IL SEGRETO DELLA REPUBBLICA
L'Italia nell'anno 1969 rischiò di diventare uno Stato autoritario retto con le Leggi (fasciste) sulla Pubblica Sicurezza. E questo programma liberticida, che avrebbe bloccato la vita democratica del Paese, fu ideato dal Presidente della Repubblica, il socialdemocratico Giuseppe Saragat, in completo accordo con il Presidente Nixon e con il consigliere Kissinger.
Nel testo dello scrittore ed ex partigiano FULVIO BELLINI, che qui pubblichiamo, è narrata in sintesi la vicenda che vide il fallimento del blitz sullo "stato d'emergenza", fallimento dovuto all'eccellente lavoro di controspionaggio effettuato dagli agenti britannici dell'MI-6.
Documenti di FULVIO BELLINI
Gli eventi, al limite dell’incredibile che caratterizzarono l'autunno-inverno del 1969 culminati nell'orrenda strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Piazza Fontana, mi furono preannunciati parecchi mesi prima da un amico inglese e conoscitore come pochi, della rissosa quanto caotica situazione politica italiana.
Prima però di addentrarmi nel racconto di quei fatti tanto lontani, è opportuno spiegare al lettore l’inusuale rapporto intercorso tra un semplice scrittore di saggi storici e un esperto quanto sperimentato funzionario di Sua Maestà britannica.
L'origine e la ragione dell' "amicizia" da me sempre nutrita, e credo ricambiata, nei confronti di uno dei più validi servitori della Regina, risale all'ultimo periodo della seconda guerra mondiale o, per meglio dire, ai mesi che seguirono l'armistizio dell'8 settembre.
Una delle conseguenze, tra le molte del1'uscita dell'Italia dal conflitto, fu la subitanea dissoluzione del sistema dei campi di concentramento in cui erano stati costretti, in quanto prigionieri di guerra migliaia di ufficiali, soldati inglesi, scozzesi, australiani e di altri Paesi del British Commonwealth. Da un giorno all’altro venendo meno il controllo del personale militare di vigilanza i prigionieri alleati si trovarono di fatto nell’impossibilità di allontanarsi liberamente dai lager.
Ma andare dove ? Non conoscendo la lingua, senza mezzi economici adeguati, mancando di punti di riferimento e di orientamento, ben presto la maggior parte degli "evasi" finirono quasi fatalmente nella rete che nel frattempo i reparti tedeschi di sicurezza avevano steso su tutto il territorio nazionale occupato dalla Wehrmacht.
I pochi ufficiali e soldati alleati che riuscirono a sottrarsi alla caccia dei tedeschi ed a fuggire dal pericolo di ritornare nei lager, riparando nell’accogliente Svizzera, lo dovettero all’aiuto disinteressato di coraggiosi cittadini che sfidarono consapevolmente le draconiane misure predisposte dall'Alto comando tedesco, tra le quali l'ordinanza del 13 settembre 1943 che prevedeva la pena capitale per coloro che fossero stati sorpresi ad aiutare o proteggere alleati già prigionieri di guerra. Uno dei pochi tentativi riusciti di sottrarre militari alleati alla nuova cattura, si verificò nel Cremonese ad opera di un gruppo di patrioti composto dall’ingegnere Gino Rozzi, dal dottor Carlo Mendel (ebreo di origine tedesca) e da me stesso.
Dopo aver radunato una trentina tra ufficiali e soldati presso una grande azienda agricola di proprietà del padre dell’ingegner ROZZI,si procedette a trasferirli, a scaglioni, in territorio svizzero passando per Cremona, Milano e Varese.
La difficile operazione si stava già concludendo con un pieno successo allorchè,a causa di una delazione, la polizia militare tedesca procedette nel primo mattino del 28 ottobre 1943, ad una ampia retata. Carlo Mendel e Gino Rozzi caddero subito nelle mani del Sicherheitdienst, mentre io per puro caso riuscii alla cattura.
Puntualmente, come annunciato nei minacciosi manifesti, il TribunaIe militare tedesco comminò la pena di morte all’ingegner Rozzi e al dottor Mendel. Nei miei confronti, invece, unitamente alla condanna a morte in contumacia venne spiccato un mandato di cattura. La sentenza di morte nei confronti di Mendel venne eseguita mediante fucilazione all’Arena di Milano, mentre la condanna a morte nei confronti di Rozzi fu commutata in deportazione al famigerato lager di Auschwitz grazie all'autorevole intervento del cardinale Ildefonso Schuster presso l'Alto comando della Wehrmacht.
