CAPITOLO XI ISTRUTTORIA DEL GIUDICE EMILIO ALESSANDRINI DEL TRIBUNALE DI MILANO
IL MANDATO DI CATTURA PER LA STRAGE
1. “Il Capitano HAMID”
2. Maria DE PORTADA
3. VENTURA: forse DELLE CHIAIE alla riunione di Padova
4. VENTURA: mai visti i timers
5. VENTURA: confronto con FREDA e FABRIS: sottratto un timer a FREDA
6. La linea difensiva di VENTURA
7. VENTURA informatore per il “rumeno”
8. VENTURA: “FREDA autore del libretto rosso”
9. Confronto VENTURA-LORENZON
10. Confronto JULIANO-ROVERONI
11. Il mandato di cattura per la strage
1) “Il Capitano Hamid”
In un primo momento, FREDA e VENTURA negavano sia di aver avuto rapporti politici con RAUTI sia che la sera del 18 aprile si fosse tenuta a Padova una riunione a contenuto eversivo.
FREDA manterrà sempre questo suo atteggiamento; anzi, pur riconoscendo la propria voce nelle varie telefonate intercettate, si dichiarava non in grado né di riconoscere la voce degli interlocutori e né di ricordare comunque i vari episodi, cui si riferivano le conversazioni.
Interrogato il 4.4.72 sull’acquisto e sulla successiva destinazione dei 50 timers, dopo lungo tergiversare, e dietro la assicurazione della più rigorosa osservanza del segreto istruttorio, affermava di essersi interessato all’acquisto di un certo quantitativo di temporizzatori (non ricordava se 50, 100 o 200) per incarico di un certo capitano HAMID, un arabo dei Servizi Segreti Algerini, il quale intendeva adoperarli per confezionare ordigni esplosivi nella guerra arabo-israeliana.
Infatti, nel marzo 1969, aveva organizzato, nella Sala della Gran Guardia di Padova, una manifestazione di solidarietà alla causa palestinese; dopo di che era entrato in contatto con degli arabi i quali gli avevano chiesto una collaborazione politica. In questo contesto, era stato avvicinato da HAMID, il quale, peraltro, non essendo preparato in materia tecnica, gli aveva dato solo indicazioni generiche sui meccanismi che gli servivano; di qui i contatti con l’elettricista FABRIS per avere precise informazioni.
2) MARIA DE PORTADA
Con HAMID aveva avuto una serie di incontri, tutti svoltisi (ed anche qui lunghi silenzi e reiterate titubanze dell’imputato nella rivelazione) in casa ed alla presenza di una sua amica di Venezia, la professoressa MARIA DE PORTADA che fungeva anche da interprete, in quanto l’algerino parlava francese.
Una prima volta verso il giugno-luglio 1969, aveva consegnato ad HAMID i cinque timers della ditta RICA di Padova, successivamente la partita di cinquanta; teneva, però a precisare, di non ricordare i quantitativi esatti ma solo che una prima volta consegnò degli esemplari comprati a Padova e poi la successiva partita ordinatagli dall’arabo. Chiedeva, pertanto, l’audizione della DE PORTADA quale teste.
Effettivamente la signora confermava, con qualche discrepanza, la versione di FREDA (Vol 10 Foll. 16). Tuttavia si accertava che la DE PORTADA, dopo che sui giornali erano uscite indiscrezioni relative all’acquisto, da parte di FREDA, di timers analoghi a quelli adoperati nella strage del 12 dicembre, aveva avuto un colloquio con FREDA nel Carcere di Treviso, poco prima del trasferimento dell’imputato a Milano.
In coerenza con la sua linea, FREDA negava di aver mai parlato e tantomeno di aver mai consegnato uno di questi timers al VENTURA. Lettagli la deposizione del FABRIS al riguardo, modificava il proprio giudizio su questi (sulle prime definito “una persona onesta” ed ora “un mitomane”).
