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I MISFATTI DELLA SEZIONE VICENTINA DELLA "BANDA CARITA' - BDS"

 

Qui confessa Umberto Usai

 

 

Sabato 2 marzo 1946  da “Il Giornale di Vicenza”

 

Il testo dell'articolo con una premessa del giornale

Siamo in grado di offrire ai nostri lettori, in esclusiva, un documento di eccezionale importanza. Si tratta della confessione, scritta di proprio pugno e sottoscritta dal sottotenente Umberto Usai, delle SS italiane che operò a Vicenza, alle dirette dipendenze del maggiore Carità, nell’ultimo periodo della guerra e fino ai giorni della liberazione.

 

Il documento autografo è stato ottenuto dai fratelli Giordano e Bruno Campagnolo, valorosi partigiani imprigionati e seviziati da parte degli sgherri della “villa triste” vicentina.

 

I due fratelli, nei giorni immediatamente seguenti alla liberazione, memori delle umiliazioni e delle sofferenze patite da tanti italiani nelle carceri fasciste, si preoccuparono unicamente di appurare le responsabilità dei persecutori.

 

Volevano inoltre chiarire le posizioni ambigue di alcuni ex compagni di lotta, affinchè non si affiancassero ai difensori attivi della risorgente democrazia persone che ne fossero indegne.

 

A tale scopo essi avvicinarono il ten. Usai, incarcerato in quei giorni e riuscirono a farsi confidare tutto sulla banda Carità.

 

Nell’intento di scagionarsi dalle gravi accuse che pesavano su di lui, il ten Usai stese di proprio pugno su tre doppi fogli di carta protocollo, con l’intestazione a timbro delle “Carceri Giudiziarie di Vicenza”, la relazione completa sulle attività degli sgherri del capitano Bacoccoli.

 

Tale documento, nell’imminenza del processo Usai, abbiamo voluto rendere pubblico dato che esso costituisce una testimonianza inoppugnabile delle malvagità compiute dai criminali dell’U.P.I. vicentina.(Sabato 2 marzo 1946, redazione G.d.Vi)

 

 

 

Il testo autografo di Umberto Usai

 

“Gli eventi dell’8 settembre 1943 mi trovarono sottotenente della Divisione corazzata “Centauro”, comandata dal gen. Calvi conte Di Bergolo, nei dintorni di Tivoli ed esattamente al castello di Passerano.

 

 

Venni fatto prigioniero mentre cercavo con altri di raggiungere la stazione di Lunghezza dove doveva essere organizzata una resistenza contro i tedeschi per ordine del vicecomandante la Divisione generale Gritti.

 

 

Venni condotto alla scuola centrale dei vigili del fuoco dove sostai per circa un mese e cioè fino a metà ottobre. Mi venne fatta la proposta di aderire alla repubblica da un ufficiale della milizia mandato da Roma; ove non avessi accettato la proposta sarei stato inviato in Germania in campo di concentramento.

 

 

Consigliatomi con mia moglie che mi aveva raggiunto, aderii e venni messo a disposizione della milizia (Comando Generale) la quale mi inviò con foglio di viaggio a Novara. Accompagnai mia moglie a S.Angelo di Romagna ove era sfollata edinvece di partire rimasi con lei circa un mese e mezzo.

 

 

Ai primi di dicembre avendo finito ogni mio risparmio decisi di presentarmi ed andai a Firenze dove conoscevo il generale Marino che allora comandava la Guardia Nazionale Repubblicana della città. Venni assunto ed inviato alla compagnia deposito della 92.ma Legione dove rimasi inoperoso fino al marzo 1944.

 

 

Il 14 circa di questo mese fui trasferito alla Compagnia Ordine Pubblico ed il 18 partii con la Compagnia e con il Btg. della X MAS “Mai morti” per un rastrellamento.

 

 

Il giorno di poi, scendendo dal camion, rimasi a contrasto con il piede destro fra la sponda anteriore del camion ed una colonna della piazza di Verchio nel Nugello riportando due profonde ferite al metatarso ed all’alluce con frattura del terzo ed asportazione dell’unghia.