Soltanto quindici mesi dopo, nella primavera del 1945, Gino Rozzi rientrò in Patria mutilato e seriamente malato.
Da parte mia trascorsi l'ultimo periodo di guerra militando sempre in stretto contatto con i valorosi combattenti dello Special Operation Executive (SOE), nelle file della Resistenza.
Nell'estate del I945, durante una cerimonia commemorativa tenutasi nel Castello Sforzesco di Milano, ricevetti dalle mani del generale Crittenberger, governatore militare alleato del Nord Italia, un attestato ufficiale in cui si affermava: The certicate is awarded to Bellini Fulvio ad token of gratitude for and appreciation of the help given to the Sailors, Soldiers andAirmen of the British Commonwealth of Nations, which enabled them to escape from, or evade capture by the enemy. H.R. Alexander, Field-Marshal. Supreme Allied Commander, Mediterranean Theatre".
Con il ritorno alla vita civile, ebbi più volte occasione, nello svolgimento della mia attività di scrittore (la mia prima opera,pubblicata nel 1951, fu una storia non ufficiale del Partito comunista italiano che scatenò le ire di Palmiro Togliatti), di intrattenere rapporti più che cordiali con vecchi amici inglesi,in particolare con un commilitone dei tempi del SOE che da questo momento indicherò con le iniziali G.A. Oggetto dei nostri colloqui, ovviamente, la situazione politica italiana.
Uno di questi incontri. il cui ricordo è rimasto impresso nella mia mente. avvenne negli ultimi giorni del marzo1969. In quell'occasione, discutemmo a lungo sulla politica estera che il nuovo inquilino della Casa Bianca si stava preparando ad attuare.
Pressato dalle mie domande l'amico inglese si dilungò sui risultati ottenuti dal presidente Nixon negli incontri avuti con i partners della NATO nel corso del suo viaggio in Europa di alcune settimane prima. In particolare egli si soffermò sul colloquio top secret avvenuto al Quirinale tra il presidente americano ed il capo dello Stato italiano Giuseppe Saragat, presente (oltre ad un interprete fornito dalla stazione romana della CIA) il consigliere per la sicurezza nazionale nonchè autorevole numero uno della politica estera USA Henry Kissinger. (Il segretario di Stato in carica. William Rogers. non Contava in effetti praticamente niente).
Per l'occasìone, il mio interlocutore mi fece notare che Kissinger rappresentava al vertice dell'amministrazione americana la formidabile macchina di pressione politico-finanziarìa del Consiglio per le Relazioni Estere (CFR) di New York, vale adire l'onnipotente organizzazione facente capo a Nelson Aldrich Rockefeller.
Nell'illustrarmi gli argomenti trattati nel corso del colloquio Nixon-Saragat, l'amico G.A.si basò sulla relazione "non ufficiale" scritta di pugno da Kìssinger a beneficio dei "soli occhi" di Elliot Richardson, in quel momento sottosegretario agli Esteri.
Nel suo rapporto, l'astro nascente della diplomazia USA riepilogava, ad uso dell'amico e collaboratore, le impressioni al limite dell'incredulità da lui avute parlando con gli "strani" personaggi che gestivano, in maniera altrettanto "strana", la politica interna ed estera della Repubblica italiana.
Per cominciare, Kissinger ricordava all'amico di Washington, in rapidissima sintesi, le vicende italiane dalla fine della guerra in poi.
"La Democrazia cristiana - scriveva. - ha governato l'Italia fin dai primi anni del dopoguerra in alleanza con i partiti moderati di destra e di sinistra. Nello schieramento governativo, i socialdemocratici rappresentavano le posizioni tradizionali della sinistra non comunista. La loro principale caratteristica, infatti, che li distingueva dal Partito socialista, era costituita dal rifiuto di qualsiasi forma di collaborazione con i comunisti.
Questa situazione, durata quasi ininterrottamente fino al 1960, venne meno nel 1963 allorché l’amministrazione Kennedy decise di appoggiare la cosiddetta “apertura a sinistra”, basata su una coalizione di governo tra il partito socialista, da sempre alleato dei comunisti, e la Democrazia Cristiana.
L'obiettivo che si proponevano i fautori dell'ingresso dei socialisti nell'area governativa era pertanto quello di isolare, ridimensionare, e porre definitivamente fuori gioco le forze politiche e sindacali facenti capo al Partito comunista.