3) VENTURA: forse DELLE CHIAIE alla riunione di Padova
Dal canto suo, VENTURA, dopo aver inizialmente negato l’esistenza di una “riunione” del 18.4.69 (int. Del 5.4.72), successivamente (int. 19.6.72), pur escludendo di avervi partecipato (ed in questo confortato da una plasibile interpretazione del contenuto della sua telefonata con FREDA, intercettata la sera del 18 aprile 1969) dichiarava di aver saputo da FREDA che la sera in questione questi aveva ricevuto alla stazione di Padova due persone venute appositamente da Roma, con le quali poi si era trattenuto in una “osteria” in una via trasversale di “Riviera Tito Livio”, vicino all’Università.
L’incontro “aveva portato allo stabilirsi di un rapporto politico-operativo”. Le due persone appartenevano al gruppo estremistico di destra “AVANGUARDIA NAZIONALE”. Successivamente, FREDA si era recato più volte a Roma per una serie di contatti con quell’ambiente. FREDA non gli aveva mai fatto il nome preciso delle due persone; ma dai vari discorsi aveva potuto arguire che uno dei due fosse Stefano DELLE CHIAIE.
Escludeva, però, che l’altra persona potesse essere RAUTI, con il cui “Centro-Studi” FREDA aveva solo rapporti librari.
4) VENTURA: mai visti i timers
Quanto ai timers, VENTURA dapprima (int.5.4.72) dichiarava al G.I. che gliene mostrava un esemplare, di non avere mai visto simili commutatori e di non avere mai saputo, a suo tempo da FREDA, del loro acquisto.
Contestategli le dichiarazioni di FABRIS, COMACCHIO e LORENZON, tacciava le ultime due come “fantasiose illazioni”, mentre richiedeva un confronto con FABRIS alla presenza pure di FREDA.
5) VENTURA: confronto con FREDA e FABRIS: sottratto un timer a FREDA
Successivamente, e proprio nel corso di questo confronto, VENTURA dichiarava che intorno all’estate 1969, una volta che era salito nello studio del FREDA e che si era accomodato in una saletta (in attesa che FREDA finisse di parlare con un cliente), aveva visto in un mobile, le cui ante erano aperte, un timer (allora non sapeva neppure bene cosa fosse di preciso) deposto sopra alcuni fogli scritti a stampatello; aveva per curiosità letto questi appunti ed aveva rilevato che erano le istruzioni per l’impiego del congegno in ordigni esplosivi.
Aveva pertanto sottratto (provocando, a questo punto, nel FREDA l’indignato rilievo che aveva agito con “mancanza di stile”) il timer, e poi lo aveva consegnato a COMACCHIO (diplomato in elettrotecnica) perché lo studiasse e gli facesse sapere se effettivamente poteva essere utilizzato in un ordigno.
Era pertanto anche possibile che in quel torno di tempo lo avesse mostrato a LORENZON; certamente, però LORENZON mentiva quando affermava di aver visto il timer già collegato con dei fili elettrici ad una batteria; a meno che confondesse con i fili di un tachimetro rotto che pure si trovava nella stessa scatola del temporizzatore.
Ricordava inoltre di aver visto una volta FABRIS, in quel torno di tempo, nello studio di FREDA, mentre discuteva con questi di apparecchi radiotrasmittenti e, nella circostanza sul tavolo di FREDA vi era un aggeggio, certamente non un timer; forse, come forma e dimensioni, un voltametro. Non aveva preso parte alla conversazione, che in sua presenza era proseguita per pochi minuti, essendo digiuno di cognizioni tecniche.
Nel confronto con FABRIS, questi da una parte ammetteva le modalità dell’incontro ed i discorsi di radiotrasmissione, dall’altra ribadiva sostanzialmente di aver visto con sicurezza VENTURA prendere in mano un timer datogli da FREDA, anche se, sotto l’incalzare delle contestazioni dell’imputato, non era più in grado di dire con certezza se il timer fosse sul tavolo o se invece FREDA lo aveva preso dal cassetto.
Comunque, era sempre stato convinto che VENTURA fosse stato al corrente dell’acquisto, perché, oltre ai discorsi di FREDA sull’amico di Treviso cui i timers necessitavano per accendere i “missili”, il commesso della RICA gli aveva detto che per ben 5 volte erano andate due persone diverse per chiedergli dell’arrivo dei temporizzatori.
