CAPITOLO XXI ISTRUTTORIA DEL GIUDICE EMILIO ALESSANDRINI DEL TRIBUNALE DI MILANO
I FUNZIONARI
1. Il dr. Allegra
Nel frattempo, erano stati interrogati i funzionari, cui erano stati spediti gli avvisi di procedimento. Il dr. Antonio Allegra, all’epoca Dirigente dell’Ufficio Politico della Questura di Milano,in ordine all’addebito mossogli per la sparizione del cordino legato al manico della borsa COMIT, interrogato (3-5-1973), affermava di non aver fatto mai caso a questo cordino, in quanto la sera del 12, nel convulso succedersi degli avvenimenti, la maggior attenzione era stata rivolta alla cassetta Juwell della COMIT, di cui era stato poi deciso il brillamento a tarda sera, e non si era occupato direttamente delle indagini sui reperti, in quanto, nella sua qualità, in quella circostanza, aveva avuto maggiormente compiti di coordinamento, di contatti con gli uffici superiori della Questura e del Ministero, nonché con gli organi della Magistratura ed infine, e soprattutto, preoccupazioni per il temuto deterioramento dell’ordine pubblico.
Comunque, delle indagini sulle borse, si era occupato il vicedirigente dell’Ufficio, dr. Zagari, il quale però non gli aveva mai parlato di accertamenti da fare sul cordino. La borsa poi, come gli altri reperti, era rimasta qualche tempo nel suo ufficio, a disposizione dei funzionari che si occupavano delle indagini sulle tracce; per qualche tempo era stata inviata al Gabinetto di Polizia Scientifica per i rilievi.
2. Il dr. Catenacci
Il dr. Elvio Catenacci, Capo dell’allora Ufficio Affari Riservati del M.I., oggi Informazioni Generali e Sicurezza Interna, veniva interrogato in ordine agli addebiti relativi alla ritenzione dei due frammenti di vilpelle, su cui venivano disposti accertamenti, senza notiziare la Magistratura, nonché all’omessa trasmissione delle fatture sequestrate da sottufficiale dipendente presso i vari negozi che vendevano borse Mosbach e Gruber; dichiarava che, pur dirigendo l’Ufficio Affari Riservati, non si era occupato delle indagini sulle borse, che invece erano state svolte dal dr. Silvano Russomanno, funzionario che godeva della sua illimitata fiducia; del resto il dr. Russomanno riferiva direttamente alla Segreteria del Capo della Polizia l’esito degli accertamenti.
Egli era stato informato dell’invio in Germania dei frammenti, solo al termine dell’operazione, allorchè gli era stata sottoposta, per la firma, la lettera datata 19-6-1970, diretta alla Questura di Roma che parlava dei risultati dell’indagine; in questa occasione il dr. Russomanno gli aveva parlato dei due frammenti ricevuti nella Questura di Roma, e prelevati da un tavolo dove ve ne erano numerosissimi; per questo motivo, non si erano posti il problema della restituzione, in quanto la ritenevano irrilevante.
Faceva in ogni caso presente, a riprova della sua mancata conoscenza dell’iniziativa del dr. Russomanno e dell’evolversi di quegli accertamenti, che su tutto il carteggio relativo con i Servizi tedeschi, non compariva la sua sigla “C”, che egli normalmente apponeva sui documenti portatigli in visione. Poiché, peraltro, il so ufficio non intratteneva rapporti diretti con la Magistratura, ma lo faceva a mezzo dei periferici uffici di Polizia Giudiziaria, dovevano essere questi a comunicare all’A.G. la notizia trasmessa dal Ministero, con la citata lettera 19-6-1970, alla Questura di Roma.
Quanto poi alla mancata trasmissione delle fatture sequestrate, dichiarava "Non so se Russomanno abbia trasmesso i risultati delle indagini alle Questure. Probabilmente no, in quanto dalle indagini svolte direttamente non era emerso niente di nuovo di quanto già comunicato precedentemente. alle Questure. Del resto, la ragione principale, se non unica delle indagini svolte direttamente dal Ministero, era quella di addivenire alla identificazione dell'acquirente delle borse, attraverso la esibizione del cosiddetto album fotografico dei terroristi".
