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IL DIBATTIMENTO SUSCITO' L'INTERESSE DEL PUBBLICO VICENTINO

 

Il processo al questore Linari

 

 

L'ex questore di Vicenza Cesare Linari viene definito persona "equivoca" per avere fatto il voltagabbana, il tenente Comparini deve rispondere dell'omicidio del partigiano Possamai, gli altri imputati, tutti della Polizia Ausiliaria, sono coinvolti in reati minori. Davanti alla Corte sfilano i responsabili delle illegalità e violenze del regime fascista vicentino. E' uno spaccato molto interessante, giuridico, politico, e anche di costume...Di seguito pubblichiamo la sentenza del 22 giugno del 1945...la prima a portare sul banco degli imputati un pezzo grosso dei "dintorni di Salò"...

 

 

 

IN NOME DI S.A.R.

UMBERTO DI SAVOIA

PRINCIPE DI PIEMONTE

LUOGOTENENTE GENERALE DEL REGNO

 

L’anno millenovecentoquarantacinque, il giorno 22 del mese di giugno in Vicenza

 

LA CORTE D’ASSISE STRAORDINARIA DI VICENZA

 

Composta dai Signori

1. PISANI dr. Guido      Presidente

2. Molon Francesco

3. Binda Mario

4. Farina Ermete

5. Agazzi Zefferino

 

Con l’intervento del Pubblico Ministero rappresentato da Gallo dr. Ettore

 

E con l’assistenza del Cancelliere Robaud Giuseppe ha pronunciato la seguente

 

SENTENZA

 

Nella causa

 

CONTRO

 

1) LINARI CESARE di Raffaello e di Eleonora ….nato a Perugia il 5 settembre 1904 – già Questore di Vicenza – detenuto a Vicenza dal 28 aprile 1945.

2) COMPARINI GIOVANNI di Antonio e di Zanella Domenica nato il 2-4-1920 a Vicenza, ivi residente detenuto a Vicenza dal 1 maggio 1945.

3) RIZZI BEPPINO di Secondo e di Betto Giuseppina nato l’1 giugno 1916 a Quartesolo, residente a Vicenza ivi detenuto dal 3 maggio 1945.

4) SARTORI FERDINANDO di ignoto e di Sartori Elena nato a Vicenza il 1920, ivi residente Coltura S.Croce 81, detenuto dal 18 giugno 1945.

5) LOMBARDO DANTE fu Sisto e di Facco Teolinna nato l’1 aprile 1920 a Mottola (Taranto), residente a Vicenza, detenuto dal 25 maggio 1945.

6) LA TORRE CARMELO fu Felice e di Coglitore Carmela, nato a S.Teresa da Riva (Messina) il 12 novembre 1916, residente a Vicenza, detenuto dal 31  maggio 1945.

7) CONTALDI SEMPREVIVO di Alessandro e di Sandrin Maria nato a Piovene Rocchette il 26 febbraio 1921, ivi residente, detenuto dal 12 giugno 1945.

 

IMPUTATI

 

a) Tutti del delitto previsto dall’art. 5 D.L.L. 27-7-1944 N.159, e punito dall’art.58 del Codice Penale Militare di guerra – per aver posteriormente all’8 settembre 1943, prestando opera attiva e solerte, il primo quale Questore della sedicente R.S.I., il secondo, il terzo ed il quinto ed il sesto, quali ufficiali della polizia fascista ed il quarto ed il settimo, nella Feldgendarmerie da campo germanica, collaboravano col tedesco invasore, in azioni di Polizia tendenti alla repressione del movimento di liberazione nazionale e alla cattura dei patrioti.

 

In Vicenza dall’8 settembre 1943 alla liberazione.

 

Il primo e il secondo, ed il quarto inoltre del delitto di cui agli art. 110, 576, 578 N.1, in relazione all’art.61 N.2 C.P. perché in correità fra di loro, al fine di commettere il reato di cui al capo che precede, e di conseguire l’impunità, dalla loro attività delittuosa, di….(illeggibile) organo del governo legale, cagionavano la morte, mediante ripetuti colpi di arma da fuoco, del patriota Possamai Giacomo, agente informatore del fronte nazionale.

 

 

Con l’aggravante per il Linari di cui all’art. 112 N.3 C.P. per avere nell’esercizio della sua qualità di Questore, determinato gli altri all’omicidio; e per il Comparin con l’aggravante di cui all’art. 577 N.3 C.P., per aver premeditato l’uccisione del Possamai.

 

 

I primi due altresì: del delitto di cui agli art.li 110, 629 p. ed u.p. in relazione all’art. 628, ult. Cpv. C.P. perché in correità fra di loro mediante violenza e minaccia con armi, costringevano Sertoli Giovanni di Francesco a consentire il trapasso di proprietà della sua automobile Fiat 1100 targata VI 9700 al Comparin procurando a questi un ingiusto profitto in danno del Sertoli. In Sarcedo il 3 settembre 1944.

 

 

In fatto all’orale e pubblico dibattimento, celebratosi nei modi di legge;

 

 

Sentito il P.M. le difese e gli imputati che primi ed ultimi ebbero la parola;

 

 

 

 

Il 29 novembre 1944 nella caserma...

 

 

Il 29 Novembre 1944 nella caserma della Polizia Ausiliaria di Vicenza venne ucciso Possamai Giacomo. Nello stesso giorno la Questura fece un breve rapporto alla Procura del Regno informando che il Possamai, già appartenente a formazioni partigiane, dissimulando i suoi veri sentimenti era riuscito a farsi assumere come agente ausiliario nella compagnia comandata dal capitano Polga, assumendo apparentemente la veste di informatore del Polga stesso, ma in effetti del movimento di liberazione nazionale.

 

 

 

Senonchè il Polga, avendo raccolte le prove che il Possamai faceva il doppio gioco, dette ordine di rinchiuderlo in camera di sicurezza allo scopo di muovergli le opportune e necessarie accuse.

 

 

 

Per la esecuzione dell’ordine impartito il sottotenente Giovanni Comparini dette le opportune disposizioni appunto la mattina del 29 nvembre (1944). Ma il Possamai, nel tentativo di sottrarsi alla cattura mentre impugnava una rivoltella, fu colpito da proiettili di arma da fuoco sparati dal vicebrigadiere Ferdinando Sartori e dagli agenti Severino Roso e Lino Spessato che della cattura erano incaricati.

