Sito Storico e Blog di Giorgio Marenghi - Storia Veneta - Eversione - Opinioni su fatti politici

Pubblichiamo questa ricostruzione dei fatti per mano dell’avvocato Luigi GRASSI (Questore di Como dal 27 aprile 1945 al 10 dicembre dello stesso anno) che ha seguito gli avvenimenti nei pressi di Dongo e dei paesi limitrofi. Tale ricostruzione è ovviamente parziale, ma sarà integrata dalle successive relazioni di fonte partigiana, sia dei comandanti che bloccarono la colonna nel paese di Dongo, sia dei loro diretti superiori di Como e di Milano. A queste ricostruzioni verranno aggiunti altri documenti della Polizia, della Questura, e i verbali degli interrogatori sommari redatti a caldo nei giorni immediatamente successivi ai fatti.

 

I fatti dell’”oro di Dongo” sono ormai ampiamente noti, poiché esiste un’ampia bibliografia, la massima parte assai romanzata, ma negli ultimi anni si sono aggiunti studi più seri che hanno scremato molte imprecisioni o versioni azzardate e hanno privilegiato la documentazione giacente negli archivi, soprattutto dei Tribunali, e che si riferisce ai processi svoltisi nel dopoguerra.

 

Ma adesso leggiamo cosa dice l’avvocato Grassi sullo svolgimento dei fatti accaduti in quei famosi e terribili giorni di aprile del 1945 in quel di Dongo.

 

 

Cosa dice il Questore di Como

DEL COSIDDETTO “ORO DEL DUCE”

(documento firmato il 16 dicembre a Como)

 

 

Qualche giornale, per evidenti scopi di bottega, ha eccitato la pubblica opinione circa la scomparsa del cosidetto “oro del duce”.

 

E’ bene chiarire subito che non si tratta affatto né di oro né di alcun altro valore di proprietà personale dell’ex Duce.

 

Sono note le vicende dell’ormai famosa colonna nazifascista, che partita da Milano il 24 aprile, sostava la notte del 25 a Menaggio e vicini paesi, per ripartire l’indomani verso l’Alto Lago, diretta, secondo alcuni, verso Chiavenna e Spluga e, secondo altri, su Colico e la Valtellina ove era già stato predisposto una specie di campo trincerato secondo la congiungente “Pizzo Scalino – Pizzo Stella, che passava sul fondo valle nei pressi di Ponte in Valtellina.

 

Tale colonna portava con sé una infinità di materiali vari, provviste, vestiario, e, tra l’altro, anche cospicue somme, oro e gioielli.

 

Quanto al denaro devesi ricordare che poco prima della partenza da Milano il Ministro repubblichino delle Finanze PELLEGRINI aveva autorizzato il prelievo di un miliardo di lire presso alcune banche locali.

 

 

E’ stata tale somma effettivamente consegnata? Dagli interrogatori ASSUNTI è risultato soltanto che almeno 200 milioni di lire sono state sottratte alle casse dello Stato, la qual somma fu poi distribuita, sembra durante la fermata a Como, fra i vari Ministri in ragione dei rispettivi carichi di famiglia.

 

 

E’ comunque certo, che nei primi giorni dell’insurrezione in tutti i paesi fra Menaggio e Sorico si rintracciavano numerosissimi involucri di carta che per le loro speciali caratteristiche, si riconoscevano essere quelli che normalmente servono per involgere pacchi di biglietti da mille confezionati per l’ammontare di un milione di lire ciascuno.

 

 

I singoli componenti della colonna risultarono anche in possesso di numerosi gioielli di ingente valore. Difficile è oggi precisare se tale possesso era legittimo o se invece era il frutto delle numerosissime rapine, ricatti, estorsioni compiute in alto ed in basso da gerarchi della sedicente repubblica a danno di ebrei, di perseguitati politici ed anche di pacifici forse pusillanimi cittadini.

 

 

E’ pure certo che quasi tutti della colonna nazifascista erano muniti di valuta pregiata, in genere franchi svizzeri e sterline; il ministro ZERBINO anche di 40.000 pesetas.