 

 

Fui portato all’ospedale militare di Firenze (S.Gallo) ove rimasi fino circa alla fine di aprile epoca in cui fui dimesso con 20 giorni di convalescenza: Ne ottenni poi altri 30 occupandomi in questo periodo solamente della mia famiglia (moglie e bambina) che nel frattempo avevo fatto venire a Firenze.

 

 

Giunsero i giorni del ripiegamento e non avendo alcuna intenzione di partire, ad evitare noie cambiai casa e di questo ne era consapevole solo il sottotenente Manzella Fernando il quale prestava servizio presso il reparto U.P.I. del maggiore Carità.

 

 

Quando ormai ero sicuro di non avere più noie perché tutti erano partiti, la sera del 12 o del 13 luglio giunse a casa mia con una macchina il Manzella che forzando la mia volontà e quella dei miei cari mi fece salire in auto così come mi trovavo e mi condusse a Bergantino (Rovigo) dove era rifugiato il reparto del maggiore Carità che io non avevo ancora mai visto.

 

 

Tengo a dichiarare che a Firenze non avevo avuto a che fare con lui né con il suo reparto.

 

 

Intanto ero stato dato disertore dalla Compagnia O.P. ma Carità mi disse che l’unica mia salvezza era quella di restare con lui che aveva bisogno di ufficiali, ed io fui costretto a restare.

 

 

Nel rimanente mese di luglio sorvegliati presso il reparto e tutto l’agosto successivo il reparto rimase inoperoso ed io passavo tutto il mio giorno a fare bagni di sole sul Po.

 

 

Nel mese di settembre dalla brigata nera di Mantova, mi pare, venne arrestato il maggiore di cavalleria Argenton, perché membro per il partito Liberale del Comitato militare di Liberazione: il maggiore Carità andò personalmente a prenderlo a Mantova e lo portò a Bergantino ove ebbi occasione di parlare con lui durante un interrogatorio fatto senza violenze.

 

 

Al ritorno da un mio breve permesso a Milano (circa il 20 settembre) venni avvicinato da Manzella e dal tenente Castaldelli Gino che mi proposero di collaborare con loro per far fuggire Argenton, fuga che avvenne dopo aver tutti e tre parlato con lui, circa due giorni dopo.

 

 

Per questo fatto il Manzella (che spesso era stato a parlare con il maggiore Argenton che fuggendo gli aveva lasciato una lettera) venne messo agli arresti in camera sua e sia Castaldelli che io sorvegliati. Presso il reparto, portato non so da chi c’era anche come prgioniero il marchese Daulinè con il quale non ho mai parlato, il quale era d’accordo sempre credo per una fuga con il Manzella.

 

 

Nello stesso giorno che seguì la notte della fuga del maggiore Argenton, il marchese doveva andare trasferito a Rovigo. Manzella scrisse un biglietto agli avvocati del marchese dicendo del trasferimento e della possibilità di fuga cercando di inviarlo a mezzo staffetta a Milano.

 

 

La staffetta venne fermata e Manzella “fatto fuori” dal suo sicario a nome Ciulli (fiorentino che aveva seguito il reparto e che il Carità aveva messo alla brigata nera di Bergantino).

 

 

Dopo questi fatti, verso circa i primi di ottobre, venni inviato a Vicenza per trovare gli alloggiamenti per il reparto che essendo trasferito con i tedeschi aveva avuto detta destinazione.

 

 

A Vicenza trovai tutto fatto dal maresciallo Linari che mi aveva preceduto e che io avevo sostituito. Sono restato in Vicenza salvo una scappata di circa otto giorni a Padova dove il maggiore invece che a Vicenza in un secondo tempo aveva deciso di stabilirsi, occupandomi di niente fino all’arrivo del capitano Bacoccoli Fernando, del tenente Sottili Alberto e di circa una quarantina di uomini che costituivano la sezione staccata “V”.

 

 

Per ordine del maggiore Carità presi il comando degli uomini in divisa che mai si sono mossi dalla caserma di Via Fratelli Albanese 13 se non per istruzione.