A questo punto VENTURA chiedeva che al confronto partecipasse anche FREDA, che dal canto suo ipotizzava che le dichiarazioni (mendaci) di FABRIS gli fossero state estorte, con minaccia di incriminazione come terrorista, dagli inquirenti trevigiani.
FABRIS peraltro confermava che lui quelle cose le aveva dette perché così gli era sembrato di ricordare, a meno che il tempo trascorso tra gli avvenimenti e la sua testimonianza gli avesse ingenerato confusione.
6) La linea difensiva di VENTURA
Le dichiarazioni a carico di FREDA (v. episodio del timer sottratto e le indicazioni per l’impiego in ordigni esplosivi) fatte da VENTURA si inquadravano in una linea difensiva che questi cominciava a prospettare dall’interrogatorio del 10.5.72.
Infatti, alle domande rivoltegli circa il possesso e la provenienza dei rapporti informativi (ed in particolare quelli che prevedevano una serie di attentati terroristici), rispondeva di averli avuti da un personaggio vicino alla Ambasciata Rumena di Roma, il cui nome, per motivi di lealtà, non poteva rivelare.
Egli VENTURA era un informatore del Rumeno, ed in cambio delle notizie fornite ne riceveva altre, condensate nelle schede: ciò gli era utile per la sua attività di editore, oltre che ad interessarlo sul piano personale. Comunque non era il T (VI) né lo Z del rapporto n.0282 del 16.5.69.
I rapprti venivano redatti in più copie, di cui una andava anche in Francia, ad un gruppo della Sinistra Gollista che tendeva a stabilire un determinato tipo di relazioni con i paesi dell’Est Europeo.
7) VENTURA informatore per il “rumeno”
Nell’ambito di questa collaborazione, aveva avuto incarico, tra l’altro, di seguire l’attività di FREDA e del suo gruppo. In tutto l’arco del 1969, FREDA, senza però fare mai riferimento ad una sua partecipazione personale, nel corso di conversazioni gli aveva manifestato sue “valutazioni” (sempre positive) sugli attentati; solo una volta, a proposito dell’ordigno esploso nello studio del Rettore di Padova, fece capire la propria non estraneità, dicendogli “con un tono che non lasciava adito ad equivoci” che quella sera era a cena con una sua amica.
Dopo gli attentati dell’8.8.69 (sui treni), FREDA gli aveva detto chiaramente di conoscere gli autori e gli organizzatori, ma non gliene aveva fatto i nomi; erano persone che immediatamente dopo si erano rifugiate in Spagna.
Gli aveva anche spiegato che tali attentati non erano che i primi di un più ampio piano di azione, che sarebbe stato attuato da persone enucleate da diversi gruppi politici, le quali avevano l’appoggio tacito delle forze politiche moderate; la prospettiva era la restaurazione di una forma nuova di fascismo; alla esecuzione degli attentati, poi, erano particolarmente interessati elementi pacciardiani della fascia ravennate e dell’Emilia-Romagna in genere.
Nel corso del confronto (13.6.1972) con FREDA, VENTURA ribadiva queste asserzioni e FREDA non le negava, precisando bene, però, che tutto ciò era frutto delle due deduzioni, fatte sulla base delle informazioni che gli pervenivano da ambienti diversi; quando dopo gli attentati sui treni dell’agosto, aveva fatto VENTURA riferimento ai prodromi di un’azione restauratrice appoggiata dalle forze politiche moderate, non aveva fatto altro che svolgere argomentazioni di logica politica; per esclusione, sulla base del criterio del “a chi giova?” era giunto alla conclusione che il piano eversivo che si stava ponendo in essere attraverso gli attentati terroristici serviva esclusivamente a chi stava al potere o, meglio, alla oligarchia dominante.
Per il resto, in verità, FREDA non dava spiegazione dei suoi riferimenti ai gruppi pacciardiani dell’Emilia-Romagna; questi erano precisi elementi di fatto alla cui conoscenza non si poteva pervenire sulla base della sola logica politica.
