CAPITOLO IV ISTRUTTORIA DEL GIUDICE EMILIO ALESSANDRINI DEL TRIBUNALE DI MILANO
Le armi di Castelfranco Veneto
1. Il rinvenimento
2. Giancarlo MARCHESIN
3. Franco COMACCHIO
4. Ida ZANON
5. Il rinvenimento dell’esplosivo – La pistola Bernardelli
6. L’istruttoria in Padova
7. Ruggero PAN
8. Guido LORENZON
9. Mandati di arresto provvisorio del G.I. di Padova e atti all’A.G. di Treviso
10. Giuseppina ORLANDO
11. I quattro pacchi di libri
12. Il programma del “FRONTE POPOLARE RIVOLUZIONARIO”
13. Bonaventura RIZZO
14. LORENZON riferisce su MASSARI e GIANNETTINI
15. Giorgio COSTENIERO e Antonio MASSARI
1) Il rinvenimento
Mentre gli atti erano allo studio del Magistrato padovano, si verificava, in maniera del tutto casuale, il fatto che doveva dare nuovo impulso all’ormai quiescente istruttoria e costituire il primo dei riscontri obbiettivi alle dichiarazioni di LORENZON.
Il 5 novembre 1971, nel corso dei lavori di restauro della soffitta dell’abitazione di tale Pisanello Armando, in Castelfranco Veneto, gli operai addetti rinvenivano uno stock di armi da guerra, in perfetto stato di conservazione, costituito da 5 mitra, 8 pistole (di cui n.6 Beretta cal.9 e n.2 di fabbricazione tedesca, 4 silenziatori e circa 3000 cartucce per mitra e pistola. Assieme alle armi venivano pure rinvenuti un drappo nero con fascio littorio ed una copia del Gazzettino 27.12.1970, edizione di Treviso.
2) Giancarlo MARCHESIN
Le indagini, immediatamente avviate dai Carabinieri del luogo, portavano alla identificazione di tale Gianfranco MARCHESIN (proprietario della casa attigua a quella del Pisanello), il quale ammetteva spontaneamente di essere il depositario delle armi ritrovate; veniva pertanto deferito al Pretore di Castelfranco che procedeva al suo interrogatorio; all’esito ne disponeva l’arresto.
Nel corso dell’interrogatorio, il MARCHESIN riferiva dettagliatamente come era venuto in possesso delle armi ed i motivi per i quali le aveva conservate nella soffitta della propria abitazione.
In particolare riferiva che:
a) nei giorni immediatamente successivi al 12 dicembre 1969, si era rivolto a lui il suo amico Franco COMACCHIO, il quale gli aveva confidato di essere stato avvicinato da Giovanni VENTURA che gli aveva chiesto di aiutarlo ad occultare un certo numero di armi;
b) dopo qualche mese, in periodo di poco precedente le elezioni del giugno 1970, aveva incontrato nuovamente COMACCHIO, il quale gli aveva detto che qualche giorno prima aveva prelevato le armi dalla casa di un amico di VENTURA e le aveva portate in casa della propria fidanzata, Ida ZANON;
c) dopo circa un anno, nel periodo dell’arresto di Giovanni VENTURA, COMACCHIO era tornato da lui manifestandogli viva preoccupazione per quello che sarebbe potuto accadere ove VENTURA avesse riferito all’Autorità Giudiziaria delle armi; e che pertanto, dopo aver discusso su tre possibili soluzioni (consegnarle alla Polizia o al Giudice, gettarle da qualche parte, ovvero custodirle in luogo sicuro) avevano deciso di trasportarle in casa di esso MARCHESIN per occultarle nella soffitta, ritenuta luogo sicuro; così una sera tardi, assieme a COMACCHIO, si era recato in casa della ZANON, dove aveva preso in consegna le armi e le aveva portate a casa sua, nascondendole il mattino successivo nella soffitta, dove poi erano state ritrovate;
d) aveva in seguito insistito con COMACCHIO per convincerlo a consegnare le armi al Giudice STIZ, ma ne aveva avuto un rifiuto per timore di rappresaglie da parte di VENTURA o di suoi amici.
