MARCO POZZAN durante una udienza in Tribunale di Catanzaro segue il dibattito per il processo per la strage di Piazza Fontana a Milano.
POZZAN MARCO NELLA "COMPAGNIA" PADOVANA DI FRANCO FREDA E GIOVANNI VENTURA
IL "GIRO" DI PADOVA: PROFESSIONISTI E CHIACCHIERONI
di Giorgio Marenghi
Marco Pozzan nasce a Santorso il 23 aprile del 1926. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale ha 19 anni ed è un ex combattente dell’ultimo fascismo, quello “repubblicano”, di Salò. Per lui sarà dura, occorre tornare a casa, a Limena, vicino a Padova. Il dopoguerra trascina Pozzan nella crisi degli ex combattenti, sfidare l’isolamento, cercare un lavoro, farsi una famiglia. Una donna, EMMA DALLA GUARDA, nata a Tretto (VI) il 29.3.31, diventa sua moglie e gli assicura una certa stabilità.

MARCO POZZAN. Nella foto all'età di cinquant'anni, ritratto durante una udienza al processo per la strage di Piazza Fontana a Catanzaro tra il 1977 e il 1979.
Ma l’idea resta sempre quella, il fascismo rivoluzionario e “repubblicano”. Gli anni ’60 arrivano presto e in questo periodo Pozzan fa nuove conoscenze. Da qui ha inizio una sua seconda vita. Oltre al Movimento Sociale c’è pure Ordine Nuovo, una formazione che sembra fatta proprio per gli sconfitti di Salò. Il pensiero della destra radicale lo affascina e Pozzan riattiva il profilo che non aveva abbandonato.
Si informa, legge, conosce persone che, come lui, sono alla ricerca del “mondo perduto”. Poi arriva il momento che impone una “svolta”, l’incontro con Franco Freda, studente universitario, un cervello brillante e incendiario che gli offre visioni teoriche per lui sconosciute. Piano piano Pozzan diventa un ordinovista ma è meglio dire che Pozzan diventa l’amico di Franco Freda, anzi il seguace, fidatissimo, affascinato dal procuratore legale irpino, dalla sua aristocraticità neopagana, dalla sua spietatezza teorica e dalla sua freddezza fisica.
Ma Marco, questo il nome del Pozzan, ha radici venete, conosce le ristrettezze della vita rurale della provincia vicentina, il suo cursus studiorum non può competere con il suo nuovo padrone intellettuale ma, con dedizione, dopo aver conosciuto l’amico universitario (Pozzan all’epoca [1965] ha già 39 anni, Freda ne ha 24) che frequenta giurisprudenza e i goliardi fascisti, (in una Padova dai tratti del dopoguerra; gli anni sessanta la avvolgono ancora sotto una cappa di destra religiosa), cerca di farsi una cultura, lo scalino che gli possa permettere di salire nella scala sociale.
Diventa così, in un modo ostinato e riservato, un osservatore attento della diversità della Destra padovana e soprattutto di quel mondo fatto di parole rigide e rancorose, regno dei perdenti del Movimento Sociale, capaci di menare le mani contro i “rossi”, ma tenuti a freno da una borghesia cittadina che, pur profondamente nostalgica del vecchio regime, ora è diventata un importante serbatoio di voti della Democrazia Cristiana.
Dunque Marco Pozzan sbuca dalla sua “giovinezza” e deve fare, quasi di continuo, i conti con il mondo del lavoro. Ha una occupazione come impiegato a Limena, paesotto del Padovano, ma la residenza ce l’ha sempre a Padova, in Via Braille 2.
E’ la città infatti che lo fa vivere, a contatto, come affermerà poi nei suoi verbali davanti al giudice, con il leader “in pectore” Franco Freda, un neonazista che non si accontenta del minoritarismo missino e che dedica la sua vivace e rabbiosa intelligenza al razzismo e ad una ribellione esistenziale che promette poco di buono.
Quindi Marco frequenta assiduamente Freda, detto “Giorgio”, ne assorbe gli orizzonti classici e reazionari, e avverte, quasi animalescamente, che Freda non è uno qualunque, è un “capo”, a cui è necessario poter contare su discepoli, seguaci, camerati anche, ma soprattutto su obbedienti esecutori di un “io”, a cui Padova sta stretta.