 

 

Verso metà novembre venne a Vicenza, nuovo del reparto, il tenente Bianchi Bruno che mi sostituì nel comando del plotone ed io passai al servizio investigativo. E qui cominciano i miei guai.

 

 

Per circa quindici giorni continuai ad andare per i miei fatti frequentando una ragazza che avevo conosciuto nei primi giorni di permanenza a Vicenza ed alla quale non avevo detto quello che facevo per vergogna nonostante che lei mi avesse confessato di essere una ex prostituta.

 

 

Verso i primi di dicembre il capitano Bacoccoli, comandante la sezione, cominciò a fare sul tenente Sottili e su di me pressioni perché si cominciasse finalmente a fare qualche cosa. Lui stesso diceva di avere dal maggiore continui rimproveri.

 

 

Intanto per ordine del maggiore si era iniziata la costruzione di celle nel sottosuolo della caserma n.13, celle che furono mai ultimata perché mancava il legno per le porte. Già da qualche giorno era stato preso contatto con i seguenti organi della polizia; primo: G.N.R. (servizi investigativi) capitano Boccavia e capitano Rossi; secondo: Marina Montecchio, capitano Fiore e colonnello Spano; terzo: Questura, colonnello Linari, commissario Feliciani e Stroppolatini; quarto: B.D.S. germanica sottotenente Erke.

 

 

Gli uomini che facevano parte al nostro servizio erano: 1) il capitano Bacoccoli, comandnante, sua segretaria Silvana Cellai; 2) tenente Sottili, capo servizio; 3) sottotenente Usai, sottordine; 4) aiutante Castellani pratiche d’ufficio e perquisizioni; 5) capitano magg. Antonelli aiuto d’ufficio; 6) caporale Binfroni aiuto d’ufficio; 7) soldato Dell’Orco, autista comandante; 8) Calandri ; 9) Fin; 10) Falteri; 11) Martinelli; 12) Perfetti; 13) Lauce; 14) De Molin; 15) Castagni; 16) Gursoni; 17) Fontanelli; 18) Fanfani; 19) Castaldelli Astiade impiegato civile ed interprete; 20) Pinchetti; 21) Giglioli.

 

 

Su segnalazione portata dal Perfetti ed avuta credo da uno dell’U.P.I. la prima domenica di dicembre il capitano Bacoccoli invia il ten. Sottili, l’aiuto Castellari, me, ed altri quattro o cinque del reparto a Montecchio Precalcino dove in un’osteria vicino al Ponte ferroviario si diceva si ballasse.

 

 

Sul posto non è stato trovato nulla; allora al ritorno il ten. Sottili si ferma in una fattoria, la prima a destra dopo la stazione di Montecchio, per prendere del latte per la sua signora; appena entrata la macchina in cortile c’è un po’ di movimento e qualche uomo cerca di fuggire.

 

 

Si procede al fermo di quanti erano nel cortile e nella casa. I fermati sono: 1) Campagnolo Giordano in possesso di un dischetto di latta con stella e scritto C.L.N.; 2) Campagnolo Bruno; 3) Crema Agostino; 4) Graziani in possesso di documenti di identità falsi.

 

 

All’operazione contribuirono anche i due marinai Martini Dario e Chioggia Enrico inviati da Montecchio e che poi tante iniziative prenderanno nel reparto.

 

 

Arrivati a Vicenza con il buio il tenente Sottili consegna i prigionieri al tenente Bianchi e nella serata stessa vengono interrogati, se interrogatorio si può chiamare.

 

 

Campagnolo Giordano, Graziani vengono bastonati ma non parlano. Presenti il ten. Sottili, ten. Bianchi, sottotenente Usai, e molti uomini della sezione che inveiscono e cercano di picchiare.

 

 

Come Dio vuole cessa il chiasso ed i fermati vengono sistemati alla meglio dato che si è senza mezzi. Il capitano Bacoccoli andando a casa aveva dato ordine così: “Se è necessario, pestare!”.

 

 

L’indomani ancora interrogatorio di Campagnolo Giordano e botte a non dirsi: presenti il cap. Bacoccoli, ten. Sottili, ed il sottoscritto.

