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Eccidio di Schio: ci fu qualche sconosciuto mandante?

 

 

Da PIO ROSSI: “Ricordi di gioventù – ACHTUNG BANDITEN

Anni difficili, ma sereni – Episodi di resistenza nell’Alto Vicentino – Considerazioni

2005 Edizioni Menin – Schio

(Pagina 123 - 128)

 

Nota di Storia Vicentina: pubblichiamo parte di un capitolo del volume di Pio Rossi riguardante i tragici fatti del luglio 1945 a Schio. L'ex partigiano Rossi afferma cose che molti hanno pensato e condiviso, ma che una pesante omertà (dell'ambiente partigiano e di una parte della sinistra) ha impedito che fossero divulgate o analizzate. Il lettore deve fare attenzione: nel testo Pio Rossi usa il nome di "MARCOS" per riferirsi ad un personaggio misterioso che gioca un ruolo ambiguo a dir poco. Una precauzione dell'autore del libro per non urtare la suscettibilità di qualcuno, ma che appare un espediente inutile poichè il profilo delineato e le circostanze narrate indicano nell'ex partigiano ALBERTO SARTORI il nome e il volto reale di "MARCOS".

 

(Consigliamo ai lettori più giovani di leggersi qui in Storia Vicentina il racconto "Nero bianco e rosso" in cui viene riportato molto materiale documentario sulla figura del Sartori)

 

La nostra attenzione sul volume di Pio Rossi è dovuta al fatto che,come "Storia Vicentina", siamo impegnati in una indagine a tutto campo sulla vita dell'ex partigiano Alberto Sartori, convinti come siamo che risolvere il "caso Sartori" contribuirà a riscrivere (in parte ovviamente) la storia della resistenza vicentina.   g.m. 

 

 

(Dal volume, pag.123) 

Era nell’aria che qualcosa sarebbe successo anche se nessuno pensava che la tragedia sarebbe stata di tanta tragica violenza, come poi avvenne.

 

 

E’ la notte dal 6 al 7 luglio 1945. La città di Schio era stata liberata da due mesi e sette giorni. Una dozzina di ex partigiani, appartenenti al Corpo ausiliario di polizia, entra nelle carceri di Schio e ammazza 54 detenuti, uomini e donne rinchiusi per attività, presunte o palesi, nazifasciste.

 

 

Non mi soffermerò a raccontare la dinamica del fatto, essendo già stata descritta, nei verbali di due processi, ampiamente riportata dalla stampa e narrata in alcuni libretti; conosciamo con certezza i nomi degli organizzatori, dei partecipanti alla strage e degli uccisi.

 

 

Un dubbio invece è sempre rimasto: alle spalle degli organizzatori noti c’era qualche sconosciuto mandante?

 

 

E’ un dubbio che ben difficilmente potrà essere chiarito con certezza, però una ipotesi la si può fare.

 

 

Personalmente per molti anni ho sempre pensato, e anche scritto, che gli unici responsabili della ideazione del criminoso piano siano stati: Igino Piva, Gaetano Pegoraro e Ruggero Maltauro, come emerse dalle indagini e nel corso dei due processi svoltisi, il primo a Vicenza nel settembre ’45 e il secondo a Milano, nel novembre successivo.

 

 

Sappiamo anche che la mente elaboratrice della diabolica idea fu del Piva, come lui stesso più volte ammise e che confermò con l’intervista rilasciata al Gazzettino di Venezia il 5 luglio 1985, raccolta da Marco Sessa.

 

 

In tale intervista Piva ha dichiarato: “Me ne assumo tutta la responsabilità politica e morale. Agii in base al diritto dell’insorto di fare giustizia dei suoi oppressori. Certo non volevamo colpire gli innocenti”.

