugò in Italia dove per circa tre anni visse alla giornata e sulle spalle della zia della moglie. Poi incontrò un certo Vasselinoff (sic) e da allora incominciarono a piovere anche i soldi. Chi è Vasselinoff? Un uomo che credo sotto le insegne di onesti cambi commerciali con l’estero, nasconde cose molto interessanti. Oggi il capitale del Pagnotta si aggira sul centinaio di milioni (…) Credo che interrogando il sig. Macola di Padova e il sig. Andrea Spitzer di Milano, potrete avere utili informazioni”.

 

 

Successive indagini fecero emergere che il Pagnotta, dopo la liberazione, era stato attivo elemento del CIC (Counter Intelligence Corp) a Trieste (fino al 1953) e che Vasselinoff si identificava in Vasselinoff Jordan, nato a Sofia il 16 ottobre 1911, residente a Milano, titolare della società individuale Ve.Ma.Co. (Commercio macchine da costruzione stradale e relativi ricambi) con sede legale a Bolzano e filiali a Milano.

 

 

Soggetto sul quale ci siamo ripetutamente soffermati nel corso della presente indagine (vedi articolo sul “Noto Servizio” qui in Storia Vicentina, nota di g.m.) ed in quella svolta per conto dell’Ag milanese.

 

 

Nella nota del Centro CS di Milano, del 10 ottobre 1972 prot. 15006, allegato 2) si rileva inoltre come non fosse stato possibile stabilire l’effettiva esistenza e consistenza dei rapporti tra Pagnotta e Vesselinoff ma

 

 

 

“è da considerare che in passato entrambi, quando hanno risieduto o soggiornato a Trieste e Bolzano, appartenevano, o collaboravano, con organismi informativi americani ed inglesi. Per quanto concerne le segnalate loro illecite attività, non si sono raccolti elementi probatori”.

 

 

Il Macola venne invece identificato per Angelo Macola citato nel f.n.5190 di Centro verona del 13 maggio 1954 (nota SID del 23 agosto 1972 prot. 04/30172, allegato 2) e definito, nella nota del Cs di Padova del 9 settembre 1972)

 

 

“uomo di buona condotta in genere ed immune da pregiudizi sfavorevoli agli atti degli uffici competenti”.

 

 

In una successiva nota del Centro CS di Verona (10 ottobre 1972 prot. 10033, allegato 2) viene però evidenziato come, durante la permanenza a Bolzano [dal 1946 al 1957] il soggetto avesse curato prevalentemente

 

 

“attività finanziarie nel settore edilizio e l’importazione in società con il noto (solo per reparto D e Centro Pd) Vok Ignazio, nato a Lubiana il 21 febbraio 1938 – di motocicli NSU di produzione germanica destinati al mercato nazionale”.

 

 

 

3) La vicenda Nardi

 

 

Come si ricorderà, il 20 settembre 1972 vennero fermati dalla Guardia di Finanza, al valico di Brogeda, Gianni nardi, Bruno Luciano Stefano, e Gudrun Kiess.

 

 

I tre vennero arrestati per il reato di introduzione illegale di armi essendo rinvenuti a bordo della loro Mercedes, candelotti di dinamite, miccia e due pistole calibro 9 con relative munizioni.

 

 

Il funzionario dirigente la Polizia di frontiera ritenne, inoltre, che nelle sembianze del Nardi potessero riunirsi le caratteristiche somatiche di colui che aveva ucciso il commissario Calabresi.

 

 

Una successiva perquisizione, effettuata dalla polizia nell’abitazione di Nardi, rinveniva un bossolo calibro 38 special, lo stesso dell’omicidio del commissario, sembrò confermare l’ipotesi del funzionario. Gli interrogatori successivi fecero, però, sfumare le responsabilità degli stessi in ordine a quell’omicidio.

 

 

Rimase comunque l’imputazione di associazione per delinquere solo per il Nardi, lo Stefano e tale Luciano Baldazzi da Roma che aveva fatto da tramite per l’acquisto delle armi in Svizzera, con la complicità del cittadino elvetico Erasmo babler (vedi nota del nucleo investigativo dei Carabinieri di Milano del 9 marzo 1974 prot. 1977/26-1 allegato 2). La Kiess veniva invece scarcerata alla fine del mese di ottobre 1972.