 

 

Quanto all’oro non è risultato ve ne fosse in lingotti. Solo la moglie del duce, che in quei giorni si trovava nei pressi di Como, a Villa Mantero, risultò, tra l’altro, in possesso anche di Kg. 3.800 di lingotti d’oro come pure di molte sterline d’oro; che furono regolarmente sequestrate e regolarmente versate alla Banca d’Italia, la quale fu poi costretta dalle Autorità Alleate a restituire il tutto, come da relativo, regolare, verbale.

 

 

L’altro oro, almeno quello che ormai si individua come “Oro del duce” – era costituito da tre sacchi di circa Kg.11 ciascuno di rottame di oro e più precisamente ed in massima parte delle “Fedi” date alla Patria dalle Spose Italiane ancora una volta ingannate.

 

 

I tre sacchi che contenevano il cosiddetto “Oro del duce” provenivano dalle provincie di Ascoli Piceno, dell’Aquila e di Bari, secondo la scritta sui sacchetti.

 

 

Eguale tipo di oro, cioè altro rottame in massima parte costituiti dalle Fedi fu rinvenuto presso l’ufficio stralcio del P.N.F. al Ministero delle Finanze repubblichino in Missaglia (Como) e fu regolarmente depositato presso la sede di Como della Banca d’Italia ove si ritiene si trovi tuttora.

 

 

La colonna nazifascista, mossa dunque da Menaggio la mattina del 26 aprile giunse sul far di mezzogiorno a Musso ove venne fermata da Partigiani o meglio da insorti del paese. La colonna si distendeva per parecchi chilometri e appena arrestata fu soggetta a violenze da parte della popolazione non soltanto dei paesi ove si trovava ma altresì da parte di persone di altri paesi che, con i più svariati mezzi, accorreva per prendere notizie e per assistere ad avvenimenti di tanta importanza.

 

 

Difficile, per non dire impossibile, è il determinare oggi gli autori delle spoliazioni e forse non è opportuno procedere troppo minutamente in indagini di tale natura, che indubbiamente porterebbero ad imputare gran parte della popolazione di quei paesi.

 

 

Inoltre è ancora da chiedersi qual sorte di reato potrebbe essere rubricato tanto più nel caso di sottrazione di pochi oggetti di valore relativamente modesto. Ed ancora, chi ne sarebbero state le vittime?

 

 

I gerarchi fascisti, che per la maggior parte si sono arricchiti ai danni della Nazione o sono entrati in possesso di denari e valori in modo illegittimo?

 

 

Lo Stato, se ancora oggi non si è provveduto quanto meno alla confisca dei beni di tutti i gerarchi e comunque non soltanto loro erano in possesso di valori.

 

 

In ogni modo in quel momento non esisteva ancora alcuna declaratoria di confisca di beni agli appartenenti alla colonna nazifascista.

 

 

Vero è che l’assalto e la spoliazione di detta colonna vanno considerati quale atto di guerra ed esclusivamente come tale va regolato e giudicato.

 

 

E’ comunque certo che dall’autovettura del Ministro ZERBINO furono asportate diverse valigie, lasciate in   custodiaaa a certo PALLOTTELLI, figlio di una signora DE FONSECA, altra amante del duce nei tempi della “marcia su Roma” (…).

 

 

Le valigie di ZERBINO furono dapprima portate nella stalla di certo POZZI di Musso e successivamente nel Grotto dello stesso sulla montagna di Musso.

 

 

Una conteneva indubbiamente ingenti valori: un milione e 170 mila lire furono accertate ma sembra contenessero pure franchi svizzeri in ingente quantità (250.000) – dei quali recuperati 5000 – nonché 40.000 pesetas e 160 sterline d’oro.

 

 

E’ pure certo che molta parte di detti valori andò dispersa e che sul far della sera dette valigie furono portate in casa del sindaco insieme a molte altre sequestrate a diversi componenti della colonna.

 

 

Sindaco era ed è certo il Capitano BARBIERI, la cui onestà e probità è assai discussa.

 

 

E’ anche risultato che poco oltre Musso, a metà percorso per Dondo, era stata fermata l’autoblinda sulla quale sino a poco prima si trovavano PAVOLINI e PORTA e forse il duce…..

 

 

In essa due persone di Musso, pienamente individuate ed arrestate….rintracciavano in una valigia contenente vestiario femminile, un forziere di metallo verniciato in bleu, di centimetri 40 x 10 contenente molte gioie, che furono dai medesimi rapacemente involate.