“I nostri incontri erano più o meno frequenti e tali sono rimasti fino al 1965.66”. Così parla Marco Pozzan degli anni “verdi”. E, mentre lui deve badare al suo impiego, l’amico-padrone trova il tempo di laurearsi in legge e diventa il “maestro” che ha sempre voluto essere, un maestro disposto ad aprire a Pozzan lo scrigno del sapere.
“A quell’epoca ci trovavamo qualche volta di sera in un locale sito in Via Patriarcato. Qui c’erano al massimo 4 o 5 persone, in gran parte studenti di cui non ricordo il nome o il cui nome non mi è stato detto, alle quali il Freda leggeva e commentava testi di Evola, Jungher…”.
“In pratica il Freda aveva pochi accoliti che spesso variavano…”. Così racconta Pozzan che in quel momento ha nuovamente bisogno di un posto di lavoro. Nel 1967 Freda gli presenta un libraio di Treviso, tale Giovanni Ventura, che si impegna ad assumerlo, nei primi mesi del 1968, presso la sua libreria.
Pozzan, in Ventura, trova uno stretto amico di Freda, ha il modo di assorbire altri discorsi, però non si sente, come con Freda, in una situazione di inferiorità culturale. Ventura è un orso trevigiano ma con Marco ha modi gentili anche se non ha discorsi politici da fargli.
“La mia impressione è che, allora, non avesse alcun interesse politico. Era assorbito dall’impegno di voler strafare in campo editoriale. Ho lavorato per lui circa tre mesi o poco più…” (Stiz, verbale,18-6-71). C’è solo una cosa: il fisso mensile non basta, Ventura si rivela un po’ tirchio e un po’ distratto e per Pozzan che (ricordiamolo, nel ’68 ha 42 anni) non va bene.
Ma alla fine Marco riesce nel suo intento. Si profila un posto di lavoro serio, un lavoro da bidello presso un Istituto per ciechi, il “Configliachi”, a Padova città.
Intanto, sempre nel 1968, mentre Pozzan risolve i suoi problemi di lavoro, anche Franco Freda si dedica nei ritagli di tempo alla sua libreria a cui dà il nome di “Ezzelino”. Il negozio-deposito è situato sempre nei pressi di Piazza Capitaniato e diventerà un piccolo (quasi nascosto e in odore di eresia) centro di diffusione di libri esoterici, neopagani, nazisti, maoisti, ecc.
Ventura ovviamente, per espandersi, offre libri in deposito alla libreria “Ezzelino”, ma il Freda (lo rivela Pozzan) non vuole proprio che l’amico di Treviso tenti di prenderne la gestione.
Gli “amici” aumentano e la “politica” fa il resto…
Ma ritorniamo a Pozzan. Il nostro trascorre il periodo a cavallo del 1967-1968 accogliendo qualche volta alla sera, nella sua casa di Padova, un gruppetto di giovani “studenti”, tra cui anche il Freda, che funge da “lettore” o conferenziere. Si leggono e si commentano libri di Julius Evola, Jungher, Guénon, ecc.
A casa Pozzan ci si ritrova dunque tra “camerati”, ma per due sole volte è presente anche Ruggero Pan, uno studente fresco di studi liceali e ora universitario a Filosofia. E’ questi un testimone (suo malgrado) dei discorsi fatti dal Freda, e il caso vuole che sia anche (mesi di marzo-aprile 1969) un collega di Marco Pozzan, infatti anche il Pan ha trovato lavoro al Configliachi, lo stesso istituto per entrambi.
E per tutte queste ragioni succede che il Pan diventi rapidamente un testimone scomodo. Per spiegare il perché occorre tenere a mente la progressione delle sue conoscenze. Infatti Ruggero conosce il Pozzan nella sua abitazione , che silenzioso ascolta le lezioni di Freda. Pan è già assorbito dal Ventura che lo vorrà come assistente nel suo studio Bibliografico di Castelfranco Veneto. E c’è anche da aggiungere che il giovane studente, motivato dai suoi interessi culturali, ha acquistato parecchi libri (scontati da Ventura) sia a Castelfranco e sia a Treviso presso la “Galleria del Libraio”.
