VERBALE DI INTERROGATORIO DELL’IMPUTATO PAN RUGGERO
(Art. 365, 366 e 367 Cod. proc. pen.)
L’anno 1971 addì 15 del mese di novembre
In Padova-Ufficio Istruzione
Avanti al G.I. di Padova dr. E. CERA
E’ comparso l’imputato sotto indicato il quale viene invitato a dichiarare le proprie generalità, ammonendolo – a norma dell’art. 366 p.p. C.P.P. – delle conseguenze cui si espone chi si rifiuta di darle o le dà false.
L’imputato risponde: Sono e mi chiamo PAN RUGGERO, nato a Rossano Veneto (VI) il 19/1/1948, ivi residente, viale Monte Grappa n.1, attualmente in servizio militare presso la Scuola A.U.C. di Fanteria di Ascoli Piceno, celibe, studente universitario, incensurato, nullatenente.
E’ mio difensore di fiducia l’Avv.to Sandro BALDUZZI di Treviso – con studio in via Barberia, 6 – Treviso – che assiste all’interrogatorio. E’ pure presente il P.M. in persona nel Sost. Dr. NUNZIANTE.
Quindi l’imputato opportunamente interrogato, risponde: intendo deporre.
Nel 1968 io frequentavo la III^ liceo a Castelfranco Veneto ed ho avuto occasione di andare tre o quattro volte presso un deposito di libri gestito da certo VENTURA Giovanni che io in quella occasione conobbi: Poiché i miei interessi andavano oltre i libri scolastici, ho acquistato diversi volumi che il VENTURA mi faceva avere anche con degli sconti: so che alcuni libri quando questi non c’erano nel deposito me li procurava presso una libreria che egli aveva a Treviso, denominata la “Galleria del Libraio”.
Nel 1969 mi iscrissi alla Università di Padova – facoltà di filosofia – e anche in tale periodo quando avevo bisogno di comperare dei libri che mi interessavano mi rivolgevo al Ventura in Castelfranco che nel frattempo aveva aggiunto al deposito libraio uno studio bibliografico, entrambi realizzati nell’edificio in cui egli abitava.
Nell’estate di quell’anno, 1969, in occasione di una mia visita al suddetto studio bibliografico ebbi occasione di incontrare il Ventura Giovanni il quale mi chiese se potevo prestare la mia collaborazione nel suddetto studio, collaborazione qualificata avendo io vasti interessi culturali e conoscendo varie lingue straniere; aggiunse che, essendo l’impiegata andata via, avrei dovuto svolgere anche funzioni di corrispondenza e di spedizione di libri.
Prestai tale collaborazione fino all’inverno successivo cioè dicembre 1969 o gennaio 1970: inizialmente andavo tutti i pomeriggi, due o tre ore, poi con il sopraggiungere della stagione fredda, andavo a giorni alterni fermandomi però tutta la giornata.
In tutto questo periodo avrò visto il Ventura sette od otto volte soltanto, perché era quasi sempre assente. Alla fine, in coincidenza del periodo suindicato, dissi al Ventura che non intendevo continuare più con la mia collaborazione per i seguenti motivi: il tempo che tale attività mi aveva assorbito aveva pregiudicato il rendimento dei miei esami universitari: in secondo luogo lamentavo la difficoltà nel ricevere il compenso che era stato convenuto (lire 40.000 mensili); ed infine lamentavo la notevole disorganizzazione nell’attività del suddetto studio bibliografico: a quest’ultimo riguardo faccio presente che diverse persone cui era stato inviato il catalogo, avevano ordinato dei libri che però non si trovavano nello studio bibliografico e che il Ventura avrebbe dovuto far venire dalla libreria di Treviso; ma nonostante solleciti questo non si era verificato e i richiedenti reclamavano le spedizioni che avevano richieste.
A tale proposito produco la minuta di una lettera che in data 5/12/1969 ho lasciato nello studio bibliografico di Castelfranco.
Si dà atto che la velina suddetta viene allegata al presente verbale.