 

 

Il 23 febbraio 1973, Stefano e Nardi ottennero la libertà provvisoria ma solo il primo potè usufruirne, mentre Nardi venne trasferito ad Ascoli Piceno perché colà imputato di detenzione di materiale esplosivo.

 

 

Quando poi, il 13 aprile 1973, la Corte di Appello di Milano emise mandato di cattura per la introduzione nel territorio dello Stato di armi da guerra ed esplosivi, i due si resero latitanti.

 

 

Le successive dichiarazioni di Ginepro Luigina, del luglio 1973, che dichiarò che la Kiess, sua compagna di cella, le avrebbe confidato di essere la persona alla guida dell’auto servita al Nardi per commettere l’omicidio, portarono all’emissione di un nuovo mandato di cattura nei confronti dei tre (vedi nota del CS di Milano del 5 mrzo 1974 prot. 5410, Allegato 2).

 

 

Secondo la Ginepro la Kiess avrebbe attribuito il movente dell’omicidio al fatto che Calabresi aveva scoperto il traffico d’armi gestito da Stefano e Nardi.

 

 

Secondo la fonte “Ludwig” (appunto 24 luglio 1974 Allegato 2) durante la latitanza Gianni Nardi sarebbe stato ospitato a Monaco da tal Di Laura Nicodemo, nato a Alfedena (Aq) il 12 maggio 1937 e titolare a Monaco della pensione Amalfi in Theresinstrasse 29, fascista dichiarato.

 

 

Il Di Laura sarebbe proprietario anche di un appezzamento di terreno e di una casa in Roseto degli Abruzzi (Te).

 

 

Per completare il quadro, sembra utile sottolineare che Nardi venne segnalato, il 5 giugno 1970, dall’Ufficio R del SID all’Ufficio D (prot.05/032/34/70-S allegato 2) in quanto

 

 

“la persona in oggetto potrebbe essere suscettibile di interesse ai fini di un eventuale impiego per esigenze “R””.

 

 

 

4) Il trafficante d’armi Christian Ring

 

 

Il 10 giugno 1972 durante una perquisizione veniva rinvenuto all’interno dell’appartamento romano di Ring Christian Karl Fredrich (nato a Breslau (D) l’1 aprile 1932 e deceduto l’11 settembre 1974 a Montreal Canada) una pistola Smith & Wesson mod.19 matricola K-359566-357 magnum.

 

 

“Poiché l’arma era idonea ad esplodere anche proiettili calibro 38 special, il reperto è stato inviato a Milano al magistrato inquirente dell’assassinio Calabresi” (fonogramma del raggruppamento centri CS di Roma del 18 novembre 1972, prot. 25801/IV allegato 2).

 

 

 

Dagli accertamenti svolti emerse che Ring “esplicava attività di procuratore d’affari in campo internazionale per qualsiasi merce, non esclusi materiali bellici; avrebbe commesso, secondo quanto segnalato nell’aprile 1965 dal “Bureau of International Commerce USA” una serie di violazioni alle norme dell’Export Control Act del 1949; sarebbe stato licenziato dalla società americana Dresser per aver venduto illecitamente materiali a paesi dell’Est; durante la permanenza in Svizzera è stato arrestato per truffa; è stato in trattative con la ditta Iberterra di Madrid per la fornitura di munizioni da 7,62 mm e di fucili G3” (Traduzione appunto proveniente dal Canada, prot. 04/47974/R/1 allegato 2). In un appunto della fonte “Inan” del centro CS di Napoli (nota SID del 26 gennaio 1973 prot. 04/449/R/4 allegato 2) si rileva come

 

 

 

i servizi di sicurezza della Germania Occidentale hanno chiaramente indicato la responsabilità di socialisti e comunisti italiani in un colossale traffico di armi. Esiste, anzi, una tesi che ha trovato credito negli ambienti della polizia federale tedesca in rapporto alla possibilità che il tedesco Ring fosse coinvolto nell’assassinio del Commissario Calabresi. Quest’ultimo non sarebbe stato assassinato per vendicare la morte di Pinelli, ma perché sulle piste del traffico d’armi che si svolgerebbe tra i gruppi comunisti”.