 

 

Lui quella notte non entrò nelle carceri, quindi è certo che questa sua dichiarazione di responsabilità si riferisce all’ideazione del piano e conferma esplicitamente che furono uccisi anche degli innocenti. Di quest’ultimo fatto, ne parlai con uno dei partigiani che partecipò al massacro, che mi disse:

 

 

“A parte poche persone internate per reati comuni che abbiamo subito divise dai detenuti politici, per circa un’ora abbiamo cercato di individuare, anche richiedendo la collaborazione del carceriere Pezzin, altra gente che non avesse grosse responsabilità politiche. Non riuscimmo in questo nostro lavoro anche perché l’intervento del Pezzin si dimostrò confuso e lacunoso mentre quanti furono scelti per essere salvati, rifiutarono di lasciare i compagni oppure, una volta tolti dal gruppo, forse temendo di essere proprio loro i destinatari della rappresaglia, ritornarono spontaneamente con gli altri”.

 

 

Ma l’intenzione “di fare giustizia”, può essere stata “pilotata” per provocare un fatto eclatante da strumentalizzare per un secondo fine?

 

 

Avendo nel tempo esaminato attentamente la cosa, parlando anche più volte con alcuni diretti responsabili e preso visione della documentazione reperibile, mi è sorto il dubbio (per non dire certezza) che Igino Piva sia stato “manovrato” da altri, magari inconsciamente: alcune circostanze, perlomeno, lo fanno supporre.

 

 

A guerra finita, a Schio erano state rastrellate molte persone ritenute fasciste tanto che il locale carcere ai primi di luglio ospitava 99 detenuti, 8 comuni e 91 politici.

 

 

Il 27 giugno ’45, arrivò la notizia dei morti scledensi di Mathausen e venne dissepolto il corpo mutilato di Giacomo Bogotto, sotterrato nell’interno dell’ex caserma delle Brigate Nere. Il giorno successivo la gente di Schio scese in piazza per protestare contro questi crimini. Anche se la manifestazione alla fine si svolse in modo civile, non mancarono momenti di tensione, tanto da far temere il verificarsi di qualche atto inconsulto.

 

 

Il capo carceriere della città, Giuseppe Pezzin, nella sua testimonianza resa nel carcere di S.Biagio a Vicenza, dove era detenuto per sospetto favoreggiamento, il 23 agosto ’45 dichiarò: “Il giorno in cui fu fatta la dimostrazione di protesta per i morti di Mathausen (il 28 giugno) io ero alla Banca Popolare di Schio per riscuotere il mio stipendio. Dopo di ciò ritornai a casa dove i guardiani mi informarono che il maresciallo dei carabinieri e la moglie di un prigioniero politico, di nome Gentilini, avevano telefonato a me che c’era il pericolo di una irruzione nelle carceri fatta dalla massa dei dimostranti”.

 

 

E ancora: “Nello stesso tempo il maresciallo dei carabinieri mi assicurò per telefono che avrebbe procurato dei rinforzi…”.

 

 

I rinforzi non arrivarono e l’unico carabiniere di presidio alle 22 andò via!

 

 

Da quel giorno, nonostante il manifesto pericolo, non fu rafforzata la vigilanza e mai nessun militare fu incaricato di presidiare la prigione dopo le ore 20.

 

 

Don Mario Brun, cappellano delle prigioni, sempre nella citata intervista di Sessa, dice: “Io visitavo i detenuti quasi tutti i giorni, e tra di loro c’era il timore che potesse succedere qualcosa. Dopo la notizia della morte dei deportati a Mathausen questo timore aumentò e lo feci anche presente al maresciallo dei carabinieri Sbabo”.

 

 

Ma ciò che ritengo ancora più grave è il fatto che gli Alleati erano a conoscenza della imminente “rappresaglia” diretta contro questi detenuti.