A.D.R.: Ammetto in linea di principio che con il Ventura Giovanni non ho mai parlato di problemi politici o di altre questioni inerenti alla vita pubblica: io sono cattolico, strettamente osservante, sono iscritto al III° anno di teologia al seminario di Padova ed insegnavo catechismo fino a qualche tempo fa; per le mie convinzioni religiose non mi interesso di politica tant’è vero che ho rifiutato ad iscrivermi alla D.C. pur avendo avuto la proposta di trovare una sistemazione come assistente.
Pertanto il Ventura non mi ha mai fatto alcuna confidenza sulle sue convinzioni politiche ed è stato solo per una mia deduzione, basata sulla constatazione che allo studio bibliografico pervenivano pubblicazioni di estrema sinistra, che io ho ritenuto che il Ventura Giovanni condividesse tale posizione politica.
Prendo atto di quanto riferito dalle due persone che sono venute a prelevare la cassetta, che mi era stata affidata in custodia dal Ventura, e cioè che io avrei salutato il Ventura Angelo con il braccio proteso in alto e con il pugno chiuso: questo non corrisponde a verità perché io non ho salutato con il braccio proteso né con il palmo aperto né con il pugno chiuso: ho fatto soltanto un gesto di saluto con la mano leggermente alzata e messa leggermente avanti e indietro.
Tornando alla prosecuzione del mio racconto preciso che in epoca prossima al termine della mia collaborazione, quindi nel dicembre 1969 o qualche giorno prima, il Ventura Giovanni mi confidò che una persona lo aveva accusato, sottolineando “assurdamente”, di attività terroristica precisando in particolare che egli (Ventura) avrebbe tentato di compiere un attentato a Nixon durante la visita a Roma mediante un piccolo aeroplano radiocomandato che doveva essere lanciato contro l’elicottero del Presidente: non so se il Ventura mi specificò anche altre accuse che questo individuo, di cui non mi fece il nome, gli aveva addebitato.
Fatto stà che egli mi manifestò la sua preoccupazione per le conseguenze che da tale fatto avrebbero potuto derivare e mi chiese il piacere di custodirgli in casa mia, in luogo sicuro, alcune pistole, ricordo di suo padre.
Io rimasi un po’ perplesso, preoccupato di come giustificare tale presenza ai miei familiari, ed egli mi suggerì di dire che si trattava di libri che mi aveva dato in temporaneo affidamento: mi decisi perciò ad accontentarlo non pensando di commettere qualche cosa di illegale e gli dissi che tali oggetti potevo custodirli in una stanza di una vecchia casa occupata da mia nonna.
In seguito a tale mio benestare, una sera, pochi giorni dopo il colloquio, il Ventura Giovanni accompagnato dal fratello Angelo giunsero davanti alla abitazione suddetta e quindi scaricarono una cassetta di legno che ricordo aveva due cerniere metalliche: tale cassetta venne situata in una stanza non usata, posta al primo piano, e addossata al muro dalla parte delle cerniere; sopra ad essa il Ventura mise dei libri.
Quando qualche tempo dopo appresi sul giornale il can can suscitato attorno alla persona di Ventura Giovanni, io mi preoccupai immediatamente della questione delle pistole e, onde evitare di poter essere coinvolto nella vicenda andai subito a Castelfranco (a quel tempo il mio rapporto di lavoro era già cessato) per parlare con il Ventura: trovai il fratello Angelo al quale dissi che desideravo che si venissero a riprendere subito la cassetta che mi avevano portato, dicendogli che se no la gettavo nel Brenta.
L’Angelo tentò di tranquillizzarmi ma alla fine mi promise che sarebbero venuti a ritirarla; infatti verso l’estate, dopo circa un mese, una sera l’Angelo venne a casa mia, anzi previ accordi ci trovammo presso la casa di mia nonna dove gli consegnai la cassetta che lui e suo fratello mi avevano consegnato e che io non avevo mai aperto; l’Angelo venne con una macchina guidata da un altro giovanotto e sulloa quale c’era anche la fidanzata di questi.
L’Angelo volle trasferire il contenuto della cassetta in una borsa da tennis che aveva portato con sé; ma poiché tutto lì non ci stava chiese se avevo qualche cosa da dargli alla bisogna; lì c’era una valigia di mia nonna ma questa risultò essere troppo leggera e quindi inutilizzabile, ed allora tutto quel materiale che doveva essere messo nella valigia e che era stato deposto sul letto, venne riversato alla rinfusa nella cassetta di legno da cui era stato prima tolto.