Tuttavia VENTURA il quale cominciava a giustificare i suoi legami con FREDA con la necessità di seguire l’attività politica di questi per conto del servizio rumeno, interrogato dal Giudice sui vari legami e collegamenti del FREDA con altre persone o gruppi dava notizie largamente acclarate (ad esempio i nominativi delle persone che frequentavano la libreria Ezzelino: Romanin, Trinco, Balzarini, Toniolo e Pozzan) o del tutto lacunose (ignorava per esempio i recapiti di FREDA a Roma dove lo stesso, a suo dire, si recava una diecina di volte all’anno e non prendeva mai alloggio in alberghi), o comunque irrilevanti.
Quanto poi alle previsioni contenute nei rapporti informativi cinque e sedici maggio, dietro riprodotti, non sapeva indicare né il modo in cui erano stati raccolti i dati posti a base delle previsioni né se fra i gruppetti isolati di neofascisti, che dovevano compiere attentati, andava ricompreso anche quello di FREDA.
8) VENTURA: “FREDA autore del libretto rosso”
In un interrogatorio di poco successivo (11 agosto 1972) VENTURA affermava di aver avuto da FREDA una decina di fogli dattiloscritti da questi redatti sulla vicenda del Commissario JULIANO; egli poi li aveva mostrati a LORENZON.
Circa un mese dopo FREDA gli aveva consegnato due o tre libretti dell’opuscolo “La giustizia è come il timone”, facendogli intendere di essere stato lui l’autore, e di aver saputo le notizie personali sul Procuratore FAIS da un ex magistrato e di averlo fatto stampare a Brescia da un tipografo di sua fiducia, tale “Di Domenico” o “Domenico”.
A questo punto sostanzialmente, VENTURA ammetteva di aver fatto a LORENZON, nel corso di tutto il 1969, una serie di discorsi sugli attentati e sulle organizzazioni eversive che li avevano predisposti; pertanto, sia pure con qualche imprecisione, LORENZON aveva riferito all’avv. STECCANELLA prima, ed ai giudici dopo, fatti di cui era stato messo al corrente da lui.
Tuttavia, egli aveva potuto fare a LORENZON quelle confidenze, non perché fosse egli inserito nell’organizzazione, ma perché, nella sua attività di informatore del servizio rumeno, aveva saputo da FREDA una serie di notizie e di valutazioni.
Del resto anche FREDA sapeva della veridicità delle rivelazioni di LORENZON: di ciò faceva fede (v. termine verbale di interrogatorio VENTURA 3/7/1972) l’episodio del giornalista MANTOVANI del settimanale di destra “LO SPECCHIO” che verso il marzo 1970 aveva intervistato LORENZON non in riferimento a VENTURA ma a FREDA, ed avendo riportato l’impressione che qualcosa di vero ci doveva essere nei fatti riferiti da LORENZON, non aveva firmato lui l’articolo “COME SI INVENTA IL TRITOLO DI DESTRA” in cui si screditavano quelle dichiarazioni.
Lo stesso FREDA gli aveva raccontato l’episodio, precisando che l’articolo era stato poi firmato da “CACCAVALLE”.
9) Confronto VENTURA – LORENZON
Poiché vi erano punti di discordanza tra questa sua linea difensiva ed alcuni riferimenti del racconto di LORENZON che riguardavano l’attività personale di VENTURA nel piano terroristico (in particolare: 1) collocazione di un ordigno, non esploso, in un ufficio pubblico di Milano o Torino nell’aprile-maggio 1969; 2) costo di L.100.000 di ogni ordigno degli attentati sui treni nei quali era intervenuto come uno dei tre finanziatori; 3) possesso di un timer collegato con fili elettrici ad una batteria), questi richiedeva un confronto con LORENZON; ma in tale confronto (19.8.1972) il teste non solo rimaneva sulle sue posizioni, ma specificava a VENTURA le circostanze in cui gli aveva fatto e ribadito quelle confidenze; ad esempio, all’affermazione dell’imputato che il timer mostratogli non era collegato con dei fili ad una batteria, e che invece vi era, nella stessa scatola, il tachimetro guasto della vettura, e mancante dal cruscotto con i fili pendenti, LORENZON precisava che la scatola di cartone era di modeste dimensioni e conteneva solo l’aggeggio delle lavatrici e che il tachimetro era inserito dal cruscotto, in quanto, durante il viaggio, l’aveva più volte occhieggiato, perché Angelo VENTURA, che si trovava alla guida, andava a velocità elevata.
