Sito Storico e Blog di Giorgio Marenghi - Storia Veneta - Eversione - Opinioni su fatti politici

Dobbiamo riprendere in mano tutte le analisi e i saggi storici sul periodo della fine della seconda guerra mondiale. Almeno per il Nordest dell’Italia. Qui, in questo vasto territorio, riempito all’inverosimile di decine e decine di migliaia di soldati di numerose nazionalità, molti storici hanno decretato che la guerra finì intorno ai primi giorni del maggio del 1945.

 

 

Oggi, con una diversa sensibilità, sia ai dati documentari che ad una visione d’insieme dei fatti, si tenta di ragionare in modi più aperti, con meno sicurezza “categorica” rispetto alla cronologia “ortodossa”.

 

 

In parole povere la fine della guerra è un concetto che tende ad allargarsi. Il mese di maggio 1945 è diventato perciò un feticcio, stretto e inverosimile.

 

 

E’ sicuramente vero che le operazioni militari si sono concluse con la firma della resa delle forze tedesche dell’Armata d’Italia alle forze degli Alleati ma, sia la lentissima smobilitazione dei partigiani e sia il radicamento in montagna di residui gruppi armati di tedeschi e di fascisti repubblicani (fenomeno pericoloso e che non si spense che dopo lunghi mesi) smentiscono (almeno in parte) la fissazione della fine dello “stato di guerra” al maggio 1945.

 

 

Non parlo della continuazione dello stato di guerra a causa dei continui scontri delle formazioni dei “Lupi Mannari” (i “Vehrwolf” tedeschi, guerriglieri nazisti presenti in Baviera, Austria, Cecoslovacchia, che smobiliteranno su ordine di Otto Skorzeny nel 1946) con le truppe anglo-americane, parlo dei loro emuli in Italia, in particolare stanziati sulle stesse montagne dove fino a poco prima vivevano e lottavano i reparti partigiani.

 

 

Nel Vicentino la presenza di combattenti tedeschi e fascisti viene notata subito, prima dell’estate 1945, nella zona del Pasubio, sui monti attorno a Schio e anche nei Monti Berici, da cui scenderà un gruppo armato fascista solo nel 1946.

 

 

A questo fenomeno assai curioso, di sconfitti che prendono il posto dei loro vincitori e praticano la guerra di guerriglia quasi appoggiandosi alle stesse case e grotte ancora “calde” della presenza partigiana, si aggiunge il fatto politico e militare di gruppi di partigiani che, oltre a rifiutare la smobilitazione (e quindi la consegna delle armi) se ne ritornano (anche loro) in montagna.

 

 

E sulle montagne vicentine appaiono così strani protagonisti di scontri e di vessazioni nei confronti della popolazione che aveva appena rialzato la testa. La zona del Pasubio è interdetta nei mesi dell’estate 1945 ai civili: succede che gruppi partigiani “ribelli” stanno dando la caccia ai “Lupi Mannari” italiani, i quali (fascisti repubblicani) taglieggiano la popolazione e presidiano località strategiche dal punto di vista militare.

 

 

Secondo documenti dei National Archives (UK- Inghilterra) anche gruppi di “garibaldini” della Garemi concorrono al taglieggio della popolazione civile a causa della situazione assai confusa per la presenza di “Lupi Mannari” fascisti in transito.

 

 

Certo questo riferimento all’estate del 1945 non è sufficiente a ribaltare il fatto della resa dei nazifascisti agli Alleati, ma tiene aperto un periodo di “transizione”, politico e militare, che impedisce di concepire un pieno ritorno alla normalità civile dopo una guerra così lunga e devastante.

 

 

Ho citato questi fatti, che potranno anche essere considerati “punture di spillo”, perché alla situazione complessiva di disordine (“post-bellico?”) occorre aggiungere altri fatti, di spessore e qualità diversi ma senza dubbio collegabili in un quadro più generale e meno parcellizzato.

 

 

Mi riferisco ai fatti dell’Eccidio di Schio e anche all’”operazione di Valdagno”, in cui un nucleo di partigiani e di poliziotti ex-fascisti tentarono di sottrarre l’archivio dell’OVRA (inserito nell’archivio del Ministero degli Interni collocato nella cittadina a ridosso delle montagne vicentine) al controllo delle truppe Alleate.

 

 

Ma cosa c’entra – si potrebbe obiettare – l’irruzione nelle carceri di Schio da parte di un gruppo di ex partigiani inquadrati nella Polizia Ausiliaria con gli avvenimenti militari sulle montagne del circondario?

 

 

Anche se non formalizzato in una strategia univoca il fatto di Schio e la neo-guerriglia (a mezzadria tra fascisti e garibaldini della “Garemi”) sicuramente si influenzano e si condizionano. Visto che i fatti sono questi, e non c’è nessuno che può smentirli dato che i documenti provengono dalle relazioni Fss-Field Security Section), il quadro che ne esce è assai diverso da come è stata storicizzata nel vicentino la “fine” della guerra.