Ritengo che in tale manovra sia rimasta fuori quella pistola che poi è stata rinvenuta nel corso della perquisizione domiciliare, pistola della quale io ignoravo del tutto la presenza in casa e del cui rinvenimento venni informato da mio padre quando questi, dopo la perquisizione, venne a trovarmi ad Ascoli Piceno per riferirmi quanto era successo.
Quando la cassetta fu aperta non mi resi conto nemmeno di quello che in essa era contenuto perché gli oggetti erano avvolti in stracci e altri indumenti di tela. Penso che se la pistola rinvenuta in casa di mia nonna fu trovata nel cassetto dell’armadio, sia stata ivi deposta dalla stessa mia nonna che l’avrà vista o per terra o sul letto e l’avrà messa nel cassetto forse senza nemmeno rendersi conto che fosse un’arma (Al riguardo faccio presente che ha ora 80 anni e soffre dei disturbi dell’età).
Accompagnai poi l’Angelo alla macchina e precisamente sul sedile posteriore venne posta la cassetta. Al momento della partenza salutai il Ventura con il saluto di cui sopra ho dato spiegazioni e non con il braccio teso.
A.D.R.: Sapevo che nella cassetta, a detta del Ventura Giovanni, dovevano esserci delle pistole appartenenti a suo padre; quando venne portata in casa la cassetta io notai che era piuttosto voluminosa ma non ritenni opportuno chiedere delle spiegazioni ai fratelli Ventura.
Quando poi l’Angelo venne a riprenderla io gli chiesi che cosa realmente vi era contenuto e quello mi rispose “roba pericolosa”. Pertanto dopo aver caricato la cassetta in macchina dissi al conducente di stare attento perché in quella cassetta c’era della “roba pericolosa”. L’Angelo mi aveva detto che il conducente della macchina era un dipendente della libreria di Treviso.
Da allora non ho più visto il Ventura Angelo, mentre l’ultimo incontro con il Ventura Giovanni avvenne verso la fine del mio rapporto di collaborazione con lui.
Domenica scorsa 7 novembre tornai ad Ascoli Piceno dopo una breve licenza e alle ore 2,30, quando entrai in caserma seppi che mio padre mi aveva telefonato e che aveva lasciato detto che io richiamassi il mattino successivo. Il mattino di lunedì 8 venni convocato in portineria dove mi si disse ero cercato da un colonnello. Mi recai sul posto e lì vidi che assieme ad un signore anziano con i capelli bianchi pettinati all’indietro, di statura media, c’erano i fratelli Angelo e Giovanni Ventura.
Il signore sconosciuto disse di essere un avvocato e di essersi qualificato come colonnello perché tale era stato come ufficiale di complemento. Indi i fratelli Ventura mi dissero che a Castelfranco erano state trovate in una soffitta delle armi e che una persona, interrogata dai carabinieri aveva detto che quelle armi erano state ritirate presso di me.
Io commentai subito: “in che bel pasticcio mi avete messo” perché ho capito immediatamente, o forse me l’hanno anche detto, che quelle armi erano proprio quelle che erano state affidate a me in custodia, come dianzi ho precisato.
Di fronte alla mia preoccupazione i fratelli Ventura ed il signore che era con loro mi dissero che qualora fossi stato interrogato avrei dovuto dire che nella cassetta consegnatami dai Ventura, e che io avrei dovuto qualificare di “imprecisata grandezza, forma e sostanza”, erano contenuti dei libri che io avevo ricevuto da essi Ventura per poter vendere per conto mio, precisando trattarsi di libri di De Pisis, di xilografie.
Io risposi che, qualora chiamato, avrei detto la verità, ma i Ventura mi dissero che in questo modo sarei andato in galera perché avrei ammesso la mia responsabilità quale detentore di armi. Dopo il colloquio che così ebbe fine, dicendo io che ci avrei pensato e che avrei chiesto consiglio a qualcuno, mi rivolsi al cappellano della caserma, con il quale sono in rapporti di amicizia, raccontando l’accaduto.