 

 

 

Le altre piste relative all’omicidio Calabresi

 

 

Nel luglio 1972 viene interrogato Tullo Angelo attivista di Lotta Continua domiciliato in Germania. Tullo, interrogato dal Proc. Riccardelli come “testimone utile alle indagini sul caso Calabresi”, risultò estraneo alla vicenda (nota Centro CS di Milano del 5 luglio 1972 prot. 10325; allegato 2)

 

 

- Nel febbraio 1973 la fonte “Giacomin” segnalò come persona che aveva esternato il proposito di uccidere il commissario Calabresi, tale Menestrina Enzo, pregiudicato, già arruolato nella legione straniera. Gravitante attorno ai gruppi marxisti leninisti e anarchici, il Menestrina avrebbe garantito rifugio in collaborazione a tale Rosa Lia al latitante Angelo Della Savia.

 

 

Per il comandante del capo centro di Verona, il ten.col. Angelo Pignatelli:

 

 

“gli argomenti a vantaggio della tesi di responsabilità del Menestrina nell’affare Calabresi, presentano un punto di scollamento con il comportamento tenuto dallo stesso negli ultimi otto mesi” (nota 12 febbraio 1973, Prot. 2943/RR allegato 2)

 

 

In quanto il Menestrina avrebbe tenuto un atteggiamento di collaborazione con i Carabinieri che avrebbe consentito l’identificazione e l’arresto degli autori di una rapina (compiuta da appartenenti a Lotta Continua) e avrebbe fatto rivelazioni compromettenti in relazione al gruppo m-l gravitante attorno alla Rosa Lia. Inoltre il giorno dell’omicidio Calabresi, il Menestrina risultò trovarsi molto distante da Milano, in Danimarca.

 

 

- Nel giugno 1973, furono svolte ricerche riguardanti Sterr Hermann nato a Trenhtlinger (Germania Occidentale) il 27 novembre 1944 e residente a Monaco di Baviera in Scheisheiner Strasse 51. Le indagini, partite in base a telefonata anonima, non reperirono elementi per associare lo Sterr all’omicidio del commissario Calabresi. (nota al reparto D dal Centro CS di Verona del 25 giugno 1973, prot./6155/R allegato 2)

 

 

- Il 2 aprile 1974 il Gen. Maletti invitò tutti i Centri di controspionaggio a reperire elementi di interesse sull’attività svolta in Italia dal cittadino jugoslavo Cale Slavko, nato a Sisak l’8 agosto 1942 “che sarebbe implicato nell’omicidio del commissario di P.S. Luigi Calabresi”. Il Cale venne definito

 

 

“elemento deciso, violento, esperto nell’uso delle armi, di corporatura atletica, troverebbe notevole somiglianza nella descrizione, fatta a suo tempo, dell’omicida del funzionario di Pubblica Sicurezza”. (Comunicazione del Gen. Maletti a tutti i Centri CS del 2 aprile 1974, prot. 04/9981/R/1 allegato 2)

 

 

Il Cale era probabilmente giunto in Italia insieme alla moglie, Concalves Andrade Maria, nata a Tabua (Portogallo) il 20 maggio 1947. Indagini successive fecero emergere che i coniugi Cale raggiunsero il Belgio il 28 novembre 1972 provenienti da Berlino e lì restarono fino al 18 ottobre 1973. (Appunto del 5 marzo 1974 allegato 2)

 

 

- Nell’agosto 1979, vennero svolte ricerche riguardanti Leso Bruno, Candeago Francesca, Leso Cesare e Leso Roberto su cui si sarebbe indagato a seguito di lettere anonime e di una successiva, firmata da tale Ermi Oriele, cognata di Leso Bruno inviata nel dicembre 1974. Una fonte confidenziale avrebbe inoltre individuato in Leso Bruno, nato a Verona il 25 luglio 1924 e residente a Wintherthur (CH) ed operaio della ditta Sulzev l’omicida di Calabresi.

 

 

I connotati del Leso, convivente con Candeago Francesca, nata a Belluno il 31 ottobre 1932, coinciderebbero infatti con l’identikit comparso su “Il Corriere della Sera” il 20 maggio 1972. Per la fonte il delitto Calabresi sarebbe stato organizzato da “amici di Pinelli” residenti in Svizzera, la Candeago avrebbe i capelli rossi e quindi coinciderebbe con la descrizione fatta dai testimoni sulla donna presente a bordo dell’auto che trasportava gli assassini di Calabresi. (vedi nota Sismi del 10 agosto 1979 prot. 04/15956/RR/1 allegato 2)

 

 

Indagini successive evidenziarono come la Ermi soffrisse di problemi psichiatrici. Nel 1976, il 17 dicembre, la Ermi preoccupata di dover incontrare Gobbi Giuseppina, sorella della nuova convivente dell’ex marito, chiedeva di essere accompagnata all’incontro dai Carabinieri ed in particolare dal brigadiere Atzori. (vedi minuta del Centro CS di Milano del 2 ottobre 1979 prot. 11096 allegato 2)

 

 

Nonostante in una nota del Centro CS di Milano del 7 luglio 1972 (prot.n.10297) si sostenga che:

 

“recenti eventi non ancora chiariti, tra cui l’assassinio del commissario Calabresi, potrebbero avere qualche connessione con l’episodio di Segrate”.