 

 

Infatti “Il Corriere Vicentino” (il cui direttore all’epoca era Giorgio Marenghi attuale curatore di Storia Vicentina, nota di g.m.), nel dicembre 1990, pubblicò un fotocopiato di una lettera scritta in data 30 giugno ’45 dal cap. A.Hunter, in forza al Quartier Generale della V Armata Alleata, al Capo della Pubblica Sicurezza, ten. Col. E.J.Bye: “Sono arrivate a questo Quartier Generale da fonte che io penso attendibile, delle informazioni che affermano che a Schio, provincia di Vicenza, il CLN sta facendo qualcosa che ci sfugge”.

 

“Se la storia è vera, esiste un serio affollamento eccessivo nel carcere, dovuto al fatto che, sebbene il CLN sia stato avvertito dalla A.M.G. di rilasciare i prigionieri politici contro i quali non sia stata fatta nessuna denuncia definitiva, nessun rilascio è stato fatto e un gran numero di persone, contro le quali nessuna denuncia è stata fatta, sono tuttora detenute”.

 

“E’ stato inoltre accertato che in seguito al fatto che sono state ricevute in città informazioni che un numero (14) di residenti di Schio sono stati uccisi in Germania, sono state programmate rappresaglie contro certi prigionieri delle carceri, da elementi comunisti della banda dei patrioti”.

 

“Forse sei già conscio della situazione, ma nel caso tu non lo sia, ti saranno trasmesse informazioni in vista ai recenti incidenti nelle carceri nell’area della V Armata”.

 

 

 

Da notare la data di questa lettera, 30 giugno, cioè 6 giorni prima del fatto.

 

 

Anche monsignor Tagliaferro, arciprete di Schio, intervenne presso il Governatore, cap. Chambers, pregandolo di far spostare i detenuti in altro carcere più sicuro, adombrando il pericolo di quanto poi sarebbe successo ma, per tutta risposta, ebbe la secca replica che si interessasse dei problemi religiosi di sua pertinenza, a quelli politici ci avrebbe pensato lui (Confidenza fattami da don Mario Brun).

 

 

Dunque, tutti sapevano ma nessuno fece nulla per evitare la sciagurata tragedia. Perché?

 

 

Dopo il fattaccio, vengono inviati a Schio, dal Governatore della provincia di Vicenza, ten. Col. Lollar, due agenti speciali del Dipartimento Investigativo della Quinta Armata americana, Theran A. Snyder e John Valentino.

 

 

I due fermano ed interrogano un centinaio di persone e nel giro di poche settimane arrestano 7 presunti colpevoli.

 

 

Uno di questi venne rinchiuso nella Caserma Chinotto di Vicenza, proprio nella cella che i fascisti usarono per detenervi i partigiani che si ostinavano a non collaborare. I muri dell’angusta e tetra stanza erano zeppi di graffiti riportanti nomi e frasi di quanti ebbero la sventura di soggiornarvi, non mancava, ben evidenziata, la figura di uno scheletro umano.

 

 

Gli inquirenti sospettavano che il prigioniero avesse avuto un ruolo attivo nella strage di Schio e che avesse agito agli ordini del comandante partigiano della brigata Pasubiana, “Turco”, Germano Baron, e di una seconda persona che chiamerò “Marcos”.

 

 

Per farlo confessare usarono la tortura.

 

 

Dopo tre giorni e due notti di indicibili “raffinatezze”, il detenuto vuotò il sacco ammettendo la sua colpa ma negando però il coinvolgimento dei due.

 

 

Nei confronti di Baron i sospetti erano giustificati dal fatto che il capo partigiano era stato ricoverato nell’ospedale di Schio per gravi lesioni (morirà) contemporaneamente ai feriti delle carceri, ma ciò fu una pura coincidenza. “Turco”, a bordo di una motocicletta guidata dal compaesano Pontini, ebbe un incidente stradale a Trento. Ma gli investigatori non lo sapevano.

 

 

Solo dopo aver dissepolto la salma e fatta l’autopsia, si scusarono con il torturato informandolo che nel corpo di Baron non c’era traccia di ferite causate da pallottole (Germano Baron, qualche anno fa, fu insignito della Medaglia d’Oro al valor militare).

