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GLI ALLEATI DECIDONO PER LA LINEA DURA E TORTURANO IL PRIGIONIERO

 

 

 

Le torture inflitte a Bortoloso

 

Illustrazione di Alberto Buscicchio 

 

 

Pubblichiamo questa intervista a Bortoloso Valentino "Teppa" perchè il dramma dell'eccidio di Schio ha coinvolto tutti i protagonisti, da una parte e dall'altra.

 

 

Intervista su nastro magnetico rilasciata da Valentino Bortoloso, “Teppa”, alla storica inglese Sarah Morgan nel luglio del 1996. Per gentile concessione di Ezio Maria Simini l’intervista è estratta dal suo libro “…e Abele uccise Caino”, Schio 2000.

 

 

“(…) Dopo, in carcere, mi hanno torturato. Mi hanno arrestato il 6 agosto, nel pomeriggio, a Lavarone. Non occorre che ti racconti i fatti lassù quando mi hanno arrestato. Sono arrivati su. Comunque avevano due croce rosse, due ambulanze di croce rosse, due carri armati di quelli leggeri, due o tre camion di Military Police. E sono arrivati su e mi hanno arrestato, là, in albergo. Mi hanno portato giù a Vicenza e dopo due giorni sono venuti a interrogarmi ed è stato un interrogatorio di una mezz’ora o di tre quarti d’ora, così, senza minacce, senza niente. Però io avevo fatto un verbale, il primo verbale, ed avevo negato, naturale, avevo negato tutto, perché pensavo che non avessero le prove.

 

Però sono passati altri due giorni, tre, e allora sono venuti dentro con la prepotenza, pochi giorni dopo che ero in carcere. Intanto in carcere non mi davano da mangiare, né da bere. Ero in una cella scura, c’era un piccolo finestrino – come ti dicevo – ed era una cella dove forse torturavano i partigiani perché c’era sulla parete nera un graffito di uno scheletro di morte che sembrava che volesse azzannarmi e che mi è rimasto impresso quel fatto in quanto che, quando alzavo gli occhi su questa parete buia e vedevo questo scheletro che voleva azzannare, mi dava tanta impressione. E lì da mangiare non me ne davano, dormire dovevo dormire sul pavimento nudo.

 

Non avevo una coperta, né un po’ di paglia. Niente. E il secondo giorno che ero in carcere sono venuti i fascisti a distribuire il rancio, che passavano a mezzogiorno e alla sera, davano a tutti quanti gli internati – c’era un campo di concentramento – e mi ricordo quando sono arrivati allo sportello della porta della stanza dove ero chiuso dice: “C’è il rancio”. Dico: “Non c’ho niente da metterlo”. Niente. Allora hanno chiuso lo sportello. “Mangerai domani”. Era già il terzo giorno che ero dentro. Proprio così: “Mangerai domani” e via. E il giorno dopo la stessa cosa. Allora, però, uno di quei fascisti lì forse si sarà commosso e mi ha portato un barattolo di conserve, che facevano da mangiare. Erano barattoli di latta, grande così, mi hanno messo dentro due mestoli di quella sboba là piena di ceci, di salsa, bah! Ma non avevo né cucchiaio, né niente e ho dovuto aspettare che si raffreddi un po’, poi berla giù, così. Ecco che sono andato avanti tre o quattro o cinque giorni così.”

 

Senza che ti toccassero?

 

“No. Mi avevano fatto il primo interrogatorio, così, era mezz’ora, un’ora. Dopo sono venuti un’altra volta per un altro interrogatorio”.

 

Chi erano questi che venivano?

 

Era il tenente John Valentino, che era quello che comandava il gruppo investigativo. Era della V Armata, mi sembra. Era americano, però, mi dicevano che quello era americano. E era in collaborazione coi Carabinieri. Con uno dei Carabinieri che è quello che è venuto poi a torturarmi, che conoscevo.”

 

E’ stato lui a torturarti?

 

“Sì, uno di quei Carabinieri lì. Era siciliano e aveva fatto la guerra in Russia con me, eravamo nello stesso battaglione, il XXVI Battaglione Carabinieri, un battaglione di linea, ed era anche lui uno dei pochi reduci perché di 860, che eravamo 860 del Battaglione, siamo tornati una settantina solo, dunque vedi che è stato decimato, distrutto tutto il battaglione, e anche lui era ritornato. Si vede che aveva avuto la fortuna di tornare.”

 

E lui era venuto su con gli alleati, no?