 

 

Non sono stati trovati documenti di importanza tale da confermare questa ipotesi.

 

 

 

5) la morte di Giangiacomo Feltrinelli

 

 

Allo scopo di verificare possibili collegamenti tra le morti di Feltrinelli e Calabresi, ho di seguito riportato i brani di un documento che presenta il sunto delle indagini relative alla morte dell’editore milanese in data 29 maggio 1972, a due settimane circa, dall’omicidio del commissario. (Relazione centro CS di Milano del 29 maggio 1972 prot. N.8242 allegato 1)

 

 

A proposito delle cause, modalità e circostanze della morte di Feltrinelli si osserva quanto segue:

 

 

Su quanto accertato sembrano non possano sussistere ragionevoli dubbi: gli esami tossicologici hanno escluso la presenza, nei reperti, di anestetizzanti, stupefacenti, droghe, veleni, barbiturici, eccitanti ed altre sostanze inibenti, dimostrando così che, al momento in cui morì dilaniato dall’esplosione, l’editore era in condizioni fisiche normali ed escludendo quindi l’ipotesi, subito adombrata da una determinata parte politica, che la disgrazia fosse stata simulata; nei resti sono state trovate soltanto tracce di anfetamine, psicofarmaci, rinvenuti poi anche nell’appartamento di via Subiaco occupato dai noti Saba e Viel e da questi indicati come appartenenti a Feltrinelli, che evidentemente, in determinate occasioni era solito farne uso”.

 

 

Per quello che riguarda la complicità con Feltrinelli nella progettazione dell’attentato al traliccio di Segrate:

 

 

“Si ritiene che siano state almeno due le persone che accompagnarono l’editore a minare il traliccio: sembra certo che una di tali persone sia rimasta ferita alle gambe nello scoppio che uccise Feltrinelli. (…) Una buca ai piedi del traliccio, provocata senz’altro da un’esplosione, e macchie di sangue sui sostegni di base in cemento, confortano tale deduzione, confermata da parziali ammissioni di alcuni arrestati. Non si è pervenuti comunque, finora all’identificazione di costoro”.

 

 

In relazione alle complicità e legami dell’editore nel quadro più ampio di un disegno eversivo, sono state reperite numerose ed interessanti informazioni:

 

 

L’autofurgone Volkswagen usato dalleditore per recarsi al traliccio n.71 di Segrate, nonché la Fiat 124 vista aggirarsi in località S.Vito di Gaggiano, dov’è stato minato un altro traliccio, risultano intestati a due ignari cittadini, ai nomi dei quali è stata contratta assicurazione dal prof. Carlo Fioroni, insegnante alle Scuole Medie di Settla, Milano, ed esponente del movimento della sinistra extraparlamentare “Potere Operaio”.

Nell’abitazione del medesimo, come in quella di altro esponente di Potere Operaio, sono state trovate carte di identità falsificate, sul tipo di quella, intesta ad un inesistente Maggioni Vincenzo, rinvenuta sul cadavere dell’editore.

In un altro appartamento di questa via Legnano 32, occupato da un sedicente “Centro ricerche e studi sperimentali” (…) l’Ufficio Politico della locale questura ha scoperto una vera e propria centrale di guerriglia. Anche detto appartamento era stato preso in affitto, fin dal 29 settembre 1971, dal citato Carlo Fioroni”.

 

 

Oltre ad appunti sulla manifestazione milanese, non autorizzata, dell’11 marzo 1972, culminata in gravi disordini, vennero rinvenuti:

 

 

“vari appunti manoscritti, riguardanti un piano di schedatura (con generalità di numeri telefonici, numeri di targa di autovettura eventualmente posseduta, nonché documentazione fotografica di

- iscritti al MSI

- iscritti alla Cisnal

- iscritti ad associazioni d’arma

- iscritti ad associazioni paracadutisti

- poliziotti, carabinieri, magistrati, ufficiali delle FF.AA notoriamente legati ai fascisti (con eventuali foto atte a dimostrarlo) ….