 

 

Il milite Martinelli Vasco faceva, per ordine del capitano, da boia. Anche Graziani e Campagnolo Bruno ne prendono; Ma in dose minore e tacciono. Il maresciallo Castellari nella perquisizione domiciliare del Campagnolo trova una pianta delle carceri ed i documenti di tre ufficiali tedeschi sporchi di sangue.

 

 

Intanto interrogando Crema, il ten. Sottili riesce a sapere qualche cosa e così anche a decifrare certi scritti e la faccenda diventa chiara.

 

 

Io mi disinteressavo della cosa; si fanno diversi fermi fra cui 1) Faccio Luigi; 2) Da Rin Henni; 3) Gallo; 4) Rossi Mariano, gli interrogatori dei quali, condotti dal ten. Sottili e da me sono condotti con umanità e gentilezza. Quello che avevano fatto un po’ tutti prima ci aveva riempiti di disgusto.

 

 

Intanto il ten. Sottili d’accordo con il cap. Bacoccoli mette in libertà Crema Agostino con il compito di portare informazioni. Io non ne vengo informato”.

 

 

3 marzo 1946

 

 

Giornale di Vicenza:

Pubblichiamo oggi la seconda puntata del memoriale Usai di cui abbiamo dato ieri la prima parte. Nel leggere la confessione spontaneamente resa dal noto seviziatore dell’U.P.I. risulta evidente l’intenzione del ten. Usai di sottovalutare l’importanza della sua azione criminale e di scagionarsi sistematicamente di ogni più grave accusa. Tra pochi giorni, al processo contro l’Usai, si vedrà quante delle sue discolpe potranno essere dimostrate vere.

 

 

“Su segnalazione pervenuta dal Comando di Padova viene arrestato il profumiere Pranovi e su segnalazione di un vecchio medico di ospedale civile (il colonnello) viene fermato il ragionier Rizzoli.

 

 

Al primo viene dato, non ricordo bene, buon trattamento, al secondo ne sono certo. Intanto per ragioni professionali avevo fatto conoscenza con alcuni elementi dell’Ufficio Politico della G.N.R. Questi erano: Sten, Di Fusco e sottotenente Sabini i quali, ed in special modo il primo, si vantarono con me dei brillanti loro risultati e mi invitarono ad assistere a degli interrogatori.

 

 

Ho assistito ai seguenti (per non offendere la pudicizia omettiamo la breve, cruda narrazione degli oltraggi e delle sevizie fatte subire ad una signorina con il “concorso tacito” dell’Usai, ndr.)

 

 

Io fui ad ordinare di vestirsi e l’unico a dirle buone parole, tanto che quello che non era stato ottenuto con la violenza disse poi a me ammettendo solo però di conoscere Carlo Segato detto “Marco”.

 

 

Un’altra donna – Barban – davanti ai su descritti ed ad altri agenti venne fatta svestire e le venne applicata la corrente elettrica generata da un telefono da campo. Il maresciallo Romano del Distretto, sempre davanti ai su descritti, fu picchiato dal brigatista Borghesi e dal maresciallo Foggi e gli venne applicata la corrente elettrica (fu picchiato con una bandoliera contenente caricatori).

 

 

Non sono più stato in quell’ufficio perché mi ripugnava; vi tornai con il ten. Sottili per conoscere Segato al quale credo fu applicata la corrente e per fare un confronto, ma in tale occasione (si trattava di Gallio Maria), mi opposi che fosse data corrente mettendo la mano sulla manovella perché altri non la girasse e di questo chiamo testimone Lia Maggian che era quella che doveva subire il confronto e la Gallio stessa.

 

 

Informatori del capitano Bacoccoli erano certi Antonini e suo cugino Signoretto ex agente di polizia ausiliaria. Portarono una volta informazione su una tipografia di Sandrigo ma l’operazione risultò sballata e non fu fatto niente. In seguito li feci fermare perché erano in special modo lo Antonini, poco di buono e dei mestatori.

 

 

Li rilasciai su imposizione del tenente Erke del B.D.S.