 

 

 

Questo rapporto denunciava il fatto sulla base di indicazioni fatte da ufficiali della stessa compagnia cui apparteneva il Possamai, le quali però non convinsero il commissario dr. Olinto Cellulare.

 

 

 

Il Cellulare procedette perciò, anche per il pronto interesse del Procuratore del Regno Dr. Borrelli, ad indagini dirette le quali portarono  a ricostruire il fatto in modo ben diverso da quello che in un primo tempo si era voluto fare apparire.

 

 

 

Si accertò infatti che il Possamai, dopo essere stato perquisito proprio per suggerimento del Comparini, fu condotto nella stanza dell’ufficiale di picchetto dal Sartori e dall’agente Contaldi Semprevivo.

 

Il Comparini, alla presenza del Sartori, mentre il Contaldi era fuori davanti alla porta che era stata chiusa, rivolse al Possamai queste parole: “vigliacco, volevi ammazzare me e mio padre e bruciare la mia casa!”.

 

 

Quindi fece seguire immediatamente una scarica...

di colpi di pistola che raggiunsero il Possamai nella zona del torace. Il Possamai si abbattè al suolo ed il Comparini sparò ancora colpendolo al capo. Dopodichè il Comparini ed il Sartori lasciarono il luogo del delitto. Attratti dal rumore dei colpi sopraggiunsero il tenente Rizzi e il tenente Lombardo ed il sottotenente La Torre i quali ad un preciso momento avvertirono ancora movimento proveniente dal luogo in cui il Possamai era stato colpito.

 

Il Lombardo, entrato, constatò, accostando la fiammella di un fiammifero alla bocca del Possamai, che la vittima, distesa supina sul lettino, dava ancora segni di vita.

 

Gli ufficiali discussero sul da farsi, pare si ritenne miglior consiglio quello di finire il Possamai, ed il Sartori se ne assunse il compito troncando con una scarica di mitra quel residuo di vita che ancora rimaneva ll’infelice che, per le ferite mortali già riportate, era ormai prossimo alla fine.

 

Così il crimine atroce fu consumato.

 

 

Il Procuratore del Regno Dr. Borrelli emise gli ordini di cattura

contro il Comparini, il Sartori ed il Contaldi, ma gli ordini non furono eseguiti nonostante le reiterate insistenze rivolte anche personalmente all’allora questore Cesare Linari.

 

Il Sartori ed il Contaldi erano inquadrati nella feldgendarmerie a Schio, protetti dal tedesco, ed il Comparini rimase indisturbato a Vicenza essendosi munito di una specie di salvacondotto rilasciatogli dall’invasore.

 

 

Giunto il giorno della liberazione

e istituita questa Corte Straordinaria, l’ufficio del Pubblico Ministero riprendeva le indagini estendendole ad altre attività criminose degli attuali giudicabili. Chiusa l’istruzione gli imputati venivano citati in giudizio a rispondere dei reati sopra enunciati.

 

Tanto premesso in fatto, in ordine all’omicidio la Corte osserva quanto appresso.

 

Le risultanze processuali portano anzitutto ad escludere la tesi difensiva della legittima difesa prospettata dal  Comparini a giustificazione dell’azione compiuta.

 

 

Secondo la sua ultima versione

il Possamai, quando gli sarebbe  stato comunicato che doveva essere tradotto in cella di punizione, temendo per la sua incolumità personale, si sarebbe recisamente rifiutato di obbedire all’ordine; ed allora l’imputato, al fine di vincerne la resistenza, avrebbe sparato in aria alcuni colpi di pistola.

 

A questo atto di intimidazione il Possamai, che si trovava in piedi di dietro ad un tavolo, avrebbe reagito tentando di guadagnare la porta d’ingresso ed infilando una mano nella giacca a vento che indossava, compiendo in tal modo un gesto che chiaramente appariva come quello di una persona che volesse estrarre un’arma.

 

Il Comparini, perciò, temendo un’aggressione armata ritenuta imminente, al fine di difendersi, avrebbe sparato puntando contro il braccio del Possamai, teso nell’atto di aprire la porta, ferendolo nella regione scapolare.

 

 

Codesto assunto è smentito in pieno

dalle risultanze processuali. Vi sono anzitutto le chiare e precise dichiarazioni del Sartori il quale, confermando in pieno l’interrogatorio reso al Commissario Cellulare il 5 dicembre 1944, ha in udienza ripetuto che, non appena il Possamai fu introdotto alla presenza del Comparini, costui, mentre il primo era in piedi dietro il tavolo tenendo le mani poggiate, dopo avergli rivolte le parole di cui si è fatto cenno, lo ferì al petto con numerosi colpi di pistola.

 

Il Possamai si accasciò al suolo ed il Comparini, dopo essersi avvicinato, sparò altri colpi contro la povera vittima ferendola al capo.

 

Che le dichiarazioni del Sartori siano pienamente attendibili non v’ha dubbio. Anch’egli è chiamato a rispondere di partecipazione al grave delitto e perciò se un interesse avesse avuto ad alterare la verità, codesto interesse lo avrebbe logicamente spinto a sostenere la tesi difensiva del Comparini, non certo a dare una versione del fatto che, rivelando la fredda e deliberata intenzione omicida del Comparini medesimo, stabilisce anche la propria piena responsabilità.

 

 

Su questo punto la Corte potrebbe anche dispensarsi

dal porre in rilievo ulteriori elementi dimostrativi, ma è opportuno, già che l’accertamento della responsabilità porta alla sanzione estrema e nessun dubbio deve perciò sussistere, far breve cenno ad altre circostanze per le quali l’assunto dell’imputato si appalesa chiaramente per quello che in effetti esso è: un espediente difensivo, destinato però ad infrangersi contro una prova piena ed indistruttibile.

