VERBALE DI INTERROGATORIO DELL’IMPUTATO PAN RUGGERO

(Art. 365, 366 e 367 Cod. proc. pen.)

 

 

L’anno 1972 addì 5 del mese di dicembre

In Milano Tribunale Ufficio Istruzione 

Avanti al G.I. dr. Gerardo D'Ambrosio con la presenza del P.M. dr. E. Alessandrini

 

 

E’ comparso PAN Ruggero il quale, ammonito sulle conseguenze cui si espone l'imputato che rifiuta di dare o dà false indicazioni sulla propria identità personale (art.651, 495 C.P.) ed avvertito che ai sensi dell'art. 78 C.P.P. ha la facoltà di non rispondere alle domande che saranno rivolte sui fatti per cui è processo, ma che in ogni caso l'istruttoria proseguirà, risponde:

 

Sono e mi chiamo PAN RUGGERO, nato a Rossano Veneto (VI) il 18.1.1948 residente in Rossano Veneto in Via Monte Grappa, 1

Invitato quindi a nominare un difensore di fiducia e ad eleggere domicilio per le notificazioni risponde: Confermo la nomina dell'avv. Sandro Balduzzi, via Barberia 6 del Foro di Treviso - L'avv. Sandro Balduzzi elegge domicilio in Milano presso l'avv. Lucio Rubini, Via Podgora, 12/A. 

 Interrogato sui fatti di cui al mandato di accompagnamento del 17 ottobre 1972

Si dà atto che si procede all'interrogatorio dell'imputato con l'uso del magnetofono. 

 

 

Il Giudice Istruttore invita l'imputato a riferire questa volta tutta la verità, in quanto nel corso dei precedenti interrogatori e confronti ha avuto la netta sensazione che egli tenesse nascosta qualche cosa, e che per tale ragione fosse agitato. Fa anche presente all'imputato che dalla prima dichiarazione resa dal Marchesin si ricava che il Ventura cercasse un luogo ove occultare le armi ancora dopo il 12 dicembre 69. E che ciò si ricava pure indirettamente da quanto ebbe a dichiarare il Lorenzon.

 

G.I. - PAN, c'è un particolare che mi è rimasto impresso e che mi ha imposto a richiamarla. Nella prima dichiarazione che ha reso Marchesini Giancarlo, ed io sono dell'opinione che le prime dichiarazioni sono le più spontanee perchè sono fatte un po' alla sprovvista. Uno preso alla sprovvista è portato a dire la verità, perchè non ha ancora modo di considerare gli effetti negativi o positivi che possa avere questa verità nei suoi confronti.

Nella prima dichiarazione Marchesin Giancarlo ha detto di essere stato avvicinato da Comacchio nei giorni immediatamente successivi alla strage del 12 dicembre '69, e Comacchio in questa occasione gli avrebbe chiesto consiglio su come comportarsi di fronte ad una proposta che aveva ricevuto da Giovanni Ventura.

Proposta consistente nell'aiuto ad occultare determinate armi. Ora è chiaro che, se Comacchio è andato a chiedere consiglio a Marchesini dopo il 12 dicembre '69 su queste armi; e se Ventura aveva bisogno di occultare queste armi e si è rivolto a lui in quel momento, è in quel momento che c'è stata la necessità da parte di Ventura di occultare qualcosa.

Necessità dovuta anche al fatto che era intervenuta quella denuncia di Lorenzon, e che c'era stata anche quella perquisizione fatta dalla Questura di Treviso, su segnalazione appunto di questa denuncia fatta da Lorenzon.

E’ chiaro che in questo momento, Ventura che si sentiva al di sopra di ogni sospetto perché in effetti non aveva, per lo meno negli ultimi tempi, partecipato attivamente ad attività politiche estremistiche, quindi non era uno dei sospettabili, in quel momento là si rende conto che deve prendere delle precauzioni. 

Tanto ciò è vero, che nei successivi colloqui con Lorenzon, lui si raccomanda a Lorenzon. Questo lo dice Lorenzon. Ed io a questo punto qua, non ho motivo di dubitare molto delle dichiarazioni di Lorenzon. Perché è evidente che, se potevano sembrare molto fantasiose all’inizio, perché non c’era nessun riscontro obiettivo, adesso che i riscontri obiettivi cominciano a venire fuori man mano, qualcosa di vero ci dovrà essere.

Allora, la domanda che le pongo è questa: lei in tutta coscienza quando ha ricevuto queste armi dal Ventura?

 

Pan Ruggero – Dunque, allora non so, se lei sa il discorso intercorso l’altro giorno tra…Devo dirle questo…Io ricevetti dal Ventura le armi in due tempi successivi, e devo chiarire questo particolare: non si tratta di una cassa di armi, ma di una cassa e due borse di armi.  Ora, ricevetti la cassa nel dicembre circa, ’68. Come è dichiarato; ricevetti invece le due borse di armi, almeno a questo titolo perché non mi parlarono di esplosivo, queste due borse che ho descritto durante il precedente confronto….

 

G.I. – Cioè le due borse a sacco?

 

Pan – Una borsa a sacco e una borsa da tennis. E le ricevetti queste due borse in data che ritengo successiva, o da collocarsi circa il 10 gennaio, più o meno del ’70.

 

G.I. – Lei il contenuto di queste borse non lo ha verificato?

 

Pan – Non l’ho verificato.

 

G.I. – E allora lei, nel momento in cui poi è venuto, credo nell’aprile ’71, mi pare…..

 

Pan – Sì, anche il….

 

G.I. – Il Comacchio.

 

Pan – Nell’aprile ’70.

 

G.I. – Poi sono venuti Comacchio e Angelo Ventura a ritirare queste armi. E allora, vediamo un po’ di ricostruire come si svolse il ritiro di queste armi…Lei, cioè fu preavvertito da qualcuno?

 

Pan – Fui preavvertito…cioè io avevo insistito in diversissime occasioni. Lei sa, come ho già dichiarato, che addirittura era venuto Freda una sera insieme ad Angelo Ventura per tenermi calmo, per tenermi buono. Perché ero nella decisione di sbarazzarmene comunque, malgrado il timore che avevo di loro. E finalmente venne Angelo Ventura…cioè: “Vi decidete…Non vi decidete…”.

 

G.I. – Pan, facciamo un momentino un passo indietro: lei dice di avere ricevuto queste armi in due riprese, cioè una prima volta, nel dicembre ’68.

 

Pan – Sì.

 

G.I. – C’erano però questi due ganci che erano abbassati…Questa cassa da chi fu portata?

 

Pan – Da Giovanni ed Angelo Ventura…..

 

G.I. - ….sulla loro BMW. Sono venuti di notte?

 

Pan – Di sera.

 

G.I. – Hanno portato questa cassa…E l’hanno collocata loro stessi dove lei ha indicato?

 

Pan – Sì, in una camera della casa di mia nonna. In questo modo qua: l’apertura dalla parte del muro; è stato messo un tavolino sopra con le gambe che passano due di qua e due di là. Ed è rimasta là.

 

G.I. – In relazione al contenuto di questa prima cassa, cosa le disse Ventura?

 

Pan – Cioè….io dichiarai che appunto si trattava….

 

G.I. – In quel momento là, in che rapporti stava con ….nel dicembre ’68.

 

Pan – Dunque, io ho cercato di chiarire i miei rapporti con il Ventura dall’inizio. Da quando l’ho conosciuto fino….Cioè i miei rapporti con il Ventura non erano sul piano di parità. Ci sono delle vicende personali in mezzo piuttosto singolari…Quando io conobbi il Ventura, uscivo….Non so, se interessano queste cose qua?

 

G.I. – Sentiamo.