“Ho incontrato Freda in casa Pozzan due sole volte. La prima quando venne col Trinco e commentò il libro “Cavalcare la tigre”; la seconda quando vennero anche altre persone che io non conoscevo. Infatti non le avevo mai viste. C’era un uomo sui trent’anni con la barba, una persona di mezza età di corporatura robusta e altri che non so descrivere. C’era anche una signora, che stava appartata con la moglie del Pozzan”. (Stiz, verb.11/1/72)
Ma quello che colpisce di più è una precisazione di Pan (che poi verrà contestata più tardi dal Pozzan): “…in mia presenza si era parlato di attentati dinamitardi. Il discorso era serio e impegnato…”. (Stiz, verb.11/1/72)
Talmente impegnato che sulle “…confidenze fattemi dal Freda – riporta il Pan – circa gli attentati al Rettore ed alla Fiera di Milano, il Pozzan dimostrò di esserne a conoscenza tanto che mi disse di sapere che l’autore materiale sia dell’attentato alla Fiera sia dell’attentato all’Ufficio Cambi era il Freda. Aggiunse che era ritornato in treno e che aveva deposto un ordigno alla Stazione prima di ripartire; che tale ordigno aveva provocato anche la distruzione di denaro e che questo era un bene perché il denaro apparteneva a giudei…”
Pozzan registra tutto quello che succede, tiene sott’occhio il Pan Ruggero, venendo a conoscenza dei discorsi “pericolosi” che il Freda, nel suo studio, rivolge al giovane studente.
Lo specialista della chiacchiera
“Quando il Freda mi parlò del suo programma nel suo ufficio nel quale mi condusse dopo che lo ebbi incontrato occasionalmente davanti al bar di via S.Biagio, enunciò così la sua tesi: mi disse che già da alcuni anni eseguiva attentati e che aveva intenzione di potenziare tale programma terroristico approfittando della pressione sindacale che si delineava per l’autunno….Chiesi in particolare al Freda quale scopo si prefiggesse e egli mi rispose testualmente: “…quando il muro sta per cadere non bisogna puntellarlo ma aiutare gli altri a farlo cadere. Poi si vedrà e questo ancora non ti deve interessare!”. (Stiz, verb.11/1/72)
Pozzan, come abbiamo accennato, viene a sapere dei colloqui (traumatici) tra i due e, quando incontra il Pan, cerca di rincuorarlo così: “Non ti devi preoccupare dei modi bruschi di Freda..egli cerca di far venir fuori la parte migliore di te!”.
Sarà, ma il Pan (ai giudici più avanti) così puntualizza: “..il Pozzan ebbe un giorno a dirmi che la bomba esplosa nell’Ufficio del Rettore aveva provocato più danni di un’altra messa davanti la Questura nonostante che quest’ultima contenesse una quantità di esplosivo molto maggiore. Ricordo che parlò di mezzo etto di esplosivo nell’una e di due chili di esplosivo nell’altra. Il Pozzan mi fece tali discorsi verso la fine del mese di aprile 1969”.
Freda rincara la dose (di Pozzan) con il suo “tatto” indiscusso: “Quando il Freda mi spiegò il suo programma nel suo ufficio – spiega il Pan - mi impose anche di compiere degli attentati. Prima mi spiegò i suoi programmi, poi alle mie obiezioni si infuriò facendomi una filippica violenta e ricca di minacce, poi mi disse testualmente: tu devi fare degli attentati. A settembre ho bisogno di te e di altri. Tienti pronto e cerca anche altre persone”.
A Pan Ruggero, a questo punto, occorre una ciambella di salvataggio. Gliela lancia il Ventura che, con toni rassicuranti, se lo porta nel suo studio bibliografico o nella sua Galleria di Treviso.
Ma Pozzan può sentirsi tranquillo?
Tutte queste informazioni chiariscono il “nuovo” percorso di vita e politico di Marco Pozzan. Per prima cosa occorre notare che, se Freda ha già al suo attivo parecchi attentati è logico pensare che questa sua attività sia stata supportata integralmente da Pozzan. Pozzan peraltro controlla Ventura, e pure tutti i seguaci che bazzicano la libreria “Ezzelino”. Su tutta questa complicata gestione di un gruppo che sta diventando sempre più decisamente “terroristico” occorre fare attenzione alle smagliature.
Una prima smagliatura la si avverte quando dai rapporti interpersonali tra Pozzan, Freda e Ventura, si passa a riscuotere l’adesione e la presenza di tutti i personaggi gravitanti attorno al gruppo di Padova. Il 18 aprile 1969 la creatura di Freda esce allo scoperto. Alla stazione di Padova si schierano, assieme ai “capi” anche Biondo, Balzarini, Toniolo, la segretaria di Freda, Trinco (della Libreria “Ezzelino”) e naturalmente Pozzan. Tutti attendono un treno che dovrebbe arrivare da Venezia e che porta un personaggio importante. Pozzan si comprometterà con i giudici, alcuni mesi dopo, affermando che era atteso nientedimeno che Rauti, il capo di Ordine Nuovo.
