Sito Storico e Blog di Giorgio Marenghi - Storia Veneta - Eversione - Opinioni su fatti politici

I 58 impianti nucleari della FRANCIA non potrebbero funzionare senza l’approvvigionamento di uranio. E si dà il caso che l’impresa energetica francese AREVA ottenga dalle miniere di uranio situate nel Niger del nord (regione di Arlit) quasi diecimila tonnellate del minerale che poi dovrà essere lavorato e raffinato.

 

 

La terra dove si estrae l’uranio appartiene da secoli all’etnia dei Touareg, popolazione nomade che fluttua nel Sahara, in quell’immensa zona che comprende parti del Niger, Algeria, Libia e Burkina Faso. Il profitto dell’estrazione per il 30% confluisce nelle casse dello Stato (e dei suoi funzionari) ma ai Touareg restano le briciole e pesanti conseguenze di carattere ecologico e sanitario.

 

 

Infatti ricercatori francesi indipendenti hanno trovato trovato tracce di sostanze radioattive nelle acque e per di più per costruire le strade sono stati usati materiali contaminati. I minatori touareg che per vivere hanno dovuto abbandonare i loro animali e rinunciare al loro antico nomadismo, non sono mai stati informati di cosa significhi lavorare in una miniera di uranio.

 

 

Rivolte armate causate dalla violazione dei diritti elementari alla salute sono scoppiate negli anni scorsi ma non hanno prodotto granchè. Ora anche il Mali sta cercando il prezioso minerale e il territorio sahariano sta cambiando volto.

 

 

Racconto queste cose perché sono strettamente legate al problema delle migrazioni, non tanto perché i Touareg siano dei migranti, ma perché fanno parte del problema: guerriglia antioccidentale filoqaedista, contrabbando di armi, destabilizzazione dell’area sahariana, militarizzazione occidentale della zona in risposta al radicamento di gruppi dell’estremismo islamico.

 

 

Quindi l’industrializzazione mineraria e strategica occidentale ha prodotto risposte variegate nelle popolazioni, mobilitazioni sindacali in Niger, contrasti tra opposizione e governi della zona, ma anche e soprattutto scorrerie dei gruppi armati islamisti che hanno riscosso un certo seguito in alcune frange di nigerini, maliani e naturalmente libici del sud.

 

 

In questa situazione già abbastanza caotica è accaduto pochi anni fa che in Niger sia scomparso un grosso quantitativo di uranio dalle miniere. In causa è stata subito chiamata l’impresa francese AREVA poiché da indagini sulle transazioni bancarie di circa 300 milioni di dollari le tracce portavano a Dubai e coinvolgevano anche AREVA.

 

 

Inutile dire che ad essere accusati di corruzione sono stati indicati il ministro delle finanze del Niger, Hassoumi Massaoudou e altri funzionari. Se si pensa che il Niger è uno degli ultimi paesi del mondo intero nella classifica del reddito, se si pensa che in quello stesso territorio si snodano le lunghe colonne dei migranti che poi si affacceranno vicino a Zouara (Libia) per tentare il passaggio del Mediterraneo, allora si capisce il significato della miscela esplosiva rappresentato dal disgusto per un pugno di profittatori (sia neri che bianchi), dall’incrocio di contrabbandieri touareg, di jihadisti di vario tipo, di soldati della Legione Straniera, di basi americane di “emergenza”, e di scontri continui per il controllo del territorio.

 

 

Quindi nessuna sorpresa se il 1° marzo del 2017 un’agenzia di stampa della Mauritania (ANIC) ha annunciato l’unificazione di diverse formazioni armate, già attive da anni nel Sahara. Tale raggruppamento si è fregiato del nome di battaglia: “Gruppo di sostegno dell’islam e dei musulmani”. (informazioni di Cornelia I.Toelgyes-Africa Express).

 

 

Scorrendo la lista dei “signori della guerra islamista” si trova la “migliore” dirigenza estremista della regione, ci mancava solo (nella posizione di capo) anche Iyad Ag-Ghali, grande amicone di Al-Qaeda e dei Talebani afgani.

 

 

Questa convergenza aggrava non solo i rapporti militari con i governi del Sahara, ma aggiunge benzina sul fuoco delle migrazioni. Ricordo che è tutto legato, il Sahel è un puzzle, non si può trascurare nulla. E questa ulteriore riorganizzazione ha subito dimostrato di essere in grado di operare blitz antigovernativi in zone dove le popolazioni non sono protette da nessuno.

 

 

Si sparge il terrore bruciando le scuole e uccidendo i maestri elementari, poi si cerca di abbassare il morale dell’esercito (nigerino o maliano, ecc.). Intanto le migrazioni aumentano e questi convogli sono incastrati in un complesso gioco di posti di blocco, di uso strumentale e di ricatto con cui sia i Touareg che gli islamisti rafforzano la loro presa sulle popolazioni stanziali.

 

 

A questo punto bisogna anche fare delle “scelte”: nel calderone jihadista operano strateghi del terrore, questo è un dato di fatto, nel settore occidentale (apparato franco-americano) operano gli strateghi degli interessi occidentali; in mezzo i paesi del Sahel governati da élites di dubbia onestà, spesso incapaci di difendere con energia le loro popolazioni.

 

 

Non parlo di “buoni o di cattivi”, perché le porcherie sulla pelle degli africani le stanno commettendo tutti.

 

 

Il Jihadismo comunque non rappresenta gli interessi dei popoli sahariani, è una strategia fondamentalista che porterà (e ha portato) solo distruzione. Difficile è digerire i discorsi sulle buone intenzioni di “pace” di francesi ed americani, che sono anch’essi compartecipi del banchetto a spese dell’Africa.

 

 

Sull’ONU non si può sperare, è un organismo fallito. Spero di sbagliarmi.

 

g.m.