CAPITOLO XIII ISTRUTTORIA DEL GIUDICE EMILIO ALESSANDRINI DEL TRIBUNALE DI MILANO

 

I TIMERS

 

 

1. I 50 timers acquistati da FREDA

2. I vari tipi di timers

3. Il dischetto segnatempo

4. Le diverse conclusioni dei periti nel “processo Valpreda”

5. Il frammento di ottone della Banca Nazionale del Lavoro

6.Ernst BLOCHER

7. Ancora sul dischetto segnatempo

8. Gli accertamenti della Guardia di Finanza

9. La contestazione a FREDA

10. La contestazione a VENTURA

11. Guido PAGLIA

 

 

1) I 50 timers acquistati da FREDA

 

Contemporaneamente alle indagini sulle borse, che avevano preso l’avvio dalla scoperta della testimonianza della commessa di Padova, venivano proseguite quelle sui timers in quanto, dalle telefonate intercettate all’apparecchio di FREDA nel settembre 1969, era emerso che l’imputato aveva acquistato, proprio in quel periodo, presso la ditta Elettrocontrolli di Bologna, n.50 timers da 60 minuti, in deviazione.

Si era accertato che questi congegni venivano prodotti in esclusiva dalla ditta JUNGHANS di Venezia (che ne aveva acquistato il brevetto dalla ditta tedesca DIEHL), e che distributore unico per l’Italia era la ditta GAVOTTI di Milano, che li aveva appunto forniti alla Elettrocontrolli di Bologna.

Peraltro, la perizia eseguita nel “processo Valpreda” aveva concluso che negli ordigni del 12 dicembre erano stati impiegati, quali ritardatori, n.5 timers, marca Diehl, da 60 minuti in chiusura.

Per rendere intellegibile il discorso, che, a questo punto, non può prescindere da alcuni dettagli di carattere prevalentemente tecnico, è opportuno chiarire subito (in termini divulgativi) cosa siano e quale funzione svolgano questi congegni.

 

 

2) I vari tipi di timers

 

I timers, dunque, sono dei meccanismi a tempo azionati da un congegno ad orologeria; inseriti in un circuito elettrico, hanno la funzione di mantenere, per un periodo di tempo determinato, la chiusura di un circuito, ovvero di ritardarla differendola di un certo tempo, o ancora di sviluppare entrambe le funzioni.

In genere sono dotati di una manopola che serve ad azionarli (caricando la molla del congegno ad orologeria), e di un dischetto segnatempo, inserito sotto la manopola, che serve per determinare il periodo della utilizzazione.

A seconda della loro funzione si distinguono pertanto in tre tipi:

- TIMER IN APERTURA: funziona come temporizzatore; in posizione di riposo i contatti sono aperti, (e cioè non fanno passare la corrente); azionando la manopola i contatti si uniscono, chiudendo il circuito (facendo quindi passare la corrente) per il periodo di tempo desiderato, al termine del quale, tornando la molla in posizione di riposo, i contatti si riaprono.

Questo tipo di timer è montato di solito su quegli elettrodomestici che debbono funzionare per un certo periodo di tempo e quindi spegnersi automaticamente, come ad esempio il tostapane, il forno elettrico, ecc.

- TIMER IN CHIUSURA: funziona come ritardatore; in posizione di riposo i contatti sono chiusi, e pertanto fanno passare la corrente; azionando la manopola i contatti si staccano aprendo il circuito, ed interrompono così il flusso di corrente. Al termine della corsa, tornando la molla in posizione di riposo, i contatti si riuniscono chiudendo il circuito.

Questo tipo, pertanto, ha la funzione inversa a quello del precedente, in quanto serve a ritardare, differendolo di un tempo determinato, il funzionamento di qualche cosa.

- TIMER IN DEVIAZIONE: sviluppa entrambe le funzioni dei primi due tipi, anche contemporaneamente, in quanto è dotato di un doppio sistema di contatti, collegati tra loro, che debbono funzionare in modo alternato. Azionando la manopola, uno dei circuiti si apre, e l’altro si chiude. Al termine della corsa accade l’inverso, nel senso che il circuito aperto si chiude mentre quello chiuso si apre.