"In realtà - continuava il "cervello" del dipartimento di Stato USA - i risultati effettivi che si sono ottenuti con “l'apertura a sinistra” si sono rivelati l'esatto contrario di quanto avevano previsto i consiglieri del presidente Kennedy. In particolare, i socialdemocratici hanno perso il motivo centrale della loro esistenza: il ruolo cioè di opposizione da sinistra del partito comunista. Da un'elezione all'altra, gli amici politici del presidente Saragat hanno perso terreno, al punto di rappresentare oggi una forza pressochè insignificante.
"A sua volta il Partito liberale, espressione politica dell'iniziativa privata, è stato cacciato all'opposizione in cambio dell'ingresso dei socialisti nella maggioranza di governo. La coalizione di centro-sinistra si è quindi rivelata per i settori moderati dello schieramento politico italiano una autentica trappola, mentre i socialisti, rinnegando gli impegni presi al momento della fusione con i socialdemocratici, continuano a collaborare con i comunisti nelle amministrazioni locali e, contemporaneamente, a partecipare al governo.
"Pertanto, lungi dall'isolare i comunisti, "l'apertura a sinistra" ha privato il sistema politico italiano della necessaria elasticità, con il risultato di fare del P.C.I. l'unico partito di opposizione vero e proprio. Il risultato già l'abbiamo sotto gli occhi: qualsiasi importante cambiamento non può che mettere in serio pericolo la Democrazia cristiana in quanto partito centrale dello schieramento governativo, nonchè lo stesso equilibrio democratico del Paese".
Dopo aver riassunto, per Elliot Richardson, i deludenti risultati di sei anni di governi di centro-sinistra, Kissinger passava a descrivere le sue impressioni sui personaggi della politica romana da lui incontrati, e, in particolare, su Mariano Rumor, in quel momento presidente del Consiglio, e sull'ex premier Aldo Moro.
Al riguardo, scriveva: "Rumor trasuda una giovialità ed una buona volontà che si spingono fino alla compiacenza. E' ovviamente un manager della macchina del suo partito. Un uomo che viene fuori quando si rende ne"cessario un abbassamento della temperatura, e che dispensa disponibilità nei confronti delle diverse correnti democristiane. Aldo Moro, invece, è chiaramente il personaggio di maggior spicco della Democrazia cristiana. E' tanto taciturno quanto intelligente.Possiede una formidabile reputazione intellettuale. Moro è lo stratega per eccellenza delcentro-sinistra, portato per temperamento e preparazione culturale ad architettare con straordinario acume nuovi sbocchi e orientamenti in tema di politica interna”.
A questo punto, Kissinger descriveva all'amico di Washington lo svolgimento dell'incontro top secret con il presidente Saragat.
"Il Quirinale, ex residenza del Papa, è uno dei più grandi palazzi d'Europa. Appena arrivati, nugoli di funzionari di ogni sorta ci hanno spinti in un dedalo di corridoi senza fine. Finalmente, io e il presidente Nixon siamo approdati in un grande salone dove siamo stati prelevati.. e condotti in un ufficio piuttosto fuori mano alla presenza del capo dello Stato italiano.
Giuseppe Saragat è di gran lunga il più apprezzabile e degno di rispetto fra. i leader politici locali: intelligente e riflessivo, deciso, buon amico degli Stati Uniti. Purtroppo è sempre meno in grado di esercitare una effettiva influenza sugli avvenimenti in quanto la carica da lui ricoperta di capo dello Stato gli impedisce di avere un controllo diretto sugli organi del potere.
Saragat ha espresso la sua forte preoccupazione per la crescita quasi inarrestabile dell'influenza comunista, e ciò nonostante la presenza di un sicuro amico dell'America, Rumor, al vertice del governo.
Al riguardo, il presidente italiano ha infatti ricordato che, a differenza del Regno Unito, in Italia il primo ministro si limita a presiedere una coalizione di forze autonome. E' quindi il rappresentante di un equilibrio politico non un'autorità con poteri esecutivi. Non prende decisioni, ma se ne fa interprete. Alle spalle del premier Rumor, ma molto più influente, si sta preparando ad agire, indirettamente e quasi impercettibilmente, Aldo Moro, in vista di quei cambiamenti che dovrebbero portare il Partito comunista ad un passo dalle leve del potere".
A conclusione della sua ultrapessimistica analisi, il presidente Saragat, riferiva ancora Kissinger, proponeva come unica possibile strada di salvezza il ritorno agli equilibri politici antecedenti alla catastrofica linea politica voluta da Aldo Moro e culminata nella batosta elettorale del Partito socialista unificato del maggio I968.