 

“Questo era venuto su con gli inglesi, perché era assieme con gli inglesi, non può essere altro che era venuto su con gli inglesi. E allora io ho passato un po’ di giorni in carcere in queste condizioni, pieno di zanzare, lì, terribilmente male, perché in quel momento io pensavo di aver avuto qualche cosa di suicidarsi. Sarebbe capitato. Ecco, dicevo in seguito, ti levano i lacci delle scarpe, la cinghia dei pantaloni quando buttano dentro in carcere uno. E difatti è vero perché i primi giorni sono giorni terribili, proprio, chiusi dentro in queste stanze, così. Sono cose tremende. Ecco, la disperazione ti prende in maniera proprio violenta, proprio, direi quasi.

 

Comunque sono passati un pochi di giorni e dopo è venuta una sera, sono venuti di giorno per una specie di piccolo interrogatorio, poi sono venuti alla sera, alla prima sera di vero e proprio interrogatorio, hanno cominciato a torturarmi. Erano già passati sei o sette giorni dagli arresti.”

 

E chi è venuto?

 

“E allora è venuto la prima sera, c’erano i Carabinieri che mi torturavano, erano due o tre Carabineri, c’erano due Military Police, che avevano il berretto da M.P. all’inglese, vestiti da inglesi, e c’era questo John Valentino e a…”.

 

Victor c’era? (Victor Knight, agente speciale aggregato alla Missione “Freccia”, n.d.c.)

 

“Victor è venuto la seconda sera, quando poi hanno lavorato più forte. Allora quella sera lì hanno fatto un due tre ore di interrogatorio, sono venuti verso le dieci di sera, quando ordinavano il silenzio, e lì mi han pestato tremendamente. E allora pugni, proprio pugni nel ventre, nel fegato, pugni, sberle in faccia, proprio. Prendevano le basette in questo modo qua e le attorcigliavano in maniera proprio forte, forte diciamo. E han lavorato così e m’han legato la prima sera con le catene le mani e i piedi. Seduto in terra, con le catene delle mani e delle caviglie, poi loro montavano sulle ginocchia. Le ginocchia flettono e dunque lo stiramento dei nervi nella gamba; erano dolori atroci proprio forti…

 

E lì, in quelle condizioni lì, tra i pugni che avevo avuto, e tutti questi peli delle orecchie che mi levavano, ero un po’ svenuto, ero un po’ voltato via, e mi sbattono con la testa in terra. Allora, mi ricordo, che non ero svenuto del tutto, che John disse “Ehi!”, come dire, c’è pericolo che sbattendo la testa in terra magari ci restassi lì, perché mi potevo rompere la testa, no? Allora state attenti, fate un po’ di attenzione, che non succeda…ecco.

 

Poi verso mezzanotte, l’una, era già tardi, tutti questi cazzotti, tutte queste imprecazioni, ingiurie, offendevano, e m’han buttato addosso un secchio d’acqua e mi hanno lasciato lì in terra. Han chiuso la porta e…”.

 

Questa era la prima notte?

 

“La prima notte, la prima notte. La seconda notte sono arrivati verso le dieci ancora, perché han detto: ci rivedremo domani. Allora io avevo una pittima che veniva sera, quel giorno, puoi immaginare che vivere. E’ la sera che: “Ci vediamo domani”. Son venuti, son capitati loro. E hanno aperto la porta in maniera violenta, aprendo i catenacci. Hanno sbattuto dentro delle catene, hanno sbattuto dentro una cassetta, di frutta, cassetta in legno rettangolare. Poi hanno lasciato lì questo, un quarto d’ora, venti minuti. Con ste catene, con sta cassetta, poi hanno chiuso e sono andati via.

 

Poi sono ritornati e lì allora c’erano due, tre Carabinieri, due, tre Military Police, e allora lì c’era anche Victor con John Valentino, il tenente che era fermo sulla porta. E allora i Carabinieri hanno cominciato la seconda serie di torture e qualche volta venivano dentro anche quelli della M.P. ad aiutare a flettere, no? Allora han preso la cassetta, ecco a cosa serviva la cassetta! L’hanno messa in piedi, m’hanno legato i piedi, le caviglie con le catene e le braccia alte così. Poi mi han preso di peso e mi hanno poggiato con la schiena sulla cassetta in modo da fare da bilancia, con i piedi penzoloni da una parte e le braccia dall’altra.