 

Basta ricordare che il Possamai fu prima perquisito, proprio per ordine del Comparini (rapporto Cellulare foglio 7, vol. I°, e teste Andolfato, fol. 12, vol. II°) e che, come risulta dall’ispezione del luogo (fol. 68 e 69, vol. I°), nella parete alla quale dava le spalle il Possamai al momento del fatto furono considerati i fori di due proiettili: l’uno alto da terra metri 1,20, l’altro 1,40, al centro della parete stessa e dietro il tavolo, mentre nessuna traccia di proiettile fu accertata più in alto.

 

Ciò dimostra da un lato non essere vero che il Comparini abbia sparato in aria, al solo fine di intimorire il Possamai, dall’altro che i colpi furono tirati direttamente contro la persona del Possamai, portando nello stesso tempo ad escludere la verità dell’asserzione dell’imputato, secondo la quale il Possamai si sarebbe diretto verso la porta tentando di estrarre un’arma dalla giacca.

 

 

Ulteriore conferma di ciò è offerta dall'altra circostanza

che, come pure risulta dal processo verbale d’ispezione del luogo, traccie di una pozza di sangue furono riscontrate ai piedi della parete dietro il tavolo nel punto cioè in cui si abbattè il Possamai dopo la prima scarica mortale.

 

Esclusa la versione difensiva dell’imputato ed accertato quindi che l’episodio delittuoso si svolse nel modo già innanzi esposto risulta sicura ed evidente la prova che il Comparini agì con il proposito già deliberato di uccidere il Possamai.

 

Che le ferite cagionate fossero poi mortali risulta in modo indubbio da quanto riferito dal prof. Pototschnig (fol. 22, vol.I°) che eseguì l’autopsia del cadavere, nel giorno successivo al delitto, per incarico dell’autorità giudiziaria.

 

 

Da tale deposizione risulta che i fori di diversi proiettili

i quali cagionarono ferite per sé stesse mortali, presentavano decorso perpendicolare rispetto all’asse del soggetto.

 

Il che dimostra che questi proiettili furono esplosi proprio dal Comparini, dovendosi ritenere che i fori a decorso obliquo, pure constatati dal prof. Pototschnig, fossero quelli prodotti dai proiettili sparati successivamente dal Sartori, dato che costui scaricò il mitra, stando sulla porta, sul Possamai che si trovava già disteso sul letto.

 

 

Quale il movente dell'azione del Comparini?

Per rispondere a questo quesito occorre brevemente spiegare quale fosse stata l’attività del Possamai.

 

Risulta dalla deposizione del tenente Ageno, comandante di un reparto, dei testimoni Conforto e Chiurato, che il Possamai apparteneva a formazioni partigiane, e che ad un certo momento passò nella Polizia Ausiliaria per assumere simulatamente il ruolo d’informatore del capitano Polga sull’attività partigiana, ma in realtà per raccogliere e fornire informazioni utili proprio agli elementi del movimento nazionale.

 

Quando sia stata conosciuta la vera attività svolta dal Possamai a favore del fronte nazionale è questione che dovrà essere esaminata ad altro fine.

 

 

Qui agli effetti dell'accertamento della responsabilità

del Comparini basta rilevare che l’imputato certamente sapeva dell’attività precedente di partigiano del Possamai, come ha egli stesso ammesso, pur trincerandosi nel dire che ignorava se appartenesse a formazioni regolari o meno.

 

Del resto risulta dalla dichiarazione della madre del Possamai che per la cattura di suo figlio era stata posta una taglia proprio dal padre del Comparini, comandante della Brigata Nera di Marostica: circostanza questa che certamente doveva essere nota all’imputato.

 

Che poi il Comparini fosse venuto a conoscenza, quanto meno nel giorno stesso in cui commise il delitto, che Possamai faceva, per ripetere l’espressione stessa del rapporto Cellulare, il doppio gioco, risulta dalla dichiarazione del Sartori al predetto commissario in data 5 dicembre 1944, nella quale si legge ripetutamente che il Comparini dette ordine, indicando il Possamai, di perquisire e di condurre davanti a lui il “ribelle”.

 

 

Il Sartori ha negato all'udienza che

il Comparini avesse qualificato in tal modo il Possamai, ma ciò si spiega per un evidente motivo di difesa. Ciò posto è da osservare in primo luogo, che non risulta alcun motivo se non quello di eliminare un patriota che possa spiegare il proposito delittuoso del Comparini.

 

Che anzi a tal proposito è da porre in rilievo che lo stesso imputato esclude l’influenza di altri motivi, ripetutamente affermando, ed anche invocando a conferma la deposizione di diversi testimoni da lui medesimo indicati, che fu sempre legato alla vittima da rapporti di amicizia.

 

In secondo luogo è da rilevare che nel giorno stesso dell’uccisione del capitano Polga, acceso elemento fascista, avvenuta ad opera dei partigiani il 28 novembre, il Linari recatosi nella caserma S.Domenico dopo aver parlato agli agenti schierati, deprecando la morte del Polga e manifestando il proposito di vendicarlo, rivolto al Comparini gli disse che bisognava “far fuori” il Possamai, e tali parole ripetette nel pomeriggio dello stesso giorno 28 a Priabona, dove il reparto si era recato per il recupero della salma del Polga.

 

 

Per tutto ciò pare non possa esservi dubbio alcuno

che il motivo che spinse il Comparini ad agire fu quello di sopprimere nel Possamai un elemento del fronte nazionale, con il fine quindi di reprimere il movimento di liberazione.

 

In tal modo l’assassinio compiuto dal Comparini, dato il fine avuto di mira, si inquadra ideologicamente nell’attività costitutiva del reato di collaborazione di cui l’imputato è pure chiamato a rispondere, risultando così dimostrata l’applicabilità dell’aggravante di cui all’art. 61 N. 2 Codice Penale.

 

 

Non ritiene invece la Corte che sussista

l’aggravante della premeditazione. L’unico elemento che potrebbe far supporre la premeditazione è rappresentato dal tempo trascorso tra il momento in cui il Comparini concepì l’idea delittuosa, che solo presumibilmente può ritenersi essersi formata nel giorno anteriore al delitto, ed il momento dell’esecuzione.

