Sito Storico e Blog di Giorgio Marenghi - Storia Veneta - Eversione - Opinioni su fatti politici

Il 25 dicembre 1945 l’Ispettore Generale di Pubblica Sicurezza inviato dal Ministero sconfessa l’operato “prudente” dell’ex Questore di Como e accusa la Polizia Civile di essere al soldo del Partito Comunista

 

 

MINISTERO DELL’INTERNO

Direzione Generale P.S.  – Roma, 25.12.1945

 

 

 

ALL’ECCELLENZA IL CAPO DELLA POLIZIA – ROMA

Oggetto: Oro di Mussolini.

 

 

Il cosiddetto “oro di Mussolini” è divenuto nella zona di Como-Milano una questione di speculazione politica, un elemento di lotta tra partiti, un motivo di denigrazione e ricatto tra gerarchie locali, un’insulto e una difesa tra politicanti: la vergogna morale dei fatti non ha valore.

 

 

Nella stampa e nelle riunioni uno dei motivi che ricorrono per controversie è appunto l’avere o il non avere preso l’”oro del Duce” che, poi, è un modo di dire in quanto la massa dei valori era l’ultima preda arraffata dalla congrega delle gerarchie fasciste e tedesche che con lui tentavano di risalire le estreme valli delle Alpi verso l’agognato rifugio svizzero.

 

 

La vistosa colonna nazi-fascista di autocarri e di automobili, fu fermata prima a Musso e poi a Dongo da insorti dei paesi e da partigiani subito moltiplicatisi e la presenza del Duce fu segnalata alle popolazioni dei paesi da due militari tedeschi.

 

 

I fascisti furono fatti prigionieri e accantonati nei municipi, mentre i tedeschi furono fatti proseguire verso il loro destino.

 

 

Le autovetture ed i gerarchi fascisti furono, in più riprese, in vari luoghi, in varie forme e con vari metodi, spogliati di tutto ciò che possedevano e trasportavano: denari, valori, gioielli, valigie, documenti, viveri….

 

 

Dei prigionieri:

 

- 17 gerarchi vennero fucilati secondo le comunicazioni ufficiose;

- nelle successive notti ne vennero fucilati circa 8 per notte, sinchè gli Alleati, minacciando di bombardare Dongo, non costrinsero i partigiani a consegnare alle autorità di Como i rimasti;

- questi, circa 60, furono o liberati o denunziati all’Autorità Giudiziaria o inviati nel campo di concentramento di Albate.

 

 

Dai cosiddetti “atti” consistenti in fogli ed elenchi racimolati, nulla di preciso si è rilevato.

 

 

Vari fascisti dell’autocolonna riuscirono a dileguarsi, anche con complicità pagate, ed alcuni furono liquidati a Chiavenna, ed ogni loro avere fu preda di guerra per chi li ebbe in mano.

 

 

Della massa di materiale preso ai fascisti a Musso, a Dongo ed in altre località e dovunque considerato preda di guerra personale:

 

A) – Notevolissima parte, se non la maggiore, di denaro (biglietti di banca, oro, valuta italiana ed estera), di gioielli, di pietre preziose anche di ingentissimo valore e di vestiario, fu rapinato all’atto dell’arrivo e del fermo ed in momenti successivi secondo le opportunità che si presentavano, dagli insorti dei paesi, dai partigiani e dalla popolazione, tutti precipitatisi all’arrembaggio delle autovetture e di tutto che era stato prelevato alle persone, nascondendolo in case private e in località vicine.

 

Tali valori, passati ormai otto mesi, hanno avuto le più svariate manipolazioni e destinazioni, si sono sparsi in infiniti rivoli, hanno trovato investimenti vari e sono emigrati in varie località ed in Svizzera.

 

Nelle strade di questi paesi, in quei giorni si trovavano molte strisce di carta, di quelle che usano le banche per involgere i pacchi di biglietti da mille, da un milione.

 

Attraverso invidie, gelosie, discordie, vendette di più o meno fortunati rapinatori e contrastanti in lotte di partiti, le indagini potranno solo in minima parte ricostruire tale illecito e recuperare il rapinato, ma è vano illudersi di far piena luce su tale vergogna che, occorre pure considerare, può ritenersi prodotto comprensibile anche se deprecabile del momento specialissimo e della esasperazione degli animi.