Qualora venga collegato uno solo dei circuiti, in apertura o in chiusura, funziona nel modo corrispondente già descritto.

Da quanto si è detto, è evidente che per l’impiego in ordigni non può mai utilizzarsi un timer del primo tipo, in apertura (temporizzatore), in quanto girando la manopola si crea immediatamente il contatto: la bomba allora esploderebbe nelle mani dell’attentatore.

Occorre invece un ritardatore, e quindi un timer in chiusura: con questo tipo l’attentatore aziona il timer prima di deporre l’ordigno: e in questo modo si apre il circuito elettrico; solo quando sarà trascorso il tempo voluto, e cioè quando la manopola ritorna sullo zero, il circuito si richiude ed avviene il contatto che provoca l’esplosione.

Allo stesso modo può essere usato, come si è detto, un timer in deviazione, utilizzandone, nella predisposizione dei contatti, solo il circuito in chiusura.

 

 

3) Il dischetto segnatempo

 

Nella borsa inesplosa rinvenuta nella Banca Commerciale di Milano, era stato trovato un dischetto nero, graduato (come il quadrante di un orologio) da zero fino a 60, con una dicitura al centro: “60m/A”.

Stabilito che si trattava del dischetto segnatempo di un timer, (da inserire tra la manopola e la base superiore del timer), si accertava anzitutto che il dischetto veniva fornito dalla ditta GAVOTTI di Milano (come si è detto, distributore unico per l’Italia dei timers della JUNGHANS di Venezia) assieme ai timers da essa venduti.

Si accertava anche che il dischetto non veniva prodotto dalla Junghans, ma dalla TARGHINDUSTRIA di Cusano Milanino per conto di GAVOTTI, che ne dotava i timers venduti, solo in Italia.

Si poteva precisare altresì che la dicitura 60m/A significava: 60 minuti in apertura. Cioè: la cifra stava ad indicare il periodo di tempo massimo di funzionamento del timer (4,15,60,120 minuti), mentre la lettera stava ad indicare il tipo, cioè se in apertura ovvero in chiusura; pertanto i timers in apertura venivano dotati di un dischetto con la dicitura “m/A”, mentre quelli in chiusura di un dischetto con la dicitura “m/C”.

Quanto ai timers in deviazione, data la loro scarsa diffusione, non venivano dotati di un apposito dischetto con una sigla particolare che indicasse il tipo in deviazione, ma dello stesso dischetto del tipo in apertura, e cioè “m/A”.

 

 

4) La diverse conclusioni dei periti nel “processo Valpreda”

 

Tenuto presente quanto sopra esposto in relazione ai tre tipi di timers, al loro funzionamento ed al dischetto in dotazione, risulta ormai evidente come la presenza del dischetto con la dicitura 60m/A nella borsa della COMIT dovesse portare logicamente alla conclusione che il timer usato in quella occasione era un timer da 60 minuti in deviazione. Infatti:

- non poteva essere un timer in apertura, nonostante il dischetto 60m/A perché, come si è spiegato, questo tipo non è utilizzabile in ordigni esplosivi, in quanto funziona come temporizzatore;

- se fosse stato un timer in chiusura (che funziona da ritardatore ed era quindi utilizzabile), il dischetto relativo avrebbe portato la dicitura “60m/C”;

- poteva dunque essere solo un timer in deviazione, utilizzato come ritardatore, e cioè come un timer in chiusura: tanto più che i timers in deviazione venivano dotati del dischetto dei timers in apertura.

Poiché, peraltro, la perizia del “processo Valpreda” aveva concluso che i timers impiegati il 12 dicembre erano quelli del tipo in chiusura, venivano sentiti i periti e si stabiliva così che gli stessi ignoravano l’esistenza del tipo in deviazione, e pertanto erano giunti a quelle conclusioni in quanto avevano logicamente escluso l’altro tipo, in apertura, che non poteva essere utilizzato come ritardatore.