 

 

Siamo intanto arrivati agli ultimi di dicembre. Il tenente Sottili su informazione di Crema Agostino dispone un servizio che porta al fermo di Gino Cerchio e della sua segretaria. In suo possesso viene trovata una lettera ed un appunto che in certa qual maniera confermava l’informazione del Crema il quale dà i particolari per il fermo di altri che dovevano trovarsi ad una riunione.

 

 

Infatti in Grossa (Padova) vengono fermati: ing. Maule, prof. Zaccaria che, interrogati da me con il telefono non fanno altri nomi. Viene fermato anche Magagnato Bruno e dopo un mese e mezzo rilasciato perché niente era apparso a suo carico; nella stessa operazione viene fermato l’indicatore di cui non ricordo il nome.

 

 

Gino Cerchio interrogato da Bacoccoli e da me subisce invano un po’ di elettricità sempre con il telefono da campo. Nelle precedenti operazioni erano stati fermati e poi rilasciati con diffida il prof. Nicoletti, un avvocato di cui non ricordo il nome e diversi altri senza aver subito danni di sorta. Altro informatore del reparto era Romito Bruno inviato dal capitano Fiore.

 

 

In tutte queste operazioni i più spinti fra gli uomini erano: Martini, Chioggia, Calandri che volentieri alzavano le mani.

 

 

Sempre verso gli ultimi del 1944 su informazioni del Comando di Padova (milite Crippaldi) veniva fermato da Calandri e Falteri una staffetta, Erminia, ed in mia presenza, per ordine di Bacoccoli spogliata ed elettrizzata molto.

 

 

Sempre sulla stessa fonte di informazioni veniva fermato a Zanè certo Dal Maso che subito dopo il fermo fu bastonato a sangue dai russi ubriachi e che senza il nostro intervento sarebbe certo finito male.

 

 

Stando tutta questa gente stretta in caserma scomoda per la pulizia se non per il mangiare e per il trattamento, il Comando di Padova ne ordine gradatamente la traduzione a Padova.

 

 

Il 24 dicembre 1944 sera il capitano Bacoccoli su segnalazione dell’U.P.I. fa fermare dal milite Pinchetti, Maggian Lia che rimane da noi a disposizione dell’U.P.I.

 

 

Intanto dal Comando di Padova viene ordinato il trasferimento del capitano Bacoccoli a Padova dove assume il comando in terza, “Leiter S O” del reparto, il tenente Sottili inviato a Treviso in missione: Ed io rimango a comandare la sezione di Vicenza per il servizio investigativo.

 

 

Le consegne avvengono verso la metà di gennaio del 1945. Restano con me gli uomini ad eccezione di Calandri che va a Padova su mia proposta e di Laner, Fontanelli, Fanfani che seguono il tenente Sottili a Treviso. Pinchetti segue il capitano Bacoccoli a Padova.

 

 

Martedì 5 marzo 1946

Ultima ora. Il voltafaccia dell’U.P.I. vicentino

 

 

Giornale di Vicenza:

Ha termine, con questa puntata, la pubblicazione del memoriale Umberto Usai. Tale documento, ripetiamo, ha valore di autodifesa, la quale sarà vagliata dalla giustizia allorchè il tenente Usai apparirà, giovedì prossimo (7 marzo, ndr.), nella gabbia degli imputati in Corte d’Assise. Intanto è giunta una prima sconfessione ad un’asserzione del “mite” Usai: la pubblichiamo in calce al suo memoriale.

 

 

“Su segnalazione dell’aiutante Castellari viene fermato l’ing. Griso, interrogato da me con signorilità e trattato bene viene inviato poco dopo a Padova perché richiesto.

 

 

Da Martini viene portato il tipografo Gualandi e portato a Padova su richiesta. Verso la fine di gennaio faccio su mia responsabilità rilasciare Lia Maggian già destinata al campo di concentramento e do un lasciapassare ad Aldo Maggian salvandolo dal muro ove l’U.P.I. voleva inviarlo se lo avesse preso perché autore di un fermento politico: altro lasciapassare a Secondini, ricercato dall’U.P.I. Faccio Cesare, Tiso Lorenzo e Sanavio Walter dalle prigioni di S.Michele.