Siamo ad una "svolta": ora si fa sul serio...
L’episodio, semplice nella sua dinamica, rivela invece la volontà di stendere un programma terroristico con l’apporto e il prezioso consiglio di un “capo” quale Rauti. Infatti la manovalanza si disperde quasi subito, dopo i saluti e i convenevoli, mentre Freda e Rauti (con il suo misterioso accompagnatore) si appartano per discutere di “cose serie”.
Pozzan da quel momento diventa il perno che assicura l’equilibrio del gruppo. Forse non si rende conto subito dell’importanza della riunione ma, in quella serata primaverile, qualcosa deve aver capito. Infatti qualche giorno dopo, come abbiamo ricordato per bocca del Pan, saranno le bombe alla Fiera e all’Ufficio Cambi di Milano a ricordargli la frenetica attività di un Freda troppo impegnato per passare inosservato.
Ventura invece ha dato forfait, aveva degli impegni, o ha odorato qualcosa. Comunque, il suo lavoro di “libraio-dinamitardo”, d’ora in poi lo farà correre in treno in lungo e in largo per la penisola.
Gli altri attori sono tutti in posizione: Pozzan d’ora in avanti è super impegnato con l’Istituto Configliachi e i rapporti con Freda ne escono un pochino diradati. Ventura vive tra Roma, Torino e Castelfranco-Treviso (i motivi sono nelle carte dei processi), a Castelfranco ogni tanto si attiva il fratello Angelo. Ruggero Pan, alla ricerca di un po’ di soldi, come accennato, da maggio 1969 accetta l’offerta di Ventura e per alcuni mesi lavora per lui.
Pozzan il "vecchio", Pozzan il certosino in quel di Paese...
In questa primavera-estate del 1969 Pozzan assume altri compiti, di ben altro livello. Sarà Carlo Digilio, un esperto di armi ed esplosivi molto vicino ad Ordine Nuovo di Mestre-Venezia, a fornirci notizie sui movimenti del “vecchio fascista”.
Infatti il bidello del Configliachi dove lo possiamo trovare nei ritagli di tempo della primavera-estate del 1969? Esattamente fuori provincia di Padova, a Paese, vicino a Treviso, in una casa colonica, abbastanza appartata. Cosa fa? Pozzan tira fuori la sua pazienza e si dedica, d’accordo con un gruppo di altri camerati mestrini, a costruire delle cassette di legno che dovranno contenere tutti gli elementi necessari per vari ordigni esplosivi.
Digilio lo vede, all’interno di una stanza, tutto intento alla sua opera certosina. Pozzan, a Paese, significa una “prova” che mancherà, clamorosamente, all’inchiesta del Giudice D’Ambrosio: il collegamento tra il gruppo di Padova, di Freda, e il gruppo operativo di Mestre-Venezia di Carlo Maria Maggi.
E così siamo riusciti a collocare l’operato di Pozzan nei mesi che trascorrono fino alla notte dell’8/9 agosto del 1969. La notte delle bombe sui treni. A cui Pozzan ha collaborato con il suo impegno silenzioso nella casa colonica di Paese.
D’ora in poi Pozzan non assiste più alle lezioni di Freda, anche perché il carismatico “leader” ha altro per la testa. Freda, infatti, deve tacitare Giovanni Ventura che gli rinfaccia il numero eccessivo di bombe depositate nelle carrozze dei treni in mezza Italia. Vero o no che sia le 10 bombe disturbano un po’ anche Pozzan che si trova, questa volta, allineato a Ventura.
Ma Pozzan non si fa illusioni. Sa che Freda sta tessendo rapporti importanti con Roma, con un estremista del calibro di Delle Chiaie e sa che il suo amico sta preparando una bella sorpresa per affrontare, da par suo, l’”autunno caldo” sindacale che si profila all’orizzonte italiano.
Da settembre Freda cerca i suoi temporizzatori...
Da settembre in poi Freda sarà impegnato assieme a Ventura (che non ci capisce niente) a scegliere tutti i pezzi del puzzle tecnologico per costruire una bomba seria (acquisto dei timer), non certo come quelle scoppiate sui treni che hanno lasciato i palati asciutti a “quelli di Roma”. E così Freda si schiera, “colpire in luoghi chiusi”, con cassette metalliche questa volta. E’ la direttiva dei “duri”. Pozzan scuote la testa, Ventura è un po’ stralunato, forse è diviso a metà, tra la “necessità” della destabilizzazione e la “giusta” sintesi terroristica.
