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Pio XII non si espose mai sulla questione dei lager ma sulla fuga dei nazisti certamente sapeva tutto anche perchè i prelati, monsignori e cardinali, che aiutavano l'organizzazione Odessa erano suoi amici e lavoravano a stretto contatto con lui, il pontefice aristocratico....

 

 

Il 10 agosto 1944 presso l’Hotel “Maison Rouge” ha luogo una importante riunione che vede seduti allo stesso tavolo i maggiori gerarchi del nazismo e dell’industria tedesca. Beninteso, a metterci la faccia e a partecipare alla riunione fisicamente ci vanno i rappresentanti delle massime autorità del Reich, con l’avallo e la protezione assicurata per sviare eventuali controlli dei fedelissimi di Hitler.

 

 

La riunione in pratica certifica la presa d’atto della sconfitta nazista, i più grandi industriali e i gerarchi del partito si accordano per il dopoguerra. Si dovranno muovere ingenti capitali, nasconderli nelle banche svizzere, o spagnole (da dove poi venivano esportati in Argentina) per finanziare la rinascita del nazismo finita la guerra.

 

 

Il 10 agosto possiamo quindi considerarla una data simbolo della nascita dell’organizzazione “Odessa”, un progetto di grandi dimensioni (poi riuscito) pensato per gestire la fuga di migliaia di ufficiali tedeschi e di alleati del nazismo dal continente europeo, diventato improvvisamente troppo pericoloso per i responsabili dell’avventura hitleriana.

 

 

Gli industriali tedeschi, su proposta del delegato personale del vice fuhrer, Martin Bormann, avrebbero finanziato la fuga dei gerarchi che sarebbero diventati i gestori di tutti i capitali trasferiti all’estero.

 

 

I funzionari della cancelleria nazista si misero subito al lavoro, sotto la direzione di Bormann, e si procedette a stilare minuziosi piani di fuga che avrebbero dovuto essere rispettati alla lettera.

 

 

Il primo percorso di fuga prevedeva la partenza da Monaco di Baviera, passava per Salisburgo e approdava a Madrid. Altri due percorsi partivano sempre dalla capitale bavarese, passavano per Salisburgo o per il Tirolo e giungevano a Genova. L’imbarco era previsto per l’Egitto, il Libano o la Siria. Ma le richieste dei fuggitivi si concentrarono senz’altro per l’Argentina.

 

 

Il trasporto dalla Baviera verso l’Austria era considerato sicuro perché una vasta rete di nazisti garantiva mezzi di trasporto e ospitalità presso monasteri e conventi. L’itinerario più agevole alla fine risultò il Voralberg, all’incrocio tra i confini di tre paesi, Svizzera, Germania e Austria.

 

 

Le rispettive polizie, l’austriaca e quella svizzera, chiudevano un occhio, sia per denaro che per la validità dei documenti di espatrio.

 

 

Walter Rauff, capo del servizio segreto tedesco per l’Italia del Nord svolse in quei frangenti un ruolo di primo piano per il passaggio attraverso il territorio italiano.

 

 

Dalla giornata dell’estate del 1944 ci vollero almeno due anni perché i capi delle SS perfezionassero tutti i meccanismi di questa grandiosa emigrazione. I membri delle SS curarono tutti i particolari, niente doveva restare al caso, e soprattutto si dovette costruire una rete di complicità multinazionale, basata ovviamente sui preziosi contatti che l’organizzazione aveva intessuto tra l’Italia e l’Argentina.

 

 

Dentro la rete nazista si muovevano a loro agio esponenti di spicco della Chiesa cattolica, membri del governo argentino del dittatore Juan Peron, dirigenti e funzionari della Croce Rossa, dello stato svizzero, del movimento segreto “Die Spinne” (“Il Ragno”), una organizzazione di ex appartenenti alle SS fondata e guidata da Madrid da Otto Skorzeny, da Reinhardt Gehlen e dal dott. Hans Globke. Lo Skorzeny riuscì a far fuggire dalla prigione di Memmingen in Baviera molti criminali di guerra nazisti, anche grazie alle facilitazioni messe in atto dalle autorità militari americane che preferirono non intervenire.

