Sito Storico e Blog di Giorgio Marenghi - Storia Veneta - Eversione - Opinioni su fatti politici

Per capire un po’ alla volta il grande caos libico occorre dare un’occhiata anche (direi soprattutto) alla variegata serie di tribù su cui si basa la vita sia economica che politica del grande paese africano.

 

 

La Libia è sempre stata divisa in 140 tribù, anche sotto il re Hidris, ma solo una trentina hanno un reale potere, regionale, locale, ma sufficiente a spostare equilibri o far scoppiare guerre intestine.

 

 

Adesso che il caos regna supremo e, come abbiamo visto nell’articolo del 6 agosto, l’Occidente per mezzo della Francia e degli USA sta creando una sorta di cordone di sicurezza nel Sahara e anche nelle regioni sub sahariane, le tribù libiche fanno la differenza tra i contendenti.

 

 

Parliamo  di Hafez Al Serraj, capo fazione di Tripoli (un pezzettino) e del generale Khalifa Al Haftar, che controlla con il suo esercito la Cirenaica e pezzi del sud della Libia.

 

 

Emergono subito le grandi tribù, i Warfalla, ad esempio, che sono originari di Misurata. Ma recentemente si sono sparsi un po’ per tutta la Cirenaica e sono diventati infatti sostenitori di Haftar e del governo di Tobruk. I Warfalla hanno avuto vita dura sotto Gheddafi, repressi per tentativi di colpo di stato, ma sono rimasti i più numerosi (si calcola che siano un milione di persone sui sei milioni di abitanti dell’intero paese).

 

 

I Magarha sono la seconda tribù sia per numero che per importanza politica. Anche questa tribù ha avuto i suoi problemi sotto Gheddafi ma poi hanno saputo barcamenarsi con il regime del Colonnello.

 

 

Gli Zuwayyah abitano le zone rurali dell’est, in Cirenaica, ma hanno conquistato un ruolo all’interno delle regioni petrolifere. Non molto numerosi ma ben armati.

 

 

Altri gruppi tribali sono gli Zintan, Al Rijban, Awlad Busayf, che sono tutti della Tripolitania. Gli Awagir, gli Al Barasa, i Drasa, gli Obeid e Fwakhir (passati di recente al generale Haftar). In Cirenaica troviamo gli Al Abaydat, gli Hassawna e gli Hutman nel Fezzan, al centro della Libia e verso il sudovest.

 

 

Le divisioni comunque viaggiano anche su linee etniche, ricordiamo i Tawargha (30.000 persone), simili ai Tobou (di pelle scura come i Berberi ed i Touareg), storicamente alleati di Gheddafi al punto che la loro città è stata rasa al suolo ed i superstiti si sono sparsi per tutta la Libia per sfuggire ad una morte certa.

 

 

Tutte queste tribù adesso sono impegnate in fitti colloqui per cercare una via d’uscita alla guerra civile.

 

 

Il petrolio sullo sfondo fa gola ai francesi della TOTAL, agli italiani dell’ENI e i contendenti della costa cercano di conquistare le raffinerie più importanti. Haftar sembra stia facendo la parte del leone visto che la maggior parte degli impianti è nel territorio controllato dalle tribù e dal governo di Tobruk.

 

 

Dentro il cordone sanitario franco-americano passano i migranti che viaggiano attraversando la porta del Niger (da non confondere con la Nigeria, altra gatta da pelare per via della guerriglia islamista di BOKO HARAM). Quando entrano in Libia scatta la politica tribale, i controllori di pezzetti di territorio che su ordine dei “contendenti della costa”, indirizzano i migranti verso Nord oppure li imprigionano o li ripuliscono (quando va bene).

 

 

Questo breve articolo sulle tribù libiche deve far capire che gli attori sono tanti, non sempre tutto è automaticamente controllato dai “signori della guerra”, esistono anche i clan ed i sottoclan che diventano variabili in grado di bloccare gli sforzi sia “umanitari” che politici per tessere accordi per un cessate il fuoco.

 

 

Ripeto ancora una volta che la strategia franco-americana è scopertamente antijihadista e, se vediamo una qualsiasi carta dell’Africa, circonda la Nigeria dove c’è BOKO HARAM. Ma Francia e USA giocano sporco anche per i loro interessi minerari e petroliferi. Inoltre il fatto che le rotte dei migranti passino tutte nei territori da loro “controllati” la dice lunga su chi vuole che l’Italia diventi la discarica d’Europa.

g.m.