Alla fine il legale ed il libraio, digiuni di nozioni tecniche sui fenomeni elettrici, sono costretti ad avvalersi di un elettricista-professionista, un certo Tullio Fabris, di Padova, che si dichiara disponibile a spiegare a Freda e Ventura le nozioni più importanti che dovranno servire a comporre gli ordigni programmati (con i relativi timer) per il dicembre 1969.
Detto e fatto. Il 15 settembre 1969 a Padova, dalla sua utenza telefonica, Freda incarica Tullio Fabris di ritirare presso la ditta Elettrocontrolli di Bologna 50 interruttori a deviazione (timer) in precedenza ordinati.
Pozzan non può aiutare i due complici, ma viene informato di tutto. La cellula padovana dovrà essere pronta, con i suoi alibi e gli uomini ai posti giusti anche se altre cellule ed altri uomini si preparano (questo sarà ignorato per troppi anni). Il tempo sembra non passare mai ma è solo un’illusione: il 12 dicembre diventa l’ora della verità, quel che è stato seminato produce un effetto devastante. Milano alle 16,35, in Piazza Fontana, alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, è colpita e l’Italia politica si ferma.
Chi, fra gli storici, si occupa da tempo di questo attentato e ha concentrato l’attenzione sulla cellula padovana sa anche che altri uomini di Ordine Nuovo hanno lasciato, nel frattempo, Mestre-Venezia e sono corsi a Milano, secondo gli ordini ricevuti. Si conoscono anche gli appoggi che possono aver ricevuto dagli estremisti neri milanesi.
Se Freda in cuor suo esulta, quando il giorno dopo legge i giornali, Ventura con i suoi viaggi in treno del 12 dicembre e anche Pozzan, dal suo osservatorio del Configliachi, tremano. La posta in gioco è enorme e ci potrebbero essere delle smagliature.
Se togliamo dalla scena milanese la figura ambigua di Pietro Valpreda, nel giro di pochi giorni si può contare su una smagliatura fino ad allora impensabile. Una mossa da manuale degli scacchi: effettuato l’attentato, innescata la “bomba rossa”, ecco che si materializza di colpo una pista alternativa. Espressione di come sono fatti gli esseri umani, non perfetti ma fragili, equivoci, con percorsi mentali contraddittori.
Di sicuro non ci sono solo il “caso” o le difficoltà dell’azione terroristica, infatti se ci concentriamo sugli aspetti “caratteriali”, e quindi “psicologici”, non c’è spazio per una spiegazione logica per la “perdita di informazioni”, regalata senza la necessaria riflessione, da parte di Franco Freda all’attenzione di un “estraneo”, qual’è Ruggero Pan.
Se poi ripensiamo a quanti episodi, ai particolari sugli attentati della primavera-estate, alle smargiassate con in mano un “timer”, esibiti loquacemente da Giovanni Ventura, il “rivoluzionario”, all’amico di una vita Guido Lorenzon, c’è da non crederci.
Quando l’avvocato Steccanella, pochi giorni dopo la strage di Milano, riceve la testimonianza, per l’appunto, di Guido Lorenzon, tutta la situazione del sodalizio Freda-Ventura-Pozzan, e compagnia, si complica terribilmente. Ventura, per primo, è ora allo scoperto. Una fessura, peggio, una porta si è aperta all’improvviso.
Oggi sappiamo il perché dell’odio di uno Stefano Delle Chiaie, capo di Avanguardia Nazionale e “padrone della guerra” nel Centro e nel profondo Sud d’Italia, contro Ventura (e di riflesso anche contro Freda) . L’operazione Milano aveva come “operativi” un gruppo di esperti fanatici di Mestre-Venezia e di alcune località del Nord. Uno, o più esperti di esplosivi (Digilio-Fachini?), garantivano il funzionamento dell’ordigno. Il trasporto era già stato affidato a mani sicure, e le basi logistiche erano attivate, a Milano e dintorni.
Terroristi seri e professionali? Ma hanno seminato decine di tracce!
Ma un duo di poveri imbecilli (di questo siamo contenti, attenzione!), tali Freda e Ventura, con l’appoggio di Guido Giannettini, un collaboratore del S.I.D., in buonissimi rapporti con la cellula padovana, riesce nel giro di poco tempo a far decollare la pista alternativa delle indagini sulla strage!