 

 

L’”Organisation der ehemalingen SS-Angehorigen” (l’acrostico dà ODESSA) comincia quindi ad operare dal 1946, anno in cui la maggior parte degli esponenti nazisti si trovava nei campi di prigionia o in carcere.

 

 

Nel 1946 iniziano i contatti tra i “camerati” e si organizzano “comitati di soccorso” per l’assistenza ai detenuti. Che sono decine di migliaia di nazisti, di collaborazionisti di vari paesi, gli ustascia croati, i collaborazionisti ucraini, lituani, francesi, ecc.

 

 

Sotto la copertura di comitati “umanitari” i membri di ODESSA riuscivano a fare arrivare lettere ai detenuti, si effettuavano raccolte di fondi, tutto alla luce del sole, sotto gli occhi degli Alleati e con la collaborazione della Chiesa cattolica.

 

 

Il Vaticano ebbe un grande ruolo in questa opera “umanitaria” che in realtà era la base di partenza di una emigrazione politica di massa. Dal 1945 e fino al 1950 si calcola che almeno trecentomila tedeschi, nazisti, riuscirono a fuggire in America Latina, passando per il Portogallo, la Spagna, l’Italia.

 

 

L’Argentina fu raggiunta dal criminale di guerra Ante Pavelic (1), capo dello stato fascista croato, da Pierre Daye, collaborazionista belga e esponente del partito rexista e da migliaia di altri gerarchi che si resero responsabili di genocidio.

 

 

La via di fuga fu poi chiamata la “via dei topi”, la “ratline”, conosciuta dai servizi segreti americani fin nei minimi dettagli, ma non dall’opinione pubblica americana che non avrebbe certo tollerato una commistione così oltraggiosa e infamante.

 

 

La segretezza era assicurata da professionisti dell’intelligence tedesca nazista, come ad esempio dall’Obersturmbannfuhrer delle SS Walter Rauff.

 

 

Il ruolo della Chiesa cattolica

 

 

Per fare fuggire un criminale di guerra o un alto ufficiale tedesco ci volevano molte risorse. Non bastava la disponibilità del regime di Peròn e neanche lo sforzo di tutta intera l’organizzazione ODESSA. Migliaia di persone dovevano essere rifornite clandestinamente di documenti di viaggio, alloggi sicuri per il tempo in cui si doveva restare in Italia, e di biglietti per l’Argentina.

 

 

Una operazione di così vasta portata doveva essere coordinata, un insieme di organizzazioni dovevano essere ricondotte ad un unico comportamento clandestino, il solo sistema per evitare rischi di grandi dimensioni.

 

 

E solo la Chiesa cattolica, multinazionale e con un servizio di informazione capillare, poteva assolvere a questo compito. C’è da dire che nell’anno 1946 milioni di persone erano in movimento in Europa, molte di loro erano cattoliche così la Chiesa poteva mascherare meglio il suo contributo all’espatrio dei nazisti.

 

 

Il Pontefice Pio XII chiese agli Alleati di poter fornire assistenza spirituale e materiale ai detenuti dei campi di prigionia. Per fare questo ottenne, tramite il Segretario di Stato del Vaticano, il permesso per un vescovo designato dallo stesso Pio XII di fare visita ai prigionieri nonché ai civili di lingua tedesca internati in Italia.

 

 

Questo vescovo che iniziò il “lavoro sporco” del Vaticano a favore dei criminali di guerra nazisti fu Alois HUDAL.

 

 

Il “vescovo nero”.

 

 

Hudal prese molto sul serio il suo compito ed entrò in quasi tutti i campi di prigionia per scovare gli ex nazisti ed i criminali di guerra. Il suo obiettivo era di aiutarli a fuggire e di procurare loro falsi documenti di viaggio. Senza l’intervento di Pio XII monsignor Hudal non sarebbe certo riuscito nell’intento.