 

 

Se sui monti di Schio c’è pericolo, se vi sono guerriglieri di varia e opposta natura politica che si inseguono e causano grossi danni alle abitazioni e alle famiglie, ne consegue che anche le vicende cittadine di Schio debbano essere lette non come effetti del “dopoguerra”, ma come elementi di un puzzle assai complesso, di un periodo grigio di “transizione”.

 

 

E i servizi di informazione “Alleati” di questo quadro di disordine “quasi post-bellico” sono perfettamente consapevoli, un assoluto vuoto di “sicurezza” è presente nell’area.

 

 

E’ altresì da valutare anche il transito delle divisioni anglo-americane verso il confine orientale dell’Italia, allo scopo di fermare la pressione dei Corpus Titini (esercito jugoslavo comunista), e il conseguente dispiegamento di truppe ai limiti della città di Vienna in Austria che ha indebolito, e di molto, la presa sul territorio del Governo Militare Alleato (AMG).

 

 

Respingo subito una possibile obiezione a questa ricostruzione: a Schio la decisione di attuare l’operazione delle Carceri non è suggerita dal quadro militare pedemontano, è del tutto autonoma, fa parte di una opzione politico-militare suggerita da “consiglieri” diversi e per scopi addirittura contrastanti. Ma questa lettura (i Lupi Mannari, i partigiani “ribelli”,ecc.) non può non far rientrare anche l’Eccidio in un quadro, come ho specificato, di “transizione”, di “zona grigia”, ecc.

 

 

Così è anche per l’operazione di Valdagno, dove si tenta di fare fessi gli inglesi che presidiano le carte di Mussolini e del Ministero dell’Interno.

 

 

Le cose andranno male sia a Schio che a Valdagno. A Schio soprattutto i comandi della Divisione “Garemi” sono distratti anche dal dissenso armato che porta parecchi partigiani in montagna. C’è pure da controllare il centinaio di partigiani che montano la guardia alla sede della Polizia Ausiliaria (Caserma Cella), in più tutti si affannano a nascondere armi ed esplosivi.

 

 

E’ evidente che in questo periodo di transizione, i segni concreti del “nuovo potere” sono ancora in mano partigiana (nel bene e nel male). I Carabinieri Reali stanno ancora aspettando i rinforzi, c’è il problema della selezione del personale, di conseguenza la stazione CC.RR. di Schio difetta in quantità e in qualità.

 

 

Fin qui abbiamo evidenziato gli aspetti politico-militari della situazione dell’area pedemontana e della città di Schio, i punti di maggiore “attrito” in provincia.

 

 

Ora tracciamo alcune ipotesi, che potranno (proprio per essere ipotesi) suscitare qualche mugugno negli storici locali. Ma tant’è.

 

 

Mi preme parlare delle “reti” di intelligence presenti nell’area vicentina. A Vicenza è documentata la presenza della rete “NEMO”, formata da ufficiali del regio esercito e da antifascisti della città. Vi è poi la presenza delle “missioni alleate”, anch’esse in contatto con la resistenza vicentina.

 

 

Nella pedemontana è presente la missione guidata dal maggiore Wilkinson “Freccia” che non è proprio che smobiliti alla “fine” della guerra. Alcuni suoi componenti, militari inglesi del Controspionaggio, influenzeranno le indagini sullo stesso Eccidio di Schio.

 

 

E, dulcis in fundo, ci dovrebbe pure essere la rete gestita dalla S.D. (polizia di sicurezza tedesca-collegata alla Gestapo e al Reparto Speciale Italiano – la cosiddetta banda Carità). Ebbene questa rete ha coinvolto decine e decine, se non centinaia, di italiani che si sono tramutati in spie feroci e in servitori dei tedeschi.

 

 

Ci sono segni anche di “doppiogiochisti” che, su suggerimento della Gestapo, si sono infiltrati nelle varie formazioni partigiane.

 

 

Tutti costoro, a “fine guerra” o all’inizio del periodo grigio di “transizione”, invece di sciogliersi hanno sicuramente tentato di vendersi al miglior offerente oppure sono stati richiesti di “rientrare” in servizio, se già conosciuti.

 

 

In quest’ottica tutto acquista un valore diverso: i “lupi mannari” sui monti, i “garibaldini” che non vogliono consegnare le armi e se ne tornano in montagna dove trovano i fascisti, l’operazione Eccidio di Schio, l’operazione di Valdagno, la smobilitazione degli apparati spionistici italiani e tedeschi e il conseguente passaggio di alcuni “attori” ai Servizi Alleati.

 

 

Per finire segnalo che queste righe sono quasi una riflessione a ”voce alta”, non sono certo un “saggio”, ma solo un testo finito nel blocco notes. Sarei molto contento se si potesse avviare una discussione-collaborazione con coloro che su questi avvenimenti hanno i titoli per condurre una vera analisi storica.

 

Giorgio Marenghi