 

 

Sino a questo momento nessuna di tale azione di svaligiamento devesi addebitare a partigiani della %”^ Brigata “Garibaldi” ma piuttosto ad insorti e ciò essenzialmente perché la popolazione, gli insorti, più che i partigiani propriamente detti ebbero a fermare la colonna.

 

 

Il giorno successivo le valigie e parte dei valori sequestrati a Musso furono passati in custodia alla Banca Amodeo, sede di Dongo, e dalla locale Banca Popolare di Lecco. Ma altre numerosissime valigie e casse contenenti pure valori, furono raccolte presso il Municipio di Dongo e successivamente tenute in custodia dai garibaldini della 52^ Brigata.

 

 

Maggiori e più dettagliate notizie possono essere fornite in proposito da…….un polacco da poco tempo giunto a Dongo quale medico, che fu incaricato del cambio di franchi svizzeri 5.000 ricavando soltanto – a suo dire – L.495.000, tuttora a disposizione del Comune; dal farmacista del luogo e da certo Arno Bosisio, la cui condotta è stata assai ambigua.

 

 

Le valigie raccolte presso il Sindaco di Musso furono ritirate da certa Gianna (TUISSI) notoriamente amante del Capitano NERI (Canali) capo di S.M. delle Brigate Garibaldine e in seguito ad ordine di esso Neri, di Pedro (Conte BELLINI DELLE STELLE) comandante della Brigata e di Francesco (Pietro TERZI), commissario politico presso la 52^ Brigata Garibaldi.

 

 

Nei giorni successivi certo Pippo (Maestrello), facendosi credere ufficiale di polizia ritirava dai privati parte dei gioielli del forziere ritrovati nell’autoblinda. Il maestrello è da oltre sei mesi latitante perché inseguito da mandati di cattura per aver ucciso in Lomazzo, suo paese natale, due persone per sfogo di sue vendette personali.

 

 

Il 27 mattina a certo HOFFMANN di Domaso, suddito svizzero di insospettabile condotta, viene riferito che al Ponte del Passo sul fiume Mera si vedevano luccicare nell’acqua alcuni oggetti d’oro; furono così portati a galla i tre sacchi di “fedi” che costituiscono – come già si è accennato – il cosiddetto “oro del duce”.

 

 

L’Hoffmann, d’accordo con Pedro e con certo Bill (Urbano Lazzari) depositò i tre sacchi alla Cassa di Risparmio di Domaso, ove la Questura di Como, incidentalmente informata, inviò subito per il ritiro e la presa in consegna un funzionario della Banca d’Italia di Como accompagnato da agenti di polizia, ma col pretesto che ormai era sera, la consegna fu rimandata all’indomani mattina; ritornati, si sentirono rispondere che i tre sacchi contenenti l’oro erano stati ritirati dal comandante della 52^ Brigata Garibaldi e cioè da PEDRO, nonché NERI, da BILL e da FRANCESCO.

 

 

Questi, a loro volta dichiarano d’averli consegnati a certo Pietro (Michele MORETTI) con l’incarico di rimetterli a Milano al Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà.

 

 

Da quel momento il MORETTI diventa irreperibile e la sua latitanza è tenacemente difesa ed aiutata da Francesco e da molti altri, che notoriamente appartengono al partito comunista o meglio alla frazione o tendenza estremista del Partito stesso.

 

 

E qui si entra nel giallo perché infinite sono state e sono le supposizioni, le indagini, le tracce.

 

 

Solo l’arresto del Michele MORETTI, se interrogato con astuzia, potrebbe dare un po’ di luce in tante tenebre; ma è da temersi che o il MORETTI, ove non fosse più possibile difendere la sua latitanza verrà fatto sparire non altrimenti del Capitano NERI, della GIANNA, di certa Annamaria e di altri che molto sapevano e che molto volevano sapere sull’oro del duce. O il MORETTI darà una spiegazione tale che non condurrà ad alcun risultato positivo e si ritornerà nelle tenebre.

 

 

Perché è anche da tener presente che in ogni caso il MORETTI dovrà esser giudicato secondo le norme del Codice Penale ordinario e la sua imputazione non potrà essere che quella di appropriazione indebita in danno non si sa ancor bene di chi!