 

 

Hudal era un vescovo austriaco, Rettore del Collegio Teutonico Santa Maria dell’Anima di Piazza Navona a Roma, veniva considerato anche “capo spirituale dei cattolici tedeschi in Italia”. Fervido sostenitore di Hitler, celebrava funzioni religiose per gli ufficiali nazisti, e mostrava orgoglioso la sua tessera di iscrizione al partito nazista.

 

 

Hudal aveva tentato di conciliare il cristianesimo con il nazismo. I suoi scritti su Hitler spiegano chiaramente il tentativo di unire le due “religioni”, affermava che Hitler stava consolidando un’Europa cristiana. Lo pensavano anche i preti argentini, seguaci della dittatura di Peròn.

 

 

Hudal divenne così l’uomo di fiducia di Hitler in Vaticano. Lo stesso Hudal confermò poi di avere aiutato moltissimi nazisti a mettersi in salvo in Argentina, su incarico del Vaticano.

 

 

La conferma delle gravissime responsabilità della Chiesa cattolica nella fuga dei nazisti viene da un memorandum segretissimo inviato nel maggio del 1947 al Segretario di Stato americano, George Marshall, ad opera di Vincent La Vista, addetto militare all’ambasciata di Roma.

 

 

La Vista definisce senza mezzi termini la Chiesa come “la principale organizzazione implicata nel movimento illegale di persone”, e fornisce anche i dettagli sul funzionamento della gigantesca rete di fuga dei nazisti.

 

 

ODESSA aveva moltissime conoscenze personali, ciò consentiva ai profughi di ottenere asilo, denaro e documenti, ancora prima dell’imbarco per il Sud America. La rete gestita dalla Chiesa, come abbiamo detto fu denominata la “via dei topi” o anche “la via dei monasteri”, visto che ad aiutare i nazisti erano gli appartenenti all’Ordine francescano.

 

 

I nazisti restavano in questi istituti religiosi e aspettavano che arrivasse il momento buono per l’imbarco, sia che si fosse a Genova, a Cadice o a Vigo.

 

 

Adolf Eichmann e Ante Pavelic raggiunsero l’Argentina indossando la tonaca francescana.

 

 

Si stima che almeno 5000 capi nazisti fuggirono grazie ad ODESSA e grazie al Vaticano. La sede centrale di Hudal era a Roma, con la copertura della Commissione Pontificia di Assistenza.

 

 

 

 

Bisogna dire che il Vaticano cercò di negare la sua responsabilità ma a smentirlo c’è un episodio ben preciso: la fuga di Franz STANGL, comandante del campo di sterminio di Treblinka (2). Catturato dagli americani riesce a fuggire e si reca a Roma. Qui trova rifugio presso Monsignor Alois Hudal che gli fornisce un nuovo passaporto della Croce Rossa Internazionale, con il quale riesce ad imbarcarsi per la Siria.

 

 

Secondo Simon Wiesenthal, che riuscì poi a catturare STANGL in Brasile nel 1967.  Questo episodio non fu un caso isolato, certamente non fu un errore del Vaticano. I nazisti erano a conoscenza delle vie di fuga, sapevano di doversi recare a Roma e di chiedere di Monsignor Hudal. Lo stesso Adolf Eichmann, l’”architetto” dell’Olocausto ricevette un passaporto falso e inviato a Genova, dove fu nascosto da Monsignor SIRI per aspettare l’imbarco.

 

 

Ovviamente la Chiesa rifiuta questa imbarazzante chiamata di correo. Ma le irritate prese di distanza del Vaticano da ODESSA vengono un poco alla volta smentite dai rapporti di stretta amicizia che c’erano tra Pio XII e monsignor Hudal, tra il vescovo filonazista e Monsignor Montini (poi Papa Paolo VI) dall’agosto 1944 a capo della Commissione Pontificia di Assistenza ai rifugiati, tra Montini e Walter Rauff.

 

 

Lo stesso Montini, in diretto rapporto con il Papa, permise a Hudal di accedere ai passaporti vaticani e ad altri documenti di viaggio, alla Caritas Internazionale. Hudal superò sé stesso quando il 31 agosto 1948 scrisse al presidente argentino Juan Peròn, chiedendo 5000 visti per “soldati” tedeschi e austriaci. Secondo Hudal erano combattenti anticomunisti che si erano sacrificati per salvare l’Europa dal dominio sovietico.