Come prima mossa, si doveva provocare la scissione all'interno del PSU e la rìcostituzione del Partito socialdemocratico, ovviamente affidato alle mani sicure di anticomunisti di ferro.
Successivamente, bisognava puntare alla crisi del governo tripartito di centro-sinistra e sostituirlo con un monocolore di soli democristiani. Infine, raggiunti questi due obiettivi procedere allo scioglimento anticipato delle Camere e a nuove elezioni politiche da tenersi in un clima di forte tensione. in modo da costringere le forze comuniste e alleate sulla difensiva.
Solo così. a parere del capo dello Stato italiano si sarebbe potuto impedire ad Aldo Moro e ai suoi amici di tendenza di portare avanti l’operazione mirante all'inserimento del P.C.I. nella cittadella del potere.
Il presidente Nixon che si era limitato ad ascoltare, senza interrompere. le parole di Saragat, si dichiarò totalmente d'accordo con tutte le proposte fatte dal capo dello Stato italiano. Da parte sua egli s'impegnava - le parole che seguono sono quelle di Kissinger - "a tenere sotto costante controllo l'evolversi della situazione in Italia e di usare tutti i mezzi a disposizione del governo americano "per contrastare le manovre dei fautori dell'apertura ai comunisti: con discrezione. ma anche in termini e provvedimenti efficaci".
Un nuovo quanto illuminante colloquio con l'amico G.A. lo ebbi il 2 settembre del 1969. Dal precedente incontro erano passati poco più di cinque mesi, nel corso del quale si erano puntualmente realizzati i due iniziali obiettivi previsti dal "piano Saragat".
In primo luogo, il Partito socialista unificato aveva subìto una scissione con la conseguente rinascita del Partito socialdemocratico affidato alla guida di Mario Tanassi, considerato da sempre un'anticomunista "viscerale" nonchè esponente di spicco della cosiddetta destra atlantica. Nel commentare, infatti, la riapparizione sulla scena della politica romana, del fidato "discepolo" di Saragat, il quotidiano parigino Le Monde del 14 luglio 1969 aveva scritto: "All'interno dello stesso Partito socialista si giudica Tanassi il colonnello di un colpo di Stato a freddo, tale da provocare il ritorno del centrodestra appoggiato dalla destra DC, dai liberali, dalla grande industria e, naturalmente, dagli americani".
In secondo luogo, il governo tripartito di centro-sinistra era gìunto fatalmente al capolinea e sostituito, com'era stato deciso al vertice Nixon-Saragat di febbraio, da un monocolore di soli democristiani presieduto dal sempre disponibile e "affidabile” Mariano Rumor.
Nel sottolineare l'effettiva portata degli avvenimenti appena trascorsì, l'amico inglese attirò la mia attenzione sugli ordigni fatti esplodere qualche tempo prima alla Stazione centrale e alla Fiera di Milano.
Questi ordigni, a differenza. delle solite "bombette" di polvere nera della tradizione anarchica, si erano rivelati di particolare potenza e di elevato livello tecnico. Ciò comportava quasi sicuramente la comparsa sulla scena dell'eversione di un nuovo gruppo terroristico ben strutturato e determinato.
La conclusione alla quale giungeva l'amico G.A. era tanto precisa quanto allarmante. A suo giudizio, i vertici della DC e del Partito socialdemocratico si stavano preparando a dare il via alla fase finale del "piano Saragat": lo scioglimento delle Camere e le elezioni politiche anticipate in un clima da crociata anticomunista con la programmata proclamazione dello "stato di pericolo pubblico".
Così, per la prima volta in assoluto, venni a conoscenza di detto provvedimento previsto dagli articoli 214 e seguenti del Testo unico delle Leggi di Pubblica sicurezza. Ossia di norme risalenti al periodo fascista che non erano mai state adottate in vent'anni di vita repubblicana.
In sintesi, l'amico inglese prevedeva a non lontana scadenza un'ondata di atti terroristici di particolare gravità, come mai si erano verificati in Italia, nemmeno durante gli anni più cupi dell'immediato dopoguerra.
Posto di fronte a una prospettiva tanto drammatica,volli sapere dalla viva voce dell'amico, da sempre al corrente delle vicende più "misteriose" ordite nei palazzi del potere romani, la posizione assunta dal governo britannico nei confronti della politica italiana in chiave saragattiana. Poiché Londra egli disse, considerava la linea di condotta propugnata dal "partito americano" un'espressione di irresponsabile avventurismo, in grado di radicalizzare pericolosamente una situazione già fortemente conflittuale a causa delle lotte operaie in corso e della contestazione giovanile ormai dilagante, il governo di Sua Maestà non poteva che esprimere il più totale dissenso.