 

 

In tali condizioni assai facilmente il Moretti manterrà il più assoluto silenzio dato il vincolo che lo lega al suo Partito sottoponendosi anche ad una condanna che non potrà essere di lunga durata e sempre con la speranza di poter facilmente evadere in seguito alla omertà che notoriamente lega tutti gli appartenenti al Partito stesso, dei quali forti infiltrazioni trovansi sia nella Polizia Civile sia fra gli stessi Agenti carcerari.

 

 

Altra persona che qualcosa di interessante deve sapere è certo Ardente (Poncia) calzolaio di Gravedona, in stretti rapporti di amicizia o di dipendenza col già nominato Francesco. Nell’estate scorsa il Poncia fu arrestato ma venne fatto evadere dalle camere di sicurezza della Polizia Civile di Como dal medesimo Francesco, il quale evidentemente aveva ragioni per temere la permanenza del Poncia in guardina.

 

 

Assai probabilmente però anche col Poncia si giungerà poi ad un punto morto delle indagini.

 

 

Comunque, dall’interrogatorio dell’autista del MORETTI (Maderno Carlo) si apprende che l’autovettura che trasportava l’”Oro del duce” venne fatta sostare a Como verso il cinema Odeon, che l’autista fu fatto allontanare con un pretesto, che rimase assente per circa mezz’ora; che al ritorno constatò la sparizione dei tre sacchi con l’oro.

 

 

Vero è invece, per sicure confidenze ricevute, che l’autovettura si fermò in Piazza S.Fedele a Como presso il negozio di valigie di certo Mentasti, noto ed importante organizzatore comunista di Como; intimo amico anche di Guglielmo-Berto- (GORRIERI), responsabile federale comunista di Como.

 

 

E’ altresì certo, sempre per le sicure confidenze avute, che NERI fu ucciso perché dissentiva dalla destinazione data all’”oro del duce” ed ebbe a minacciare rivelazioni; l’uccisione sarebbe avvenuta a Milano per ordine di certo Fabio del Partito Comunista, con il pretesto di dare esecuzione ad una vecchia condanna a morte pronunciata nel periodo clandestino dal Tribunale segreto partigiano.

 

 

E’ pure certo che la Partigiana GIANNA, amante del NERI, fu pure uccisa perché dissenziente sulla destinazione dell’”oro del duce”. Mandante dell’assassinio sarebbe stato ancora il Fabio; l’omicidio è avvenuto al Pizzo fra Cernobbio e Moltrasio; esecutore il Capitano Lince (Cassinelli) ora latitante perché capo della banda del caffè Robecchi di Como e certo Maurizio (Bernasconi) attualmente detenuto al carcere S.Donnino di Como perché vice capo di tale banda. Di proposito non fu ancora interrogato sulla sua partecipazione a tale delitto.

 

 

Connessi con la sparizione del cosiddetto “oro del duce” vi sono altri numerosi omicidi o sparizioni di persone, dal che devesi dedurre che una organizzazione assai vasta ed importante vuole ad ogni costo mantenere il più assoluto segreto sull’attuale destinazione dell’oro stesso.

 

 

Fra coloro che furono uccisi vi è pure un partigiano, “LINO”, che fu ritrovato morto nei primi giorni di maggio e che si fece credere essersi suicidato, mentre invece per confidenze avute e per la posizione stessa nella quale risultò colpito dalla scarica di “mitra” devesi ritenere essere stato sorpreso ed ucciso lungo la strada per Dongo.

 

 

Da tutto il complesso delle informazioni e delle confidenze avute, dai fatti che si sono svolti e che vanno tuttora svolgendosi; dalle conversazioni confidenziali con alcuni capi del Partito Comunista; da certe loro reticenze; da certe soprese; dalle loro contraddizioni; è da ritenersi che la questione relativa all’”oro del duce” non possa essere isolata in se stessa ma si ricolleghi a ben più vasta ed importante situazione; di carattere strettamente politico e di natura strettamente riservata, tanto più col permanere al Governo, nei posti più delicati, di esponenti di quel Partito che, ove si facesse piena luce non soltanto sull’”oro del duce”, ma su tutta l’attività sotterranea ad esso connessa, verrebbe irrimediabilmente colpito con conseguenti reazioni che è oggi assai difficile prevedere.