 

Però sulla cassetta avevano messo dei sassi, della ghiaia, roba non neanche tonda, roba proprio…., sassolini, e i sassi che entravano nella carne della schiena. E loro flettevano, contemporaneamente dai piedi e dalle braccia, in modo che la schiena si fletteva, così. Immaginare. Con i sassi che entravano nella schiena, in queste condizioni, erano cose disperate…proprio. No? E lì ceffoni in faccia come niente, erano all’ordine del giorno, senza riguardo. E lì hanno cominciato daccapo con le basette.

 

E allora mi han preso poi i peli dei testicoli, strappavano quelli, e schiacciavano, a volte. Erano dolori tremendi, eh? E dopo, ecco, uno dei Military Police è venuto là con la sigaretta accesa, e là, vicino ai testicoli, lì sulla coscia, che c’è ancora la cicatrice dopo cinquant’anni, è andato dentro con la sigaretta accesa, è andato giù in fondo e ha fatto un foro di due…di due centimetri, quasi, fino all’osso, quasi, pensa! Immaginarsi che dolori. Ed io svenivo, mi prendevano su, aspettavano una mezz’ora, un quarto d’ora che riprendessi e rientravano e cominciavano così: “E parli! E parli! E parli!”. “E non so niente”, l’unica roba che dicevo è “Non so niente”.

 

Dopo, un bel momento non dicevo più neanche “Non so niente”, non rispondevo più addirittura. Andavo forse mezzo in coma, mezzo intontito, mezzo svenuto. E lì è arrivato…Quando poi svenivo mi buttavano in terra e mi buttavano su un secchio d’acqua. E quello lo facevano apposta per svegliarti.

 

(…) E’ passata quella notte lì. Verso la fine mi hanno rimesso sulla cassetta e allora hanno tirato fuori il bicchiere con tre scarafaggi. Questo…hanno messo il bicchiere capovolto con i tre scarafaggi sull’ombelico. E col bicchiere capovolto i tre scarafaggi giravano, tentavano di entrare nell’ombelico, c’era un piccola fessura lì, e lì grattavano. Ti puoi immaginare che delirio, che solletico. E’ una cosa…uno, se non la prova, non sa rendersi conto cosa fosse (voce molto alterata dall’emozione: n.d.a.) Ecco quello lì…, poi sono svenuto ancora. Ed è passata tutta la notte in quella maniera lì.

 

Non stavo più in piedi. Perché al mattino, per andare al gabinetto…Han detto “Torneremo domani sera” e sono andati via. M’han lasciato in terra, nell’acqua, in mezzo al selciato, là. E sono andati via. Al mattino avevo chiesto di andare al gabinetto, non stavo in piedi. E allora m’han preso, m’han portato di peso, fino al gabinetto, mi hanno sostenuto, non stavo più in piedi.

 

La sera dopo, il terzo giorno, ed è stato quello che mi ha fatto crollare del tutto, sono arrivati e allora hanno aperto ancora le porte di forza. Hanno sbattuto dentro catene e due spranghe di ferro, han fatto un fracasso…E ti puoi immaginare, nelle condizioni che ero io, sentirmi altri strumenti che entrava nella cella. Già la prima e la seconda sera…questa volta era catene e spranghe di ferro. Era un terrore proprio. E allora quando sono arrivati lì, a quel punto dico basta e ho parlato.

 

M’han detto che avevano tutto nelle mani, che l’altro aveva parlato. Difatti c’è stato “Guastatore”, Franceschini Renzo, che dopo un mese che era in carcere – è stato preso il giorno dopo i fatti di Schio – quello dopo un mese ha parlato.

 

Assicuravano che non torturavano. Non torturavano e questo non ha parlato. La prima volta che gli avran dato due o tre sberle, perché poi ha detto che non lo hanno pestato, però hanno tentato di dare delle sberle, ha parlato, credo.

 

(…) Il processo era stato fissato per il 26…25, 26 agosto, 27. Era stato già fissato il processo. Però due o tre giorni prima del processo sono venuti dentro in cella, io son convinto che era un medico. Perché mi ha esaminato, mi ha fatto spogliare, mi ha guardato, mi ha toccato. Una visita medica, insomma. Il giorno dopo, invece, il processo è stato rinviato al 6 settembre ed io dico che il rinvio è stato a causa delle ecchimosi che avevo ancora, perché ero tutto nero, avevo pacche dappertutto: nelle gambe, la schiena, la faccia, avevo gli occhi gonfi. E han rinviato di otto giorni il processo per il fatto che potevo dimostrare ancora le ecchimosi che avevo”.