 

 

Ma non c’è solo Hudal, Siri, Montini, c’è pure il cardinale Eugene Tisserant, figura chiave nei rapporti con l’Argentina. E’ bastata una ricerca d’archivio condotta dallo storico Matteo Sanfilippo per provare che il cardinale francese si era speso in favore dei collaborazionisti del regime di Vichy.

 

 

Nel giugno 1946 il cardinale Giovanni Battista Montini esprime l’interesse di Pio XII per organizzare l’emigrazione, non solo di italiani, in Argentina. Montini e Pio XII erano preoccupati per “i cattolici, non solo italiani, che mancano dei mezzi di sussistenza e che non potevano reintegrarsi nella società”. La formula è ambigua, non si parla di criminali nazisti ma non si esclude che i rifugiati, in parte, possano esserlo.

 

 

Oltre a Hudal, Montini, Tisserant, bisogna ricordare l’attività del francescano ustascia (fascista croato) Padre DRAGANOVIC. Nell’isterismo dei primi anni del dopoguerra il Vaticano considerava la Croazia come la propria roccaforte nei Balcani. Venne addirittura riutilizzata l’organizzazione clandestina costituita durante la guerra dai disertori dell’esercito russo in Germania ed in Austria: Estoni, Lituani, Cechi, tutti cattolici, dovevano prestare giuramento di fedeltà alla Chiesa al di sopra delle proprie nazioni di appartenenza. Il Vaticano quindi, con tutti questi personaggi che aiutavano i nazisti, attuava una politica di infiltrazione negli stati dell’America Latina a garanzia dei regimi autoritari cattolici.

 

 

Non c’è solo il Vaticano

 

 

Insieme con il Papa anche la Croce Rossa si trovò coinvolta pesantemente nella politica di “assistenza” ai criminali di guerra nazisti. Fu un rapporto oscuro che trovò l’adesione di Peròn sia per ragioni politiche (il suo filo nazismo durante la guerra) che per ragioni più basse, di denaro. Alla fine, oltre alle simpatie naziste di molti prelati, c’era pure la volontà politica di Vaticano, Croce Rossa (e Alleati) di liberare l’Europa da una massa considerevole di sbandati che erano in prigione oppure girovagavano senza casa creando grossi problemi di ordine pubblico.

 

 

Erano centinaia di migliaia di profughi che il governo italiano premeva per disfarsene. Fu accontentato per mezzo della Pontificia Commissione di Assistenza e dell’Auxilium (retta dal cardinale SIRI a Genova).

 

 

Alla fine si era creata una compagnia che vedeva d’accordo governi Alleati e governo italiano, Croce Rossa e Vaticano. Era come dare una purga all’Europa. Ci si sarebbe così sbarazzati di milioni di “cattolici” (nazisti e sbandati generici) che sarebbero diventati cittadini riciclati nell’America Latina.

 

 

De Gaulle

 

 

“Non appena cessarono le ostilità, De Gaulle indisse un'agguerrita campagna per ottenere la simpatia dei popoli dell'Europa orientale. Il suo scopo era quello di creare un contraltare ai piani inglesi. [...] Il leader francese riteneva infatti che fosse necessario prepararsi a una nuova guerra contro Stalin per ristabilire il "legittimo" ruolo della Francia nella regione. De Gaulle voleva l'aiuto del papa per creare una confederazione europea che riunisse, tra gli altri, i cattolici di Spagna, Francia, Italia, Austria, Germania, Polonia, Ungheria, Slovacchia, Croazia, Slovenia e Stati baltici. [...] La Francia avrebbe dovuto firmare dei trattati di amicizia con la Spagna e con l'Italia, stabilendo così un potente triangolo che avrebbe ricevuto in seguito, grazie all'influenza del papa, l'aiuto degli stati cattolici sudamericani''. (3)

 

 

Walter Rauff

 

 

Uno dei fondatori di ODESSA, in contatto con il Vaticano, conosceva bene il nostro paese. Hudal lo contattò e gli suggerì di trasferirsi a Genova per incontrare l’allora arcivescovo Giuseppe SIRI. Rauff ottenne da SIRI un passaporto della Croce Rossa e un visto per la Siria. Fece questo viaggio e da buon quadro dell’intelligence di ODESSA rientrò subito a Milano dove organizzò il punto organizzativo della rete di fuga in accordo con i monsignori del Vaticano. In Italia infatti la rete poggiava su tre tappe per l’imbarco: Milano, Roma e poi Genova.