Anche perchè, sottolineava l'amico G.A., oltre al pericolo rappresentato dalla radicalizzazione delle lotte politico-sindacali, esisteva la concreta possibilità che il risultato finale della pericolosa quanto velleitaria operazione targata Quirìnale facesse del P.C.I. - paradossalmente, l'unico partito effettivamente in grado di strappare il Paese dal caos e riportarlo così al rispetto della legge e dell'ordine. (Esattamente, in inglese: "Far from encouraging chaos the italian communists have emerged as the Party of Order").
Conoscendo da lunga data i metodi operativi del governo britannico, che all'analisi delle situazioni faceva sempre seguire i provvedimenti più opportuni e adeguati, chiesi a G.A. cosa si proponeva Londra per ostacolare e possibilmente bloccare la strategia "suicida" voluta dall'inquilino del Quirinale in piena concordanza di idee con il consigliere di maggior spicco del presidente Nixon, Kissinger.
Ed ecco la sua risposta.
La situazione in quel momento (settembre 1969) vedeva il "partito del presidente "americano" schierato all'offensiva e forte di una schiacciante superiorità nei confronti della sinistra socialcomunista.
Esso poteva contare, infatti, sui partitini di centro-destra liberale e repubblicano, sul rinato Partito socialdemocratico, sul gruppo Nenni-Craxi rimasto, dopo la scissione, nel vecchio PSI, e, soprattutto, sulla maggioranza. della Democrazia cristiana che aveva espresso nell'anticomunista di ferro Flaminio Piccoli il nuovo segretario politico dello scudo crociato. In più il "partito del presidente godeva dell'indiscusso appoggio delle forze imprenditoriali, incluso l’Avvocato Agnelli che proprio alcuni giorni prima, in un'intervista all'americano Time aveva definito la scissione del Partito socialista unificato “la campana a morto del socialismo italiano”("the death knell of italian socialism").
Infine, gli strateghi del "piano Saragat" potevano contare sulla quasi totalità dei servizi segreti sia militari che civilì nonché, fatto di grandissima portata, gli alti gradi dell' Arma dei carabinieri.
Tutto vero. Anche se a Londra non sfuggiva una circostanza di fondamentale importanza. Il fatto cioè che la DC, ossia il punto focale della politica italiana, era tutt'altro che unanime sulle posizioni di fronte contro fronte del "partito americano".
Aldo Moro e i suoi amici, per cominciare, erano apertamente contrari ai progetti avventuristi propugnati dai portavoce più esagitati del Partito socialdemocratico del genere di Mario Tanassi e Luigi Preti.
Vicino a Moro, anche se in posizione più defilata, si stava schierando Giulio Andreotti, in quel momento presidente del gruppo parlamentare DC alla Camera. Anche se l'ex discepolo di Alcide De Gasperi era conosciuto come un esponente della destra democristiana, era tuttavia noto a tutti che egli non avrebbe mai accettato una linea di condotta condannata dalla segreteria di Stato del Vaticano.
E a Londra ben si sapeva che il "cervello" politico della Santa Sede, cardinale Casaroli, era nettamente contrario alla politica irresponsabile e avventurista patrocinata dal binomio Saragat-Kissinger.
Per tutti questi motivi, sempre secondo l'amico inglese, Aldo Moro e i suoi amici e alleati, al posto di dichiararsi sconfitti senza combattere, erano in grado, volendolo, di contrastare efficacemente l’offensiva del "partito americano" e rovesciare così una linea politica che poteva portare l'Italia alle soglie della guerra civile.
Ritorniamo ora agli avvenimenti che seguirono l'incontro di settembre con l'amico G.A.
La prima mossa venne fatta, com'era prevedibile, da Aldo Moro.
Facendo leva sullo stato di disagio serpeggiante nella potente corrente fanfaniana, il padre del centro-sinistra stabilì un preciso accordo con Arnaldo Forlani, già riconosciuto "pupillo" di Amintore Fanfani. In base al patto stipulato dai due leader si doveva, con uno sforzo congiunto, liquidare la già logorata segreteria Piccoli e affidare a lui, Forlani, la carica di segretario politico dello scudo crociato. Ma ad una precisa condizione: che l’ex "pupillo” di Fanfani si pronunciasse apertamente contro le manovre saragattiane miranti allo scioglimento anticipato delle Camere e a nuove elezioni.