10) Confronto JULIANO – ROVERONI
Nel frattempo, tra i vari atti istruttori assunti, venivano ascoltati come testi, e poi messi a confronto tra di loro, il Commissario di PS JULIANO e ROVERONI Giuseppe.
Infatti, nel suo memoriale del 6.9.1969, presentato al G.I. nel procedimento penale che lo vedeva come imputato, il funzionario, nel fare la cronistoria dei suoi rapporti con confidenti, allo scopo di far luce su alcuni attentati terroristici accaduti in Padova, riportando le varie informazioni ricevute, riferiva che verso il maggio-giugno 1969 gli era stato parlato di un gruppo eversivo costituito dall’avvocato FREDA, da un certo VENTURA, editore di Treviso e dal bidello del Configliachi; poiché però questo gruppo (che teneva un deposito di armi in un paese del Trevigiano), a dire degli informatori, non operava in Padova, ma a Roma e Milano, non aveva, in quel momento svolto le indagini relative, impegnato, com’era, a risolvere le vicende padovane.
Nel corso delle intercettazioni operate sul telefono di FREDA nel settembre 1969, erano state registrate numerose telefonate (v.in particolare quelle di FREDA con l’avv. LUCI e con FACHINI MASSIMILIANO) in cui si accennava alla necessità di portare come teste a carico di JULIANO (imputato sostanzialmente di aver precostituito delle prove a carico dei neofascisti arrestati) il ROVERONI, il quale avrebbe ricevuto dal Commissario proposte per instaurare un rapporto confidenziale, nonché, nell’ambito di questo, e dietro versamento della somma di L.2.000.000, per “incastrare” lo stesso FREDA nascondendogli armi ed esplosivi nella vettura o nello studio e quindi avvertendo la Polizia per la perquisizione.
Dinnanzi al G.I., JULIANO confermava quanto già scritto nel memoriale, che, fra l’altro, era stato redatto in epoca non sospetta, con notizie attinte prima degli attentati sui treni e del 12 dicembre e quando nessuno aveva mai parlato dell’associazione eversiva fra FREDA, VENTURA e POZZAN, emersa prima con le dichiarazioni LORENZON e poi con le acquisizioni del presente procedimento.
JULIANO precisava che tra i suoi informatori del maggio-giugno 1969 sul gruppo FREDA-VENTURA-POZZAN, vi era anche ROVERONI.
Questi interrogato sul punto, finiva con l’ammettere sia di essersi reso disponibile per un rapporto di confidente con la Polizia (in ciò sollecitato dallo stesso FREDA che così poteva controllare le mosse degli inquirenti) sia di aver ricevuto da FREDA la promessa di una somma di denaro ove egli fosse andato dal Giudice di Padova, che istruiva il “processo JULIANO”, per dichiarare falsamente, di essere stato a suo tempo sollecitato da JULIANO a collocare armi ed esplosivi nelle pertinenze dello stesso FREDA.
Questi, cui nell’interrogatorio 5.7.1972, venivano contestate le risultanze del confronto suddetto, ribadiva che effettivamente ROVERONI (che probabilmente faceva “il doppio, triplo, o quadruplo gioco”) gli aveva parlato delle proposte di JULIANO e che lui lo aveva aiutato, tramite VENTURA, a scontare delle cambiali, perché riferisse al Giudice la verità; sapeva però dell’avidità del soggetto e quindi sapeva anche che era necessario compensarlo per la perdita di guadagni conseguenti alla cessazione della sua attività di confidente della polizia.
Il ROVERONI peraltro non aveva accettato il suo invito ed addirittura era scomparso dalla circolazione, perché temeva che la faccenda fosse troppo pericolosa in quanto “c’era di mezzo il SID”.