 

 

Sorge una domanda: da dove uscì il denaro necessario per una operazione così complicata e di vaste dimensioni? La risposta la si ha nelle somme di denaro di cui Rauff poteva disporre, capitali immensi, raccolti dalle SS, dagli industriali tedeschi ma anche cifre astronomiche di denaro falso stampato appositamente dai tedeschi (operazione “Wendig”) a questo fine. E le banche cambiarono questo denaro con banconote autentiche. Nell’operazione Rauff riuscì a guadagnarci un bel po’ di milioni. Rauff operò in Italia sino al 1949 poi si rifugiò in Ecuador, quindi in Cile.

 

 

Cos’è Intermarium?

 

 

Apriamo ora una parentesi per conoscere coloro che avevano stretto patti di mutuo soccorso all’interno di una filosofia politica nata nel primo dopoguerra. Parliamo di INTERMARIUM.

 

 

INTERMARIUM era una “rete ben organizzata di emigrati politici nazisti dell'Europa centrale e orientale, la quale riceveva segretamente sostegno da parte di una piccola ma potente congrega con agganci in Vaticano”.  Le radici di quest'organizzazione anticomunista risalivano “agli anni Venti, [...] sorta a partire da un cosiddetto gruppo di esuli russi bianchi che fuggirono a Parigi in seguito alla presa del potere da parte dei bolscevichi''.

 

 

“L'Intermarium proclamava la necessità di una potente Confederazione Anticomunista Pandanubiana, composta per la maggior parte dalle nazioni cattoliche dell'Europa centrale. Prima della guerra, essa aveva ricevuto grandi aiuti dai servizi segreti francesi e inglesi per operazioni anticomuniste. [Nella fase prebellica] lo scopo dell'Intermarium era quello di creare un cordone sanitario sia contro i russi sia contro i tedeschi''.

 

 

Durante la guerra era stata uno “strumento nelle mani dei servizi segreti tedeschi: [...] nel 1939 la maggior parte dei capi dell'Intermarium aveva unito le proprie sorti a quelle di Hitler. Dopo la guerra, riuscirono a non farsi punire aiutando gli inglesi contro i sovietici'' (4).

 

 

“Il Vaticano aveva appoggiato [le operazioni relative all'organizzazione di movimenti clandestini contro i russi] lavorando ufficiosamente con i francesi e con gli inglesi affinché dopo la seconda guerra mondiale l'Intermarium tornasse in attività''. “La grande maggioranza dei capi dell'Intermarium era composta da ex-capi fascisti che lavoravano per i servizi segreti inglesi o francesi''.

 

 

“Per iniziativa di Rohracher, [arcivescovo di Salisburgo,] il vescovo di Klagenfurt indisse un incontro per discutere l'opportunità di riunire, in questa Confederazione [Pandanubiana] le nazioni cattoliche dell'Europa centrale. Oltre a Rohracher e al vescovo di Klagenfurt, parteciparono all'incontro anche i vescovi Gregory Rozman di Lubiana e Ivan Saric di Sarajevo. Questi ultimi due prelati erano stati collaboratori entusiasti dei nazisti'' (5).

 

 

Il presidente di Intermarium era lo sloveno Miha Krek. Il principale organizzatore era l'ungherese Ferenc Vajta. Secondo quest'ultimo, occorreva “una Confederazione Danubiana in cui venisse riconosciuta la libertà di tutti i popoli attraverso una democrazia sana e tradizionale. [Secondo lui era] giunto il momento di creare la grande unità europea e una Confederazione Pandanubiana composta da popoli aventi la stessa cultura e le stesse tradizioni''.