 

 

B) - 33.020.000 di lire, consegnati da due ufficiali della Marina tedesca ad un interprete di Musso perché, con speciali modalità li conservasse per loro

 

 

C) – 35.880 Kg di oro, in tre sacchetti, ricuperati da un pescatore, dopo svariate manipolazioni, sottrazioni, prelevamenti….a ricordo, vennero per ultimo consegnati da comandanti della Brigata Partigiana al partigiano della 52^ Garibaldi “PIETRO”, al secolo il comunista Pietro MORETTI con il preciso incarico di rimetterli a Milano al Comando Generale del C.V.L., secondo la versione – (che può essere un artificio per nascondere un comune criminoso accordo), data dal comandante la brigata stessa responsabili perché già consegnatari dei valori. Da essi furono prelevati e trattenuti altri 3 milioni per le spese della brigata.

 

Fatto concreto è che il MORETTI, il cui operato si segue sino a Como, da quel momento è scomparso e le “prudenti” indagini per arrestarlo sono state inutili.

 

Con l’arresto del Moretti si potrebbe seguire l’ulteriore cammino e destinazione dell’oro che, peraltro conducono, per varie vie e secondo le notizie che si hanno, al P.C. di Como e di Milano, al quale tutti gli attori di tale vicenda appartengono e per esso operano.

 

Altra sintomatica circostanza è che il MORETTI è sempre in contatto con compagni di tali città ed ha con loro collegamenti permanenti per sue informazioni ed a sua difesa.

 

E’ stato notato a Milano, a Como stesso al seguito di un funerale di un compagno, ha preso parte ad una riunione di influenti compagni ed attualmente si troverebbe nella zona di Mantova insieme al compagno “Francesco”, al secolo il comunista Pietro TERZI, suo complice.

 

Tale “Francesco” tempo addietro prelevò dal carcere del battaglione della Polizia Civile di Como, in piena complicità con gli Agenti e con l’allora comandante comunista LOSI, il compagno “ARDENTE”, al secolo il comunista PONCIA, calzolaio di Gravedona che era a disposizione, per i fatti dell’autocolonna, del Comando Alleato, il quale seppe dell’evasione dopo otto giorni quando si recò ad interrogare l’”Ardente”.

 

Il P.C., così come gruppi del C.L.N. e del C.V.L. che si affannano in ogni momento ed in ogni occasione ed hanno anche consacrato in lettere alle Autorità, di voler far luce completa sui fatti che si riferiscono alla colonna nazi-fascista e sulle pubbliche accuse che rimontano a loro, mantengono invece tali stretti contatti, indirizzano la lotta per sfuggire a responsabilità e nascondere e sottrarre alla legge i colpevoli e, pur avendo piena conoscenza dei fatti di cui sono stati autori ed attori, nulla fanno, anzi impediscono che il MORETTI parli e sia messo a disposizione delle Autorità.

 

Ancora più sintomatica è la minaccia di morte incombente su chiunque troppo sappia o venga o voglia sapere, o dica sulla destinazione e possesso del cosiddetto “oro del Duce”, minaccia che ha trovato già esecuzione in elementi partigiani del P.C. che si sarebbero ribellati o avrebbero parlato, o ne avrebbero avuto la possibilità od intenzione, quali il “Capitano Neri”, al secolo il comunista CANALI LUIGI e la sua amante “GIANNA”, al secolo la comunista TIUSSI GIUSEPPINA ed altri che in momenti diversi sono scomparsi, soppressi per mandato, si vuole, del Partito.

 

 

C) – Gioielli e pietre preziose, valori, valigie, indumenti, prelevati a Dongo dal “Capitano Neri” e dalla “Gianna” e portati alla sede del P.C. del quale dovevano possedere le ricevute. Il loro definitivo silenzio è stato ottenuto con la morte, troppo avendo osato in ribellione ed in audacia.

 

Il fratello della TIUSSI, Oscar, ebbe a presentare, al Comando Alleato di Como e prima alla R.Questura di Milano, denuncia su tali fatti, chiamando in causa quali esecutori “LINCE”, al secolo il comunista CASSINELLI LEOPOLDO, che ha prestato anche servizio quale Funzionario Ausiliario presso la R.Questura di Como e “Maurizio”, al secolo il comunista BERNASCONI Maurizio, e quale mandante “FABIO” che al secolo sarebbe l’esponente del P.C. di Milano, LUIGI LONGO.