Infatti, a detta di ROVERONI che ne avrebbe ricevuto notizia da JULIANO, questi avrebbe dovuto attuare un piano del SID: si intendeva, cioè, nella primavera-estate del 69, indagare sui gruppi di destra per avere poi il pretesto, per l’autunno successivo, di colpire i gruppi di sinistra, dei quali era facile prevedere una particolare virulenza in occasione delle difficoltà conseguenti ai rinnovi dei contratti di lavoro.
JULIANO avrebbe anche detto che “il SID era stato messo sull’avviso da un servizio segreto americano, diverso però da quelli comunemente conosciuti, quali la CIA, ad esempio”.
11) Il mandato di cattura per la strage
A questo punto, l’istruttoria formale esperita dal G.I. milanese, non solo aveva confermato quegli indizi che avevano indotto il magistrato trevigiano a spedire a FREDA e VENTURA gli avvisi di procedimento per la strage del 12 dicembre ma li aveva pure corroborati ove si tenga presente che:
1) VENTURA, dopo l’iniziale, decisa e completa negatoria, aveva finito per riconoscere come veritiere, sia pure con varie imprecisioni, le dichiarazioni di LORENZON a suo tempo definito pazzo, mitomane e calunniatore); era indicativo però che VENTURA ammettesse l’esattezza del racconto relativamente agli episodi che avevano trovato, a distanza di circa due anni dal momento in cui LORENZON le aveva rese, inoppugnabili riscontri obiettivi (rinvenimento documenti, armi, esibizione del timer) e lo contestasse, invece, o in quei particolari per lui particolarmente pregiudizievoli (ad es.: i fili del timer collegati alla pila) o in quelli ancora carenti di riscontri obiettivi (ad es.: partecipazione del VENTURA agli attentati sui treni in veste di finanziatore);
2) VENTURA, che spiegava in definitiva le sue conoscenze in materia di organizzazioni eversive, con il suo ruolo di informatore del servizio che aveva redatto le previsioni del 4 maggio 1969, nulla era in grado di dire né sulle finalità né sulla struttura di quel servizio e neppure qualcosa di specifico in relazione alle notizie acquisite in ragione del suo ruolo;
3) VENTURA, che giustificava i suoi contatti con FREDA adducendo come pretesto la necessità di doverlo sorvegliare per conto del Servizio, veniva contraddetto da tutti gli elementi raccolti: dalla deposizione JULIANO circa il gruppo eversivo FREDA-VENTURA-POZZAN che già agiva nel maggio 69, dalle dichiarazioni di PAN e COMACCHIO relative alle proposte da lui fatte di collocare bombe o di fornire le cassette di ferro; nonché da quelle del FABRIS, relative alla consegna del timer da parte di FREDA che lo aveva acquistato per un “amico di Treviso”.
Ed era proprio la cointeressenza all’acquisto dei timers che legava VENTURA a FREDA. Dal canto suo FREDA sull’acquisto e sulla destinazione dei temporizzatori dava una spiegazione non attendibile in quanto insuscettibile di verifica (consegna a un certo Capitano HAMID dei servizi segreti algerini, non meglio identificato, che li avrebbe adoperati nella guerriglia arabo-israeliana).
L’unica verifica possibile dava risultato negativo e contrastava la tesi di FREDA; interpellati infatti i servizi di Sicurezza di Israele questi facevano sapere, non solo di non conoscere HAMID, ma che mai, contro obiettivi ebrei, dal 1969 in poi, erano stati usati ordigni esplosivi con quei temporizzatori.
In base, perciò, a tutti questi indizi ed alla necessità di proseguire la istruttoria nello stato di detenzione degli imputati, in data 28 agosto 1972 il Giudice Istruttore di Milano decideva, sulle conformi richieste del P.M. di emettere contro FREDA e VENTURA mandato di cattura per i fatti del 12 dicembre.
Poiché, non vi erano elementi per affermare che i due avessero collocato gli ordigni, l’accusa nei loro confronti era circoscritta, nel senso che era loro addebitato di aver fatto collocare gli ordigni medesimi, nella loro qualità di compartecipi alla ideazione, preparazione e attuazione degli attentati.