3) Franco COMACCHIO
Trasmessi gli atti per competenza dalla Pretura di Castelfranco alla Procura di Treviso, il Sostituto Procuratore proseguiva le indagini interrogando Franco COMACCHIO, ZANON Ida e lo stesso MARCHESIN. COMACCHIO confermava quanto già dichiarato da MARCHESIN precisando che:
a) nei primi di maggio 1970 si era rivolto a lui Angelo VENTURA (non Giovanni) che gli aveva manifestato l’intenzione di occultare delle armi e dei caratteri tipografici; li teneva per il momento nascosti nella casa di un suo amico di Rosà, il quale però non voleva più saperne; lo aveva accompagnato con la sua macchina (assieme alla fidanzata Ida ZANON) presso una abitazione di Rosà, dove Angelo VENTURA ed il suo amico avevano caricato sulla macchina una cassetta in legno ed una o due borse; avevano poi portato il tutto nella cantina della abitazione della ZANON in Camposampiero per una provvisoria sistemazione, in attesa di trovare un luogo più idoneo; successivamente, assieme alla ZANON aveva controllato il contenuto della cassa e delle borse rinvenendovi solo le armi ed alcuni candelotti di esplosivo, senza trovarvi i caratteri tipografici; preoccupati per l’esistenza dell’esplosivo, lui e la ZANON lo avevano tolto e portato in una zona disabitata di Crespano nascondendolo nella fenditura di una roccia; nell’autunno 1970 le armi erano state trasportate in Castelfranco nella nuova casa della ZANON e di COMACCHIO che stavano per sposarsi, e quindi trasferite in casa di MARCHESIN nelle circostanze già riferite da quest’ultimo; aggiungendo che prima della consegna al MARCHESIN le armi contenute nella cassetta erano state messe in una valigia della ZANON;
b) Angelo VENTURA, nel consegnargli le armi o in un periodo immediatamente successivo gli aveva confidato che le stesse costituivano la dotazione di un gruppo di persone collegate ad una organizzazione politica di carattere sovversivo, con lo scopo di sostiuire all’attuale un regime politico gerarchico e classista; tale organizzazione era composta di vari gruppi formati da tre persone; ed aveva tratto la convinzione che di uno di tali gruppi facesse parte non tanto Angelo VENTURA quanto il fratello Giovanni, mentre Angelo doveva operare come collaboratore del fratello;
c) nell’autunno 1969 Giovanni VENTURA gli aveva proposto di lavorare come rappresentante alle sue dipendenze; nel corso di un colloquio avvenuto prima del dicembre 1969, gli aveva chiesto esplicitamente se era disposto a collocare ordigni esplosivi sui treni, precisandogli che le bombe avrebbero dovuto essere collocate nelle toilettes delle vetture di prima classe (dove viaggiava “un certo tipo di persone”), aggiungendo che gli ordigni erano fabbricati con un congegno a tempo simile a quelli usati nelle lavatrici;
d) poco tempo dopo, in macchina, il VENTURA gli aveva mostrato e quindi consegnato un congegno del genere descritto, chiedendogli se era in grado di assicurarne il funzionamento; egli lo aveva tenuto per una settimana, gettandolo poi via in quanto non era sua intenzione aderire alle proposte di VENTURA;
e) uno o due giorni prima del 12 dicembre 1969 aveva accompagnato all’aeroporto di Tessera i fratelli Angelo e Giovanni VENTURA, in quanto quest’ultimo doveva imbarcarsi, forse, alla volta di Roma; successivamente alla partenza Angelo VENTURA gli aveva confidato che dopo poco sarebbe avvenuto “qualcosa di grosso”, in particolare una marcia di fascisti a Roma e “qualcosa che sarebbe avvenuto nelle banche”;
f) sempre nell’autunno 1969 Angelo VENTURA, col quale viaggiva in macchina verso Padova, gli aveva dato un libretto dalla copertina rossa (intitolato: La Giustizia è come il timone: dove la si gira, va) dicendogli di leggerlo e precisandogli che lo avevano stampato loro (lui ed il fratello) per spedirlo ad avvocati e magistrati; aveva notato sul sedile posteriore della autovettura un pacco slegato contenente varie centinaia di questi libretti, pacco che, giunti a Padova, Angelo VENTURA aveva preso e portato in uno stanzino della libreria Ezzelino, presente TRINCO; nella prima metà del 1970, subito dopo la diffusione delle prime notizie che vedevano il fratello Giovanni coinvolto nella nota vicenda giudiziaria con LORENZON, Angelo era tornato a casa sua e fattosi restituire il libretto lo aveva bruciato nella stufa alla presenza anche della sorella Elda.
In un successivo interrogatorio COMACCHIO chiariva che aveva conosciuto Franco FREDA intorno al gennaio 1970 vicino alla libreria di vicolo di Pola di Treviso, dove si trovava assieme alla moglie e ad Angelo VENTURA, che gli aveva mostrato le bozze dell’opuscolo “Positions”.