 

Pan – Allora ero al Liceo di Bassano del Grappa e facevo la 5^ Ginnasio. Avevo 16, 17 anni. Ebbi una crisi religiosa, che mi portò al punto di andare in seminario. Però non ci andai, dopo moltissimi ripensamenti, anche perché ebbi paura, magari di andare dentro e di non ritrovarmi la vocazione, e di dovere uscire. In seguito a questo scombussolamento che mi fu portato, l’anno successivo fui bocciato contrariamente al generale andamento a scuola. Passai a Castelfranco Veneto, mio Liceo. Fu allora che trovai Giovanni Ventura e lo conobbi: fu lui ad avvicinarmi.

 

P.M. – Come?

 

Pan – Credo che Ventura conosceva dei ragazzi che frequentavano questo Liceo.

 

P.M. – Sempre Ventura Giovanni?

 

Pan – Sì. Io dissi al giudice Stiz che a quel tempo, per quanto moderatamente, avevo una prospettiva piuttosto volta verso un vago nazionalismo, legata più che altro ad una visione cattolica. Là trovai il Ventura, e mi avvicinò. Il Ventura mi diede da leggere…

 

P.M. – Lo avvicinò, tramite quali compagni di scuola?

 

Pan – Il compagno di scuola era un certo Caggio. Questo non conta niente. Era un compagno qualunque. Mi disse: “C’è un certo Giovanni Ventura… - Perché? – ne ho parlato io, così”. Poi un giorno l’ho incontrato e abbiamo parlato di argomenti vari. Mi ricordo, tra l’altro, che quel giornale “Reazione”, io lo vidi e ne lessi anche un numero, cioè Ventura me ne diede da leggere un numero. Mi colpì proprio questo particolare…c’erano delle frasi, delle specie di aforismi, di cui mi disse: “Tu non puoi capire tutte queste cose qua…”.

Però in seguito ebbi modo di avvicinare degli autori veramente interessanti, che ebbero, devo dire, una certa influenza dal punto di vista delle scelte successive, nel senso della storia delle religioni. Tuttavia in Ventura c’era una chiara apparenza politica: mi ricordo questa frase, una domanda a proposito del buddismo, su un particolare argomento, e lui disse “Ma sai che queste cose a me non interessano! Interessa piuttosto distruggere i nostri nemici”.

Io non ebbi neppure la prontezza di chiedere, chi sono questi nemici, perché in definitiva, alla fine di tutto il discorso…Pure della mia conoscenza di Freda e Ventura non sono mai venuto chiaramente a sapere quali fossero le loro idee, anche politiche. Perché, sebbene sia chiaro che possa avere una matrice di destra, ci sono delle deduzioni, eventualmente….Non è che mi abbiano fatto un discorso a me….Quella volta che Freda ad un certo momento nel suo studio mi parlò così chiaramente di azioni terroristiche.

Tuttavia, sembrava che la sua istigazione faceva leva su un piano psicologico più che….anzi su un piano proprio strettamente, cioè quasi nel senso di volere creare da me un uomo, di non voler fare un prete: “Tu devi fare queste cose! Una scossa psicologica ti matura”. Cose del genere.

Questi i rapporti con il Ventura….Nel dicembre del ’68, io ero in contatto con il Ventura per via di un posto. Si trattava appunto…

 

G.I. – Li ha preso la maturità nel dicembre del ’68?

 

Pan – Sì. L’ho presa due mesi prima. Quindi, questi rapporti andavano praticamente nel corso del Liceo. Il Ventura aveva aperto un magazzino di libri nella sua abitazione, e mi parlò della possibilità di un lavoro molto interessante. Io in quel periodo là ero appena matricola, appena iscritto, quindi mi sembrò proprio il cacio sui maccheroni trovare lavoro.

Le dirò un altro particolare di natura familiare: a casa mia io dovetti veramente combattere per fare il Liceo Classico. Volevano farmi fare la ragioneria perché mio padre è un impiegato comunale e diceva: “Non posso farti…”. Insomma, siamo arrivati al punto che finito il Liceo Classico io speravo di trovare un posto, insegnare qualcosa. Invece, ormai la scuola era salva…Invece quando mi iscrissi…poi c’era questa versione per la Filosofia….

 

G.I. – E lei è iscritto a Filosofia?

 

Pan – Sì, avrei dovuto laurearmi già. Allora, io facevo dei lavoretti, facevo selle di bicicletta. In più quell’anno là, nell’autunno del ’68, ho avuto un esaurimento nervoso. Mi sono caduti anche i capelli. Cioè è stato veramente un periodo triste, dovuto in parte anche a questo lavoro che facevo, così, proprio rattristante…

 

G.I. – Alienante.

 

Pan – Sì. Allora, quando vidi Ventura con questo lavoro interessante, cioè io vidi nel Ventura…Cioè lo vedevo per un certo senso, per un certo aspetto, come una persona che in qualche modo mi aveva beneficato…

 

G.I. – Con questa offerta di lavoro?

 

Pan – Non solo con questa offerta di lavoro ma anche un amico sincero, magari un compagno più vecchio. Una cosa del genere.

 

G.I. – Lo vide più sicuro di sé….

 

Pan – Questo senz’altro.

 

G.I. – Le dava un po’ di quella sicurezza che le mancava.

 

Pan – Era senz’altro una personalità più forte. Anzi le devo dire un altro particolare: mi parlava sempre in italiano. E questo è un altro particolare che mi è venuto in mente durante tutti questi mesi, da quando non sono stato più chiamato. Il Freda stesso, per esempio, mi parlava sempre in italiano. Mi ha parlato in dialetto quella volta soltanto che è venuto ad Ascoli. Non sapevo che Freda parlasse anche il dialetto. Mentre il Ventura si sentiva che aveva una cadenza un po’ veneta. E addirittura Freda una volta mi disse nel suo studio che avrei dovuto parlare l’italiano perché in dialetto, oppure nell’italiano trasandato che usava, senza fare attenzione ad usare la cadenza, o la “Z” al posto della “S”; e nel portare gli occhiali perdevo di personalità.

Questi particolari. Comunque, in quel momento lì, in cui ero appunto in contatto con il Ventura, nel dicembre, cioè l’autunno del ’68, fu particolarmente triste…E mi fu offerto questo lavoro, di fare una specie di inventario delle produzioni per alcuni argomenti. Si sarebbe trattato di leggere dei libri e farne una specie di recensione, venti righe dattiloscritte, che lui aveva intenzione di fare questo lavoro riguardo certe materie definite, dal ’69 in qua, mi pare.

E appunto mi portò dal sig. Di Roberto. Poi mi disse addirittura che questo lavoro gli era stato tolto. Che Mondadori era venuto a conoscenza di questo lavoro che lui aveva, e se lo era fatto lui. E quindi questo lavoro era andato perso. Mentre Freda mi disse che questo lavoro, Di Roberto aveva preferito farlo con una signorina perché io non ero piaciuto, perché avevo un aspetto sornione.

In questa occasione qui Ventura mi parlò di questa cassa. Cioè evidentemente non è che io fossi dell’opinione che tenere questa cassa facessi un’opera pia, per carità. Però non pensavo di arrivare a questo punto qua….

 

G.I. – Non aveva ancora nessun motivo di sospettare qualcosa.

 

Pan – Quelle armi lì perché costavano fior di quattrini. Usò proprio questa parola qui: “Fior di quattrini”. E che in questo tempo sono arrivati quei “libretti rossi”, seconda serie, e che guai se mi sbarazzavo di quelli lì, perché Giovanni Ventura aveva pagato 2.000.000 per quei libretti là. E quindi come potevo rifonderli. Cioè il discorso è questo: “che mi guardassi bene. Che non mi facessi traumatizzare da queste cose”.

E invece ero veramente traumatizzato; ero veramente preso da due paure, una più forte dell’altra.

 

G.I. – E poi cosa è successo?

 

Pan – Che vennero a riprendersele…Cioè io insistetti nuovamente. Si vede che quando le acque si calmarono, o le ritennero calmate, vennero a riprenderle con questo Comacchio e Angelo.