 

 

Dalla Marina mi vengono inviati Bedin, Tommasi, Giuliari, e successivamente Vicariotto, imputati, e in maggior parte confessi, oltre che di sabotaggi anche di rapine e li trattai umanamente lasciandoli liberi per la caserma ed in cambio di piccole prestazioni; convivevano a mensa con noi.

 

 

Faccio liberare il prof. Pototsnigh già rilasciato dal capitano Bacoccoli e ripreso dalla S:S: di Schio, recandomi a bella posta a Rovereto.

 

 

Evito l’arresto della sig.ra Malfatti e figlie da parte della S.S. ed in tale occasione tramite un nipote suo omonimo mi metto in contatto con il maggiore Malfatti, uno dei più ricercati da ogni polizia, ed in due abboccamenti entrando nel suo ordine di idee, sotto il vincolo della parola d’onore del maggiore Carità lo porto a Padova dove si conviene ciò che Malfatti ed io avevamo progettato e cioè di formare con elementi partigiani già in pericolo perché conosciuti, un reparto che per il Maggiore Carità avrebbe dovuto fare la guerra in linea, mentre per il maggiore Malfatti ed il sottoscritto avrebbe dovuto contribuire alla cacciata dei tedeschi non appena opportuno. Il tenente Bianchi era dalla mia parte.

 

 

Verso gli ultimi di gennaio due partigiani avvolti in lunghi mantelli neri verso la una pomeridiana passano davanti alla caserma mentre ci si accingeva ad andare a mangiare: alla sentinella che dà “l’alto là” rispondono con il fuoco.

 

 

La sentinella, certo Maig, si getta prontamente a terra e reagisce con il fuoco ferendo gravemente uno, l’altro riesce a fuggire con l’arma in mano. Prontamente inseguito viene preso e condotto in caserma solo leggermente ferito ad un ginocchio. L’altro viene fatto medicare ed adagiato in un pagliericcio dove poco dopo muore, era stato colpito al ventre da una raffica di mitra.

 

 

Il ferito viene anche curato dalla madre e da un suo fratello subito accorsi: poco dopo un mio interrogatorio verrà a far parte di quella formazione armata che per mascherare li ha chiamati alpini S.S. Egli si chiama Giorio Armando.

 

 

Su segnalazione da Padova mando fuori una pattuglia e mi torna con due fermati. Essi sono: Filato Valentino e Agostini; vengono trattati benissimo ed essi stessi non si lamentano, partecipano anche assieme agli altri ad una festicciola di propaganda per gli Alpini organizzata dal tenente Bianchi che comandava la caserma.

 

 

Bianchi ha parlato a questi ultimi due credo perché rimanessero con gli alpini che però non avevano ancora caserma. Un altro fermato, Scaggiari detto Regolo mi viene portato da un agente del C.S. tedesco suo nome di copertura “Cappelle”; anche lui viene trattato benissimo ed era un commissario politico di brigata partigiana e finirà sergente degli alpini.

 

 

Intanto mi tengo a contatto con il maggiore Malfatti e questi mi invia Miotti e Licini perché si possa concretare qualche cosa.

 

 

Martini mi porta circa 20 uomini rastrellati sull’Altipiano di Asiago: invece che al campo di concentramento, interrogati ed altro, li metto in divisa provocando lo sdegno della G.N.R. e della B.N. con le quali i miei uomini presto hanno a che fare andando quasi alle mani.

 

 

Il Federale mi manda a chiamare e mi dice di stare in guardia e l’UPI ugualmente: ma ormai ho vinto. Continuo ad arruolare ed in breve tempo ho una quarantina di uomini armati ed equipaggiati con a capo il sergente maggiore Mario Sasso che ho strappato dalle mani della S.S. di Longa ancora tenuta dai tedeschi.

 

 

Altri mi dovevano venire da Bassano, come Gnatta che era già a nostra disposizione per questo.