Aveva rivisto FREDA qualche tempo dopo nella macchina dei fratelli VENTURA ed in quella occasione FREDA e VENTURA, che discutevano di armi e della esigenza di custodirle in un luogo sicuro, gli avevano chiesto se era in grado di indicare qualche posto adatto allo scopo.
FREDA aveva prospettato, quale soluzione ideale, una casa di campagna con un pozzo murato alla sommità; nel corso della discussione si era anche detto che per il momento le armi erano custodite da una persona insospettabile (forse una contessa di Venezia). Pochi giorni dopo aveva accompagnato Angelo VENTURA in Crespano del Grappa dove si erano informati sulla disponibilità di rustici sulle soprastanti colline, interpellando all’uopo anche un vigile urbano del posto; ma la cosa non aveva avuto seguito.
Da ultimo COMACCHIO riferiva che nei giorni prossimi all’arresto di FREDA e VENTURA, Angelo VENTURA si era recato a casa sua e gli aveva consegnato un pacco di documenti e due passaporti, pregandolo di custodirli; uno dei passaporti era intestato a Giovanni VENTURA, mentre l’altro era intestato ad un medico e recava la fotografia di FREDA. Una settimana dopo la scarcerazione dei due, Angelo era tornato a riprendere i due passaporti, mentre gli aveva lasciato i documenti.
4) Ida ZANON
ZANON ida, moglie di COMACCHIO, interrogata, confermava tutte le circostanze riferite dal marito di cui aveva avuto diretta cognizione (viaggio a Rossano con Angelo VENTURA, ricezione ed occultamento delle armi, viaggio a Fietta di Crespano del Grappa per disfarsi dell’esplosivo, consegna delle armi a MARCHESIN, distruzione del libretto rosso e consegna dei documenti e dei due passaporti da parte di Angelo VENTURA), aggiungendo, peraltro, una circostanza relativa ad Angelo VENTURA: questi, infatti, il 12 dicembre 1969 era andato a trovarla in Padova, presso il negozio COIN dove era impiegata, una prima volta di mattina, da solo, ed una seconda nel pomeriggio, in compagnia del marito.
Subito dopo la perquisizione effettuata in casa dei VENTURA, Angelo era tornato da lei invitandola, qualora fosse stata chiamata dal Magistrato, a riferire che il 12 dicembre lo aveva visto lontano dal luogo della strage, e cioè in Padova.
Interrogato nuovamente, MARCHESIN ribadiva quanto già dichiarato al Pretore di Castelfranco, aggiungendo una ulteriore conferma alle dichiarazioni dei coniugi COMACCHIO relative ai passaporti, in quanto questi gli erano stati mostrati assieme ai documenti.
5) Il rinvenimento dell’esplosivo – la pistola Bernardelli
Successivamente COMACCHIO e la moglie accompagnavano i Carabinieri di Treviso sui luoghi dove avevano nascosto l’esplosivo che in effetti veniva rinvenuto (complessivamente 35 candelotti, di cui 20 in un sacchetto di plastica e 15 in un pacco di carta da imballaggio), nonché a Rossano Veneto dove indicavano la casa dalla quale Angelo VENTURA aveva ritirato le armi, fino allora custodite dall’amico.
Questi veniva identificato in Ruggero PAN, al momento assente perché in servizio militare di leva ad Ascoli Piceno. L’8 novembre 1971, nel corso della perquisizione della suddetta casa, veniva sequestrata una pistola Bernardelli calibro 22 priva della culatta e del caricatore, nonché un silenziatore adattato alla canna della pistola.
6) L’istruttoria in Padova
Gli atti venivano trasmessi al G.I. di Padova (al seguito del precedente processo contro FREDA, VENTURA e gli altri) che esaminava nuovamente COMACCHIO (presentatosi spontaneamente), nonché PAN Ruggero ed il teste LORENZON.
COMACCHIO ribadiva la versione fornita in precedenza, precisandola ulteriormente in alcuni particolari: chiariva, infatti, che si era recato non una, ma due volte all’aeroporto di Tessera ad accompagnare i fratelli VENTURA, una prima volta nell’ottobre ed una seconda nel dicembre 1969; in quest’ultima occasione gli era stata anche presentata una persona, di cui però non sapeva dare alcuna indicazione.