 

 

5) Il frammento di ottone della Banca Nazionale del Lavoro

 

Ferme restando le considerazioni esposte, con l’esame dei corpi di reato, di cui finalmente si aveva la disponibilità dopo la trasmissione, per ragioni di competenza, del “processo Valpreda” dalla Corte di Assise di Roma a quella di Milano, si acquisiva l’elemento determinante che consentiva di definire la questione del tipo di timer impiegato negli attentati del 12 dicembre.

Nella busta n.1 del corpo di reato 78881 L, tra i reperti del sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro, classificati dai periti come non identificabili, si notava un frammento di ottone trovato infisso in un cavo dei telefoni posti nel sottopassaggio.

Ictu oculi, al Magistrato che stava conducendo le indagini sul timer del tipo in deviazione, il frammento appariva simile ad una bussoletta riscontrabile solo nei timers in deviazione.

Occorre però, a questo punto, precisare ancora alcuni dettagli tecnici: i timers sono costituiti da una carcassa in bachelite, simile ad una piccola scatola, che contiene il meccanismo ad orologeria; nella base superiore, chiusa da una piastrina metallica, è situato un foro da cui fuoriesce il perno nel quale si inserisce la manopola che serve per caricare il timer; nella base inferiore sono situati quattro fori, nei quali vengono inseriti i contatti elettrici che servono a collegare il timer ad un circuito elettrico.

Su ognuno dei quattro fori (tranne che per il timer in deviazione, che come si è detto porta solo tre contatti sul retro della cassetta mentre il quarto è laterale esterno) viene posta una guarnizione detta MORSETTO.

Il morsetto quindi viene sormontato o da una vita (contatto a vite) o da un faston (contatto a faston).

Nel primo caso la vite viene tenuta unita al morsetto a mezzo di una bussoletta, in cui il dadino centrale è sormontato da un solo cilindretto forato; nel secondo, il faston viene assicurato al morsetto a mezzo di una bussoletta, dove il dadino centrale è sormontato da due cilindretti di cui quello superiore (pieno) subisce una ribattitura a stella per il fissaggio.

Si ripete che i tre tipi di timers che abbiamo descritto utilizzano tutti la stesa carcassa in bachelite però, mentre quello in apertura e quello in chiusura portano n.4 contatti, tutti sulla base, siano essi a faston oppure a morsetti, quello in deviazione porta n.3 contatti sulla base ed uno che fuoriesce da un lato della carcassa (attacco a faston unico).

Pertanto, nel tipo in deviazione, uno dei quattro fori resta inutilizzato, e, per evitare l’introdursi della polvere nel meccanismo ad orologeria, viene chiuso con una bussola porta faston.

I timers in deviazione si distinguono quindi facilmente dagli altri due tipi per la presenza di questa bussola nel foro inutilizzato: bussola che, non dovendo portare alcun faston, non subisce alcuna punzonatura e resta con la superficie perfettamente liscia.

Appunto a questa bussola appariva corrispondere il frammento di ottone esaminato.

 

 

6) Ernst BLOCHER

 

L’osservazione veniva confermata dalla deposizione, assunta nella sede della ditta JUNGHANS, di BLOCHER Ernst, primo progettista e costruttore di questi interruttori a tempo presso la ditta DIEHL di Norimberga, e successivamente passato alla Junghans come consulente, dopo che la ditta italiana aveva rilevato il brevetto dalla Diehl, diventando così l’esclusiva produttrice dei congegni in questione.

Il teste, cui venivano mostrati, oltre al suddetto frammento in ottone, anche le molle del congegno ad orologeria rinvenute nel sottopassaggio della B.N.L., nonché altro frammento di ottone (busta n.2, c.r. 788881 L), con l’intervento dell’interprete dichiarava:

“Prendo visione dei tre frammenti di molla rinvenuti il 12.12.1969 nel sottopassaggio della Banca Nazionale del Lavoro di Roma. Trattasi di molla dello spessore di mm.0,35, tolleranza 0,01; che precedentemente al 1969 e tuttora montavamo sugli interruttori a tempo fino a 60 minuti al massimo. Per interruttori di oltre 60 minuti, da 90 o 120, si montava molla dallo spessore di almeno mm.0,38”.