 

 

Degli scopi di questo reparto nessuno può dubitare: anche in caserma cantavano a mensa canzoni partigiane e nessuno dei due ufficiali brontolava e questi erano Bianchi ed Usai.

 

 

Intanto tenevo saldo il maggiore Carità il quale non aveva il benché minimo dubbio: al tenente Castaldelli sull’ultimo avevo accennato a qualche cosa e sentii che lo avrei tirato dalla mia, come Bianchi aveva tirato dalla sua qualche uomo del suo reparto.

 

 

Verso i primi di aprile la X MAS di Thiene mi mandò due fermati che già dovevano andare, se lo avessero voluto, negli alpini. Intanto Sasso li stava lavorando.

 

 

Un altro ne avevo avuto dall’U.P.I., di questi non ricordo il nome perché non li ho nemmeno interrogati. A Da Rin avevo fatto togliere il piantonamento, a mio arbitrio, già da una quindicina di giorni.

 

 

Così siamo arrivati al 26 aprile. Nella notte venne da me il maresciallo tedesco Rotter che era di collegamento fra il maggiore Carità ed il Comando di Verona; fuori in macchina c’era il maresciallo Smitz con una donna che non vidi. Mi dette l’ordine di ripiegare bruciando tutto il carteggio ed uccidendo i prigionieri, altrettanto dovevo comunicare a Padova dove, da quando il Comando era a Longa, c’era una sezione.

 

 

Comunicai a Padova ripromettendomi di andare di persona a fare quello che pensavo di fare e che poi feci, cioè di liberare tutti i prigionieri di Villa Giusti.

 

 

A Vicenza era rimasto a me in consegna una stanza con dentro un certo numero di grandi casse sigillate; da quando presi in consegna seppi trattarsi di un tesoro artistico che il maggiore aveva portato via da Firenze. Premendomi che nel trambusto non andasse perduto requisii un camion rimorchio della SEPRAL di Venezia, feci scaricare 131 quintali di formaggio fresco alla SEPRAL di Vicenza perché il camion non poteva proseguire per Venezia, e caricato il tesoro artistico lo lasciai in consegna a Licini che nel frattempo, uscito il maggiore Carità, aveva preso possesso della Cà Bianca (Longa, ndr.); ancora caricato sul rimorchio, fra le casse, c’erano anche alcuni sacchi di documenti della sezione di Vicenza.

 

 

Non appena passato in consegna il carico (intanto il maggiore era partito con la colonna o stava per partire), partii per Vicenza ove portai al maggiore Malfatti un biglietto di Licini e sul quale io aggiunsi qualcosa per Sasso, poi corsi a Padova ove arrivai in mattinata prestissimo e convinsi subito Castaldelli, che era lì, a liberare i prigionieri come io avevo già fatto fin dal giorno prima a Vicenza.

 

 

Infatti, fatto venire don Ugo Orso dal vescovado di Padova, si liberavano i prigionieri e il C.L.N. di Padova li forniva di dichiarazione attestando ciò commentando il rischio corso perché i tedeschi volevano portar via i prigionieri ed i fascisti ugualmente.

 

 

Il giorno di poi trovato un mio ex fermato, Filato Valentino di Bassano, venivo con lui spontaneamente a Vicenza per riunirmi agli alpini come loro avevo promesso e per tranquillizzarmi sul tesoro artistico. Quanto sopra risponde a verità salvo qualche omissione involontaria.

 

In fede Usai Umberto

 

Vicenza 6 maggio 1945

 

 

Infatti avevo dimenticato il fatto che l’aiutante Castellari verso i primi di marzo è andato a costituire una sezione ad Este portandosi con sé i seguenti uomini: 1) Fini; 2) Falteri; 3) Laner; 4) Fanfani; 5) Giglioli, in conseguenza ero rimasto solo con: Antonelli, Gurzoni, Martinelli; Castaldelli interprete civile e la segretaria Silvana Cellai.

 

Sei o sette giorni prima del ripiegamento erano venuti da Padova il brigatista Cavallaro ed altri due uomini di cui non ricordo il nome.

 

In fede. Usai Umberto