Chissà come si deve essere sentito Marco Pozzan, quando, smessa la lettura dei giornali, è stato informato del contenuto delle “rivelazioni” del Lorenzon! Una catastrofe, non c’è altra parola da usare, e le strategie per fermare l’emorragia di informazioni, adottate dal “duo”, confermeranno il basso livello di professionismo terroristico esistente tra Padova e Castelfranco.
Dunque, il 15 dicembre è il “giorno nero” (dopo la strage di Milano) quando Guido Lorenzon si presenta dall’avvocato Steccanella per riferire le confidenze ricevute da Giovanni Ventura.
Lorenzon è un fiume in piena, conosce molti episodi in cui Ventura si è impigliato con le sue bombe, anche quelle che (lo dice lui) non “scoppiavano”. Lorenzon (e gli conviene) prende appunti, riordina le idee, ha nella testa il ricordo di incredibili cadute verticali di Ventura, confidenze che hanno il sapore di una “coazione a ripetere”, di uno stato psicologico bisognoso di “svuotare il sacco”.
Come altro si può interpretare la tempesta di informazioni che il “rivoluzionario” Ventura Giovanni ha riversato addosso al democristiano Guido Lorenzon, professore di scuola media, amico da una vita ma anche legato agli ambienti parlamentari della regione?
Freda è basito, ma anche lui ha la sua dose di colpe, incapace di cucirsi la bocca ha parlato, da leguleio complessato, con Ruggero PAN, e si è messo sulla stessa linea suicida di VENTURA.
In ballo ci sono le bombe di aprile (Freda) a Milano, le bombe di agosto sui treni (Ventura), l’acquisto dei timer e delle borse (Freda), la strage di Milano (ok di Freda e Ventura, operatività di Mestre). E tanti altri particolari incriminanti. Lorenzon racconta a Steccanella il quadro complessivo.
L’unico che sapeva tutto, anche i programmi per il futuro, è proprio MARCO POZZAN, che stenta a rendersi conto di quel che hanno combinato gli “intellettuali” della sua cellula padovana. Ordine Nuovo tace, i responsabili della cellula di Mestre-Venezia e gli altri contatti a Trieste, Udine e Verona, man mano che vengono a sapere i particolari della “denuncia” di Guido Lorenzon si chiudono in un silenzio assoluto.
Dopo il 15 dicembre 1969 viene il 18. E Lorenzon consegna altri appunti all’avvocato Steccanella, ma viene colto da ripensamenti legati alla vecchia amicizia col Ventura e non vuole coinvolgere la Magistratura.
Ma il 26 dicembre 1969 ci pensa l’avvocato Steccanella a rompere gli indugi. Si presenta al Procuratore di Treviso e riferisce. E il 31 dicembre Lorenzon parla con il Procuratore di Treviso.
La svolta a U: Lorenzon sostiene che si è sbagliato...
Certo che Lorenzon si trova in una gran brutta situazione: accusare l'amico o rimangiarsi tutto? Il 4 gennaio si ritrova con Giovanni Ventura e confessa all’amico di aver fornito una mole di informazioni pericolosissime, sia all’avvocato Steccanella che al Magistrato. Ha detto tutto quello di cui si doveva tacere e ha fatto il nome di Freda.
E Freda, furibondo, non resta immobile, ma impone a Ventura di premere al massimo su Lorenzon per una smentita, tale da cancellare in un sol colpo la sua credibilità. Ventura prende l'amico con le "buone" e lo convince della sua "estraneità". L'azione riesce (col sostegno inquietante di Freda) ma nella realtà, nella testa di Lorenzon tutto resta in sospeso, lui ricorda bene il racconto del Ventura sulle sue azioni terroristiche.
Intanto Pozzan, Trinco, Romanin, Biondo, Toniolo, Casarini, Balzarini, e altri simpatizzanti della cellula di Padova, non sanno che fare, un errore ulteriore adesso, dopo i colloqui di Lorenzon con i magistrati ed è fatta. Si potrebbe aprire uno squarcio attraverso il quale la magistratura potrebbe formalizzare un’inchiesta. Serve solo tacere.