“Prendo visione del frammento di ottone estratto dalla busta n.2 del corpo di reato 788881 L: trattasi di frammento di platina degli interruttori che erano da noi prodotti nel 1969 o, meglio, di una delle due platine del movimento uguale per tutti i tipi di interruttori a tempo da noi prodotti”.

“Prendo visione del frammento di ottone estratto dalla busta n.1 del corpo di reato 788881 L. Trattasi di frammento porta contatti – disegno n.19029-525 – che veniva montato singolarmente, a scopo di chiusura del foro di sostegno in bachelite, privo di contatto, esclusivamente sugli interruttori in deviazione”.

“Per contatto intendo dire ciò che volgarmente vengono chiamati morsetti. In altri termini, i porta contatti del tipo di cui ci avete mostrato un frammento o venivano montati al posto dei morsetti con un attacco a faston in serie di 4 o veniva montato singolarmente, senza faston, nell’interruttore in deviazione che negli altri appositi fori montava morsetti con vite”.

“Prendo visione dei frammenti recuperati il 12.12. 1969 nella Banca Nazionale dell’Agricoltura (quadro C). Sono tre frammenti di due morsetti superiori, quelli ai quali sono attaccate le due molle di contatto, ed il quarto è invece una boccola che si trova al di sotto della molla su cui gira la ruota centrale del movimento”.

“Le consegno n.6 portacontatti in ottone. Preciso che sono stato il primo progettista e costruttore di questi interruttori a tempo presso la DIEHL di Norimberga. Quando sono andato in pensione ho ricevuto un incarico di consulente tecnico presso la Junghans dal 1° gennaio 1969”.

A sua volta VALLI  Giovanni, titolare della Junghans, aggiungeva:

“I dischetti segna minuti non vengono prodotti da noi e vengono adoperati solo per il mercato italiano, costruiti e distribuiti esclusivamente dalla G.P.U. GAVOTTI di Milano. L’interruttore in deviazione ha un faston maschio esterno per collegamento rapido a morsetto del tipo che le esibisco”.

 

 

7) Ancora sul dischetto segnatempo

 

Ulteriori accertamenti su quel dischetto segnatempo, che già aveva consentito di limitare le indagini ai timers da 60 minuti in deviazione venduti in Italia, permettevano di circoscrivere ancora l’esame degli inquirenti ai timers venduti in un periodo di tempo ben determinato.

Si appurava, infatti, che solo nel marzo 1969 la ditta costruttrice (Targhindustria di Cusano Milanino) aveva fornito per la prima volta alla GAVOTTI dischetti del tipo rinvenuto nella borsa della COMIT.

Il titolare della Targhindustria, PITZALIS Antonio, nella sua deposizione del 4 ottobre 1972 dichiarava:

“Ho cominciato a fornire dischetti per temporizzatori alla ditta GAVOTTI nel marzo 1969. Seguendo le indicazioni che lei mi ha dato per telefono, ho rintracciato negli archivi le bolle di consegna relative a tutte le forniture di dischetti “60m/A” eseguite in favore della ditta C.P.U. Gavotti”.

“Le esibisco, a sua richiesta, le bolle di consegna in parola che sono due, una in data 17 marzo 1969 e una in data 16 giugno 1969. L’Ufficio, ritenuto che le bolle sono pertinenti al reato per cui si procede, ne ordine l’acquisizione agli atti e provvede a siglarle”.

“Ho rinvenuto anche il disegno del dischetto e la pellicola per la riproduzione dei clichès che ho portato con me e che esibisco”.

“L’Ufficio, ritenuto che il disegno è pertinente ai reati per cui si procede, ne ordina l’acquisizione agli atti”.