 

 

“Sotto la direzione francese, Vajta formò dei centri spionistici ad Innsbruck, Friburgo e Parigi. Gli emigrati politici viaggiavano coi documenti dell'Etat Majeur, così da poter andare in giro in tutta sicurezza e costituire una sofisticata rete di spionaggio''. Erano coinvolti anche i gesuiti, “come agenti chiave del Vaticano, coinvolti in un programma di penetrazione all'interno di zone occupate dai comunisti''.

"Molti personaggi di spicco dell'Intermarium guidavano i corpi d'emigrazione patrocinati dal Vaticano'', il vescovo Hudal, padre Draganovic, monsignor Preseren, il vescovo Bucko, e padre Gallov.

 

 

Genova: l’imbarco sicuro

 

 

Dopo questa parentesi europea ritorniamo in Italia e in particolare alla città di Genova. Qui ODESSA aveva un trampolino di rara efficienza. Non c’era solo l’Ufficio della Pontificia Commissione di Assistenza, c’era pure la Croce Rossa. La “via di Genova” era gestita personalmente dall’Arcivescovo Giuseppe SIRI, che aveva perdipiù fondato altri due enti che si occupavano di emigrazione: il Comitato nazionale per l’Emigrazione in Argentina (1946) e il comitato diocesano AUXILIUM in attività già dal 1931.

 

 

L’arcivescovo aprì una nuova sede dell’Auxilium, nato per l’assistenza ai poveri, e nel 1946 vicino alla Chiesa di San Teodoro la mutazione genetica divenne completa: ora l’Auxilium si dava alle operazioni clandestine, la sede era collegata alle banchine del porto con dei corridoi sotterranei. Grazie a questa struttura così sapientemente modificata trovarono la via di fuga anche alti dignitari del governo di Vichy, come il ministro della cultura William Guyendan de Roussel.

 

 

Qui era la sede del prete croato Petranovic il cui compito era quello di portare in Italia passaporti per i nazisti. Petranovic era a stretto contatto con Padre Draganovic che tra Genova e Roma trovava pure il tempo di gestire il Collegio degli Illirici. Inutile dire che i due religiosi cattolici frequentavano la compagnia degli Ustascia, al punto che tra il 1946 e il 1947 riuscirono a far emigrare 7250 criminali di guerra croati.

 

 

A Genova c’era pure Padre Domoter, ungherese, antisemita, specializzato nell’espatrio di connazionali e di gerarchi tedeschi. Fu lui a consegnare ad Adolf Eichmann il passaporto della Croce Rossa. E infatti i documenti dell’organizzazione umanitaria furono i più richiesti per oltrepassare l’Oceano nella “via dei topi”. Proprio nel 1945 fu creato il modello 10100, poi 10100 bis, per la presentazione del visto d’ingresso.

 

 

E l’Italia fu il paese in cui fu rilasciato il maggior numero di titoli di viaggio del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR). Barbie, Eichmann, Mengele, Priebke si imbarcarono per l’Argentina senza alcuna difficoltà.

 

 

Padre Draganovic, il prete fascista croato

 

 

Nato in Bosnia nel 1903 fu ordinato sacerdote nel 1928. Con la creazione dello stato indipendente croato nel 1941 diventa un seguace entusiasta di Ante Pavelic.  Nel 1943 il dittatore croato lo invia a Roma prevedendo la sconfitta del nazismo. E come Hudal si spese per i tedeschi Padre Draganovic si dette da fare per i croati. Il Collegio di San Girolamo degli Illirici, a Roma, divenne la base degli Ustascia. Considerato “l’eminenza grigia dei Balcani”, e anche “il prete d’oro” poiché controllava il tesoro tolto alle vittime uccise dagli Ustascia durante la guerra, Padre Draganovic spianò ogni ostacolo alla fuga di Ante Pavelic, il dittatore della Croazia e maggior criminale di guerra di quella parte dei Balcani.