 

 

E’ invero certo che nel Partito Comunista o meglio a lato dello stesso, per semplice tattica politica e per avere sempre pronto un comodo alibi, esiste una organizzazione militare segreta in strettissima relazione con la Missione Russa di Milano, Corso Matteotti n.10.

 

 

A disposizione di questa organizzazione trovansi nascoste moltissime armi, anche pesanti quali mortai, qualche cannone, mitragliatrici e mitra in quantità.

 

 

In provincia di Como le zone ove tali armi sono nascoste possono precisarsi nella valle di Gazzena sopra Dongo; in Cernobbio; in Como stesso nelle vicinanze della sede del Partito Comunista; in Binago; Olgiate; Capiate, in Vallassina a Lasnigo; nella zona di Merate Rovangate, nelle Pinete attorno a Cantù e nell’Alta Valle del Varrone sullo spartiacque fra detta valle e l’alta valle del Bitto (Lago d’Inferno) in provincia di Sondrio.

 

 

Vi è poi ancora da chiarire ove sono andate a finire numerosissime camionate di armi versate dai Partigiani della Brianza al Comando dei Partigiani di Lecco e più precisamente al Colonnello MORANDI, il cui contegno e la cui condotta è stata sempre dubbia ed ambigua e le cui azioni nell’ombra dirette da certo AL (principe Aldovrandi) e da certo Ulisse (Guzzi) notoriamente appartenenti al Partito e convinti assertori di tali teorie.

 

 

Capo di questa organizzazione segreta è certo Fabio. Per la provincia di Como da lui dipendono Francesco che ha il comando del Lago e lo esercita attraverso Ardente di Gravedona, Amor di Moltrasio ed altri ancora esattamente precisati. Per la Brianza milanese comasca – dipende da Fabio certo Bassi di Monza, già comandante la divisione garibaldina Fiume Adda che esercita il suo potere attraverso Mafaldo di Merate, Palma (Emilietto) di Costa Masnaga ed altri non ancora precisati.

 

 

Questa organizzazione è potentemente infiltrata nella stessa polizia civile di Como, appartenendovi fra l’altro lo stesso attuale comandante Vinci ed il vice comandante Invernizzi, che in modo sicuro risulta si rechino una volta alla settimana a rapporto presso la Missione Militare Russa.

 

 

E’ a questa organizzazione che indubbiamente è affluito il cosiddetto “oro del duce” così come vi affluì l’oro sequestrato a Chiavenna da Formazioni Partigiane della 90^ Brigata Garibaldi a residui della colonna nazifascista sfuggiti al fermo di Dongo.

 

 

Pure a questa organizzazione è quasi certamente affluito l’oro ed i gioielli sequestrati a Ravagnate a FARINACCI ed alla sua amante marchesa Medici del Vascello Soranzo.

 

 

Per procedere nelle indagini sarebbe opportuno e forse indispensabile precisare la persona che attualmente si nasconde sotto il nome di battaglia di Fabio. E’ notorio che all’epoca clandestina questo era lo pseudonimo dell’attuale consultore nazionale comunista LONGO, persona di grande fiducia di TOGLIATTI, attuale Ministro di Grazia e Giustizia.

 

 

Ma, sino a quando i più delicati poteri dello Stato si trovano interamente manovrati da quel partito stesso che appoggia l’organizzazione segreta alla quale si è fatto cenno, vane sono tutte le ricerche perché dell’esito delle ricerche stesse verrebbero immediatamente avvertiti i responsabili e coloro che hanno tutto l’interesse a stroncare o a deviare le   indagini stesse.

 

Como, 16 dicembre 1945.

 

 

 

Cambia il Questore il 10 dicembre 1945

 

 

L’anno millenovecentoquarantacinque, addì 20 (venti) di dicembre in Como Regia Questura l’avv. GRASSI LUIGI di Paolo e di Giulia de Martini, nato a Milano l’8/12/1891, ivi dimorante in Via Vincenzo Monti 5 (81063-87392 casa) il quale a me Ispettore Generale P.S. dichiara:

 

Confermo quanto sopra ho scritto e firmato nella mia qualità di Questore di Como, carica che ho lasciato il 10 corrente ed ho ricoperto dal 27 aprile 1945.

 

A domanda risponde – Non posso precisare il numero delle auto della colonna nazifascista fermate a Musso-Dongo, ma credo siano state 35 (trentacinque tra autovetture e autocarri e autoblinda).