 

G.I. – Adesso mi dica esattamente che cosa successe quando vennero a prendersi le armi. Mi deve dire tutta la verità!

 

Pan – A questo punto non ho più nessuna difficoltà. Dunque, non so….Mi sembra, sono venuti due volte….Questo è un particolare; non so, se presentando il Comacchio, o abbiano fatto in due volte il trasporto….portato via la cassa perché dava nell’occhio e quindi mi aveva chiesto, per poter portare via la roba, che prestassi una valigia per poter mettere dentro le armi.

E quindi, appunto, vennero anche la fidanzata del Comacchio. Io avevo veramente prestato una valigia pur di potermene sbarazzare. E quindi il contenuto della cassa si fu tentato di travasare, da parte di Angelo Ventura, in una valigia che era stata messa sopra il letto, così come la cassa. Però questa valigia, avevano venduto a mia nonna una coperta di lana australiana che davano pure la valigia, erano di un cartoncino molto tenero, e non ha tenuto. Quella valigia l’ho ancora. Allora, l’Angelo Ventura rimise tutto dentro. Prima furono messi in macchina i due sacchi….

 

G.I. – Prima di tentare il travaso?

 

Pan – Sì. Poi tentato questo travaso, e rimesso dentro….

 

G.I. – E i due sacchi non furono proprio aperti?

 

Pan – No. Almeno io presente, no. E fui presente per tutta la scena.

 

G.I.  – Quindi i due sacchi che furono portati il 10 gennaio ’70 furono presi e rimessi nella macchina.

 

Pan – Quindi, fu tentato questo travaso che non andò. Ributtato dentro tutto, riportata la cassa nella macchina, Angelo Ventura salì dietro insieme alla cassa e ripartirono. Fu trovata una pistola, e suppongo sia andata persa durante questo travaso.

 

G.I. – Era una pistola che era nella cassa?

 

Pan – Sarà stata nella cassa. Perché i sacchi non furono aperti.

 

G.I. – Allora c’è una cosa che non quadra, Pan! Che lei è ben preciso in questa storia….Su quella pistola abbiamo concluso un’indagine…

 

Pan – Mi dica.

 

G.I. – Mi dica lei! Queste indagini che noi abbiamo fatto contrastano con quello che dice lei. Le mie domande su Luigi Ventura non erano oziose. Perché quella pistola appartiene a Luigi Ventura.

 

Pan – Senza l’otturatore.

 

G.I. – Esatto! Ma con il silenziatore. Perché in casa sua fu trovata non solo la pistola ma anche il silenziatore.

 

Pan – In casa di mia nonna, sì.

 

G.I. – Quindi, questa pistola come è venuta a finire a casa sua?

 

Pan – Adesso glielo dico subito….

 

G.I. – Io gliel’ho detto subito…..A me interessa conoscere la verità. Le ho anche fatto la premessa: guardi che se io l’ho chiamata, ho avuto dei dubbi. Guardi che io potrei avere in mano le prove che lei non è sincero…..

 

Pan – Permetta che le dica una cosa….io non ho intenzione di fare fesso nessuno. Per carità!

 

G.I. – Pan, evidentemente lei mi conosce molto poco. Per me la preoccupazione di ogni istruttoria è quella di sapere la verità. Perché io non ho nessun interesse a fare niente. A me non interessa arrivare alla conclusione di un’indagine in un senso, né in un altro senso. A me interessa la verità. Mi dica la verità, Pan!

 

Pan – Permetta che mi giustifichi…..Cioè dopo l’interrogatorio del 20 ottobre, io appunto venni nella decisione di parlare di questi due sacchetti. E su questo particolare che avevo considerato irrilevante, appunto di dire la verità. Ero nel dubbio, se insieme ai due sacchetti mi fosse stato dato un involucro di tela…Cioè con l’immagine, o mi sembrava di averlo. Che Angelo Ventura dopo che mi ha dato…:”Tieni anche questo..”.

E sono rimasto nel dubbio. Evidentemente, allora, oltre a questi due sacchetti, mi fu dato anche questo cartoccio di stracci che conteneva la pistola…

 

G.I. – E lei dove l’ha messo?

 

Pan – Non mi ricordo di averlo messo dentro.

 

G.I. – Allora come è finito in quel cassetto?

 

Pan – Non me lo so spiegare. Io non ho chiaro questo particolare, cioè questo particolare qua, di questa pistola, perché senz’altro doveva essere quella datami insieme ai sacchetti. Mi ricordo che Comacchio mi parlò di questi sacchetti che ho ricevuto e anche dell’involucro. So che mi venne in mente che doveva esserci qualcosa. Probabilmente questa pistola. E allora devo concludere che questa pistola mi fu data come riporto insieme ai sacchetti. Cioè non mi fu data una pistola e un silenziatore, ma questo mucchietto di stracci con dentro la pistola e il silenziatore.

 

G.I. – Ma questo mucchio di stracci non c’era poi intorno alla pistola. C’erano degli stracci che erano indumenti di donna, se non sbaglio.

 

Pan – Io devo dirle che non mi fu data una pistola in mano. Guardi, se mi fosse stata data in mano…So benissimo che sarebbe stata la stessa cosa, ma non mi fu data la pistola in mano e non la guardai. Questi stracci dove sono andati? Questa pistola in qualche modo fu dimenticata là. Cioè fu fatta questa operazione: portata su la roba, chiusa la casa e andati via. Quando vennero a riprenderla: ripresa la roba in fretta, chiusa la casa e andati via.

 

G.I. – Mi posso spiegare che lei non abbia mai aperto la cassa, questa pistola che era solo avvolta…

 

Pan – Faccia questo ragionamento….

 

G.I. – A parte il fatto che poi non fu trovato insieme al silenziatore se ben ricordo. Quello che era avvolto…..questo il verbale di perquisizione, fatto dal nucleo investigativo dei carabinieri:

“Nel corso della stessa, eseguita alla costante presenza del Pan Celeste, abbiamo rinvenuto nel cassetto del piano superiore dell’armadio della camera da letto, piano superiore della cucina, avvolta in vecchi indumenti da donna, una pistola mod.60, sprovvista dell’otturatore; e vicino, nello stesso posto, un silenziatore.”

Dunque non erano tutti nello stesso pacco!

 

Pan – Adesso entriamo in un punto in cui lei incomincia a dubitare. Perché, se io avessi visto un silenziatore, anche da militare potevo avere un’idea del silenziatore. Invece sono sicuro che non ho visto né pistola né silenziatore. Anche perché, eventualmente avrei detto ai miei, sapendo che c’era lì una pistola con silenziatore, andate a prendere….Se l’avessi saputo.

 

P.M. – Come è finito?

 

Difesa – Forse posso dare io la spiegazione, se lei consente….Io ho qua il fascicolo della corrispondenza, solo quello degli invii della corrispondenza, ho una lettera, che forse si può ricondurre alla faccenda della pistola. Adesso non ricordo più questo particolare…

 

Pan – Io di questa pistola…veramente il fatto che questa pistola sia rimasta là dentro al cassetto, non me lo so spiegare.

 

G.I. – Lei vuole alludere a quella spiegazione che dette lui, una giustificazione diversa?

 

Difesa – Un’altra. Io avrei un teste…adesso non so come si chiama. La vicenda dovrebbe essere, se ricordo bene, così: Lui lavora in Svizzera, è venuto in Italia per votare, a….Non avendo la possibilità di alloggiare in nessun albergo o trattoria della zona, andò a dormire quella sera con la moglie a casa della nonna. E pare che mi abbia scritto specificamente che era a disposizione, per chiarire questo particolare alla Polizia: che lui trovò una pistola e la mise in un cassetto. Lui saprà come si chiama suo zio. Ho la lettera….

 

Pan – Se io avessi un’ipotesi riguardo questa pistola, o sappia esattamente come è stato….Cioè se l’avessi messa io là, non mi costerebbe niente dirlo.