Confermava la circostanza della visita alla moglie, il 12 dicembre 1969, assieme ad Angelo VENTURA che gli aveva detto di accompagnarlo a Padova, perché “doveva farsi vedere là”.
Raccontava come dal 13 dicembre, trovandosi in casa ammalato, era stato assistito per un periodo di cinque o sei giorni da Angelo VENTURA che andava a trovarlo preparandogli anche i pasti: interessamento questo del tutto insolito ed eccezionale che gli aveva fatto nascere il sospetto che Angelo VENTURA fosse preoccupato di aver parlato troppo con lui in relazione ai fatti accaduti il 12 dicembre.
Aggiungeva anche che, dopo aver controllato il contenuto della cassa, aveva chiesto ai fratelli VENTURA la provenienza dei silenziatori, e questi gli avevano risposto che erano stati costruiti da un artigiano tornitore.
Precisava che la sera della consegna delle armi a MARCHESIN, questi le aveva riposte, in un primo tempo, nella sede del P.S.I. di Castelfranco e, solo in seguito, le aveva portate a casa sua. Ricordava, inoltre, che il passaporto con la foto di FREDA era intestato a certo Andrea MAIONI, medico chirurgo di Milano, e che l’unico “visto” si riferiva ad un viaggio in Israele. Concludeva infine affermando che, da alcuni discorsi fatti dai fratelli VENTURA, aveva arguito che gli stessi conoscevano un certo MERLINO.
7) Ruggero PAN
Ruggero PAN ammetteva, per la parte che lo riguardava, la vicenda relativa alla detenzione delle armi, affermando che:
a) aveva conosciuto Giovanni VENTURA nel 1968 in Castelfranco Veneto e aveva collaborato con lui nella sua libreria dall’estate 1969 fino al gennaio 1970;
b) nel dicembre 1969 Giovanni VENTURA gli aveva confidato che una persona lo aveva accusato di attività terroristica e pertanto era preoccupato per alcune vecchie pistole, ricordo del padre, che teneva in casa; lo aveva così pregato di custodirgliele per qualche tempo, suggerendogli altresì di giustificare la cosa con i familiari dicendo che si trattava di libri; PAN aveva accettato, e qualche giorno dopo si erano recati a casa sua i fratelli VENTURA, che gli avevano lasciato una cassa di legno.
Quando però, qualche tempo dopo, aveva appreso dai giornali la vicenda giudiziaria di Giovanni VENTURA, aveva detto al fratello Angelo che non voleva più saperne di custodire le armi. Così Angelo era tornato da lui, riprendendosi la cassa; per il trasporto aveva travasato in un primo momento le armi in una borsa da tennis, ma poi, visto che non ci stavano, le aveva rimesse alla rinfusa nella cassa, portandosela via.
Aggiungeva che, probabilmente, nel fare questa operazione, doveva essere rimasta fuori la pistola cal.22 con silenziatore, di cui aveva sempre ignorato l’esistenza;
c) l’8 novembre 1971 (e cioè pochi giorni prima di questo interrogatorio) i fratelli VENTURA erano andati a trovarlo ad Ascoli Piceno assieme ad un signore anziano che si era presentato come avvocato. Lo avevano messo al corrente che in Castelfranco erano state trovate le armi e lo avevano consigliato, anche per non rimanere coinvolto nella vicenda, di affermare che la cassetta ricevuta non conteneva armi, ma libri di De Pisis e xilografie; aveva quindi chiesto consiglio al cappellano e questi lo aveva accompagnato da un avvocato di Ascoli, il quale gli aveva suggerito di seguire le istruzioni di VENTURA;
d) il 12 novembre (cioè quattro giorni dopo), mentre usciva dalla caserma, aveva incontrato in Ascoli, Franco FREDA (che aveva già conosciuto in Padova) assieme ad un tale presentatoglie come Massimo FACHINI; gli stessi lo avevano accompagnato con la loro auto a Padova e, durante il viaggio, avevano ripreso il discorso sulla cassa delle armi per indurlo nuovamente a seguire le istruzioni di VENTURA, che mostravano di conoscere nei particolari.
8) Guido LORENZON
Il teste LORENZON confermava le dichiarazioni rese all’Autorità Giudiziaria di Treviso (in particolare l’ultima, resa al Giudice Istruttore); ribadiva l’episodio delle armi, precisando però di non aver mai visto la cassa; spiegava infine perché, ad un certo punto, si era lasciato convincere da VENTURA a smentire tutto: si era trattato di un cedimento morale dovuto soprattutto al peso della grave responsabilità che si era assunto nel fare quelle dichiarazioni contro l’amico; rilevava, comunque, che, in mancanza di riscontro, lui poteva solo riferire quanto confidatogli in più riprese da VENTURA, nulla potendo dire sulla veridicità delle dichiarazioni ricevute.