 

 

Il 21 ottobre 1946 la rivista US News rivela che in un memorandum dell’OSS (Office of Strategic Services precursore della C.I.A.) un agente avrebbe affermato che per la fuga di Pavelic sarebbe stato speso il denaro del tesoro degli Ustascia.

 

 

Draganovic a Roma si incontrava con il ViceSegretario di Stato Vaticano Montini e anche con Pio XII. Alla fine della guerra Draganovic fa il giro delle prigioni, come fece Monsignor Hudal, stila gli elenchi degli Ustascia, li trasmette all’Ufficio Immigrazione di Buenos Aires, ritira i permessi di sbarco e li consegna alla Croce Rossa e richiede in questo modo i passaporti.

 

 

Il religioso croato spese parecchio per la fuga dei suoi compatrioti ma conservò altrettanto per favorire una operazione politica di rinascita del fascismo croato, sempre con a capo Ante Pavelic, in terra argentina.

 

 

Questo frenetico lavoro semiclandestino continua per quasi tutti gli anni 50 fino all’ottobre del 1958 quando dopo la morte di Pio XII verrà costretto a lasciare il Collegio di San Girolamo per ordine di Montini.

 

 

Anche i servizi segreti americani, con i quali collaborava dal 1947 se ne disfecero. Padre Draganovic aveva aiutato alquanto il CIC (Counter Intelligence Corp) per le attività clandestine in favore dei criminali di guerra, mettendo a disposizione la sua “rat line” per le esigenze dell’intelligence americana.

 

 

Non solo Draganovic

 

 

Certo il croato fu un infaticabile agente segreto degli Ustascia, ma per quanto riguarda i francesi e gli inglesi anch’essi ebbero i loro Draganovic. Nel 1945 l’Alto Comando francese in Austria e il Deuxième Bureau ingaggiarono Ferenc Vajta, già esperto agente segreto per aver collaborato con i servizi ungheresi durante la guerra.

 

 

Vajta si mise al lavoro con impegno sia per i francesi che per gli inglesi e divenne il principale responsabile di Intermarium. Lo scopo politico era quello di dare vita ad una potente organizzazione anticomunista nei paesi del’Est balcanico e dell’Europa centrale. Anche Pio XII era favorevole alla creazione di un grande Stato federale danubiano, fortemente cattolico, antirusso e antiortodosso.

(Informazioni tratte da "Operazione ODESSA: la svastica e la croce. Complicità nella fuga dei criminali nazisti verso il santuario argentino - LUISS-Scienze politiche- Tesi di Livia Zampolini - A.A. 2012-2013) 

 

NOTE

(1) "Durante i primi mesi del regime di Pavelic furono massacrate circa 150.000 persone di fede serbo-ortodossa. In molti casi - è un fatto documentato – fu offerta loro la salvezza se avessero rinunciato alla loro fede per divenire cattolici''. "Le conversioni forzate [venivano celebrate] da preti cattolici sotto l'attento controllo di unità di polizia ustascia armate fino ai denti. Su tali cerimonie incombeva la minaccia di morte, poiché i contadini serbi erano perfettamente a conoscenza dei massacri condotti da quelle stesse unità nelle zone limitrofe''. A dirigere le conversioni forzate era padre Draganovic. (Fonte: “Ratlines” – di Mark Aarons e John Loftus – 1991 - p.106).

 (2) "Al loro arrivo a Treblinka, gli uomini, le donne e i bambini, stipati nei loro carri merci chiusi, trovavano ad attenderli una normale stazione ferroviaria, graziosamente decorata con cassette di fiori. A distanza, si scorgevano alcune baracche dall'aria innocua. Franz Stangl ci teneva all'ordine. Ai passeggeri veniva detto di scendere dai carri per riposare e per farsi una doccia. Mentre si svestivano, veniva detto loro di mettere al sicuro i loro oggetti di valore in cassette numerate, di modo che, dopo la doccia, avrebbero potuto ritrovarli facilmente. Tutto si svolgeva in maniera così rapida, organizzata, letale. Le docce erano, in realtà, camere a gas dove 900.000 persone, per la maggior parte ebrei, furono uccise immediatamente al loro arrivo. A differenza di Auschwitz, lì non si svolgeva alcun lavoro. Treblinka esisteva solo per uno scopo: lo sterminio'' (Fonte: “Ratlines” – cit. - pp.33-34).