 

Ma, come è ben noto, il solo decorso di un tempo più o meno lungo tra il momento in cui sorge l’idea di commettere il delitto e quello dell’attuazione della risoluzione criminosa non è un elemento per sé solo sicuramente indicativo della premeditazione, la quale essenzialmente si sostanzia in una attività psichica che si svolge dopo la formazione del proposito delittuoso e consiste nella progettazione dei mezzi di esecuzione del delitto.

 

Nulla risulta da cui possa desumersi che il Comparini, dopo la maturazione del proposito omicida, abbia pensato alle modalità con le quali fu poi attuato la mattina del giorno 29 novembre.

 

 

L'accertata responsabilità dell'imputato

per il delitto di omicidio aggravato importa la pena capitale. Dalla stessa confessione dell’imputato e dalle deposizioni di Becce (vol.3°, fol.9) e Sclemba (vol.3°, fol.19) risulta che il Comparini nella sua qualità di sottotenente della polizia ausiliaria partecipò a diversi rastrellamenti di patrioti.

 

Risulta inoltre (nota della questura di Vicenza in data 5 febbraio 1945: vol I°, fol.22) che successivamente all’uccisione del Possamai passò al servizio diretto delle S:S: tedesche, per espletare un incarico speciale, che gli valse il rilascio del cosiddetto salvacondotto (vol.4°, fol.22) dal quale si apprende che era sotto la protezione delle forze armate tedesche con il compito di “lavorare per le unità tedesche”.

 

Quale fosse il lavoro espletato non occorre spiegare, avendo gli italiani purtroppo conosciuto quale fosse ed in quel modo venisse disimpegnato il compito affidato ai criminali assoldati nelle S.S. tedesche.

 

 

Questa attività del Comparini,

in quanto tendente alla repressione del movimento di liberazione nazionale, costituisce perciò, senza dubbio, una forma di collaborazione col tedesco invasore, contro il quale il movimento era principalmente diretto.

 

Del delitto di collaborazione deve pertanto l’imputato rispondere. Pena adeguata si ravvisa la reclusione per anni dodici.

 

 

Quanto al Sartori la partecipazione all'omicidio

è comprovata dalla sua stessa ampia confessione: partecipazione che si esplicò tanto con il fatto stesso di essersi prestato a fermare e perquisire il Possamai, conducendolo poi nella stanza dell’ufficiale di picchetto, sapendo che il Comparini ivi avrebbe attuato il proposito di ucciderlo manifestato nel momento in cui dette ordine di condurre il Possamai alla sua presenza, quanto con l’incoraggiare colla sua presenza il Comparini mentre costui attuava il proposito omicida.

 

La sua cooperazione si esplicò infine con attività materiale, accelerando, dopo che il Possamai era stato già mortalmente ferito, la morte della vittima. Dal fatto commesso sorge anche a carico di questo imputato la responsabilità aggravata dal concorso della circostanza contestatagli.

 

Invero, come è stato già accennato, il Sartori, nel momento in cui si iniziò la sua attività diretta a partecipare al reato, sapeva che il Possamai era un partigiano, e perciò, ove si consideri che egli neppure lo conosceva ed è quindi da escludere che altro diverso motivo possa avere determinato la sua azione, deve ritenersi per certo che anche il Sartori non ebbe altro fine che quello stesso che animò l’attività delittuosa del Comparini.

 

Pertanto pure il Sartori deve scontare con l’estrema sanzione il crimine commesso. L’imputato dev’essere altresì dichiarato colpevole dell’altro reato attribuitogli.

 

 

A mettere in luce la personalità del Sartori

giova ricordare che il nome dell’imputato si legge in una lista di “fedelissimi”, di “uomini a tutta prova”, indicati in numero di diciassette, tra i cinquecento agenti appartenenti alla Compagnia della polizia ausiliaria di Vicenza, da un informatore segreto del famigerato e tristemente noto maggiore Carità, comandante il gruppo S.S. italiane di Padova.

 

Ciò posto la corte osserva che, a prescindere anche dalle numerose deposizioni (tra le quali quelle di Becce, vol.3° fol.9 e Sclemba vol.3° fol. 19) che attestano la partecipazione a rastrellamenti di patrioti, la collaborazione data al tedesco risulta dalla nota della questura di Vicenza 5 febbraio 1945, già citata, nella quale si legge che il Sartori insieme al Contaldi agiva a quel tempo alle dipendenze della gendarmeria tedesca di Schio appunto in azioni di rastrellamenti e, per di più, era allora impegnato in una “speciale azione” per incarico del comando supremo del gruppo d’armate C.

 

 

Circostanza questa che,

anche a volere ammettere, in ipotesi, che l’appartenenza all’unità tedesca fosse stata conseguenza di un atto di imposizione serve però a mettere in luce il carattere volontario della successiva collaborazione esplicata con il servizio prestato in quel reparto tedesco.

 

Del resto non è da escludere, anzi si è indotti a ritenere che l’elemento soggettivo della volontarietà non sia estraneo all’atto stesso dell’assunzione al servizio alle dirette dipendenze dell’invasore, ove si tenga presente che è scritto nel rapporto dell’informatore segreto già menzionato e redatto in tempo non sospetto.

 

Vi si legge infatti che “la maggioranza di essi (i diciassette fedelissimi) già da tempo intendeva passare col loro capitano (il Polga) alle S.S. Vi sono stati trattenuti dalla fierezza e dalla speranza di poter dimostrare che anche gli italiani sanno fare il proprio dovere”.

 

Per tutte queste considerazioni anche la sussistenza del reato fine può essere con tranquilla coscienza affermata.

 

 

La richiesta della difesa affinchè sia diminuita la pena

a termine dell’art. 26 codice penale militare di guerra, per atti di valore compiuti dall’imputato, non appare meritevole di accoglimento.

 

Il diminuire o meno la pena, siccome è fatto palese dal testo della norma invocata, è rimesso alla facoltà del giudice; e di tale facoltà la Corte non ritiene di avvalersi in considerazione della personalità del Sartori. Pena adeguata appare la reclusione per anni dodici.

 

 

Più delicata appare l'indagine

relativa alla correità del Linari nell’omicidio.