 

Sulla denunzia e sui fatti d’armi nulla di concreto e da nessuno, almeno dalle autorità politiche e di polizia, è stato fatto, per complicità o per paura. Nessuna relazione, neppure parziale, di nessuna autorità esiste, tutto sinora è affidato alla memoria, a frammentari appunti ed a commenti deformati o interessati o trasformati a personale difesa e utilità, che la stampa va propinando in pasto al pubblico.

 

 

D) – Documenti che Mussolini aveva con sé in due borse e valori, attraverso le più svariate manipolazioni, speculazioni, curiosità, rilievi fotografici, vennero consegnati dall’allora comandante di piazza di Como, il comunista GEMENTI ORESTE, al dipendente Capitano GLAUCO SPERO, perché li portasse a Milano al Comando Generale del C.V.L. Generale CADORNA. Nella notte si fermarono alla redazione di un giornale ed al comando arrivarono solo una parte dei documenti in una sola borsa, dicendosi l’altra andata perduta in un incidente di viaggio. Neppure su queste circostanze nulla di concreto e da nessuno è stato appurato, almeno per quanto riguarda le Autorità Politiche e di Polizia.

 

 

E) – Altri documenti di Mussolini rimasti in un furgoncino dell’autocolonna guastatosi a Garbagnate, furono, dopo le consuete manipolazioni, inviati a Roma al Comando Alleato per iniziativa del Sindaco.

 

 

F) – Le autovetture dei fascisti furono prese da comandi di partigiani, da partigiani isolati, da autorità locali e la più parte fu messa in breve tempo fuori uso per incidenti; alcune sarebbero ancora in giro, oggetto di commercio.

 

 

E’ così ogni altra cosa.

 

 

 

In brevissima sintesi questo lo stato dei fatti e l’opera negativa spiegata dalle autorità politiche e di polizia locali.

 

 

Richiamo alla Superiore considerazione le mie premesse e la destinazione ultima del cosiddetto “oro di Mussolini” che, come per l’oro di Farinacci porta al centro del P.C. con tutte le possibili conseguenze politiche e personali che una indagine in profondità potrebbe portare.

 

 

Tra le voci che corrono sulla bocca di tutti i politicanti locali è che il Partito vorrebbe conservare ad un proprio Governo i valori raccolti del “tesoro di Mussolini”, invero molto modesto in tempi attuali, potendosi calcolarlo approssimativamente sui 200 o 300 milioni iniziali, di molto alleggeriti dopo le numerose sottrazioni e rapine; altre voci dicono che nulla ormai esiste, perché già incamerato dalle persone attraverso le quali è passato e le cui preoccupazioni avrebbero portato alla scomparsa dei vari “NERI”, “GIANNA”, compromessi per troppo sapere o voler dire e fare.

 

 

Altre voci ancora affermano che alcuni elementi del P.C. vorrebbero la chiarificazione e la liquidazione dei fatti, comunque avvenuti, soprattutto per evitare che come già localmente nella stampa e nelle riunioni vengano abilmente sfruttati in occasione della lotta elettorale dai partiti avversi; altre voci più insistenti fanno tutto risalire alla volontà e alla Autorità Politica di “FABIO” (LUIGI LONGO) esponente del comunismo milanese e dinanzi al quale ogni ulteriore passo dovrebbe fermarsi siccome alter ego del Ministro comunista Avv. TOGLIATTI.

 

 

Riferisco tali voci unicamente per conoscenza dell’ambiente locale. Ad esse è connessa la notizia che l’”oro di Mussolini” non sarebbe una questione isolata in sé stessa ma si ricollegherebbe ad una importante riservata situazione politica e ad una organizzazione militare segreta che per ragioni tattiche agirebbe a lato dello stesso P.C. ed avrebbe a disposizione numerose armi anche pesanti, ben nascoste, specie nelle provincie di Como, Milano e Sondrio.