- avvocati difensori di fascisti

- liste di greci iscritti o no all’Esesi

- liste di iscritti a palestre di judo, karate tec.

- liste di iscritti a poligoni di tiro a segno

- liste di indirizzi delle sedi del MSI ed organizzazioni parallele

(…), bar e luoghi di ritrovo

Un progetto di studio relativo ad:

- attività Cisnal in fabbrica dal febbraio 1970….

- traffico di armi ed esplosivi;

- prevenzione dei propositi fascisti mediante raccolta ed analisi di iscritti, fogli e volantini fascisti”.

La documentazione conteneva inoltre, un piano di riassetto dell’organizzazione, uno schema di organizzazione e controllo delle manifestazioni e “la progettazione di azioni violente”.

 

 

 

Se le indagini relative a Carlo Fioroni, avevano evidenziato le connessioni tra Feltrinelli e Potere Operaio, le indagini sull’avvocato Gian Battista Lazagna fecero invece emergere le connessioni con il circolo XXII ottobre ed i GAP. (Gruppi di Azione Partigiana, nota di g.m.)

 

 

Le indagini coinvolsero l’avvocato Lazagna, in quanto risultò essere colui che chiese i certificati di residenza delle persone a cui furono intestati l’autofurgone e la Fiat 124.

 

 

Una fattura di riparazioni effettuate all’autofurgone ha permesso di localizzare prima l’officina dove il mezzo è stato ricoverato, quindi la persona che ve l’ha portato: il sardo Saba Giuseppe. Nell’appartamento di quest’ultimo, è stato rinvenuto molto materiale compromettente: esplosivi, fili elettrici ed occorrenti per la preparazione di ordigni a tempo, nonché tute di tipo militare simili a quella indossata dall’editore.

Mentre si ricerca il Saba, colpito da ordine di cattura emergono altri rapporti con il predetto Feltrinelli e l’avvocato Lazagna, infatti viene localizzato un cascinale di montagna, in Borghetto Borbera, presso Arquata Scrivia (Alessandria) affittato a Saba Giuseppe nel luglio 1969 ma il cui fitto era corrisposto dall’avvocato Lazagna e dove è stato visto anche l’editore; la cascina veniva usata come deposito di armi e per l’addestramento alla guerriglia”.

 

 

 

L’irruzione della Polizia nel covo di via Subiaco n.7, a Milano, portò quindi all’arresto di Giuseppe Saba ed Augusto Viel, ricercato per correità nell’omicidio del fattorino Alessandro Floris.

 

 

Questo l’elenco del materiale rinvenuto nel covo di via Subiaco:

 

 

“armi, esplosivi, detonatori, materiale elettrico e batterie per l’approntamento di congegni a tempo. Documenti d’auto e varie carte d’identità in bianco falsificate, di cui alcune con la fotografia di Feltrinelli, un timbro del Comune di Cassano Magnago ed alcuni timbri falsificati dell’ufficio passaporto della questura milanese; valuta svizzera ed italiana, numerosi vestiti, una parrucca, alcuni pacchetti di sigarette Astori, contenenti esplosivo del tutto simile a quello rinvenuto sul cadavere di Feltrinelli, nonché molto materiale documentale”.

 

 

A questo punto, sembra utile ricordare che le indagini riguardanti la morte di Feltrinelli, furono svolte dall’Ufficio Politico della Questura di Milano e, pertanto, non è da escludersi che proprio il materiale rinvenuto attraverso le perquisizioni sopra citate, avesse spinto Calabresi a cercare quel collegamento tra Feltrinelli e Loredan di cui parla Belloni.

 

 

Uno dei passaggi più interessanti (e purtroppo più sconclusionati) di questa relazione del Centro CS di Milano fa riferimento alle varie agende rinvenute nel covo di via Subiaco:

 

 

“contenenti nomi, indirizzi, numeri di telefono interessanti varie città. In alcune figura la sigla del FARI, l’organizzazione clandestina, cioè, la cui esistenza è stata rivelata dal materiale sequestrato nell’abitazione del parrucchiere Michele Castiello. La medesima (sic!) compare in una rubrica di appuntamenti, alle ore 20 del 14 marzo 1972, cioè il giorno dell’attentato al traliccio.