Il che puntualmente avvenne il 7 novembre, nel corso di una riunione del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana. Sorrettodai segni di consenso di Andreotti e di Moro, Forlani dichiarò: "Ferme le prerogative del capo dello Stato in materia, la Dc è contraria al ricorso anticipato alle urne".
Con la nomina di Arnaldo Forlani a segretario politico della DC, un primo colpo era stato sferrato alla compattezza operativa del "partito del Presidente”.
Un secondo colpo di pari importanza se non superiore venne portato dagli 007 del British Intelligence Service, impadronendosi di un messaggio ultrasegreto a firma Michael Kottakis, direttore generale del ministero degli Esteri di Atene, indirizzato all'ambasciatore della Grecia in Italia, Antoine Poumpouras.
In questo documento (protocollato col numeroY00 A47) , con l'indicazione "Top secret - to be opened only by the Ambassador", Kottakis informava il diplomatico dei risultati ottenuti. da un uomo di fiducia del colonnello George Papadopoulos, in quel momento al potere in Grecia alla testa di un governo militare, nel corso di un viaggio ”superclandestino" in Italia.
Durante la sue permanenza a Roma, l'inviato del dittatore greco si era incontrato con importanti esponenti politici del "partito americano" e con alti gradi dei servizi segreti e dell’Arma dei carabinieri.
Argomento trattato, con pieno successo a giudizio dell'inviato di Papadopoulos, la possibilità di ripetere in Italia un colpo di Stato "alla greca", sia 'pure nel rispetto delle particolari condizioni politiche ed economiche esistenti nella penisola.
Fin qui si era ancora nel campo dello spionaggio internazionale, allorchè il 7 dicembre I969, ossia cinque giorni prima che esplodesse la bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura, l'influente organo londinese The Observer pubblicava in prima pagina, sotto il titolo a caratteri cubitali “Greek Premier plots Army coup in Italy”, la fotocopia dell'originale in lingua greca, e relativa traduzione in inglese, del documento che gli agenti del MI-6 avevano sottratto all’ambasciatore Pompouras.
Poichè la decisione dell’”Observer”di rendere di pubblico dominio il documento, a dir poco sconvolgente, dei colonnelli greci, supponeva necessariamente il "nulla osta" del governo di Sua Maestà, le ripercussioni negli ambienti ruotanti attorno al Quirinale fu immediata.
Consapevoli che il tempo stava diventando loro nemico, e che pertanto occorreva accelerare la fase terminale dell'operazione "terrore", i burattinai optarono per l'immediata attuazione dell'atto risolutivo che. secondo gli strateghi del "partito americano", doveva giustificare la proclamazione dello "stato di pericolo pubblico" e le conseguenti retate dei militanti di estrema sinistra.
Così, mentre Pietro Valpreda, prescelto come testa di turco, si preparava, dopo un anno di assenza, a ritornare a Milano, per essere ascoltato dal giudice Amati su una questione di secondaria importanza i burattinai certi che il "ballerino anarchico" sarebbe stato presente all'"ora X" nel capoluogo lombardo, ordinarono alla manovalanza di passare all'azione, depositando nel salone della Banca dell'Agricoltura gremito di clienti una potente bomba al binitrotoluolo. Obiettivo: la strage.
Mentre a Milano, sconvolta del massacro di tanti innocenti, polizia e carabinieri procedevano all'arresto di centinaia di militanti della sinistra più o meno estrema, a Roma il presidente della Repubblica riuniva al Quirinale i ministri degli Interni, della Difesa e i capi delle forze armate e dei servizi di sicurezza, con il dichiarato proposito di proclamare lo ”Stato di pericolo pubblico".
Ma proprio in quel preciso momento, assolutamente decisivo per il successo o meno dell'intera operazione, la macchina messa in moto dai discepoli romani dei colonnelli greci registrava un brusco colpo d'arresto.
Il presidente del Consiglio Rumor, la cui firma al provvedimento voluto dal capo dello Stato era indispensabile per renderlo esecutivo, accampando come pretesto la necessità della sua presenza ai funerali delle vittime, fissati per la mattina del I5 dicembre, prendeva tempo, rimandando l'atto della firma al suo rientro a Palazzo Chigi.
Ma Rumor avrebbe poi firmato, dopo la sua presenza a Milano per i funerali, l'atto predisposto dal presidente Saragat ? Domanda capitale.