Egli mi condusse da un avvocato di Ascoli Piceno, di cui per comprensibili motivi preferisco tacere il nome, il quale, appreso l’accaduto, mi consigliò di seguire il consiglio datomi dai fratelli Ventura. Poi telefonai a mio padre il quale mi informò che i carabinieri erano stati la sera di domenica a casa mia e che un individuo che era con loro aveva riconosciuto nella mia fotografia la persona che gli aveva consegnato una cassetta assieme ad Angelo Ventura.
Il giorno dopo mio padre giunse ad Ascoli di persona e mi informò della perquisizione e del rinvenimento della pistola in casa di mia nonna. Insieme tornammo dal suddetto avvocato il quale nuovamente mi consigliò di astenermi dal dire la verità e di sostenere la tesi del ricevimento di libri dichiarando di essere del tutto estraneo alla faccenda della pistola e di averne ignorato l’esistenza in casa della nonna.
Contrariamente a tali suggerimenti ho ritenuto, per un principio di sincerità e di lealtà verso me stesso, esporre in tutta la verità i fatti secondo la versione che ho testè riferito.
A.D.R.: Durante il periodo della mia collaborazione con il Ventura ho avuto occasione di conoscere il Freda. Ciò avvenne con queste modalità: poiché dal riscontro tra il catalogo dello studio bibliografico ed i libri esistenti era risultata la mancanza di diversi volumi, secondo quelloo che già il Ventura mi aveva detto, questi mi indicò che parte di essi libri si trovavano presso la libreria “Ezzelino” di Padova, presso la quale così ebbi occasione più di qualche volta di recarmi.
Preciso che ci andai un paio di volte finchè ero a lavorare dal Ventura, e qualche altra volta successivamente a tale periodo. Ebbi in tal modo occasione di conoscere il Freda che mi parve essere il titolare della libreria; con lui scambiai opinioni su argomenti culturali ed in particolare sulla diatriba pagano-cristiana. Ebbi l’impressione che si trattasse intelligente e preparata ma su posizioni materialiste e pagane tanto da irridere senza alcun riguardo la concezione religiosa e la chiesa, ed anche me, data la mia posizione osservante in seno alla religione cattolica.
Anche con il Freda non ho mai parlato di politica né di altri argomenti al di fuori di quello di cui sopra è fatto cenno. Il Freda l’ho rivisto venerdì scorso 12 novembre mentre uscivo dalla caserma di Ascoli Piceno per prendere il treno e ritornare a casa. Egli si presentò alla portineria della caserma qualificandosi al personale come un mio collega. Quando io giunsi in portineria vidi che assieme al Freda c’era un altro individuo con la barba che mi venne presentato come Fachini Massimo, mi sembra, di nome.
I due ritornarono con me all’argomento della cassa che mi era stata data dai fratelli Ventura e mi tennero un discorso analogo a quello che quattro giorni prima mi avevano fatto gli stessi Ventura.
Preciso che in caserma il discorso venne semplicemente accennato ed io lasciai i due dando loro appuntamento alla stazione ferroviaria. Qui ci rincontrammo ed essi mi convinsero ad accettare un passaggio in macchina fino a casa. Durante il viaggio essi ribadirono il discorso circa la versione che io avrei dovuto sostenere quando fossi stato interrogato in merito ai fatti del rinvenimento delle armi, insistendo anch’essi sull’indicazione dei libri che io avrei dovuto indicare per dare maggior parvenza di verosimiglianza alla mia versione.
Anch’essi insistettero affinchè indicassi che si trattava di libri d’arte di De Pisis, e xilografie e litografie.
A.D.R.: Conosco il Trinco di vista perché stava al banco della libreria Ezzelino di Padova in quelle occasioni in cui io mi sono recato, ma con lui non ho mai parlato.
A.D.R.: Nessuna persona mi ha mai fatto confidenze circa attentati terroristici, esplosione di bombe sui treni, attività rivoluzionaria, pubblicazioni rivoluzionarie. Non ho mai conosciuto il Lorenzon. Ho appreso il nome di costui dai fatti costituenti l’oggetto della denuncia contro Ventura e Freda leggendo i giornali. Null’altro sono in grado di riferire che possa essere utile e rilevante ai fini del procedimento in corso.
Mi tengo comunque a disposizione dell’A.G. per eventuali ulteriori chiarimenti.
L.C.S. RUGGERO PAN