Esponeva i momenti più salienti delle idee politiche di VENTURA, ricordando come fin dai primi tempi della loro conoscenza (avvenuta nel 1962 nel collegio Pio X di Borca di Cadore) VENTURA avesse manifestato idee di destra che non erano mutate nel corso degli anni; e come, più di una volta, VENTURA gli avesse espresso la convinzione che i problemi politici della Nazione si sarebbero dovuti risolvere con la violenza, perché solo questa avrebbe scosso l’apatia generale, lamentando ad esempio, che a seguito degli attentati ai treni la reazione della pubblica opinione fosse stata limitata e soltanto verbale.
Faceva inoltre rilevare che era stato sempre VENTURA a sollecitare gli incontri durante i quali si era lasciato andare a confidenze su argomenti scottanti e delicati, che gli faceva “senza tanti particolari e con un tono quasi furtivo come di uno che volesse togliersi un peso”.
9) Mandati di arresto provvisorio del G.I. di Padova e atti all’A.G. di Treviso
Il G.I. di Padova restituiva tutti gli atti al P.M. di Treviso, ravvisando nel rinvenimento delle armi (tra l’altro in perfetto stato di efficienza, sì da far ritenere probabile la loro utilizzazione in ogni momento) un elemento, allo stato anzi il più vistoso, di quella associazione sovversiva addebitata a suo tempo a FREDA e VENTURA G. e che doveva ritenersi ancora permanere, con conseguente competenza territoriale del Tribunale di Treviso, nel cui circondario era avvenuto il predetto rinvenimento.
Emetteva nel contempo mandato di arresto provvisorio nei confronti di FREDA Franco e VENTURA Giovanni per associazione sovversiva, nonché nei confronti dei medesimi due e di VENTURA Angelo, COMACCHIO Franco, MARCHESIN Gianfranco e PAN Ruggero, tra l’altro, per la detenzione ed il porto delle armi da guerra e dell’esplosivo.
In Treviso l’istruttoria proseguiva con il rito formale; venivano nuovamente sentiti tutti gli imputati ed accadeva così che, mentre da una parte COMACCHIO, ZANON, PAN e MARCHESIN ribadivano tutto quanto dichiarato in precedenza (non escluse quelle circostanze che implicavano la loro penale responsabilità), i fratelli VENTURA e FREDA respingevano con sdegno tutte le accuse mosse contro di loro, assumendo che si trattava di una montatura provocatoria e calunniosa precostituita al fine di coinvolgerli in una vicenda alla quale erano assolutamente estranei.
Angelo VENTURA, infatti, esprimeva la sua meraviglia per essersi trovato coimputato con FREDA, “noto razzista ed antisemita”, e respingeva pertanto come gravissima provocazione fascista quello che considerava un “tentativo di coinvolgimento che ha portato un gravissimo danno alla mia posizione ideologica” (si dichiarava infatti comunista marxista-leninista).
Anche nel merito respingeva gli addebiti affermando di non essersi mai interessato di armi, né di averne mai detenute; si riservava comunque ogni azione nei confronti di PAN e COMACCHIO.
Franco FREDA si dichiarava pure innocente e affermava che le accuse di COMACCHIO, che mai aveva conosciuto, potevano essere dettate solo da “odio razziale”, in quanto questi era ebreo. Quanto alla visita al PAN in Ascoli, dichiarava di averla fatta solo “indotto da un desiderio più che legittimo di analizzare la sconcertante situazione”.
Giovanni VENTURA, dal canto suo, respingeva gli addebiti che considerava calunniosi, provocatori e artificiosamente precostituiti da COMACCHIO e MARCHESIN. Dichiarava di conoscere PAN, che aveva lavorato alle sue dipendenze e che aveva ricevuto dal fratello Angelo un piccolo deposito di libri che teneva in casa perché intendeva venderli direttamente: doveva trattarsi di litografie di De Pisis ed altro.
Nega di aver chiesto a PAN di custodirgli delle pistole, ricordo del padre, e di avergli portato, assieme al fratello Angelo, la cassa con le armi.