 

Tre punti sono da chiarire:

 

1) se e quale attività l’imputato spiegò per la perpetrazione del reato;

 

2) se all’azione presiedette l’effettiva volontà di raggiungere l’effetto, la volontà cioè di determinare o quanto meno consolidare nel Comparini il proposito delittuoso;

 

3) quale il fine propostosi dall’imputato istigando al reato.

 

 

Per potersi orientare nelle indagini e per la migliore intelligenza delle ragioni che saranno appresso esposte, è necessario brevemente accennare alla personalità dell’ex questore e dai suoi rapporti con il capitano Polga.

 

Il risultato di questa ricerca convincerà della perplessità della Corte circa i motivi che determinarono l’attività di partecipazione  dell’imputato.

 

 

Le risultanze processuali valutate nel loro complesso,

ed in ispecie le deposizioni dei maggiori esponenti del movimento vicentino di liberazione nazionale (Faccio, Follieri, Darin, Perin, Rossi) portano a concludere che il questore Linari, persona equivoca, cercava in sostanza di stare di qua e di là della barricata, fedelmente svolgendo le sue funzioni ovvero cercando di allacciare rapporti con gli esponenti del fronte nazionale, secondo che gli avvenimenti militari facessero ritenere più o meno certa la vittoria degli alleati e più o meno vicina la liberazione dell’Italia ancora oppressa dai tedeschi e dai neofascisti.

 

Fu appunto per questo suo comportamento equivoco che ingenerava sfiducia e sospetti che gli esponenti del movimento rifiutarono di stabilire effettivi contatti con il Linari onde servirsene ai fini della causa di liberazione. Ciò che però è risultato in modo certo dal dibattimento, e non può seriamente negarsi, è che il Linari conosceva perfettamente l’attività cospirativa del comitato vicentino e nessun atto compì contro i suoi membri.

 

Basta per tutti ricordare l’attuale questore Follieri il quale, essendo commissario di pubblica sicurezza addetto all’ufficio centrale della questura, potette svolgere la sua attività patriottica con la piena consapevolezza dell’allora questore fino al momento dell’arresto avvenuto nel dicembre 1944.

 

 

E' stato dal Follieri affermato che il Linari, se avesse voluto,

avrebbe potuto salvarlo dall’arresto da parte dei tedeschi. Ma ove si tenga conto della personalità del Linari, un uomo cioè che, come testualmente ha detto il Procuratore del Regno Dr. Borrelli, informava ogni suo atto alla preoccupazione di salvare “la propria pelle”, ben può spiegarsi il suo comportamento in quella occasione come determinato dal timore di compromettersi, piuttosto che dalla deliberata intenzione di nuocere al Follieri.

 

Questa seconda ipotesi è la meno probabile, e porta a ritenerla, tra le due, la meno attendibile, la considerazione appunto che il Linari non ignorava l’opera del Follieri: onde se avesse agito in lui il proposito di eliminare, appunto per l’attività che svolgeva, l’allora suo dipendente, non gli sarebbe mancato il modo e l’occasione di attuare questo suo supposto proposito ancora prima dell’intervento tedesco.

 

Ad ogni modo su questo dettaglio è superfluo indugiarsi per un più preciso e sicuro accertamento della verità. Ne è stato fatto cenno solo per meglio porre in risalto la figura del Linari.

 

 

Quello che è necessario porre in rilievo

e che ha veramente importanza per l’indagine sul movente della partecipazione del Linari all’omicidio è che il suo comportamento era ben noto al comandante della compagnia agenti ausiliari di Vicenza capitano Polga, acceso elemento dell’estremismo fascista e bieco strumento della violenza nazifascista durante il tempo dell’oppressione.

 

Ciò risulta da un gruppo di rapporti segreti (vol.I° fol.88 e 95) provenienti dal cosiddetto gruppo del tristemente celebre maggiore Carità e venuto in possesso della questura dopo la liberazione.

 

In essi, mentre è esaltata la figura del Polga, è denunciata invece l’attività equivoca del questore, affermandosi perfino che a lui facesse capo il partito democratico cristiano ed adombrandosi financo il timore che, dopo la morte del Polga, gli uomini più fedeli di questo figuro potessero trovarsi esposti alle rappresaglie del Linari.

 

 

Perciò e questo è stato ammesso

dallo stesso Pubblico Ministero, i rapporti tra Polga e Linari erano tutt’altro che buoni, anzi erano tesi. Può quindi ritenersi senz’altro, già che la cosa appare pienamente giustificabile, che l’imputato vedesse in Polga un nemico pericoloso da cui dovesse guardarsi.

 

Fatta questa premessa è da rilevare che, avvenuta l’uccisione del Polga il 28 novembre 1944, nel pomeriggio dello stesso giorno, il questore si portò nella caserma S.Domenico e, manifestando uno stato di intensa emozione, agli agenti schierati pronunciò parole di esaltazione del defunto loro comandante e di incitamento alla vendetta.

 

Quindi, rivolto al Comparini che era nel gruppo degli ufficiali, disse a voce alta: “dov’è quel tizio del tuo paese?”.

 

Ed alla risposta del Comparini che non era in caserma, l’imputato soggiunse: “appena torna bisogna farlo fuori”.

 

 

Le parole pronunciate dall'imputato a voce alta

non lasciarono alcun dubbio in coloro che ascoltavano (ufficiali Sclemba, Asaro, Duranti ed agenti Spessato e Dal Lin) che il Linari volle alludere al Possamai chiaramente manifestando l’idea che si dovesse sopprimerlo.

 

Nello stesso pomeriggio un reparto di agenti si portò a Priabona per il recupero della salma del Polga ed ivi, presenti Asaro e Sclemba, il Linari, sempre rivolto al Comparini, ripetette le stesse parole o espressioni simili, di significato non però meno chiaro ed in equivoco.

 

 

L'imputato stesso del resto dopo avere in un primo temo negato,

ha finito poi, sia pur con qualche perplessità ed in forma dubitativa, con l’ammettere dicendo di non potere escludere di avere pronunciate le parole incriminate che gli furono attribuite.

 

Ora, che le espressioni del Linari incitanti alla soppressione del Possamai siano da ritenere collegate da rapporto di causalità obiettiva con il formarsi nel Comparini dell’idea di uccidere il Possamai, non pare possa essere revocato in dubbio.