Questo potrebbe significare che il Feltrinelli doveva incontrarsi (e forse s’è incontrato) con uno o più esponenti di questo movimento per recarsi poi con essi a minare il traliccio. Doveva trattarsi, probabilmente, di persone che l’editore non conosceva e il mezzo biglietto da mille lire, trovato nelle sue tasche, doveva probabilmente servire (o è servito) come segno di riconoscimento”,

 

 

 

A conferma dei legami tra Feltrinelli e il Castiello, nella casa di quest’ultimo, vennero rinvenute

 

 

“numerose carte topografiche applicate su piani di masonite che risultarono recapitate al Castiello da un autista della casa editrice Feltrinelli” (ibidem)

 

 

Oltre alle carte topografiche vennero rinvenuti

 

 

“documenti comprovanti l’esistenza di un organismo paramilitare, il FARI (m-l). (fronte armato rivoluzionario o forze armate rivoluzionarie – marxiste leniniste)”.

 

 

Questa sigla, per lo più sconosciuta, sembra però molto simile a quella del gruppo che, nel 1967, faceva capo ad un concittadino del Castiello, tale Giuseppe Borgo, residente in via Bottero 11.

 

 

In una nota dell8 novembre 1967, il centro CS di Milano allegò un appunto (prot.13762, allegato 1) in cui la fonte “Meto” riferiva che:

 

 

il 22 ed il 29 ottobre si sono svolte a Torino, nell’appartamento di Giuseppe Borgo in via Bottero 11, 2° piano, due riunioni di elementi che aderiscono o desiderano aderire al programma dello stesso Borgo per un fronte rivoluzionario clandestino di intonazione m-l. Alla riunione – prosegue la nota – hanno partecipato, oltre a Borgo, Paolo Grasso, Vittorio Stringi, Vito Messana (la fonte Meto), un certo Santini di Torino, un elemento sardo che abita a Torino, Robert Leroy (francese), Gerard Bulliard (svizzero), dirigente del partito popolare. Aveva aderito senza però presenziare, Aramis Guelfi di Bari”.

 

 

 

Il Leroy citato è naturalmente il noto braccio destro di Guerin Serac. In un brano successivo compare anche il nome di Feltrinelli:

 

 

in città tutti sanno che Feltrinelli finanzia il Fronte (20 milioni) e che presto il cannone tuonerà. Sono frottole vere e proprie, divulgate da Borgo per pura vanteria ma che comunque, hanno reso un pessimo servizio allo sviluppo di qualsiasi idea o programma (…) Alla seconda riunione hanno partecipato oltre a Borgo, Giuseppe Grasso, Vito Messana, Santini, Achille Chessa ed altri due elementi”.

 

 

Illuminante è il passaggio in cui “Meto” rivela che Messana, cioè lui stesso:

 

 

“ha rivelato la inopportunità di far sapere in dettaglio certe progettazioni a due elementi come Bulliard e Leroy, squalificati in tutto il campo filocinese e gravemente sospetti di rapporti con la polizia svizzera, francese ed italiana”.

 

 

 

Una comunicazione del Centro CS di Torino al reparto D, del 15 aprile 1972 (prot. 2573 allegato 1) rivelò, quindi, nei dettaglia, il materiale sequestrato nella casa del Castiello, di via Ferrero 16, a Torino:

 

 

“n.28 carte planimetriche di Torino, montate su pannelli di masonite, con relativa pianificazione di presumibili atti di sabotaggio ad obiettivi di carattere militare ed industriale; (…) una dettagliata circolare a firma Socci relativa ai piani rivoluzionari di un non meglio identificato movimento denominato “F.A.R.I.” (m-l). (Il documento è allegato alla comunicazione del Centro CS di Torino).

n.4 lettere inviate da Socci Alfonso via Gregorio Ricci Curbastro n.56 Roma reperibile ai seguenti numeri telefonici: 553429 – 4950448”.

 

 

Una nota dello stesso Centro CS di Torino, del 17 aprile 1972 (All. 1) rivelò che:

 

 

“il 15 aprile 1972, il comandante del gruppo Carabinieri di Torino, Ten. Col. Marchisio Romano ha ricevuto quattro telefonate anonime, una delle quali nel proprio alloggio, le altre in ufficio, tutte chiaramente con l’operazione di cui al foglio in riferimento (il sequestro del materiale nell’abitazione del Castiello). Lo sconosciuto, in sostanza, ha minacciato di morte il Ten. Colonnello Marchisio, precisando altresì, che l’ufficiale si era limitato apescare soltanto i pesci più piccoli”.