 

G.I. – Ma lei questo pacchetto dove lo mise? Sopra la cassa? Sopra i due sacchi? Diamo per scontato che lei abbia riservato questi due sacchetti più, all’ultimo momento, questo involucro….

 

Pan – Potrei averlo messo io.

 

P.M. – Il sacchetto a strisce dove l’ha messo?

 

Pan – Dunque, ho messo il sacchetto a strisce sotto l’armadio e quell’altro dentro l’armadio.

 

G.I. – Quell’altro era pesante? Quello di tela?

 

Pan – Era pesante senz’altro.

 

G.I. – Era molto pesante?

 

Pan – C’era materiale pesante.

 

P.M. – E l’altro?

 

Pan – Era meno pesante. Era più piccolo. Io ho saputo quella sera lì, a Monza, da Comacchio che dentro là c’era esplosivo.

 

G.I. – Dunque, Pan, adesso vediamo di chiarire un’altra faccenda….Lei in un primo momento dichiarò di avere ricevuto queste armi dal Ventura, successivamente agli attentati; dopo ha modificato questa versione. Io vorrei sapere, visto che la seconda versione che lei ha dato, del dicembre ’68, è veritiera rispetto alla versione che lei oggi, per una parte, cioè la cassa, ma non è veritiera per quanto riguarda la borsa e questo sacchetto. Anche la pistola cal.22. Perché lei ha modificato le versioni e ha detto che le ha ricevute “in tutto”?.

 

Pan – Quando io fui interrogato dal Giudice di Padova, pensai, la paura mi fu proprio cattiva consigliera…

 

G.I. – Aveva già avuto il colloquio con Marchesini e Comacchio?

 

Pan – No, non avevo conosciuto nessuno. Cioè io fui interrogato dal Giudice di Padova il 15 dicembre dell’anno scorso [1971, n.d.c.], poi fui incarcerato, giusto un anno oggi. Il 5 dicembre fui incarcerato e lì conobbi il Marchesini, non l’avevo mai visto e il Comacchio che avevo visto in quell’occasione. Quando io diedi al giudice Cera quella versione, fu perché nella paura che avevo, cioè nel terrore di essere compromesso in una vicenda che era certamente più grossa, come io la vedevo…Deve sapere che non avevo detto la verità neppure al mio avvocato. Confessai il mio reato, ma cercai di fare in modo di non mettermi all’interno di questa faccenda.

Così, insomma pensavo….La vedevo così grave addosso tutta questa vicenda del Freda, del Ventura, che mettevano le bombe. Quando ebbi la certezza, cioè venni nell’opinione, dal colloquio con il Comacchio in carcere riguardo la colpevolezza di Freda e Ventura per le bombe di Piazza Fontana, allora, appunto, entrai nell’idea di dire tutto quello che sapevo riguardo a loro.

Tuttavia, non specificai questo particolare della borsa. Potevo anche specificarlo, ma siccome io già sulla vicenda delle armi avevo accettato la mia accusa….

 

G.I. – Quale fu esattamente il discorso tra lei e Comacchio e Marchesini che poi sfociò in questo memoriale?

 

Pan – Il discorso fu questo: io venni a sapere che, prima che fossero messe le bombe il Comacchio, due giorni prima, venne a sapere da Ventura Angelo che doveva succedere un qualcosa di grosso, che si poteva aspettare una rivoluzione.

Allora io venni nella certezza che loro….O che mi parlarono direttamente delle bombe…Non so…Adesso è un anno di distanza. So che io ebbi veramente dei momenti terribili. Per due notti non dormii. Cercai di raccogliere allora tutti questi elementi che avevo in mano, ma confusi.

Cercai di raccogliere, di annotarli secondo una certa linea cronologica e anche logica. E alla fine misi al corrente il giudice Stiz di tutte queste cose che sapevo.

Anzi avevo chiamato, e lui disse: “Scriva lei, scriva lei. Così facciamo più presto”. E il giorno dopo scrissi questa cosa qui. Che poi fu consegnata al giudice Stiz.

 

P.M. – Marchesini era all’oscuro di tutto?

 

Pan – Marchesini, da quel che ne so io, era all’oscuro. Almeno, avevo avuto l’impressione che Marchesini non fosse in rapporti diretti con il Ventura, ma che sapeva alcune cose per via dell’amicizia con il Comacchio.

E fu lo stesso Marchesini che mi consigliò anche perché avevo tutte queste idee confuse. Anche perché adesso io sto vedendo questi miei anni, così, che ho passato in funzione della vicenda Freda e Ventura, ma in definitiva a me la questione interessava anche poco. Cioè erano queste due persone che conoscevo insieme a tante altre…E quindi questi particolari avrei dovuto fissarli, di ricordarmeli più che potevo e collocarli nel tempo più esattamente che potevo. E appunto ne parlai al Giudice.

Allora, rimane il fatto appunto di questo particolare, lei dice…Se lei supponesse oppure volesse chiedermi, se io potessi supporre, o pensare, che tacendo questo particolare avrei potuto agevolare Ventura o Freda, e appunto io per questo motivo o anche per questo motivo, io rispondo, certamente no!

 

G.I. – Lei ha avuto paura per sé?

 

Pan – Se lei rivedesse con il mio occhio tutta la storia di questa vicenda, non solo del periodo in cui io fui a contatto del Ventura ma anche il periodo dell’istruttoria.

 

G.I. – Il fatto delle armi non avrebbe dovuto stancarlo eccessivamente. Io mi posso prospettare la sua preoccupazione se lei avesse detto “Io conoscevo il contenuto delle sacche”. Effettivamente, uno che possedeva, e dopo gli attentati, questi sacchetti e vede che questi sacchetti contengono esplosivo…Siccome per gli attentati del 12 dicembre ’69 non è che sono state usate mitra o pistole ma è stato usato l’esplosivo, io mi posso prospettare anche una sua paura.

Una paura concreta, con agganci precisi; paura di essere coinvolto negli attentati. Perché lei ha detenuto dell’esplosivo, appunto esplosivo che è stato usato per gli attentati, e che non poteva ignorare, se fosse quell’esplosivo usato o di questo usato per gli attentati. Siccome lei mi dice che ignorava che quel sacchetto contenesse l’esplosivo, io questa paura la giustifico. Alla fine dei conti, che gli avessero dato armi da tenere, pazienza!

Due sono le ragioni per cui Ventura dopo gli attentati del 12 dicembre ’69 potrebbe avergli dato l’esplosivo: o perché lo conosceva molto bene e sapeva che lei non avrebbe parlato, poiché in qualche modo lei era rimasto coinvolto in questa faccenda, per cui era, diciamo così, ricattato.

Ma assolutamente non mi spiego come lei, ignorando il contenuto di questi sacchi abbia voluto fare tutto un calderone e non dire subito: “Io una parte l’ho ricevuta prima e una parte dopo”.

 

Pan – Io cerco di spiegare come l’ho vista io la faccenda. Di questa opinione, così, forse credo che il motivo fosse anche, più emotivo che razionale, che mi indusse a non chiarire questo particolare al giudice Stiz.

Fu la paura, cioè il timore. Cioè che il Giudice potesse pensare in qualche modo che questo qui riceve la cassa di armi nel dicembre ’68, conosce ancora la personalità di Ventura, però perché le riceve nel dicembre ’68? Appunto! Lui pensa: questo qui era uno che magari….Appunto, non si rendesse conto di questa situazione, cioè di limitazione di libertà in cui io agivo, in cui mi vedevo.

Una borsa mia che doveva servire per gli attentati, oppure era servita. Perché io l’ho saputo che non è stata la mia borsa a scoppiare. Allora: questo qui che cosa ha? Un deposito!

Capisce! Io mi sono creato tutte queste….Questa mattina sono anche calmo, ma se mi avesse potuto vedere quando ero in carcere. Questa è la faccenda. Perché non vedo, se io avessi saputo, perché non avrei dovuto dirlo.