 

Neppure posso precisare il numero delle persone – chi può dare maggiori chiarimenti è il Dott. RUBINI allora Sindaco di Dongo, dimorante a Dongo e a Como, di cui è Presidente dell’Associazione Combattenti e il noto Capitano BARBIERI, Sindaco di Musso – e da un ex Brigadiere dei CC.RR. di Cremia, MANZI Ettore.

 

Di queste persone, come è noto, 15 persone furono fucilate più il Duce e la Petacci.

 

Gli altri furono fermati a Dongo nel Municipio – di cui ogni volta venivano fucilati e gettati nel Lago circa 8 per vari giorni ad opera di Comandanti di allora della 52^ Garibaldi. Possono dare notizie – Pedro – Francesco – Bill e più particolarmente i Padri Cappuccini di Dongo (P. Neni e P. Attanasio) che provvedevano alle opere di fede. Può anche informare il Tenente CC.RR. ALEMAGNA di Dongo ora in pensione e tale FINISTAURI e il direttore del Banco Amodeo – e Giacobbe.

 

Verso il 15 di maggio riuscii, con l’aiuto del Comando Alleato che, dinanzi ai fatti che avvenivano e alla resistenza della 52^ di cessare le esecuzioni e di consegnare gli arrestati, minacciò di bombardare il paese di Dongo, a farci consegnare i rimanenti arrestati, circa 60 (non sono in grado di precisare il numero esatto), i quali furono portati con due autocarri forniti dai Vigili del Fuoco alle Carceri di Como (credo di F. Briantra) e furono in parte liberati, in parte denunziati all’Autorità Giudiziaria, in parte mandati al Campo Prigionieri di Albate. Se ne occupò il Maggiore DE ANGELIS allora all’Ufficio Politico.

 

I tedeschi, secondo gli accordi intervenuti tra PEDRO, il Comando tedesco e un Comando Superiore del C.L.N. di Morbegno ove era la Divisione Partigiani, lasciati andare ed avviati verso l’Alto Lago – Spluga – Valtellina con i loro automezzi; in genere autocarri.

 

Non si può precisare la fine delle singole automobili italiane: di esse ne sono venute alcune al Comando Piazza di Como ed altre sono state prese dai Comandi Alleati.

 

Francesco è TERZI.

 

“Valerio” colonnello è MANIOLA, sempre pseudonimo; il suo vero nome lo conosce il Generale CADORNA, il detto “LONGO” e “PARRI”.

 

Per l’oro della colonna si può precisare:

 

 

1) 33 (trentatré) o 20.000 milioni e i 35.880 Kg. di oro, attraverso varie manipolazioni vanno a finire in mano del noto MORETTI MICHELE (Pietro Gatti) il quale alle sollecitazioni vere o false del GEMENTI del Comando Piazza di Como afferma di essere in possesso di ricevute dategli da un “Comando Superiore” che non specifica e non produce le ricevute e non è a ciò obbligato dal Comandante GEMENTI: da tale epoca il MORETTI scompare ed è tenuto gelosamente nascosto da “Francesco” (TERZI) e pare dallo stesso GEMENTI, il quale circa un mese fa ha indetto una riunione in Como ove erano presenti lui – il Francesco – Pinto – Bill, Pedro e lo stesso Moretti, il quale in tale occasione sarebbe venuto a Como.

 

Tanto mi consta per ritardata notizia confidenziale. E’ stato anche visto nel luglio – agosto ad un funerale a Maltrasio. Attualmente sarebbe tra Monbero e Trescona assieme a “Francesco”, vicino ad una cascina ove si trovano gli zii di Francesco. Sembra che in tale località vi sia un grosso covo comunista-libertario.

 

A tale proposito posso dire che nelle vie di Milano vi sono manifesti di un “Partito Comunista Libertario”.

 

 

2) Valigie e borse e cofanetti contenenti gioielli prelevati dal NERI e dalla GIANNA a Dongo ai primi di maggio, come da ricevuta per una parte, della GIANNA e portati probabilmente a Como o al Comando Piazza (GEMENTI) o alla Casa del Popolo (GORRIERI). Forse qualche cosa potrebbe dire il Sindaco di Como Marnini.

 

Il NERI e la GIANNA sono stati, si dice, uccisi per odrine di “Fabio” come ho detto.