“Prendo visione del dischetto rinvenuto il 12 dicembre 1969 nella borsa che conteneva l’ordigno lasciato nei locali della Banca Commerciale di Milano (allegato B) e posso dire, senza ombra di dubbio, che esso è stato prodotto dalla Targhindustria. Lo può constatare anche Lei sovrapponendo la pellicola al dischetto. Sono diversi soltanto i due fori laterali, che Lei mi dice sono stati allargati”.

“Ho portato con me anche un dischetto da “60 minuti” prodotto dalla “GARIDE” che, se ben ricordo, mi fu consegnato dalla ditta Gavotti, per indicarmi, in linea di massima, come avrebbe dovuto essere fatto il dischetto”.

“Ora che noto sul dischetto due segni verdi, posso dire con sicurezza che mi fu consegnato dalla ditta Gavotti per indicarmi la nuova spaziatura tra lo zero e 60, dove andava la dicitura 60m/A”.

“Riaperto il verbale, A D.R…..Non ho mai prodotto per la ditta Gavotti dischetti con la dicitura: 60m/D” o con la dicitura “60m/ND””.

Per completezza di indagini veniva sentito anche il dirigente della ditta GARIDE, che dal 1961 al 1968, aveva prodotto i dischetti per GAVOTTI, PANCHETTI Natale, il quale escludeva che il dischetto, della COMIT fosse stato da loro prodotto.

A questo punto, quindi, le indagini potevano circoscriversi alle vendite comprese tra il 17 marzo 1969 (prima fornitura di quel tipo di dischetti alla GAVOTTI) ed il 12 dicembre 1969.

 

 

8) Gli accertamenti della Guardia di Finanza

 

Gli accertamenti eseguiti dalla Guardia di Finanza di Milano (cui, già dal maggio 1972, il G.I. aveva affidato l’incarico) davano alla fine questi risultati:

- in tutto il 1969 la Junghans aveva fatto alla Gavotti due sole forniture di timers da 60 minuti in deviazione, per complessivi 350 esemplari, la prima con fattura 31.1.1969 per 200 esemplari, e la seconda con fattura 12.3.1969 per 150 esemplari;

- a sua volta la Gavotti aveva venduto, dal marzo al dicembre 1969 solo 57 timers da 60 minuti in deviazione, e precisamente:

n.2 alla ditta Pasetti di Reggio Emilia con fattura 18.3.1969;

n.5 alla ditta RICA di Padova con fattura 19.7.1969;

n.50 alla ditta ELETTROCONTROLLI di Bologna con fattura 18.9.1969.

Ora, i 5 della ditta RICA di Padova erano già risultati venduti a tre persone diverse (3 alla ditta CAPICA di Albignasego il 23.7.1969; uno ad un cliente occasionale e l’altro alla ditta VECOD di Castelfranco V. – vedi relazione di servizio del brigadiere Maritan della Questura di Padova in data 2.2.1970, vol.foll. – mentre i due di Reggio Emilia a due persone diverse, ed erano comunque irrilevanti ai fini delle indagini in quanto negli attentati ne erano stati impiegati 5.

Restavano quindi soltanto i 50 acqistati da FREDA a Bologna, dai quali matematicamente dovevano provenire i 5 impiegati negli attentati del 12 dicembre 1969.

Da ultimo, il Consolato di Israele di Milano, dopo aver interpellato i Servizi Informativi del suo Paese, in data 19.9.1972 comunicava al Magistrato che in operazioni della guerriglia palestinese contro obiettivi israeliani non erano mai stati usati ordigni con interruttori a tempo marca Diehl.

 

 

9) La contestazione a FREDA

 

Nell’interrogatorio del 18 ottobre 1972, oltre all’indizio delle borse acquistate a Padova la sera del 10 dicembre 1969, veniva contestato al FREDA, con l’enunciazione dei dettagli su esposti, l’acquisto da parte sua dei timers, non più come indizio, ma come “prova” a suo carico per la partecipazione agli attentati del 12 dicembre.