Ammetteva di essersi recato da PAN ad Ascoli Piceno giustificando tale viaggio con la curiosità di sapere qualche cosa in più circa le voci sul ritrovamento di armi a Castelfranco che facevano risalire ad un suo conoscente di Rossano la responsabilità della detenzione: dato che a Rossano conosceva solo il PAN lo aveva cercato e, su indicazione del padre, lo aveva raggiunto ad Ascoli, dove era poi tornato anche una seconda volta.
Si meravigliava che anche FREDA fosse andato a trovare PAN; concludeva infine che i suoi rapporti con PAN si erano esauriti in questioni riguardanti la libreria. Si procedeva pertanto ai confronti tra FREDA (che lo aveva richiesto) da una parte, e COMACCHIO e PAN dall’altra, ma nulla emergeva di nuovo e ciascuno rimaneva sulle sue originarie posizioni.
Sulle circostanze asserite da Giovanni VENTURA, veniva interrogato nuovamente PAN ma questi negava di aver mai ricevuto libri in deposito: era stato Giovanni VENTURA, nella prima visita ad Ascoli, che gli aveva consigliato di sostenere questa versione e di dire che COMACCHIO era andato a ritirare i libri perché lo interessavano; le stesse cose durante il viaggio Ascoli-Padova gli erano state poi dette da FREDA, che gli aveva anche fissato un appuntamento per il giorno successivo, in quanto voleva assicurarsi che, uscendo dallo studio del suo legale di Padova, esso PAN si fosse determinato a sostenere la versione suggerita.
PAN tuttavia non era andato all’appuntamento con FREDA e di ciò era stato rimproverato da VENTURA in una seconda visita ad Ascoli; in questa occasione aveva detto anche (contrariamente al vero) che il suo avvocato aveva declinato l’incarico; al che VENTURA gli aveva indicato un avvocato di Padova di cui si sarebbe accollato le spese e che lui stesso avrebbe avvicinato per stabilire una comune linea di difesa.
10) Giuseppina ORLANDO
Mentre si svolgevano questi interrogatori, i Carabinieri di Treviso procedevano, il 13 dicembre 1971, per ordine del magistrato, alla perquisizione domiciliare di ORLANDO Giuseppina (fidanzata del PAN) a seguito della quale veniva trovata, nascosta sotto un materasso, una raccolta di litografie di De Pisis.
Pertanto anche la ORLANDO veniva esaminata, ed in un primo momento dichiarava:
a) che il giorno successivo alla perquisizione a casa di PAN (avvenuta il 9 novembre 1971) questi le aveva telefonato da Ascoli per dirle della perquisizione e tranquillizzarla;
b) la sera stessa aveva telefonato un tale che, qualificandosi come amico di PAN, le aveva sollecitato un incontro a Bassano per parlarle di cose delicate, di cui non poteva trattare per telefono. Recatasi a Bassano, si era incontrata con un signore di mezza età (presentatosi come avvocato) e Giovanni VENTURA, il quale l’aveva pregata di adoperarsi con PAN per convincerlo a dire che nella cassa erano contenuti dei libri; le aveva anche dettato un elenco di questi libri, lasciandole la copia delle litografie di De Pisis, poi ritrovata nel corso della perquisizione;
c) dopo un paio di giorni erano andate a trovarla la madre e la sorella di VENTURA, che le avevano fatto gli stessi discorsi, pregandola altresì di avvicinare il padre di PAN (cui si erano già rivolte e che le aveva trattate male) per convincere anche lui che la cassa conteneva libri e non armi (cosa di cui invece era convinto il padre di PAN);
d) negava infine di avere mai ricevuto libri in deposito da PAN o da altri.
Per questa ultima circostanza la ORLANDO veniva arrestata per reticenza ed incriminata per falsa testimonianza.
11) I quattro pacchi di libri
Si interrogava nuovamente PAN (il 15 dicembre 1971) che in questa sede riferiva agli inquirenti nuovi fatti:
a) nel gennaio 1970, dopo la consegna della cassa con le armi, Giovanni VENTURA gli aveva detto che, poiché stava riordinando il magazzino di Treviso, aveva fatto spedire all’indirizzo della nonna (di PAN) alcuni pacchi di libri. Quando questi erano arrivati il 21.1.70 aveva telefonato ai VENTURA e alla madre, che aveva risposto, aveva detto di avvertire i figli perché andassero a ritirare i pacchi.