Al momento però la ritrattazione di Guido Lorenzon (che non impedisce una denuncia per calunnia da parte di Ventura) stagna la situazione. Ma tutto è in movimento: il 24 gennaio 1970 la Procura di Treviso trasmette gli atti alla Procura di Venezia. Nel frattempo Roma riceve gli atti per la strage di Milano – e riceve pure da Treviso la denuncia per calunnia. Lorenzon viene quindi interrogato. I giudici romani lo ascoltano e non gli credono su una sola parola. Da Roma perciò vengono rispediti i carteggi, tra cui la (ormai preziosa) denuncia per calunnia alla Procura di Treviso.
Alla fine l’anno 1970 diventa un anno di grande confusione e tensione giudiziaria, ma per il solo Lorenzon! Freda e Ventura invece non hanno fino a quel momento denunce da cui difendersi, a parte l’interrogatorio in Questura di Treviso del 23 dicembre 1969 e la perquisizione a casa del Ventura avvenuta il 20 dello stesso mese. L'unica nota positiva è la richiesta di archiviazione della denuncia di calunnia, il 14 gennaio 1971 per disposizione del Giudice Stiz. Rimane la sofferenza per una serie di articoli di giornale che sposano la "pista Valpreda" e che metteranno in cattiva luce il professore di Maserada.
E’ opportuno precisare che l’anno 1970 ha una concentrazione di avvenimenti in cui Pozzan rimane ai margini. Lui e alcuni altri seguaci di Freda. Mentre Ventura mantiene rapporti con il conte Loredan di Venegazzù del Montello, un ordinovista tutto “particolare”, e si appoggia talvolta all’ex partigiano Alberto Sartori, che fa parte dell’operazione “Litopress”.
Nel 1971 l’interessamento del Giudice Stiz e del sostituto Pietro Calogero si concentra sempre più sull’operato di Freda e Ventura, ma non trascura altri personaggi della cellula veneta di Padova, tra i quali ovviamente si distingue anche Marco Pozzan.
Il primo di aprile 1971 il Giudice Istruttore di Treviso dispone l'archiviazione della denuncia per calunnia per Guido Lorenzon ma nel contempo dispone l'apertura di istruzione formale nei confronti di Franco Freda e Giovanni Ventura per vari reati, compreso quello di associazione sovversiva.
Ed il 9 aprile scatta il mandato di cattura sempre nei confronti di Ventura, Freda e Aldo Trinco (della Libreria Ezzelino) proprio per il reato più importante: associazione sovversiva.
HA INIZIO LA "PISTA NERA"
L'INDAGINE SU POZZAN HA INIZIO...
Anche Pozzan, pertanto, viene interrogato in qualità di testimone il giorno 18 del mese di giugno del 1971.
Questo il testo integrale verbalizzato alla presenza del Giudice dr. Giancarlo STIZ presso il Tribunale di Treviso.
POZZAN MARCO nato a Santorso il 23.4.1926 e residente a Padova in via 7 martiri n.33.
D.R. – Sono dipendente del “Configliachi” Istituto regionale per ciechi.
D.R. – Ho conosciuto il dr. Freda circa 10 anni fa quando ancora era iscritto alla Università di Padova. A quell’epoca io lavoravo a Limena ma abitavo a Padova. La nostra amicizia è divenuta abbastanza stretta perché la sua personalità esercitava un certo fascino su di me.
I nostri incontri erano più o meno frequenti e tali sono rimasti fino al 1965-66. A quell’epoca ci trovavamo qualche volta di sera in un locale sito in via Patriarcato. Qui c’erano al massimo 4 o 5 persone, in gran parte studenti di cui non ricordo il nome o il cui nome non mi era stato detto, alle quali il Freda leggeva e commentava testi di Evola e Jungher.
Sono stato anche in via Dondi dell’Orologio dove il Freda aveva in affitto una stanza poi disdettata dopo pochi mesi. In pratica il Freda aveva pochi accoliti che spesso variavano. I nostri rapporti si sono poi diradati sia perché il Freda ha iniziato l’attività professionale sia perché io, assunto al Configliachi non ho più avuto tempo disponibile. Qualche volta mi sono recato al suo studio in via San Biagio dove ho conosciuto il Roveroni con il quale, su raccomandazione di Freda, ho stipulato una assicurazione. Con il Roveroni ho avuto rapporti conseguenti a tale stipulazione.