 

 

Per quanto riguarda invece la partecipazione di “Marcos”, che non ci fu, il fine degli inquisitori, molto probabilmente, era un altro, lo vedremo più avanti.

 

 

Come ho già detto, i sette arrestati vengono processati a Vicenza e la sentenza emessa dai giudici della Corte Alleata fu la seguente: tre condanne a morte, due all’ergastolo e due assoluzioni (Altre otto persone, coinvolte nell’eccidio, verranno processate dalla Corte d’Assise di Milano: sette in contumacia, uno solo presente; tutte condannate alla pena dell’ergastolo).

 

 

Le sentenze di morte non vennero eseguite, ma furono tramutate in ergastoli; gli ergastoli, per effetto di avvenute amnistie, furono ridotti a 10 anni di carcere, scontati interamente solo da sei dei tredici condannati.

 

 

Dopo il processo di Vicenza, gli ex partigiani vennero trasferiti, scortati da alcuni blindati, alle carceri di Padova e posti in un’unica grande cella in rigoroso isolamento.

 

 

Ed è qui che, dopo poco tempo, viene rinchiuso anche “Marcos”. La cosa è sorprendente: né dalle investigazioni, né dal processo nulla era emerso a suo carico (era completamente estraneo al fatto) e ai compagni di cella disse di essere stato incarcerato per la sua partecipazione all’eccidio. Chi era “Marcos”?

 

 

“Marcos” arriva nell’Altovicentino e raggiunge le formazioni partigiane nei primi mesi del ’44. Questi racconta una strana storia. Dice di essere stato paracadutato dagli inglesi in Piemonte assieme a due altri compagni. I tre vennero arrestati e lui rinchiuso nel carcere di Verona da dove riuscì a fuggire (Nessun altro, che si sappia, è mai riuscito in questa impresa).

 

 

“Marcos” è un comunista “duro e puro” e ben presto assume incarichi di comando nelle formazioni garibaldine. L’uomo è un temerario che si fa notare per le sue azioni spericolate e per la marcata ortodossia comunista.

 

 

L’uomo, dunque, giunge in questa cella e condivide con i condannati per i fatti di Schio, l’isolamento. E’ loquace e non perde occasione per cercare di conoscere i nomi di coloro che hanno “giustiziato” i fascisti. I cinque rinchiusi, resi sospettosi dalla ingiustificata presenza e dall’insistente curiosità, non danno nessuna informazione che già non si sapesse dal processo di Vicenza.

 

 

Dopo qualche giorno, “Marcos” venne scarcerato. Durante la detenzione questi assicura i compagni che, una volta uscito, avrebbe organizzato un piano per farli evadere (Ma allora sapeva che sarebbe stato scarcerato?); ad ogni buon conto avrebbe provveduto all’invio di cibo e sigarette, promesse che non mantenne.

 

 

“Marcos” si eclissò e per qualche anno fece perdere le sue tracce. Quando ricomparve, si unì ai gruppuscoli maoisti; sarà invischiato nelle trame eversive di estrema destra capeggiate da Freda e Ventura; nel 1973 è segnalato in Cile (la cosa non è proprio certa) accanto a Pinochet, proprio al momento del golpe contro Salvador Allende.

 

 

Ma allora, chi era veramente “Marcos”? Era realmente il comunista ateo che si professava? E se lo era, certamente i Servizi segreti alleati dovevano saperlo. E se lo sapevano, come allora giustificare la scelta di un comunista per paracadutarlo in Italia con il preciso scopo di farlo entrare nelle file garibaldine, notoriamente comandate da persone filosovietiche e quindi invise alla politica anglosassone?

 

 

Da tutto ciò nasce il sospetto che “Marcos” in realtà fosse un agente segreto che si fingeva comunista per mascherare la sua vera identità professionale.