La sera era andato da lui Angelo VENTURA “infuriato perché aveva telefonato alla madre, dicendo che avevo fatto male perché il telefono era o poteva essere sorvegliato”, comunque si era rifiutato di ritirare i pacchi dicendo che “contenevano libri che loro non potevano riprendere o tenere”;
b) allora si era rivolto alla ORLANDO e le aveva portato i pacchi di libri depositandoli in un magazzino sul retro della sua abitazione; non aveva aperto i pacchi, ma ricordava che le etichette incollate su ciascun pacco si riferivano ad una casa editrice di Roma, forse la ENNESSE;
c) quando Angelo VENTURA era tornato da lui per ritirare la cassetta delle armi, gli aveva chiesto di portarsi via anche i pacchi, ma questi si era rifiutato dicendogli testualmente: “è roba tua, arrangiati tu, sbarazzatene tu”;
d) nella prima visita di VENTURA ad Ascoli (l’8 novembre 1971) si era parlato anche di questi pacchi di libri, e VENTURA voleva sapere dove erano andati a finire; quando glielo aveva detto, dopo essersi segnato nome e inidirizzo, gli aveva anche chiesto di scrivergli una lettera che lo autorizzasse a ritirare i libri presso la ragazza; lui (PAN) si era rifiutato e aveva telefonato direttamente alla ORLANDO quella stessa sera, dicendole di distruggere i pacchi dei libri; successivamente aveva richiamato la fidanzata, che gli aveva assicurato di aver bruciato i libretti, aggiungendo che prima ne aveva letto il contenuto riguardante il programma di un partito o fronte popolare rivoluzionario;
e) durante il viaggio di ritorno da Ascoli a Padova, fatto assieme a FACHINI e FREDA, quest’ultimo aveva parlato anche dei pacchi in deposito presso la ORLANDO, ed era quindi a conoscenza di tali libretti; e nel fissargli l’appuntamento per il giorno successivo, aveva insistito per incontrare anche la ORLANDO, per accertarsi direttamente con lei della distruzione dei libretti;
f) nel secondo viaggio ad Ascoli, VENTURA gli aveva chiesto se la ragazza avesse effettivamente distrutto i libretti, ricevendone assicurazione;
g) concludeva, infine, affermando che quando in sede di confronto con FREDA aveva dichiarato che questi non aveva esercitato alcuna pressione nei suoi riguardi (in relazione ai discorsi fatti sul contenuto della cassa); non aveva riferito tutto, volendo ora aggiungere che in realtà FREDA ad un certo punto del discorso gli aveva detto, in tono severo: “non credere, Ruggero, che sapendo queste cose tu possa stare tranquillo”.
12) Il programma del “FRONTE POPOLARE RIVOLUZIONARIO”
Subito dopo questo interrogatorio di PAN, veniva risentita come imputata (di falsa testimonianza) ORLANDO Giuseppina, la quale affermava che;
a) lunedì 8 novembre 1971 (e non il 19, come aveva detto in precedenza e quindi prima della perquisizione a casa di PAN, eseguita il 9.11.1971); aveva ricevuto una telefonata da PAN che le aveva detto che sarebbe andato da lei VENTURA per ritirare i pacchi dei libri, ma che sarebbe stato meglio sbarazzarsene senza consegnarglieli; così aveva provveduto a bruciarli, un po’ il mercoledì ed il resto il giovedì (10 e 11 novembre);
b) VENTURA le aveva parlato di questi pacchi nell’incontro di Bassano ed erano rimasti d’accordo che avrebbe mandato qualcuno a ritirarli dopo le nove di sera; invece si era presentato lui stesso con un’altra persona; gli aveva allora detto di averli già distrutti, cosa non vera perché ne aveva bruciato solo una metà; VENTURA l’aveva avvertita che se gli inquirenti avessero trovato uno solo di quei libretti, sarebbero finiti tutti dentro; le stesse cose le avevano detto la madre e la sorella di VENTURA quando due giorni dopo erano andate a trovarla;
c) alcuni giorni dopo l’interrogatorio di PAN era tornata da lei la sorella di VENTURA, accompagnata da una cugina, per invitarla ad incontrarsi col fratello Giovanni; di fronte al rifiuto oppostole, aveva aggiunto che PAN aveva fatto il suo nome nell’interrogatorio, e che pertanto, se fossero andati gli inquirenti a perquisire la sua abitazione, avrebbe dovuto tacere tutto quanto riguardava i pacchi dei libretti; aveva concluso raccomandandole di evitare qualsiasi incontro con FREDA perché “era pericoloso vedersi con FREDA”;
d) quanto alle caratteristiche dei libretti, ricordava che si trattava di libretti di poche pagine (forse 12) con la copertina rossa, sul cui frontespizio era scritto “FRONTE POPOLARE RIVOLUZIONARIO – PROGRAMMA”. Il contenuto riguardava un programma di eliminazione della proprietà privata e di costituzione di una proprietà collettiva mediante una azione rivoluzionaria violenta.