 

G.I. – Dunque, questa sua condotta mi obbliga a farle una domanda precisa, e cioè: lei l’8 agosto 1969 dove era?

 

Pan – Dove vuole che sia stato! Io non so dove ero.

 

G.I. – in prossimità dell’8 agosto ’69, lei ha incontrato Ventura Angelo, Ventura Luigi, Comacchio? Si ricorda? Cioè l’episodio dell’attentato sui treni non può essergli sfuggito, per il semplice fatto che lei l’8 agosto ’69 aveva già avuto quel colloquio scioccante con Freda. Quindi è chiaro che appena il 9 agosto mattina, appena sui giornali appare questa notizia degli attentati, lei non può non avere fatto qualche collegamento con un discorso che l’ha scioccato. Perché lei non è che a questo discorso è rimasto indifferente!

Lei mi dice che è vissuto nel terrore! Che ad un certo punto lo convocasse addirittura! Come se fosse un subalterno qualsiasi e le dicesse: “Guarda Pan, è giunto il momento che tu dimostri di essere un uomo! Prendi questo pacchetto e vallo a collocare in un treno!”.

Quindi è chiaro, che lei appena apre il giornale il 9 agosto, e lei è un uomo che i giornali li legge perché è un uomo di cultura e si tiene informato, quindi vede la notizia di questi attentati sui treni…Quindi questa data dell’8 agosto lei la deve necessariamente aver fissato!

O, se non l’ha fissata, io devo aver motivo di ritenere che lei mi voglia nascondere qualcosa!

Lasciamo perdere quello che può essere, diciamo così, il suo alibi. Però non è possibile che lei non abbia collegato! Non è possibile che di questi attentati dell’8 agosto, se considerava Freda nemico e Ventura amico, non ne abbia parlato con il Ventura!

 

Pan – Ma fu lui a parlarne degli attentati.

 

G.I. – Adesso mi dica esattamente come si è svolta questa vicenda degli attentati dell’8 agosto.

Pan – Ma lei pensa che io abbia messo le bombe sui treni?

 

G.I. – Io non penso assolutamente niente! Quello che dico io: è chiaro che lei ha avuto un discorso preciso da parte del Freda; discorso, che lei poco fa mi ha detto, che lo fece temere; vivere nell’incubo che da un momento all’altro Freda potesse convocarlo per gli attentati. Tanto più che le disse, che la sua borsa a veva funzionato benissimo, che era andata bene, che aveva corrisposto allo scopo!

 

Pan – Che ne voleva 500. Sì, ho capito.

 

G.I. – Quindi, allora io dico, è chiaro che lei di fronte a questo discorso che le è stato fatto prima degli attentati dell’8 agosto, quando legge sui giornali che sono state messe dieci bombe contemporaneamente sui treni; che hanno provocato, bene o male, dei feriti; che qualcuna non è scoppiata ma le altre sono scoppiate. E’ chiaro il discorso che le faccio io.

Mi pare che da un punto di vista logico non possa fare una grinza. Io questa indagine la devo fare secondo la logica. Secondo la logica, lei quando ha letto sui giornali dell’8 agosto, se effettivamente è vero quello che mi ha detto poco fa, che lei viveva nell’incubo in quel periodo, perché aveva paura che Freda da un momento all’altro lo convocasse e le dicesse: “Pan, è venuto il momento che tu mi dimostri di essere uomo! Quindi ci deve essere stata in lei qualche reazione. Per forza! Non può non esserci stata. Perché fra l’altro, lei era pienamente convinto che Freda le andasse a mettere le bombe.

Che voleva reclutare altra gente per mettere queste bombe. Se era convinto di questo, di grazia gli attentati dell’8 agosto non possono essere passati inosservati per lei. Deve essere successo qualcosa in lei! Quanto meno, doveva essere successo una specie di liberazione: Freda non mi ha convocato!

 

Pan – Io adesso le spiego: quando le dicevo, essere chiamato di forza, intendevo dire, non essere chiamato….Perchè Freda non mi si ripetesse un discorso…

 

G.I. – Ha detto, convocato. Che è qualcosa di più che chiamato!

 

Pan - ….in cui sarei potuto uscire soccombente.

 

G.I. – Sì. Che Freda lo convocasse, le facesse un altro discorso, ma concreto, effettivo. E che lei non avesse il coraggio di dire di no di fronte alla proposta del Freda. E’ questo che mi ha lasciato dei dubbi…. Due sono le cose: o lei mi ha mentito prima, e cioè questo stato d’animo non l’ha mai vissuto, o se l’ha vissuto, gli attentati dell8 agosto per lei devono essere stati un punto preciso e fermo, che le è rimasto inciso nella memoria.

Quindi, se io le faccio questa domanda: lei l’8 agosto che cosa ha fatto? – e lei mi risponde – “Non lo so”. Io non posso crederle, Pan!

 

Pan – Scusi un momento…Le spiego cosa facevo. Le spiego che in quel periodo là, di agosto, lavoravo inizialmente per il Ventura. Il Ventura in quei giorni là degli attentati, fu lui che mi mostrò il giornale. Mi ricordo il giornale….

 

P.M. – Successivamente?

 

Pan – Successivamente. Come io venni a sapere degli attentati, lo venni a sapere perché il ventura mi mostrò il giornale. Ed era un giornale con i titoli bianchi su fondo nero, come l’Espresso. “C’erano dieci bombe sui treni”, e Ventura mi disse: “Queste bombe le abbiamo messe noi”.

 

G.I. – “Queste le abbiamo messe noi”, così le disse ?

 

Pan – Così mi disse.

 

G.I. – E lei, come reagì a questa dichiarazione così precisa? Possibile che il Ventura le abbia fatto una dichiarazione così precisa?

 

Pan – Tra me ed il Ventura era intercorso già precedentemente un discorso che riguarda….Credo che era stato detto da Freda a me. Di quella faccenda in cui Ventura aveva tenuto un atteggiamento poco tranquillizzante. E precedentemente il ventura mi aveva detto che io potevo starmene tranquillo.

Quando è venuta fuori questa faccenda che sono scoppiate le bombe, lui me lo disse. E successivamente anche mi disse che di queste bombe alcune non erano scoppiate e quindi in futuro avrebbe dovuto usare dei contenitori, delle scatolette di metallo invece che di legno, perché qualche poliziotto furbastro non vi potesse mettere il naso.

E’ in questo modo qui che io ho saputo che erano avvenuti gli attentati. Perché se l’avessi letto sul Gazzettino, certamente me ne sarei ricordato.

 

P.M. – Quale era il titolo di questo giornale?

 

Pan – Mi sembra, “Bombe sui treni” o “Dieci bombe sui treni”.

 

G.I. – Era proprio l’Espresso?

 

Pan – Non era l’Espresso. Un quotidiano. Evidentemente un giornale del pomeriggio. Perché mi ricordo che l’aveva sulla sedia, in cucina.

 

P.M. – In casa?

 

Pan – Io attraversavo per andare a lavorare, giravo. Dietro c’era lo studio bibliografico e Ventura mi avvicinò, e mi fece questo discorso qua: “Le abbiamo messe noi”. Non so perché me lo disse. Lei prima mi ha fatto un discorso: “Parli sinceramente…”. Dove ero, non lo so…dove ero il 10, l’11, il 12…Come faccio a saperlo?

 

G.I. – Quindi ammesso che il pomeriggio del 9 lei ha visto questo giornale, se è un giornale del pomeriggio, lei ha visto questo giornale nel pomeriggio del 9 agosto. Anche perché le bombe sono scoppiate durante la notte fra l’8 e il 9 e quindi i giornali del mattino non hanno riportato la notizia, e quelli di pomeriggio senz’altro hanno riportato la notizia. Per lo meno che erano dieci, senz’altro si è saputo….

 

Pan – Mi ricordo questo titolo a mezza pagina…Come l’Espresso.