 

“PEDRO” sa molto della cosa.

 

Il fratello della GIANNA Tuissi ha presentato due mesi addietro una denunzia alla Questura di Milano e al Comando Alleato di Como, chiamando in causa “Fabio” e Maurizio e mi pare anche “Lince” (Cassinelli, già capo Polizia Giudiziaria della Questura di Como, dipendente dalla Procura Generale ed ora latitante e forse a Milano).

 

Mi riservo di rintracciare e presentare tale denuncia.

 

 

3) Oro rapinato a Dongo e Musso dalla popolazione e dai Partigiani insieme a denari e indumenti.

 

Il Brig. Di Finanza che era a Musso, “RAFFAELLI”, amico di “Francesco” e di “Pietro” sa molto in materia, è compromesso con i suddetti e credo sia ora in servizio a Chisone (Bergamo).

 

 

4) Documenti di Mussolini che in due borse di cuoio, attraverso varie manomissioni, erano state consegnate da GEMENTI a SFORNI il quale, a quanto mi fu detto, fu incaricato di portarle a Milano al Comando Generale C.L.N. (Gen. CADORNA) ma ne portò una sola dichiarando che l’altra era stata smarrita in un’incidente automobilistico. Detti documenti furono a Como fotografati per opera di “AL” (principe Aldovrandi che ora ha un incarico in Pretura di Sondrio) al Comando Piazza e per via sostarono nella redazione di un giornale. Può dare notizie il giornalista ELLER del Partito Liberale di Como.

 

A proposito di documenti del Duce mi risulta che nei primi giorni dell’insurrezione un camioncino che era al seguito della colonna nazifascista nel percorso tra Milano e Como si è guastato a Garbagnate Milanese e rimase fermo presso il Municipio, conteneva documenti del Duce, se ben ricordo, particolarmente del processo Matteotti che dal Sindaco furono poi inviati a Roma al Comando Alleato.

 

Tanto mi fu riferito da certa Signora GALLI di Como…che casualmente si trovava sul posto.

 

La moglie del MORETTI risiede a Maltrasio e talvolta andava alla Bulinghera dove era nascosto il marito.

 

L’ho fatta pedinare ma infruttuosamente.

 

Nella lettera da me scritta a SFORNI dove dico che era stato arrestato un altro responsabile intendevo precisare il Poncia detto ARDENTE il quale in effetti fu fatto evadere dal “Francesco” in pieno accordo col LORI, allora Comandante la Polizia Civile, licenziato.

 

L’Ardente era nelle carceri di Palazzo Carducci ove era il Comando del Battaglione della Polizia Civile. Ivi si presentò il Francesco con “Pierino” (attuale confidente) e prelevò senza nessuna opposizione da parte della Polizia, l’Ardente.

 

Il Comando Alleato lo seppe solo dopo otto giorni, quando andò per interrogare l’Ardente. Anche io lo seppi allora. Come ho detto l’Ardente è calzolaio di Gravedona ed attualmente si trova in tale paese e non è stato ivi arrestato.

 

La località che in tale lettera indico ove era passato il tesoro era il cinema Odeon ma dalle indagini allora fatte nulla risultò. Invece si venne a sapere che era andato a sostare dal valigiaio Mentasti (comunista) in P.S.Fedele a Como.

 

Attualmente in carcere è il “Maurizio” BERNASCONI denunziato al Tribunale Straordinario Militare per la rapina di Olmeda. E’ insieme a “Lince” uno degli esecutori delle opere di rapina e delle uccisioni per conto del Partito Comunista.

 

Dovrebbe, a quanto confidenzialmente viene assicurato, l’uccisione di GIANNA e forse di NERI. Lince in materia non è stato interrogato.

 

Non vi è nessun altro arrestato perché non si sapeva dove sicuramente trattenerli in carcere.

 

BARBIERI del partito Liberale di Como mi ha riferito che delle sterline detenute da PEDRO e da BILL sono state recentemente versate al Comando Generale del C.V.L. a Milano. Esse facevano parte dei valori della colonna nazifascista.

 

Il Comando Generale ha dato ai medesimi un premio di L. 300.000.

 

Letto, confermato e sottoscritto.

Firmato Avvocato LUIGI GRASSI

 

 

(continua)