A rafforzare i dubbi sempre più forti nutriti dal capo del governo sulla validità "costituzionale" delle drastiche misure liberticide volute dal presidente della Repubblica, giungeva da Londra la notizia di un secondo articolo di denuncia dell'Observer di una gravità senza precedenti. Prendendo lo spunto della strage alla Banca dell'Agricoltura di due giorni prima, l'autorevole organo britannico attaccava la linea irresponsabile e avventuristica del capo dello Stato italiano, accusandolo di avere incoraggiato i neofascisti ad andare verso il terrorismo. ("Encouraged the far Right to go over to terrorism").
Per l'occasione, l'Observer definiva la politica propugnata dal presidente Saragat con il termine destinato a una grandissima popolarità di "strategia della tensione". (“Strategy of tension”).
Per l'inquilino del Quirinale la denuncia di provenienza londinese rappresentava un preciso ammonimento che nessuno, e tantomeno Mariano Rumor, poteva ignorare.
E così fu. Al suo rientro nella Capitale. Il capo del governo oppose un definitivo " no " all'introduzione dello "stato di pericolo pubblico". Subito dopo Aldo Moro in piena sintonia con Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani, compiva un ulteriore passo in direzione della "normalizzazione imponendo al capo dello Stato la rinuncia allo scioglimento anticipato delle Camere e al ritorno in tempi brevi a un governo di centro-sinistra.
Tre mesi dopo. nel marzo del 1970, come risultato finale del compromesso Moro-Saragat , veniva dato vita a un gabinetto quadri-partito comprendente in posizione di rilievo i rappresentanti del Partito socialista. Così dalla vicenda che aveva preso l'avvio nel febbraio 1969 con il vertice Nixon-Saragat-Kissinger e che avrebbe dovuto portare a un radicale mutamento degli equilibri politici italiani in senso anticomunista, uscivano in realtà "vincenti" Aldo Moro e quei capi della DC come Andreotti e Forlani che avevano prestato ascolto ai "suggerimenti" degli amici di Londra. e degli strateghi della segreteria di Stato del Vaticano. Pertanto, nel caso specifico delle vicende italiane Anno 1969, si poteva giustamente parlare del "partito americano" messo K.O. dal "partito britannico".
(Una conferma autorevolissima del fatto, apparentemente illogico, che non sempre la politica estera del Regno Unito ha collimato con quella degli alleati e "cugini" americani, si è avuta nel corso di un seminario tenutosi nell'ottobre 1997 a Langley (Virginia) per iniziativa della CentraI Intelligence Agency. Alla presenza di 400 invitati tra i quali accademici, politologi, ex esponenti del governo e della Cia, che avevano svolto un ruolo di comando negli anni della "guerra fredda", gli oratori, tutti eminenti studiosi tra i quali Charles Covan già dirigente di primo piano dei servizi di sicurezza e quindi professore alla Harvard University, dimostrarono esibendo un'ampia documentazione che in più occasioni la linea di condotta del British Intelligence Service, vale a dire del governo di Londra, era entrata in collisione con quella sostenuta dai servizi d'informazione USA, ossia del governo di Washington. Cfr. la cronaca della riunione di Langley apparsa sul settimanale di New York Executive Intelligence Review del 7 novembre1997).
La decisione del presidente Saragat di rinunciare in via definitiva al "piano" liberticida da lui ideato e programmato, veniva però subito accompagnata, come moneta di scambio, dall'impegno preso da Aldo Moro e dai suoi amici politici di non interferire nelle indagini “ufficiali”, vale a dire manipolate, concernenti gli attentati milanesi e romani del dicembre 1969.
Compromesso tuttavia che resse per non più di alcuni mesi finchè, per iniziativa di un coraggioso giudice di Treviso, Giancarlo Stiz, si diede il via a una prima, approfondita indagine sulle attività eversive dei gruppi neofascisti del Veneto.
Dopo aver conseguito dei risultati a dir poco clamorosi, la Procura trevisana trasmetteva a quella di Milano la scottante inchiesta, poi affidata, per un ulteriore approfondimento al Giudice istruttore Gerardo D'Ambrosio, sicuramente uno dei giudici più valenti e preparati che poteva vantare la Procura del capoluogo lombardo. D'Ambrosio, a sua volta, associò alle indagini che si presentavano sul piano politico, di una estrema difficoltà e delicatezza, i sostituti procuratori Emilio Alessandrini e Rocco Fiasconaro, che già avevano dimostrato in precedenti difficili inchieste la loro valenti ”professionale”.