 

Questa conclusione deriva per implicito dalle considerazioni già fatte parlando della responsabilità del Comparini stesso.

 

 

L'uccisione del Polga avvenuta il giorno 28,

l’incitamento alla rappresaglia, il fatto che le parole suonavano come un ordine di uccisione del Possamai, che esse furono due volte pronunciate nello stesso pomeriggio, il fatto che l’azione esecutiva del disegno criminoso fu compiuta il mattino del giorno successivo non appena il Comparini notò la presenza del Possamai, in particolar modo l’assenza nel Comparini medesimo di un motivo personale ed a lui particolare che possa diversamente spiegare la spinta delittuosa, costituiscono altrettante circostanze le quali accertano che l’incitamento del Linari fu il fattore psichico determinante del sorgere nell’esecutore materiale della volontà delittuosa.

 

Vero è che il Comparini in udienza, ritrattando quanto aveva in precedenza recisamente dichiarato, in special modo in un confronto sostenuto con il Linari, ha poi detto che egli non prese sul serio le parole incriminate.

 

Ma la inattendibilità delle ultime affermazioni del Comparini è evidente, perché altrettanto evidente è lo scopo difensivo che mirano a raggiungere.

 

 

E' chiaro infatti che Comparini meditando sulla propria difesa,

deve aver compreso che non avrebbe potuto logicamente sostenere la tesi della legittima difesa senza abbandonare l’assunto di un proposito criminoso già formatosi per effetto dell’attività determinatrice del Linari.

 

Le due tesi sono incompatibili e l’una esclude l’altra.

 

Stabilito il rapporto di causalità, può ritenersi accertato l’elemento soggettivo. E’ cioè provato che l’imputato estrinsecò nelle parole incriminate una volontà vera ed effettiva, diretta a raggiungere lo scopo che quelle parole esprimevano?

 

L’imputato (il questore Linari, ndr.) pur non escludendo, come si è detto, di averle pronunciate ha detto che pronunciò quelle parole come avrebbe potuto pronunciarne altre, sostenendo in sostanza che fu tutta una finzione il comportamento da lui tenuto nel pomeriggio del 28 novembre (1944).

 

 

In verità ove si tenga presente

quanto innanzi è stato premesso e se ne traggano le logiche conseguenze, e si rifletta che quando la mattina del 29 novembre, il Linari, informato del consumato reato, uscì in espressioni che potrebbero apparire come la spontanea manifestazione della coscienza di chi non si sente responsabile (“me ne lavo le mani, arrangiatevi”), disse al Comparini che nulla obiettò), l’assunto del Linari, considerato a prima vista, potrebbe disorientare dal retto giudizio.

 

Potrebbe infatti riuscire davvero inspiegabile che proprio Linari dovesse concepire il serio proposito di compiere una rappresaglia per vendicare la morte di colui che era stato suo nemico.

 

Ma a ben guardare la Corte trae il convincimento che la realtà è diversa da quella che le apparenze potrebbero far ritenere.

 

 

In effetti si può credere all'imputato quando dice

che tutto l’atteggiamento del giorno 28, e lo stato di apparente emozione ed eccitazione e l’esaltazione del Polga (pronunciò anche un discorso in occasione dei funerali) e l’incitamento alla rappresaglia, fu tutta una simulazione.

 

La simulazione però, pensa la Corte, può riguardare soltanto i motivi remoti di quel suo comportamento ed il fine che l’imputato si propose eccitando alla vendetta.

 

In altri termini può ammettersi che il Linari avesse solo apparentemente dimostrato uno stato di costernazione per la morte del Polga, ma, siccome inducono a pensare le stesse sue dichiarazioni rese in dibattimento, è pur certo che la uccisione del Polga determinò in lui uno stato di apprensione.

 

 

Se non può ammettersi giacchè elementi di prova

a tal riguardo non emergono, che egli temesse addirittura di essere coinvolto quale responsabile dell’uccisione, neppure d’altra parte può essere scartato l’assunto dell’imputato quando dice che il timore di possibili complicazioni e di conseguenze a lui pregiudizievoli fu la causa vera che determinò il contegno del 28 novembre.

 

Già si è visto chi era il “questore Linari”, l’uomo cioè che cercava in ogni modo di star di qua e di là, che sopra ogni cosa teneva alla “propria pelle”.

 

Si tengano presenti le accuse ed i sospetti contro di lui lanciati dall’informatore del maggiore Carità, non si trascuri la circostanza che, in precedenza, al prof. Rossi, esponente del comitato di liberazione il quale aveva chiesto se in caso di soppressione del Polga si dovessero temere rappresaglie, egli dette assicurazione che per lo meno da parte della polizia ausiliaria non ve ne sarebbero state, e si trae il convincimento che la asserita simulazione vi fu: però solo in senso relativo e limitato.

 

 

Linari cioè volle l'uccisione del Possamai.

Non ne dubita la Corte considerando che per ben due volte eccitò, ed anzi ordinò al Comparini di “farlo fuori”, pronunciando parole recise e decise che non consentono di pensare che egli non volesse realmente raggiungere l’effetto al quale la sua attività, in quel modo esplicata, si dimostrava diretta.

 

Il punto su cui, invece, grave si ingenera il dubbio è quello che attiene al movente determinante dell’azione.

 

E’ su questo movente, cioè che incide probabilmente la simulazione. Potrebbe la Corte con sicura e tranquilla coscienza affermare che il fine propostosi dal Linari fosse veramente quello di colpire le forze sane della nazione nella persona di un patriota attuando una vendetta per la uccisione del Polga?, dell’uomo cioè di cui aveva ragione di temere e della cui sorte si era già dimostrato indifferente?

 

 

Ecco la perplessità in cui si trova attanagliata la Corte,

perplessità che bene può riassumersi in questa affermazione conclusiva: non può escludersi che il Linari abbia voluto sì una vittima ma solo per mettersi al coperto da possibili eventuali responsabilità, anche di ordine politico soltanto, che potessero derivargli da quella uccisione (del Polga, ndr.)

 

Senza contare, poi, che nessun elemento certo e concreto è affiorato che valga a stabilire se effettivamente l’imputato fosse venuto a conoscenza dell’attività partigiana del Possamai.