Mostratole il libretto: “LA GIUSTIZIA…..”, precisava che i libretti distrutti erano uguali a quello per quanto riguardava il tipo di carta, le dimensioni, il colore della copertina e i caratteri grafici del titolo, mentre i caratteri grafici del testo erano più grandi ed il titolo certamente diverso.
Al termine dell’interrogatorio, su conforme parere del P.M., la ORLANDO veniva scarcerata.
13) RIZZO Bonaventura
Veniva sentito anche certo RIZZO Bonaventura che si dichiarava a conoscenza di alcune delle circostanze di questa vicenda in quanto Giovanni VENTURA (che aveva conosciuto in carcere a Treviso nell’estate precedente e che aveva avuto modo di frequentare anche in seguito), quando si era saputo del ritrovamento della cassa di armi in Castelfranco, lo aveva pregato di accompagnarlo alcune volte per fargli da testimone, in particolare negli incontri con ORLANDO Giuseppina a Bassano e in casa di lei per il ritiro dei pacchi di libri.
I successivi confronti disposti tra i fratelli VENTURA da una parte e COMACCHIO, PAN e ORLANDO Giuseppina dall’altra nulla modificavano, in quanto ciascuno rimaneva fermamente sulle sue posizioni.
14) LORENZON riferisce su MASSARI e GIANNETTINI
Risentito sulle armi da lui viste nell’appartamento di via Manin, LORENZON precisava di non aver notato silenziatori assieme alle armi; ricordava in particolare di aver preso in mano una pistola tipo Luger a canna lunga e che le cassette di munizioni erano in ferro.
Aggiungeva poi alcune circostanze, allo stato, poco rilevanti:
a) aveva consciuto a Roma, tramite VENTURA, certo Nino MASSARI; ma VENTURA gli aveva raccomandato di non rivelare al MASSARI, che era uno scrittore di sinistra, le sue vere idee di destra;
b) aveva consciuto anche un giornalista del Borghese, certo Guido GIANNETTINI (di cui VENTURA parlava spesso) e tramite questi aveva ottenuto una presentazione per Dominique de Roux (editore francese) che gli serviva per il lavoro della tesi di laurea; questi a sua volta lo aveva indirizzato da certo Hamilton di Roma e da Julius Evola.
Concludeva quindi negando di aver fornito a VENTURA indirizzi di Ufficiali dell’Esercito e di comandi militari: a VENTURA aveva dato, dietro sua richiesta, solo un fascicolo della Scuola Allievi Ufficiali di Caserta con i nomi degli Ufficiali di complemento del suo corso.
15) Giorgio COSTENIERO e Antonio MASSARI
Si proseguiva quindi l’istruttoria con l’interrogatorio di Giorgio COSTENIERO e Antonio MASSARI.
Il primo, agente librario dell’UTET chiariva i suoi rapporti d’affari con Giovanni VENTURA, precisando di aver fatto con lo stesso un viaggio a Torino nel maggio 1969 per questioni di lavoro, in compagnia anche di un certo avvocato LAURINO di Portogruaro.
Il MASSARI confermava quanto già esposto in una lettera inviata in precedenza al Giudice Istruttore (Vol.6 Fol. 21) nella quale aveva precisato la natura esclusivamente professionale dei suoi rapporti col VENTURA. Interrogato poi sulla spedizione di quattro pacchi di libri da Roma a Rossano a mezzo del corriere Domenichelli, dichiarava di non saperne nulla, ammettendo peraltro di aver spedito altri libri (sempre tramite lo stesso corriere) sia alla Galleria del Libraio che al Servizio Bibliografico; precisava che, per la stampa dei libri della ENNESSE si erano serviti delle ditte Ormagrafica e Bookpress di Roma; nulla sapeva del fallimento della ENNESSE.
Affermava inoltre che la sera del 12 dicembre 1969 VENTURA si era recato a casa sua dove, assieme a certo GIANNOLA e forse qualche altro amico, avevano passato la serata commentando i fatti accaduti (di cui VENTURA si rammaricava), e quindi si era fermato a dormire da lui.
Escludeva infine il MASSARI di aver viaggiato da Roma a Milano nei giorni prossimi il 12 dicembre.