 

Difesa – C’è un giornale veneziano, non so se si chiama “La Sera” o “La Notte” che….

 

Pan – sì, “La Notte”.

 

Difesa - …è un giornale locale.

 

P.M. – No, viene da Milano.

 

G.I. – Quindi , lei sabato pomeriggio, perché è fra la notte, fra venerdì e sabato che sono scoppiate le bombe, è andato a casa di Ventura….e Ventura che cosa le disse? Era a casa?

 

Pan – E Ventura…Cioè…

 

G.I. – In quel periodo lì, se non sbaglio, essendo estate lei andava tutti i pomeriggi nello studio bibliografico?

 

Pan – Sì, tutti i pomeriggi.

 

G.I. – Quindi ci è andato il sabato pomeriggio ma probabilmente ci è andato anche venerdì pomeriggio, il giorno precedente.

 

Pan – E’ probabile.

 

G.I. – Lei mi pare che in una sua precedente deposizione abbia risposto proprio in questi termini: “Durante il periodo estivo io andavo tutti i giorni, un paio d’ore, tre ore al pomeriggio. Mentre poi, quando venne freddo, cominciai ad andarci a giorni alterni.

Quindi, questo riconferma che si tratta di un giornale di pomeriggio. Ma se si tratta di un giornale del pomeriggio, è certamente sabato.

 

Pan – Sì.

 

G.I. – Perché la domenica, il giornale del pomeriggio non è in prima pagina con la testata. La domenica pomeriggio escono i giornali. Quindi è sabato pomeriggio che lei va allo studio bibliografico. Siccome Ventura ha fatto queste affermazioni precise: “Le bombe le abbiamo messe noi” non può non avere fatto questa associazione di idee che ha fatto Ventura…; se l’aveva incontrato, se non l’aveva incontrato, se aveva visto Angelo Ventura, Freda, tutti quelli che supponeva appartenessero a questa associazione. “Guarda un po’ Freda allora ha parlato sul serio! Guarda un po’! Altro che uno è amico e l’altro nemico…Allora sono tutti e due nemici!”.

 

Pan – Cioè…lei vuol sapere, se avevo visto venerdì pomeriggio…

 

G.I. – Io voglio ricostruire quello che è successo!

 

Pan – Lei mi chiede l’alibi per il giorno delle bombe?

 

G.I. – Non le chiedo l’alibi! Le chiedo quale è stata la sua reazione anche soggettiva in relazione a queste persone….Quale è stata? Ad un certo punto viene Ventura con il giornale del pomeriggio e le dice: “Queste le abbiamo messe noi”.

 

Pan – Lei dice, cosa pensai….

 

G.I. – Lei ad un certo punto si trova nell’occhio del ciclone e non si guarda neanche intorno! Pan lei si è trovato, bene o male in quel momento in cui Ventura le dice: “Queste bombe le abbiamo messe noi”.

Lei si trova nell’occhio del ciclone! Lei ha avuto dei discorsi da Freda! Lei viveva nell’incubo di essere convocato da Freda! Ad un certo punto suppone anche che Freda e Ventura possano essere collegati, perché lei, Freda, l’ha conosciuto tramite il Ventura!

 

Pan – Sì. Senz’altro, penso.

 

G.I. – Quindi riferisce il discorso che le è stato fatto da Ventura. E Ventura dice: Non ti preoccupare. E’ così? Mostra ad un certo punto di essere già a conoscenza…E Freda dice: “Io sono stato sconsigliato dal farti questo discorso. Ma te lo faccio ugualmente”.

 

Pan – Sì.

 

G.I. – Ad un certo punto aveva avuto qualche sospetto. Non l’avesse potuto avere. Ad un certo punto si trova ad arrivare un bel sabato pomeriggio nello studio bibliografico di Ventura. Ventura ha questo giornale in mano: “Queste le abbiamo fatte noi”. E lei rimane assolutamente indifferente? Lei come può rimanere indifferente di fronte a una affermazione del genere?

 

Pan – Non sono rimasto indifferente. Ho avuto paura.

 

G.I. – Ma questa sua paura…Che cosa?

 

Pan – Paura, perché ero a contatto con questa gente qua.

 

G.I. – Pan, se lei ad un certo punto ha paura, terrore…Pianta tutto e se ne va.

 

Pan – Ma capisce che sono due paure…Se io volevo piantare tutto…

 

G.I. – Lei ha avuto paura di piantarli, perché? Perché ha avuto questa paura?

 

Pan – C’era tutto un discorso ricattatorio….

 

G.I. – Quale discorso ricattatorio?

 

Pan – Cioè io avevo paura di loro, per un certo aspetto….Loro che avessero usato la mia borsa…

 

G.I. – O per lo meno, lei così riteneva?

 

Pan – Sì. Io che tenevo delle armi che quanto meno erano armi loro….Come vuole che io possa spiegare questa paura?

 

P.M. – Avrebbe potuto confidare con un sacerdote, un amico…

 

Pan – Non mi sono confidato con nessuno, neppure con mio padre. Cioè, non posso dire una paura razionale, sig. Giudice.

 

Difesa – Mi permetto dire….”Poi dal memoriale o al giudice Stiz deve aver detto: “Da quel momento volli dissociare, perché ho visto che facevano sul serio, la mia persona dalle loro”.

 

Pan – Lei sospetta che abbia messo le bombe?

 

G.I. – No. Abbiamo fatto un discorso chiaro e preciso all’inizio: dire la verità. Ad un certo momento lei si trova di fronte a questa affermazione precisa: “Queste bombe le abbiamo messe noi”. Lei ha paura perché non può sapere in quel momento se queste tre bombe inesplose possano riportare al risultato delle indagini. E lei si può anche essere preoccupato: “Accidenti! Fammi ricordare che ho fatto. Perché se qua vengono a scoprire che sono stati Freda e Ventura, vengo coinvolto anch’io. Se non altro perché io conosco Ventura e vado a lavorare nel suo studio bibliografico. Che cosa ho fatto ieri? Che ho fatto questa notte? Chi potrà testimoniare in mio favore?

O se mi chiedessero….Che atteggiamento assumerò, se fossi interrogato dalla Polizia?

Credo che spontaneamente ognuno che si trovi nel suo stato di terrore, lo faccia un discorso del genere. O le si è paralizzata completamente la mente? Un discorso del genere l’ha fatto!

Oppure: “Accidenti! Perciò non ho visto tizio, caio, in questi giorni! Perciò non c’era”.

Non so, qualcosa deve avere pur notato.

 

Pan – Dunque….Ho capito la sua domanda. Io non pensai neppure lontanamente….Cioè da quello che mi risulta, da tutta l’esperienza di lavoro con il Ventura, il Ventura non c’era quasi mai. Qualche volta c’era suo fratello Angelo. Io non pensai cosa ho fatto ieri…un alibi, ecc.

 

G.I. – Chi le dice che lei aveva bisogno di crearsi un alibi. Io le dico solamente, se lei in relazione a tutta quella situazione non abbia pensato in quel momento: “Accidenti! Vuoi vedere che rimango coinvolto in questa vicenda?”.

 

P.M. – La borsa….

 

G.I. – Lei l’ha fatto questo discorso della borsa?

 

Pan – Io non so cosa dire. So che ho avuto paura.

 

Difesa – Giudice, se permette, posso fargliela io con le stesse parole questa domanda?

 

G.I. – Sì. La faccia lei che lo conosce meglio di me.

 

Difesa – Il Giudice dice, quale è stata la reazione quando ha i avuto questa notizia….Hai pensato: “Ma guarda un po’ in che pasticcio mi sono cacciato! Non voglio più sentirne parlare di loro!”. Oppure sei rimasto indifferente? Tutta qui la domanda. Non ti sta chiedendo….

 

Pan – Se è questo qui il discorso, è molto chiaro. Io ho cercato di staccarmi dapprima, da quando lavoravo con il Ventura. D’altra parte è chiaro che questo lavoro, cioè il fatto che io lavorassi per il Ventura, rappresentava per il Ventura una certa sicurezza nei miei riguardi.