 

Al riguardo è da ricordare che il Possamai era conosciuto nell’ambiente della caserma S.Domenico come l’informatore del Polga.

 

 

Relativamente al momento in cui si venne a conoscenza

che in realtà egli, così camuffatosi, faceva invece servizio d’informazione per il movimento di liberazione, si hanno solo le dichiarazioni del Comparini, delle quali si è già parlato.

 

Secondo il Comparini il Polga avrebbe dato ordine di arrestare il Possamai solo poco tempo prima di partire per Valdagno dove fu poi ucciso.

 

Sembrerebbe quindi che solo in detto giorno si fossero avute rivelazioni sulla vera attività del Possamai stesso. Cosa che, del resto, appare logica, ove si pensi alla persona del Polga il quale, presumibilmente, non avrebbe mancato di agire immediatamente se prima del giorno 28 novembre avesse conosciuto il doppio gioco del Possamai.

 

 

Ora nulla accerta che nel breve spazio di tempo

trascorso tra l’ordine di arresto che sarebbe stato dato dal Polga ed il momento in cui il Linari si portò in caserma, l’imputato (il Linari, ndr.)fosse stato informato della cosa.

 

In tale incertezza si potrebbe profilare anche l’ipotesi che il Linari avesse scelto nel Possamai la vittima destinata a scontare la soppressione del Polga, pure ignorando l’attività che il Possamai veramente spiegava.

 

L’ipotesi di un Linari che designa come vittima il Possamai proprio perché lo ritenesse il confidente del Polga non deve sembrare campata in aria, né deve destare sorpresa. Sarebbe stata un’azione perfettamente coerente con i tratti caratteristici e salienti della personalità morale del Linari.

 

 

Per tutto questo complesso di ragioni la Corte non sente

di potere affermare il sicuro convincimento che l’imputato abbia concorso nell’omicidio per il fine che gli è stato contestato.

 

Né l’aggravante dell’art.61 N.2 può essergli posta a carico in applicazione dell’art. 118 Codice Penale, perché si tratta di circostanza soggettiva, in quanto attiene all’elemento psichico del reato rivelando una speciale criminosità del delinquente.

 

Data tale sua natura l’aggravante si comunica ai correi solo nel caso in cui abbia servito ad agevolare l’esecuzione del reato.

 

Il che non può dirsi ricorra nella specie, non risultando in alcun modo che il fine per cui agì il Comparini abbia in qualche modo influito nella consumazione del reato.

 

 

Sussiste invece l'altra aggravante

preveduta nell’art. 112 N.2. Non occorre infatti aggiungere altre parole, dopo le esposte considerazioni per dimostrare che il Linari fu l’ideatore del delitto, fu lui che ne assunse l’iniziativa, rendendosi così promotore del crimine.

 

Stabilita entro i limiti suindicati la responsabilità dell’imputato esprime la Corte essere congrua la pena della reclusione per anni ventuno aumentata a ventiquattro per il concorso della predetta aggravante. Lo stesso imputato dev’essere ritenuto colpevole anche del reato di collaborazione.

 

Il Linari, infatti, dal settembre al novembre 1943 servì la sedicente Repubblica Sociale Italiana nella Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale. Basterebbe quindi il fatto solo di aver rivestito il grado di maggiore in una formazione di camicie nere per considerarlo collaboratore (art. 1 del decreto legislativo Luogotenenziale 22 aprile 1945, N.142, com.3° n.5) e perciò passibile di pena.

 

Ma l’imputato, che nel dicembre 1943 fu poi nominato questore, ha compiuto atti effettivi di collaborazione, partecipando nella suddetta qualità, a varie azioni di rastrellamento tra le quali vanno ricordate quelle eseguite a Marostica, Monteviale, Crespano e Crespadoro, nella zona della Valle dell’Agno, a Sarcedo.

 

 

Quanto alla pena pare alla Corte

che la richiesta del Pubblico Ministero di applicazione del massimo sia eccessiva. Non può non porsi sulla bilancia il fatto già messo in rilievo che il Linari, sia pure per motivi egoistici piuttosto che per spontanea adesione alle forze sane del paese, ha compiuto più di qualche atto rivolto ad evitare che elementi del movimento partigiano, non escluso qualche membro del comitato vicentino, subisse le conseguenze dell’attività da essi svolta.

 

D’altra parte deve pur tenersi conto dell’importanza dell’ufficio ricoperto, e quindi della intensità della collaborazione inerente all’importanza stessa delle funzioni espletate.

 

Tutto ciò considerato si ritiene che pena adeguata sia la reclusione per la durata di anni diciotto.

 

 

Relativamente alla contestazione fatta in udienza al Rizzi

di avere partecipato all’omicidio la Corte osserva che l’unico elemento di prova è costituito da quanto afferma il Sartori, che cioè sarebbe stato proprio il Rizzi a dare l’ordine di finire il Possamai.

 

Su questo solo elemento non ritiene la Corte di potersi fondare per affermare una così grave responsabilità. Da un canto non si può non considerare che il Sartori, ignaro di cognizione giuridica, potrebbe essere stato indotto ad indicare come correo il Rizzi dalla opinione che l’avere egli agito obbedendo all’ordine di un superiore potesse scriminare il fatto da lui commesso o, per lo meno, attenuarne la responsabilità.

 

D’altro lato è da osservare che non è rimasto accertato in qual modo esattamente l’asserito ordine sarebbe stato manifestato. Onde rimane il dubbio se l’attività che si dice avrebbe esplicata il Rizzi fosse veramente animata dalla volontà di determinare o rafforzare nel Comparini il proposito di accelerare la morte del Possamai.

 

 

Va infine ricordato che quando il Comparini ed il Sartori

si allontanarono dalla stanza in cui giaceva mortalmente ferito il Possamai, si radunarono, richiamati dagli spari, tre o quattro ufficiali i quali discussero se non fosse il caso di accelerarne la morte per por fine, a quanto pare, alle sofferenze.

 

Non è da escludere quindi, che altro ufficiale, piuttosto che il Rizzi possa aver soltanto ventilata, senza peraltro l’intenzione di trasfonderla in altri, l’idea che fosse un atto pietoso quello di accelerare la fine del moribondo.