(3) (Fonte: “Ratlines” – cit. – p.63). Le potenze europee avevano dei progetti molto simili a quelli del papato: “La riuscita di questo triangolo era legata a quella della “creazione di uno stato federale della Germania cattolica, separato dalla maggioranza protestante. L'ultimo anello del piano di De Gaulle era rappresentato da una Confederazione Pandanubiana Cattolica dell'Europa centrale. Un'alleanza con la Polonia e con gli Stati baltici avrebbe permesso agli slavi cattolici di staccarsi dai loro compatrioti ortodossi e protestanti assicurando il crollo della Jugoslavia, della Cecoslovacchia e di gran parte dell'Unione Sovietica''.

“Gli Inglesi erano convinti che presto sarebbe scoppiata la guerra contro i sovietici'' (65). Il premier inglese Winston Churchill stava portando avanti sin dagli inizi del 1944 la politica di ``creare una confederazione di nazioni dell'Europa centrale sotto l'influenza di Londra. Quando finì la guerra il SIS lanciò una sofisticata operazione spionistica per reclutare gli emigrati politici dell'Europa centrale e orientale. Il SIS mirava ad istituire un'unione politica contro il bolscevismo e a fornire un aiuto materiale con lo scopo di attirare gli esuli nella sfera d'influenza inglese per operazioni di controspionaggio antisovietico e paramilitari. Gli inglesi avevano anche istituito delle logge massoniche tra gli esuli, attraendo in tal modo i più importanti leader balcanici''.

Padre “Draganovic cominciò a far pressioni sugli inglesi in favore della Confederazione Pandanubiana agli inizi del 1944, quando consegnò all'ambasciatore inglese presso il Vaticano una lunga nota, con cui inoltrava proposte fatte da alti ministri ustascia a Zagabria''.

Il dato che emerge è la rivalità che c'era subito dopo la fine della guerra fra Londra e Parigi, entrambe nel tentativo di controllare l'Europa centrale. Tuttavia le loro politiche si concretizzavano in piani molto simili, e simili a quelli del papato: essenzialmente l'idea della Confederazione Danubiana. Molto presto gli inglesi riuscirono a togliere l'iniziativa ai francesi. ``Alla fine dell'estate 1946 i servizi segreti inglesi avevano ottenuto un innegabile predominio sui rivali francesi''. ``Esisteva almeno un importante punto di accordo tra Parigi e Londra: si sarebbero dovuti escludere gli Stati Uniti da queste operazioni clandestine.

Fu adottato lo slogan "l'Europa agli Europei, senza Russi né Americani. Facciamo combattere gli Stati Uniti contro i Russi e sfruttiamo la vittoria"''.Gli inglesi ``avevano fatto infiltrare alcuni agenti tra gli emigrati politici, istituendo così dei centri spionistici a Graz e a Klagenfurt, nella zona austriaca [da loro] controllata''.

“Gli inglesi diedero assistenza persino ai nazisti e agli ustascia e, fin dall'inizio, costituirono centri militari e terroristici tra tutti i profughi balcanici. Avevano fretta e non volevano perdere tempo, per cui ebbero presto una magnifica organizzazione che si estendeva fino alle parti più remote dei Balcani''. “John Colville, del Foreign Office, [...] ammise di aver permesso deliberatamente a molti fanatici ustascia di sfuggire alla giustizia''. ``Nel maggio del 1945, gli inglesi avevano riconsegnato molti croati relativamente innocenti nelle mani del governo comunista di Tito, destinandoli a una morte sicura. Invece molti criminali di guerra colpevoli di orrendi delitti erano fuggiti'' (98).  Avvalendosi dei seguaci di Pavelic, gli inglesi avevano intenzione di rovesciare il governo comunista di Belgrado. (Fonte: “Ratlines” – cit. - pp.99).

(4) (Fonte: “Ratlines” – cit. – p.71)

(5) (Fonte: “Ratlines” – cit. – p.136)