 

 

La nota prosegue indicando come, tra i documenti sequestrati, comparisse la scheda di Aldo Maina esponente del MSI, vittima di una aggressione alla fine di febbraio del 1972. L’aggressione fu rivendicata dalle BR, e perciò vennero fatti accertamenti per stabilire se il Castiello appartenesse alle Brigate Rosse.

[…]

 

 

Nel sunto delle indagini, già citato, si trova riferimento anche ai contatti intervenuti tra Feltrinelli ed il bandito Graziano Mesina.

 

 

“Interrogato in carcere Mesina, ha confermato di essere stato ripetutamente interpellato ad opera di persone presumibilmente inviate dall’editore, in merito ad una sua disponibilità per condurre in Sardegna azioni di sabotaggio e guerriglia”.

 

 

A quanto pare però Mesina rifiutò l’offerta nonostante le ingenti offerte di denaro.

 

 

Il reparto D del SID chiese ai vari centri di controllare i riflessi della vicenda Feltrinelli sui programmi e sull’attività dei partiti di sinistra e della sinistra extraparlamentare. Allo scopo di delineare il periodo riportiamo le relazioni dei capi centro CS di Bologna, Trieste e Perugia. Comun. Centro CS di Bologna prot. 2788 del 28 marzo 1972 (allegato1):

 

 

In Emilia Romagna la morte dell’editore Giangiacomo Feltrinelli è stata oggetto di contrapposti commenti di stampa, ma sostanzialmente concordi, da parte delle varie componenti politico-parlamentari che hanno definito l’editore malato di “infantilismo guerrigliero” (…) Non si sono registrate influenze determinanti dello stesso sui movimenti extraparlamentari di sinistra, che appaiono non aver modificato le proprie posizioni e i propri programmi: unica eccezione è forse determinata da una sensibile ed appariscente cautela delle manifestazioni politiche degli stessi che, infatti; non hanno neppure insistito, nel volantinaggio del giorno seguente l’episodio, con le accuse di assassinio nei confronti della destra, della polizia e della magistratura (…) Nell’ambito della già programmata campagna elettorale, la morte di Feltrinelli è stata inserita e sarà sfruttata soprattutto avverso (sic) l’estremismo extraparlamentare definito di “pseudo sinistra”, per far risaltare, in contrapposizione, la serietà del movimento popolare e democratico dei partiti della sinistra nazionale”.

 

 

Dal Centro CS di Trieste (27 marzo 1972, prot. 2873; allegato 1):

 

 

“L’attività programmatica e operativa in seno ai partiti e ai gruppi extraparlamentari di estrema sinistra non risulta che abbiano avuto mutamenti sostanziali in vista delle prossime elezioni. Gli soforzi dei dirigenti locali del PCI e del PSIUP sono tesi a far congelare la questione “Feltrinelli” evitando ogni commento in merito, con lo scopo di fare spostare l’attenzione dell’opinione pubblica sul caso Rauti. L’azione degli extraparlamentari di estrema sinistra sarà incentrata, con ogni probabilità, sull’accusa al Governo i cui poteri inquirenti stanno conducendo indagini a senso unico, in analogia con quanto avvenne per la strage di Piazza Fontana, quando cioè, si volle vedere esclusivamente la responsabilità degli anarchici. Anche in tale settore, comunque, la vicenda Rauti fungerà da elemento su cui polarizzare ogni dialettica politica”.

 

 

Dal Centro CS di Perugia (Comun. 19 aprile 1972 Prot.1785/R All.1):

 

 

“L’estrema sinistra ufficiale ha minimizzato e quasi ignorato la vicenda Feltrinelli. Ciò allo scopo di non creare disorientamento tra gli elettori che vogliono disgiungere la responsabilità dei partiti di sinistra dai movimenti extraparlamentari, autori di attentati e disordini. Gli ambienti extraparlamentari di sinistra, ed in particolare certi ambienti giovanili legati all’anarchia, hanno strumentalizzato la vicenda Feltrinelli per continuare la nota tesi sulla strage di Stato, proseguendo in tale modo per la strada già da tempo intrapresa”.

 

Bari 3 settembre 2001

Il Consulente Tecnico

Dott. Aldo Sabino Giannuli