 

Responsabile è, invece, il Rizzi del reato contestatogli con il decreto di citazione. Viene indicato dal Becce (vol.3°, fol.9) come un “fascista sfegatato”.

 

Il suo nome è compreso nella lista dei “fedelissimi” della quale si è già fatta parola: e che fosse un elemento di fiducia è comprovato dal fatto che comandava il reparto arditi della compagnia, composto da agenti volontari, il quale era specialmente impiegato in azioni di rastrellamento.

 

 

A tali azioni risulta aver appunto partecipato

l’imputato (Andolfato fol.13, Becce fol.9, Sclemba fol.19). Giusta pena si ritiene la reclusione per anni quindici. Va del pari affermata la colpevolezza del Contaldi. Tutto ciò che è stato detto in ordine al reato di collaborazione commesso dal Sartori vale anche per questo imputato.

 

Anche il Contaldi collaborò infatti nello stesso reparto tedesco di Schio al quale apparteneva il Sartori. Pure il suo nome figura tra quei “fedelissimi” che erano ansiosi di entrare a far parte delle S.S. tedesche. Perciò non occorre ripetere le considerazioni ed i rilievi già fatti indagando sull’attività svolta dal Sartori.

 

E’ opportuno soltanto ricordare un episodio che vale a porre in risalto con quanto zelo l’imputato serviva la causa del tedesco contro i fratelli oppressi.

 

 

L'episodio è narrato da Calearo Rosa,

alla quale si presentò un giorno il Contaldi dando false generalità e facendo credere di essere studente universitario amico del di lei figlio il quale, per sottrarsi al servizio militare, si era allontanato di casa.

 

La Calearo, tratta in inganno rivelò al Contaldi il luogo in cui il figlio si era nascosto. Riuscito, con questo tranello, a catturare il giovane, il Contaldi lo tradusse a Schio consegnandolo ai tedeschi. Ivi il povero Calearo fu bastonato dal Contaldi insieme ad altri criminali, e poscia internato in Germania. La madre angosciata ed ansiosa ignora ancora se il figlio sia tra i fortunati sopravvissuti alla bestialità teutonica.

 

Per questo il Contaldi merita il massimo della pena.

 

 

Prima di passare ad esaminare le imputazioni

mosse al Lombardo ed al La Torre i quali, come si dirà debbono essere assolti, conviene prima stabilire se il Comparini ed il Linari siano responsabili dell’estorsione ad essi particolarmente contestata. Risulta accertato che il 3 settembre 1944 il Comparini si presentò al Sertoli Giovanni, che allora abitava a Sarcedo, chiedendogli la consegna dell’automezzo.

 

Giustificò la richiesta asserendo che era stato incaricato dal questore di requisire l’automezzo. Alla obiezione del Sertoli che nessun regolare documento gli veniva presentato che legittimasse la domandata consegna, il Comparini insistette terminando col dire che egli avrebbe preso ugualmente l’auto nonostante il dissenso del proprietario.

 

E’ da notare che il Comparini era accompagnato da due uomini, uno dei quali, mentre si svolgeva il colloquio con il Sertoli, sostava armato di mitra dinanzi all’ingresso dell’abitazione. Intimorito dall’atteggiamento del Comparini e convinto della inutilità di una qualunque opposizione il Sertoli si vide costretto a consegnare l’auto. Dopo qualche giorno fu chiamato a Vicenza dove, dinanzi al notaio Boschetti, firmò il contratto, già predisposto, che trasferiva la proprietà dell’automezzo al Comparini per il prezzo di trentacinquemila lire unilateralmente stabilito dalla controparte.

 

Il trapasso fu inscritto nel Pubblico Registro Automobilistico a nome del Comparini. Date le modalità tutte del fatto non sorge dubbio che la consegna ed il successivo trasferimento di proprietà avvennero per effetto dei mezzi costrittivi usati dal Comparini, il quale a tali mezzi ricorse abusando della sua qualità di tenente della polizia ausiliaria per coartare la volontà del soggetto passivo, pienamente riuscendo nell’intento, che fu quello di avere un automezzo che servisse per suo uso personale.

 

 

Sussistono dunque tutti gli elementi,

oggettivi e soggettivi, del reato. Essendo stata però la costrizione commessa da un pubblico ufficiale con abuso della sua qualità, al titolo di estorsione, si sostituisce quello di concussione (art. 317 codice penale).

 

Per tale reato si ritiene di erogare cinque anni di reclusione.

 

 

Il Linari deve invece essere assolto.

L’imputato autorizzò, è vero, il Comparini a chiedere la consegna dell’auto, ma pare che tale autorizzazione fosse stata data nel presupposto che il mezzo dovesse essere destinato ad uso della polizia, e non già adibito ad uso personale del Comparini come poi avvenne.

 

Ad ogni modo non vi sono sufficienti elementi per ritenere che l’imputato abbia influito sul Comparini perché costringesse il Sertoli alla consegna ed al successivo trapasso.

 

 

Riassumendo, le pene

che, per effetto delle norme sul concorso di reati, debbano essere applicate sono le seguenti: la pena capitale al Comparini ed al Sartori, la reclusione per la durata di anni trenta al Linari, di venti al Contaldi, di quindici al Rizzi.

 

Alle condanne inflitte al Linari, al Contaldi ed al Rizzi consegue l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, mentre la pena accessoria della pubblicazione della sentenza consegue alla condanna pronunciata in confronto di Comparini e Sartori.

 

 

 

Conclusioni giudiziarie del dopoguerra

 

La Corte di Cassazione con sentenza 12 dicembre 1955 ammette la revisione della sentenza 22 giugno 1945 di questa Corte di Assise Straordinaria nei confronti di Comparin Giovanni: e pertanto annulla condizionatamente detta sentenza per quanto riguarda la condanna per omicidio volontario con rinvio alla Corte di Assise di Appello di Perugia.

 

Vicenza li 26 aprile 1956

 

(Gli altri imputati usufruiscono di indulti, amnistie, sconti di pena,ecc. fino a tornare liberi dopo pochi anni)