D.R. – Pure il Ventura mi è stato presentato dal Freda, ritengo nel 1967. Ai primi del 1968, essendo io disoccupato, sono stato assunto dal Ventura presso la Galleria del Libraio di Treviso da lui rilevata in quel tempo. Ritengo che sia stato il Freda a curare la parte legale di tale affare. In quel tempo i due si frequentavano spesso. La libreria “Ezzelino” di Padova è sempre stata del Freda; costui non ha neppure voluto che il Ventura si interessasse della gestione. So che il Ventura ha fornito libri in deposito alla libreria Ezzelino.
D.R. – Non so esprimere un giudizio sulle idee politiche del Ventura. La mia impressione è che, allora, non avesse alcun interesse politico. Era assorbito dall’impegno di voler strafare in campo editoriale. Ho lavorato per lui circa tre mesi o poco più e poi sono stato assunto al Configliachi. Con Ventura non ho mai parlato di politica. Con il Freda abbiamo parlato del “libretto rosso”. Non mi ha mai ammesso la paternità dello stesso ma solo di condividerne la seconda parte. Nel 1969 non ho usufruito di ferie e non mi sono mai allontanato da Padova. Nel 1970 ho usufruito di un mese di ferie e mi sono recato a San Remo presso mia madre.
D.R. – Il Freda non mi ha mai confidato programmi eversivi che volesse attuare. Commentava gli attentati, di cui si leggeva la notizia sui giornali di tanto in tanto, ridicolizzandoli o comunque ritenendoli inutili e controproducenti.
L.C.S. Marco Pozzan
POZZAN OVVIAMENTE SI PREOCCUPA
La posizione di Pozzan rimane ancora marginale, il suo interrogatorio è un atto dovuto e la difesa ha, per il momento, gioco facile nel tenere distante Marco Pozzan dal reato di associazione sovversiva. Il "vecchio" fascista sa, malgrado tutto, che i tempi si stanno stringendo e che occorre stare all'erta.
Il 12 luglio 1971 il Giudice Istruttore di Treviso accoglie l'istanza di libertà provvisoria di Freda e Ventura (Trinco aveva già ottenuto la libertà provvisoria). E' una boccata d'ossigeno ma non c'è da illudersi. La strada dell'istruttoria è già segnata. E' solo questione di alcuni mesi e poi accadrà un fatto di enorme importanza che scardinerà tutte le difese erette a protezione della cellula padovana.
Il 27 agosto 1971 il Giudice STIZ emette una sentenza di incompetenza della sede di Treviso a favore della sede giudiziaria di Padova, dove si era consumato il reato di ricostituzione del partito fascista. Ma il Giudice di Padova, pure lui, si dichiara incompetente (il 4 dicembre), poichè nel frattempo, il 5 novembre a Castelfranco Veneto si era scoperto un deposito di armi. Obbligatorio il mandato di cattura per Freda e Ventura, nonchè per altri personaggi minori.
Ma vediamo nel dettaglio cos'era successo il 5 novembre a Castelfranco Veneto. Durante un lavoro di restauro di una soffitta in centro al paese, in Piazza Giorgione 48, i muratori scoprono un voluminoso pacco contenente armi e munizioni. Ci vuole poco tempo agli investigatori per scoprire che le armi possono essere fatte risalire alla proprietà dei fratelli VENTURA. E' una svolta eccezionale! Una prova concreta che il gruppo che si muove attorno ai Ventura, e naturalmente a Freda, ha veri e propri depositi di armi, non solo di libri o di idee.
Abbiamo collegato una serie di documenti sulla fatidica giornata che chiariscono la vicenda. E' opportuno cliccare sulla voce di menù CAMERATI E SPROVVEDUTI, poi cliccare ancora sull'articolo: La cellula di Freda e Ventura incastrata nell'indagine dalla scoperta del deposito di armi di Castelfranco Veneto.
Per quanto riguarda la storia di Marco Pozzan dobbiamo affermare che il braccio destro di Freda viene arrestato, in conseguenza della scoperta del deposito di armi di Castelfranco, il 15 febbraio 1972. E rimesso in libertà provvisoria il 17 marzo 1972. E su Pozzan la documentazione segue l'ordine cronologico dei verbali di interrogatorio. Preferiamo pubblicare tutti i verbali piuttosto che farne un riassunto. Il lettore troverà la serie di verbali di POZZAN nella voce di Menù, per l'appunto, POZZAN.
Pozzan viene poi colpito da ordine di cattura emesso in data 20 giugno 1972 per "associazione sovversiva" dal Giudice Istruttore di Milano Dott. Gerardo D'AMBROSIO. Pozzan si rende immediatamente irreperibile.