 

 

Se così è stato, si può allora formulare un’altra ipotesi, e cioè che gli investigatori a Vicenza abbiano calcato la mano, insistendo sul coinvolgimento del loro agente nell’eccidio, per creargli un alibi da usare per rendere insospettabile la infiltrazione fra i detenuti e poter così estorcere delle preziose informazioni.

 

 

Quindi, quando “Marcos” entrò nel carcere di Padova, poteva aver avuto questo preciso incarico.

 

 

Nulla è certo, però non sono supposizioni scevre di fondatezza.

 

 

“Marcos”, morto dopo aver richiesto il Viatico religioso, ha portato il suo segreto nella tomba.

 

 

Gaetano Pegoraro, persona informata di questi fatti, mi confidò che, appena finita la guerra, ai primi di maggio del ’45, il nostro misterioso personaggio ebbe un incontro con Igino Piva e con una seconda persona della quale non mi disse il nome. Il Pegoraro, con il suo sorrisetto che ad interpretarlo diceva più delle parole, mi fece capire che in quella occasione i tre avrebbero combinato qualcosa di grosso.

 

 

Fu allora che germogliò l’idea di ammazzare i fascisti scledensi? E ancora, questa decisione, oltre ad essere stata un dichiarato atto vendicativo, poteva avere avuto anche un secondo fine?

 

 

Ciò non è da escludere.

 

 

Esaminiamo l’aspetto politico italiano di allora e soffermiamoci poi su quanto sarebbe in seguito successo in Grecia.

 

 

Alla liberazione il presidente del Consiglio italiano era il capo del C.L.N. (Comitati di Liberazione Nazionale), Ivanoe Bonomi. Dal giugno ’45, a Bonomi subentra Ferruccio Parri, comandante del C.V.L. (Corpo Volontari della Libertà); al Ministero di Grazia e Giustizia era insediato il comunista Palmiro Togliatti. I principali esponenti della Resistenza antifascista, comunisti in testa, avevano saldamente in mano il governo dell’Italia.

 

 

Questa situazione politica non poteva avere il pieno gradimento degli Alleati. I comunisti, protagonisti di primo piano nella lotta di liberazione e dichiaratamente filorussi, potevano creare dei grossi problemi, come poi si verificherà in Grecia. In questa nazione, la restaurazione della monarchia portò ad una lunga guerra civile (1945-1948) tra le forze governative e formazioni partigiane comuniste appoggiate, in un primo momento, dalla Jugoslavia.

 

 

La situazione italiana nel dopoguerra non era molto difforme da quella greca. E’ logico quindi pensare che i Servizi segreti Alleati la seguissero con particolare attenzione e non sarà da meravigliarsi se in un prossimo futuro si venisse a scoprire che il fatto di Schio sia servito all’elaborazione del piano per scongiurare in Italia quanto poi è successo in Grecia.

 

 

Infatti questo eccidio procurò agli Alleati un ineccepibile alibi per dimostrare che il nostro Paese non era maturo per autogovernarsi ed aveva quindi bisogno della loro “tutela”, tutela che esercitarono con discrezione ma anche con attenta fermezza.

 

 

Ciò fu inequivocamente anticipato dal generale Dunlop con il discorso che fece nella sala municipale di Schio subito dopo l’eccidio. L’alto ufficiale alleato, in sintesi, disse che che l’Italia mai era scesa così in basso e faceva capire che il nostro Paese non era ancora maturo per esercitare il governo della propria democrazia.

 

 

Più chiaro di così!...

 

 

Parri lasciò la presidenza del Consiglio nel novembre del ’45; a dicembre di quello stesso anno, il cattolico De Gasperi lo rimpiazzerà e nel ’47 completerà l’estromissione delle sinistre marxiste dall’esecutivo.

 

 

Il gioco era fatto e la “tutela” poteva essere finalmente tolta.

 

(fine del capitolo a pag. 128 del libro)

 

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