E per me è chiaro anche che tutte queste confidenze che mi furono fatte in seguito, furono fatte dal Ventura nel tentativo di coinvolgermi, quasi di crearmi una cattiva coscienza, raccontandomi queste cose. Che potevo fare io? Non avrei avuto mai il coraggio di andare dalla Polizia a denunciarli. E poi, in più, avevo anche le armi loro. Avrei dovuto spiegare tutta questa cosa. Come avrei potuto prospettare questa situazione?

Cioè che io cercassi in qualche modo…Cioè io volevo che si riportassero le loro armi, che avevo io, e poi starmene a casa. E questo sono riuscito ad ottenerlo quando sono venuti a riprendersi le armi. Perché poi per due anni non li ho più visti.

 

P.M. – Pan, lei sa che hanno fatto gli attentati sui treni….Quindi in quel momento non è che ha chiesto al Ventura di venirsi a riprendere le armi, ma addirittura dopo la strage si è ripreso le altre armi. C’è qualcosa che non quadra nel suo discorso. Tutto non quadra. Lei terrorizzato prende queste armi…Ventura le dice: “Abbiamo messo noi le bombe”.

 

Pan – Non so in che modo potrebbe quadrare. Perché se non quadra questo che è vero…Non so…

 

Difesa – In sostanza il dott. Alessandrini fa questa domanda: Se volevi dissociarti, se avevi questo timore, perché hai accettato anche la seconda consegna delle armi?

 

Pan – Le dirò una cosa allora…..Io ho sempre tentato di fare che i fratelli Ventura se le venissero a riprendere, ma non sono mai riuscito. Lei non deve fare una distinzione prima della strage e dopo la strage. Perché per me quel momento non esisteva.

 

P.M. – Cosa non esisteva?

 

Pan – Una connessione diretta tra Ventura e la strage. Il fatto che io le abbia accettate anche poi, più tardi, fu appunto perché io non lo vedevo già coinvolto in questa faccenda. Se loro non fossero venuti a riprenderle, che cosa avrei potuto fare? Io sto dicendo la verità. Che cosa vuole che le dica, che io cercavo di aiutarli a nascondere le armi, perché non volevo che venissero scoperti per la strage?

 

Difesa – Vuoi dire al Giudice quello che ci siamo detti nel corridoio prima di entrare…Perché io ti ho detto, probabilmente il Giudice ti dirà: “Perché non le hai dette prima queste cose e viene a dirle oggi? Perché non le abbiamo dette per la prima volta l’altro giorno?”.

Tu mi hai risposto in due parole…Qua ti fa la stessa domanda. Hai fatto un lungo sproloquio, e non hai detto quello che hai detto a me fuori in due minuti. Vuoi dire cosa mi hai detto fuori in due minuti: “Perché non ho detto prima questo? I motivi sono due….”.

 

Pan – Perché non davo importanza a questo particolare, e perché avevo paura.

 

Difesa – Specifica che paura avevi.

 

Pan – Avevo paura di loro; paura di essere immischiato nella faccenda.

 

Difesa – Mi hai detto: che si inventassero qualcosa.

 

Pan – Questa è la mia paura quotidiana.

 

G.I. – Ma cosa vuole che si inventino”! Se questa è la paura che lei ha parli! Ma lei si rende conto dell’atteggiamento che ha assunto Ventura nei confronti di Freda? Freda ha detto qualcosa nei confronti di Ventura?

 

Difesa – Gliel’ho detto tante volte.

 

G.I. – Lei non ha niente da temere!

 

Pan – Adesso mi permetta una osservazione…Io vedo adesso in lei un atteggiamento..Non so… La paura che ho avuto dopo, dei treni….Se le armi non se le fossero venute a riprenderle in aprile, e se fossero venuti a riprenderle un anno dopo, che cosa potevo fare io?

 

Difesa – Hai che le buttavi nel Brenta.

 

Pan – Perché c’era una doppia paura….C’era una paura…C’era un Lorenzon….

 

G.I. – Dunque, allora mi pare di avere chiarito sufficientemente, che lei non ha niente da temere in relazione ad eventuali accuse calunniose. Io non ritengo di avere l’aria imbambolata. Allora, quali furono le sue effettive reazioni di fronte a queste notizie date così brutalmente “Siamo stati noi”?.

 

Pan – Intanto io gli dissi: fatemi il piacere, non ditemi queste cose, non mi parli di queste cose…Mi sbarazzi delle armi che mi hai portato. Mi lasci tranquillo. E anche un discorso….Perchè fai queste cose? Lui disse che un vero rivoluzionario fa queste cose anche se ha delle riserve. Anche se deve fare violenza a sé stesso. Così perché c’è questa idea e non può badare a questi sentimenti umani, o cose del genere. Io ne parlai anche con loro e l’ho scritto in quel memoriale lì.

 

G.I. – Con chi?

 

Pan – Con lui, con Ventura. Però resta il fatto che non è un discorso alla pari, come potrei fare a un amico. E’ chiaro che non potevo sperare degli effetti eccezionali. A me sarebbe stato a cuore, quanto meno, potermene distaccare. E fino al momento in cui questo non è successo c’era sempre la faccenda della cartella che serviva per le bombe. Cioè io….

 

G.I. – Altri collegamenti quindi sull’attività del Ventura nei giorni immediatamente precedenti, non ne fece?

 

Pan – Cioè dirò questo…Il Ventura non lo vidi, cioè tutto il tempo che lavorai là, lo vidi al massimo7,8,9 volte in quei mesi. Era sempre in giro. Telefonava a casa della madre. Il telefono non era nell’ufficio, era in cucina. Io avevo delle difficoltà pr procurarmi dei libri perché non tutti i libri del catalogo erano lì: solo alcuni vecchi, di seconda mano, usati. Mentre quelli normali, le edizioni normali alla libreria di Treviso. E appunto avevo una difficoltà di comunicare con Ventura, che di solito gli lasciavo qualcosa scritto per lettera perché non lo trovavo quasi mai.

 

G.I. – Lei in via Manin ci è mai andato?

 

Pan – No.

 

G.I. – Pensavo, ci lavorasse in via Manin.

 

Pan – No, assolutamente.

 

G.I. – Comunque nello studio bibliografico chi lavorava, lei e il Di Roberto?

 

Pan – No. Questo Di Roberto non c’entra per niente. Con questo Di Roberto, siamo nel ’68, avrei dovuto fare un lavoro di commento su una serie di libri e poi fatte le schede per ciascun libro che riguardava alcuni argomenti. Di quel lavoro poi non se ne parlò più.

Il lavoro invece che facevo a Castelfranco Veneto era di tenere la corrispondenza, spedire i pacchi dei libri, correggere le bozze dei libri che erano stati stampati, mettere a posto l’indirizzario.

 

G.I. – Quindi andava lei solo?

 

Pan – Sì.

 

G.I. – Aveva le chiavi della….?

 

Pan – No.

 

G.I. – Lo studio bibliografico era proprio nell’abitazione?

 

Pan – Sì. Il Ventura aveva allargato un po’ l’abitazione ed aveva costruito due stanze in più. Io entravo per il corridoio che dava anche nella cucina e passavo dall’altra parte.

 

G.I. – Bussava alla casa.

 

Pan – Suonavo il campanello, veniva la nonna ad aprire, e andavo di là…

 

G.I. – E in casa, in quel periodo là, chi c’era oltre alla nonna?

 

Pan – La madre, c’era Angelo, probabilmente. E basta.

 

G.I. – Luigi non c’era? Non abitava insieme?

 

Pan – Luigi andava a studiare. So che l’ho visto in un primo momento, poi….

 

G.I. – Cosa faceva?

 

Pan – Non faceva niente.

 

G.I. – Dove studiava..