Su altri argomenti (Giannettini, Rapporti Informativi di Ventura, Stefano Delle Chiaie, orientamento delle indagini all'indomani del 12 dicembre), il dr. Catenacci non forniva elementi nuovi o di particolare interesse. Solo sull'appunto 12 dicembre 1969 rinvenuto in sede di esibizione dei fascicoli alla Questura di Milano (" In relazione ai fatti verificatisi oggi a Milano, il Ministero dell'Interno si riserva di impartire direttive, in attesa delle quali non dovranno essere prese iniziative in alcun senso") era in grado di affermare che si trattava di una istruzione verbale data in materia di ordine pubblico dalla Divisione Affari Generali (oggi, Servizio di Ordine Pubblico e Stranieri); infatti si voleva che le Questure, prima di prendere qualsiasi decisione sull'ordine pubblico, informassero delle situazioni contingenti il Ministero; questo, essendo a conoscenza dell'intera situazione sul piano nazionale, poteva valutare sia la opportunità e le modalità di intervento, sia lo spostamento di forze da un luogo all'altro."
3. Il dr. Provenza
A sua volta, il dr. Bonaventura Provenza, all’epoca dirigente dell'Ufficio Politico della Questura di Roma, in merito alla mancata comunicazione all'A.G. del telex 17-12-1969, del Questore di Padova sull'acquirente delle quattro borse, nonché della lettera 19-6-1970 del Ministero degli Interni sulle indagini svolte in Germania, dichiarava, preliminarmente, che egli, al momento dei fatti, era già vicequestore e quindi non più Ufficiale di Polizia Giudiziaria cui competesse l'obbligo di riferire all'A.G. In ogni caso, il suo ufficio non aveva mai ricevuto il telex di Padova; infatti, questo, oltre che alle Questure di Roma e Milano, era diretto agli Uffici Riservati del Ministero; poiché l'unica centrale ricetrasmittente di fonogrammi si trova presso il Ministero, evidentemente, poiché anche questi era in indirizzo,non aveva provveduto a fare la copia per la Questura.
Del telex aveva sentito parlare solamente nella lettera 3-2-1970 con la quale il Questore di Padova rispondendo negativamente sulle indagini di sua competenza per le borse, faceva riferimento al detto telex. Si era, quindi, fatta fare dal Ministero una copia fotostatica, e, pur notando la discrepanza tra il telex (dove si parlava di acquisto di quattro borse, tre marroni ed una nera) e la risposta 3-2-1970 (dove si parlava solo di tre borse nere) del medesimo organo di Padova, non aveva ritenuto di fare alcuna indagine, in quanto, per tacito accordo, delle indagini sulle borse si occupava la Questura di Milano, perché, in quella città, era stato trovato il reperto integro.
Così, anche la lettera 19-6-1970 del Ministero, indirizzata alle Questure sia di Roma che di Milano, riteneva che doveva essere inoltrata all'A.G. dagli uffici di Milano; per di più, dal punto di vista personale, proprio a partire dal giorno 20 giugno, si era assentato dal suo ufficio per una decina di giorni, per cui non aveva neppure badato a quella missiva.
Il dr. Falvella, Capo dell'Ufficio Politico di Roma, confermava il mancato inoltro, da parte del Ministero, del telex di Padova, nonché l'assenza dall’Ufficio del dr. Provenza dal 20 giugno alla fine del mese circa. A riprova, poi, che era la Questura di Milano a coordinare le indagini sulla borsa, ricordava che era stato quell'ufficio ad interessare la Questura di Roma, perché svolgesse accertamenti su negozi romani; ed infatti, loro avevano riferito gli esiti, negativi, sia alla Questura di Milano che all'A.G. di Roma (in quest'ultimo caso, incidentalmente, nel trasmettere i campioni di pelle ricevuti dalla ditta costruttrice tedesca).
Di nuovo interrogato, il dr. Allegra, pur contestando che con il corrispondente ufficio di Roma si fosse stabilito una divisione delle indagini di Polizia, in ogni caso rilevava che tutti gli accertamenti sulle borse, per la identificazione di acquirenti sospetti, avevano avuto esito negativo; per cui non sorgeva il problema di riferire all’A.G. cui si era fatto riserva di riferire solo in caso di utile emergenza.
Intanto, il Questore di Milano faceva pervenire alla Magistratura milanese un documento, a suo tempo non rilevato dagli inquirenti nel corso dell’esame dei fascicoli di Polizia: la minuta di una lettera, predisposta dal dr. Allegra, diretta al Giudice Istruttore di Roma, con la quale si comunicava che gli accertamenti esperiti nelle varie città d’Italia sulle borse non avevano dato alcun risultato. La lettera, invece, non era stata poi mai trasmessa.
Il dr. Beniamino Zagari, che dagli atti e dalle testimonianze (Mazzon Spalletta) e dalle dichiarazioni del dr. Allegra, appariva aver detenuto la borsa COMIT con ancora il cordino legato alla maniglia, nonché di aver svolto le indagini sulla borsa stessa, affermava di non ricordare affatto né il cordino, né di accertamenti a questi relativi.