 

 

Potente l’infiltrazione nella stessa Polizia Civile. Capo il “Fabio” che occorrerebbe con precisione accertare se è il LUIGI LONGO di Milano, al quale come tale e come già detto, sarebbero affluiti l’oro di Mussolini come quello di Farinacci per gli scopi insurrezionali prefissi.

 

 

Ove si ritenga di insistere per nuove indagini giudiziarie-politiche al di fuori delle indagini storiche occorre, come già hanno fatto presente il Prefetto ROSATI ed il Questore di Como:

 

1. – Costituire per il non breve tempo che richiederanno, una organizzazione sul posto, indipendente da ogni autorità locale;

 

2. – Dotare tale organizzazione di qualche Funzionario ed Agente estraneo alla Polizia di Como, inquinata moralmente e politicamente e a incondizionato servizio del P.C., siccome ad esso iscritti tutti gli appartenenti alla Polizia Civile, nonché in contatto con la missione russa di Milano attraverso alcuni comandanti;

 

3. - locali di ufficio ove poter lavorare con la possibile sicurezza;

 

4. – locali annessi di detenzione con apposito personale di custodia indipendente dalle carceri e camere di sicurezza esistenti, dove la vigilanza è affidata ai partigiani che non solo agevolerebbero, ma determinerebbero evasioni;

 

5. – Mezzi finanziari per manovrare ambienti ed informatori;

 

6. – Mezzi automobilistici e carburante per sviluppare ovunque le indagini: il Prefetto Rosati ed il Questore di Como non hanno disponibilità. Contrariamente a quanto ritenuto il Prefetto Rosati non ha potuto nemmeno fornirsi di una macchina per proseguire da Milano a Como e neppure la Questura di Milano. Il Questore di Como mi ha potuto inviare l’unica macchina di cui dispone, che peraltro non è di effettiva dotazione.

 

 

Con ossequio.

L’ISPETTORE GENERALE DI P.S.

(Ciro Verdiani)

 

 

 

Parla "Pedro"

 

 

Così scrive il Comandante della 52^ Brigata Garibaldi in data 14 agosto 1945 su sollecitazione del CLN di Como

 

 

RELAZIONE DI PIER LUIGI BELLINI DELLE STELLE (Pedro) sul ricupero, custodia, consegna e successiva scomparsa dei valori sequestrati a Dongo, il giorno 27 aprile 1945.

 

 

Di tutti i valori sequestrati il giorno 27 aprile 1945 alla Colonna di tedeschi e fascisti sulla quale viaggiava Mussolini, si possono fare, per maggior chiarezza di esposizione, tre categorie:

 

 

1° - l’oro trovato nel fiume Mera dal pescatore SANTI Rino di Sorico (Kg.35.880);

2° - i 33 milioni e 20 mila lire sequestrati ad ufficiali tedeschi della Marina Germanica;

3° - i valori sequestrati ai gerarchi fascisti catturati a Musso e Dongo.

 

 

Parlerò prima delle prime due categorie di valori che hanno in parte seguito la stessa sorte e sui quali ho maggiore e diretta conoscenza; in seguito riferirò quel poco che sono venuto a sapere sulla terza categoria dei suddetti valori.

 

 

Accennerò brevemente al modo in cui sono venuto in possesso dell’oro e dei milioni. Il giorno 27 aprile 2 ufficiali tedeschi si presentarono al Sig. HOFFMANN Alois, residente a Domaso e gli consegnarono la somma di L.33 milioni e 20 mila affinchè ne mettesse in salvo per loro e ne trattenesse una terza parte per sé.

 

 

L’Hoffmann finse di aderire, ritirò il denaro ed andò immediatamente ad avvertire BILL (Lazzaro Urbano) della cosa. Io ne fui avvertito più tardi da Bill, ed insieme ritenemmo opportuno lasciare momentaneamente il danaro in casa di Hoffmann credendolo in luogo sicuro.

 

 

Il giorno 28 un pescatore di Sorico, SANTI Rino (e fratello), trovò nel fiume Mera un certo quantitativo di rottame di oro, che, pesato, risultarono essere Kg. 35.880.

 

 

Il SANTI consegnò l’oro al Brig. Di Finanza Antonio SCAPPIN (Carlo), il quale lo consegnò a Bill, che me ne informò. Anche l’oro fu portato in casa del Sig. Hoffmann.