 

Pan – A Roma, mi sembra. Aveva studiato qui in collegio dalle nostre parti, in montagna, mi sembra. Poi andò a Roma.

 

G.I. – Quando?

 

Pan – Non so. Io non credo che….Partì in settembre. Mi sembra di non averlo più visto da allora.

 

G.I. – Settembre ’69?

 

Pan – Non so. E’ rimasto un breve periodo a casa.

 

G.I. – Durante le vacanze scolastiche?

 

Pan – Sì.

 

P.M. – Se Ventura gli facesse questa dichiarazione, evidentemente era una persona a cui Ventura poteva farla. Quindi ha fatto dei discorsi in precedenza con il Ventura?

 

Pan – Con Ventura i discorsi che riguardano queste cose qua, attentati, ecc. sono limitati a quello che ho già riferito per iscritto al giudice Stiz. Credo che Ventura si fidasse perché Freda ha detto: quello là l’ho inquadrato abbastanza. Quello là non si muove.

 

P.M. – Vedeva mai qualcuno di particolare?

 

Pan – Ventura aveva corrispondenza con Romualdi e Pino Battistini. Quella che arrivava nel suo studio, perché la corrispondenza personale non l’aprivo.

 

P.M. – Pino?

 

Pan – Aspetti….Adriano Romualdi, ho visto che una volta gli aveva mandato un’introduzione molto ampia e piena di errori che appunto ho rivisto, che faceva sfoggio di filologia. E poi un libro su Lince, di cui non ho avuto il tempo di vedere; si trattava dei rapporti con una donna ebrea.

 

G.I. – E Battistini?

 

Pan – Battistini aveva la carta intestata “Corrispondenza Europea”. Battistini ordinava degli stock di libri, poi c’era Carbone da Genova e Zolla di Trieste. Ma ne ho già parlato al giudice Stiz di questi qua, che se li scrisse in una agendina.

 

G.I. – In una agendina?

 

Pan – Sì. Io mi rendo conto che un discorso logico non è….Lei deve anche immaginare quanta poca logica ci sia stata in tutta questa faccenda da parte mia. Sotto quali pressioni di altra natura ho agito.

 

P.M. – Per il fatto che abbiano dato le armi nel ’68, e nel ’68 non avevano messo ancora a punto l’idea di attentati, è abbastanza raro. Perché se ne volevano sbarazzare fin da allora….

 

Pan – Forse era una tecnica per tirarmi in ballo; per tirarmi in mezzo.

 

G.I. – Lei è sicuro che queste armi siano state date nel ’68?

 

Pan – Sì, senz’altro.

 

G.I. – La cassa è stata data nel ’68?

 

Pan – Sicurissimo.

 

Difesa – Vuole spiegare il motivo per cui l’avrebbero data….Tu hai detto: “Siccome c’è un pazzo che ci accusa, il Lorenzon..”.

 

G.I. – Infatti il P.M. le aveva chiesto proprio questo. Siccome siamo nel dicembre ’68, quando queste armi potevano essere tranquillamente essere custodite da loro….Perchè le abbiano date proprio a lei queste armi, non si capisce.

 

Pan – Non saprei proprio spiegarlo. Se non c’era appunto questo gioco di rimbalzo del Ventura, del Freda, che se ne parla….

 

G.I. – Guardi un fatto è certo…..Il fatto dei vecchi catenacci non avrebbe trovato neanche una spiegazione, perché poi, bene o male, all’inizio della perquisizione a casa di Ventura, di vecchi catenacci ne trovarono. Ad un certo punto può accadere una cosa qualsiasi. Può anche esserci una reazione da parte sua: lei apre la cassa, si accorge che ci sono armi da guerra, esplosivo. Per evitare grane, va dai carabinieri.

Lei ad un certo punto poteva arrivare anche a questo. Non poteva Ventura non aver fatto una previsione del genere.

 

Pan – Io questo non sarei stato in grado di farlo.

 

P.M. – All’inizio, quando non si facevano ancora discorsi dinamitardi.

 

G.I. – Perché, ammesso questo, gli viene data questa cassa, che è aperta, nel dicembre ’68 quando Ventura non poteva sottovalutare il fatto che una curiosità, addirittura infantile, aprisse la cassa, e vedesse che questa cassa conteneva tritolo, mitra, esplosivo, silenziatori. “Ma questo è pazzo! Questi vogliono rovinarmi completamente!”. Non so, se rendo l’idea.

 

Pan – Sì. E’ vero.

 

Difesa – Anche sotto l’altro aspetto, che era stato un po’, non enunciato, ma gli hanno fatto capire che ormai era dentro.

 

G.I. – Va bene, avvocato! Può anche darsi che gli abbiano fatto discorsi su un piano diverso…

 

Difesa – Non è facile trovare un impiego e potere studiare…ci sono diversi motivi. Aveva bisogno dello stipendio…..Anche la stessa personalità che si fa intimidire facilmente….Dai carabinieri non sarebbe mai andato. Gliel’ho chiesto subito io nelle carceri di Treviso, ho ottenuto dal giudice Stiz, con la richiesta di farlo trasferire alle altre carceri. Poi in carcere succede di tutto, circolano bigliettini….Quindi lui viveva nel terrore. Io penso che la difesa sua non sia difficil impostare l’articolo 133, sulla sua personalità. Volevo chiederle, Giudice, che io le mandi copia di quella lettera relativa a quella, con nome di suo zio per sentirlo? La casa della nonna abbandonata.

 

Pan – Io mi rendo conto di non saper dire quelle cose….Ho fatto tutto un pasticcio durante l’istruttoria……Sembra impossibile non poter dare la spiegazione di fatti accaduti, di queste cose di cui lei mi chiede. Cioè che io possa rimanere con qualche dubbio oppure dire “Qualcosa”.

 

G.I. – Lei mi darà atto che questi miei dubbi erano giustificati anche da un punto di vista logico ancora oggi può rimanere questo fatto della faccenda delle….

 

Difesa – Ha giurato comunque a suo padre e al suo avvocato che….

 

Pan – Di averle accettate nel ’68, o nel ’69?

 

G.I. – Nel ’68 e nel ’69. Io vorrei essere sicuro che oggi Pan quando uscirà dalla mia stanza, mi abbia detto tutto. Io vorrei essere sicuro di non doverla più richiamare. Se uno dice la verità non viene più richiamato. Ma lei capisce che come si è trovato il fatto della pistola, se ne potrebbe trovare un altro. E io potrei non essere portato più a credere alla sua persona e alle ragioni che si spiegano con il suo carattere debole, emotivo, di uomo pauroso.

Quindi io adesso le rivolgo nuovamente l’invito di dirmi tutta la verità. Se lei ha ancora qualcosa, me la dica, e se ne va anche più leggero, perché finalmente potrà essere più tranquillo. Non penserà: il Giudice mi chiamerà ancora.

 

Pan – Lo so io che ho detto la verità.

 

G.I. – “Oggi ho detto tutta la verità”, me lo può dire con tranquillità? Questa è la domanda che le faccio. Come ultima domanda.

 

Pan – Oggi ho detto tutta la verità. Lo posso dire….Guardandoci negli occhi io posso dire: ho detto tutta la verità. Non c’è un particolare che abbia taciuto.

 

G.I. – Quindi, non ha taciuto niente e quel che ha detto corrisponde a verità…Lo può dire in tutta coscienza?

 

Pan – Sì. Lo posso dire. Perché….cioè mi rimane strano questo suo atteggiamento così dubitativo.

 

G.I. – Io devo essere necessariamente diffidente. Io credo invece che queste indagini saranno sempre più precise man mano che si va avanti. Siamo riusciti a chiarire punti che all’inizio forse nessuno si aspettava di potere chiarire. Lei ci pensi bene! Se ha detto tutto, chiudiamo. Io premo il tasto e non se ne parla più.

 

(Fine dell’interrogatorio-fiume a Pan Ruggero del 5 dicembre 1972) 

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