L'attività investigativa dei magistrati milanesi stava già approdando a risultati pressochè definitivi allorchè, come era sempre accaduto ogni qualvolta l'operato di singole Procure si stava avvicinando pericolosamente ai "segreti" più tenebrosi dei Palazzi romani, anche sull'inchiesta condotta dal giudice D'Ambrosio si abbatteva la scure della Suprema Corte di Cassazione. Così, con una decisione che sollevò non poco scalpore, l'inchiesta sulla “pista nera”del Veneto venne trasferita a Catanzaro.
Nel ricordare venticinque anni dopo lo "scippo" romano (il termine è del Corriere della Sera del 3 maggio 1991), Gerardo D'Ambrosio tenne a sottolineare che "già all'epoca del trasferimento del processo per Piazza Fontana eravamo giunti vicinissimi alla verità. Avevamo fatto centro. Proprio per questo motivo trasferirono il tutto a Catanzaro”.
Con i risultati ormai ben noti. Dopo una serie interminabile di processi e controprocessi, che coprirono un periodo di ben diciannove anni, tutti gli imputati o presunti tali furono assolti o amnistiati.
E sulla strage di Piazza Fontana sembrò calare per sempre la coltre del silenzio e dell'oblio.
Da parte mia, preso atto che la verità sull'eccidio del I2 dicembre 1969 si stava forse allontanando per sempre, decisi, utilizzando il metodo popolare in America del "giornalismo investigativo", di continuare nelle ricerche già a buon punto in seguito agli illuminanti risultati ottenuti dall'èquipe D'Ambrosio-Alessandrini-Fiasconaro.
Concluso il lavoro, cercai un editore disposto a pubblicare un libro che, indubbiamente, presentava aspetti politicamente "non graditi" agli allora detentori del potere. Ossia di un saggio non destinato a un sicuro successo commerciale.
Ma nonostante il “no” unanime degli editori da me interpellati, ottenni da un amico di sempre la possibilità finanziaria di dare alle stampe il "Segreto della Repubblica". Saggio
Che venne messo in vendita, circostanza singolare, nei giorni di fuocoche videro il rapimento e l'uccisione del presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro.
Incredibilmente, il "Segreto della Repubblica", nonostante il generale, per non dire feroce ostracismo dei media e dei capoccia della politica romana, con in testa i boss di Botteghe Oscure, ottenne un discreto successo di pubblico.
Furono vendute diverse migliaia di copie. Anche se ciò non potè ovviamente impedire agli “addetti ai lavori”, sostenuti dalla grande stampa d'informazione, di portare a buon fine la loro opera di depistaggio,insabbiamento, occultamento sistematico delle prove, voluta dai veri responsabili della "strategia della tensione" che aveva insanguinato il Paese sul finire degli anni Sessanta.
Soltanto nel 1995, in seguito al mutato clima politico del Paese,venne riaperta l'inchiesta sui fatti di Piazza Fontana. Di nuovo, sotto lo sperimentata guida di Gerardo D'Ambrosio, ritornato protagonista della vicenda, un gruppo di quanto coraggiosi magistrati (Maria Grazia Pradella, Massimo Meroni, Felice Casson, Guido Salvini), si dedicarono, sfidando minacce e pericoli personali, alla ricostruzione “vera”, resa difficile dal trascorrere degli anni, dei fatti legati alla strage di Piazza Fontana e ai loro retroscena nazionali e internazionali.
Dopo quasi tre anni di duro, indefesso lavoro, il giudice istruttore Guido Salvini, titolare dell'inchiesta, ha emesso una sentenza di rinvio a giudizio dei responsabili materiali della strage, allegando alla stessa una monumentale documentazione ricca di 60.000 pagine e 463 interrogatori. In detta sentenza, il giudice milanese ha tenuto a ricordare "che tale complessiva ricostruzione trova corrispondenza in un documento molto particolare e precisamente un volume, riguardante gli attentati del 12 dicembre 1969 e soprattutto quanto sarebbe avvenuto, sul piano politico-istituzionale, dopo gli attentati stessi, quasi sconosciuto anche agli studiosi del settore e mai preso in considerazione ed analizzato durante le precedenti istruttorie.
Si tratta del saggio “Il Segreto della Repubblica”, edito nel 1978 dalle sconosciute Edizioni FLAN e firmato da tale Walter Rubini. In realtà Walter Rubini, come non è stato difficile accertare, è lo pseudonimo di Fulvio Bellini e il libro è stato praticamente stampato in proprio.
Fulvio Bellini