Sito Storico e Blog di Giorgio Marenghi - Storia Veneta - Eversione - Opinioni su fatti politici

Bisogna proprio che si arrivi in fretta al controllo della frontiera tra la Libia ed il Niger! E’ questo il valico che per moltissimi migranti rappresenta il rischio di perdere la vita. Ma non solo per l’eventuale traversata del Mediterraneo (se riescono ad arrivarci) per raggiungere le coste italiane, ma anche e soprattutto per il trattamento che viene riservato agli africani di pelle nera, che quando entrano in Libia vengono subito venduti dai trafficanti a bande criminali che ne fanno quello che vogliono.

 

 

I convogli vengono svuotati, regolarmente le donne vengono tutte violentate e gli uomini rinchiusi in “centri di accoglienza” che non sono altro che dei lager. Sotto il controllo delle milizie i migranti devono lavorare come schiavi, devono farsi finanziare dalle famiglie di origine per poter raggiungere le cittadine della costa.

 

 

Ma neanche a Tripoli i neri sono al sicuro. La popolazione libica araba odia ferocemente l’africano di pelle nera. E’ probabilmente un odio atavico, frutto dello schiavismo che gli arabi hanno sempre esercitato. Oggi molti osservatori internazionali hanno notizia di veri e propri “pogrom” (eccidi in massa di neri africani per mano delle popolazioni tribali libiche).

 

 

 

La destabilizzazione sociale e politica prodotta dalle guerre sub sahariane (mano islamista + sfruttamento di alcune multinazionali occidentali) sta creando un vero inferno in terra. La Libia ribolle di odio verso il nero africano, odio misto alla paura per il numero di migranti in entrata, odio per tutto quello che sa di Occidente e di regole rispettose dei diritti civili.

 

 

Nel Sahara quest’odio verso l’Occidente è molto più moderato, è la storia della “decolonizzazione” che ha creato ceti ed élites favorevoli alla cultura europea. Le masse tribali islamizzate sono più inclini a rispettare le regole dell’Islam moderato anche se i gruppi guerriglieri jihadisti ultimamente cominciano a rappresentare un serio pericolo.

 

 

La diga verso il jihadismo è attualmente rappresentata, come abbiamo visto negli articoli precedenti, dal dispositivo militare franco-americano, situato nel Sahara non solo per “pacificare” i territori, ma soprattutto per fare gli interessi (non certo umanitari) delle grandi multinazionali occidentali.

 

 

E questo dispositivo è attualmente il testimone colpevole dell’eccidio che i libici stanno compiendo a casa loro con gli attacchi alle colonne di neri africani, i migranti dell’Africa sub sahariana.

 

 

Quindi per attualizzare sempre di più il quadro della situazione di guerra in Libia di queste settimane occorre prendere in considerazione parecchi elementi: la guerra civile tra le milizie islamiste di Tripoli contro l’esercito nazionale del generale Haftar; il genocidio che si sta compiendo sui migranti africani, le violenze, le torture e la detenzione inumana di decine di migliaia di poveri disgraziati che hanno perso tutto e che sono in balìa delle milizie che sostengono il governo di Tripoli; il dispositivo franco-americano che ha conoscenza di tutto quello che succede e che non muove un dito; gli accordi tra Italia e Tripoli che in un frangente di questo genere acquistano ogni giorno che passa una caratteristica cinica, di cui poi ogni classe politica dirigente dovrà rispondere.

 

 

Non discuto il diritto dell’Italia di proteggere ed eventualmente chiudere le sue frontiere o i suoi porti a fronte di una strategia di destabilizzazione diretta da “agenzie della guerra sintetica”, discuto invece la mancanza di una volontà europea di aiutare l’Italia a tappare il valico del Niger, almeno per far cessare la mattanza in atto in Libia.

 

 

Fino ad oggi nessuna informazione viene data dai francesi della Legione alle carovane dei profughi che si fermano a Madama o che poi passano il confine e incontrano gli americani della nuova base di Al-Wigh (in Libia del sud).

 

 

Né i francesi né gli americani raccontano ai profughi quello che sanno e cioè che è in atto un genocidio dei neri africani e questo per mano di singoli gruppi armati libici e anche da parte di “polizie” e milizie che si rifanno alle “istituzioni governative” di Tripoli.

 

 

Di questo Gentiloni deve tenere conto altrimenti la nostra “missioncina” verrà vista come una mossa politicamente disastrosa. Se di fronte al disastro siamo capaci solo di piantare le tende di un ospedale militare a Misurata per medicare i feriti degli scontri di Sirte contro l’ISIS, e basta, e non ci facciamo carico di una missione internazionale (senza passare per la baracca dell’ONU) sul confine nigerino, ne risponderemo come complici (inconsapevoli?) di un genocidio.

 

 

Occorre una missione sul confine Niger – Libia, e occorre una forte pressione diplomatica verso le due parti in lotta in Libia perché sia assicurata una accoglienza, non una “mattanza” alle centinaia di migliaia di migranti di pelle scura.

 

 

C’è da “educare” i libici alle buone maniere, visto che il loro paese sta sprofondando sempre più in un nero medioevo africano.

 

g.m.