La difesa dell’imputato si limitava, da una parte, a manifestare obiezioni sulla regolarità procedurale di un esame dei corpi di reato senza l’intervento della difesa; dall’altra a ribadire la versione della consegna dei temporizzatori al capitano HAMID; infine chiedeva una perizia sui timers per verificare se le deduzioni, acquisite dagli inquirenti come prova, reggessero ad un controllo tecnico.

 

 

10) La contestazione a VENTURA

 

Invece VENTURA, dopo una iniziale manifestazione di disinteresse nei confronti dell’indizio delle borse e della “prova” dei timers (vedi interr. 17.10.1972) in quanto, a suo dire, riguardavano esclusivamente FREDA, in un successivo interrogatorio da lui stesso richiesto (il 18.11.1972), proseguiva nella sua linea difensiva iniziata allorchè era stato scoperto l’acquisto dei timers da parte di FREDA, giustificando cioè, i suoi rapporti con quest’ultimo con la necessità di controllarne l’attività eversiva per conto di un servizio informativo di sinistra, e lanciando imprecise accuse nei confronti del coimputato, delle cui operazioni di terrorismo politico si diceva certo per aver carpito ora la mezza frase, ora l’espressione del viso quando, con circonlocuzioni o discorsi di carattere generale, lo aveva interrogato sugli attentati, man mano che si erano verificati.

Infatti, non potendogli sfuggire che il possesso da parte sua di un timer ai primi dell’ottobre 1969, segnalato sia dal LORENZON che dal COMACCHIO, lo legava strettamente a FREDA (che aveva gli interruttori a fine settembre unitamente all’elettricista FABRIS, il quale, a sua volta, aveva riferito che il FREDA gli aveva detto di fare l’acquisto per conto di un suo amico di Treviso, e successivamente aveva visto FREDA nello studio consegnarne un esemplare a VENTURA), chiedeva preliminarmente un nuovo confronto con FREDA e FABRIS, al fine di far cadere la deposizione di quest’ultimo; quanto poi all’essere stato visto dal COMACCHIO e dal LORENZON con il timer, aveva già a suo tempo spiegato come lo aveva sottratto dallo studio di FREDA.

 

 

11) Guido PAGLIA

 

Sempre in quell’interrogatorio il VENTURA chiedeva che venissero messe a verbale, sotto sua dettatura, le sue dichiarazioni, secondo cui:

1) dopo gli attentati sui treni dell’agosto 1969, FREDA gli aveva fatto dei discorsi sulla situazione politica italiana, asserendo che per una restaurazione neofascista era necessaria una prima fase di stabilizzazione moderata, cui si doveva pervenire con una progressione intensiva di attentati che, in ultima fase, andavano effettuati contro i centri “significativi e rappresentativi del sistema”, da colpire non più dimostrativamente dall’esterno, ma distruttivamente dall’interno.

Al che gli aveva manifestato il proprio disaccordo e la propria certezza che le masse popolari, nella loro maturazione democratica, avrebbero impedito il piano reazionario;

2) nella stessa occasione FREDA non gli aveva chiarito se i colpi distruttivi in parola fossero dello stesso tipo di quelli portati a segno il 12 dicembre. Gli aveva parlato soltanto di colpi esemplari per favorire l’avvento di un governo forte di tipo militare;

3) FREDA gli aveva anche detto che aveva conosciuto, a tale proposito, uomini “seri e lucidi”, disposti a realizzare questo piano, i quali facevano capo ad un certo Guido PAGLIA di Roma, personaggio vicino al gruppo della destra extraparlamentare “AVANGUARDIA NAZIONALE”;

4) FREDA, in più occasioni, gli aveva fatto capire che tra i gruppi industriali, pronti a favorire il disegno, vi era quello del petroliere Attilio MONTI, il quale, anche con la sua catena di giornali, avrebbe potuto compiere opera fiancheggiatrice al livello di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, alimentando il clima da stato di necessità: “Ecco, magari sarà proprio MONTI a finanziare la rivoluzione”;

5) Dopo gli attentati del 12 dicembre, FREDA gli aveva dichiarato che sia lui che le persone a lui collegate erano estranee ai fatti.

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