 

 

Il giorno (1° maggio) detti l’incarico a Bill (vedi ricevuta) di depositare l’oro ed i milioni alla Cassa di Risparmio di Domaso. Il deposito avvenne in presenza di numerosi testimoni.

 

 

Il 1° maggio, per ragioni di maggior sicurezza, dato che era venuto a conoscenza della popolazione locale il deposito fatto, decisi di trasportare oro e milioni in luogo che fosse sconosciuto a tutti e, dopo aver ritirato il tutto dalla banca lo trasportammo, notte tempo, in casa del nostro collaboratore Gianfranco Venini.

 

 

Il giorno successivo detti l’incarico al Commissario Politico della 52^ Brigata Michele MORETTI (detto Pietro Gatti) di trasportare a Como per consegnarli al Comando Piazza, l’oro e 30 milioni ( i rimanenti 3 milioni e 20 mila lire avevamo decisi di tenerli a nostra disposizione per le spese della Brigata).

 

 

La consegna al MORETTI avvenne in presenza di Hoffmann e Venini; del Moretti detengo anche regolare ricevuta.

 

 

Non vidi più il Moretti per parecchio tempo e mi ritenni sicuro che avesse consegnati i valori al Comando  finchè non mi giunse una lettera del Comandante della Piazza di Como Oreste GEMENTI (Riccardo), nella quale mi chiedeva spiegazione sulla non ancora avvenuta consegna dell’oro e dei milioni.

 

 

Risposi che li avevo già consegnati.

 

 

Il giorno 28 maggio giunse a Gravedona ove mi trovavo ammalato GEMENTI (Riccardo) con altri ufficiali del Comando di Como, per chiedermi più ampie spiegazioni. Gli feci sapere quel che avevo fatto.

 

 

Trovandosi il Moretti per combinazione a Dongo, fu mandato a chiamare, e gli fu chiesto dove avesse messo i valori che io gli avevo consegnato. Rispose che i valori medesimi li aveva già regolarmente versati ad una Autorità superiore, e che riteneva regolare ricevuta.

 

 

Invitato a presentarla rispose che non l’aveva con sé ma che senz’altro all’indomani l’avrebbe portata a “Riccardo” a Como (Gementi Oreste).

 

 

Dopo qualche giorno, “Riccardo”, incontrando di nuovo il Moretti gli ingiunse di portare la ricevuta. Il Moretti rispose che, avendo avuto moltissimo lavoro da svolgere, non aveva avuto il tempo di portargliela, che gliela avrebbe fatta avere il giorno successivo.

 

 

Passati ancora due giorni, e non avendo il Moretti mantenuto la promessa, “Riccardo” fece spiccare contro di lui un mandato di cattura.

 

 

Da allora il Moretti si è reso irreperibile, e non si è più saputo nulla né di lui né dell’oro e dei milioni.

 

 

Dei rimanenti valori sequestrati dai gerarchi fascisti a Dongo e a Musso e sull’autoblinda che faceva parte della colonna tedesca, non so nulla di preciso, perché di questi si sono occupati il MORETTI, FRANCESCO, il Capitano NERI e la GIANNA.

 

 

So che nel Municipio di Dongo venne fatto un inventario di tutto quello che era stato sequestrato, inventario che io pure sottoscrissi, ed in calce al quale si dichiarava che i valori sarebbero stati depositati presso la sede del Partito Comunista di Como, il quale avrebbe in seguito provveduto a consegnarli alle Autorità competenti.

 

 

Del trasporto si incaricavano NERI e la GIANNA.

 

 

Non so però se effettivamente i suddetti valori siano stati o meno consegnati.

 

 

Personalmente e direttamente non sono a conoscenza di altri fatti che possono servire a far luce sulla scomparsa di questi valori.

 

 

La voce che corre è che il Capitano NERI, la GIANNA ed altri siano stati fatti scomparire, perché testimoni pericolosi, dai responsabili del trafugamento dell’oro, dei milioni e dei rimanenti valori.

 

 

Naturalmente mi astengo dal dare un giudizio personale sulla fondatezza della voce medesima.

 

Il comandante della 52^ Brigata Garibaldi

(Pier Luigi Bellini delle Stelle – “Pedro”)

foto di apertura: "Pedro"